sabato 25 febbraio 2012

Non vedo paladini strapparsi le vesti se i querelati siamo noi"

di -

Negli ultimi tempi il Giornale è stato intimidito e messo alla gogna senza che qualcuno muovesse un dito in sua difesa


Caro Enrico Mentana, la tua risposta alla mia lettera, oltre a essermi piaciuta, mi ha commosso. Se, come scrivi, mi hai difeso da chi periodicamente invoca la mia lapidazione o almeno la radiazione dall’Ordine dei giornalisti, te ne sono grato.



Vittorio Feltri
Vittorio Feltri


Ma ti confesso di non essermi mai accorto che le aggressioni subite dal Giornale ti abbiano mobilitato contro gli aggressori. Probabilmente, quei tiggì dal cui pulpito l’hai fatto me li sono persi. Forse ero a casa malato. Ma ne dubito. Perché varie volte siamo stati intimiditi e non ricordo una tua arringa a nostro favore. Segno che sono stato ammalato spesso? Ti giuro che godo di buona salute e che le mie assenze dalla redazione si contano su due o tre dita della stessa mano.


Ripeto. Condivido le tue sagge parole e le sottoscrivo. Credimi, però: la categoria si è sempre dimostrata settaria. Tiene alla libertà di stampa solo in alcuni casi, cioè quando viene minacciata quella di certi giornalisti politicamente connotati come progressisti; di quella degli altri (orrore: stipendiati da Berlusconi) non importa nulla a nessuno. La norma è questa. Cito un episodio, illuminante. Il magistrato antimafia Antonio Ingroia, qualche tempo fa, partecipò a convegni di carattere politico e fece delle affermazioni che suscitarono scalpore e polemiche. Un nostro cronista le commentò, e di lì a poco ci fu notificata una querela. Fin qui, passi. Il problema è che il procuratore non ce l’aveva soltanto con l’autore dell’articolo e col direttore responsabile Alessandro Sallusti, ma anche col vicedirettore Nicola Porro, col caporedattore Riccardo Pelliccetti e col caposervizio Marco Zucchetti?



Che cosa c’entrino con la faccenda quest’ultimi tre, non è dato sapere. Eppure è andata così. L’intero staff redazionale tirato in ballo per un pezzo sgradito al magistrato. Come interpretare simile azione penale, e sottolineo penale? Tentativo di limitare la libertà di stampa? Intimidazione? È talmente stravagante l’azione intrapresa da Ingroia da lasciare allibiti. Nonostante ciò, i cari colleghi dell’informazione non hanno fatto una piega, non hanno fiatato, quasi che una causa simile fosse routine. La Federazione nazionale della stampa non è intervenuta. L’Ordine neppure. Capirai il motivo del mio stupore nel constatare che, viceversa, per Corrado Formigli (condannato con la Rai a versare alla Fiat circa 7 milioni di euro) si è sollevata l’intera corporazione. Giusto indignarsi e preoccuparsi di un fatto del genere ed esprimere solidarietà nei confronti del conduttore televisivo di La7, ma non si capisce perché le legnate inferte a noi non abbiano scandalizzato alcuno (a parte te, stando alla tua lettera).



Già che sono in tema, ti racconto una mia recente disgrazia accolta con indifferenza dalla categoria. Tu sai che, in nome della satira, ne sono state dette di ogni colore a tutti. Mai o raramente qualcuno ha pagato per aver scherzato. Solo io devo pagare. Perché nella mia rubrica, Il bamba della settimana , che va in onda su un’emittente privata, ho sfottuto un parlamentare iscritto all’Arcigay, il quale si era prodotto in Parlamento in un discorso laudatorio sui disertori. Un’orazione dedicata a chi, anziché combattere in battaglia, si volta e scappa. Con tono adeguato alla natura satirica della rubrica, avevo detto: forse all’onorevole garbano i disertori perché quando fuggono mostrano le terga. Ebbene il diritto di satira non mi è stato riconosciuto.



Il tribunale civile mi ha ingiunto di versare all’offeso (offeso di che?) 50mila euro. Non ho ricevuto una sola telefonata di un collega che si dicesse amareggiato. Vabbè. Andiamo avanti. Ieri mattina ho letto, come sempre con gusto, il fondo di Marco Travaglio proprio sulla «querelite acuta» da cui sono affetti i detentori di un qualsiasi potere. Sono d’accordo con lui. Bisognerebbe riformare il sistema che disciplina la diffamazione a mezzo stampa nonché il meccanismo arbitrario dei risarcimenti. Bisognerebbe valorizzare le rettifiche, il diritto di replica e ridimensionare amichevolmente gli indennizzi. Ma il Parlamento se ne frega, perché alla Camera e al Senato è massiccia la presenza di avvocati per i quali le nostre cause sono una manna. Tutto vero. Ma è anche vero che Travaglio, la cui penna ammiro malgrado venga intinta in un inchiostro di colore diverso dal mio, ha sporto un paio di querele contro Il Giornale.



