domenica 26 febbraio 2012

Morta a 113 anni e 62 giorni la nonnina più vecchia d'Italia

Il Mattino

«Il Signore si è dimenticato di me» aveva detto in occasione di un suo recente compleanno




TREVISO - Si è spenta Stella Nardari, la nonnina che con i suoi 113 anni e 62 giorni era la più vecchia d'Italia (prima vivente e quinta di sempre). L'anziana è morta nella casa di riposo di Ca' di Fiori a Quarto d'Altino, nel Veneziano. Stella era nata nel Trevigiano, a Roncade, il 23 dicembre 1898 quando l'Italia aveva come presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, la radio non era stata scoperta e Oscar Wilde scriveva ancora.

Il compleanno. Aveva compiuto 113 anni il 23 dicembre scorso e attorno a lei si erano stretti i cinque figli e uno stuolo di nipoti e pronipoti. In casa di riposo era entrata a 90 anni. «Il Signore si è dimenticato di me e mi ha lasciato qui», aveva detto ironica in occasione di un recente compleanno.

Domenica 26 Febbraio 2012 - 11:07



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Le arance della Fanta raccolte dagli immigrati E la Coca Cola disdice i contratti con le aziende

Corriere della sera

La notizia mette ko l'economia della piana calabrese. Forte anche la preoccupazione del sindaco di Rosarno (che vive sotto scorta)


MILANO - Prima il danno, cioè la notizia che le arance con le quali Coca Cola produce la Fanta vengono raccolte negli agrumeti calabresi da centinaia di africani irregolari che percepiscono una paga da fame. Ora la beffa, con la stessa multinazionale che pare aver disdetto le ordinazioni alle aziende della Piana di Rosarno. A darne notizia è il primo cittadino della città reggina, Elisabetta Tripodi, che si dice preoccupata per le ricadute economiche (e forse anche sociali) che questa decisione di Coca Cola potrà avere sul suo territorio. Un territorio delicato e particolare, dove gli agrumeti sono fra le poche fonti di ricchezza.

L'INCHIESTA - Tutto è partito un paio di giorni fa da un'inchiesta della rivista britannica The Ecologist ripresa da Corriere.it riguardante il coinvolgimento della Coca Cola nello sfruttamento della manodopera africana in Calabria. Secondo The Ecologist la multinazionale americana acquisterebbe a costi ridottissimi succo d'arancia concentrato dalle aziende calabresi. E questo sarebbe il motivo per cui gli agrumicoltori sarebbero costretti a sottopagare gli immigrati (25 euro per una giornata lavorativa di 14/15 ore). In fondo, poi, la condizione degli africani a Rosarno è cosa nota. E la loro rivolta del gennaio 2009 è ancora viva nei ricordi di molti. Pietro Molinaro, presidente della Coldiretti Calabria, interpellato da The Ecologist aveva confermato il fatto, raccontando che «il prezzo che pagano le multinazionali non è giusto» e che «così costringono le piccole aziende dell'area a sottopagare gli operai». «Basterebbe che le multinazionali pagassero il giusto prezzo di 15 centesimi - aveva aggiunto Molinari - e la situazione cambierebbe radicalmente».

COCA COLA DISDICE - La Coca Cola dal canto suo aveva smentito respingendo ogni accusa. Ora, però, pare sia andata oltre, disdicendo gli ordini con le aziende calabresi per tutelare la propria immagine. Un disimpegno economico che metterebbe ko il comparto agrumicolo reggino. E il sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, affida a poche frasi la sua preoccupazione: «Al danno si aggiunge la beffa. Il proprietario di un'azienda di trasformazione delle arance - dice il sindaco - mi ha telefonato per comunicarmi che la Coca Cola ha disdetto il contratto per tutelare la sua immagine. Se la notizia verrà confermata la nostra economia subirà un danno devastante». «Il vero problema - aggiunge la Tripodi (che da mesi vive sotto scorta per le minacce subite dal clan locale) - è che gli agricoltori non raccolgono il prodotto perché il prezzo è troppo basso.


Questa situazione ha quindi provocato un impoverimento di tutto il settore ed è ovvio che a risentirne sono anche i lavoratori». Da don Pino De Masi, responsabile di Libera nella Piana di Gioia Tauro, è invece giunto un invito a boicottare «tutte le multinazionali che sfruttano situazioni di emarginazione». «Non mi meraviglio - aggiunge don Pino - che una multinazionale come la Coca Cola utilizzi le arance raccolte da lavoratori sfruttati per produrre i suoi prodotti. Queste grandi aziende pensano che tutto sia in perfetta regola ma in realtà dovrebbero sapere quanto accade nei nostri territori e le situazioni in cui lavorano queste persone». A Rosarno sono oltre un migliaio gli africani che in questi giorni lavorano negli agrumeti. Se la raccolta dovesse arrestarsi di colpo, le reazioni potrebbero essere imprevedibili.




Biagio Simonetta
twitter@biagiosimonetta



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Monti ha regalato alla Casta 276 nuove poltrone

Libero

Gli attuali 1.100 consiglieri provinciali diventeranno 1.376. I costi della politica aumentano di 16 milioni




è una nuova supercasta che da ieri è nata in Italia: quella dei borgomastri. Le ha dato i natali Mario Monti, che evidentemente sta parlando troppo al telefono con Angela Merkel, ed è al centro del disegno di legge governativo sulle province approvato dopo ore di discussione nella tarda serata di venerdì. Il premier ha scelto di tenere in vita tutti i consigli provinciali, e ha pure innestato una robusta retromarcia rispetto a dicembre scorso, facendo rivivere molte delle poltrone che aveva appena tagliato. Ma per dare un senso al clamoroso voltafaccia, Monti se ne è inventata una nuova: i consigli provinciali saranno interamente occupati da sindaci e consiglieri comunali della zona, gli unici a potersi presentare d’ora in avanti a quel tipo di elezioni.

Una volta scelti- ha spiegato in un comunicato stampa la presidenza del Consiglio nella notte di venerdì- «gli eletti mantengono la carica di sindaco e consigliere comunale per tutta la durata del quinquennio provinciale di carica». Come minimo dunque i consigli provinciali oltre ad offrire una nuova ribalta politica (e nuove spese, al di là dei loro emolumenti) alla casta dei borgomastri, allungherà loro la vita: perché finchè saranno in consiglio provinciale non decadranno dalla carica in Comune, con l’effetto di allungare quel mandato oltre il termine previsto. Probabilmente nella testa del governo c’è l’idea di elezioni comunali che precedono solo di qualche settimana quelle provinciali, ma la scadenza dei consigli di comuni e province solo in qualche raro caso è contemporanea.



Quasi sempre hanno legislature incrociate, con scadenze ad anni di distanza gli uni dagli altri. Con questa idea un po’ fantasiosa ora il governo rischia di dovere intervenire per allungare (come sembra) legislature al di là dei termini di legge, o al contrario accorciarle bruscamente per fare partire quasi in contemporanea i mandati di comuni e nuove province. Nell’uno e nell’altro caso un bel pateracchio istituzionale. Perché con la prima ipotesi si potrebbe verificare l’assurdo di un sindaco che grazie all’elezione nel consiglio provinciale, potrebbe raddoppiare il proprio mandato in Comune senza nemmeno chiedere il permesso ai suoi elettori. Nella seconda ipotesi avverrebbe invece il contrario: sarebbe il governo ad accorciare il mandato popolare di un sindaco per allineare la legislatura comunale con quella della nuova provincia.


Tanto per capire cosa significa, a dicembre proprio il governo Monti aveva ipotizzato di fare troncare la legislatura degli attuali consigli provinciali entro la fine del mese di marzo 2012. Erano insorti subito i diretti interessati, ma anche gli addetti ai lavori, così emerso che la norma aveva evidenti profili di incostituzionalità e piuttosto di affrontare bracci di ferro e continui ricorsi alla Corte Costituzionale, Monti aveva preferito ritirare il testo che aveva approvato in consiglio dei ministri.


