venerdì 24 febbraio 2012

Dalla pistola di via De Amicis a Palazzo Marino

Corriere della sera


Maurizio Azzolini, fotografato mentre spara il 14 maggio 1977, è oggi capo di gabinetto del vicesindaco



MILANO - Non è diventata l'immagine simbolo degli Anni 70 solo perché, quel pomeriggio, un altro fotografo inquadrò nel suo obiettivo Giuseppe Memeo: gambe divaricate, busto inclinato in avanti, passamontagna in testa, la pistola impugnata a due mani contro la polizia. È quella la foto che da allora rappresenta un'epoca. Del 14 maggio 1977, il giorno in cui in via De Amicis venne ucciso il vicebrigadiere della polizia Antonio Custra, resta però anche un altro scatto, comunque «storico», quello che probabilmente sarebbe entrato nella memoria collettiva con la stessa forza, se non ci fosse stata l'immagine di Memeo.


LO SCATTO - In questa seconda foto si vedono due ragazzi che corrono verso via Olona, col volto rivolto al fotografo, e un terzo giovane di spalle. Anche lui ha un passamontagna come Memeo, anche lui impugna una pistola a mani unite e spara contro lo schieramento della polizia là in fondo, verso via Molino delle armi. Quel giovane, all'epoca studente di scuola superiore all'istituto Cattaneo, si chiama Maurizio Azzolini e oggi è il capo di gabinetto del vicesindaco, Maria Grazia Guida, il funzionario ferito mercoledì dal crollo di un portone in via Agnello.

LA MANIFESTAZIONE - Quel giorno del '77 scesero in strada con le pistole in molti: il collettivo Romana-Vittoria di Marco Barbone, Giuseppe Memeo e Marco Ferrandi (colui che solo molto più tardi sarà individuato come autore materiale dell'omicidio); il collettivo di viale Puglie; il collettivo Barona; infine gli studenti del Cattaneo, tra cui Massimo Sandrini, Valter Grecchi e Maurizio Azzolini (i tre inquadrati nella foto). Azzolini quel giorno sparò, come molti altri, ma non colpì nessuno. Furono proprio i ragazzi del Cattaneo i primi a essere individuati, processati e condannati. In quel momento (le indagini sarebbero state riprese dall'allora giudice istruttore Guido Salvini solo nel 1986 e le nuove condanne sarebbero arrivate nel 1992) pagarono un po' per tutti.

IN COMUNE - Chiuse le vicende giudiziarie, dopo un percorso Azzolini è stato assunto dal Comune ed è diventato un funzionario abbastanza conosciuto. Ha lavorato con le giunte di centrodestra al settore Istruzione, con gli assessori Bruno Simini prima e Mariolina Moioli poi. Per le sue posizioni, spesso contrarie alle scelte politiche del centrodestra, qualcuno l'aveva rinominato «il comunista». Con la nuova giunta è stato promosso a un ruolo di ben più alta responsabilità, capo di gabinetto del vicesindaco.


Gianni Santucci
24 febbraio 2012 | 19:31




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Lavoratori sfruttati e prezzi bassi del succo Accuse alla Coca Cola per le araance calabresi

Corriere della sera

Un'inchiesta sul lavoro nero nella raccolta e sulla fornitura alle multinazionali per 7 centesimi al chilo



MILANO - La rivista ecologista denuncia il coinvolgimento della Coca Cola nello sfruttamento della manodopera africana in Calabria. Che migliaia di extracomunitari, spesso senza permesso di soggiorno, fossero sfruttati nelle campagne meridionali, gli italiani l'avevano scoperto almeno due anni fa, quando centinaia di lavoratori di colore scesero nelle strade di Rosarno e organizzarono una vera e propria rivolta per denunciare le vessazioni razziali subite e le condizioni squallide in cui erano costretti a vivere e a lavorare. In questi giorni un'inchiesta condotta dalla rivista ambientalista britannica The Ecologist e ripresa dall’Independent di Londra torna sul tema e punta il dito contro la multinazionale americana che acquisterebbe a bassissimo prezzo dalle aziende calabresi succo d’arancia concentrato, prodotto dagli agrumi raccolti dagli immigrati, causando indirettamente lo sfruttamento della manodopera africana.


INDAGINE - L'inchiesta racconta come proprio in questi giorni circa duemila africani, molti dei quali sono arrivati in Italia affrontando un viaggio a dir poco insidioso, siano impiegati nelle campagne calabresi. Per un'intera giornata di lavoro ottengono al massimo 25 euro. Sono concentrati per lo più intorno alla città di Rosarno e raccolgono gran parte delle 870.000 tonnellate d'arance che ogni anno sono colte in Calabria. La maggior parte di questi lavoratori vive in baraccopoli in condizioni pessime ed è alla mercé delle organizzazioni criminali. Ai caporali infatti i migranti pagano "una tassa" per poter lavorare negli agrumeti calabresi. Le arance raccolte sono usate per produrre succo concentrato che è poi venduto a diverse multinazionali, tra le quali c'è la Coca Cola.

Quest'ultima sarebbe una delle principali acquirenti di succo d'arancia concentrato che utilizza per la produzione della Fanta. Secondo gli attivisti, il vero scandalo sarebbero i 7 centesimi pagati dalle multinazionali per ogni chilo di succo d'arancia: il prezzo sarebbe troppo basso e lo dimostra il fatto che tanti agricoltori locali preferiscono lasciare marcire sugli alberi gli agrumi piuttosto che raccoglierli. Da qui segue che le aziende che danno lavoro agli extracomunitari sono costrette a sottopagarli e a sfruttarli perché questo è l'unico modo per ottenere un profitto dalla vendita del succo d'arancia alle multinazionali.

DIFESA E REPLICA - Pietro Molinaro, presidente della Coldiretti Calabria, ha raccontato alla rivista ecologista di aver presentato il problema alla Coca Cola, che solo nel 2010 ha fatturato 11,8 miliardi di dollari, ma di non aver ricevuto risposta: «Il prezzo che pagano le multinazionali non è giusto - confessa Molinaro - Così costringono le piccole aziende dell'area a sottopagare gli operai». Secondo Molinaro basterebbe arrivare al "giusto prezzo" di 15 centesimi e la situazione degli agricoltori e dei loro dipendenti cambierebbe radicalmente. La Coca Cola, in un comunicato diffuso dal suo ufficio stampa, respinge le accuse: «I nostri principi guida prevedono il rispetto di tutte le leggi locali sul lavoro - si legge nella nota - comprese quelle dei salari. Controlliamo anche che i nostri fornitori diretti garantiscano tali impegni.

Dopo aver esaminato i nostri dati, abbiamo scoperto che il controllo più recente del nostro fornitore a Reggio Calabria risale a maggio 2011. Possiamo confermare che nessuna delle preoccupazioni sollevate è stata riscontrata durante verifiche portate a termine da organi indipendenti. Anche se non possiamo controllare ogni consorzio e ogni contadino, il nostro fornitore di succo ha presentato le dichiarazioni di un ampio numero di consorzi con cui lavora che confermano di rispettare le leggi italiane in materia di lavoro».



Francesco Tortora
24 febbraio 2012 | 20:11




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Il capo può spiare la tua email Sentenza della Cassazione

Libero


Datore lavoro può controllare messaggi di posta elettronica nei casi in cui ci sia in gioco l'immagine dell'impresa




Il datore di lavoro potrà spiare la posta elettronica dei suoi dipendenti per accertare comportamenti scorretti (un esempio: l'insider trading) che poco o nulla hanno a che fare con il contratto che lega un dipendente all'azienda. Il datore di lavoro potrà controllare la posta elettronica nei casi in cui ci sia in gioco l'immagine dell'impresa e del patrimonio aziendale. Lo ha spiegato la corte di Cassazione in una sentenza di giovedì 23 febbraio con cui è stato confermato il licenziamento di un alto dirigente di istituto di credito che speculava grazie al possesso di informazioni finanziarie riservate (insider trading, appunto).