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Guardavano la fiction il "Capo dei capi" Così i baby rapinatori si davano la carica

Corriere del Mezzogiorno

Due arresti e 3 denunce:4 di loro hanno 15 e 16 anni. Incastrati dalle telecamere di una farmacia svaligiata


FOGGIA - Una baby gang di cinque ragazzi, quattro dei quali tra i 15 e 16 anni, amanti dei film come «Il Capo dei Capi», la «Banda della Uno Bianca» e «Vallanzasca» è stata scoperta dai carabinieri di Manfredonia. Due di loro sono stati arrestati (sono stati mandati in una comunità) e gli altri sono stati denunciati. Sono accusati di rapina a mano armata. Secondo la tesi dell’accusa i cinque, il 10 febbraio scorso avrebbero rapinato una farmacia del centro sipontino.


IL COLPO - I ragazzi, di cui uno armato di pistola e uno di un coltello, sono entrati nell’esercizio commerciale e dopo aver minacciato il titolare si sono fatti consegnare quanto contenuto nel registratore di cassa: circa 300 euro. La banda è stata riconosciuta grazie ai filmati del servizio di videosorveglianza della farmacia rapinata. I cinque indagati, provenienti da famiglie senza problemi anche dal punto di vista economico, si incontravano in un box utilizzato come covo per stabilire i ruoli e indossare gli abiti per mettere a segno la rapina. All’interno del box i carabinieri hanno trovato anche un televisore, un videoregistratore e alcune cassette di film preferiti dagli indagati tra cui «Il Capo dei Capi», «La banda della uno bianca» e «Vallanzasca». Gli inquirenti stanno ancora esaminando i filmati per verificare se la baby gang è la stessa che nelle ultime settimane ha messo a segno rapine a farmacie e supermercati con lo stesso modus operandi.


Luca Pernice
25 febbraio 2012

Processo Mills, Silvio Berlusconi prosciolto per prescrizione

Corriere della sera

L'ex premier era imputato di corruzione in atti giudiziari. Il pm aveva chiesto 5 anni. Il Cavaliere: «Processo inventato, sono innocente». La Procura di Milano ricorrerà in appello


MILANO - Dopo 5 anni di dibattimento, Silvio Berlusconi, accusato di corruzione in atti giudiziari, è stato prosciolto dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, confermando le attese della vigilia. Prosciolto per prescrizione dall'accusa di avere corrotto il testimone David Mills. Questo significa che i giudici non hanno ravvisato le condizioni per assolvere l'imputato perché, in quel caso, avrebbero dovuto farlo con la formula più favorevole. Il pubblico ministero aveva chiesto 5 anni di reclusione. «Inutile commentare...», è stata l'unica riposta data ai giornalisti dal pm Fabio De Pasquale dopo la lettura in aula del verdetto.


L'AUSPICIO DELLA DIFESA - Accolta la richiesta degli avvocati, Niccolò Ghedini e Piero Longo, di assolvere l'ex premier «perché il fatto non sussiste». «Non ci sono prove, agite senza timore», hanno affermato rivolgendosi ai giudici (Francesca Vitale, Antonella Lai e Caterina Interlandi) prima di riunirsi in camera di consiglio. «Noi abbiamo l'auspicio di avere una assoluzione piena, perché crediamo che il presidente Berlusconi se la meriti», ha risposto Ghedini ai cronisti che gli chiedevano se ricorreranno contro la sentenza che ha dichiarato la prescrizione. «Impugno tutta la vita una sentenza così», ha detto Longo e ha aggiunto: «Una prescrizione a Milano per il presidente Berlusconi è un successo, perché gli avversari politici diranno che è uno scandalo». «Berlusconi? L'abbiamo informato, lui ha preso atto della sentenza, non ha detto nulla e gli parleremo dopo», ha aggiunto Ghedini.

IN APPELLO - Con ogni probabilità la Procura di Milano ricorrerà in appello contro la sentenza che ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Silvio Berlusconi per il caso Mills. Ma, visti i 90 giorni indicati dai giudici per il deposito della motivazione e la data della prescrizione che, secondo il pm, sarebbe tra il 3 maggio e metà luglio, appare come minimo improbabile che si riesca a celebrare un giudizio di secondo grado.

LA PRESSIONE POLITICA - Sul processo Mills «hanno pesato la pressione politica e quella della stampa». A dirlo sono i legali di Silvio Berlusconi. «È certo che il processo ha sentito la pressione politica - ha commentato Longo - una pressione ribadita anche dal pm con le sue piccole intemperanze di natura processuale». Al legale non sono piaciute «le pseudo argomentazioni utilizzate dal pm nel processo». Ghedini ha spiegato che Berlusconi non è «venuto in aula né a farsi interrogare né a rilasciare dichiarazioni spontanee» perché era inutile la sua presenza davanti al tribunale che ci ha impedito la difesa».

LA MEMORIA DIFENSIVA - «Voglio ricordare che l'attuale capo di imputazione costituisce un radicale e profondo rimaneggiamento costruito ad arte dal pubblico ministero». È quanto scrive l'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nella sua memoria difensiva, pubblicata da Il Giornale, in merito al caso Mills in cui è imputato per corruzione in atti giudiziari. «Se un tribunale non vuole ascoltare i testimoni della difesa e ammette solo quelli dell'accusa, è ovviamente impossibile pervenire a una sentenza giusta», continua. «Ritengo di avere il diritto di aspettarmi da questo Collegio non una sentenza di prescrizione, ma invece una sentenza di piena assoluzione per non avere commesso il fatto», conclude.

