martedì 28 febbraio 2012

Ecco gli orrori che ho visto nei lager della vivisezione

di -

Chi fa test sulle cavie dice di operare per il bene dell’umanità, ma non è così. Scene disumane che offendono la vera scienza

Questo è, allo stesso tempo un appello e un atto d'accusa e, per una volta, non seguirò l'insegnamento del mio maestro di giornalismo (Vittorio Feltri) che non ritiene opportuno sbattere in faccia al lettore gallerie fotografiche dell'orrore o descrizioni grandguignolesche di torture e sevizie. La sensibilità del lettore deve essere rispettata, ma quando i «giochi» si fanno pesanti, allora è venuto il momento di scuotere le coscienze, semplicemente raccontando la verità a costo di violare quel pudore che cerco sempre di rispettare.

A Correzzana (Monza), in una sede molto defilata, c'è un' azienda che si chiama Harlan. Lì ci si occupa della custodia di animali destinati alla vivisezione e qui sono già arrivate, dalla Cina, 150 scimmie (macachi), mentre altre 750, sono già in viaggio per la stessa destinazione. Cifre di queste spaventose dimensioni non potevano passare inosservate, nonostante l' understatement della ditta. Michela Vittoria Brambilla, ex ministro del turismo, ha fatto il diavolo a quattro, assieme al parlamentare Fabio Granata producendo interrogazioni parlamentari e denunce a procure e Nas.

Poche ore e il ministro della Salute Balduzzi ha inviato a Corezzana gli ispettori, aprendo un fronte di indagini volte a indagare su questa operazione che non ha termini di paragone numerici nel passato. Va però anche rilevato che i permessi d'importazione e di utilizzo delle cavie sono valutati e rilasciati dai veterinari dello stesso ministero, di cui ci farà piacere conoscere i nomi nei prossimi giorni.

La vicenda dei macachi di Corezzana impone una presa di coscienza sul fenomeno della vivisezione che tutti i ricercatori ortodossi si affannano a mostrare come una pratica vecchia, relegata in fatiscenti laboratori di un secolo addietro e sostituita oggi dalla «sperimentazione animale». Non fatevi ingannare dal piffero di questi abili suonatori. La «sperimentazione animale » o «sperimentazione in vivo » è solo una zolletta di zucchero che nasconde l'amaro fiele di una medicina che si chiama vivisezione a tutti gli effetti.

Da Cartesio in poi non siamo mai riusciti ad abbandonare un tragico errore metodologico che costringe l'umanità a sprofondare nel buio dell'Alzheimer, del Parkinson, della sclerosi e delle distrofie, studiate su ratti, cani scimmie e anfibi, organismi completamente diversi dal nostro. Milioni di animali, ogni anno, subiscono nei laboratori avvelenamenti con sostanze chimiche, farmaci e cosmetici, induzione di malattie d'ogni genere che sono solo uno specchio deformante, un'imitazione farlocca di quelle umane. 

Subiscono esperimenti senza senso, utili solo a gonfiare i punteggi per concorsi e stipendio e produrre la compressa che regalerà a noi e alle nostre famiglie, un anno i più, immersi nell'incubo dell'Alzheimer, scandito dalle ore in cui si devono assumere le altre dodici capsule che contrastano gli effetti collaterali delle undici già ingoiate. Con enormi benefici per gli amministratori delegati delle Big Pharms. Vi racconteranno che usiamo sempre gli stessi argomenti: le migliaia di focomelici causati dalla Talidomide (che non si verificarono sui topi), tiriamo fuori le vecchiee consunte foto in bianco e nero con gli elettrodi piantati nel cervello delle scimmiette. Roba da 1800!

E allora vi racconto quel che non ho mai scritto. Io ci sono stato in quel tipo di laboratori (non quelli della Harlan). Circa 25 anni fa, quando ero uno dei pochi veterinari che curava scimmie ,ci andai per imparare alcune tecniche di diagnosi. Quello che ho visto mi sveglia ancora di notte, sudato.