Le motivazioni - La sentenza 2722 della sezione lavoro respinge così il ricorso dell'ex dirigente di Bipop Carire contro il licenziamento che risale all'aprile del 2004 "per aver divulgato a mezzi di messaggi di posta elettronica, diretti a estranei, notizie riservate concernenti un cliente dell'Istituto e di aver posto in essere, grazie alle notizie in questione, operazioni finanziarie da cui aveva tratto vantaggio personale". Il licenziamento è stato confermato sia in primo grado sia in appello, ritenendo non contrastante con l'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori "il  controllo della posta elettronica del dipendente, in quanto diretta ad accertare ex post una condotta attuata in violazione degli obblighi fondamentali di fedeltà e riservatezza e postasi in contrasto con l'interesse del datore".

"Controlli illeciti" - Secondo la corte d'Appello di Brescia la condotta del manager era stata di "indubbia gravità e particolarmente lesivo dell'elemento fiduciario, in quanto il suo comportamento nasceva da un abuso della sua elevata posizione professionale". Alfredo B., la persona colpita del licenziamento, senza successo ha contestato la legittimità del licenziamento sostenendo che fossero illeciti i controlli effettuati sulle sue e-mail. La Cassazione ha risposto sottolineando che un caso del genere non rientra nella tutela dell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vieta i controlli datoriali troppo invasivi. "Il datore di lavoro - ha spiegato la Suprema Corte - ha posto in essere un'attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali che prescindeva dalla pura  e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed era, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati) dagli stessi posti in essere".

24/02/201



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Fiat: restano a casa i 3 operai reintegrati

Corriere della sera


Dopo la sentenza che obbligava al ritorno, l'azienda manda tre telegrammi: Non è necessaria la vostra prestazione


MILANO- State a casa. La Fiat in un telegramma comunica di «non ritenere necessario, allo stato attuale, di avvalersi della prestazione lavorativa». I destinatari sono i tre operai dello stabilimento di Melfi, reintegrati dalla Corte d'Appello di Potenza, dopo che erano stati licenziati dall'azienda perchè ritenuti responsabili di aver bloccato un carrello durante una manifestazione.

IL PRECEDENTE- Dunque Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli non torneranno a lavorare. La casa a utomobilistica corrisponderà gli stipendi ai dipendenti, ma non permetterà loro di tornare sulle linee. Una decisione analoga a quella di agosto 2010, quando dopo l'accoglimento del ricorso per condotta antisindacale, ai tre lavoratori fu concessa solo la permanenza nella sala delle Rsu. I tre si opposero alla decisione dell'azienda e uscirono dallo stabilimento lucano: quindi dal luglio del 2010, quando furono licenziati, i tre non sono mai più andati a lavorare sulle linee di produzione.



Redazione Online
24 febbraio 2012 | 18:12




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Pene degli italiani? Più corto Le braccia però si allungano

Libero


L'allarme è dell'Università di Padova: da uno studio emerge che le dimensioni sono ridotte di un cm rispetto al secolo scorso



A lanciare l'allarme è l'Università di Padova: secondo il Servizio per la Patologia della Riproduzione umana dell'Azienda ospedaliera universitaria di Padova, diretto dal professor Carlo Foresta, i giovani del terzo millennio hanno il pene più piccolo di quasi un centimetro rispetto ai coetanei della metà del secolo scorso. Lo studio ha analizzato le misure di poco più di duemila giovani,  sui diciotto anni: hanno confrontato  i loro numeri con quelli delle passate generazioni. Lungo in media 9,7 cm nel 1948, nel 2001 è diventato di 9 cm, nel 2012 si ferma a 8,9 cm". A incidere in maniera determinante, spiega il professor Carlo Foresta, gioca anche il grado di obesità: nella casistica analizzata il 18% dei giovani era soprappeso o obeso, ed il grado di obesità è correlato con le variazioni delle strutture scheletriche. “L’obesità infatti – conclude Foresta – influenza negativamente la produzione di ormoni durante l’età dello sviluppo. Per questo la lunghezza del pene è inversamente proporzionata all’obesità”.
24/02/2012






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Annunziata: Celentano? «Lo avrei difeso anche se avesse detto di sterminare i gay»

Corriere della sera

Le proteste delle associazioni omosessuali dopo le dichiarazioni dell'ex presidente della Rai nella trasmissione di Santoro


MILANO - «Lo avrei difeso anche se avesse detto che i gay vanno mandati nei campi di sterminio». Così ieri Lucia Annunziata nel corso del programma «Servizio Pubblico», in cui l'ex presidente della Rai ha detto la sua sul caso Celentano: «Non sono d'accordo con tutto quello che ha detto Celentano, anche perchè Famiglia cristiana e Avvenire mi piacciono. Ma lui ha il diritto di dire quello che vuole e lo avrei difeso - ha aggiunto la Annunziata, sottolineando la voluta estremizzazione - anche se avesse detto che i gay devono andare al campo di sterminio».

LE POLEMICHE Subito è arrivata la replica della comunità omosessuale, a partire dal Circolo Mario Mieli: «Parole inqualificabili e non degne di una professionista della comunicazione dell'esperienza di Lucia Annunziata - la nota dell'associazione -. Dobbiamo informare la giornalista che gli omosessuali, come gli ebrei, i Rom e Sinti, le persone diversamente abili, i testimoni di Geova, nei campi di sterminio ci sono stati mandati davvero dai nazisti». Dello stesso tenore il comunicato dell'Arcigay: «Le parole di Lucia Annunziata finiscono per essere un corner alle parole di Ciarrapico che ha dichiarato che due gay che si baciano gli fanno schifo, aggiungendo che il fascismo li mandava a Carbonia, scavavano e stavano benissimo. L’Italia è un Paese incredibile: nei 150 anni dell’Unità d’Italia andiamo a scoprire che ciò che unisce personaggi di estrazione politica, culturale praticamente agli antipodi è la più assoluta mancanza di sensibilità ed un cinismo capace di utilizzare i più estremi riferimenti per tradursi in omofobia».

OMOFOBIA Dopo le polemiche la Annunziata è intervenuta con una nota ufficiale: « La frase che ho pronunciato ieri sera da Santoro sugli omosessuali era a mio parere chiaramente paradossale. Veniva infatti alla fine di un discorso in cui ho preso nettamente le distanze sui contenuti degli attacchi fatti da Celentano all'intera stampa italiana - ha spiegato -. Ho difeso la libertà di espressione dell'artista, ma ho usato l'esempio, di proposito estremo, della ferocia antigay per rendere più chiara l'esistenza anche di una contraddizione fra questo diritto e il merito delle opinioni che si esprimono. La reazione che ne è seguita mi ha però convinta che il tema dell'odio antigay va affrontato meglio. Vi dedicherò, dunque, la puntata del 4 marzo di In Mezz'ora. Le persone e le organizzazioni contattate hanno accettato l'invito».