L'UDIENZA DEL 15 FEBBRAIO - Secondo la memoria depositata dal pm Fabio De Pasquale, era impossibile sottoporre a indagine l'avvocato inglese David Mills già nel 1995, come sostiene la difesa di Berlusconi, perché solo a distanza di anni si scoprì che il legale inglese creatore del sistema offshore utilizzato dalla Fininvest aveva falsificato documenti a favore del gruppo. La tesi dei legali dell'ex premier è, invece, che se Mills fosse stato indagato nel 1995 e sentito in tale veste, poi non sarebbe stato possibile accusarlo di falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari. Nell'udienza del 15 febbraio scorso il pm ha chiesto una condanna di cinque anni per Berlusconi. Inoltre, la presidenza del Consiglio dei ministri ha chiesto che Berlusconi risarcisca 250mila euro perché il reato di corruzione in atti giudiziari già riconosciuto dalla Cassazione in questa vicenda è lesivo dell'immagine della pubblica amministrazione e della presidenza del consiglio.

IL COMUNICATO DI BERLUSCONI- «Si tratta» ha scritto l'ex capo del governo in un comunicato «di uno dei tanti processi che si sono inventati a mio riguardo. In totale più di cento procedimenti, più di novecento magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 588 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2600 udienze in quattordici anni, più di 400 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti. Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare». Nella nota Berlusconi fornisce la sua versione su una serie di aspetti del processo, a cominciare dalla questione della prescrizione: «Già tre anni fa il processo sarebbe caduto in prescrizione, se nel febbraio 2008 la Procura di Milano non si fosse inventata la stupefacente tesi che il reato di presunta corruzione non si perfeziona nel momento in cui il corrotto riceve i soldi dal corruttore, ma nel momento in cui comincia a spenderli! Cioè due anni dopo, proprio in tempo per far scattare in avanti i termini della prescrizione».



Redazione Milano online
25 febbraio 2012 | 17:27

Namibia: Himba, appello all'Onu contro la costruzione di una diga

Corriere della sera


I capi tribù: «L'area allagata distruggerebbe le tombe dei nostri antenati e i loro spiriti ce la farebbero pagare»




L'area interessata dalla diga Epupa (da Internationalrivers.com)L'area interessata dalla diga Epupa (da Internationalrivers.com)

MILANO - Sono 26 i capi tribù del popolo Himba, un'etnia della Namibia che vive nei territori aridi al confine con l'Angola, che hanno lanciato un appello all'Onu contro la costruzione di una diga sul fiume Cunene, che segna il confine tra i due Paesi. Secondo gli Himba centinaia di tombe tradizionali finirebbero sotto l'acqua del lago che nascerebbe dal progetto idroelettico della capacità di 1.700 gigawatt. I capi tribù hanno affermato che gli spiriti degli antenati entrerebbero in collera «e farebbero fare ai vivi una vita d'inferno». Inoltre affermano di non essere stati consultati: «Perderemmo i nostri cimiteri e i nostri luoghi sacri. Non permetteremo mai che il nostro fiume venga bloccato, distrutto il nostro ambiente e prese le nostre terre», hanno giurato i capi tribali in un testo - scritto a mano a biro rossa su fogli di quaderno - diffuso dall'organizzazione umanitaria NamRights.

HIMBA - Il direttore di NamRights, Phil ya Nangoloh, ha reso noto che il testo è stato presentato al governo della Namibia e alla Commissione africana per i diritti dell'Uomo e dei Popoli. Il capo himba, Hikumine Kapika, ha invitato il rappesentante Onu per i diritti delle popolazioni autoctone, Anaya James, a visitare le comunità che sarebbero interessate dal progetto. Infatti gli Himba affermano che la diga è in violazione dei loro diritti in base alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni autoctone, firmata anche dalla Namibia. Gli Himba sono soltanto 27 mila: 18 mila vivono in Nambia e 9 mila in Angola. Sono originari però dell'Africa centro-orientale: i loro antenati migrarono infatti dalla zona dei Grandi laghi africani circa 200 anni fa.

CUNENE - Il Cunene è uno dei soli cinque fiumi della Nambia con il corso perenne. Il progetto originario della diga Epupa avrebbe formato un lago la cui evaporazione sarebbe stata il doppio di tutta l'acqua consumata in Namibia in un anno. Poi Angola e Namibia si sono messe d'accordo per un'altra diga più a valle (Baynes Dam) che avrebbe inondanto una superficie minore: 57 chilometri quadrati




(fonte: Afp)
25 febbraio 2012
16:03






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Quando Celentano disse no alla laurea Il rifiuto a Foggia: «Meglio ignorante»

Corriere del Mezzogiorno


Proposta «honoris causa» nel 2006 in Lettere e filosofia. «Declino con presuontuoso dispiacere»


FOGGIA — Ha preferito tenersi stretto il titolo di «Re degli Ignoranti» piuttosto che accettare quello di dottore in Lettere e filosofia. E così l’Università degli studi di Foggia ha intascato il «no» del più molleggiato d’Italia al quale aveva proposto nel 2006 la laurea honoris causa. Troppo, per Adriano Celentano, lo showman più in vista in questo freddo febbraio 2012 in attesa del ritorno a Sanremo dal prossimo 14 febbraio per la 62esima edizione del Festival canoro.



