martedì 21 febbraio 2012

Marcegaglia: «L'art. 18 deve restare ma vogliamo poter licenziare i fannulloni»

Corriere della sera

Ha poi invitato i sindacati a non proteggere ladri e assenteisti. Reazioni risentite, la Camusso «la trovo offensiva»


MILANO - Bene parlare di tutele per i lavoratori ma nessuno pensi di proteggere i «fannulloni». Così il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia entra nel vivo del dibattito sull'articolo 18. «Non vogliamo abolire l'articolo 18 - ha detto - il reintegro deve rimanere per i casi discriminatori, ma vogliamo poter licenziare le persone che non fanno bene il loro mestiere». E poi rivolta ai sindacati: «Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro».

CATTIVA FLESSIBILITA' - La presidente Marcegaglia ha sottolineato come anche gli industriali vogliono una revisione della «flessibilità cattiva» in entrata, ossia «siamo consapevoli che ci sono stati degli abusi e questi vanno combattuti». Ma d'altra parte «vogliamo rivedere anche la flessibilità cattiva in uscita». A questo proposito, ha ricordato l'episodio che vide al centro di una contestazione il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «La persona che aveva tirato un candelotto a Bonanni era in malattia: il datore di lavoro - ha detto - lo licenziò, il giudice lo ha riassunto». Certo, una revisione dell'art.18 «sarà molto difficile ma noi non molliamo, andiamo avanti» pur volendo comunque lasciarlo per tutti quegli atti discriminatori ma «vogliamo poter licenziare quelli che non fanno il loro lavoro».




GOVERNO VADA AVANTI - Quindi l'invito al governo: «Credo che sia giusto che nel caso in cui non si arrivi ad un accordo il governo vada avanti e faccia la riforma che deve fare, stiamo lavorando con grande attenzione e senso di responsabilità». Ha comunque sottolineato che non bisogna toccare gli ammortizzatori sociali «per almeno due anni». «Adesso stiamo in un momento di crisi drammatica, di recessione anche se per il 2013 - ha affermato - si prevede una ripresa. Ma l'impatto delle ristrutturazioni e delle riconversioni industriali farà sentire i suoi effetti almeno per tutto il 2013». A fronte di questa situazione ha sottolineato come l'attuale sistema di ammortizzatori sociali «ha dimostrato di funzionare» ma gli industriali «non sono contrari a ragionare su una nuova architettura» degli ammortizzatori sociali.

LA REPLICA DEI SINDACATI - Risentita la reazione della Cgil. Laconico il commento del segretario della Cgil Susanna Camusso: «La trovo offensiva». Più articolato il ragionamento del segretario confederale Fulvio Fammoni. «Dire vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro - argomenta- sottointendendo l'idea che il sindacato difendendo l'art.18 farebbe esattamente il contrario, come ha affermato oggi la leader di Confindustria è davvero troppo. Si possono avere e sostenere tesi e idee diverse, anche in modo forte ma così si dicono cose non vere che offendono e mettono in discussione il ruolo del sindacato confederale italiano. La presidente di Confindustria deve smentire queste affermazioni» Interviene anche la Cisl: «La Marcegaglia farebbe bene a precisare di quale sindacato parla» afferma il segretario generale. «Non so di quale sindacato parla la Marcegaglia -ribadisce Bonanni- la mia organizzazione si è sempre presa le proprie responsabilità di fronte alle scompostezze degli imprenditori e pure di alcune realtà sindacali». Per il segretario di Pdci-Fds «le parole della Marcegaglia sono di una violenza inaudita e trasudano un fortissimo odio di classe».

Redazione Online
21 febbraio 2012 | 18:17

L'altra faccia dell'evasione Vivono nel campo nomadi e girano in Porsche e Audi

di -

Scoperte in un campo rom di Roma 32 auto di lusso. Onesti contribuenti o evasori totali? Perché la Finanza si accanisce solo contro la "ricca" Cortina?


Alle soglie dell'anno della sobrietà e dello stato di polizia fiscale l'auto di lusso sembra incarnare il discrimen tra il ricco evasore e il vessato contribuente.



Campo nomadi a Roma
Campo nomadi a Roma

I blitz iniziati a Cortina e proseguiti in tutte le località più chic del Paese hanno aperto una vera e propria caccia alla "supercar". Inutile dire, però, che le sacche di evasione si annidano anche là dove l'Agenzia delle Entrate non riesce ad arrivare. Un esempio su tutti? I campi nomadi. Proprio oggi la polizia capitolina ha stanato quattro famiglie rom che, pur vivendo nei container di un campo nomadi, risultano proprietari di 32 auto di lusso.

Un parco macchine eccezionale, da fare invidia a qualsiasi patito di motori. Tra i container del campo nomadi la polizia di Roma ha, infatti, rinvenuto una Porsche Cayenne, una Mercedes ML, una Audi Q7 e un Hummer a benzina di oltre 5000 cc di cilindrata. A far scattare i controlli degli agenti un "banale" fatto di cronaca. Lo scorso gennaio un pirata della strada aveva lasciato sull'asfalto uno motociclista in gravi condizioni in via della Magliana. La polizia aveva immediatamente rintracciato il proprietario del furgone nel campo nomadi di via Candoni e subito dopo fermato il figlio: il 22enne serbo, che circolava senza aver mai conseguito la patente di guida, era il responsabile dell’incidente e dell’omissione di soccorso.

E' stato durante gli accertamenti che gli agenti si sono resi conto della presenza di diverse auto di grossa cilindrata all'interno del campo. Ulteriori indagini hanno, quindi, fatto emergere che i quattro nuclei familiari sono proprietari di una trentina di macchine di lusso. Quello di Roma è tutt'altro che un caso isolato. Da Roma a Milano, infatti, i blitz all'interno dei campi nomadi hanno sempre svelato parchi auto di primissimo ordine. Si tratta di onesti contribuenti o evasori totali? Insomma, evasori e proprietari di bolidi non sono solo nei centri di villeggiatura, ma si nascondo anche tra le "baracche" o negli insediamenti abusivi. L'evasione va combattuta a 360 gradi e non solo quando fa notizia: dalle località più trendy ai campi nomadi, dalle vie dello shopping alle Chinatown, dalla Capitale ai paesini in provincia di Aosta e di Reggio Calabria. La lotta all'evasione è un dovere, ma non deve guardare in faccia a nessuno.




Powered by ScribeFire.

Vietato entrare agli zingari”: commessa marocchina mette cartello sulla vetrina

Il Mattino


VICENZA - “Vietato entrare ai zingari”. L'italiano è stentato ma il concetto è ben chiaro ed è stato spiegato in un cartello esposto all'entrata di un bazar vicentino dalla commessa marocchina. Un divieto accompagnato da una lunga spiegazione preliminare - “Siamo spiacenti: ma per maleducazione e non rispetto delle regole, e numerosi furti...” - e al preambolo si aggiunge una postilla: “Non per razzismo”.




Il piccolo cartello è stato sistemato in una delle vetrine di un piccolo bazar appena sopra un enorme manifesto con la classica scritta “svendita totale. «L'ho messo io quel cartello, qualche giorno fa», dice la commessa al Giornale di Vicenza, indicando che il titolare che passa raramente «mi ha consigliato di toglierlo, perché dice che così rischio solo guai».

Poi la spiegazione: «Gli zingari passano sempre di qua, entrano in otto o dieci o anche di più: sono sempre gli stessi e hanno sempre dei bambini con loro, che vanno in giro per il bazar». Io non riesco a controllarli e poi, ogni volta, è sempre la stessa storia: rubano». «So che questo è un luogo aperto al pubblico e so cosa può pensare la gente. Ma no - rileva -, non sono razzista; l'ho anche scritto. Sono marocchina, vivo qui da 12 anni e so che esistono le regole e io le rispetto. Non sono razzista ma le regole devono valere per tutti. Sennò non dite a me che tratto qualcuno in maniera diversa». A fine marzo, intanto, vista la crisi, il piccolo bazar dovrebbe chiudere.

È stato rimosso il cartello con la scritta "vietato entrare ai zingari". Il negozio stamani è stato aperto per alcune ore e poi chiuso perché la commessa ha dovuto assentarsi "per commissioni". Sulla vetrina, però, è sparito il piccolo foglio arancione con la scritta e una motivazione al divieto di ingresso legata a presunti furti.

Martedì 21 Febbraio 2012 -
17:11    Ultimo aggiornamento: 17:52




Powered by ScribeFire.

Denunciare Chiesa mi ha rovinato

Corriere della sera

Luca Magni, l'imprenditore che ha fatto partire Tangentopoli


di Roldano Radaelli

A Venezia non ci sono strade Ma ha 307 auto blu

Libero

La Regione Veneto ha il record di macchine di servizio ma solo sette servono per la giunta del padano Zaia




Se Venezia non avesse il mare sarebbe una piccola Parigi. Semafori vezzosi, l’asfalto drenante che scorre sotto i ponti trasformati in archetti di trionfo e il Canal Grande in un’autostrada trafficatissima dove rombano gondolieri vestiti da tassisti: tutto come evoca quella pubblicità telefonica in tv, da oggi molto meno idiota di quanto pensassimo.  Venezia non ha il mare e non ha le strade. Però la Regione Veneto -con sede a Palazzo Balbi, gioiello architettonico, sull’acqua - pare possegga un parco “d’auto blu” abnorme, un parcheggio esteso quanto il Central Park: 307 autovetture, di cui 28 con servizio autista, almeno a detta d’un censimento voluto dall’ex ministro, veneziano ex venditore di gondolete, Renato Brunetta; e portato a termine dal suo successore, Filippo Patroni Griffi.

Elogio dell’asfalto
- Ora, già qui emerge un paradosso di grossa cilindrata. Mentre a Milano, Roma o Palermo ci si lamenta del traffico («Il problema è il trafficcco...» diceva Johnny Stecchino), la lagnanza tipica del veneto è l’assenza di strade. La strada indica benessere, soddisfa: in Veneto conta più l’assessore ai trasporti del vescovo. Lo so perchè sono veronese. E, da noi, in provincia, ogni volta che asfaltano un campo, costruiscono una rotonda (ormai ci sono più rotonde che campi), slongano la tangenziale all’infinito per avvitarla ad arabesco attorno alle mura, o costruiscono guardrail coloratissimi come totem Apache; be’, quello diventa il simbolo gaudente della ritrovata abbondanza d’un popolo che  un tempo era vissuto in povertà. La goduria della carreggiata è un po’ il riscatto della pellagra, una roba quasi sessuale. Bene. Ora scopro che in Veneto ci sono più auto che strade, e ciò un po’ mi destabilizza. Scusate l’inciso. 

L’altro dato del censimento di cui sopra è un terribile raffronto: la giunta della Campania citata sempre per scandali legati a sperperi pubblici  ha 173 macchine di cui venti con autista, la Sicilia ne ha 117 ma tutte dotate di autista, il Piemonte 158 di cui 11 con autista e l’Emilia 127, 6 con autista. (Altra notizia surreale nel clima di rigor montis è che in Italia, il divieto di acquistare o noleggiare auto con cilindrata superiore a 1.600 cc, viene violata da Regioni, Comuni, Asl, ministeri e, soprattutto -tah dah-  Equitalia, ma questo richiede un pezzo a sè...). Insomma. Al netto della retorica anticasta, per i veneti come noi -che vantano radici nella Regione più virtuosa d’Italia- impressiona scoprire che questa stessa regione, oggi, sarebbe tre volte più sprecona della mitica Ars ossia l’Assemblea Regionale Siciliana ossia la Shamballah dello spreco pubblico, ossia la terra cava riempita dalle mazzette, dalle doppie pensioni e dai contributi a pioggia. Ci sembra assurdo.

