venerdì 17 febbraio 2012

Adolf Hitler avrebbe avuto un figlio in Francia

Il Mattino


PARIGI - Adolf Hitler avrebbe avuto un figlio in Francia, che per anni ha tentato di dimostrare di essere davvero l'erede del Fuhrer. La vicenda viene raccontata dall'avvocato al quale l'uomo, Jean-Marie Loret, morto nel 1985, si era rivolto negli anni Settanta per veder riconosciute le sue origini. Il settimanale Le Point cita l'avvocato Francois Gibault, che avrebbe sconsigliato ripetutamente al suo cliente di insistere nella sua richiesta di riconoscimento della paternità. A rivelargli la verità sarebbe stata sua madre, Charlotte, poco prima di morire.


La donna le raccontò di aver avuto una breve relazione con Hitler, impegnato come caporale dell'esercito tedesco nel nord della Francia sin dal 1914. Loret addusse come prova anche alcune tele firmate da Hitler ritrovate nel granaio di casa della madre oltre a una serie di test medici comparativi che indicavano la somiglianza tra padre e figlio. Loret rivelò il suo presunto segreto in un libro pubblicato nei primi anni 80, ma che all'epoca passò inosservato. Secondo il legale, Loret avrebbe potuto rivendicare una parte dei diritti del Mein Kampf.

Venerdì 17 Febbraio 2012 - 17:29




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Mani Pulite, le lacrime di Di Pietro e la contestazione di Stefania Craxi

Corriere della sera

L'adunata all'Elfo col sindaco di Milano Giuliano Pisapia . La figlia del leader socialista: «Non andava fatta»


MILANO - È stato celebrato tra le polemiche, come era facile prevedere, il ventennale dall'inizio di Mani Pulite. Il 17 febbraio del 1992 i carabinieri arrestavano con una mazzetta di sette milioni infilata nella tasca della giacca Mario Chiesa. Dalle rivelazioni raccolte interrogando il direttore del Pio Albergo Trivulzio l'allora semisconosciuto pm Antonio Di Pietro ha costruito la più vasta inchiesta sulla corruzione del mondo politico che la storia d'Italia abbia conosciuta. Indagini che hanno dato vita a processi per 2.575 persone e 1300 condanne. E che hanno messo in soffitto con la prima Repubblica un'intera A distanza di vent'anni, l'oggi leader dell'Italia dei Valori si è commosso davanti alla platea stracolma del teatro Elfo a Milano. Mentre Stefania Craxi, la figlia dell'ex premier morto ad Hammamet, ha contestato la scelta del sindaco Giuliano Pisapia di prendere parte all'evento: «Monti ha detto: smettiamo di fare molti convegni. Il primo che non doveva essere fatto è quello di corso Buenos Aires».


LA COMMEMORAZIONE - Antonio Di Pietro è ricorso all'immagine di un cancro per descrivere il fenomeno della corruzione: «Venti anni fa avevamo un malato grave, il paese Italia, con un tumore grave, la corruzione politica ambientale, che oggi è diventata una metastasi, perché oggi é più difficile scoprire i reati perché si sono introdotte una serie di norme per non farli scoprire, non sono più’ reati: si dice che il tumore e’ un foruncolone». Nel ricordare le indagini aperte sul suo conto a seguito dei processi di Tangentopoli («ventisette in tutto, ma non me ne sono mai lamentato») Di Pietro ha parlato anche delle «320 denunce che ho dovuto presentare per difendere il buon nome di Mani Pulite». Ed è stato a quel punto che, visibilmente emozionato, il duro ex poliziotto, ex pm ed ex ministro Di Pietro, si è commosso, lasciando trasparire qualche lacrima: «Non avete idea di quante sofferenze ho ancora ora per quegli anni...»


IL CONTROANNIVERSARIO - Stefania Craxi ha radunato il fronte critico e «revisionista» nei confronti di Tangentopoli nella sede della Fondazione Craxi, nel quartiere Isola, sempre a Milano: «Non c'è proprio nulla da festeggiare - ha detto Craxi - e non è certo stata una rivoluzione». Uno dei socialisti del tempo rimasti sul proscenio della politica, Fabrizio Cicchitto, oggi capogruppo alla Camera del Pdl, è entrato nel merito della questione: «Il finanziamento illecito era un sistema. Ma se quel sistema andava smontato allora avrebbe dovuto riguardare tutte le imprese, ma non fu così perchè alcune vennero colpite e altre no».