Eppure la motivazione della laurea honoris causa era di tutto rispetto, come si evince dalla motivazione: «Per il ruolo di pioniere nella sperimentazione di nuovi linguaggi (…) e un’insuperata capacità nel saper trasmettere emozioni e messaggi destinati a penetrare sia la sfera intima che il vissuto collettivo del suo vasto pubblico (…) questo ha fatto sì che il suo personaggio sia diventato un punto di riferimento per una moderna identità di artista». Neanche il suo legame affettivo con Foggia, città che ha dato i natali ai suoi genitori e in cui ha trascorso parte della sua giovinezza, è riuscito a strappargli il sì.

Ed è così che all’«idea coraggiosa» (così Celentano stesso l’ha definita), dell’allora preside della facoltà di Lettere Franca Pinto Minerva, il cantante di Azzurro rispose con una lettera che in poche righe riassume l’identikit dell’artista italiano più imprevedibile e irriverente di tutti i tempi. «Ringrazio tutti per le motivazioni profonde espresse nei miei confronti nel conferirmi questo importante titolo accademico ma, con un "pizzico" di presuntuoso dispiacere, non posso accoglierlo perché sarei costretto a migliorare e non voglio prendermi troppo sul serio. Sono e resto sempre il Re degli Ignoranti».

A scovare il documento sono stati i redattori del settimanale foggiano Viveur in uscita da stasera su formato cartaceo e on line sul sito. Nella raccomandata, che porta come data l’8 febbaio 2006, Celentano ringrazia anche l’allora sindaco Orazio Ciliberti che nella stessa circostanza avrebbe voluto incoronarlo cittadino onorario. Foggia avrebbe voluto premiare la sua sensibilità artistica e invece dovrà accontentarsi di Che t’aggia dì, la canzone in cui Celentano insegna un pizzico di dialetto all’amica e collega di nome Mina. Insegnare il foggiano sì, a cominciare dal paliatone (sculacciata piuttosto vigorosa) che Adriano promette a Mina. Ma insegnare Lettere proprio no. Neanche ad honorem.


Leggi il fax



Marzia Campagna
09 febbraio 2012
(ultima modifica: 10 febbraio 2012)






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Il diritto di critica e l'elogio di Santoro

Corriere della sera

Le puntualizzazioni del conduttore e il rischio del doppiopesismo



Michele Santoro ha detto una cosa giusta. Non solo l'ha detta, l'ha sottolineata, puntualizzata, ribadita. Ha solennemente proclamato la «necessità della critica». Senza critica non si va avanti, «senza la critica non solo invecchia il paese ma invecchiano le aziende... La Fiat può anche illudersi che la critica non sia necessaria, invece la Rai senza la critica morirebbe subito».


Possiamo timidamente aggiungere che, senza critica, invecchiano anche i programmi e i conduttori? Questo inaspettato elogio della critica, immagino Santoro lo abbia anche spiegato bene (se non in pubblico almeno in privato) alla sua redazione e al suo guru di riferimento, quello che attacca anche i giornalisti di Repubblica .

Purtroppo in giro c'è sempre il rischio del doppiopesismo: io posso criticare ma guai se qualcun altro osa criticare me. Serata interessante quella di «Servizio pubblico» dedicata, guarda caso, proprio al Servizio pubblico, cioè alla Rai. Erano presenti in studio Maurizio Belpietro, Norma Rangeri, Corradino Mineo, Carlo Freccero, Lucia Annunziata, Nino Rizzo Nervo, Antonio Di Pietro e altri (Telelombardia, canale 504 di Sky, mercoledì, ore 21). Si è parlato di «orda di volgarità e decadenza» della Rai, dell'incapacità dei dirigenti a fare il proprio mestiere, di declino di Viale Mazzini, della mancanza di linee editoriali, delle mani dei partiti sulla Rai. Argomenti importanti, per molti versi decisivi.

Due cose non ho capito. Quasi tutti gli ospiti erano dipendenti o collaboratori Rai; non so se sia bene o se sia male, ma in nessun paese al mondo si trovano dipendenti di un'azienda editoriale che vadano a parlare (senza autorizzazione) dei difetti della propria azienda su un altro network. Forse siamo all'avanguardia, forse semplicemente allo sbando. Si è molto stigmatizzato il fenomeno della lottizzazione ma quanti, fra gli ospiti di Santoro, sono entrati in Rai presentando un curriculum o chiamati per chiara fama?