Filosofia del rigore  Ci affiorano, a sentire tali notizie, rigurgiti di morigeratezza territoriale. Ci vengono in mente la poetica naturista di Andrea Zanzotto; le marce con le veschiche negli scarponi degli alpini  che al massimo cavalcavano il musso; la filosofica presa di posizione di Sergio Saviane da Pieve di Soligo sul rigore, l’equità e la crescita inaugurati, venetamente, molto prima di Mario Monti. «Stia tranquillo, il suo venetismo è salvo: le vere auto di rappresentanza di Palazzo Balbi sono sette, cioè quelle a noleggio (più una, in carrozzeria, ndr). Le altre sono macchine “di servizio”: trentaquattro a disposizione dei nostri 3 mila dipendenti, oltre 200 ad uso di forestali, tecnici del genio civile, portuali, ecc..», ci viene in soccorso Marino Zorzato, vicepresidente della giunta regionale e assessore alla cultura con un ottantina di deleghe che lo spingono ad essere uno dei sette amministratori regionali più transumanti per la Regione, e quindi fruitori dell’auto blu.


«Gli altri assessori, 7 su 12, che le usano sono quelli che girano come pazzi per lavoro: Giorgetti all’Economia e Lavori Pubblici, Donazzan all’Istruzione, Coletto alla Sanità, Finozzi al Turismo, Coppola all’industria, Chisso al Trasporto, tecnicamente abbiamo già eliminato il parco auto del 15%...». Il governatore Luca Zaia, tra l’altro, non usa l’auto blu. E ieri s’è trovato -come dicono in Veneto- come un musso in mezo ai lampi. Stordito come un mulo nella tempesta. Anche un po’ incazzato. «Ma le pare, ostrega, che noi che abbiamo tagliato del 20% le retribuzioni e del 30% la comunicazione, e che vantiamo un bilancio positivo di 600 milioni sulla Sanità; le pare che abbiamo tutte ’sta macchine?», chiede Zorzato.

 La Ferrari a Bassano Ci pare. D’accordo, ma c’è la ragione del censimento. I dati sono dati, i numeri parlano, incontrovertibili. «Guardi, le altre giunte regionali evidentemente hanno intestato le loro auto ad altri enti. Noi, tre volte bon tre volte mona, le abbiamo caricate tutte insieme. Le dico che è una questione di mal contabilità». Be’, oddio: avete 8 Audi, 1 Mercedes, 44 Rover, 6 Lancia; 116 auto sono addirittura di cilindrata superiore a 1900. «Ma molte sono quelle in uso al genio, servono in mezzo ai campi». E ci risolvera la famigerata distinzione burocratica tra le 72mila auto blu del Paese. Che è un tripudio di cromatismo. Ci sono le “auto blu-blu” -due volte blu: giuro che è vero- che sono quelle dei politici; poi le “auto blu” una sola volta blu, a disposizione dei dirigenti apicali; infine le “auto grigie” adibite ai “servizi operativi” che può significare qualunque cosa, dal servizio autoambulanze alla servizio trasporto spigole per generali della Guardia di Finanza. Facciamo notare che tra le auto a disposizione del Comune di Bassano del Grappa c’è una Ferrari. Ma è rossa, mica blu. Per inquadrarla burocraticamente è un casino. « L’ho letto anch’io, ma pare che sia un errore, come dice il sindaco della città». Sindaco che, tra l’altro, confessando d’essere «un appassionato di Porsche» appare visibilmente affranto.  «’Sta notizia è un ciapare cassi per attaccapanni», ci commentano. Traduzione non letterale:  è una svista poetica. Come un parchimetro sul Canal Grande...

21/02/2012





Powered by ScribeFire.

Immigrazione clandestina, arrestati terroristi dell'«Hezbollah turco»

Corriere della sera

«Facevano arrivare clandestini curdi e palestinesi con falsi documenti». Nessun legame con il gruppo libanese


MILANO - Nove arresti da parte della polizia di Terni nell'ambito di un'indagine su un'organizzazione dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina legata a presunti terroristi turchi. Lo riferiscono gli investigatori. «Sei cittadini turchi e una italiana sono finiti in carcere, due donne ucraine ai domiciliari», dice Fabio Berrilli, della Direzione centrale della polizia di prevenzione (Dcpp), precisando che gli arresti sono stati eseguiti a Terni, Modena, Milano e Roma.


PERQUISIZIONI - Oltre alle nove ordinanze di custodia cautelare, la polizia di Terni, coordinata dal Servizio Centrale Antiterrorismo dell'Ucigos, ha eseguito 41 perquisizioni nei confronti di presunti esponenti di «una struttura criminale riconducibile all'organizzazione terroristica turca Hezbollah» dice una nota. In cui si precisa anche che «l'Hezbollah turco, di credo islamico sunnita, non ha alcun legame con l'omonima formazione libanese e nasce nei primi anni Ottanta con l'obiettivo di creare uno stato islamico retto dalla sharia sul territorio della Repubblica turca».
I nove arrestati sono accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma l'organizzazione sarebbe riconducibile a esponenti dell'Hezbollah turco presenti in Italia.

L'INDAGINE - L'operazione si è svolta con la collaborazione della polizia turca e di altre polizie europee, in particolare di quella tedesca. L'indagine, spiega ancora la nota, «ha avuto inizio con l'arresto in Lombardia di un cittadino turco destinatario di mandato di cattura internazionale per terrorismo, che ha portato alla luce l'esistenza e l'operatività, nel nostro Paese, di una struttura clandestina di Hezbollah turchi che facevano giungere in Italia clandestini curdi e palestinesi con falsa documentazione relativa ad inesistenti vicende umane per poter richiedere asilo politico ed ottenere il permesso di soggiorno».

Redazione Online
21 febbraio 2012 | 16:17

Disabili: «No allo sterminio dei nostri diritti»

Corriere della sera


La protesta contro il possibile taglio di servizi essenziali per l’autonomia, come l’indennità di accompagnamento. Una delegazione ricevuta dal Presidente della Camera



ROMA - Roberta Luciani di Roma: «Ho la sclerosi multipla a uno stadio avanzato. Fino a qualche anno fa ero abbastanza autonoma; ora, con l’aggravarsi della malattia e le crisi epilettiche, ho bisogno dell’aiuto della mia assistente per alzarmi dal letto, fare la doccia, cucinare, mettere il catetere. Cosa succederà se per l’indennità di accompagnamento e altri servizi si terrà conto del reddito Isee (Indicatore della situazione economica equivalente)?». Michele Lastilla di Bari: « Se qualcuno di noi è più “ricco” perché ha lavorato qualche anno, non avrà più diritto all’assistenza domiciliare, all’assegno di cura, all’assistente? I costi ricadranno ancora una volta sulla famiglia oppure i non vedenti, come me, ma anche tanti altri disabili saranno costretti a stare a casa, agli arresti domiciliari. Così ci tolgono non solo quel po’ di autonomia che abbiamo, ma anche la dignità».

DIGNITÀ CALPESTATA - Protestano contro lo «sterminio dei diritti dei disabili» i manifestanti arrivati stamattina a Roma in piazza Montecitorio, sfidando le barriere architettoniche, sulle loro carrozzine, coi bastoni bianchi, i cani guida, gli accompagnatori. Una manifestazione organizzata, grazie a un vero e proprio tam tam attraverso la rete, dal gruppo facebook «Disabili in lotta dalla delega all’azione» e dal movimento disabili «Rinnovamento Democratico».

DIRITTI NEGATI - «Non vogliamo privilegi, ma i nostri cari non sono un costo inutile – dice una delle organizzatrici Maria Pia Savarese, che ha una sorella disabile -. Per questo chiediamo che l’indennità di accompagnamento rimanga un diritto acquisito, legato alla minorazione e non al reddito e, inoltre, e che gli ausili per la mobilità, la comunicazione, l’autonomia, la vita indipendente prevedano la compartecipazione in base al reddito personale e non dell’intera famiglia, come purtroppo sta già avvenendo in alcuni Comuni. Se si cancellano diritti acquisiti – incalza Savarese - altro che vita autonoma e pari opportunità, come prevede anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata anche dal nostro Paese».

LA MOBILITAZIONE CONTINUA - Stamattina a Roma c’era chi fisicamente poteva esserci. Ma protesta non si ferma. Oggi in tutta Italia le famiglie dei disabili e i cittadini con loro solidali hanno fatto lo “sciopero della spesa”, con una stringa al braccio: «Appoggio la lotta dei disabili contro lo sterminio dei loro diritti». Altri hanno inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio Mario Monti e al ministro del Lavoro Elsa Fornero, come Cinzia Rossetti, 40 anni, con tetraparesi spastica: «Posso vivere o no? – chiede alle istituzioni.

A causa della mia patologia necessito di assistenza 24 ore al giorno e dipendo, a livello fisico, da una persona nelle attività quotidiane: alzarmi, lavarmi, vestirmi, mangiare, coricarmi, utilizzare i mezzi di trasporto. Da undici anni usufruisco del finanziamento per un progetto di vita indipendente, in base alla Legge n. 162/98, che mi permette di condurre una vita dignitosa e autonoma. Senza la presenza dell’assistente personale non potrei condurre la vita che svolgo: conosco i miei bisogni, posso organizzare la mia assistenza, prendere decisioni. Potrò continuare a farlo o dovrò andare in una comunità rinunciando alla vita?».

DELEGAZIONE DA FINI - In tarda mattinata il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha ricevuto una delegazione dei manifestanti, che gli ha consegnato simbolicamente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Fini ha assicurato che informerà i Gruppi parlamentari sui motivi della protesta dei manifestanti.



Maria Giovanna Faiella
21 febbraio 2012



Powered by ScribeFire.

Buffone, buffone », «Non ti vogliamo» Napolitano, secondo giorno di contestazioni

Corriere della sera

Sassari, pastori e indipendentisti contro il capo dello Stato


MILANO - «Buffone, buffone» e «Non ti vogliamo». E ancora cartelli con scritto: «Napolitano servo dei banchieri». Dopo Cagliari, secondo giorno di contestazioni in Sardegna contro il capo dello Stato Giorgio Napolitano. A Sassari stavolta: mentre il presidente della Repubblica raggiunge l'auditorium comunale della città, da una parte della folla che lo attende si alza qualche coro di protesta. Si distinguono in particolare le urla di contestazione dei pastori sardi e dei gruppi indipendentisti dell'isola.



CHI C'È - Ad aspettare Napolitano davanti all'auditorium, ci sono anche una delegazione di operai della Vinyls e un gruppo del Partito comunista dei lavoratori, che scandisce slogan contro il governo Monti. Inoltre c'è un piccolo corteo (una ventina di persone) che sfila dietro lo striscione «Sardegna libera - Consulta dei movimenti».