L'Aquila, 471 bare per le 308 vittime del terremoto

Quotidiano.net


Nella lista dei feretri delle tre principali ditte intervenute, appaiono ripetuti i nominativi delle stesse vittime. L'intervento di queste tre aziende si sovrappone in maniera formalmente legittima ma, ugualmente, inspiegabile



L'Aquila, 24 febbraio 2012 – Non tornano i conti sui funerali per le vittime del terremoto de L'Aquila. Furono 205 le esequie solenni celebrate il 10 aprile 2009 all'interno della caserma della Guardia di Finanza di Coppito e 103 le commemorazioni svolte in forma privata. Dovrebbero essere stati, dunque, 308 i feretri e non 471 come invece risultano essere stati rendicontati: 212 dal centro operatori funebri EuroCof, 148 dall'organizzazione funebre internazionale Taffo, 50 dall'agenzia Pacini e 61 da altre imprese incaricate dalle famiglie delle vittime. Dunque, 163 feretri in più. Numeri rimasti celati tra la burocrazia delle carte, fin quando alcuni parenti delle vittime, che avevano incaricato aziende funebri di loro fiducia per le esequie dei loro cari, avendo saputo che gli stessi funerali sarebbero stati pagati dalla Protezione civile, hanno inviato la fattura del servizio funebre per il dovuto rimborso scoprendo che lo stesso era stato già rimborsato ad un'altra azienda, una delle suddette agenzie funebri.


Nella lista dei feretri delle tre principali ditte intervenute, appaiono ripetuti i nominativi delle stesse vittime. L'intervento di queste tre aziende si sovrappone in maniera formalmente legittima ma, ugualmente, inspiegabile: la Taffo ha avuto l'incarico dall'allora Prefetto Gabrielli, attuale capo della Protezione Civile, il 9 aprile 2009; la Eurocof ha ricevuto l'incarico, attraverso l'Ama Roma Spa, in seguito alla richiesta della Protezione civile, ufficio amministrazione e bilancio, secondo l'Opcm 3753 del 6 aprile 2009, di mettere a disposizione nell'immediato post terremoto 300 bare, con la clausola della restituzione delle eventuali eccedenze; l'agenzia Pacini è stata incaricata direttamente dalle famiglie delle 50 vittime di provvedere alle esequie dei loro cari. La procedura del recupero e del riconoscimento delle vittime è stata molto rigida e perciò non si capisce come sia stato possibile incorrere in una sovrapposizione di interventi.

Le vittime del terremoto del 6 aprile, infatti, sono state recuperate dal luogo della tragedia con un cofano, trasportate nell'hangar della Scuola della Guardia di Finanza, identificate con un numero progressivo, riconosciute dai familiari con il supporto della Polizia scientifica e sigillate immediatamente dopo con lo stagno. Tale procedura di identificazione è stata poi ufficializzata in un 'Elenco vittime del sisma del 6 aprile 2009' redatto dalla Questura di L'Aquila, Squadra mobile, sezione criminalità organizzata, in cui erano riportati con puntuale precisione i numeri identificativi al fianco dei nomi delle vittime, il luogo del decesso e la modalità del riconoscimento, eccezion fatta per 19 persone delle quali 17 decedute in strutture sanitarie.


L'incongruità che risulta nel confronto tra il dettaglio dell'utilizzo dei cofani della Eurocof, redatto il 20 settembre 2009, oltre 5 mesi dopo il terremoto, e l'elenco ufficiale delle vittime del sisma è lampante. Il rendiconto dell'utilizzo dei cofani "romani" per le relative vittime del sisma riporta per 171 vittime il dettaglio del nome, cognome, anno di nascita ed età, per le restanti 41 la sola dicitura "non identificata". Ma, come se tutto questo non bastasse, alcuni nomi riportati nell'elenco dell'Eurocof sono rendicontati anche dalle altre due aziende funebri aquilane. Secondo il sito della Protezione civile, l'importo saldato per la fornitura effettiva delle 212 bare utilizzate da EuroCof ammonta a 110 mila euro iva inclusa, poco meno di 519 euro a bara. Tre sono le fatture presentate dalla Eurocof per una stessa vittima, mentre oltre 60 quelle saldate 2 volte tra un'azienda e l'altra. Con il terzo anniversario del terremoto alle porte, il solenne saluto alle vittime del 6 aprile viene così avvolto da una coltre di dubbi ed interrogativi, gli ennesimi.

Roberta Galeotti
ilcapoluogo.it





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I sindacati truffano l'Inps Usati pure i morti

Libero

Bechis su Libero: i Caf, attraverso dichiarazioni dei redditi false, avrebbero sottratto 2 mln all'ente utilizzando anche 21mila defunti




Una maxi-truffa. Protagonisti i sindacati che, grazie a false dichiarazioni dei redditi, avrebbero sottratto almeno due milioni di euro all'Inps. Funziona così: i Caf (centri di assistenza fiscale che fanno capo alle diverse sigle sindacali) truccano le carte quando presentano le domande per ottenere gli sgravi.  Gli ispettori dell'Inps si sono rivolti alla Procura della Repubblica di Roma che ha confermato i sospetti dell'Istituto di previdenza rilevando numerose irregolarità soprattutto in Campania, Clalabria e Sicilia. Tra le sorprendenti scoperte ci sono le dichiarazioni dei redditi a nome di 21mila defunti.

Ecco una parte dell'articolo firmato da Franco Bechis sul nostro quotidiano: "Ci sono 20.992 fantasmi che fra il 2008 e il 2010 hanno inviat all’Inps - debitamente firmato - il riassunto della propria condizione reddituale e patrimoniale. Sono 20.922 fantasmi perché tutti erano deceduti da tempo. Eppure dalle pratiche arrivate all’Inps sono risultati tutti improvvisamente risuscitati, hanno fatto due conti in casa e si sono recati al proprio Caf del sindacato di fiducia per firmare le dichiarazioni Ise e Isee. Per ognuno di quei moduli falsi il Caaf del sindacato di turno ha ricevuto un rimborso statale che oscillava fra 10 e 16,50 euro".


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Assunte con dimissioni già firmate aggirato l'articolo 18, record a Napoli

Maxi-rivoluzione all'anagrafe Sì al doppio cognome

Libero


Si potrà chiedere di unire il cognome della madre a quello del padre: può fare istanza anche chi è diventato cittadino italiano


Dal Governo arriva una rivoluzione che prevede e semplifica la possibilità di avere un doppio cognome. Una rivoluzione, a dire la verità, doppia: per la platea cui si rivolge e perchè semplifica la procedura demandando direttamente ai prefetti la decisione.   Si potrà così chiedere di unire al cognome del padre quello della madre, ma si potrà anche chiedere di aggiungere il cognome del marito ai propri figli da parte della donna che, rimasta vedova o divorziata, si è risposata.

Ed altra novità, potrà fare istanza anche chi è divenuto cittadino italiano e vuole però che venga mantenuto il nome con cui è conosciuto al di fuori.   Il testo che dovrebbe essere illustrato dal ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi - che in questi mesi ha lavorato a diversi provvedimenti di semplificazione che incidono sulla farraginosità della burocrazia nella P.A. - interviene sul regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 dicembre del 2000 e ne modifica sostanzialmente il titolo decimo.

Si cambia intanto l’articolo 89. Rispetto al testo precedente, si legge: "salvo quanto disposto per le rettificazioni, chiunque vuole cambiare il nome o aggiungere al proprio un altro nome ovvero vuole cambiare il cognome, anche perchè ridicolo o vergognoso o perchè rivela l'origine naturale o (è questa la parte nuova ndr) aggiungere al proprio un altro cognome, deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione è situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce.