25 febbraio 2012 | 9:21




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Spettacolo di luce sul Duomo per l'inizio della Quaresima. Presentato il progetto

Corriere della sera

Martedì 28 febbraio suoni e proiezioni sulla facciata della cattedrale


MILANO- Martedì 28 febbario, in occasione dell'inizio della Quaresima, la facciata del Duomo si animerà di luci e suoni attraverso un gioco di proiezioni. È il progetto «Ti illuminerà», estremamente innovativo, previsto per l'apertura del cammino quaresimale con l'Arcivescovo della città, il cardinale Angelo Scola. È stato presentato questa mattina, dal Moderatore Curiae, Monsignor Gianni Zappa, dall'Arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini e dall'ad di IGP Decaux Fabrizio du Chene de Vere.


Volutamente non si è mostrato tutto quello che sarà possibile ammirare andando in piazza Duomo martedì sera. Di certo, è statio detto, sarà «uno spettacolo unico, conforme alla natura della Cattedrale, che appartiene a tutti - ha spiegato monsignor Manganini -. Illuminandola, è come dire «questa casa è tua, entraci». Non si tratta infatti, solo di un'opera audio-visiva seppure all'avanguardia, di video-mapping (video installazioni in 3D), ma di un messaggio che risulta chiaro fin dal titolo dell'opera «progetto D'uomo», fatto appunto dall'uomo per l'uomo.Martedì 28 spettacolo di luci sul Duomo

Redazione Milano online
24 febbraio 2012 | 19:12

Anche Cerveteri sogna il principato

Corriere della sera

Dopo il caso di Filettino, la capitale etrusca riporta alla luce una bolla papale


ROMA - Anche in provincia di Roma pobrebbe (ri)sorgere una nuova autonomia locale dopo quella di Filettino nel frusinate. Si tratta di Cerveteri, la capitale etrusca che in virtù di un'antica bolla papale vanterebbe lo status di principato perpetuo. La lettura del documento si terrà sabato alle 18.30, nella Chiesa del 1100 in piazza Santa Maria a Cerveteri, prima della messa vespertina.

PREMIO DEL PAPA - A scovare il documento un cultore di storia locale, Ugo Ricci, che ha riportato alla luce dagli archivi vaticani una bolla del 1709, mai revocata, con cui Clemente XI che elevava a «'principato perpetuo in riconoscimento del valoroso contributo dato dai cittadini in difesa di Santa Romana Chiesa», il marchesato di Cerveteri, allora nelle mani di Francesco Maria Marescotti Ruspoli. Un premio del pontefice proprio per ringraziare il principe di aver creato a proprie spese, nel 1708, un piccole esercito di mille uomini - il reggimento Ruspoli - con il quale nel gennaio 1709 respinse gli austriaci a Ferrara.

IL CASO FILETTINO - Chissà che sul documento non si costruisca, per Cerveteri, una nuova stagione turistica e culturale, se non altro sfruttando l'onda di notorietà gratuita che potrebbe scaturirne. Maestro in tal senso il sindaco di Filettino (Frosinone) Luca Sellari, che cavalcando la ventilata ipotesi della scomparsa dei piccoli comuni, ha avviato la procedura per istituire il principato. Che oggi ha solo il nome, seppur passato al vaglio di una consultazione popolare nel dicembre del 2011 che ha visto on 711 'sì', 3 schede bianche e un solo «no». Il principe reggente, Carlo Taormina, ha richiesti il riconoscimento anche al Vaticano, ma al di là di un certo folklore, la vicenda di Filettino affonda le radici in una ben più seria questione, quella della gestione dell'immenso bacini idrico, uno dei più importanti d'Europa.



Michele Marangon
25 febbraio 2012 | 14:01




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Io sono un numero senza futuro: i cinesi (senza volerlo) mi hanno tolto il lavoro”

Corriere della sera

di Fabio Savelli



Rassegnazione, incredulità, malinconia. “Per carità non è colpa di nessuno – dice subito Angela per placare l’affannosa ricerca di responsabilità – ma la verità è che ho solo 41 anni e anche mio marito è in cassa integrazione a zero ore. Con due figli adolescenti la sensazione è che dobbiamo ripensare tutto il nostro modo di vivere”.



La Natuzzi, cinque stabilimenti in Italia nel distretto del mobile della Murgia, ha ripensato negli anni il modello di business privilegiando gli stabilimenti esteri (di cui uno in Cina con oltre 4mila operai) per un costo del lavoro più basso e una maggiore vicinanza ai mercati di sbocco.

“Qui non c’è neanche la stazione”, dice Angela fornendo subito una (parziale) chiave interpretativa di una vertenza che si protrae da anni con i sindacati alla disperata ricerca di una soluzione politica per disinnescare una bomba sociale. In attesa di un prossimo incontro (previsto per la metà di marzo al ministero dello Sviluppo Economico) e il tentativo di un accordo di programma con il sostegno del governo e delle regioni interessate, la sintesi del tutto può essere affidata ai numeri.

Degli oltre tremila dipendenti italiani, circa 1.800 godono di una forma di ammortizzatore sociale e ulteriori 1.100 hanno deciso di abbandonare negli anni le sorti di un gruppo che – accusano i sindacati – starebbe progressivamente dismettendo la produzione nel nostro Paese.