Redazione Online
17 febbraio 2012 | 20:19

Francia: proibito chiamare i figli come un personaggio dei fumetti

Corriere della sera


La Corte di Cassazione: «È contro gli interessi del bambino»



MILANO - È uno dei personaggi dei fumetti più amati dai francesi e la sua proverbiale ingenuità lo fa apparire innocuo e innocente. Tuttavia mercoledì scorso la Corte di Cassazione transalpina ha stabilito che chiamare un bambino come l'eroe biondo dei cartoni animati Titeuf è pericoloso e ha proibito a una coppia d'Oltralpe di scegliere per il proprio figlio questo nome.



LA DIATRIBA - La diatriba tra la coppia del dipartimento dell'Oise e la magistratura transalpina inizia più di due anni fa. Il 7 novembre del 2009 i coniugi, grandi appassionati del fumetto che nella sola Francia in meno di 15 anni ha venduto ben 16 milioni di copie, decidono di registrare il loro neonato con il nome Titeuf Grégory Léo. L'ufficiale di stato civile si dimostra scettico e cerca, inutilmente, di far cambiare idea ai genitori. A questo punto informa la Procura della Repubblica che accoglie i dubbi dell'organo comunale e presenta il caso al Tribunale civile di Pontoise. Quest'ultimo in una successiva sentenza stabilisce che il nome scelto è contrario agli interessi del bambino.

DIRITTI - I genitori non demordono e continuano la loro battaglia legale richiamando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che proclama il rispetto della vita privata dei cittadini. Tuttavia anche la Corte d'appello conferma la decisione di primo grado sottolineando che il nome Titeuf deve essere vietato perché potrebbe attrarre lo scherno dei bambini e degli adulti in ragione della grande popolarità del fumetto in Francia: «L'associazione di questo nome al personaggio di un ragazzo ingenuo e maldestro – dichiara la Corte - rischia di costituire un reale handicap per il bambino una volta divenuto adolescente e poi adulto tanto nelle relazioni personali quanto in quelle professionali».

DECISIONE DEFINITIVA - Mercoledì scorso è arrivato il definitivo parere della Cassazione che ha confermato le precedenti decisioni. La Corte, richiamando la Convenzione sui diritti dell'infanzia che afferma come l'interesse del nascituro debba essere considerato «primordiale», ha affermato la legittimità dei tribunali nazionali di decidere se un nome può essere contrario all’interesse del bambino. Nonostante abbia rilevato la simpatia e la fama dell'eroe con la testa a uovo creato dal disegnatore svizzero Philippe Chappuis, in arte Zep, la Corte ha voluto ribadire che chiamare un bambino Titeuf potrebbe segnare negativamente la sua crescita. Alla fine la decisione è stata netta: oltre al turbolento e credulone personaggio dei fumetti non vi sarà alcun bambino di nome Titeuf in Francia, mentre il piccolo dell'Oise, che intanto ha quasi compiuto tre anni, si chiamerà solo Grégory Léo.

Francesco Tortora

17 febbraio 2012 | 18:17




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Strage del Vajont, oscurato il portale storico Il gip di Belluno: «Offese a Paniz e Scilipoti»

Corriere della sera

Il deputato del Pdl: «L'autore del portale mi perseguita da anni»



MILANO - È bastata la denuncia dei deputati Paniz e Scilupoti. E il gip di Belluno ha chiuso il portale sul Vajont. Il Giudice delle indagini preliminari ha ordinato la chiusura preventiva del sito dedicato alla strage del 1963 costata la vita a 1910 persone, per una frase offensiva. Il provvedimento è stato notificato ai 226 Provider italiani, che hanno immediatamente sospeso la pubblicazione.

IL PROVVEDIMENTO - La scelta del giudice di Belluno non è molto frequente in giurisprudenza. Di solito lo strumento dell'inibizione imposta ai provider è l'ultimo passo, il più grave, perché chiude all'utenza non una singola pagina, o uno specifico contenuto diffamatorio, ma l'intero spazio online.