LA VISITA - Dopo la contestazione, la giornata del capo dello Stato procede come da programma. Prima tappa della visita a Sassari, appunto, il nuovo Auditorium comunale, dove si svolge il convegno per le celebrazioni del 450esimo Anniversario di fondazione dell'Università e del 150esimo dell'Unità d'Italia. Napolitano riceve dal sindaco di Sassari, Gianfranco Ganau, il Candeliere d'oro speciale, un riconoscimento conferito ogni anno, in occasione della festa della città, «La discesa dei candelieri», a personaggi illustri che con il loro operato abbiano dato benemerenza a Sassari e alla Sardegna.



Redazione Online
21 febbraio 2012 | 11:48



Powered by ScribeFire.

Celentano Catto-Adriano dà i soldi ai comunisti ma alla chiesa del suo paese non molla un euro

Libero

Il telepredicatore dell'Ariston smascherato dai compaesani di Galbiate: "E' uno spilorcio, la domenica a messa non dà nulla"


La beneficenza di Adriano Celentano? Buona per Emergency e per le paginate pre-Sanremo. Quei 350mila euro a serata andranno effettivamente a Gino Strada (200mila) e alle famiglie disagiate (500mila). Ma quando si parla di buone azioni quotidiane, il Molleggiato latita e non dimostra affatto quell'afflato religioso che ha retto gran parte dei suoi sermoni moralisti sul palco dell'Ariston. Per dirla tutta, non dà un'euro alla chiesa 'minuta', quella da lui tanto difesa. Celentano abita da anni in una blindatissima villa sulle colline di Galbiate, a Lecco. E a rivelare il braccino corto del telepredicatore sono proprio due collaboratori di don Enrico Panzeri, parroco di San Giovanni Evangelista: il sacrestano Sergio e la perpetua Pina.


Braccino corto - Lo scoop è di Tv Sorrisi e Canzoni, in edicola domani martedì 21 febbraio. Partendo da un passaggio del primo discorso festivaliero di Celentano ("Da San Pietro al duomo di Milano, passando per Firenze e Bologna, in tutte le chiese c’è sempre lo stesso problema. Non si capisce quel che dicono i sacerdoti. Non perché non sanno parlare, ma perché non sanno regolare l'audio degli altoparlanti. Questo problema c’era anche a Galbiate, poi a furia di martellare il parroco, si è deciso e ha cambiato l’impianto"), il settimanale ha chiesto a don Panzeri come siano andate effettivamente le cose. "I lavori qui in chiesa sono stati imponenti, era previsto anche il rifacimento dell’impianto audio, ma se a Celentano fa piacere dire in tv che è stato fatto in seguito ai suoi suggerimenti, faccia pure. In ogni caso, non ha contribuito.

Sono offerte fatte dagli altri parrocchiani. Forse lui è meglio che canti...". Il parroco ha poi smentito (''Che Celentano concorra poco lo escludo e lo smentisco nella maniera più assoluta. Certo non sto ad osservare chi faccia le offerte o meno, ma posso affermare con certezza che delle offerte le ha fatte..."), ma più spicci e inviperiti sono apparsi sacrestano e perpetua: "Celentano non tira fuori un centesimo, qui a Galbiate: chieda in giro...", dice a Sorrisi Sergio. E la signora Pina rincara: "Non dà un euro d'offerta quando viene a messa la domenica, e ora parla di beneficenza? Mah... Il suo vecchio giardiniere gli chiese un aumento e lui rispose: 'Lavora qualche ora in più, prenderai di più'".

21/02/2012



Powered by ScribeFire.

MiTo e il servizio di Annozero, Rai condannata

Corriere della sera

«Denigratorio»: l'azienda di Viale Mazzini e il giornalista Formigli dovranno alla Fiat 5 milioni di risarcimento


Corrado FormigliCorrado Formigli

MILANO - «Informazione non veritiera e denigratoria». Con questa motivazione il tribunale civile di Torino ha condannato la Rai e il giornalista Corrado Formigli a un risarcimento di cinque milioni di euro a Fiat Group Automobiles, per il servizio trasmesso nella puntata del 2 dicembre 2010 di Annozero. Il conduttore, Michele Santoro, è invece stato assolto.

CONFRONTO TRA VETTURE - Il servizio aveva come oggetto un confronto tra vetture di diverse case automobilistiche, tra cui la Alfa MiTo, e venivano mostrate le immagini di due prove differenti compiute in diversi momenti.


«SODDISFATTI» - «Siamo molto soddisfatti», è stato il primo commento dell'avvocato Michele Briamonte, uno dei legali che ha assistito Fiat Group nella causa civile contro Annozero. Nella richiesta di risarcimento danni presentata dal Lingotto dopo il servizio mandato in onda d Santoro, era stato spiegato che «in modo del tutto strumentale» Annozero aveva «illustrato le prestazioni di tre autovetture, fra cui una Alfa Romeo MiTo, impegnate in un test apparentemente eseguito nella stagione autunnale, per concludere, sulla sola base dei dati relativi alla velocità, che i risultati di questa "prova" avrebbero dimostrato una asserita inferiorità tecnica complessiva dell'Alfa Romeo MiTo. Si trattava di una ripresa televisiva che è stata artificialmente collegata ad una prova comparativa condotta nella stagione primaverile, non con le stesse vetture, dal mensile Quattroruote e poi pubblicata nel numero dello scorso mese di giugno di questa rivista».

Redazione Online
20 febbraio 2012 | 21:43

Online i redditi dei ministri. 3,5 mil per Passera La più ricca Severino: 7 milioni come avvocato

Corriere della sera

Pubblicate le dichiarazioni dei redditi dei rappresentanti del governo. La Cancellieri possiede 13 fabbricati e 11 terreni


MILANO - L'incarico da Guardasigilli avrà un impatto non da poco sulle finanze di Paola Severino: il ministro ha guadagnato nel 2010 come avvocato 7.005.649 euro, pagando però 4 milioni di tasse, mentre come titolare della Giustizia riceverà quest'anno 195.255,20 euro. È quanto si legge nella dichiarazione patrimoniale pubblicata sul sito del ministero di via Arenula. Severino si aggiudica dunque la palma di più ricca del governo.
 
Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera ha dichiarato nel 2011 un reddito complessivo, relativo al 2010, di 3.529.602 euro. È quanto si legge nella dichiarazione pubblicata sul sito del ministero. Il portale di Palazzo Chigi che riporta le informazioni raccolte dai vari dicasteri è andato in tilt per eccesso di contatti. Al momento sono state diffuse le comunicazioni reddituali solo di una parte dei componenti dell'esecutivo. L'intenzione di Mario Monti è tuttavia di rendere pubblica ogni informazione relativa ai membri del suo staff.

Tornando a Passera, il ministro ha segnalato tra l'altro una partecipazione per 1,9 milioni di euro nella Lariohotels più altri 3,1 milioni nella stessa società, ma in nuda proprietà. Inoltre, ha azioni per 1,6 milioni nella Immobiliare Venezia Srl. Il ministro ha poi depositi per 8,8 milioni dui euro, titoli obbligazionari in euro per 169mila euro e in dollari per 23mila, polizze vita da 1,2 milioni e un fondo pensione complementare da 3,3 milioni.

Il ministro possiede anche un fabbricato di 141 metri quadrati a Parigi e un terreno di 3.220 metri quadrati a Casale Marittimo, in provincia di Pisa. Il titolare dello Sviluppo economico ha però anche due mutui sulle spalle: uno da 1,9 milioni con il Banco di Brescia San Paolo e uno da 910mila euro con il Credit Lyonnais. Per il prossimo anno, il reddito si prevede in calo: come ministro Passera guadagnerà 189.767 euro lordi più 42mila di diaria, per un totale di circa 230mila euro.

Pesante anche la dichiarazione del ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi che ha dichiarato redditi per 504 mila euro per i compensi percepiti nel 2010. È quanto si legge sul sito del ministero. Come ministro percepisce un reddito annuo di poco meno di 206mila euro. È presidente del comitato di sorveglianza gruppo Morteo Spa in amministrazione straordinaria e come tale percepisce 12.395 euro all'anno.

Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha percepito 338mila euro nel 2010. Il reddito base è stato pari a 123.643 euro a cui si è aggiunta l'indennità non reddituale di servizio all'estero, in qualità di ambasciatore a Washington, pari a 214.939,41 euro. Come ministro attualmente percepisce 203.653 euro all'anno. Terzi possiede in comproprietà un appartamento a Roma e un altro a New York; una villa, un garage e alcuni terreni agricoli (tre ettari in totale) a Curno e Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. Il parco auto è piuttosto limitato con una Golf e una Ford Focus, rispettivamente del 2012 e 2004 , cui si aggiunge lo sfizio di una Harley-Davidson 883 del 2005.


Il ministro Anna Maria Cancellieri ha invece un reddito complessivo annuo lordo di 183.084,35 euro. Segue una lunga lista di beni immobili: 13 fabbricati e 11 terreni. Tra questi, 2 appartamenti e 2 box a Milano, un appartamento e un box a Roma. Un negozio in comproproprietà (50%) a Milano. Sempre in comproprietà un appartamento al 50% a Palazzolo Acreide (Sr). E ancora, una Toyota Land Cruiser e azioni della Banca Popolare di Vicenza per 6.267 euro.

Il ministro dell'istruzione Francesco Profumo nel 2012 riceverà per il suo incarico 199 mila euro lordi. È in aspettativa non retribuita da professore al Politecnico di Torino. E nel 2010 dichiarava un reddito lordo di 227 mila euro. Profumo possiede 7 tra proprietà e comproprietà di immobili ad Albissola Mare (Sv), Savona e Torino e un appartamento al 50% a Salina (Me). Auto: una Lancia Lybra del 2001. E inoltre azioni di Intesa, Monte dei Paschi, De Longhi, Enel, Telecom Italia, Unicredit e Finmeccanica.

Denuncia 262.288 euro nel 2010, esclusi i redditi di pensione, il ministro ai rapporti con il Parlamento Piero Giarda. Il ministro guadagna 31.145 euro da lavoro autonomo, 4.224 dal possesso di alcuni fabbricati, mentre i compensi per gli incarichi in due consigli di amministrazione e un collegio dei revisori, ammontano a 226.919 euro. Nella situazione patrimoniale del ministro, pubblicata sul sito del governo, risultano anche 10 immobili, la gran parte dei quali sono baite (cinque) e pascoli (due) sulle Alpi,

ad Alagna Valsesia. Giarda possiede anche un appartamento a Milano, con box, da 175 metri quadri e denuncia come beni mobili una Seat Ibiza del 2002. Tra le attività finanziarie il ministro annovera azioni in 14 società quotate in borsa per l'ammontare di 405mila 306 euro, obbligazioni per 44mila euro, titoli di stato e depositi per 51mila 987 euro. In totale le attività finanziarie di Giarda ammontano a 501mila 411 euro. Il reddito, da ministro, per il 2012 dipenderà dalla durata del governo. Il compenso mensile lordo è di 16.234 euro.

Il ministro della Cooperazione Andrea Riccardi nel 2011 ha percepito 81.154 euro dalla pensione di professore universitario, e la quota parte per la fine dell'anno relativa al compenso annuo di poco meno di 200mila euro da ministro (circa 25mila euro). È quanto si legge sul sito del ministero. In totale, perciò, ha incassato circa 106mila euro. L'anno precedente Riccardi aveva dichiarato un reddito complessivo pari a 120.309 euro.

Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, nel 2011 ha percepito 314mila euro di «pensione provvisoria» e 29mila «per servizio all'estero giusta art.1808 D.lgs 66/2010». In qualità di ministro, nel corso del 2011 ha percepito 25mila euro, compenso per l'attività svolta per questo incarico dal 16 novembre in poi (il compenso annuo lordo previsto è di poco meno di 200mila euro). In tutto, perciò, nel 2011 ha percepito un reddito lordo di circa 369mila euro. Per quanto riguarda le azioni, il ministro ne possiede 398 di Enel, 68 di Finmeccanica e 14 di Deutesche Telekom. Possiede inoltre alcune quote di fondi comuni di investimento: 1.468 di Pioneer Paesi Emergenti, pari a 15mila euro, e 5.877 di Pioneer SSF Euro, pari a 30mila euro.

La dichiarazione dei redditi del ministro della Salute Renato Balduzzi è invece di 199.778 euro lordi complessivi. Per quanto riguarda i beni immobili, a parte l'abitazione principale di cui ha una comproprietà al 50%, il ministro risulta proprietario anche di altre abitazioni (due, sempre al 50%), due box auto e una cantina, e quattro terreni. Balduzzi possiede una Subaru Tribeca, una Fiat Multipla e una Panda, diverse azioni, fondi comuni d'investimento e il saldo complesivo del suo conto corrente al 20 febbraio ammonta a 52.055,83 euro.

Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini per il 2011 ha dichiarato redditi per 173.383 euro come compenso annuo lordo, percepito nel 2010 come direttore generale del Ministero, qualifica dalla quale ora è in aspettativa senza assegni. Il trattamento economico come ministro per il 2012 ammonta invece a 199.778,25 euro. Tra i beni immobili, Clini possiede il 50% di un fabbricato a Mirano, in provincia di Venezia. Tra i beni mobili risulta una Fiat 500 immatricolata nel 2010.

Il ministro degli Affari regionali e del Turismo Piero Gnudi possiede un gozzo, una barca da pesca, in leasing, una Fiat Stilo del 2003 e un'Audi A3 del 2008. Dalla situazione reddituale e patrimoniale pubblicata emerge un reddito di 1,7 milioni riferito al 2010, mentre da ministro il trattamento economico annuo lordo è di 53mila euro più 11mila di indennità integrativa speciale, e 135 mila euro di ulteriore indennità. Per quel che riguarda le partecipazioni azionarie, il quadro depositato da Gnudi si riferisce alla data del 16 novembre 2011, giorno natale del Governo Monti; vi figuravano titoli di 22 società quotate, quasi tutte blue chips.


Redazione Online21 febbraio 2012 | 13:05

Buste paga dei manager pubblici Centinaia oltre i 300 mila euro

Corriere della sera

Si apre il caso delle aziende controllate dallo Stato e dei «difficili» tagli



ROMA - C'è un desiderio inconfessabile che unisce destra e sinistra: alleggerire gli stipendi degli alti burocrati di Stato. Buste paga in alcuni casi scandalosamente alte, che lievitano come panna montata grazie al cumulo degli incarichi o a codicilli che hanno finora consentito per esempio ai magistrati «fuori ruolo» impegnati negli incarichi di governo di portare a casa due stipendi facendo un solo lavoro.

Vi sareste mai immaginati di veder salire proprio dal partito di Silvio Berlusconi l'onda della protesta, fino a chiedere a gran voce di ripristinare quella misura «stalinista» voluta da Romano Prodi ben quattro anni fa «ma mai attuata», si rammaricavano lo scorso agosto una quarantina di onorevoli pidiellini? E avreste mai pensato che il tetto alle retribuzioni dei manager pubblici sarebbe stato reintrodotto fra gli applausi della sinistra proprio dal governo delle liberalizzazioni? 

Dove, al solo pensiero di doverlo applicare, qualcuno ha già l'orticaria. «Credo che a causa del tetto faremo fatica a trovare professionalità di alto livello», ha confessato ieri Mario Monti. E non tarderà a verificarlo. In un altro momento si sarebbe formata una fila chilometrica davanti alla porta del ministero del Tesoro, che è alle prese con la scelta dell'amministratore delegato della Banca del Mezzogiorno. Ma non ora, che quel posto può valere al massimo... Già, quanto può valere? Perché a quanto pare non sanno nemmeno esattamente a quanto ammonta quel tetto, vista la quantità di cifre che sono circolate. Si va dai 311 mila ai 294 mila euro lordi all'anno, passando per 299 mila e 305 mila, a secondo dei gusti.


Ma il numero di quanti, nella pubblica amministrazione, superano abbondantemente quella cifra, è certo impressionante. Se fa effetto la clamorosa denuncia dei redditi del capo di gabinetto del ministro dell'Economia Vincenzo Fortunato, che tre anni fa toccava un livello di 788 mila euro, semplicemente inconcepibile per un dirigente pubblico, non desta minore sorpresa l'incredibile sovrapposizione di incarichi del suo ex collega dell'ufficio legislativo del medesimo ministero, Gaetano Caputi: direttore generale della Consob (395 mila euro), componente dell'autorità per gli scioperi (altri 95 mila), nonché docente fuori ruolo ancorché retribuito dalla Scuola superiore di economia e finanze. Retribuzione a cinque zeri, dicono i bene informati, ma top secret .

Ed è questo il punto. Se grazie alle norme volute dall'ex ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, possiamo conoscere (e giustamente) perfino lo stipendio dell'ultimo dirigente di seconda fascia, e anche la paga di un soggetto apicale qual è il Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio, accreditato di 516 mila euro l'anno (il vecchio miliardo di lire, tondo), a proposito delle reali retribuzioni non meno stellari dei più stretti collaboratori dei ministri si possono fare solo congetture. Una cosa inaccettabile, che fa salire ancora di più la temperatura.

Così non meraviglia che molti parlamentari, i quali oltre a dover subire qualche sforbiciatina sono stati pure messi alla berlina, non vedano l'ora di vendicarsi a spese di una tecnocrazia sempre più opulenta e sempre meno trasparente. Anche se non si può escludere che quella lobby potentissima riesca a convincere i politici a far naufragare il tetto. Non è successo così forse anche con la norma voluta da Prodi? Il limite era lo stesso di oggi: ma alla fine di una melina durata più di due anni il regolamento attuativo partorito dal governo Berlusconi l'ha di fatto cancellato. Stabilendo che valeva solo per gli incarichi aggiuntivi. Dunque, senza sfiorare gli stipendi.

Monti si trova in una situazione leggermente diversa. Siamo in piena recessione, il potere d'acquisto delle famiglie è in sofferenza, i poveri aumentano, la disoccupazione galoppa. Come spiegare agli italiani che c'è gente pagata dallo Stato che guadagna come trenta impiegati e non può rassegnarsi a incassare «soltanto» dieci di quegli stipendi? Ecco perché chi conta di salvarsi grazie alle «deroghe», ha probabilmente fatto male i propri calcoli. Monti non sarà così generoso. Come li ha sbagliati, a meno di sgradevoli sorprese, chi è sicuro di far passare il principio che il famoso tetto debba essere applicato soltanto a partire dai contratti futuri. Anche qui: come lo spiegherebbero agli italiani?

Ma se il principio per cui nessuno stipendio potrà superare quello del primo presidente della Corte di Cassazione potrà essere faticosamente fatto digerire ai «pezzi da novanta» nei ministeri e nelle authority, problemi ben più grossi ci saranno nelle società pubbliche non quotate in borsa. Il tetto in teoria riguarda anche loro. E rischia di essere una questione complicatissima da risolvere, tanto più alla luce della confessione fatta ieri dal premier. Il regolamento che il ministro Filippo Patroni Griffi ha annunciato per maggio non sarà una passeggiata.

Avete idea di quanti siano nelle aziende di Stato gli stipendi che superano i 300 mila euro l'anno? Centinaia. E non parliamo soltanto dei capi azienda. L'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti nel 2008 guadagnava 871 mila euro: poco al di sotto di quel livello era il presidente Innocenzo Cipolletta, ora sostituito dall'ex presidente della Consob Lamberto Cardia. La retribuzione di Massimo Sarmi, amministratore delegato delle Poste, si aggira intorno al milione e mezzo di euro?

Il presidente Giovanni Ialongo ha diritto secondo la Corte dei conti a 635 mila euro: un bel salto, rispetto a quando era segretario del sindacato postelegrafonico della Cisl. Per non parlare dei più alti dirigenti di quei gruppi. Decine di persone con retribuzioni certamente più alte di 300 mila euro. Ma andiamo avanti. L'amministratore delegato dell'Anas Pietro Ciucci intasca 750 mila euro. La stessa cifra del suo collega di Fintecna Massimo Varazzani, ex altissimo dirigente di Intesa San Paolo, paragonabile a quella del presidente del Poligrafico Maurizio Prato. Il capo della controllata Fintecna immobiliare Vincenzo Cappiello, una vita nelle partecipazioni statali, è fermo (si fa per dire) a 505 mila.

 Mentre l'amministratore delegato di Invitalia Domenico Arcuri, già capo di Deloitte consulting, ha una retribuzione di 835 mila euro (rimborsi compresi). Ma è niente in confronto alla densità di buste paga galattiche riscontrabile in Rai. Il presidente Paolo Garimberti incassa 448 mila euro. Il predecessore di Lorenza Lei alla direzione generale guadagnava 715 mila euro.

Che porzione di quel fantastico stipendio l'ha seguito alla Consap, altra società pubblica dove Mauro Masi ha traslocato? Boh. Ha raccontato poi nel 2010 Emiliano Fittipaldi sull' Espresso che l'ex direttore Claudio Cappon, rimasto senza un incarico corrispondente, continuava a percepire 600 mila euro. Per non dire dei giornalisti: la tivù di Stato ha decine di direttori, che non guadagnano certo soltanto come un presidente di Cassazione. E dei dirigenti di rete: si va dai 400 mila di Fabrizio del Noce ai 449 mila di Gianfranco Comanducci.

E poi ci stupiamo che in Parlamento qualcuno pretenda gli elenchi dei candidati alla ghigliottina? Però fra questi, è bene che gli onorevoli ne prendano coscienza, non ci saranno i dipendenti degli organi costituzionali: lì si aprirebbe una pagina ancora più sconcertante, tenuto conto che la retribuzione media di un dipendente del Senato, commessi e barbieri compresi, è più alta dell'indennità parlamentare. E 300 mila euro è lo stipendio di un consigliere con 25 anni di anzianità. Il segretario generale della Camera Ugo Zampetti e la sua collega del Senato Elisabetta Serafin intascano più del doppio del capo dell'amministrazione del parlamento britannico. Che guadagna 235 mila euro: meno di uno stenografo di palazzo Madama .




21 febbraio 2012 | 8:19



Powered by ScribeFire.

Ischia, discarica di armi chimiche in mare Legambiente ne parla in Senato

Il Mattino


ROMA - Creato dal regime fascista all'inizio degli anni Trenta, doveva essere il cuore di un programma industriale colossale di armamento: l'arsenale chimico prevedeva impianti per distillare gas letali come iprite, arsenico e fosgene in decine di fabbriche costruite in tutta Italia.