Nella domanda l’istante deve esporre le ragioni a fondamento della richiesta."   Sparisce la previsione che vietava l’attribuzione di cognomi di importanza storica o tali da indurre in errore circa l'appartenenza a famiglie illustri o particolarmente note nel luogo di nascita o di residenza.   Spariscono gli articoli 84, 85, 86 e 87 del vecchio testo che imponevano di far richiesta di cambiamento o aggiunta di cognome al Ministero dell’interno e al prefetto della provincia in cui il richiedente ha la sua residenza. Cambia la norma sulle affissioni e sulle opposizioni. Per queste ultime si prevede che chiunque abbia interesse può farlo entro trenta giorni dalla data dell’ultima affissione ovvero dalla data dell’ultima notificazione alle persone interessate



24/02/2012



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Durante il matrimonio ha condotto una vita spericolata: assegno divorzile ridotto

La Stampa


Il giudice, per quantificare l’assegno divorzile, può legittimamente riferirsi al contributo personale dato dal richiedente alla vita familiare, valutando il comportamento di quest’ultimo nel corso del matrimonio. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 28892/11.



Il Caso


Un uomo e una donna si sposano e hanno due figli. Purtroppo però, il matrimonio non è dei più felici. Fin dai primi anni della convivenza e con i figli ancora piccoli, la donna è solita frequentare locali notturni dove abusa di alcool e psicofarmaci. Il marito è spesso costretto ad intervenire, anche con l’ausilio delle forze dell’ordine, per cercare di recuperare la moglie in difficoltà a causa dell’assunzione di quelle sostanze. 

Dopo nove anni i due si separano. Qualche tempo dopo, il marito deposita il ricorso con il quale chiede al Tribunale la pronuncia di scioglimento del matrimonio e l’affidamento dei figli. La moglie si costituisce chiedendo l’affidamento condiviso con collocazione presso il padre e un assegno divorzile mensile di 2.000 euro. Il giudice, per quel che riguarda i figli, accoglie la richiesta della madre stabilendo l’onere del mantenimento a carico esclusivo del padre; rigetta però la domanda di assegno divorzile. La donna ricorre in appello dove si vede riconoscere il diritto a 200 euro mensili. Si arriva dunque in Cassazione.

Le ragioni della moglie. La donna lamenta il fatto che la Corte d’appello ha liquidato l’assegno in soli 200 euro in ragione del suo comportamento e della sua condotta di vita le cui circostanze però non erano emerse in sede di separazione personale. Inoltre, a suo dire, i giudici hanno fornito una motivazione contraddittoria quando hanno dapprima riconosciuto un divario tra i redditi dei coniugi maggiore di quello calcolato dal tribunale considerando degli immobili di proprietà del marito a lui pervenuti per successione, stabilendo poi che di essi non si deve tenere conto. Infine, la Corte territoriale, sempre secondo la donna, non ha debitamente considerato l’apporto dato dalla stessa alla conduzione familiare avendo tenuto presso di se i figli sino all’età di dieci e dodici anni.

Le ragioni del marito. L’uomo sostiene che l’assegno non può essere attribuito all’ex coniuge poiché ella non ha dimostrato il peggioramento del suo tenore di vita rispetto a quello goduto durante il matrimonio. Inoltre, la decisione della Corte d’appello è censurabile poiché da un lato afferma che ai fini della determinazione dell’assegno non rilevano i beni pervenuti dopo la separazione, dall’altro ne tiene conto nel momento in cui esamina i redditi. Infine, il comportamento della moglie avrebbe dovuto in ogni caso escludere il diritto all’assegno.

La Suprema Corte, prima di tutto, riconosce come corretto l’operato dei giudici di secondo grado che hanno tratto «implicita prova del raffronto fra la situazione economica complessiva delle parti negli anni anteriori alla pronuncia di divorzio – in relazione alla quale ne andava ragguagliato il tenore di vita e i redditi della ex moglie – espungendovi a tal fine i beni immobili pervenuti all’ex marito per successione ereditaria dopo la cessazione della convivenza in quanto non costituenti lo sviluppo naturale dell’attività svolta durante la convivenza».

La Cassazione precisa poi che « in tema di scioglimento del matrimonio, una volta stabilita la spettanza in astratto dell’assegno divorzile, per non essere il coniuge richiedente in grado, per ragioni oggettive, di mantenere il tenore di vita matrimoniale, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nell’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 88, che quindi agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerabile in astratto». La Corte d’appello ha preso in considerazione da un lato la durata del matrimonio e dall’altro lo scarso contributo dato dalla moglie alla gestione complessiva della vita familiare. 

Quest’ultimo riferimento operato dai giudici è dunque legittimo in forza di quanto disposto dalla legge sul divorzio. La Corte, nel rigettare i ricorsi, ricorda poi come sia un principio ormai consolidato quello secondo il quale «il giudice, nella quantificazione dell’assegno, non deve necessariamente darne giustificazione in relazione a tutti i parametri stabiliti dall’art. 5 della legge sul divorzio, potendo dare prevalenza anche ad alcuni o ad uno solo di essi.



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Alla sbarra il soldato di Wikileaks La talpa di Assange rischia l'ergastolo

La Stampa


Bradley Manning, che avrebbe fornito 260 mila documenti segreti, è stato incriminato per connivenza con il nemico




Bradley Manning, il soldato che avrebbe fornito i files a Wikileaks

Bradley Manning, il soldato che avrebbe fornito i file coperti da segreto al sito WikiLeaks, e' stato formalmente messo in stato di accusa dalla Corte marziale e rischia l'ergastolo. Su Manning pesano 22 capi di imputazione, il piu' grave dei quali è ''aiuto al nemico''.Si tratta della prima mossa della prima udienza del processo davanti alla Corte marziale di Fort Meade, Maryland, la base dell’esercito in cui il giovane di 24 anni è tenuto in carcere.  L’accusa ha poi elencato gli altri 22 capi d’imputazione a suo carico, legati alla presunta trasmissione via internet di materiale riservato.

Manning,  originario dell’Oklahoma, è accusato di aver fornito nel 2010 circa 260mila mila documenti segreti dalle sedi diplomatiche Usa nel mondo, nonchè il video di un attacco mortale da un elicottero in Iraq, che il sito WikiLeaks aveva mostrato al mondo titolandolo ’Collateral Murder’. I dati sensibili riguardano soprattutto la gestione delle guerre in Afghanistan e Iraq. Malgrado il reato di ’connivenza con il nemicò, possa prevedere la pena capitale, tuttavia non rischia la pena di morte ma il carcere a vita.  Nel corso di un’udienza preliminare lo scorso dicembre, sempre a Fort Meade, l’accusa aveva portato in aula prove che rivelavano che Manning aveva prima scaricato e poi trasferito elettronicamente i dati a WikiLeaks.

All’epoca della fuga di notizie, il soldato lavorava nel ’Sensitive Compartmented Information Facility’ come analista informatico in Iraq, e aveva accesso ai documenti top secret. Il suo legale, David Coombs, ha intenzione di giocarsi diverse carte nella difesa. Prima di tutto la mancanza di sicurezza nella struttura dove lavorava Manning, obiettando che anche altri avevano accesso ai computer.  L’altro asso nella manica sarebbero i problemi di carattere emotivo di Manning. 

Secondo la difesa «un ambiente ostile all’omosessualità come quello dell’esercito avrebbe contribuito a creare disordini mentali ed emotivi e spinto il soldato a portare alla luce materiale ritenuto sensibile». Inoltre, il disprezzo da parte del soldato delle regole di sicurezza durante gli addestramenti e gli scoppi violenti, dopo lo spiegamento in Iraq, avrebbero dovuto essere per l’esercito dei chiari segnali che a sua volta avrebbe dovuto impedirgli di avere accesso a materiale confidenziale.