I cercopitechi schiacciati dalla parete mobile di lamiera contro le sbarre che perdevano bava e urina e schizzavano feci ovunque, per il terrore. Uno aveva la testa rivolta verso di me e l'occhio ricadeva dall' orbita, mentre le urla perforavano i timpani. «Tanto ne hai per poco», il commento dell'addetto. Dopo un'ora era sul tavolo, accanto a un macaco cui dovevano togliere i reni. Dopo l'incisione sull'addome, gettava fuori le viscere dal corpo. L'anestesia era un po' superficiale. Amen. Passavi tra le gabbie dei Resi e, se acuivi l'olfatto, potevi sentire, nell'oscurità, il profumo del terrore. Non serviva acuire l'udito per sentire i gemiti di chi era tenuto in vita perché l'esperimento lo richiedeva. Una volta uscito all'aria, ho vomitato.

Tutto questo si verifica ancora, in tutto il mondo e la ragione umanitaria per cui questi sacrifici sono «necessari»rappresenta la più tragica balla che vi hanno mai raccontato.




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EBay e PayPal, il mobile fa boom Così il cellulare diventa bancomat

La Stampa

Nel 2012 sui colossi dell'e-commerce un volume d'affari di 15 miliardi. Facebook nella mischia. E sui telefonini Android arriva l'app pre-caricata
BRUNO RUFFILLI
INVIATO A BARCELLONA



Nel 2011, 5 miliardi di dollari sono stati spesi sul sito di eBay utilizzando smartphone e tablet; attraverso PayPal sono transitati 4 miliardi di dollari; per il 2012 il volume dei pagamenti sul più grande sito di aste al mondo salirà fino a 8 miliardi di dollari e quello di PayPal arriverà a 7 miliardi. Tutto su piattaforme mobili.

"L’e-commerce su apparecchi portatili sta cambiando il modo di vendere e pagare e l’approccio dei commercianti piccoli e grandi rispetto ai consumatori", ha detto John Donahoe, presidente e CEO di eBay. Al Mobile World Congress, la più grande fiera mondiale di smartphone e tablet attualmente in corso a Barcellona. "I consumatori vogliono poter fare acquisti ovunque e in qualsiasi momento. eBay sta guidando l'innovazione nel mobile commerce, attraverso partnership con gli operatori, i trasportatori e gli esercenti per costruire un nuovo ecosistema di vendita".

Così nel Regno Unito i telefonini Android di Three.co.uk avranno pre-caricata l’app di eBay (che esce in una nuova versione anche per iPhone e iPad), mentre PayPal annuncia la rete di pagamento PayPal Carrier, nata da accordi con i gestori di telefonia mobile e i negozi digitali come Entradas.com e eYotel. Alla Fira, giusto per rendere concreti i pantaggi del mobile Payment, c’è un ristorante con un ingresso prioritario per chi prenota e paga col cellulare usando Paypal. La coda è lunghissima all’ingresso normale, ma all’altro si entra in un attimo.

Sull’e-commerce da smartphone punta anche Brett Taylor, CTO di Facebook, che ha annunciato da Barcellona "una serie di iniziative su scala industriale" destinate a sostenere lo sviluppo del web mobile, concentrandosi su standard tecnologici e di pagamento. “Abbiamo appena incominciato”, ha spiegato Taylor, osservando che oggi la maggior parte dei pagamenti via cellulare richiedono una conferma via Sms che porta gli utenti fuori dall’app di Facebook. La soluzione? Una serie di accordi con "gli operatori di tutto il mondo per migliorare l’esperienza dei compratori e semplificare il lavoro degli sviluppatori. L’obbiettivo finale è quello di completare l’acquisto con un solo click". Gli operatori che lavorano con Facebook sono AT & T, Deutsche Telekom, Orange, Telefonica, T-Mobile USA, Verizon, Vodafone, KDDI e Softbank.

Ancora da segnalare, sempre a proposito di e-commerce su piattaforme mobili, l’accordo tra Vodafone e Visa per sviluppare un servizio che sarà offerto ai consumatori attraverso le reti mobili dell’operatore. Vittorio Colao, Amministratore Delegato di Vodafone Group, ha dichiarato: "Il portafoglio mobile di Vodafone è il prossimo stadio della rivoluzione smartphone e offre ai nostri clienti la velocità, la semplicità e la comodità di gestire le loro transazioni quotidiane con un tocco o un movimento sullo smartphone". Ma attenzione, stavolta si parla di negozi veri e non su internet. Grazie alla tecnologia Nfc (Near Field Communications) con gli apparecchi di ultima generazione sarà possibile infatti fare acquisti utilizzando il cellulare come fosse una carta di credito (e senza nemmeno dover firmare); solo per cifre più importanti sarà richiesto un codice di conferma. La nuova offerta, basata su una carta di credito Visa prepagata, sarà aperta anche ad altri partner. Inizialmente verrà lanciata in Germania, Olanda, Spagna, Turchia e Regno Unito, per essere in seguito estesa ad altri Paesi.