LA SPIEGAZIONE DI PANIZ - Paniz, che è uno dei più autorevoli avvocati del Bellunese, spiega di non aver mai querelato il sito Vajont.info: «Piuttosto ho querelato, e in almeno due circostanze, il suo autore». Perché, a quanto pare, lo aveva preso di punta: «In moltissimi siti, basati in diverse zone del mondo, ha postato offese gravi e gratuite nei miei confronti. Non ho potuto far altro che denunciarlo». Ma perché questa acrimonia nei confronti del deputato del Pdl? «Alcuni anni fa presentai querela nei suoi confronti su incarico di due ex sindaci di Longarone che si sentivano diffamati. Sono scaturiti diversi processi da questa vicenda, e alla fine sono arrivate anche le condanne. Ebbene questo signore, invece di prendersela con chi lo aveva querelato, ha cominciato a perseguitare me che ho fatto solo il mio mestiere».

LA FRASE OFFENSIVA - Il giurista digitale Fulvio Sarzana ha svelato sul suo blog la vicenda. «Il sito web che raccontava, con immagini ed articoli, la storia della strage conseguente al crollo della diga - racconta Sarzana - è ora offline. L'autore del sito si è permesso una frase sarcastica nei confronti dei due parlamentari. C'è stata una denuncia, e il giudice ha ordinato l'oscuramento preventivo».


Antonio Castaldo
Twitter @gorazio
17 febbraio 2012 | 14:23



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L'amministratore non paga il gas Al freddo settantaquattro famiglie

Corriere del Mezzogiorno

Nel condominio anche molte case dell'Inail. L'sos degli inquilini: «Qui si gela, è un dramma»



Gli inquilini hanno regolarmente versato le quote ma le bollette risultano non pagate
Gli inquilini hanno regolarmente versato le quote ma le bollette risultano non pagate

NAPOLI - Gas staccato: settantaquattro famiglie restano al freddo, e sta per arrivare pure la neve. Un intero condominio di viale Michelangelo (civico 57) al gelo, con gli appartamenti riscaldati, si fa per dire, solo da stufette. Tutta colpa dell'amministratore di condominio, accusano proprietari e affittuari. Da un mese è irreperibile: non avrebbe pagato le bollette all'Eni. Un importo di circa 25mila euro. Risultato? Niente più fornitura di gas nel palazzo dove il maggior condòmino è l'Inail e in cui abitano 74 nuclei familiari. Vittime di una beffa, per usare un eufemismo. Hanno regolarmente versato le proprie quote ma le bollette risultano non pagate. Perciò private della somministrazione del gas da un mese fanno i conti con la morsa del freddo.

«È IRREPERIBILE» - «Siamo sconcertati e scoraggiati - dice al Corriere uno degli inquilini, che preferisce l'anonimato - l'amministratore si nega al telefono. Chi è riuscito a sentirlo ne ha ottenuto solo blande rassicurazioni. Ma nulla è cambiato. Mia moglie è incinta, tra poco dovrà partorire: con queste temperature viviamo una condizione facilmente immaginabile». Nello stabile risiedono anche persone anziane e ammalate, o che si stanno ammalando. Degli ultimi giorni è un caso di broncopolmonite.

«DEVE SFIDUCIARLO L'INAIL» - «L'Eni dal canto suo sostiene che i contatti li ha solo con l'amministratore, quindi tocca a lui farsi vivo» l'inquilino. Lo si potrebbe sfiduciare, e agire altrimenti, «ma è una procedura che deve partire dall'Inail, che è il maggior condòmino. Per adesso l'ente non si è attivato in tal senso e non comprendiamo il perché». Il prossimo passo sarà un'azione legale. Ma prima che la legge faccia il suo corso, saranno spuntate le stalattiti accanto al lampadario.


Alessandro Chetta
03 febbraio 2012
(ultima modifica: 06 febbraio 2012)


Condominio senza gas, l'amministratore: colpe mie? No, proprietari irresponsabili


«Mi si accusa di non aver pagato bollette ma è falso perché quei soldi non sono mai stati versati in cassa»





NAPOLI - «Non è vero che il condominio di via Michelangelo è rimasto senza gas per colpa mia». È la replica dell'amministratore dello stabile, Mario Michelino, accusato dai condomini di non aver pagato le bollette nonostante il versamento delle quote. Accusa respinta al mittente dall'amministratore che spiega: «In quel palazzo dal 2008 ci sono 15 proprietari, il maggiore dei quali è l'Inail che vanta oltre 800 millesimi (proprietario unico in origine, ndr). I nuovi proprietari ritennero, e tutt'oggi ritengono, di non riconoscere le tabelle millesimali fornite dall'Inail e da quest'ultimo utilizzate fino a quando è stato unico proprietario. Di conseguenza- prosegue - l'Inail in assemblea assunse l'impegno di revisionare le tabelle tramite il proprio ufficio tecnico secondo le indicazioni fornite dagli altri condomini. Le tabelle così revisionate furono portate all'ordine del giorno in diverse assemblee, senza mai però ottenere l'approvazione degli altri condomini».