Con il decreto salva- Italia già si era abbandonata l’idea di abolire o per lo meno ridurre le province italiane, scegliendo solo di trasformale in enti di secondo livello intermedi fra i comuni e le Regioni (idea che viene confermata dal nuovo disegno di legge) e di ridurne sensibilmente gli apparati, grazie a un robusto taglio di poltrone. La norma entrata in vigore a fine 2011 (perché approvata con il decreto salva-Italia) stabilisce la riduzione dei consigli provinciali a dieci consiglieri più il presidente della provincia.


La ragioneria generale dello Stato aveva ipotizzato nella relazione tecnica un risparmio medio di 65 milioni di euro: i consiglieri provinciali non avrebbero ricevuto indennità, ma il personale che oggi li assiste nelle segreterie e negli organi di direzione della provincia sarebbe stato in prospettiva dimezzato come quelle poltrone. Era il solo taglio ai costi della politica davvero deciso dal governo dei tecnici, dopo tante parole restate senza conseguenza. Monti deve essersene pentito, perché magicamente nel nuovo disegno di legge governativo quei 10 consiglieri diventano 16 per le province con più di 700 mila abitanti (sono 24) e 12 per quelle fra 300 e 700 mila abitanti (sono 51). Restano immutati solo per province più piccole (38).



Questo significa che gli attuali 1.100 consiglieri provinciali stabiliti dal decreto salva-Italia di dicembre diventeranno ora 1.376, con aumento dei costi della politica di circa 16 milioni di euro (facendo gli stessi calcoli della ragioneria generale dello Stato). Il governo tecnico in soli due mesi si è già ammalato di politichite acuta, e diventa sempre più comprensivo con la casta. Non lo ammette chiaro e tondo, lo dice con le stesse parole che avrebbe usato un politico di lungo corso: l’aumento dei consiglieri provinciali è stato pensato “per consentire l’accesso in consiglio di tutto l’arco delle forze politiche, garantendo la rappresentatività di tutte le opinioni e la tutela delle minoranze”. Forse la verità è che Monti sta davvero pensando al suo futuro politico, e per quello ha bisogno dei partiti. Che è tornato ad accarezzare così.


di Fosca Bincher

26/02/2012



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Censimento, rush per la consegna Un italiano su 3 ha scelto Internet

La Stampa

Già arrivati all'Istat 24 milioni e 200mila moduli: mercoledì 29 febbraio scade il termine




Il Censimento è in dirittura di arrivo: mercoledì 29 febbraio si chiude la raccolta dei questionari nei grandi comuni, iniziata quattro mesi fa. Sono oltre 24 milioni 200 mila i moduli restituiti in tutta Italia, su circa 25 milioni distribuiti: i risultati restituiranno la "fotografia" del Paese per quanto riguarda popolazione e abitazioni.

Nonostante la scadenza ravvicinata però, , i rilevatori continueranno a lavorare sul territorio per qualche settimana ancora. In particolare, fino al 10 marzo nei Comuni con popolazione compresa fra i 20 mila e i 150 mila abitanti e fino al 10 aprile quelli di maggiori dimensioni. Tra i grandi centri, qualcuno è ancora indietro: è scattato il "rush finale" a Roma, dove sono stati riconsegnati solo il 75% dei questionari, ma anche a Napoli (81,7%) e Milano (82,1%). Tra i virtuosi guidano la graduatoria Prato (93,8%), Brescia (93%), Venezia (92,8%).

Intanto l'Istat rende noto che dei test già tornati indietro, il 34,5% è stato compilato e restituito via Internet, il 42,8% consegnato ai centri comunali di raccolta e ai rilevatori, il 22,7% agli uffici postali.

La mancata partecipazione al quindicesimo Censimento da parte dei cittadini comporterà la loro cancellazione dalle liste anagrafiche comunali e il pagamento di una sanzione. Quest'ultima sarà applicata a seguito di diffida ad adempiere nei casi in cui sia stata accertata la volontà di non rispondere o di fornire risposte mendaci. I primi dati poi saranno disponibili già ad aprile e a fine anno saranno diffuse le informazioni sulla popolazione per comune, sesso, classi di età, cittadinanza italiana o straniera.

E il 29 febbraio si concludono anche alcune attività e concorsi promossi fra studenti e giovani. Quinte elementari e terze medie gareggiano per la realizzazione della più bella cartolina da inviare all'"Italia che verrà", mentre su YouTube si raccolgono gli spot per promuovere il censimento. "Ciak si conta" è invece il premio (per ragazzi fra 15 e 25 anni) sull'audiovisivo originale con tema il censimento. Infine, "NOI + 10" è il contributo richiesto alle Seconde Generazioni provando a raccontare il Paese com'è adesso e come lo immaginano in futuro.



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Politici “parassiti”: scriverlo senza prove è reato

La Stampa


Attribuire il termine “parassita” a uomini politici potrebbe rientrare anche nel “folclore giornalistico”, ma i giudizi devono comunque essere il corollario di un ragionamento, altrimenti è diffamazione. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 48553/11.


Il Caso


Dopo che la Corte di appello aveva confermato la condanna dell’autore di un articolo di giornale, al risarcimento in favore delle parti civili, perché ritenuto colpevole del delitto di diffamazione a mezzo stampa mediante la pubblicazione di un articolo, con il quale offendeva la reputazione di due parlamentari. Diritto di critica o diffamazione? L’imputato presenta ricorso per cassazione deducendo, oltre all’intervenuta prescrizione del reato, il semplice esercizio del diritto di critica nei confronti degli esponenti politici locali, «ritenuti responsabili del degrado sociale e della mancanza di lavoro nella provincia di Caserta». Secondo il ricorrente, la notizia è di evidente interesse pubblico e «il linguaggio può definirsi continente, attesa la natura iperbolica della espressione “parassiti”, riferita ai due uomini politici, e il diffuso processo di desensibilizzazione delle espressioni “forti” che è in atto nella società moderna».

La Corte di Cassazione precisa che il diritto di critica ha confini più ampi di quello di cronaca e che il requisito della verità «si profila in maniera diversa rispetto a quanto accade nel diritto di cronaca». Ma, pur ammettendo che il politico è più esposto del comune cittadino alle critiche e ai giudizi dell’opinione pubblica, la stessa Corte ricorda che la critica consiste in una valutazione di condotte, espressioni e/o idee. In sostanza – aggiunge il Collegio - «perché vi sia esercizio del diritto di critica è necessario che il giudizio (anche severo, anche irriverente) sia collegato col dato fattuale dal quale il “criticante” prende spunto». L'imputato, dopo aver dato conto del suicidio e del tentativo di suicidio di alcuni giovani disoccupati, parla della situazione di degrado sociale del Meridione d’Italia e indica i due onorevoli come responsabili, definendoli “parassiti”. Queste parole sarebbero rientrate nel diritto di critica se espresse all’interno di un percorso argomentativo e come corollario di un ragionamento, che, viceversa, nel caso in esame, manca del tutto. Dunque, tale censura è ritenuta infondata dai giudici di legittimità, ma la sentenza impugnata viene comunque annullata senza rinvio, pur se solo agli effetti penali, perché il reato è estinto per prescrizione.




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Il grande sconfitto De Pasquale furibondo coi colleghi

di -

Il pm attribuisce ai giudici e alla Procura la responsabilità della "salvezza" dell'imputato eccellente: troppo garantismo

Milano - Il palazzo di giustizia di Milano è un microcosmo dove i segnali e gli umori si possono cogliere senza troppa fatica. E così Fabio De Pasquale da almeno un paio di settimane si era quasi rassegnato.



Il processo Mills, l’inchiesta a carico di Silvio Berlusconi cui ha dedicato dieci anni della sua vita, era destinato a venire inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione. De Pasquale ha dovuto prenderne atto. E ieri mattina si è presentato in aula sorridente e rilassato, come se non si trattasse dell’udienza chiave della sua carriera professionale. Ha ascoltato senza reazioni apparenti la lettura della sentenza. E se n’è andato liquidando i cronisti con un serafico «inutile commentare».