A questa riserva di ordigni si aggiunsero le bombe chimiche portate in Italia dagli Alleati, nascoste e dimenticate alla fine del conflitto in aree mai bonificate, gettate in mare dagli americani davanti alle coste di Ischia e di Molfetta o dai tedeschi davanti a Pesaro, mentre l'esercito italiano continuava a custodire e sperimentare i gas letali nei boschi del Lago di Vico e persino nel centro di Roma, a pochi passi dalla Sapienza. Molti comuni italiani di tutta Italia, da almeno settant'anni convivono con stabilimenti, discariche sottomarine e arsenali i armi chimiche dei quali si occupa il Coordinamento Nazionale per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati da ordigni bellici chimici inabissati o interrati durante e dopo il secondo conflitto mondiale, formato da rappresentati di associazioni e comitati operanti nelle zone più colpite in Italia: dal Lago di Vico a Molfetta, passando per Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica.




Della situazione italiana si parlerà domani, in occasione dell'incontro «Armi chimiche: Un'eredità ancora pericolosa - Mappatura, monitoraggio e bonifica dei siti inquinati dagli ordigni della seconda guerra mondiale», al Senato della Repubblica, con Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche. Queste armi, progettate per resistere nel tempo, mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto l'arsenico che si è disperso nei suoli come dimostrano le analisi condotte dalle forze armate nella zona del Lago di Vico o gli esami degli organismi sanitari a Melegnano. E poi le bombe all'iprite, gas tossico dal caratteristico odore di aglio, quelle al fosforo e i fusti metallici contenenti anch'essi iprite, lasciati nelle acque pugliesi dalle navi americane.

A Molfetta, dal 1946 alla fine degli anni '90 sono stati ricostruiti 239 casi di intossicazione da iprite tra i pescatori e lo studio che li riguarda evidenzia che la tossicità del gas non sembra decrescere con il trascorerre del tempo. Basta pensare che la sola nave Uss John Harvey, affondata nel porto di Bari il 2 dicembre del 1943, custodiva migliaia di bombe da aereo caricate con iprite, e che nel corso dell'incursione Luftwaffe furono distrutte altre 16 navi. Nel 2001, un rapporto dell'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare stabiliva che «i residuati di origine militare affondati nei mari d'interesse nazionale sono certamente in numero tale da costituire un pericolo per chi strascica, movimenta, palustra certi fondali» e aggiungeva che «solo per il Basso Adriatico sono più di 200 i casi documentati di pescatori intossicati e ustionati dalle esalazioni sprigionatesi da ordigni a carica chimica salpati con le reti».

Il Golfo di Napoli. E così, in un rapporto di Arpalazio del 2010, l'analisi ambientale del Lago di Vico ha rilevato il superamento dei limiti previsti di arsenico, cadmio e nichel. Molfetta e il Lago di Vico sono probabilmente i casi più famosi di siti contaminati da ordigni bellici, ma il prblema riguarda numerose altre località, tra cui l'area marina del Golfo di Napoli dove si trovano ordigni contenenti sostanze altamente pericolose quali fosgene, iprite, lewisite o cloruro di cianuro. Lo aveva denunciato Legambiente nel 2011 anche sulla base di alcuni documenti militari americani, i «rapporti Brankowitz», sorta di sommari di operazioni di trasferimento e di smaltimento in mare di arsenali chimici effettuati dalle forze armate statunitensi.

In uno di questi rapporti del 1987 si legge che dal 1 al 23 aprile del 1946 una quantità non specificata di bombe al fosgene è partita da «Auera» (forse Aversa, base militare americana) con destinazione «il mare» ed è stata presumibilmente affondata al largo della costa campana. In un altro, del 1989, si legge che tra il 21 ottobre e il 5 novembre 1945, nel «Mar Mediterraneo, isola d'Ischia» sono state affondate quantità non specificate di bombe contenenti fosgene, cloruro di cianuro e cianuro idrato. E la lista non finisce qui. Tanto che in un passaggio di uno dei documenti, la località viene definita «discarica chimica di ischia».

Lunedì 20 Febbraio 2012
17:36    Ultimo aggiornamento: Martedì 21 Febbraio - 12:30



Powered by ScribeFire.

Cuba, il giallo dell'italiano precipitato dalla questura . «Ha ceduto un muro»

Corriere della sera

Il giovane, in vacanza con amici, voleva rientrare in anticipo




Murales a Holguin, CubaMurales a Holguin, Cuba

C'è una nuova ipotesi sulla misteriosa morte a Cuba di Roberto Avelli, il giovane falegname di Mozzanica (Bergamo) in vacanza sull'isola con amici. Una caduta nel vuoto accidentale, nella quale Avelli sarebbe stato coinvolto con un altro straniero, e dovuta al crollo di un parapetto sul quale i due erano appoggiati. Secondo quanto riferito al Corriere da Caridad Caballero Batista, attivista e giornalista indipendente di Holguin, città dove è avvenuto il fatto, lo scorso 15 febbraio un muro di protezione di una terrazza al secondo piano di un edificio ha ceduto, facendo cadere in strada i due. Un giovane spagnolo sarebbe tuttora ricoverato in gravi condizioni, mentre per l'italiano non c'è stato niente da fare. Avelli si è ferito gravemente alla testa, ed è deceduto poco dopo.

Sulla vicenda pesa il silenzio delle autorità cubane e l'angosciosa attesa della famiglia in Italia, alla quale è stata appena comunicata la morte del giovane. «È normale qui a Cuba - spiega Caridad Caballero -. Questo genere di notizie non vengono divulgate, anche quando coinvolgono stranieri. Però non ho dubbi che si sia trattato di un incidente. Tutti abbiamo visto quel parapetto sbriciolato sulla strada, è una via centrale della città». Ad aggiungere mistero alla tragedia esistono comunque altri elementi. L'edificio è la sede del servizio emigraciòn della polizia di Holguin, dove i cubani vanno a richiedere il passaporto e gli stranieri a presentare pratiche sul loro soggiorno. Perché Avelli si trovava su quella terrazza? Stava accompagnando qualcuno, o era andato in quell'ufficio per ragioni proprie? In questo caso, l'unico motivo possibile era la richiesta di proroga del visto turistico, che a Cuba ha la validità di un mese. Ma Avelli, insieme a due amici, era arrivato sull'isola il 7 febbraio, e soprattutto non aveva mai manifestato l'intenzione di spostare il ritorno in Italia, previsto per fine mese.

Al contrario, nelle ultime conversazioni con gli amici, dai quali si era separato pochi giorni dopo l'arrivo, il falegname aveva espresso l'intenzione di rientrare a casa prima del previsto. Ai familiari, per telefono, aveva detto di sentirsi a disagio e forse seguito da qualcuno. Dai due compagni di viaggio si era separato proprio perché voleva andare a Holguin. L'ambasciata italiana all'Avana sta seguendo il caso, aspettando chiarimenti dalle autorità cubane: non è ancora avvenuto l'annunciato incontro tra l'ambasciatore italiano e gli inquirenti. Il corpo del giovane potrà essere rimpatriato solo dopo l'autopsia.

Rocco Cotroneo

21 febbraio 2012 | 9:43



Powered by ScribeFire.

L’uomo che ha visto la morte per 400 volte

di -

Da 28 anni Graczyk racconta solo esecuzioni. Senza debolezze. Tranne una


Michael Graczyk ha visto morire 400 persone. Per 400 volte, seduto dietro una parete di vetro, ha visto un uomo entrare in una piccola stanza di color verde ospedale; le guardie aiutarlo a sdraiarsi su un lettino e applicare al suo corpo le cinghie di cuoio previste dalla legge.





Poi le iniezioni letali, alla gola e alle braccia: un potente sonnifero, un veleno per paralizzare i muscoli, un altro per fermare il cuore. Per 400 volte ha sentito il respiro del condannato farsi più leggero e, dopo un piccolo sussulto, cessare del tutto. Per 400 volte si è alzato e in un piccolo ufficio a fianco ha scritto la cronaca di quello che era successo.

Michael Graczyk fa il giornalista, lavora alla sede di Houston dell’agenzia Associated Press. E dal 1984 è incaricato di seguire le esecuzioni dei condannati a morte nello Stato del Texas. È un lavoro impegnativo, un po’ discontinuo. L’ultima esecuzione è stata nel mese di gennaio. In altri periodi ce ne sono anche tre la settimana. Lui ne ha mancate poche, pochissime. In pratica solo per le ferie e per qualche impegno davvero indifferibile. Nessuno al mondo è in grado di vantare la sua esperienza su come muore un uomo. Nessuno, né guardie carcerarie, né boia, né sacerdoti, è riuscito a guardare in faccia l’abisso per così tanto tempo. Uno dei suoi predecessori alla redazione di Houston toccò quota 189 esecuzioni.



Poi ebbe una crisi di coscienza, scrisse un libro e divenne uno dei più impegnati militanti contro la pena capitale. Graczyk, a 61 anni, di problemi non ne ha: «È peggio assistere a un incidente stradale. Con l’iniezione letale sembra di vedere un uomo addormentarsi». Difende il suo ruolo di testimone dell’opinione pubblica e si rifiuta di dire come la pensa sulla pena di morte: «Il mio lavoro è raccontare una storia e riferire quello che è successo. Se mi faccio coinvolgere emotivamente mi espongo alle critiche». Quando assiste a un’esecuzione deve scegliere se stare nella stanza riservata ai parenti delle vittime o in quella riservata ai parenti del condannato. Di solito sceglie le vittime. Ma solo perchè, ha spiegato, dopo che il condannato è morto è più facile uscire e scrivere alla svelta il «pezzo».


Anche il racconto di come è nata la sua specializzazione è concreto e poco sentimentale. «Un tempo le esecuzioni avvenivano a mezzanotte e nessuno dei colleghi voleva andarci. Io abito a metà strada tra il carcere di Huntsville, dove le condanne vengono eseguite, e Houston. Per me era abbastanza comodo tornare a casa. Era la soluzione migliore». Con il tempo, però, Graczyk si è appassionato. Ha iniziato a seguire la vita dei condannati, che tra appelli e ricorsi alla Corte suprema trascorrono anche 10 anni nel braccio della morte. Di alcuni è diventato amico. Li visita in carcere per lunghe chiacchierate nel parlatorio. Uno, mentre era già legato al lettino per l’iniezione lo ha salutato ad alta voce. «Hey Mike, come ti va?». Un altro, a cui era stata concessa l’ultima telefonata, lo chiamò sul telefonino un’ora prima dell’esecuzione: «Tutto bene dalle tue parti?». Graczyk l’ha raccontato a un giornalista senza nascondere la sua incredulità: «Stava per morire e pensava al sottoscritto. Strano, vero?».


Il suo ruolo è diventato più importante nel tempo. Fino a qualche anno fa un paio di quotidiani del Texas mandavano alle esecuzioni un loro giornalista. A loro si aggiungevano, nei casi più importanti, gli inviati dei giornali nazionali. Poi anche nelle redazioni Usa è arrivato l’ordine di risparmiare su spese e trasferte. Ora Graczyk è quasi sempre da solo e tutti i giornali del Paese riprendono i suoi servizi. Spetta a lui riferire al mondo il testamento dei condannati texani. L’ultimo, Rodrigo Hernandez, giustiziato il 26 gennaio, pochi minuti prima delle iniezioni letali ha chiesto di parlare con un Ranger e gli ha confessato i due omicidi di cui era stato accusato e che durante il processo aveva sempre negato.