Visa ha anche in cantiere un’altra iniziativa, stavolta con Samsung, per le Olimpiadi del 2012 a Londra. Si tratta di un’applicazione basata sulla tecnologia payWave, sempre basata su Nfc, che consente di effettuare pagamenti al punto di vendita, semplicemente tenendo il telefono cellulare di fronte a un lettore. Con l'applicazione è anche possibile controllare in ogni momento la cronologia delle transazioni e consultare il saldo aggiornato del conto. Nella capitale britannica saranno installati più di 3.000 terminali di pagamento nei siti olimpici e paraolimpici.



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Domani si chiude il Censimento Cosa accade ora?

La Stampa


A CURA DI ROSARIA TALARICO
roma


Quando scade il termine per la riconsegna dei moduli del Censimento della popolazione e delle abitazioni?
Siamo proprio agli sgoccioli. Domani, 29 febbraio, si conclude in tutta Italia la raccolta dei questionari. Una procedura iniziata oltre quattro mesi fa, il 9 ottobre, giorno in cui si «fotografa l’Italia».

A cosa serve il Censimento?
Il Censimento della popolazione viene organizzato dall’Istat ogni 10 anni. Quella del 2011 è la quindicesima edizione e la prima a prevedere la compilazione anche via Internet. Il Censimento fornisce informazioni statistiche su diversi argomenti: la casa, la composizione della famiglia, la presenza di immigrati, il titolo di studio e altri dati similari.

La partecipazione al censimento è facoltativa?
No, rispondere al questionario nei modi e nei tempi stabiliti è un obbligo per i cittadini. A prescriverlo è il decreto legge 322 del 1989, secondo cui chi si rifiuta di rispondere al questionario, lo fa in modo incompleto o scrive delle gravi inesattezze, può essere sanzionato con una multa che va da 206 a oltre 2.065 euro per le persone fisiche e da 500 a 5 mila euro per le società o gli enti.

C’è tolleranza per chi è ritardatario?
La consegna entro domani è tassativa. In ogni caso, i rilevatori continueranno a lavorare sul territorio per qualche altra settimana; in particolare, fino al 10 marzo nei comuni con popolazione compresa fra i 20 mila e i 150 mila abitanti e fino al 10 aprile in quelli di maggiori dimensioni. Inoltre, da qui al 10 aprile, i rilevatori collaboreranno con gli uffici comunali di censimento per contribuire a verificare possibili errori nella compilazione dei questionari e per il recupero degli stessi presso le ultime famiglie ritardatarie e per accertare l’obbligo di risposta.

Si sa quante sono le persone che hanno partecipato al Censimento?
Sono stati consegnati alle famiglia 25 milioni di questionari. Secondo l’Istat, quelli finora restituiti sono stati 24,2 milioni. Uno su tre (il 34,5%), oltre 8,3 milioni, è stato riconsegnato via Internet, il mezzonovità dell’edizione 2011. Il 42,8% invece è stato restituito ai centri comunali di raccolta e ai rilevatori, il 22,7% agli uffici postali. In media nei grandi comuni (dove il 29 si completerà la raccolta che concluderà l’intera operazione), la percentuale di restituzione si attesta all’84,3%.

Quali sono le città modello per la riconsegna?
Prato è la prima in classifica, con il 93,8% di questionari restituiti, seguono Brescia con il 93% e Venezia con il 92,8%. Fra i comuni con oltre 150 mila abitanti, la modalità di compilazione via web, quella che si è rivelata la più rapida per il cittadino, è stata gradita in particolare a Foggia dove c’è stato il 51,1% dei questionari restituiti attraverso questo canale; a seguire Brescia (43,6%) e Cagliari (41%).