Ma De Pasquale, dietro l’apparente fatalismo, è arrabbiato come un puma. Perché è convinto che il destino del processo Mills fosse tutt’altro che ineluttabile. E in cuor suo ritiene responsabili di questo esito desolante non solo e non tanto l’imputato Silvio Berlusconi, il parlamento delle leggi ad personam, gli avvocati Ghedini e Longo con cui si è accapigliato a ogni pie’ sospinto, e con i quali anche ieri volano scintille. Il problema è che De Pasquale è fermamente e risolutamente convinto che a salvare Berlusconi dalla condanna per corruzione in atti giudiziari abbiano contribuito in modo decisivo anche dei magistrati, altre toghe in servizio a Milano che in un modo o nell’altro hanno aiutato il Cavaliere a sottrarsi al giusto verdetto, non facendo fino in fondo il loro dovere nella battaglia in corso.

Di questa sorta di fellonia davanti al nemico non sono, secondo De Pasquale, esenti nemmeno i suoi colleghi della Procura della Repubblica, che lo hanno lasciato solo, affiancandogli in tutto il processo solo un giovane e volonteroso sostituto di fresca nomina, Sergio Spadaro. Al suo collega storico di inchieste sulla Fininvest, Alfredo Robledo, De Pasquale non ha mai perdonato la dissociazione quando si trattò di iscrivere nel registro degli indagati Marina e Piersilvio Berlusconi (poi, come paventava Robledo, archiviati per manifesta innocenza). E anche dai capi della Procura il baffuto pm messinese si è mai sentito davvero tutelato fino in fondo: né da quello attuale, Edmondo Bruti Liberati, né tantomeno dal suo predecessore Manlio Minale, colpevole di avergli sottratto l’ennesima inchiesta sul Cavaliere con la motivazione che «in questo ufficio non esistono pubblici ministeri ad personam».

Ma, ancor più che ai suoi colleghi della Procura della Repubblica, è ai giudici del tribunale che De Pasquale attribuisce buona parte della mancata vittoria. Prima tra tutte Livia Pomodoro, presidente del tribunale milanese, colpevole agli occhi del pm di essere scesa a patti con gli avvocati dell’allora presidente del Consiglio, concordando con loro - quando il carnet dei processi a carico di Berlusconi aveva iniziato ad essere affollato - un calendario delle udienze che tenesse conto da un lato delle esigenze della giustizia e dall’altro degli impegni istituzionali dell’imputato.

È il famoso «patto del lunedì», che prevedeva la disponibilità del Cavaliere ad essere presente in aula il primo giorno di ogni settimana, o comunque a non impedire che le udienza si tenessero regolarmente: patto in realtà piuttosto effimero, ma cui De Pasquale imputa buona parte dei ritardi che hanno accompagnato il processo Mills verso la prescrizione. E a Livia Pomodoro il pm addebita anche un’altra colpa: avere insistito perché a celebrare il processo Mills, ripartito dopo l’annullamento della legge sugli impedimenti istituzionali, fosse un giudice come Francesca Vitale, nel frattempo già trasferita in corte d’appello, che di celebrare questo processo non aveva alcuna voglia. In mano ad un presidente più volonteroso e più grintoso, secondo De Pasquale, il processo Mills avrebbe potuto viaggiare dritto filato fino alla condanna dell’imputato.

Mentre al giudice Vitale il rappresentante dell’accusa addebita i tempi lunghi con cui, soprattutto nella fase iniziale, ha gestito il calendario delle udienze, salvo accorgersi solo quando era troppo tardi che bisognava accelerare i tempi. Per non parlare di alcune decisioni «garantiste». Insomma, De Pasquale si è sentito lasciato solo a combattere contro un avversario superiore per uomini e mezzi. Incassa il risultato di ieri con disappunto, ma sa di avere ancora l’occasione per rifarsi. Il prossimo 5 marzo riparte il processo a Berlusconi per i diritti tv, e il pm sarà sempre lui. E poi, in fondo, chi può impedire di aprire nuove indagini?



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Scagionato dopo più di quattro secoli il marito di Isabella de' Medici

La Stampa

Un libro svela che la bellissima figlia del granduca Cosimo 1° non fu uccisa da Paolo Orsini in una crisi di gelosia: morì per un morbo alle vie urinarie




Un ritratto di Isabella de' Medici


Isabella dè Medici (1542-1576), la bella figlia del granduca di Toscana Cosimo I e di Eleonora di Toledo, non morì affatto uccisa dal marito, per gelosia, nella villa di Cerreto Guidi (Firenze). Molto più semplicemente cessò di vivere per una malattia delle vie urinarie. A scagionare Paolo Giordano I Orsini, duca di Bracciano, a cui Isabella andò in moglie quando aveva solo sette anni, è una ricerca di Elisabetta Mori, archivista dell’Archivio Storico Capitolino di Roma che da circa 20 anni studia la figura di Isabella dè Medici.

Fino a oggi su di lei si avevano informazioni un po' confuse: soprattutto nell’Ottocento e all’inizio del Novecento anche Isabella era rimasta "vittima" della cosiddetta "leggenda nera" di Casa Medici, secondo cui il 16 luglio 1576 la nobildonna sarebbe stata uccisa dal marito per motivi d’onore, esasperato dai suoi tradimenti. Per ribaltare questa diceria popolare - che vantava anche risvolti diplomatici strumentali - Elisabetta Mori ha appena pubblicato il libro dal titolo «L’onore perduto di Isabella dè Medici» (Garzanti, pagine 432, euro 25).

Una delle tesi proposte dalla studiosa romana, infatti, è che la figlia di Cosimo I e Eleonora di Toledo si spense perchè affetta da «oppilatione», ovvero un "intasameno" delle vie biliari (ma anche urinarie e intestinali) che la portò alla morte. Insomma a soli 34 anni, la sorella di due granduchi (Francesco I e Ferdinando I) scomparve per cause naturali e non per mano del marito che, al contrario, si dimostrò sempre innamoratissimo di lei, come dimostrano i documenti originali rintracciati da Elisabetta Mori, a cominciare dalle lettere d’amore tra i due sposi.

Il libro di Mori risulta molto importante nella sterminata bibliografia medicea, soprattutto per le novità. Per secoli gli storici hanno dipinto Isabella de' Medici come una donna priva di freni morali e dedita a «illecite passioni», giustificate solo dalla scarsa considerazione che il marito Paolo Giordano Orsini avrebbe avuto per lei. Tanto che alla fine lui, dopo essersi macchiato di molti altri delitti, l’avrebbe uccisa.



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Peppino, il mago delle biciclette che aiutava Coppi a «volare»

Corriere della sera

Giuseppe Drali, 82 anni, nella vecchia officina possiede l'archivio segreto delle due ruote da corsa spinte dal Campionissimo. Come un sarto ha preparato telai su misura a tanti corridori



Giuseppe Drali Giuseppe Drali

Sa tutto subito d'antico. Odore di grasso da fabbrica, un amico coi pantaloni di plaid venuto per un cicchetto s'appisola sulla vecchia poltrona in pelle logora, un cliente porta il figlioletto per fargli ammirare il negozio e conoscere il Peppino . Te lo lì, tuta blu da operaio, gambe curve da fantino, un cacciavite in mano e una pinza nel tascone, piccolino, e infine, prima di celebrarlo quale portatore sano e fra i difensori estremi di una lingua in via d'estinzione, il dialetto milanese unica sua lingua («Ué giuvinot!!!»), di Giuseppe Peppino Drali, 82 anni, già meccanico di Fausto Coppi, diremo che è l'ultimo depositario dell'archivio segreto delle biciclette del Campionissimo.
Fausto CoppiFausto Coppi

Figlio d'arte - fu papà Carlo ad aprire l'officina nel '25 -, Drali tiene nascosto un quaderno. Sulle prime pagine, scritte a penna in un frettoloso stampatello ci sono un po' di voci. «Matricola», «nome», «altezza», «tipo». Cioè: il corridore, l'altezza del telaio della sua bici da corsa, e se la bici era impiegata per le competizioni su strada oppure su pista. La prima voce, «matricola», è l'insieme dei numeri e delle lettere vergati su ogni singola bicicletta. Un gruppo di amici ha creato un sito internet (www.lebicideldrali.wordpress.com) che raccoglierà richieste di verifiche girate poi al Peppino . Un censimento. A lui e nessun altro spetterà la sentenza definitiva dopo aver incrociato le matricole. Saranno forse una quarantina sparse in Italia, le bici appartenute al Campionissimo. Molte di più le copie e le persone che ci speculano sopra spacciando i doppioni per costosi originali.