MANCATA APPROVAZIONE - La conseguenza di tale mancata approvazione, prosegue Michelino, è stata che «in ragione dell'irresponsabile comportamento della maggioranza numerica dei proprietari, è stata preclusa la possibilità di agire in giudizio per chiedere ingiunzioni di pagamento in danno dei morosi e di incassare i cospicui oneri condominiali. È falso quindi che io fossi in possesso del denaro occorrente, tanto è vero che in cassa giacevano solo poche centinaia di euro a fronte di un debito di circa 65mila euro». Un dissesto di cui i condòmini (poi rimasti senza gas nei giorni di freddo intenso) sarebbero stati «ben consapevoli», essendo stati avvertiti «in tutte le assemblee». Infine, secondo l'amministratore, se gli inquilini che pagano l'affitto all'Inail hanno pagato somme per oneri condominiali «possono averle versate, per legge, solo a favore del locatore Inail e non all'amministratore».




Al. Ch.
17 febbraio 2012




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Il dialetto napoletano sparirà» Scontro sull’allarme Unesco

Il Mattino

«Lingua in estinzione». Ma la parlano sette milioni di persone




di Pietro Treccagnoli


NAPOLI - La lingua napoletana è a rischio, potrebbe scomparire entro la fine del secolo. Lo dice l’Unesco. Ma la dichiarazione avrebbe bisogno di un enorme punto interrogativo, analizzando proprio dati e criteri dell’autorevole organizzazione internazionale . Ma andiamo per ordine. Martedì prossimo è la giornata delle lingue madri e in vista dell’appuntamento sul sito è stato lanciato un allarme che riguarda metà delle seimila lingue parlate nel mondo e una trentina tra quelle diffuse in Italia: tra queste il siciliano, il sardo, il lombardo, l’emiliano e, strano ma vero, il napoletano, oltre a una sfilza di microdialetti che vanno dal resiano al sassarese, dal croato-molisano al bavaro.

Ragionando in generale, gli esperti dell’Unesco spiegano che «le lingue sono minacciate in particolare da forze esterne come il dominio militare, economico, religioso, culturale e da forze interne quali l’atteggiamento negativo di una popolazione nei confronti della propria lingua». Questo in generale, ma scendendo nei particolari, i criteri risultano a dir poco approssimativi. Innanzitutto, c’è una scala dei rischi con cinque livelli: da vulnerable (a rischio) a extinct (estinta). Il napoletano sarebbe al primo livello, quello più basso. I criteri per stabilire il pericolo sono ben nove e vanno dal numero dei parlanti (l’Unesco per il napoletano ne conta ben 7 milioni e mezzo, ma su questo punto torneremo) alla trasmissione intergenerazionale, passando per la percentuale dei parlanti rispetto alla popolazione totale di un territorio, la versatilità, l’adattamento ai media, l’esistenza di opere letterarie, l’uso in documenti ufficiali, il tipo e alla qualità dei documenti e, infine, la considerazione che gli stessi parlanti hanno della propria lingua.

Incrociando i dati in questa griglia ne verrebbe fuori che Napoli rischierebbe di essere la terra dove il «vabbuò» non risuona più. Ognuno può capire come il napoletano (lingua, dialetto, non accapigliamoci per una questione di lana caprina) soddisfi molti dei requisiti di vitalità, ma soprattutto fa specie il numero dei parlanti. Ad esprimersi con il lessico di Eduardo, Di Giacomo e Viviani saremmo, appunto, in 7 milioni e mezzo. Si arriva a una cifra così alta perché all’Unesco usano una definizione che molti linguisti contestano: quella di italiano del Sud o napoletano-calabrese che sarebbe parlato in Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise, Calabria settentrionale, Lazio e Marche meridionali e in alcune zone sparse dell’Umbria. Dell’Umbria? Una Babele, insomma.