Sul lettino ha detto: «Vi amo tutti». E mentre il sonnifero faceva effetto ha aggiunto: «Questa roba punge». A raccontarlo è naturalmente la cronaca dell’Associated Press, come sempre nel giornalismo americano, precisa e impersonale. A volte, però, perfino il distaccato Graczyk tradisce un disagio nascosto. A un collega ha raccontato che anni fa un condannato sul punto di morte si mise a cantare una melodia natalizia, «Astro del Ciel». Da allora, è più forte di lui, quella canzone non riesce più ad ascoltarla.



Powered by ScribeFire.

I successi internazionali delle birre italiane

La Stampa

Dopo il successo all'International Beer Challenge di Londra le birre delle Tenute Collesi hanno ottenuto un prestigioso premio al Beverage Testing Institute di Chicago.



Il prestigioso BTI, Beverage Testing Institute di Chicago, è una giuria composta da professionisti, ristoratori, distributori, enotecari e designer di fama internazionale che hanno attribuito un ambito premio ad un prodotto tutto italiano. Si tratta del miglior packaging per le magnifiche 6 birre ImperAle Collesi, delle Tenute Collesi, ancora trionfanti dopo il successo all'International Beer Challenge di Londra.

La WBC, concorso fondato nel 1994, rappresenta oggi la competizione più importante d'America e giudica ogni anno i packaging più all'avanguardia di birre, vini e distillati provenienti da tutto il mondo. I premi assegnati si dividono in 4 categorie: label design, bottle design, carrier/gift box design e case design. I vincitori vengono selezionati in base a criteri di forte creatività, originalità della grafica, della forma, stile e innovazione. Ancora una volta il premio attribuito alle birre Collesi è la dimostrazione di come sia riconosciuta ed apprezzata all'estero la raffinata eleganza del design italiano.

Il packaging delle Birre Collesi piace in tutto il mondo a colpo d'occhio per il vincente mix di raffinatezza ed eleganza, curato in ogni singolo dettaglio: dalla ricercata bottiglia "collio" alle etichette stampate a secco con colori vivaci e alla moda, alla capsula, che fa percepire la meticolosità nella produzione artigianale. Frutto di un accurato studio, il packaging di queste birre racconta il prestigio del prodotto con forte identità territoriale e la loro volontà di affermarsi nel mercato italiano ed internazionale come prodotto di nicchia dalla grande personalità.

Le birre in questione sono le bionde Alter e Ego, dal colore giallo oro luminoso con schiuma fine, fresche e profumate di cereali e fieno, moderatamente frizzanti e dal retrogusto equilibrato e rotondo; l'ambrata Fiat Lux, dal gusto intenso con toni caldi e avvolgenti, con sentori di luppolo che ne esalta i ricchi profumi di cereali e di frutta autunnale; la rossa Ubi, dal grande spessore e gusto dolce, caratterizzata da intensi profumi di caramello, malto e nocciole con piacevoli note speziate e grande persistenza aromatica; la nera Maior dal gusto pieno e corposo con profumi di caffè d'orzo, cacao liquirizia e rabarbaro e la triplo malto con profumi di lievito fresco, vaniglia, crosta di pane e miele.

Informazioni
www.collesi.com
F.G.



Powered by ScribeFire.

Retribuzione più bassa di quanto dichiarato: è estorsione

La Stampa


Se il datore di lavoro "minaccia" la perdita del posto di lavoro se il lavoratore non accetta un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga integra il reato di estorsione. Il richiamo alla difficile situazione economica così come la diffusione del modus di contrattare non legittimano gli abusi. Così afferma la Cassazione (sentenza 46678/11).

Il Caso

Problemi economici per l’azienda, difficoltà occupazionali per i lavoratori. Come uscirne? L’idea ‘magica’ di un’imprenditrice è semplice: ridurre il salario effettivo, lasciando invariato quello indicato nelle ‘buste paga’. Con due conseguenze: dare respiro all’azienda e consentire ai dipendenti di conservare il posto di lavoro. Ma l’idea – peraltro non nuova – non è delle migliori. L’imprenditrice viene infatti condannata, in primo e in secondo grado, per il reato di estorsione continuata in danno di alcune dipendenti. L’imprenditrice però, contesta la condanna a oltre tre anni di reclusione e a 400 euro di multa. Presenta ricorso in Cassazione e critica la ricostruzione degli avvenimenti delineata in Appello. Secondo la ricorrente, difatti, mancano in concreto «gli elementi della costrizione e dell’approfittamento, nonché del danno e dell’ingiusto profitto». Molto più semplicemente, a suo dire, l’imputata avrebbe offerto «le condizioni di lavoro praticate nella zona, accettate liberamente dalle dipendenti». Tutto ciò, peraltro, «in assenza di un reale profitto» per l’imprenditrice, che, successivamente, «ha dovuto liquidare l’attività per mancanza di commesse e per i debiti contratti».

Per giunta, l’imputata ricorda che alle lavoratrici è stato corrisposto «quanto concordato con i sindacati a titolo di risarcimento» e, a loro volta, le dipendenti si sono dichiarate «integralmente soddisfatte». Far balenare l’ipotesi della perdita del posto di lavoro per ottenere l’accettazione della riduzione del salario è reato. Lo scenario della crisi, però, non può rendere accettabili determinate azioni del datore di lavoro. Su questo punto, i giudici della Cassazione ribadiscono che la prospettazione, da parte del datore di lavoro, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro nel caso in cui non si accetti un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle ‘buste paga’ integra il reato di estorsione. Logica e legittima, quindi, la condanna dell’imprenditrice. Che non può neanche pretendere di vedere ‘alleggerito’ l’ammontare del risarcimento da pagare sulla base di un accordo transattivo con le operaie.



Powered by ScribeFire.

Pakistan: bloccata la mega-miniera di oro e rame da 120 miliardi di dollari

Corriere della sera


Le autorità locali accusano di truffa e corruzione la società straniera concessionaria. E intanto i cinesi si affacciano



MILANO – In Pakistan, in una remota regione desertica del Belucistan incuneata tra Iran e Afghanistan, è stata scoperta ai piedi di un vulcano spento una miniera di oro e rame con riserve valutate 120 miliardi di dollari (90 miliardi di euro) ai prezzi attuali delle materie prime, o almeno 60 miliardi di dollari (45 miliardi di euro) al prezzo medio stimato nel periodo utile di sfruttamento stabilito in 56 anni. Ma è proprio questa differenza tra i prezzi attuali e quelli nel lungo periodo a bloccare il progetto che darebbe lavoro a 11 mila persone nei prossimi due anni in una delle regioni più povere del Pakistan.

REKO DIQ Reko Diq – questo il nome del giacimento, che significa Monte Sabbioso – fa parte dell’arco magmatico della Tetide, una vasta cintura creata decine di milioni di anni fa dalla chiusura dell’oceano Tetide con la collisione delle zolle africana, indiana e arabica contro l’Eurasia. Nella lunga area minearia – che si estende dalla Romania alla Nuova Guinea – si sono formati diversi giacimenti di oro e rame (porphyry copper), di vario contenuto di minerale. Uno di questi, tra i più ricchi, è Reko Diq: la parte estraibile ammonta a 2,2 miliardi di tonnellate con un tenore medio di rame dello 0,53% e di oro di 30 grammi a tonnellata. La produzione annua stimata è di 200 mila tonnellate di rame e di 8 tonnelate di oro.

STORIA
– La storia di Reko Diq inizia nel 1993 quando il governo regionale del Belucistan sigla un accordo con la Bhp Billiton, un’importante società mineraria australiana, e viene creata la Tethyan Copper Company (Tcc) per la prospezione e lo sviluppo del giacimento. L’accordo concede agli australiani il 75% di tutto il minerale estratto. Nel 2006 la Bhp vende le sue quote della Tcc alla cilena Antofagasta e alla canadese Barrick Gold, che in cinque anni investono 220 milioni di dollari in prospezioni e sviluppo ed erano pronti a investirne altri 3,3 miliardi quando il governo del Belucistan, senza fornire spiegazioni, ritira la licenza mineraria.

Un funzionario locale, sotto anonimato, ha detto alla Reuters che la Tcc ha impiegato troppo tempo a completare lo studio di fattibilità e, soprattutto, ha «fregato» il Belucistan sottovalutando il reale valore del giacimento. Il caso è finito alla Corte suprema pakistana e la Tcc ha fatto ricorso alla Corte internazionale degli arbitrati di Londra e alla Banca mondiale, nel frattempo il Belucistan ha concesso undici nuovi permessi di esplorazione nell’area intorno a Reko Diq a cinque compagnie pakistane e cinesi che non possiedono però alcuna esperienza mineraria. La Tcc riconosce che l'accordo concede al Belucistan solo il 25% del minerale, ma sottolinea che finora il governo locale non ha messo un soldo nel progetto e con le tasse e le royalties i suoi guadagni arriverebbero a circa il 50%.

STIME - La Tcc ha basato la sua stima del valore del giacimento basandosi sul prezzo medio di 2,20 dollari/oncia per il rame (circa 6 euro al chilo) e 925 dollari/oncia (22 euro/grammo) per l’oro lungo un futuro periodo di oltre 50 anni. Solo che oggi solo l’oro vale oltre 1.700 dollari/oncia (41 euro/grammo), con proiezioni che possa arrivare a 2 mila se non a 2.500 dollari in breve tempo. Le autorità del Belucistan accusano inoltre la Tcc di aver corrotto i funzionari per farsi approvare contratti super-favorevoli, accuse che la Tcc ha respinto affermando inoltre che il 25% concesso al governo locale senza finanziamenti è un accordo estremamente generoso rispetto a simili accordi minerari internazionali. Il funzionario che firmò l’accordo è stato condannato a sette anni di prigione per corruzione, anche se non per episodi collegati alla Tcc.

PAESAGGIO LUNARE - La situazione attuale è che nel lunare paesaggio ai piedi del vulcano del Belucistan, dove in estate la temperatura raggiunge i 50 gradi all’ombra, la Tcc ha licenziato 240 dei 270 operai locali che aveva assunto per le prospezioni, il megaprogetto della miniera a cielo aperto profonda mille metri è bloccato, le tubature sotterranee lunghe 682 km che avrebbero portato il minerale concentrato al porto di Gwadar è ancora sulla carta, il villaggio per i lavoratori compreso di scuole, moschee, pronto soccorso e biblioteca più un impianto elettrico da 189 MW non è mai partito. E nel Belucistan, zona abitata da una popolazione fiera e guerriera che ha sempre visto con sospetto qualsiasi ingerenza straniera – anche quella degli altri pakistani – si allunga l’ombra cinese, alla caccia in tutto il mondo di materie prime essenziali per far funzionare le proprie industrie.



Paolo Virtuani
20 febbraio 2012
(modifica il 21 febbraio 2012)




Powered by ScribeFire.

Gian Carlo Caselli e i No Tav : «C'è un clima d'odio, vogliono zittirmi»

Corriere della sera

Il procuratore di Torino che ha ottenuto l'arresto di alcuni esponenti del movimento: «Non la do vinta ai violenti, gli incontri si faranno in luoghi sicuri. Mi ricordano i camorristi».