A Santeramo nel barese (al confine con la Basilicata) – quartier generale della Natuzzi – il 70% delle famiglie ha almeno un parente che ha lavorato qui, legando di fatto i destini della comunità a quelli societari.

“Sono stata assunta a 17 anni nel 1987 – racconta non nascondendo un filo di commozione –. All’inizio c’era un bel clima di collaborazione o forse è quell’età ad evocarmi un ricordo così bello e gratificante. Lavoravo come cucitrice in uno spazio anche non molto accogliente, nulla a che vedere con l’organizzazione del lavoro attuale, ma a me non importava”.

Poco tempo e Angela conosce in fabbrica anche l’amore. Quell’uomo che sposerà poco dopo e diventerà il padre dei suoi figli ora è un cassintegrato come lei senza alcuna prospettiva di ricollocazione in azienda. “Con due stipendi in tasca alla fine del mese vivevamo in maniera più agiata – spiega Angela – e per questo ringraziamo comunque la famiglia Natuzzi”. Ma è a un certo punto che le esigenze della proprietà finiscono per divergere da quelle individuali.

“Ad un tratto mi sono accorta – prosegue Angela – che era diventata una guerra tra poveri. Siamo stati messi l’uno contro l’altro e l’azienda ha fatto le sue scelte decidendo chi tenere e chi lasciare a casa”. Le motivazioni sono essenzialmente due: il lavoro nero e le retribuzioni degli operai cinesi.

“Qui nella Murgia è pieno di piccole e medie imprese dell’arredo che per restare sul mercato hanno puntato sul lavoro in nero. Prima vivevano grazie alle forniture richieste dalla Natuzzi, poi sono scesi sensibilmente i volumi e c’è stata una corsa al ribasso dei diritti sindacali. Il contratto in regola è ormai un’eccezione e non ci sono alternative se vuoi continuare a mangiare”.

Senza contare la competizione degli operai in Cina: “Non è colpa loro – si affretta a dire Angela – ma è ovvio che il problema è culturale, perché ignorano le nostre forme di protezione sociale. Quello che più mi spaventa non è la mia condizione attuale, quanto quella dei miei figli:  non hanno alternative se non quella di andare via da qui”.

twitter@FabioSavelli

Via quel dirigente comunale Era in piazza con la pistola»

Quotidiano.net

Bufera a Palazzo Marino su Azzolini


Milano, partecipò agli scontri in cui fu ucciso l’agente Custra. Oggi è il capo di gabinetto del vicesindaco Maria Grazia Guida.



La foto simbolo
La foto simbolo


Milano, 25 febbraio2012



E' una delle foto-simbolo degli Anni di Piombo. Un giovane di spalle con il passamontagna che impugna una pistola e spara, affiancato da due compagni che corrono nella direzione opposta. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. Quel giorno, durante gli scontri di piazza, morì un vicebrigadiere di polizia, Antonio Custra. A ucciderlo non fu quel giovane immortalato nello scatto con in mano la pistola. Il suo nome è Maurizio Azzolini. All’epoca era studente dell’istituto superiore Cattaneo e militante della sinistra extraparlamentare. Trentacinque anni dopo quei fatti, Azzolini è il capo di gabinetto del vicesindaco di Milano Maria Grazia Guida, indicata in Giunta dal Pd, ma ora vicinissima al sindaco Giuliano Pisapia.

Una notizia, quella dell’incarico ricoperto da Azzolini, che ha scatenato le reazioni dell’opposizione in Comune. Il Popolo della Libertà ieri ha chiesto alla Guida di mandare via Azzolini. Polemica durissima. L’ex vicesindaco Riccardo De Corato, ora consigliere pidiellino, affonda il colpo: «L’ex terrorista Maurizio Azzolini non può rimanere tra i dirigenti di Palazzo Marino. Il vicesindaco rosso-arancione Guida non può tenerlo al suo fianco un minuto di più. Altrimenti i suoi rapporti con l’opposizione rischiano di compromettersi».

Non basta. De Corato aggiunge: «Se Azzolini rimarrà al suo posto, la Guida farà uno sfregio a tutti coloro che subirono tragicamente gli anni del terrorismo». Un altro consigliere pidiellino, Carmine Abagnale, rincara la dose con una lettera aperta al vicesindaco. Per fatto personale. Quel 14 maggio 1977, infatti, Abagnale era in via de Amicis, ma dall’altra parte della barricata, vicebrigadiere di polizia del reparto Celere: «Ero lì a difendere le istituzioni democratiche mentre il suo capo di gabinetto, Maurizio Azzolini, mi sparava addosso. Non ero molto lontano da Custra».

E ancora: «Qualora vedrò aggirarsi per la sala del Consiglio comunale il suo capo di gabinetto non esiterò ad abbandonare l’aula chiedendo a tutti i consiglieri di unirsi al mio gesto in memoria di Custra». La Guida ieri ha preferito non replicare agli attacchi del centrodestra. Nessun commento neanche da parte di Pisapia, che lo scorso ottobre ha posto il veto sul nome di un altro ex terrorista, Sergio D’Elia, indicato dai Radicali per l’Ambrogino d’oro, la massima civica benemerenza cittadina.