Dentro questi confini ci sono dozzine di dialetti e migliaia di orgogli lessico-campanilistici. Provate a dare del napoletano a un calabrese e viceversa. Secondo altri dati, sempre di fonte Unesco, il napoletano è parlato da 11 milioni di persone (senza contare gli emigrati). Più dello svedese, il doppio del norvegese, quasi quaranta volte più dell’islandese. E nella classifica della diffusione è 76mo. Per dire il greco moderno è 74mo (appena due posizioni sopra, rischio default pure qua). L’italiano è 11mo. Ma, pure accettando i confini, i numeri e i criteri dell’organismo culturale dell’Onu, l’allarme sembra fuori luogo. Basta confrontare la salute del napoletano con quella di alcune delle altre lingue italiane a rischio (se volete pazziàre un poco potete sfruculiare il sito ufficiale dell'Unesco).

Cominciando dalle grandi, il lombardo, che a sentire gli esperti, sarebbe un’invenzione paragonabile alla Padania di Bossi, è usato da 3 milioni e mezzo di persone sparse tra la Lombardia, la provincia di Novara, il Canton Ticino e altre parti della Svizzera. E sarebbe al secondo livello di rischio (definitely endangered, sicuramente in pericolo), così come il ligure (parlato da un milione di italiani), ma anche come il cimbro (reliquia trentina di appena 400 parlanti), il mòcheno (mille anime sempre da quelle parti), il faetar (un fossile franco-provenzale conosciuto da appena 600 persone a Celle San Vito e a Faeto, in provincia di Foggia). Il guardiolo (lingua alpino-provenzale declinata da 340 cittadini di Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza) e al livello 3 di rischio (severely endangered, grave pericolo), come pure il griko calabrese (duemila parlanti) e salentino (ventimila).

Per cifre così piccole, residuali, la griglia dell’Unesco ha qualche possibilità di azzeccarci. Ma con numeri alti di parlanti, come quelli che loro stessi dichiarano, con gli scaffali pieni di poeti e scrittori, l’iPad rimpinzato di classici melodici e ritmi urbani vesuviani, contaminati e contaminati, passaggi di consegna di aggettivi ed espressioni idiomatiche tra padri e figli, con tutta questa vitalità rivendicata e ostentata, dire che il napoletano ha i decenni contanti è davvero fare l’Accademia ’e ll’ove toste.

Venerdì 17 Febbraio 2012 - 11:15    Ultimo aggiornamento: 11:28






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La "beneficenza" di Benigni ora approda in Parlamento

di -

"Non sopporto queste prese in giro. E vigileremo anche su Celentano"


Questa proprio non l’ha digerita. E la famosa goccia che fa traboccare sempre ogni vaso, questa volta ha fatto traboccare anche la pazienza del senatore del Pdl, Domenico Gramazio (nella foto).



Roberto Benigni

Quando ieri mattina ha letto su Il Giornale che Roberto Benigni, allo scorso Festival di Sanremo, aveva promesso di devolvere il suo compenso di 250 mila euro all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, ma che dopo un anno ancora dal nosocomio non avevano ricevuto nemmeno un cent, non ci ha visto più. Ha preso carta e penna e ha scritto un’interrogazione urgente, a risposta scritta, a Mario Monti, in qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze. «Voglio sapere dal ministro - scrive Gramazio - come azionista di riferimento della Rai, se l’azienda pubblica abbia devoluto al Meyer quella somma su richiesta di Benigni, o se al contrario Benigni abbia direttamente incassato dalla Rai, senza poi rilasciare alcuna delega per il pagamento alla struttura pediatrica di Firenze».

Il senatore azzurro non sopporta che «possa essere stata presa in giro una struttura pediatrica di altissimo livello come quella e che, come al solito, siano state fatte promesse al vento». E siccome un rischio simile è in agguato anche quest’anno, prima che Celentano annunciasse di voler devolvere i suoi 700 mila euro di ingaggio in beneficenza a Emergency e a famiglie povere italiane, il senatore Gramazio era già corso ai ripari. «Ho presentato un’altra interrogazione, rivolta direttamente al presidente del Consiglio: trecentomila euro per ogni mezz’ora di apparizione sono uno sproposito anche per Celentano. Ho chiesto che il suo ingaggio venisse pagato in Bot dello Stato. E verificheremo, famiglia per famiglia, che i soldi che ha promesso vengano devoluti. Questa storia non finisce qui». Ne siamo certi.