Quali le città che invece sono sotto la media nella restituzione dei questionari?
In fondo alla classifica, sotto alla media di circa 10 punti percentuali, troviamo Roma dove è stato riconsegnato appena il 75% dei questionari. Seguono Napoli con l’81,7%, Milano con l’82,1%, Messina con l’83,1%, Torino con l’83,6%, Firenze con l’83,9% e Catania con l’84,1%.

Sono già disponibili i risultati del Censimento?
La macchina per la lettura dei questionari è già all’opera. Quelli inviati sul web sono immediatamente leggibili e questo favorirà, sia in termini di tempo che di qualità, l’elaborazione delle informazioni fornite dai cittadini. Al momento sono stati resi noti dall’Istat i dati riepilogativi provvisori relativi a 23.130.901 famiglie, 38.645 convivenze, 56.165.147 individui di cui 3.251.752 stranieri e 28.982.636 donne. I primi dati saranno disponibili già ad aprile e entro fine anno saranno diffuse le informazioni sulla popolazione per comune, sesso, classi di età, cittadinanza italiana o straniera.

Il prossimo Censimento sarà nel 2021?
No, da quest’anno si volta pagina. Come ha annunciato il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, si va verso il «censimento continuo». La quindicesima edizione è l’ultima di tipo decennale. L’Istat ha infatti inserito nel proprio piano strategico triennale la progettazione e la sperimentazione dei metodi e delle tecniche necessarie a passare al censimento continuo. «Esso potrà offrire informazioni statistiche fondamentali per aree di piccole dimensioni, con una frequenza fin qui mai avuta in Italia - ha spiegato Giovannini - nel prossimo biennio dovremo approfondire e sperimentare tecniche e metodi di rilevazione, utilizzando il più possibile Internet. Poi si potrebbe partire con il vero e proprio censimento continuo. A patto che il Parlamento concordi con questo progetto e ne finanzi sia la fase preliminare, sia quella a regime».




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Frequenze al web, tv locali in crisi: la metà rischia di chiudere

Il Messaggero


di Alberto Guarnieri

ROMA – Nell’Italia dei mille campanili ci sono oltre seicento tv locali. Ma, se fatichiamo a ridurre le province, di qui a pochi mesi le emittenti saranno invece dimezzate. La necessità di lanciare finalmente la banda larga ha infatti portato il governo a recuperare preziosissime frequenze tv (dalla 61 alla 69, le migliori) e a preannunciare lo sfratto ad alcune emittenti storiche. Le più famose, quelle che hanno fatto, dagli anni Settanta, la storia delle tv «libere» italiane. Tra esse il circuito lombardo di Sandro Parenzo (quello che trasmette Michele Santoro) e alcune storiche tv private romane: da Tele Oro a Teleroma 56, da Roma1 a Televita, da Telestudio a Tvr Voxson, Per citarne solo alcune.


Le emittenti potrebbero continuare a vivere, almeno in buona parte, con una nuova collocazione nell’etere. Ma, per chi ha già subito uno spostamento (di banda e soprattutto sul telecomando) col passaggio al digitale terrestre, un nuovo trasloco porterebbe a una perdita di visibilità e audience che sarebbe difficilmente sopportabile.

Il governo offre alle emittenti che decidono di chiudere un indennizzo che per il Lazio è circa di un milione e 600 mila euro ciascuna e nazionalmente di poco diverso. Una cifra concessa indiscriminatamente a chi ha cento dipendenti e a chi ne ha due, a chi fa programmazione di qualità e a chi vive di aste di quadri.

Chiaro che i piccoli accetteranno, difficile la scelta per i grandi. «Il digitale era nato per moltiplicare l’offerta - spiega Daniela Tersigni, amministratrice delegata di Rete Oro - Abbiamo dovuto investire per coprire i tre canali a nostra disposizione con la nuova tecnologia. Ora ci troviamo con una trentina di dipendenti e ci offrono gli stessi soldi di chi trasmette oroscopi con due o tre addetti oppure di trasferirci chissà dove. Già non c’è una posizione chiara sul telecomando per la situazione attuale. Figuriamoci poi come potranno trovarci i nostri telespettatori». «E' una truffa», aggiunge lapidario Sandro Parenzo, presidente di Mediapason (240 dipendenti), il terzo gruppo televisivo italiano privato. «Faremo ricorsi in tutte le sedi».