ROMA - L'appuntamento era fissato per ieri alle 18, libreria Feltrinelli di piazza Duomo a Milano, presentazione del libro del procuratore di Torino Gian Carlo Caselli Assalto alla giustizia , con Armando Spataro e Nando dalla Chiesa. Da giorni però il tam tam trasmesso soprattutto via computer faceva sospettare che dentro e fuori non ci sarebbero stati solo gli interessati al dibattito, ma anche i contestatori del magistrato accusato di voler criminalizzare il movimento No Tav con i recenti arresti per gli scontri dell'estate scorsa in Val di Susa: «Andiamo a esprimergli il nostro punto di vista a proposito di "assalti" e di "giustizia"». Risultato: presentazione annullata «per evitare problemi di ordine pubblico». Era già successo a Torino, per un altro incontro con Caselli relatore.

Che accade, procuratore? S'è spaventato di qualche probabile fischio o slogan aggressivo?
«No, semplicemente non ho intenzione di coinvolgere in possibili disordini persone perbene e ignare di tutto, interessate alla circolazione delle idee e non della violenza. Ormai non ci sono più solo le minacce e gli insulti, ma scritte sui muri che trasudano odio come "Caselli boia", "Caselli brucerai", "Caselli come Ramelli" (il giovane militante missino ucciso a sprangate, a Milano, nel 1975, ndr ) o "ti faremo a brandelli". A Torino e in altre città. Sono preso di mira sistematicamente, vogliono impedirmi di parlare, e questo non è degno di un Paese civile».

Ma annullando gli incontri non la si dà vinta ai contestatori?
«Le presentazioni le rifaremo in situazioni logistiche di maggiore sicurezza, l'incolumità delle persone viene prima di tutto. E io non voglio offrire occasioni di pubblicità a chi vuole imporre il silenzio. Figuriamoci se voglio darla vinta ai violenti, è solo il sintomo che viviamo in un Paese che sta cambiando in modo pericoloso».

Non si ha il diritto di dissentire da un'operazione giudiziaria?
«Qui non c'entra il dissenso, siamo molto al di fuori della legittima divergenza di opinioni. Quanto al merito dell'indagine mi limito a ricordare che per gli arresti, tra gli uffici di Procura, del giudice delle indagini preliminari e del tribunale dei minori, si sono pronunciati ben dieci magistrati. E adesso altri nove di tre diverse sezioni del tribunale del riesame hanno confermato in pieno l'impianto accusatorio parlando di "devastante e incontenibile violenza collettiva, preventivamente e strategicamente pianificata", e di "configurazione tipicamente sovversiva". Siamo intervenuti in maniera chirurgica, sezionando le situazioni in cui riteniamo di aver raggiunto la prova della singola responsabilità. Altro che sparare nel mucchio!».

È per via di quel contesto di violenza che prende sul serio le scritte sui muri contro di lei?
«A quegli scontri hanno partecipato alcuni "professionisti della violenza". E non siamo di fronte a banali scritte sui muri, bensì alla convocazione preventiva per impedire la libera espressione delle idee. Sono anni che mi muovo e parlo in mezzo a gente che talora fischia e contesta, ma non ho mai visto iniziative organizzate come queste. Fatte le debite proporzioni, questi episodi mi ricordano i familiari dei camorristi che circondano le auto delle forze dell'ordine per impedire gli arresti dei loro congiunti».

Non teme di esagerare? O sta preconizzando un possibile ritorno della violenza stile anni Settanta, prologo di scenari ben peggiori?
«Non preconizzo niente, registro solo situazioni che non mi piacciono e mi allarmano, perché non si può dire a quali conseguenze potrebbero portare. E perché avvengono in un sostanziale silenzio altrettanto preoccupante, o suscitano al massimo qualche balbettio di maniera da parte della politica, che invece dovrebbe capire la gravità di quel che sta accadendo. Insultare o intimidire un magistrato significa insultare e intimidire la sua funzione. C'è una curiosa assonanza tra le aggressioni nei miei confronti e quel che c'è toccato sentire in quasi vent'anni di berlusconismo a proposito di giustizia e controllo della legalità».

Cioè?
«Sento riecheggiare una certa voglia di impunità registrata tante volte da parte di certa classe politica. Ma il rispetto della legalità non è come un paio di ciabatte che si usa quando servono e si butta via quando non sono più utili; il nostro ruolo non può andar bene nel contrasto alla mafia e alla 'ndrangheta, per le indagini sull'assalto al campo nomadi o i processi Eternit e ThyssenKrupp, ed essere osteggiato sino a livelli di inciviltà quando si colpiscono reati che non si vogliono ammettere».

Negli arresti dei militanti No Tav vi contestano di aver usato la mano pesante per intimorire il movimento e scoraggiare la protesta e le prossime manifestazioni. In nome di interessi o poteri superiori.
«La protesta anche energica è e resta legittima, mentre la violenza organizzata no. I No Tav possono avere tutte le ragioni di questo mondo e pretendere quel che ritengono giusto. Ma sostenere che la nostra inchiesta criminalizza il movimento è come dire che chi persegue uno stupro criminalizza il sesso: la protesta e la violenza sono due cose diverse, esattamente come il sesso e lo stupro. E solo chi viene da un altro pianeta può pensare che io sia al servizio di qualche potere forte o di chi ha interessi nell'Alta velocità».

Che effetto le fa trovare tra i più accesi detrattori dell'inchiesta persone con cui in passato s'è trovato d'accordo, o addirittura amici di vecchia data come l'ex giudice Livio Pepino?
«Ai tempi del terrorismo, a sinistra mi chiamavano "servo sciocco" del generale Dalla Chiesa. Non mi sono impressionato allora né mi impressiono oggi, quando si fa il proprio dovere si mette in conto tutto».



Giovanni Bianconi
21 febbraio 2012 | 11:44



Powered by ScribeFire.

La onlus è ciellina e Dario Fo rifiuta lo spot

Corriere della sera

È successo al teatro Apollonio di Varese durante «Mistero buffo». La replica: «Portiamo cibo ai poveri, che male c'è?»


VARESE - L'opera in scena è il famosissimo «Mistero buffo», ma è curioso anche quello che accade dopo lo spettacolo. Sabato sera: sul palco del teatro Apollonio di Varese c'è il premio Nobel Dario Fo, con uno dei capolavori che l'hanno reso celebre. Un successo strepitoso, sala piena, ovazioni convinte. Nel foyer, il banchetto di un gruppo di volontari cattolici raccoglie fondi per una campagna a favore dei non abbienti. Si chiama «Banco nonsolopane onlus» e organizza raccolte di generi alimentari. Ma ha un piccolo difetto, o qualità, (a seconda dei gusti): fa parte della Compagnia delle opere, gravita dunque nell'orbita di Comunione e Liberazione.

Dario Fo è rimasto sempre ostinatamente di sinistra e Cl è politicamente sull'altra sponda. Due popoli numerosi e appassionati ma che si guardano in cagnesco da tanti anni. Il volontario ciellino però non si perde d'animo, e prima che inizi lo spettacolo si fa portare in camerino. Il premio Nobel è gentilissimo, lo fa sedere e accetta di parlare, si fa dare del tu. Angelo Micale ha 60 anni ed è anche un ammiratore dell'artista: «Conosco tutte le tue canzoni - gli dice - potresti fare un annuncio a fine spettacolo per le donazioni al nostro banco alimentare?». La richiesta viene fatta anche in virtù di un accordo con il teatro di Varese, che ogni anno sostiene una diversa associazione benefica: chiede agli artisti più sensibili di fare un annuncio o dare spazio sul palco alle onlus. La scorsa stagione era toccato a un'organizzazione che si occupa dell'Africa.

POSIZIONI DIVERSE - «Lo so che siamo su posizioni diverse- spiega il volontario - per questo gli ho detto che ero di Comunione e Liberazione. Non me ne vergogno. Sono orgoglioso dell'incontro che ho fatto nella mia vita e non volevo nasconderlo. Abbiamo discusso un po'. E' stato sincero anche lui nell'espormi le sue critiche. Ma eravamo rimasti che alla fine del primo tempo mi sarei recato sotto il palco e mi avrebbero fatto salire per il mio annuncio».

Tuttavia, alla fine ha prevalso la politica: «Il direttore del teatro mi ha avvisato che aveva parlato con l'attore - è la versione di Micale (confermata dal teatro) - in sostanza Dario Fo gli ha riferito che preferiva non dare spazio a un'associazione legata a Cl, anche perché forse il suo pubblico di sinistra non avrebbe capito». Per la cronaca, la raccolta è stata un disastro: il volontario ciellino a fine spettacolo ha contato solo 15 euro. La settimana prima, con l'annuncio, ne aveva presi 270. «Mi è dispiaciuto ma non mi arrabbio - osserva - certe divisioni pesano ancora. Quando verrà Paolo Rossi, ad esempio, so già che non mi potrò nemmeno avvicinare al camerino».

Roberto Rotondo21 febbraio 2012 | 11:16

Italian Laundry

Corriere della sera

Screen 2012.2.21 8-33-46.4

Ecco come la mafia ripulisce il denaro sporco con il business dei giochi legali e illegali

di Amalia De Simone


NAPOLI - Le mafie ripuliscono il loro denaro sporco anche attraverso portafogli e tasse degli italiani. Non è una semplificazione. Soprattutto davanti ad un documento come quello che pubblichiamo: un manoscritto di Renato Grasso nel quale, l'imprenditore condannato per mafia che per vent'anni ha gestito in Italia buona parte del business dei giochi con il placet dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato - (Aams) l'organo del Ministero dell'Economia e delle Finanze addetto alla gestione del gioco pubblico -, conferma ai giudici di aver riciclato soldi per i clan. E precisa: non solo ha avuto rapporti con i 22 gruppi mafiosi già individuati dagli inquirenti, ma anche con altre 52 cosche della camorra.

La «lavanderia italiana» che le procure ancora non conoscono. Il che significa che negli anni, ben 74 clan della camorra si sono rivolti a lui per organizzare la loro lavanderia di denaro sporco e che lo hanno fatto usando un meccanismo che riguarda direttamente le tasche dei contribuenti italiani e di quelli che affidano alla fortuna qualche risparmio: il sistema dei giochi legalizzato dal 2004 e gestito dai monopoli di Stato. La lista è impressionante: almeno tre clan per quartiere o area geografica delle varie città campane. Non c'è faida che tenga: la lavanderia è unica anche per i più acerrimi nemici. Infatti nell'elenco ci sono clan che si sono combattuti per anni facendo decine di morti ammazzati e che invece sono uniti nello stesso elenco: affidavano le loro finanze al re dei giochi.

L'ELENCO - Sembra quasi un censimento noir. Un elenco scritto a mano da un signore capace, nonostante una condanna per mafia di diventare socio (con due distinte imprese) della famiglia Mastella e anche della famiglia Iovine. Si, proprio quelle dell'eurodeputato di Ceppaloni ed ex ministro della giustizia e dell'ex superlatitante Antonio Iovine detto 'o ninno', tra i capi dei casalesi, arrestato solo l'anno scorso dopo 14 anni di ricerche.

Ma soprattutto un signore capace, con quella condanna definitiva per 416 bis e per estorsione (5 più 4 anni), di ottenere con le società di famiglia, favolosi contratti con i Monopoli di Stato e con due società del calibro di Lottomatica e Sisal (come risulta dai provvedimenti giudiziari a carico di Grasso e anche da un suo memoriale nel quale scrive «I miei fratelli ebbero la grande opportunità di ottenere dei contratti in esclusiva per la distribuzione delle New Slot in tutta Italia a favore di oltre 2.500 ricevitorie e agenzie»).