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Casablanca, compie 70 anni I ricordi del pianista Sam

Il Messaggero


di Leonardo Jattarelli

Settant’anni fa nasceva Casablanca. Ma è forse possibile datare il film capolavoro di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman? L’attualità della trama ma soprattutto delle tematiche che riempiono la pellicola vincitrice di tre Oscar, rendono questo gioiello della cinematografia di tutti i tempi uno specchio fedele di come gira il mondo ancora oggi.

C’è la guerra (il film viene girato nel ’42 mentre infuria il secondo conflitto mondiale) con l’espatriato americano Rick Blaine confinato in Marocco nella cosiddetta Francia non occupata governata dal regime di Vichy; c’è la clandestinità, dunque il bisogno impellente di tornare alla libertà, verso Lisbona e da lì negli Usa se solo si riuscisse ad avere una lettera di transito. C’è il razzismo, l’incubo della deportazione e ovviamente l’amore. La storia del Rick’s Cafè American di Casablanca, delle avventure e delle passioni che lo abitano diventa dunque un affresco eterno, come eterno è il motivo As Time Goes By. Per l’occasione abbiamo voluto che a guidarci in un racconto rievocazione dove ogni particolare risponde a verità spulciate in libri e documenti, sia Dooley Wilson, l’interprete di Sam. Casablanca e l’uomo nero; un pizzico di fantasia e la magia del cinema.




Quando arrivai ad Hollywood, in primavera, era il 1942. A ricevermi negli studios della Warner non venne il produttore Hal B. Wallis, nè il regista Michael Curtiz ma il produttore esecutivo del film che mi studiò da capo a piedi e mi disse che per me, cioè Arthur Dooley Wilson, c’era un ruolo importante, il ruolo di un pianista di nome Sam che doveva anche cantare in un caffè di Casablanca. Gli risposi che andava bene, benissimo, dopotutto ero anche un singer e pochi giorni dopo la Warner pagò la Paramount, per la quale ero sotto contratto, 500 dollari la settimana pur di avermi sul set di Casablanca. Quando lo seppi ne fui felice ma subito dopo scoprii che la mia paga per il film di Wallis sarebbe stata di 350 dollari la settimana; praticamente una miseria, considerato che non parlo di Bogart e della Bergman, i protagonisti, ma Sydney Greenstreet, tanto per fare un esempio, nel ruolo del signor Ferrari, di dollari ne beccava 3.750 ogni sette giorni. Da non credere. Comunque per un nero nato a Tyler, Texas, da un’umile famiglia di agricoltori, doveva andare più che bene.

Il film si preannunciava come un vero kolossal, quattro mesi di riprese, budget previsto 850 mila dollari ma alla fine ne costò 100 mila di più. Forse anche per questo mi pagarono così poco e venni anche a sapere che, prima della signora Ingrid Bergman, per il ruolo di Ilsa Lund Laszlo venne fatto il nome di un’attrice che in quel momento in Francia faceva furore; si chiamava Michéle Morgan. La signora francese chiese al produttore 55 mila dollari e Wallis rifiutò, risparmiando più della metà sul compenso per la protagonista visto che la signora Bergman su contratto ebbe la somma di 25 mila dollari.

Io, Wilson, non ero un illustre sconosciuto, neanche per sogno. Già a 12 anni mi buttarono sul palcoscenico e qualche anno dopo ero in un teatro per neri a Chicago dove mi affibbiarono il soprannome di Dooley visto che interpretavo un cantante irish, un certo Mr. Dooley appunto. Poi sono stato portiere di notte, cameriere, musicista in parecchi musical a Broadway.

Insomma, quel giorno della primavera del ’42 mentre nel mondo infuriava la guerra, iniziai a girare Casablanca. Passavo quasi tutto il giorno dentro il Rick’s Cafè American, un bellissimo, affascinante locale ricostruito prendendo a modello l’Hotel El Minzah di Tangeri. Il proprietario del Rick’s è il signor Bogart, cioè Rick Blaine, un passato da contrabbandiere d’armi per gli etiopi durante l’invasione italiana del’35 e di combattente repubblicano durante la guerra civile spagnola. Un uomo cinico, rotto a qualsiasi esperienza e senza più passioni, se non quella, apparentemente finita anni prima a Parigi, per la signora Bergman, cioè Ilsa Laszlo, oggi moglie del capitano Victor Laszlo, l’attore Paul Henreid. Faceva un caldo pazzesco, ero piazzato dietro un pianoforte nero e intrattenevo gli avventori del Rick’s, tra i quali diverse comparse vestite da nazisti; in realtà, lo sapevamo in pochi sul set, si trattava di ebrei tedeschi che erano fuggiti dalla Germania di Hitler.