Azzolini, intanto, sta curando le ferite riportate l’altro giorno in via dell’Agnello, quando gli è crollato addosso un pesante portone mentre si stava spostando a piedi al fianco della Guida, rimasta illesa. È proprio a causa dell’incidente che il nome di Azzolini è tornato all’onore delle cronache e si è scoperto che l’amministrazione di centrosinistra l’ha promosso a capo di gabinetto. Promosso, sì, perché Azzolini, durante le amministrazioni di centrodestra, era già dipendente comunale nel settore Educazione con gli assessori Bruno Simini e Mariolina Moioli. Ma nessuno aveva mai abbinato il suo nome, e la sua celebre foto, con Palazzo Marino.

di Massimiliano Mingoia




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Super-ricchi, Grillo attaccato sul suo blog: «Parli proprio tu?»

Il Mattino


ROMA - «È immorale che ci siano persone che guadagnano in un anno quanto un operaio non guadagna nel corso di tutta la sua vita lavorativa. È immorale! E non vengano a dirmi che se uno è bravo, è competente, fa bene il suo lavoro, sono soldi meritati. Dovrebbero vergognarsi! È immorale! La ricchezza di una elite richiede la povertà di molti». Queste parole compaiono in un post sul blog di Beppe Grillo, all'indomani della pubblicazione dei redditi dei manager pubblici. L'intervento non è firmato dal comico genovese, ma da una persona che si firma Costantino F. Però provoca subito numerose reazioni negative contro Grillo, che ha scelto di pubblicare la posizione anti-ricchezza sul suo seguitissimo blog. 


Le proteste. «Come immorale? - scrive Ale Appo - Ma lei, signor Grillo, non guadagna (o ha guadagnato) qualche milioncino con i suoi spettacoli? Io di questo non gliene faccio mica una colpa...». Dello stesso tenore il commento di Massimiliano Di Bacco: «Post ridicolo. Che poi compaia nel blog di un personaggio pubblico che giustamente guadagna molto grazie al suo egregio lavoro, è grottesco». E ancora, Pippo63: «Ma questo post luddista e post-comunista lo vieni a scrivere sul blog di un milionario che si è arricchito perché è un bravissimo attore/comico? Attendo con ansia la redistribuzione del reddito di Grillo...». «Quindi un operaio italiano che guadagna 100 volte di più di uno sfruttato cinese o africano è immorale?», domanda Andrea. E Luca Gherardini afferma: «Proclami come questo mi fanno ripensare al populismo e demagogia cui un certo nanetto ci ha ormai assuefatti. Piccoli berluscones crescono...». 


Qualcuno lo difende. Ma c'è anche qualche commento in difesa di Grillo e del suo patrimonio: «Con tutto quello che ha fatto per questo Paese, per i più deboli - scrive Stefania - per tutto l'impegno, il tempo e la fatica che ci ha messo, Grillo si è ampiamente riscattato e la sua ricchezza se la merita».

Venerdì 24 Febbraio 2012
21:20    Ultimo aggiornamento: 21:37




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Alle scimmie manca la parola A noi umani manca il silenzio

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Il nostro cervello custodisce i misteriosi meccanismi della comunicazione Uno scienziato della mente spiega perché l’uomo è l’unico animale che non tace


«Parole, parole, parole» cantava Mina, «soltanto parole tra noi», e però dici niente, perché a Edy, la mia amante pelosa che vado a trovare ogni settimana, manca solo la parola.



Questo perché lei è uno scimpanzé e io un uomo, siamo entrambi primati e entrambi discendiamo dalle scimmie ma cinque milioni di anni fa abbiamo preso strade diverse, e adesso un vetro separa i nostri corpi e ci impedisce il contatto fisico. Tanto neppure la liscia Nicole Minetti, l’altro amore mio, mi risponde mai, né su Facebook né su Twitter, e lì in teoria apparteniamo alla stessa specie, quindi tanto vale restare al Bioparco, almeno Edy, attraverso il vetro, mi regala baci a non finire.

È comunque un pretesto per pensare quanto, negli ultimi decenni, si faccia sempre più interessante lo studio della natura del linguaggio che ci distingue dagli altri animali, soprattutto se analizzato da neurologi cognitivi attraverso seri approcci sperimentali e evoluzionisti. Vilayanur Ramachandran, inserito da Newsweek tra i cento personaggi fondamentali al progresso del XXI secolo, è uno di questi, e il suo ultimo saggio, L’uomo che credeva di essere morto, edito da Mondadori (pagg.372, euro 20) prova a sbrogliare proprio il nodo cruciale dell’evoluzione del linguaggio. A cominciare dalla fondamentale funzione dei neuroni specchio, lo «scimmiottare», di cui proprio le scimmie, paradossalmente, risultano carenti rispetto all’uomo.