Lo Stato ha venduto le frequenze 61-69 alla telefonia ricavandone circa 4 miliardi. Di questi 400 milioni erano destinati al rimborso per le tv espropriate. I 400 sono diventati 240, poi 170. Domani le associazioni delle tv locali, Frt e Areanti-Corallo, hanno chiamato il mondo politico a cercare una soluzione del problema in un confronto a Roma. «Chiediamo soprattutto nuovi criteri di scelta distinguendo tra chi vuole chiudere e chi no», dichiara Alfredo Donato, direttore della Frt. E ricorda che il settore fattura quasi 600 milioni di euro, con oltre 5 mila addetti a contratto. «Le emittenti a rischio nel Lazio sono 23 e sono marchi storici», precisa.

Vero è che le tv private ricevono 140 milioni
di contributi statali, che la banda larga è una necessità nazionale, ma ai rappresentati dei partiti, in modo bipartisan, il decreto con cui si dimezzerà il panorama pare quantomeno rivedibile. «Un passaggio al digitale terrestre mal gestito ha messo in crisi l'intero settore delle televisioni locali - dirà domani Roberto Rao dell’Udc - Speriamo almeno venga approvato un nostro emendamento che propone sgravi fiscali sulle cifre ottenute a risarcimento delle frequenze espropriate per quegli imprenditori che decidono di reinvestire nel settore». Paolo Gentiloni del Pd ricorda di aver proposto da tempo di togliere canali a Rai e Mediaset invece che alle locali. Alessio Butti (Pdl) vede inevitabile una riduzione del numero delle tv, ma vuole assolutamente evitare incentivi «a pioggia».

Lunedì 27 Febbraio
2012 - 11:40    Ultimo aggiornamento: 17:36



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Trasparenza e privacy: Google prova il binomio impossibile

Corriere della sera

Nuove regole da marzo, contraria la Ue



Sergey brin e Larry Page (nella spirale) co-fondatori nel 1977 di GoogleSergey brin e Larry Page (nella spirale) co-fondatori nel 1977 di Google

Pronti? Via. Dopodomani si parte: col primo marzo entrano in vigore le nuove norme di Google sulla privacy. Un sistema semplificato, più trasparente e facile da usare, assicura l'azienda californiana: un solo protocollo al quale aderire in luogo dei 60 diversi sistemi oggi esistenti nel gruppo. Che, però, non piace ai governi europei che avevano chiesto un rinvio. E nemmeno ai procuratori generali di 36 Stati degli Usa, che mettono sotto accusa Google.

Secondo gli attorney general di tutti i principali Stati, dalla California a New York al Texas, rendendo i dati personali degli utenti accessibili su tutte le piattaforme del gruppo, ci sarà assai meno riservatezza, mentre i meccanismi di salvaguarda proposti non offrono ai consumatori una protezione adeguata.
In sostanza da dopodomani, accettando la nuova politica di Google, basterà utilizzare uno dei tanti prodotti del gruppo - attivare il motore di ricerca di Google, consultare la posta su Gmail, usare uno «smartphone» basato sul sistema Android, andare sul social network Google+, su YouTube o su una delle altre piattaforme del gruppo - per far finire i nostri dati in un unico calderone.

Tutto pensato nel rispetto e nell'interesse dell'utente, assicura Google. Alma Whitten, responsabile mondiale per i problemi della privacy dell'azienda di Mountain View spiega che i cambiamenti ora introdotti, sui quali Google ha fatto il più grosso sforzo di comunicazione e preparazione degli utenti della sua storia, «crea un sistema più semplice senza cambiare il nostro approccio alla privacy: non acquisiremo più informazioni in virtù di questi cambiamenti né venderemo le vostre informazioni personali agli inserzionisti pubblicitari. Ci limiteremo a utilizzare le informazioni che già ci fornite in modo da rendere migliore la vostra esperienza di utenti». Combinando i dati collezionati sulle varie piattaforme, infatti, l'intelligenza artificiale di Google farà un balzo avanti, offrendo agli utenti servizi e risposte alle ricerche molto più «profilati» e, quindi, utili.