Bene, ora è venuto il momento di farvi una confessione; io, Dooley Wilson, il pianoforte non l’ho mai saputo suonare. Fin da bambino ero un appassionato della batteria che un amico di mio padre suonava in un’orchestrina di Tyler. E così diventai batterista anch’io e un batterista mica male visto che negli anni ’20 ero il leader di una jazz band che mi portò in tour anche in Europa. Il produttore e il regista Curtiz mi misero alle costole un certo Elliot Carpenter, compositore, autore e arrangiatore famoso. Me lo piazzarono proprio dietro durante le riprese: quando battevano il ciak, io volavo sulla tastiera intonando la celebre As Time Goes By scritta da Herman Hupfeld nel ’31 e Carpenter gli dava giù col suo pianoforte a pochi metri da me, nell’ombra. La magia del cinema!

Un giorno qualcuno mi fece una soffiata: prima di me la Warner avrebbe voluto che al posto di Sam ci fosse stata una donna. Sì una donna, avete capito bene e l’idea a Wallis e a Michael Curtiz non dispiaceva affatto. I nomi delle prescelte? Hazel Scott, Lena Horne e nientemeno che la regina, Ella Fitzgerald. Non so come andò che alla fine mi ci ritrovai io a cantare davanti ad un pianoforte che non sapevo neanche suonare. Forse sarà anche per questo motivo che il mio nome non appare mai, dico mai, in nessun manifesto di Casablanca. Eppure questo kolossal verrà ricordato soprattutto grazie a Sam, cioè grazie a me e a quel As Time Goes By. Paradossale.

You must remember this/A kiss is just a kiss/A sigh is just a sigh....le riprese stavano per concludersi e il mondo di lì a poco avrebbe assistito all’evento cinematografico del secolo, perché questo fu il risultato, con ben tre Oscar portati a casa e, per la prima volta nella storia del white-power, un black sullo schermo che diventa l’unico, vero confidente del bianco proprietario di un Caffè marocchino. Ah, l’amore! Quel finale in aeroporto sarà stato girato almeno cento volte: che farà Rick? Volerà con Ilsa o resterà a terra? Non sarebbe stato male lasciare il finale aperto, io glielo sussurai. Ma Curtiz e tutta la corte della Warner alla fine fecero la loro scelta. E io me ne tornai a Tyler da mia moglie Estelle per raccontarle la favola di quei mesi. E forse la più bella della mia vita.


Giovedì 16 Febbraio
2012 - 15:52    Ultimo aggiornamento: 20:01



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Obama: «I penny e nichelini costano troppo»

Corriere della sera

Il presidente vorrebbe cambiare la lega delle monete. Ma la legge deve essere approvata dal Congresso 



Un penny e un nichelinoUn penny e un nichelino

MILANO- Valgono poco, ma costano tanto. L'ultima "battaglia" di Barack Obama sembra essere sui penny (un centesimo) e i nichelini (cinque centesimi). O meglio sulla loro lega. Produrre le monete costa tantissimo. Fino a due volte e mezzo il loro valore. Così l'amministrazione Obama vorrebbe cambiare il materiale, cercare di abbattere i costi per risparmiare 100 milioni di dollari. Ma per farlo deve avere il via libera dal Congresso.

LE MONETE -La lega non è stata cambiata negli ultimi 30 anni. E intanto il valore dei materiali come l'argento (per i nichelini) e il bronzo (per i penny) è aumentato. Tanto che i costi effettivi per produrre la moneta superano di oltre il 20% il valore effettivo. Fare un penny costa 2.4 centesimi, un nichelino 11.2.

MISURE ANTICRISI- Ma questo è solo uno dei capitoli che l'amministrazione statunitense ha pensato per abbattere i costi. Oltre 2mila pagine sono state consegnate al congresso per approvare tagli e misure di risparmio che ammontano a 3,8 miliardi di dollari. Ora starà ai deputati decidere che fare. A cominciare dai penny.