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Amori, complotti e intrighi comunisti Lenin a Capri raccontato da Sangiuliano

Corriere del Mezzogiorno


Nel libro del giornalista napoletano i soggiorni isolani del capo del partito bolscevico prima della Rivoluzione



Lenin ritratto in uno dei suoi soggiorni capresi durante una partita a scacchi
Lenin ritratto in uno dei suoi soggiorni capresi durante una partita a scacchi



NAPOLI - A Capri, ai giardini di Augusto, svillaneggiata, imbrattata, corrosa dalla salsedine, resiste imperterrita la stele di Lenin, che negli anni 70 l'Unione Sovietica donò alla comunità dell'isola, in ricordo dei lunghi soggiorni di Vladimir Il'ic Ul'janov ospite di Maksim Gor'kij. L'autore è Giacomo Manzù, famoso anche per il busto di Giovanni XXIII. I turisti ci danno appena un'occhiata distratta, risucchiati dallo spettacolo irripetibile dei Faraglioni sul mare.



Col disfacimento dell'Urss, le vicende turbinose dello «zar rosso» sono ormai consegnate ai libri di storia, qualche volta noiosissimi, o a vivaci reportage storici in forma di accattivante narrazione, di tranche de vie, come quello fresco di stampa, e leggibilissimo, di Gennaro Sangiuliano (Scacco allo zar. 1908-1910. Lenin a Capri: genesi della Rivoluzione, Mondadori, 2012) che comincia con lo sbarco nell'Isola Azzurra, col vaporetto Principessa Mafalda, di quell'omino stempiato ma dagli «occhi profondi» che segnerà, nel bene e nel male, la storia del Novecento.

Sangiuliano non guarda con «simpatia», se così si può dire, al creatore dell'Urss. Lenin è l'uomo dalla «crudeltà mongolica», secondo il dettato di Bertrand Russell, l'autocrate che si rivelerà spietato o colui che creerà, a un mese dalla ascesa al potere, nel 1917, la famigerata «Ceka» (la polizia politica), gettando così le basi dei gulag, i campi di concentramento destinati alla rieducazione di massa, in realtà luoghi di morte e di offesa alla dignità umana. Lo spirito di Vladimir Il'ic Ul'janov, oltretutto, è quello del piccolo borghese (Malaparte che lo aveva in antipatia ne era convinto), arrogante, ambizioso, pieno di sé, consapevole della sua intelligenza, allo stesso tempo innamorato del lusso, degli aspetti piacevoli dell'esistenza.

Con chi arriva Lenin a Capri? Con una sua amante, forse Inessa Armand, la donna che compare in una serie di celeberrime foto, quelle della partita a scacchi sulla terrazza di Villa Blaesus (l'attuale Hotel Villa Krupp) che fu la prima residenza di Gork'ij nell'isola. Attorno allo scrittore ruota una vivace corte di intellettuali russi, esuli della abortita rivoluzione del 1905, tra questi Aleksandr Bogdanov e Anatolij Lunaçarskij, gente a cui Lenin guarda con diffidenza perché «estremisti», nonché portatori di una visione del bolscevismo che sfocia in un inaccettabile «misticismo». Anche Gor'kij è guardato con sospetto, anche se Lenin è legato a lui da una grande consuetudine di amicizia (e insieme s'inerpicheranno sui sentieri di Villa Jovis, andranno in barca, berranno birra al caffè Kater Hiddigeigei).

Nonostante il clima accattivante di Capri, una questione di fondo divide oltretutto il futuro «zar rosso» dagli altri: l'opportunità o meno, per il partito bolscevico, di partecipare ai lavori della cosiddetta III Duma (il parlamento zarista). Qui Lenin predica, da grande tattico qual è, l'«entrismo», mentre Bogdanov e gli altri vorrebbero, nella loro «purezza» rivoluzionaria, tenersene fuori. Ma c'è ancora un motivo, più segreto, che spinge Lenin a Capri. «La necessità - come dice Sangiuliano - di dirimere delicate controversie interne sulla gestione dei fondi del partito provenienti da ricche rapine», come quella di Tiflis portata a termine da Stalin quando si faceva chiamare Koba.

Nell'estate del 1909 (Lenin è ormai ripartito), a Capri, a Villa Behring, nasce, promossa da Gor'kij, Bogdanov, Lunacarskij, la «scuola superiore di propaganda e di agitazione» per preparare futuri quadri rivoluzionari. È un ulteriore motivo di scontro con Lenin che parla, più o meno esplicitamente, di «frazionismo». La scuola prevede anche un corso di «tecnica giornalistica». Spesso le lezioni avvengono all'aperto, perfino nella grotta di Matermania. La scuola avrà vita breve, anche per le bordate di Lenin. Qui si inserisce un episodio a cui Sangiuliano mostra di credere: l'arrivo di Stalin a Capri in funzione anti-Gork'ij. A parlare del futuro dittatore nell'Isola Azzurra è stato Essad-Bey (nom de plume di Leo Noussimbaum) nel suo libro Stalin che uscì in traduzione italiana nel 1932.

Ma Essad-Bey colloca il viaggio di Stalin nell'estate del 1909, ai tempi della Scuola di Capri, mentre Sangiuliano posticipa la data al 1910, quando Lenin ritorna nell'isola allo scopo di stringere rapporti con la comunità tedesca (con gli industriali, i politici che contavano) in vista di future alleanze contro lo zar, così come è documentato da un rapporto dei servizi segreti inglesi. Ma davvero Stalin era al fianco del capo del bolscevismo? Il volume di Sangiuliano si inserisce felicemente nella tradizione dei libri dedicati ai rapporti tra lo «zar rosso» e lo scrittore di Nižnij Novgorod, soprattutto per ciò che riguarda Capri (da quello di Bruno Caruso a quello più recente di Vittorio Strada, mentre due anni fa Raffaele Brunetti ha dedicato un bel documentario a Gork'ij nell'isola). Le foto della partita a scacchi furono più volte ritoccate, a cancellare gli avversari di Lenin sia pure in forma di mere icone. L'Urss era anche questo.




Sergio Lambiase
24 febbraio 2012




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La gara tra luce e neutrini

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A settembre l’annuncio fu dato con toni trionfalisti­ci e qualche semplificazione di troppo


A settembre l’annuncio fu dato con toni trionfalistici e qualche semplificazione di troppo. Quei«neutrini più veloci della luce », scoperti dal Cern, avrebbero resto carta straccia la teoria della relatività di Einsten Oggi si scopre che, per un banale errore di lag, i calcoli erano sbagliati.




Ma il dibattito sulla «gara di velocità» tra neutrini e luce resta sempre attule.

Neutrini, l'ombra di Einstein e le mani legate dei nostri scienziati

Quel trionfalismo degli annunci che stride con gli scarsi finanziamenti alla ricerca


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Si è scoperto che il famoso esperimento del settembre 2011 da cui risultava che i neutrini sono più veloci della luce avesse un «baco». Per un difettoso collegamento in fibra ottica tra un' unità GPS e un computer i dati arrivavano con una velocità alterata proprio della differenza temporale che aveva indotto alla conclusione sensazionale che la teoria di Einstein era in crisi.

A settembre scrivemmo sul Giornale che non era in discussione la serietà del gruppo di ricerca che aveva condotto l'esperimento. Ancor meno lo è ora che si è affrettato a informare dell'esito dei controlli. Tuttavia, s'impongono alcune riflessioni. La prima riguarda il comportamento del mondo dell'informazione: non i giornali in sé, che non potevano non dar conto di una notizia tanto clamorosa, quanto l'inutile spargimento d'inchiostro del nutrito stuolo di commentatori che si sono lanciati a testa bassa a discettare della«crisi»della teoria della relatività e a disegnare gli scenari futuri, invece di invitare alla prudenza.