Molto suggestivo, ma la condivisione delle informazioni sulle varie piattaforme alimenterà una diffusione vorticosa di dati personali sui quali il nostro controllo sarà inevitabilmente ridotto. L'azienda offre agli utenti che vogliono sfuggire a questo vortice (o, almeno, cercano di non finire nella sua parte più turbolenta) varie possibilità di opt-out . Ma il sistema è molto complesso e la sua efficacia tutta da verificare. I procuratori americani, ad esempio, ritengono che su questo punto le tutele siano troppo deboli. Chi rifiuta di mettersi completamente nelle mani di Google rischia di essere tagliato fuori o di avere un accesso limitato a strumenti che ormai sono entrati nelle nostre vite, nel modo di comunicare e di lavorare.

Vari esperti sostengono addirittura che un utente di Android che non accetta le nuove regole di Google potrebbe ritrovarsi nelle condizioni di dover cambiare telefonino. Probabilmente si tratta di esagerazioni e nelle reazioni contro le novità proposte da Google avrà il suo peso anche una certa resistenza al cambiamento: la conseguenza inevitabile della barriera culturale che si è formata tra il mondo della nuove tecnologie dell'informazione e un insieme di organismi - quelli di controllo dell'Unione Europea come le magistrature americane - nei quali i soggetti che analizzano e decidono non sono certo dei «nativi digitali».

Ma non ha facilitato il loro compito la decisione di Google di andare avanti a tappe forzate per la sua strada, rinviando al mittente le richieste di avere più tempo per esaminare questioni che sono, comunque, molto complesse: la cultura del rinvio delle burocrazie contro quella, sbrigativa, degli ingegneri della Silicon Valley che vogliono andare sempre avanti a passo di carica con le innovazioni, anche quando producono conseguenze negative. L'idea è che, se le cose non funzionano, si cambia in corsa: un meccanismo probabilmente efficace quando si tratta semplicemente di sperimentare e correggere innovazioni tecniche, assai meno quando si rischia di violare diritti. Certo, Google è un'azienda quotata in Borsa: se si fa condizionare da pressioni burocratiche, ne risponde davanti agli azionisti. E non tutti gli organismi di controllo sono in allarme: la Federal Trade Commission, l'authority federale, non ha sollevato particolari obiezioni.

Ma l'FTC, che in passato ha condannato Google per «pratiche ingannevoli», adesso è finita nel mirino di varie associazioni per la tutela dei diritti dei consumatori che la vogliono trascinare in tribunale, accusandola di colpevole inerzia. Come detto la questione è molto complessa: l'unificazione dei 60 diversi sistemi di Google una sua logica ce l'ha. Ma è «naive» dire che tutto è fatto per il bene del consumatore, come se Google fosse ancora la piccola azienda che dieci anni fa cominciava ad affascinare il mondo col suo motore di ricerca e lo slogan «don't be evil», non fare del male. Adesso è un gigante con 30 mila dipendenti che vale 200 miliardi di dollari la cui linfa sono quei dati dei consumatori che stanno diventando la nuova moneta mondiale. Il nuovo sistema funzionerà, ma farà guadagnare di più Google e avrà un prezzo per i suoi utenti. La domanda è: se ci rifiuteremo di pagarlo quanti passi indietro faremo nel gioco dell'oca della comunicazione digitale?



28 febbraio 2012 | 7:42



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Zoo vende cacca di animali per far quadrare i conti

Libero


Il letame, 43$ al metro cubo, servirà per concimare giardini e parchi. Ogni giorno le bestie ne "producono" 680 chili




Lo zoo Riverbanks di Columbia, in South Carolina, ha offerto ad alcuni fortunati giardinieri la possibilità di ordinare il letame prodotto da elefanti, giraffe e zebre del parco. Il prezzo, secondo quanto riferisce la portavoce dello zoo Susan O'Cain, sarà di 43 dollari al metro cubo, ma ogni cliente potrà comprarne al massimo due. Chi è interessato a quantità inferiori potrà recarsi personalmente all'entrata del parco, dove vengono lasciati durante l'anno secchi da mezzo litro e 3,7 litri. Ogni giorno gli animali dello zoo producono circa 680 chili di letame. I metri cubi di letame saranno pronti per il ritiro a partire dal 23 marzo. Gli ordini possono essere eseguiti tramite il sito www.riverbanks.org.
27/02/2012



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Scimmie destinate alla vivisezione, controlli dei Nas: «Tutto in regola»

Corriere della sera

I carabinieri hanno svolto un'ispezione dopo la denuncia degli ambientalisti e dell'ex ministro Brambilla