È proprio la spiccata capacità di imitazione la facoltà principale che ha permesso ai primi ominidi il passo fondamentale per trasmettere la conoscenza con l’esempio, pur passando per un lungo e complesso meccanismo darwiniano.Certo, tutto passa attraverso la dura lotta delle vita nella materia, non dimentichiamo che basta della ketamina o una lesione alla regione frontoparietale destra per produrre l’illusione di un’esperienza extracorporea, e perfino l’etica e il «libero arbitrio», il bene e il male, senza alcune specifiche strutture dei lobi frontali e del cingolo anteriore andrebbero a farsi friggere. Ciò non toglie che noi umani abbiamo sviluppato una straordinaria forma di coscienza e, caso unico sul pianeta terra, riflettiamo sul nostro essere nell’universo: niente male per essere polvere di stelle, corpi tenuti insieme da atomi vecchi quattordici miliardi di anni. Ma appunto la capacità di pensare, comunicare, scrivere, leggere e esprimersi non è astratta, si può addirittura toccare con mano, basta aprire un cervello. Malato o sano poco importa, anzi meglio malato, perché è proprio studiando le disfunzioni che la scienza riesce a smontare i pezzi della macchina pensante.

Infatti la parte superiore del lobo parietale inferiore (LPI), per esattezza il giro sopramarginale, è appannaggio esclusivo dell’uomo, e basta una lesione in questa zona corticale per perdere la facoltà di parlare. Non solo: le regioni cerebrali dedicate al significato e alla sintassi sono separate. L’area di Wernicke è preposta alla comprensione del linguaggio, ossia alla semantica, mentre l’area di Broca è fondamentale nel linguaggio parlato e la sintassi. Un afasico di Wernicke, con l’area di Broca intatta, produce frasi complesse, ma prive di significato. Se applicassimo la diagnostica neurologica alla politica chissà quante ne verrebbero fuori.

In ogni caso se mi tagliassero le mani non potrei scrivere l’articolo che state leggendo, ma potrei comunque dettarlo, perché come scrive Ramachandran: «il vostro centro della scrittura è nel giro angolare, non nelle mani». Certo, non potrei dettarlo alla mia amata Edy, ma alla fine mi viene anche il dubbio che se fosse andata lei al Festival di Sanremo, o se fosse stata al posto della mia ultima amante umana, ne avrebbe detto di migliori perfino stando zitta. Insomma, stringi stringi anche un umano antiumanista come me ha i suoi romanticismi, e mi piace pensare che magari gli scimpanzé non parlano perché hanno capito che c’è niente da dire, e se mi è difficile immaginare un gorilla che scrive l’Amleto, non ne ho mai visto uno pregare un uomo invisibile guardando il cielo. Magari non è agli scimpanzé che manca la parola, ma a noi che manca il silenzio.




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Peschereccio affondato dalla Jolly Grigio

Il Mattino



NAPOLI - L'audio dei drammatici minuti seguenti lo speronamento del peschereccio "Giovanni Padre" da parte della nave cargo "Jolly Grigio", avvenuto l'8 agosto del 2011, nel Golfo di Napoli, sono stati pubblicati sul sito web del settimanale Panorama.

Il brano - tratto dalle registrazioni della scatola nera del cargo, facente parte della flotta della compagnia di navigazione Linea Messina - propone la concitata conversazione tra la plancia di comando della Jolly Grigio, la capitaneria di porto partenopea e un pescatore, a bordo della sua barca, accortosi di quanto era appena caduto.


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Il dialogo evidenzia in maniera ancora più evidente quanto emerso dalle dichiarazioni dei soggetti coinvolti nella vicenda e dalle indagini, cioè che il cargo non si era minimamente accorto della presenza del peschereccio sulla sua rotta di navigazione. La portacontainer, infatti, prosegue il viaggio ed è uno dei presenti in plancia ad informare il comandante della tragedia appena avvenuta.

Il pescatore - via radio - inveisce e scaglia violenti improperi all'indirizzo del cargo, avendo percepito come un tentativo di mancata assistenza il comportamento della Jolly Grigio dopo la collisione. La capitaneria di porto, rivolgendosi al cargo, chiede ripetutamente di conoscere l'entità del danno tragedia e il numero delle persone coinvolte nella tragedia.

Domande alle quali nessuno, in quel momento, potrà dare risposta. Solo a questo punto, il comandante della portacontainer decide di fare marcia indietro. Del peschereccio però non si avranno più notizie, come per due dei suoi marinai - Vincenzo e Alfonso Guida, padre e figlio di Ercolano (Napoli) - i cui corpi non sono mai stati recuperati.

Il terzo componente l'equipaggio fu invece salvato dalla Guardia Costiera poco dopo la tragedia. Il «Giovanni PadrE» colò a picco a cinque miglia da Punta San Pancrazio (Ischia). Il relitto fu poi individuato il 19 agosto 2011 dalla nave della Marina Militare 'Riminì a oltre 450 metri di profondità.

Per la vicenda il timoniere della «Jolly Grigio» Maurizio Santoro, di 47 anni, di Genova, ed il terzo ufficiale Mirko Serinelli, di 24, brindisino sono stati accusati di omicidio colposo plurimo e naufragio colposo. Entrambi risultarono positivi al narcotest. Ripetute furono gli appelli per il recupero delle salme inoltrati dai familiari dei dispersi e da rappresentanti del mondo politico e istituzionale.


Venerdì 24 Febbraio 2012 - 18:37    Ultimo aggiornamento: 18:48