Fra gli amici di Drali ci sono professionisti di vario tipo e titolo. Sono tutti arrivati qui come clienti, nel negozio di via Agilulfo, nel decadente quartiere dello Stadera, e sono rimasti come appassionati. Qualcuno ci fa le scappatelle il sabato e la domenica - Peppino non chiude mai, altrimenti, per sua ammissione, non si stanca e non si gode la cena -, tanto che le mogli han già domandato: «C'hai mica l'amante?». Certo, e pure un'amante vecchiotta fuori moda. La bici da corsa, nella sua fierezza da combattente che resiste, appare a Milano come una pergamena, roba di un'altra epoca, con un passo impossibile da sostenere. Peppino passa le giornate nel laboratorio al piano interrato, una meraviglia di copertoni e arnesi, con un tornio dove modella a mano i telai. «Di telaio Coppi aveva il 61. Alto, a mio parere, nonostante le gambe lunghe: l'abbassammo al 59 e lui per primo fu d'accordo, pedalava più potente».

S'incontravano, alle gare, il corridore e il suo meccanico che costruiva telai per il Campionissimo e l'intera squadra Bianchi. «Timido lui, riservato io. Potevamo stare uno davanti all'altro senza parlare per minuti. Non osavo attaccare bottone, ero un semplice operaio». Drali ha creato telai per Anquetil, Maspes («Caratteraccio forte e uno che dilapidava tutti i soldi, ma straordinario in sella»), per il tedesco Altig. Quale il preferito in assoluto? «Che domanda» dice, e tante grazie, basta camminare nel negozio e osservare i poster. Altari per Fausto Coppi.  Sposatosi con Maria Luisa un lunedì («Lo pretese papà, il lunedì lavorava metà giornata e non ci avrebbe rimesso troppo stipendio»), Peppino andò in viaggio di nozze a Sanremo, e il terzo giorno prese la moglie per tornare indietro. «Coppi e gli altri facevano una fatica dannata, a spostare quelle bici pesanti, su strade ancora non asfaltate, io non potevo starmene su una sdraio a prendere il sole. Mi sentivo in colpa».


Andrea Galli
26 febbraio 2012 | 12:35




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Coi 2 miliardi che arrivano ogni anno Napoli non dovrebbe avere disoccupati»

Corriere del Mezzogiorno

Il procuratore della Corte dei Conti: «Tanti soldi per creare sviluppo. E invece fioccano ancora gli sprechi»



Il nuovo procuratore regionale della Corte dei Conti Tommaso Cottone
Il nuovo procuratore regionale della Corte dei Conti Tommaso Cottone


NAPOLI — Un solo piano, pochi uffici per otto magistrati, stipati in due in una stanza. E carte, faldoni. Solo in quest'anno in via Piedigrotta 64 sono pervenute 9.122 denunce e sono state aperte 5.544 vertenze. La Corte dei conti sta esplodendo, come quasi tutti gli uffici giudiziari. Il nuovo procuratore regionale, Tommaso Cottone, oggi presenzierà alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. «Posso cominciare raccontando una storia? — attacca subito — Quella dell'inchiesta sulla metropolitana di Napoli, la cosiddetta tangentopoli napoletana». Presidente siamo negli anni '90, non proprio attualissima. «Invece lo è. In sede di citazione ci fu eccepito che serviva l'autorizzazione a procedere trattandosi di amministratori anche parlamentari.


La Corte costituzionale ci impose di chiederla. Qualche tempo fa, finalmente, la Camera ci ha risposto dando parere negativo. Sa perché? Perché gli amministratori avrebbero agito in qualità di parlamentari. Non è finita. Abbiamo sollevato un conflitto d'attribuzione. Dall'85 ad oggi ancora non siamo riusciti ad entrare nel merito della vicenda. Ancora dobbiamo stabilire se possiamo occuparcene oppure no. Ridicolo». Cottone la racconta come vicenda paradigmatica del difficile rapporto tra la magistratura contabile e l'amministrazione dello Stato. Di casi così eclatanti non ce ne sono moltissimi, ma nel corso di un lungo colloquio, il procuratore più volte si soffermerà su questo aspetto.

Procuratore, lei è da pochi mesi a Napoli, quali sono le criticità?
«C'è un discorso generale da fare. Ritengo che con i processi si risolve poco. Se non riusciamo ad arrivare a modifiche dei comportamenti non ne usciamo fuori. Comportamenti che vanno sanzionati dall'opinione pubblica. I cittadini si devono indignare e per primi si devono indignare i media. Dobbiamo spostare l'attenzione dal fatto specifico al fenomeno».

E qual è il fenomeno?
«Grazie alla Banca d'Italia siamo riusciti a fare, per la prima volta, una ricognizione di quante risorse pubbliche, tra fondi comunitari, nazionali e ordinari, piovano in Campania».

Di quanti soldi parliamo?
«Di 2 miliardi di euro l'anno che dovrebbero creare sviluppo e occupazione. Con 2 miliardi di euro a Napoli non ci dovrebbero essere disoccupati, ma un grande benessere. Se fossero spesi bene».

Invece?
«Invece in parte vengono utilizzati per cose inutili, in parte sottratti, in parte vengono spesi per opere non concluse. È il caso dell'ospedale del Mare per esempio».

Lei dice bisogna modificare i comportamenti, in che modo?
«Servono risorse e leggi adeguate altrimenti l'azione di controllo rischia di essere inefficace. Ma occorre anche rafforzare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dalla politica, serve una legittimazione adeguata. Il rapporto tra autorità giudiziaria e politica resta conflittuale».

Qual è il bilancio di quest'anno?
«Sono state pronunciate condanne per circa 25 milioni di euro. Ma le somme contestate ammontano a circa 137 milioni».

Ma quanto realmente siete riusciti a recuperare?
«Circa 6 milioni di euro».

Be', pochini.
«Il discorso è complesso. È vero che sono cifre irrisorie rispetto all'aggressione reale del patrimonio pubblico. Il più delle volte accade che ci troviamo dinanzi a soggetti che hanno già speso quelle risorse. Tant'è che abbiamo intensificato i sequestri come nel caso dell'Acms di Caserta, società di trasporto pubblico a cui chiediamo di rispondere per un danno di oltre 12 milioni di euro arrecato alla Provincia di Caserta. Non solo. Abbiamo anche puntato l'attenzione su coloro che devono controllare».

Ma la corruzione, le cattive pratiche, l'inerzia sono aumentate o no?
«Devo essere onesto, questo non lo so dire. Di certo non parlerei di caso Campania o caso Napoli. Diciamo che qui viene amplificata la situazione perché esiste un modo di governare più clientelare che altrove. Ma devo dire, per amore di verità, che c'è collaborazione con gli enti territoriali».

Ci fa qualche esempio «di modo di governare clientelare»?
«A Casal di Principe il clientelismo vuol dire non far pagare le bollette dell'acqua ai cittadini per un danno erariale di 4 milioni di euro».

Ci fa un esempio di cattiva amministrazione?
«La gestione fallimentare del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli attraverso la Romeo: parliamo di un danno di 104 milioni di euro. Oppure l'illecita distribuzione di prebende a pioggia di salario accessorio (riguarda il comune di Sarno, ndr). Abbiamo anche invitato a dedurre una prefettura (quella di Napoli, ndr) per un danno di 2 milioni di euro derivante dal mancato esame di 80 mila ricorsi automobilistici».