I Nas alla Harlan MILANO - Sono 104 gli esemplari di Macaca fascicularis e Macaca mulatta arrivati dalla Cina nello stabilimento di Correzzana (provincia di Monza) della ditta Harlan, che si occupa di fornire animali per fini scientifici o sperimentali. A renderlo noto è il ministero della Salute, precisando che lunedì mattina sono stati eseguiti i controlli dai carabinieri dei Nas, su richiesta del ministro Renato Balduzzi. Gli attivisti anti vivisezione che per mesi si erano dati appuntamento a Montichiari (Brescia) davanti all'allevamento Green Hill ora si sono spostati alla Harlan di Correzzana, denunciando che «in quel capannone così piccolo è impossibile che per 900 scimmie siano rispettati i criteri di legge». «La magistratura deve intervenire subito e fermare l'attività della Harlan», ha dichiarato l'ex ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla. E il ministro della Salute Renato Balduzzi ha disposto controlli sull'ingresso delle scimmie in Italia e ha promesso che terrà monitorata l'attività dell'azienda brianzola (che ha una sede anche in Friuli).


IL CONTROLLO - I carabinieri si sono presentati nei tre stabilimenti della Harlan: a San Pietro al Netisone, dove ci sono topi e ratti e dove non è emersa nessuna irregolarità, così come nello stabilimento di Bresso. In quello di Correzzana i militari hanno trovato le 104 scimmie: non presentavano situazioni di stress da viaggio e tutti i documenti erano corrispondenti alle norme ministeriali. Anche le condizioni igieniche dello stabilimento erano a norma. Quindi i Nas concludono che, in base a queste valutazioni, tutto è risultato in regola.

900 SCIMMIE - L'autorizzazione all'importazione degli animali alla ditta Harlan è garantita da un decreto del ministero della Salute del 31 gennaio 2012 e prevede l'importazione in Italia di 900 scimmie, in lotti di massimo 156 esemplari per volta. Le scimmie sono della specie Macaca Fascicularis e Mulatta e provengono dalla Cina e dalla Isole Mauritius. L'autorizzazione ha validità di un anno. Anche lo scorso anno la Harlan ha chiesto un'analoga autorizzazione per l'importazione di 900 scimmie, ma ne sono state importate solo 312. Già il 21 febbraio scorso, a Fiumicino, le scimmie erano state controllate dagli ispettori inviati da Balduzzi: la visita veterinaria aveva constatato il buono stato di salute e verificato che tutti i documenti fossero corrispondenti alle norme comunitarie.

Redazione Milano online
27 febbraio 2012 | 17:42

Seychelles, la Costa Allegra alla deriva Niente energia, notte sui ponti per i passeggeri

Corriere della sera

Dopo un incendio a bordo, la nave rimasta senza propulsione. Raggiunta da un peschereccio, si attendono i rimorchiatori


MILANO - La Costa Allegra, nave passeggeri della compagnia Costa Crociere (la stessa della Concordia, protagonista della tragedia del Giglio) è «alla deriva» nell'Oceano Indiano, a circa 20 miglia a largo dalle isole Seychelles, dopo che alle 10.39 (ora italiana) un «incendio è divampato a bordo». I passeggeri stanno bene, le condizioni meteo sono buone e, come riportato da un aereo che ha sorvolato la nave, «non ci sono problemi di galleggiamento». La Costa non ha escluso la possibilità che la nave possa riprendere la navigazione autonoma. Con i propulsori spenti, però, manca l'energia elettrica a bordo e gli apparati radio sono alimentati dalle batterie di emergenza. Per lo stesso motivo non funzionerebbero i servizi di emergenza e tutti i passeggeri sarebbero sul ponte di comando, perché nelle stanze farebbe troppo caldo. E ad aggravare i problemi, sempre a causa della mancanza di energia, c'è l'inagibilità dei servizi igienici.