«Le concessioni per le slot - spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Renato Grasso - sono una decina e Grasso entrò nel business attraverso accordi commerciali di società riconducibili alla sua famiglia con Lottomatica e Sisal». I suoi affari ormai spaziavano dalle scommesse sportive ai giochi on line, dalle slot alle sale bingo. Ma il curriculum penale di Grasso evidentemente non è stato mai un problema.

L'INDUSTRIA DEI GIOCHI - Eppure quella dei giochi è la terza industria in Italia con 120 mila lavoratori e un fatturato che quest'anno sarà vicino a 80 miliardi di euro, tra il 4 e il 5% del nostro Pil. Renato Grasso è sempre stato il re dei giochi leciti e illeciti e dopo aver fatturato 300 milioni di euro all'anno, essere stato latitante e aver conosciuto a più riprese il carcere, forse sta smettendo i panni di «imprenditore testimone» come si era autodefinito per indossare quelli di pentito, anche se non c'è nulla ancora di ufficiale.

Uno dei suoi fratelli (ne ha 13) Luciano, non ha retto al peso delle indagini e dopo un periodo di depressione, pochi mesi fa si è tolto la vita con un colpo di pistola. Il suo corpo è stato trovato sul terrazzo del palazzo dove viveva. Renato Grasso, dopo un primo memoriale consegnato ai pm nel 2009 subito dopo aver bussato al portone del carcere per consegnarsi e mettere fine alla sua latitanza, aspetta due anni prima di vuotare del tutto il sacco.

Lo fa in maniera scarna con poche frasi e due elenchi. Innanzitutto spiega perché è pronto a collaborare con la giustizia: «Dopo una lunga riflessione personale ho mutato la mia inutile convinzione, che per il solo fatto di essere stato anche vittima di alcuni clan della camorra, potessi giustificare o eludere le mie reali responsabilità penali. Per tanto ho deciso di rivelare tutto quello che è necessario, di mia conoscenza dei fatti di dar modo alla giustizia di fare il suo corso, con maggiori riscontri (...)

Soprattutto per avere la possibilità di recidere definitivamente tutti i rapporti con la criminalità organizzata anche per il futuro. Tanto premesso confermo e confesso di aver avuto rapporti di interessi economici, relativi alla mia attività lavorativa per la distribuzione del mercato dei videopoker accordandomi con gli esponenti, di volta in volta, anche contemporaneamente egemoni, nei singoli quartieri di Napoli e provincia».

Ora arrivano i primi verbali «collaborativi» davanti ai pm Antonello Ardituro e Catello Maresca della dda di Napoli che con le loro inchieste hanno scoperchiato il sistema, datati 7 e 16 giugno e primo luglio 2011. E così “o presidente” (questo il suo soprannome) comincia il suo racconto dettagliato sulle sue società, sui rapporti con tantissimi clan e con boss del calibro di Giuseppe Setola ('o cecato'), su carabinieri, vigili e poliziotti che aveva assoldato per fargli da guardiaspalle e di tanto altro.





GLI AFFARI - Negli anni '80 erano flipper e juebox poi è stata la volta dei videopoker illegali ma una decina di anni fa tutto è cambiato. Gli affari dei Grasso viaggiano su due filoni quello delle slot e quello delle sommesse sportive. Ciò che in Italia fino al 2004 era stato illegale e cioè videopoker e totonero, viene regolato e legalizzato. Così si assegnano le concessioni per i giochi: poche, meno di una decina quelle per la gestione delle «macchinette», molte di più quelle per le scommesse sportive. Viene anche stabilito che chi non ha una serie di requisiti di onorabilità (ovviamente si prevede l'esclusione degli imprenditori coinvolti in indagini di mafia) non potrà mai sperare di diventare concessionario di giochi pubblici.

Una regola che invece, come si legge nelle migliaia di carte dei processi che riguardano i Grasso, diventa facilmente carta straccia. Tanto che il pm Antonello Ardituro auspica maggiori controlli e una modifica legislativa: «Le concessioni dei monopoli vengono assegnate senza che vi siano i necessari controlli antimafia e quindi ci capita di imbatterci in società che sono concessionarie dell'ente pubblico o a partecipazione pubblica che non rispettano i requisiti e le certificazioni antimafia, come è successo per la famiglia Grasso. Nonostante Renato Grasso fosse stato condannato per 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso) con sentenza passata in giudicato, i fratelli riuscivano tranquillamente ad avere questo tipo di concessioni. Sarebbe auspicabile una modifica della normativa in materia».

LE AZIENDE - Nel primo settore, quello delle macchinette, le aziende dei Grasso diventano leader grazie a contratti stipulati da società di famiglia con concessionari dei Monopoli di Stato, Lottomatica e Sisal. Un esempio su tutti potrebbe essere la Wozzup (ora sotto sequestro): in questa ditta che tra il 2006 e il 2008 ha raccolto circa 110 milioni di euro di giocate, Renato Grasso è direttamente socio insieme al fratello Massimo e quindi paradossalmente “'o presidente” accusato di mafia, non si preoccupa nemmeno di procurarsi un prestanome per diventare concessionario di Lottomatica. Un'altra società della famiglia entrata nello stesso affare è la King Slot (anche questa sotto sequestro).

I Grasso, invece, per entrare in affari con la Sisal, usano la DueGi sas, una società anche questa finita più volte sotto sequestro. Nel suo memoriale Grasso spiega che questi contratti diedero l'oportunità alle società di famiglia di distribuire in esclusiva le nuove macchine New Slot su tutto il territorio nazionale in oltre 2.500 ricevitorie estendendo il suo raggio d'azione non solo in Campania ma anche in Lombardia, Toscana, Puglia, Calabria, Abruzzo e Sicilia e riuscendo così a raccogliere fiumi di denaro in giocate pari alla metà dell'intero business italiano dei giochi.

Quello delle slot è un affare che permette un po' a tutti quelli che sono nel giro di guadagnare bene e in maniera facile: allo Stato, perché parte delle giocate finisce nell'erario (circa il 12,5%); alle concessionarie e alle loro sub concessionarie in quanto intascano fette consistenti dell'affare; e anche ai singoli bar che installano le macchinette mangiasoldi. Oltre a trattenere la percentuale prevista, i bar hanno a disposizione liquidi per alcune settimane perché lo scassettamento delle slot (e cioè il prelievo) nella maggior parte dei casi avviene con scadenze piuttosto lunghe.

Le organizzazioni criminali, secondo le indagini, hanno buon gioco ad inserirsi in varie fasi dell'affare ma soprattutto, ciò che gli inquirenti intendono scoprire è se in qualche modo abbiano finanziato Grasso all'inizio del business e cioè nel momento in cui andavano acquistate e distribuite le slot. Un investimento non da poco, anche per "o presidente" ma non certo per decine di clan della camorra. Anche la mafia fa capolino nelle indagini sui Grasso: per creare in dieci regioni italiane una delle più fiorenti reti di controllo e gestione di sale Bingo, società e ditte individuali che operavano tutte nel settore delle scommesse pubbliche, “o' presidente” si era affiancato un personaggio siciliano.

Il suo nome è Antonio Padovano. Gli inquirenti lo ritengono contiguo a esponenti della criminalità organizzata catanese alcuni dei quali ai vertici della famiglia "Cosa Nostra Etnea". Fu arrestato alla fine del 2000 per 416 bis e successivamente raggiunto da un ordinanza di custodia cautelare nella quale il Gip di Caltanissetta sottolinea la contiguità ai Santapaola di Catania ed il patto tra lo stesso Padovani e i Madonia per l'apertura di numerose sale scommesse tra Gela e Niscemi e l'assunzione quale responsabile dell'area siciliana del genero di Piddu Madonia.

Il nome di Padovani spunta anche in un'inchiesta che dimostra come i casalesi, quelli di Setola, Iovine e Zagaria, attraverso un sistema di scatole cinesi, cessioni di rami d'azienda e prestanomi, abbiano riciclato soldi. Grasso teneva i contatti con la cosca principalmente attraverso Mario Iovine, detto "Rififi". Come? Con l'acquisto di sale bingo, molte delle quali nel salotto buono milanese .

LE SCOMMESSE SPORTIVE - L'altro filone battuto da Grasso è quello delle concessioni per le scommesse sportive. Qui “o' presidente” la fa veramente da padrone riuscendo a raccogliere decine di contratti dai Monopoli. Comincia con la Betting 2000, una società attualmente in amministrazione giudiziaria. La Betting2000 strappa subito la concessione dai Monopoli di Stato e poi arrivano anche la Sistersbet e la Mediatelbet. Insomma dalle tasche dei cassieri dei clan a quelle di Renato Grasso per poi rifluire in una cascata di società che acquistano sale bingo nel nord Italia, piazzano migliaia di slot (praticamente in regime di monopolio) e gestiscono i flussi di scommesse sportive.

Tornando alla Betting 2000, spuntano i cognomi Mastella e Lonardo. Già perchè la Betting come è possibile verificare da semplici visure camerali, è socia della società Sgai betting nella cui compagine societaria figurano Italico e Carlo Lonardo, fratelli della ex presidente del consiglio regionale campano Sandra Lonardo e per un periodo anche Pellegrino Mastella, figlio della Lonardo e dell'ex guardasigilli ed attualeparlamentare europeo Clemente Mastella. «Nel campo delle scommesse sportive – spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Grasso - le società riconducibili a Renato Grasso, sono entrate acquisendo delle concessioni da una società che ne deteneva una notevole quantità, la Sgai, che aveva tra i suoi proprietari la famiglia Mastella o Lonardo».

Che fine ha fatto la Sgai betting? Le concessioni risultano tutte vendute appena alcuni giorni prima del sequestro. Per il resto la società è svuotata e messa in liquidazione. La politica in senso lato si incrocia anche per altre vie con i destini dei Grasso: Massimo Grasso, fratello di Renato - anche lui accusato di vari reati -, è stato anni fa, il consigliere comunale del Pdl più votato a Napoli e in più convive con una delle gemelline De Vivo, aspiranti subrettine ma ormai più note per le serate del bunga-bunga ad Arcore (vengono citate e intercettate nel fascicolo della procura di Milano sul caso Ruby) che per la loro partecipazione all'”Isola dei famosi”.

I RETROSCENA - La storia di Renato Grasso si arricchirà di particolari se il suo protagonista continuerà a svelare i retroscena della sua «lavanderia» italiana e se gli inquirenti riusciranno a capire se un nuovo re dei giochi si sta affacciando sul panorama italiano al posto di Grasso. Per ora resta da raccontare ancora un paradosso: «Poiché le concessioni sono spesso legate alla personalità dell'imprenditore - spiega il pm della dda Antonello Ardituro

molto spesso assistiamo a delle revoche quali le sospensioni delle concessioni nel momento in cui interviene il sequestro delle società da parte dell'Autorità giudiziaria con l'evidente paradosso che l'impresa mafiosa è stata concessionaria per tanto tempo e nel momento in cui interviene lo Stato con l'amministratore giudiziario, questa concessione viene revocata perché non sussistono più i requisiti con l'effetto molto rilevante sul territorio di dare l'idea che finché l'impresa mafiosa è libera e lavora da la possibilità anche ai cittadini; quando interviene lo Stato con il sequestro, le imprese sono destinate miseramente a chiudere».


Amalia De Simone
17 febbraio 2012 (modifica il 21 febbraio 2012)