Un classico campano: i rifiuti.
«Noi giudici della Corte dei conti siamo come affacciati ad un balcone. Abbiamo un osservatorio privilegiato. Ebbene, diciamo, che gli amministratori, soprattutto quando si tratta di rifiuti, diventano più virtuosi quando interviene la magistratura contabile o ordinaria. Si raddrizzano. Detto questo in oltre sessanta comuni, Napoli compresa, la raccolta differenziata, per esempio, è ferma a percentuali minime».

Qual è un punto debole dei Comuni?
«I segretari comunali. Da quando non dipendono più dal ministero dell'Interno e sono chiamati direttamente dalle amministrazioni, sono diventati ostaggio dei sindaci. Parliamo di funzionari di altissimo livello. Li ho incontrati perché non devono sentirsi soli, per dire loro che la Corte dei conti può essere utilizzata come pretesto per dire no al sindaco».

Dalla Regione passano, invece, la maggior parte dei fondi. La sanità resta una delle criticità?
«Certamente. In quindici anni, per esempio, la Regione non è stata in grado di fare l'accreditamento delle strutture private. E poi c'è una questione aperta: la Soresa. L'inchiesta è ancora in corso, quindi posso dire davvero poco. Ma resta il fatto che una società nata per gestire il debito della sanità, non è in grado a tutt'oggi di definirlo. Non solo. Non sono riusciti a chiudere i contenziosi con i creditori. Con un'aggravante: la Regione non conosce cosa fa la Soresa».

È un problema riscontrabile anche per le altre partecipate?
«Non c'è dubbio che difronte a maggiori controlli, la politica tende a difendersi. E lo fa inventando architetture amministrative, come le partecipate, che sfuggono all'osservazione degli organi di controllo. Creando, il più delle volte, carrozzoni dove assumere e far lievitare gli stipendi dei manager».

Procuratore ci sono casi virtuosi?
«Certo e ne cito due. L'Inps che ha proceduto a controlli a tappeto sulle pensioni di invalidità. E l'Asl di Salerno che davvero ha ridotto il deficit senza compromettere i servizi. Se un colonnello dei carabinieri è riuscito a cambiare realmente le cose, possono farlo anche gli altri».




Simona Brandolini
25 febbraio 2012



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Quei segreti di Calciopoli custoditi dalla Boccassini

di -

C’è un fascicolo sulle dichiarazioni di un arbitro che potrebbe rispondere a tanti perché. Ma nemmeno Borrelli ha voluto leggerlo...


Il faldone avrebbe potuto/dovuto interessare soprattutto Francesco Saverio Borrelli, che però non sentì mai il bisogno di richiederlo alla collega dai capelli rossi durante le sue indagini sugli illeciti sportivi, nonostante la procura da lui un tempo diretta gli avesse trasmesso i verbali dei protagonisti dello scandalo Telecom (il capo security Giuliano Tavaroli, il detective Emanuele Cipriani, il presidente Tronchetti Provera ecc.) dove si faceva espresso riferimento a Nucini, alla Boccassini, alla spy story nerazzurra.


Borrelli e Boccassini
Borrelli e Boccassini

Proprio Tavaroli, nell'interrogatorio del 29 settembre 2006, riferisce che sul finire del 2002 incontrò Massimo Moratti e Giacinto Facchetti, con quest'ultimo che raccontò di essere stato avvicinato da un arbitro di Bergamo «che in più incontri» gli parlò del condizionamento delle partite attraverso un sistema che da Moggi portava all'arbitro De Santis. Tavaroli propose a Facchetti due opzioni: diventare «fonte» di un maggiore dei carabinieri di Milano oppure rivolgersi ai pm con un atto formale: «Mi risulta che la società Fc Inter ha presentato un esposto in procura» chiosò il manager della security Telecom. Marco Tronchetti Provera, preso a verbale il 9 marzo 2010, confermerà: «Moratti aveva chiesto immediatamente un aiuto alla procura perché c'era un arbitro che raccontava di strane storie a Facchetti (…). La prima cosa che fece Massimo Moratti fu di andare dalla dottoressa Boccassini a raccontare questa vicenda. La Boccassini gli suggerì di far venire questo arbitro a denunciare la cosa». Ascoltato dall'Ufficio Indagini della Figc, il 3 ottobre 2006, Moratti aveva dato invece una versione differente: quando Facchetti gli disse che voleva denunciare in procura i fatti raccontati da Nucini «mi opposi per la «genericità» delle accuse» e aggiunse che semmai «doveva essere Nucini a segnalare il fatto» ai magistrati. Due versioni, una è falsa. Quale?


Nel frattempo, proprio per tutelarsi, Facchetti si era registrato di nascosto le confessioni devastanti di Nucini che aveva spedito a infiltrarsi nelle linee nemiche: avvicina l'arbitro De Santis, ficca il naso sul ds del Messina Fabiani (vicino a Moggi), fa da talpa a Coverciano. Quindi aveva girato dei numeri di telefono a Tavaroli, eppoi non s'è ancora capito se fu lui (o Moratti, che nega) a ispirare le indagini invasive sull'arbitro De Santis a un amico detective di Tavaroli, Emanuele Cipriani, che poi fatturerà 50mila euro a Pirelli e non all'Inter «perché Tavaroli - così riferisce a verbale Cipriani - spiegò che era opportuno che l'investigazione non risultasse» all'Inter. Il passaggio successivo vede Nucini fare il suo ingresso in procura. E qui calano le ombre. Non s'è mai capito, infatti, quando quest'incontro s'è verificato; se in procura ce l'ha mandato Facchetti, previo accordo col magistrato; se all'ufficio della Boccassini l'arbitro ha bussato di sua sponte; se l'incontro è stato verbalizzato e registrato; se il pm ha convocato il fischietto di Bergamo essendo venuta a sapere delle sue intenzioni. Nulla si sa. Nulla si deve sapere. Ma perché?


Al processo di Napoli l'arbitro Nucini («inconsistente teste d'accusa» secondo quanto si legge nella sentenza) non è stato capace di ricordare il giorno della sua visita in procura che a fatica colloca «verso la fine del 2003». Sul resto, è a dir poco ondivago, stranamente confuso, quasi reticente. Nell'udienza del 26 maggio 2009 fa presente che «qualcuno vicino alla società (Inter, ndr) ha consigliato che io andassi davanti al pm, la dottoressa Boccassini, a dire quanto avvenuto». Aggiunge che venne contattato telefonicamente dalla segreteria della Boccassini, che l'oggetto dell'incontro pensava fossero alcuni articoli in merito ad ammonizioni pilotate, e che al dunque la pm «mi ha fatto delle domande specifiche... che erano le confidenze che nell'anno e mezzo io e Facchetti siamo venuti a conoscenza...». Nucini confessa che non se l'è sentita di tradire Facchetti. Così alla Boccasini decide di non dire più niente: «Non ce l'ho fatta, ho trovato nella dottoressa Boccassini una delle donne più intelligenti, probabilmente aveva capito tutto. Non ha insistito, sono uscito dalla procura e la cosa è finita lì».


Aveva capito cosa? Non ha insistito? Gli avvocati si scatenano: signor Nucini come ha risposto alle domande della Boccassini? «Io a lei non glielo dico!», sbotta in faccia al difesore di Moggi, Prioreschi. «Abbiamo parlato di calcio, dell'andamento del calcio». Chiacchiere da bar? E con la Boccassini parlavate di tattica? Richiamato a deporre al processo napoletano il 15 marzo 2011 Nucini manda ulteriormente al manicomio gli avvocati con un mantra incessante, con chicche surreali: «Con la dottoressa Boccassini abbiamo parlato di calcio, punto». «Nessuno mi ci ha mandato», «Fu una chiacchierata informale». «Non firmai il verbale». Se questo fascicolo saltasse finalmente fuori si capirebbero tante cose. A cominciare dal famoso cd con la voce di Nucini, registrata di nascosto da Facchetti (circostanza riportata da Repubblica a maggio 2006 e mai smentita dai diretti interessati).  Consentirebbe di dimostrare, o smentire, ciò che le difese degli imputati hanno sostenuto nel processo di Calciopoli, e cioè che qualora l'Inter, con un esposto, avesse allertato direttamente la procura di Milano, avrebbe violato la cosiddetta «clausola compromissoria» che obbliga le società a rivolgersi alla giustizia sportiva e non ad altre autorità.