La seconda riguarda gli scienziati. È penoso rileggere i testi o rivedere le immagini di interviste improntateauntonotrionfalisticocherivendicava la solidità di un esperimentopreparato in due anni e mezzo. Alla lucedeifatti, èstatapiùsaggialascelta dei 30 «dissidenti» che non vollerofirmareil «preprint»invitandoal-laproceduratradizionaleconsisten-tenelsottoporreilrisultatoallavalu-tazionediunarivistascientifica.
Tuttavia, proprio in quelle inter-vistesitrovalachiavepercompren-dereleragionidiuncomportamen-toaffrettato. Difatti, esseterminavano quasi tutte deprecando i tagli ai fondi per la ricerca e chiedendo maggiori finanziamenti. Il problema è che il mondo scientifico è preso alla gola non tanto dai tagli quanto dalla prassi dei finanziamenti.

Se non produci risultati sul breve periodo perdi quattrini e in definitiva vieni messo fuori gioco. Ma produrre risultati sul breve periodo spinge alla fretta, all'approssimazione, alla ricerca del risultato facile e clamoroso, e quindi all'insofferenza nei confronti dei tempi lunghi del giudizio motivato dei colleghi. Così, si preferisce la politica dell'annuncio alla stampa. È in voga un criterio di valutazione dei ricercatori o dei gruppi di ricerca secondo la«capacità di attrarre finanziamenti per la ricerca», il quale è stato sciaguratamente introdotto anche nelle procedure di valutazione della ricerca nel nostro paese.

Esso spinge agli annunci mediatici clamorosi, nella speranza di ottenere quattrini per poi attrarne altri. Anni fa esplose l'annuncio della scoperta di un vaccino per l'Aids. Non se n'è saputo più nulla, ma è probabile che l'annuncio sia servito a ottenere finanziamenti. Quel criterio, oltre a stimolare atteggiamenti sbagliati, a corrompere la qualità della ricerca (e sperperare risorse), favorisce la sclerotizzazione del sistema: chi ha più quattrini ha maggiore possibilità di farsi sentire, e quindi di attirare altro denaro e così via in un circolo vizioso che chiude il mondo della ricerca a nuovi apporti.

Infine, esso favorisce chi fa ricerca sperimentale rispetto a chi fa ricerca teorica e ha bisogno di minori risorse, e quindi «vale di meno». Oggi, non solo le scienze umane, ma tutta la ricerca di base è svalutata, se non svillaneggiata, come roba inutile, una forma di parassitismo. In questo andazzo ha un ruolo pesante Confindustria, che spinge con tutte le forze per favorire gli approcci direttamente applicati, anche a livello della formazione scolastica. È un indirizzo disastroso perché la ricerca applicata che nonsiacontinuamente alimentata da quella teorica rischia di perdersi e di finirenell'irrilevanza.

Vale più che mai il detto di Leonardo da Vinci: «Quelli che s'innamoran di pratica sanza scienzia son come 'l nocchier ch'entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada ». C'è chi crede- o vuol far credere- che la teoria della relatività di Einstein sia nata da esperimenti, mentre è nata da riflessioni puramente teoriche, come tutte le grandi scoperte scientifiche, che soltanto in seguito si sono confrontate con la verifica sperimentale. Oggi si fa credere che la scienza teorica sia una perdita di tempo e uno spreco di risorse. Intanto, la teoria della relatività - costruita col pensiero, la carta e la penna- resiste solida come una roccia. Oggi, il suo creatore verrebbe messo all'angolo come incapace di «attrarre finanziamenti».


Neutrini, caccia all’errore per riprendere a sognare il futuro

Le nuove verifiche confermano la forza della scienza. Che non ha mai paura di sbagliare




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La notizia diffusa dai fisici di OPERA ci induce a pensare che nella gara tra neutrini e luce a vincere è, ancora una volta, la luce. Come abbiamo detto su queste colonne, la posta in gioco era enorme.

Quando il gruppo di OPERA - nel settembre scorso - annunciò la scoperta sulla velocità dei neutrini che superavano quella della luce, i massimi responsabili del CERN (Sergio Bertolucci) e dell'INFN (Fernando Ferroni) in perfetta sintonia con chi scrive dettero l'assoluta priorità alla verifica sperimentale della scoperta. E infatti tutti i gruppi al Gran Sasso si sono messi in moto per realizzare verifiche sulla velocità dei neutrini prodotti al CERN.

Oltre a queste verifiche, chi scrive ha messo a punto un progetto totalmente diverso, focalizzato sulla misura della «struttura in tempo» dei neutrini che arrivano al Gran Sasso. Questo progetto avrebbe permesso di verificare se ciò che era stato misurato con i neutrini osservati da OPERA poteva essere reso compatibile, invece che restare come è in flagrante contraddizione, con le misure fatte sui neutrini prodotti nel collasso della Supernova 1987A. Il punto cruciale di questo grande progetto era di non avere bisogno delle misure sulla distanza tra i due Laboratori, del CERN e del Gran Sasso.

Due parole sui motivi per cui la posta in gioco era enorme. Chi scrive ha realizzato negli anni sessanta del secolo scorso gli esperimenti di alta precisione sulla validità della relatività ristretta nella teoria delle Forze Elettromagnetiche, teoria che era (ed è) la conquista più rigorosa della Fisica Moderna. Teoria cui si dà il nome di Elettrodinamica Quantistica e che sarebbe stato necessario rivedere a fondo se la scoperta di OPERA fosse stata confermata. La scoperta dava infatti ai neutrini un privilegio unico: riuscire a superare in velocità la luce.

Il fatto che la luce dovesse avere una velocità insuperabile fu nel diciannovesimo secolo un risultato che nessuno avrebbe saputo immaginare. E infatti, per arrivare a capire che la velocità della luce era (ed è) una costante fondamentale della natura che nessuno può superare, c'erano voluti duecento anni di scoperte totalmente inaspettate in elettricità, magnetismo e ottica.

Scoperte che, per essere descritte, avrebbero bisogno di centinaia di pagine. Scoperte che un genio della Fisica del diciannovesimo secolo - James Clerk Maxwell - riuscì a sintetizzare in appena quattro righe, ciascuna contenente un'equazione. Le quattro equazioni di Maxwell entusiasmarono uno dei padri della Termodinamica, Lord Kelvin, che nel 1896 aprì il Congresso mondiale dei fisici dicendo: «Grazie a Maxwell possiamo dire di avere capito tutto quello che di fondamentale c'era da capire sulle Forze Elettromagnetiche.


Quello che resta sono dettagli». Sei mesi dopo, Joseph John Thomson scopriva, non un dettaglio, ma qualcosa di incredibilmente fondamentale: il primo esempio di «pezzettino» d'elettricità, cui dette il nome di elettrone. Viviamo l'era della tecnologia elettronica, nata grazie alle invenzioni che sono venute fuori partendo dalle quattro equazioni di Maxwell e dalla scoperta inaspettata di Thomson. Esattamente come ai tempi di Kelvin nessuno aveva saputo prevedere l'esistenza dell'elettrone, nel corso del ventesimo secolo nessuno aveva saputo immaginare tutte quelle scoperte che hanno portato all'Universo Subnucleare, nel quale hanno un ruolo ancora tutto da capire i neutrini.