L'ARRIVO DEI SOCCORSI - L'imbarcazione resta dunque in balia della corrente. Attorno alle 23 (ora italiana) la nave è stata raggiunta da una prima imbarcazione francese, il «Trevignon», un peschereccio oceanico di 90 metri che incrociava nella zona e che è stato dirottato verso la Allegra dalle autorità locali. Un secondo peschereccio è atteso nelle prossime ore e nella giornata di martedì dovrebbero arrivare due rimorchiatori partiti dalle Seychelles. «Il peschereccio si trova sotto la nave - ha assicurato il capitano di fregata Filippo Marini, portavoce della Capitaneria di Porto che dall'Italia sta seguendo le operazioni - sono arrivati e daranno l'assistenza al comando di bordo. Le modalità operative saranno pianificate a bordo della nave e il peschereccio starà tutto il tempo necessario in attesa che arrivino gli altri mezzi». Riguardo al traino Marini ha aggiunto che «è tutto da definire: attendiamo che arrivino i rimorchiatori e gli altri mezzi».


ANCHE I FUCILIERI - A bordo della nave sono presenti 1049 persone, di cui 636 passeggeri di varie nazionalità e 413 membri di equipaggio. Di questi 212 sono italiani: 126 passeggeri e 86 membri dell'equipaggio. «Non ci sono problemi per la sicurezza e per i passeggeri italiani della nave, secondo quanto confermato dalle autorità locali», ha detto il console delle Seychelles, Claudio Izzi. Sulla nave c'è anche un team di fucilieri di Marina del Reggimento San Marco in servizio antipirateria. La rotta, infatti, incrocia aree considerate a rischio.




L'ESCLUSIONE DEL DOLO - «Al momento escludiamo che l'incendio a bordo di Costa Allegra sia di natura dolosa» ha poi spiegato il comandante Giorgio Moretti, direttore delle operazioni nautiche di Costa Crociere. Moretti ha anche riferito la telefonata all'unità di crisi di Costa che risale alle 10.39 italiane di questa mattina. «C'è un incendio a bordo, nel locale macchine». Sono le parole con cui il comandante della Costa Allegra, Nicolò Alba, ha comunicato all'unità di crisi di Costa Crociere la situazione a bordo della nave, mentre si trovava in navigazione nell'Oceano Indiano.




L'INCENDIO - «Il comandante della nave - ha spiegato Moretti - ci ha informato di aver immediatamente avviato le procedure antincendio. Vista la gravità del rogo, è stata immediatamente chiamata l'emergenza generale. Le fiamme - ha aggiunto Moretti - sono state spente usando i mezzi antincendio e aprendo una scarica di Co2. L'incendio ha coinvolto i generatori di emergenza e ha danneggiato il quadro elettrico principale. Per questo non è stato possibile rimettere in moto i generatori. Al momento la nave è alla deriva».


PRECIPITAZIONI E MARE CALMO - Le condizioni meteo marine nella zona dove si trova la nave sono piuttosto buone: mare forza 4, con raffiche di vento a 25 nodi, con rovesci a carattere intermittente, ma nessun uragano in vista.




NAVE DI CRISTALLO - La Costa Allegra, di proprietà della Costa Crociere e della Carnival (le stesse della Costa Concordia), soprannominata «nave di cristallo» per l'abbondanza di vetrate, è lunga 187 metri per 28.500 tonnellate di stazza. Era partita sabato dal Madagascar diretta a Mahè, capitale delle isole Seychelles, dove doveva attraccare martedì. Costa Allegra, si legge nel sito della compagnia, è stata costruita nel 1969 con il nome Annie Johnson, come portacontainer gemella della Axel Johnson, poi ribattezzata Costa Marina.

Nel 1992 è stata acquistata da Costa Crociere che l'ha praticamente ricostruita e trasformata in nave da crociera, ribattezzandola Costa Allegra. È stata sottoposta a lavori di restauro nel 2001. La nave, si legge sempre nel sito della compagnia, è capace di accogliere quasi 1.000 passeggeri, dispone di nove ponti, di cui otto dedicati ai passeggeri, che sono ornati con opere ispirate a pittori impressionisti come Gauguin, Degas, Matisse, e 399 cabine.

L'UNITÀ DI CRISI - Costa Crociere ha inviato verso l'Oceano indiano un gruppo di esperti, quattordici persone fra manager e dei tecnici. Nell'unità di crisi ci sono anche Roberto Ferrarini, Paolo Parodi e Mafred Ursprunger, che risultano indagati per il naufragio di Costa Concordia del 13 gennaio scorso. Lo ha reso noto il comandante Giorgio Moretti, direttore operazioni navigazione della compagnia.

Redazione Online
27 febbraio 2012 | 23:47