L'avvocato Paolo Gallinelli, difensore dell'arbitro De Santis, per due volte (nel 2009 e il 3 febbraio 2011) ha sollecitato invano il pm Boccassini e il procuratore Bruti Liberati a fargli prendere visione del fascicolo-Graal. Niente da fare. In dibattimento a Napoli la richiesta è stata fatta in extremis, il pm si è opposto, non se ne è fatto niente neanche qui. Nelle nuove istanze si fa cenno anche all'attività dei pm di Milano che il 19 novembre 2004, con l'indagine avviata a Napoli, chiede a Telecom la verifica su alcuni «file di log» per verificare l'esistenza di determinati contatti telefonici monitorati proprio da Telecom. Utenze fisse e cellulari che potrebbero coincidere con quelle che Nucini spiffera a Facchetti, che a sua volta gira a Tavaroli il quale li passa al fedelissimo Adamo Bove (morto suicida nel luglio 2006) che li farà sviluppare alla segretaria Caterina Plateo. Che a verbale ammetterà come tra i numeri controllati da Tavaroli & co c'erano quelli della Juventus, del guardaline Cenniccola (il telefono era in uso a De Santis) della Gea World, della Figc, di Moggi. All'Inter che spiava i nemici è difficile pensare. Ecco perché occorre rendere pubblico ciò che nessuno vuol vedere pubblicato.


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Basta vivisezione», corsa per salvare le scimmie

Corriere della sera


I 900 animali in arrivo dalla Cina sono destinati a una multinazionale di Monza. Brambilla: denuncia a Procura e Nas



Il blitz davanti alla Harlan di Correzzana in una foto tratta dal sito '100% animalisti'Il blitz davanti alla Harlan di Correzzana in una foto tratta dal sito '100% animalisti'

CORREZZANA (Monza) - Si muove un ex ministro, si muove una parlamentare da sempre in prima linea nelle battaglie animaliste; e presto potrebbe muoversi anche la magistratura: il nuovo fronte della battaglia contro la vivisezione è un capannone senza insegne e senza nemmeno numero civico alla periferia di Correzzana, paese a pochi chilometri da Monza. In quella specie di sede fantasma c'è la Harlan, azienda che si occupa dell'allevamento e della custodia di animali destinati alla sperimentazione scientifica. Secondo le associazioni animaliste qui sono già arrivati dalla Cina 150 scimmie - macachi per la precisione - e altre 750 sono in viaggio, tutte destinate a morte certa in seguito a crudeli pratiche di laboratorio.

Gli attivisti anti vivisezione che per mesi si erano dati appuntamento a Montichiari (Brescia), dove ha sede l'allevamento Green Hill - una «fabbrica» di cavie destinate alla vivisezione - avevano preannunciato che si sarebbero spostati alla Harlan di Correzzana, altra azienda che maneggia animali da laboratorio. Il tam tam dice che qui stanno per arrivare - e il trasporto è già in parte compiuto - 900 primati provenienti dalla Cina e già sbarcati a Fiumicino. La catena anti vivisezionista che già si era dispiegata nel caso della Green Hill si è nuovamente rimessa in moto. Subito dopo la denuncia l'ex ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla ha presentato una denuncia alla Procura di Monza, una ai Nas e un'interrogazione parlamentare. Tre documenti con un comune denominatore: accertare le condizioni di vita degli animali all'interno della Harlan in base alla legge che obbliga gli allevamenti a garantire spazio, luce e condizioni igieniche ottimali per gli animali. «E in quel capannone così piccolo è impossibile che per 900 scimmie siano rispettati i criteri di legge: la magistratura deve intervenire subito e fermare l'attività della Harlan», dice l'ex ministro del turismo, che chiede anche che sia ricostruita l'intera catena di autorizzazioni che ha fatto arrivare gli esemplari in Italia: «Vogliamo sapere chi materialmente ha firmato l'ok all'import di quegli animali, le responsabilità devono emergere con chiarezza».

Tempo poche ore e anche il governo interviene sulla questione con una nota ufficiale del ministro della Salute Renato Balduzzi. Quest'ultimo ha disposto controlli sull'ingresso delle scimmie in Italia e ha aggiunto che terrà monitorata a partire da oggi l'attività dell'azienda brianzola (che ha una sede anche in Friuli). In attesa che le verifiche delle autorità sanitarie arrivino a compimento, chiariscono le loro accuse i rappresentanti di «100% animalisti», la sigla che ha portato in primo piano il caso: «Siamo di fronte a una pratica non solo crudele - sottolinea il portavoce Marco Mocavero - ma anche inutile dal punto di vista scientifico: ci sono precedenti celebri che certificano l'inattendibilità dei test scientifici sugli animali». In serata Michela Vittoria Brambilla ha rimarcato la sua soddisfazione per la mobilitazione attorno al caso Harlan: «Queste lobbies devono sapere che in Italia non potranno più fare i loro interessi: Parlamento e Regione Lombardia stanno per varare leggi che di fatto bloccheranno l'attività di aziende come Green Hill e Harlan. Ma è solo il primo passo: dobbiamo arrivare a una norma che proibisca l'allevamento e la sperimentazione con ogni genere di animale». Nessuna replica per il momento dalla ditta di Correzzana: l'unica persona presente ieri in azienda ha negato persino che quello fosse l'allevamento al centro delle polemiche.


Claudio Del Frate
26 febbraio 2012 | 13:01




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Se la magistratura sembra l'inquisizione

di -

La prescrizione è una condanna per De Pasquale, il pm che per la seconda volta si rifiuta di appli­care la legge e avanza nella sua richiesta di condanna oltre i termini consentiti

Finalmente una sentenza di condanna nel «processo Mills». Il dato è evidente, plastico. So che il solito Travaglio dirà che una prescrizione non è un’assoluzione, e ricorderà che per un’analoga situazione (e anzi,medesimo, benché separato, processo) il Tg1 di Minzolini, quando toccò a Mills, parlò di assoluzione e non di prescrizione.


Gli si può ribattere che le condanne, giuste o sbagliate, sono tali soltanto nella sentenza definitiva della Cassazione, e che riconoscendo la prescrizione, il Tribunale rinuncia a pronunciarsi nel merito. Ma è proprio il pronunciamento della prescrizione che rappresenta una irrevocabile condanna per Fabio De Pasquale, il pm che per la seconda volta si rifiuta, manifestamente, di applicare la legge e avanza nella sua richiesta di condanna, oltre i termini consentiti dalla norma.

La presa d’atto della prescrizione non è una sentenza, ma una determinazione cronologica. E, quando si è fuori tempo massimo, è necessario interrompere le udienze. De Pasquale ha cercato di dilatare a suo piacimento una scadenza che non è opinabile e che non può che essere precisa come le date di nascita e di morte. Ha, sostanzialmente infierito sul cadavere, mostrando un accanimento inaccettabile per un uomo di legge, pubblico ministero o giudice che sia. Con il riconoscimento della prescrizione il Tribunale lo ha sanzionato, ma la condanna morale e spero materiale che gli tocca, viene da lontano, ed è stata pronunciata in modo netto e inequivocabile da un suo illustre collega.

Lo abbiamo visto qualche giorno fa in occasione dell’anniversario di Tangentopoli, celebrato in televisione da Giovanni Minoli. Nella documentazione e nelle dichiarazioni dei protagonisti a un certo punto si sente Di Pietro commentare il suicidio di Cagliari come una sconfitta e una vergogna della magistratura. Si trattava, come molti ricorderanno, di una situazione opposta a quella del «processo Mills», ma il protagonista era sempre De Pasquale.