L'Universo Subnucleare ha leggi e regolarità totalmente diverse da quelle che reggono l'Universo macroscopico. Queste diversità però non avevano mai minimamente messo in dubbio il valore assoluto e costante della velocità della luce, come stabilito dalle verifiche sulla Elettrodinamica Quantistica fatte da chi scrive nel corso degli esperimenti citati prima. Ecco perché la scoperta sui neutrini più veloci della luce aveva destato scalpore. Le notizie di oggi danno la priorità a una verifica che in tempi brevi metta la parola fine agli errori di OPERA restituendo alla velocità della luce quella formidabile proprietà di essere costante fondamentale e assoluta come è stata da Maxwell in poi.





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La poltrona d’oro di Fini Nel giro di quattro anni reddito raddoppiato

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Quasi 100mila euro in più in quattro anni. A Gianfranco Fini ha fatto bene la poltrona da presidente della Camera. Il suo reddito è schizzato alle stelle


Quasi 100mila euro in più in quattro anni. A Gianfranco Fini ha fatto bene la poltrona da presidente della Camera. Il suo reddito è schizzato alle stelle, raddoppiando da quando ha vestito i panni della terza carica dello Stato.



Gianfranco Fini, presidente della Camera

Dai 124mila euro (abbondanti) dichiarati nel periodo d’imposta 2007 ai 213mila del 2010: un bel salto per il leader di Futuro e libertà. Fini si è affrettato ieri a consentire la pubblicazione della sua situazione patrimoniale dopo che nella giornata di mercoledì avevano dato il via libera solo 205 deputati su 630. E tra i due terzi dei parlamentari che mancavano all’appello spiccava proprio l’assenza di chi la Camera ha l’onere e l’onore di presiederla.


Dalla dichiarazione dei redditi del 2008 del leader del Terzo polo si riesce a dare anche una sbirciata dentro al garage di casa Fini. Proprietario di una Mini Cooper del 2006 (155 cavalli fiscali), di una Smart coupè immatricolata sempre nel 2006 (45 cavalli) e di un’Audi S4 cabriolet del 2007, un bolide da 309 cavalli. Per chi guadagna molto, come ha detto nei giorni scorsi la Guardasigilli Paola Severino (che dichiarava 7 milioni di euro nel 2010), è giusto far sapere che paga anche tante tasse. Ecco la conta. Fini nel 2010 ha versato 79.649 euro di imposte, anche queste in crescita come i suoi guadagni. Nel 2009 erano 73.392, nel 2008 54.334 e nel 2007 38.592. Fare il presidente magari gli avrà fatto perdere qualche punto di consenso, ma sicuramente ha fatto crescere il suo reddito.



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Bloccato il portale del Vajont Ricorrono 200 provider italiani

Corriere della sera


La contestazione presentata al Tribunale della Libertà di Belluno. Il legale: «Bloccare il sito, un precedente pericoloso»



ROMA - Un ricorso contro il blocco del portale internet Vajont.info. Lo ha presentato al tribunale della Libertà di Belluno l’avvocato Fulvio Sarzana di S.Ippolito per conto dei provider italiani (200 su 226) colpiti dal provvedimento cautelare emesso la settimana scorsa dal gip di Belluno Aldo Giancotti. Un provvedimento unico, il primo in Italia: per oscurare il sito, registrato all’estero, il gip di Belluno ha chiesto ai provider (quelli di Assoprovider- Confcommercio e altri 26 specifici) di proibirne l’accesso. Non era mai successo.

LE QUERELE - Il sequestro preventivo era stato sollecitato da Maurizio Paniz, avvocato e deputato del Pdl, diffamato dal portale di proprietà di Tiziano Dal Farra, un bellunese di 55 anni. «Non è la prima querela che presento contro questo sito e contro questo signore», ha detto Paniz. E poi ha spiegato: «La verità è che questo sito viene usato per insultare e diffamare le persone, poco ha a che vedere con la tragedia del Vajont. All’inizio mi è capitato di presentare querele per difendere i miei clienti. Poi, a fronte delle mie vittorie nei processi, sono diventato io stesso bersaglio delle querele». L’ultima querela, quella che ha dato origine al provvedimento, è stata per via di una frase sarcastica e ben poco edificante diretta contro Maurizio Paniz ma anche contro Domenico Scilipoti, deputato del gruppo misto. «Ma era datato già 2007 il primo provvedimento che chiedeva l’oscuramento del sito. Il primo di una serie che il signor Dal Farra ha sempre e sistematicamente ignorato».

LA VICENDA - Nel portale del Vajont.info sono contenuti molti documenti relativi alla tragedia che nel 1963 costò la vita a quasi 2 mila persone, tra questi anche il monologo teatrale scritto da Marco Paolini e un adattamento teatrale dei ragazzi delle scuole della zona liberamente tratto dal film del regista Renzo Martinelli. Ma da alcuni anni a questa parte il sito era diventato oggetto di sentenze di censura per via di offese e critiche ripetute. «Eppure questo provvedimento, primo esempio in Italia, costituisce un precedente assai pericoloso», dice l’avvocato Sarzana. E poi spiega: «Per oscurare un sito hanno chiesto ai provider di inibire l’accesso. E’ come se per chiudere una casa si bloccasse un’intera strada. Questo ordine, peraltro cautelare e non già una sentenza, in futuro potrebbe permettere di inibire attraverso i provider l’accesso ai blog, siti internet, portali informativi ai cittadini italiani limitando considerevolmente il pluralismo informativo garantito dalla Rete».



Alessandra Arachi
23 febbraio 2012 | 22:12



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Fiat, reintegrati i tre operai licenziati a Melfi

Corriere della sera

La Corte d'appello di Potenza accoglie il ricorso della Fiom. Il Lingotto annuncia che si rivolgerà alla Cassazione


MILANO - La Corte di appello di Potenza, accogliendo il ricorso della Fiom, ha ordinato alla Fiat di reintegrare nello stabilimento di Melfi (Potenza) i tre operai (due dei quali delegati proprio della Fiom) licenziati nell'estate del 2010 con l'accusa di aver bloccato un carrello durante uno sciopero interno. La Fiat ha subito annunciato che ricorrerà in Cassazione.


LA VICENDA - Già un mese dopo il licenziamento dei tre operai, il giudice del lavoro reputò antisindacale il comportamento dell'azienda e ordinò il loro reintegro. Il 14 luglio 2011, però, la sentenza fu ribaltata: un altro giudice accolse il ricorso della Fiat e i tre operai - Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli - furono licenziati.


LE REAZIONI - «Vogliamo solo tornare a lavorare». Così i tre operai reintegrati hanno accolto la decisione della Corte d'Appello di Potenza. Barozzino, Lamorte e Pignatelli hanno assistito alla lettura del verdetto e subito dopo si sono commossi: fuori dall'aula, sono stati accolti da un applauso dei loro colleghi. «Si è ripristinata la giustizia nei luoghi di lavoro», è stato il lapidario commento del segretario regionale della Basilicata della Fiom-Cgil, Emanuele De Nicola. Il legale della Fiom, Franco Focareta, ha detto che il verdetto «conferma l'antisindacalità del comportamento della Fiat».
«Seguendo la linea già tenuta nei precedenti gradi di giudizio» la Fiat invece non intende fare commenti. L'azienda sottolinea che «considera inaccettabili comportamenti come quelli dei tre lavoratori: proseguirà le azioni per impedire che simili condotte si ripetano».