Nel caso di Berlusconi, pur certo della prescrizione, ha dimostrato una fretta indiavolata; ha addirittura cercato di conteggiare i tempi morti determinati, per l’alta funzione pubblica di Berlusconi, dal «legittimo impedimento», pur sempre riconosciuto dalla Costituzione.

Nel caso di Cagliari nessuna fretta. Indifferente allo stato di prostrazione di un uomo in carcere, De Pasquale, come tutti ricordano, e come denunciò lo stesso Cagliari in una memorabile lettera, non rispettò la promessa di interrogarlo in tempi brevi e anzi andò in ferie per le vacanze estive lasciando l’indagato ad aspettare. In quella circostanza non si preoccupò dei tempi, diversamente percepiti da chi è libero rispetto a chi è agli arresti.

Sentendosi abbandonato, senza alcuna certezza del suo destino e rispetto della sua persona, in balìa delle decisioni e degli umori del pubblico ministero, Cagliari si uccise.

Di Pietro, nella ricostruzione e nella valutazione dell’episodio, fu implacabile, non riconoscendo attenuanti a De Pasquale, il cui comportamento aveva danneggiato, oltre che Cagliari, la magistratura. Con comportamento opposto, De Pasquale, nel «Caso Mills», ha rivelato un volto persecutorio della magistratura. Il Csm, come già fece, lo assolverà. Ma le parole di Di Pietro, giustizialista in servizio permanente effettivo, restano la peggiore condanna.

Le osservazioni precedenti su accanimenti e arbìtri di magistrati, si possono ovviamente estendere al sempre più inquietante caso di Lele Mora, che viene trattenuto in carcere, senza condanna, oltre ogni ragionevole necessità relativa ai rischi, per evitare i quali è stabilita la custodia cautelare. Reiterazione del reato: impossibile. Inquinamento delle prove: impossibile. Pericolo di fuga: monitorabile anche con gli arresti domiciliari.

Perché dunque Mora è in carcere? Può essere considerato pericoloso per la società? È giusto mortificarlo oltre misura? E se dovesse essere assolto? Non sarebbe giunto il momento di limitare la carcerazione preventiva ai casi di pericolosità sociale o ai crimini di sangue o di terrorismo, e limitare ai tempi tecnici (10-15 giorni per le necessarie verifiche contabili) la custodia cautelare per reati diversi, soprattutto amministrativi?

Infine mi chiedo: perché il mondo gay sensibilissimo ai diritti (penso alle battaglie di Paola Concia e Franco Grillini) non si mobilita per la liberazione di un uomo i cui reati sono direttamente connessi alle sue abitudini sessuali e che comportano la disponibilità di molto danaro? Dobbiamo nascondercelo? E il mondo gay deve vergognarsi della verità? Si sono forse vergognati di Pasolini?

Ed allora abbiano il coraggio di difendere Mora e di chiederne la liberazione. I suicidi di Tangentopoli dovrebbero essere sempre un monito. Non è giusto uscire dal carcere con i piedi in avanti.




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La Lega e il cassiere «taroccatore» Dai fondi in Tanzania al falso diploma

Corriere della sera

Lega Belsito, l'ex autista diventato sottosegretario. Nel curriculum anche due lauree annullate



Francesco Belisto, 41 anniFrancesco Belisto, 41 anni

Ma come diavolo li scelgono, i tesorieri dei partiti? Le cose emerse via via intorno al leghista Francesco Belsito, dal diploma taroccato a Napoli alle lauree fantasma, dal giro di assegni «strani» all'investimento in Tanzania, ripropongono dopo lo scandalo del margheritino Luigi Lusi e la rissa sul «patrimonio sparito» di An, una domanda fastidiosa: che fine fanno i rimborsi elettorali?

«Nessuno può permettersi di sindacare dove e come la Lega impiega i suoi soldi», ha detto al Corriere del Veneto il senatore Piergiorgio Stiffoni, che con Roberto Castelli affianca, in seconda fila, Belsito. Una tesi indigesta non solo a tanti leghisti che hanno tempestato di proteste Radio Padania e i siti simpatizzanti ma anche a Roberto Maroni ed esponenti di spicco come Bepi Covre, che sul «Mattino di Padova» ha risposto che no, non sono soldi della Lega, ma dei cittadini italiani. Anche di quelli che leghisti non sono e devono pagare l'obolo dei rimborsi elettorali per una legge che ha aggirato la solenne bocciatura del finanziamento decisa nel referendum. Soldi che dovrebbero essere spesi in modo limpido ma spesso (solo il Pd fa fare una certificazione esterna) non lo sono. Tanto che Bersani e Casini, nel pieno delle polemiche sui soldi «evaporati» della Margherita, si impegnarono a presentare subito una legge per obbligare i partiti a rendere trasparenti bilanci e patrimoni. Di più, basta soldi ai partiti già morti: quelli già destinati devono tornare allo Stato. Cioè ai cittadini. Gli unici «proprietari», appunto, di quei denari.

E lì si torna: come vengono scelti, i tesorieri? Ne abbiamo visti di ogni colore, negli anni. Dai tesorieri «perbene» come Severino Citaristi che finì per la Dc in 74 filoni d'inchiesta senza che alcuno osasse immaginare che si fosse messo in tasca un soldo («Se tornassi indietro, non rifarei nulla di ciò che ho fatto», avrebbe poi confidato a Stefano Lorenzetto) fino appunto a Luigi Lusi, che sui denari della Margherita ha detto: «Mi servivano, li ho presi». Per non dire degli «uomini della cassa», come Alessandro Duce, Romano Baccarini o Nicodemo Oliviero sotto il cui naso sparì l'immenso patrimonio immobiliare democristiano, finito attraverso il faccendiere Angiolino Zandomeneghi a società fantasma con sede in una baracca diroccata della campagna istriana e intestate a un croato che scaricava cassette a Trieste.

La stessa Lega Nord, sulla carta, avrebbe dovuto essere stata ammonita dall'esperienza col precedente tesoriere, Maurizio Balocchi, che oltre a finire in prima pagina per l'incredibile «scambio di coppie» con il collega Edouard Ballaman (ognuno assunse la compagna dell'altro per aggirare i divieti contro il familismo) fu tra i protagonisti dell'«affaire Credieuronord». La «banca della Lega» salvata dalla catastrofe grazie al faccendiere Gianpiero Fiorani dopo avere sperperato il capitale in pochi prestiti «senza preventiva individuazione di fonti e tempi di rimborso» (parole di Bankitalia) come quello alla società (fallita) «Bingo.net» che aveva tra i soci Enrico Cavaliere (già presidente leghista del consiglio del Veneto) e appunto il tesoriere Balocchi, sottosegretario e addirittura membro (da non credersi...) del cda della banca. Bene, pochi anni dopo quel pasticcio, digerito malissimo da tanti leghisti (a partire da quanti avevano messo tutti i loro risparmi nella banca collassata) chi si ritrova il Carroccio come tesoriere? A leggere la micidiale inchiesta in tre puntate di Matteo Indice e Giovanni Mari pubblicata dal Secolo XIX di Genova, città di Belsito, c'è da restare basiti.

Vi si racconta di «assegni spariti o falsificati. Fallimenti a catena e amicizie pericolose. Un «tesoro» ottenuto da un (ex) amico ammanicato alla peggiore Prima Repubblica, che oggi lo accusa di averlo ridotto sul lastrico. E una serie di acrobazie finanziarie sul filo di due inchieste archiviate per un pelo che ne raccontano un passato finora ignoto, in cui parrebbe aver messo da parte non si sa come almeno due miliardi delle vecchie lire».  Una carriera spettacolare e spregiudicata, sbocciata nella promozione ad amministratore dei rimborsi elettorali del Carroccio (oltre 22 milioni di euro nel solo 2010), nella sbalorditiva collocazione nel cda di Fincantieri e nell'ascesa a sottosegretario di Calderoli nell'ultimo governo Berlusconi. Il tutto partendo dal ruolo di autista dell'ex ministro Alfredo Biondi.