Redazione Online23 febbraio 2012 | 20:54

Compri 3 paghi 2: il Tavor in offerta La farmacia che sfida il governo

Corriere della sera

Il proprietario: «Così metto in luce le contraddizioni, giudichi la gente se sbagliamo noi o il premier»


MILANO - Piazza Bolivar, angolo via Lorenteggio. Davanti alla fermata delle linee autobus 50 e 61 c'è la Farmacia internazionale del dottor Paolo Gradnik, ex presidente di Federfarma lombarda. Tre grandi vetrine, una delle quali tappezzata da un'offerta promozionale «stupefacente»: 3x2, recitano due cartelli, come si parlasse di profumi o capi d'abbigliamento. Invece la svendita riguarda il Tavor, il farmaco più diffuso tra gli anziani d'Italia, noto per curare crisi d'ansia e insonnie, ma anche per provocare depressioni, amnesie e istinti suicidi. Un «veleno», come lo definisce lo stesso titolare, ma qui scontato del 33 per cento.

LA PROVOCAZIONE - Intorno alla farmacia aleggia un'aria di mistero. I passanti s'interrogano sulla trovata: «Non sapevo si potessero far sconti sugli ansiolitici», «ma dove stiamo andando a finire», «che brutta cosa», «non s'era mai visto». Di che si tratta? Strani «mostri» creati dall'ultima tranche di liberalizzazioni introdotta con il decreto «salva Italia» o solo una scaltra provocazione del navigato farmacista goriziano contro la deregolamentazione messa in atto dal governo? «Personalmente non condivido la mia scelta - risponde lui, serafico -, ma mi rimetto al giudizio degli italiani: sono un disgraziato che avvelena i suoi clienti o un eroe che salva l'Italia come dice il premier?».


LE REAZIONI - Per avere una risposta, basta ascoltare un'attrice di teatro che passa di lì, dopo aver mangiato qualcosa che l'ha messa kappao. Interviene nel dibattito: «Mario Monti ha fatto un bel casino». Touché . L'obiettivo del farmacista sembra raggiunto: far criticare le liberalizzazioni dall'opinione pubblica, mostrandone gli effetti più nefasti e pericolosi. «È un'operazione vistosa, lo riconosco - aggiunge Gradnik -. Non credo che il mio professore di Farmacologia la approverebbe. Nemmeno io, d'altronde. Tuttavia, visto che i farmaci ora sono da trattare come qualsiasi altra merce, così sia...». Fatalista.

L' ORDINE DEI FARMACISTI - Ma la vendita del farmaco generico Lorazepam, che prende il nome dal suo principio attivo, meglio noto sotto forma dell'appellativo di fantasia «Tavor», è già stata denunciata all'Ordine dei farmacisti. Nei prossimi giorni, Gradnik verrà ascoltato dal collegio giudicante. Perché il farmaco, appartenente alla categoria delle benzodiazepine, ha gravi controindicazioni. Perché la salute non è un bene commercializzabile. Perché esistono evidenti implicazioni deontologiche nella scelta di incentivare le vendite di un medicinale con proprietà sedative, ipnotiche, ansiolitiche, anticonvulsive e anestetiche e miorilassanti. Il pasionario farmacista - ex consigliere comunale e proprietario di diversi esercizi in città oltre a quello al Lorenteggio - verrà ascoltato dal comitato dell'ordine professionale. E dal presidente nazionale, Andrea Mandelli. «Non posso prendere una posizione, perché anticiperei un giudizio senza aver ascoltato il farmacista. E sarei giustamente ricusato».

IL DECRETO MONTI - Ma la problematica è generale. E se ne può discutere: «Il decreto del governo - afferma Mandelli - prevede che si possano applicare sconti anche sui farmaci di fascia A. Personalmente, sono assolutamente contrario a mercificare il bene salute e credo che non sia così che si possa far risollevare il paese. I farmaci sono beni esistenziali non prodotti di cui si può incentivare la vendita. Perché cos'è uno sconto se non un metodo per far comprare di più? Le medicine vanno date solo se e quando servono». Provocazione o no, resta il fatto che la mossa del farmacista è al momento rimasta isolata: «Non ci sono altri casi», conferma Mandelli. Per ora.

Giacomo Valtolina
23 febbraio 2012 | 14:00

Amianto, risarcimenti milionari della Pirelli alle famiglie degli operai morti

Corriere della sera

L'annuncio all'udienza del processo a 11 ex dirigenti dell'azienda imputati per omicidio colposo




MILANO - Risarcimenti milionari per i familiari di operai morti per mesotelioma dopo aver respirato amianto negli stabilimenti milanesi della Pirelli. È quanto è stato comunicato dalla stessa Pirelli nell'udienza del processo a 11 ex dirigenti imputati per omicidio colposo e lesioni colpose, in relazione a una ventina di decessi. E' stato spiegato dall'azienda che sei trattative con le famiglie sono andate a buon fine e sei sono ancora in corso. Da quanto si è appreso, il risarcimento per nucleo familiare è nell'ordine di centinaia di migliaia di euro.

I CASI - I casi di operai morti su cui è in corso il processo sono venti, oltre a 4 ammalati di mesotelioma e altre forme tumorali legate all'esposizione all'amianto. I legali di Pirelli, responsabile dal punto di vista civile, hanno fatto il punto sulle trattative in corso con i familiari delle vittime e con gli enti e le associazioni che si sono costituiti parte civile. Con 6 famiglie, che revocheranno la loro costituzione a parte civile, il gruppo è arrivato ad una transazione e sta trattando anche con i parenti di altri 6 ex operai. L'accordo con gli eredi di un ex lavoratore è invece sfumato. Da quanto si saputo, anche i familiari di Enio Marciano, operaio morto nel 2002 di mesotelioma che con la sua denuncia in procura fece partire le indagini, hanno accettato il risarcimento e ritireranno la costituzione di parte civile. A rappresentarli erano gli avvocati Giusy Marciano, figlia della vittima, e Federico De Micheli.

TRATTATIVE - Le somme di denaro non sarebbero ancora materialmente arrivare alle famiglie che hanno accettato di trattare. Vista la natura riservata e confidenziale delle trattative, non si conosce ancora l'esatta entità delle somme pattuite ma la cifra sia aggirerebbe nell'ordine di centinaia di migliaia di euro. La somma stabilita per ogni ex lavoratore varia a seconda di criteri come il tipo di mansioni svolte in azienda e del numeri componenti del nucleo familiare. Pirelli sta trattando anche con Inail, Asl e Regione Lombardia, tutte costituite parte civile. Proprio per «tenere conto delle trattative in corso per la definizione dei profili civilistici che attengono al processo», il giudice Piffer ha deciso di rinviare il processo al 19 aprile prossimo.

LA NOTA DELL'AZIENDA - «Pirelli tiene a precisare che ha sempre agito cercando di tutelare al meglio la salute e la sicurezza dei propri dipendenti con le misure adeguate alle conoscenze tecniche a disposizione nel corso degli anni», si legge in una nota dell'azienzda. «In particolare, Pirelli sottolinea che non ha mai utilizzato amianto quale componente nella produzione degli pneumatici e che all'epoca l'uso dell'amianto negli edifici era pratica comune nelle tecniche di costruzione. Pirelli ribadisce il profondo dolore per quanto accaduto e sottolinea di essere sempre stata vicina ai propri ex dipendenti colpiti da malattie e alle loro famiglie».

«NESSUNA TRATTATIVA» - L'associazione Medicina Democratica, l'Associazione italiana esposti amianto e il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio (che raggruppa cittadini e operai della grandi fabbriche di Sesto San Giovanni e Milano, fra cui lavoratori Pirelli), ribadiscono in un comunicato che «non accetteranno nessuna trattativa o transazione». Il Comitato e le altre associazioni citate nella nota hanno presentato a loro volta la costituzione a parte civile nel processo, su cui però il tribunale deve ancora pronunciarsi.


Redazione Milano online
23 febbraio 2012 | 17:20



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