Le accuse del quotidiano genovese,
che alle minacce di querela ha risposto dicendo d'avere i documenti e facendo spallucce, sono pesanti. C'è di tutto. Una condanna per guida senza patente. Il coinvolgimento in vecchie inchieste dalle quali uscì peraltro senza danni. Il fallimento «della Cost Service, impresa dall'oscura mission, a sua volta intermediaria di un altro gruppo fallito di cui sempre Belsito faceva parte: la Cost Liguria, specializzata (si fa per dire) in operazioni immobiliari». Per non dire dell'abitudine di parcheggiare la lussuosa Porsche Cayenne nei parcheggi dei poliziotti o del contorno di personaggi dai profili oscuri. Non ci vogliamo neppure entrare. Sui reati, eventuali, deciderà la magistratura. Roberto Calderoli spiega d'avere avuto assicurazione che è tutto a posto anche se «un'operazione come quella in Tanzania era da matti, che non si doveva fare»? Buon per lui. Roberto Maroni, che da tempo si lamenta (giustamente) perché il consiglio federale non approva né il bilancio preventivo né quello consultivo ma delega tutto alla sovranità di Bossi, non è d'accordo. E non fa mistero di considerare la situazione «a dir poco imbarazzante».

Ma certo, nel resto dell'Europa, dove un ministro tedesco si dimette per avere copiato la tesi, la sola storia delle lauree vantate farebbe saltare, al di là dei soldi in Tanzania o a Cipro, qualunque tesoriere che maneggia pubblico denaro. Sostiene dunque Belsito di avere una laurea in Scienze della comunicazione presa a Malta e una (lo scrisse perfino nel sito del governo quando era sottosegretario) in Scienze politiche guadagnata a Londra. L'unica cosa certa, scrive il Secolo XIX , è che l'Università di Genova non solo gli annullò ogni percorso accademico ma, sentendo puzza di bruciato, smistò il diploma alla magistratura. Risultato? Stando al fascicolo, il «titolo» di «perito» preso nel '93 all'Istituto privato napoletano «Pianma Fejevi», a Frattamaggiore, sarebbe taroccato. Rapporto della Finanza: «Il nome di Belsito non risulta nell'elenco esaminandi». Di più: «La firma del preside non corrisponde». E se vogliamo possiamo aggiungere un dettaglio: la scuola non esiste più dopo esser stata travolta da un'inchiesta con 160 imputati su una montagna di diplomi venduti. Lui, il tesoriere, marcato dai cronisti, sbuffò: «Ancora la storia della mia laurea? Ho altro cui pensare, chiedetemi di cose serie». Provi a dare una risposta così in un Paese serio...




26 febbraio 2012 | 8:26



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Neutrini, «processo» a Ereditato Prof e scienziati a confronto

Corriere del Mezzogiorno

Dopo il dietrofront del Cern di Ginevra, della contestata «scoperta» hanno discusso Trombetti, Strolin, Pettorino


NAPOLI — A settembre la notizia dei neutrini più veloci della luce fece rapidamente il giro del mondo. Nei giorni scorsi l'ha rifatto in senso inverso la notizia delle anomalie strumentali — un cavo staccato e un Gps mal funzionante — che potrebbero aver inficiato quel risultato. Tanto l'entusiasmo allora, altrettanta la perplessità ora. Nel mondo scientifico e al di fuori dei suoi confini. Fino a Napoli, dove c'è un gruppo che partecipa al progetto Opera in corso al Cern, e dove è nato e si è formato Antonio Ereditato, lo scienziato che dette l'annuncio. Tra i ricercatori della Federico II coinvolti nel progetto, c'è il fisico Paolo Strolin, che di Ereditato è stato il maestro. Per questo il Corriere del Mezzogiorno lo ha invitato a una tavola rotonda sulla comunicazione dei risultati scientifici, che è il vero oggetto delle polemiche sommerse e aperte, in ambito accademico e al di fuori. Con Strolin hanno partecipato il preside di Scienze Roberto Pettorino, che è anche lui un fisico, ma teorico, e Guido Trombetti, professore di analisi matematica, ex preside ed ex rettore, oggi assessore regionale alla Ricerca.

Professore Strolin, lei non volle firmare l'articolo in cui si diceva che i neutrini sono più veloci della luce: perché?

Strolin: «Con me non lo firmarono altri, tra cui il professore Niwa, anche lui da considerare un padre fondatore di Opera, che non è nato per questo. Il gruppo di Napoli si è sempre dedicato allo scopo principale dell'esperimento, non alla parte che ha suscitato tanto clamore. Anche la nuova generazione, e nel progetto sono coinvolti tanti giovani, è molto cauta. Come me. Al contrario di parte della generazione intermedia. Ecco, forse è una questione generazionale: a me alle elementari hanno insegnato il criterio della prova del 9. Avrei voluto che fosse adottato anche all'interno dell'esperimento. Comunque non vorrei che da questa vicenda esca un'immagine negativa della scienza. Anzi, voglio dare un messaggio positivo: la scienza riprende sempre il suo posto, in ogni caso».


Trombetti: «Intanto aspettiamo che l'esperimento sia rifatto. Continuando nel ragionamento di Strolin, se scarnifichiamo la vicenda dai rimbalzi mediatici, cosa è accaduto? Gli scienziati, avendo fatto un esperimento, hanno trovato un risultato anomalo. E lo hanno raccontato. Lo stesso gruppo ha poi verificato che dal punto di vista tecnologico c'erano imperfezioni. E lo ha detto con molta lealtà. Poiché non possiamo fare finta di stare fuori dalla realtà mediatica, mi domando: a quale punto del processo avrebbero dovuto raccontare cosa accadeva? Certo, occorre prudenza. Ma io penso che vi sia un problema più grande. Il concetto di falsificabilità di Popper è messo in discussione dalla complessità di simili esperimenti. Che significa esperimento riproducibile o ripetibile quando entrano in gioco migliaia di elaboratori, connessioni , cavi, cavetti, persone... Come lo ripeti? Con quali soldi? Mica è la vasca dei pesciolini rossi di Fermi. Insomma c'è da lavorare per i filosofi della scienza».

Pettorino: «Vorrei fare notare che, dopo esperimento di settembre e l'annuncio che è seguito, c'è stata una grande produzione di articoli teorici, impensabile fino ad allora. Intendo dire che si è cominciato a dibattere su una cosa che era stato sempre data per scontata, cioè la velocità della luce, e sono anche emerse considerazioni interessanti. Questo è un risultato positivo».

Però le dichiarazioni di settembre e quelle di pochi giorni fa hanno anche aperto un fronte di dubbio che non giova alla scienza.

Trombetti: «Umanizziamo il caso Ereditato. Che per altro stimo molto. Tre sono gli elementi che spingono uno scienziato a trascorrere la vita in luoghi come i laboratori del Cern o del Gran Sasso: voglia di conoscere, ambizione e vanità. Cioè gli stessi elementi che possono portare a sbagliare nei tempi della comunicazione. Ma non è il dottor Jekyll che diventa mister Hyde. C'è di mezzo anche Balzac, la Comedie humaine. Francamente io non so se mi sarei comportato diversamente da Ereditato».

Strolin: «Antonio è stato mio allievo, ho un rapporto umano con lui perché un allievo è una sorta di figlio scientifico...».

Tutto questo non toglie che ci potrebbero essere conseguenze in termini di credibilità.

Strolin: «Certo, chi sbaglia rischia di pagare. Lo dico con il pianto al cuore».

Pettorino: «Be', la comunità scientifica ha discusso a lungo su una sorta di fusione fredda fatta in casa, per esempio. E anni fa, a Copenhagen, un astrofisico russo parlò della macchina del tempo, che subito divenne oggetto di discussione. Qui però si tratta di un grande esperimento effettuato con tecniche collaudate. Secondo me, per ora dobbiamo solo aspettare le ulteriori verifiche, ricordando che se Ereditato ha ottenuto la direzione di un grande centro di ricerca a Berna è avvenuto attraverso valutazioni internazionali».

Angelo Lomonaco
25 febbraio 2012