Redazione Online
17 febbraio 2012 | 11:46



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Ecco la biblioteca di Einaudi

di -

Quali autori leggere, in che edizioni comprarli e come catalogarli: le "dritte" dell’economista.


C’era un tempo in cui gli economisti non facevano gli astrologi in tv e neppure sparavano ai mostri dei videogame. Non è che fossero perfetti, anche loro sono finiti senza capire come e perché sotto un ’29.



Il signore di cui stiamo parlando era davvero di un’altra razza. È uno che non scrisse più una riga sul Corriere della Sera e lasciò la cattedra perché non voleva avere nulla a che fare con il fascismo. Ha avuto molti allievi e tanti lo hanno tradito, sedotti dalle mode del tempo. Si è ritrovato a fare il governatore della Banca d’Italia e il presidente della Repubblica. La leggenda racconta che aveva pudore a sprecare mezza mela a cena. Si chiamava Luigi Einaudi. Magari di questi tempi non è di moda stare nel Pantheon del libertarismo, ma questa storia non parla propriamente di soldi o di economia, ma di libri. Meglio, racconta le ossessioni di un bibliofilo e i consigli di un liberale su come pensare e organizzare una libreria domestica.

Un paio di giorni fa la Fondazione Einaudi di Roma, presidente Mario Lupo e direttore scientifico Giovanni Orsina, ha annunciato che presto verrà pubblicata sul web l’opera integrale dell’economista piemontese, 30mila pagine scritte a mano e dattilografate in parte dalla moglie Ida. È un progetto che coinvolge la provincia di Torino e la famiglia di Einaudi, con il nipote Roberto. L’anteprima è in un cd rom, una sorta di guida alla lettura al pensiero di Einaudi. E qui c’è la sorpresa. Ci sono pagine e pagine su come il professore catalogava, sceglieva, ordinava, cercava, i libri. «Il criterio dal quale mi lascio guidare nella scelta direi si possa riassumere così: costituire gruppi di libri tra loro legati sia per essere usciti dalla medesima penna, sia per trattare del medesimo problema.

E così, guardandomi in giro, vedo, a caso, il gruppo Adamo Smith e quelli Ricardo, Malthus e Sismondi, Ferrara e Pareto e Pantaleoni, Quetelet, Walras e Cournot, Le Play, Romagnosi e Gioia, ecc., ecc. Se bado agli argomenti, mi accorgo di aver messo insieme un discreto gruppo di libri sulla storia economica del mezzogiorno e su quella del Piemonte; un bel gruppo di inchieste inglesi su banche e moneta; un mazzetto interessante di libretti sul compagnonaggio; qualcosa sulla teoria della finanza e sulla storia della finanza in Italia, in Francia ed in Inghilterra; sui francesi del XVIII secolo; e, più disordinatamente, sui socialisti utopisti».

Einaudi va per affinità elettive. Non è razionale, ma suddivide per «umanità». Gli autori prima di tutto si devono parlare, quelli che si stanno simpatici fra loro devono stare vicini, o perlomeno devono condividere le stesse passioni. Tutta questa gente lui la conosce, magari l’ha cercata per anni e ognuno rappresenta un punto sulla mappa della sua conoscenza. La prima arte di un bibliofilo è però la caccia.
A Milano, in via Borgonovo, c’era la libreria di Alberto Vigevani, straordinaria figura di libraio antiquario. Qui il professore passava ore e ore a sfogliare cataloghi, parlare di libri, edizioni, prezzi, copertine o a scambiare doppioni.

Ma non solo. Einaudi era un accanito cacciatore, di un’opera inseguiva tutte le edizioni, con scrupolo da filologo. Cominciava a scrivere lettere a personaggi vari e sconosciuti solo perché aveva fiutato una pista. Non comprava mai a caso. «Non acquisto libri nuovi, se non quando il nome dell’autore o la notizia avuta da chi non scrive recensioni di compiacenza mi persuade di non perdere tempo e denaro. Preferisco comprare, dopo anni, in antiquariato per 50 lire il libro esaurito e divenuto famoso che, nuovo, avrei acquistato per 10 lire. Risparmio così i denari dei libri inutili che avrei con quello rischiato di acquistare; e risparmio anche spazio negli scaffali e tempo nello sfogliare e leggere».

Non tutti i libri si acquistano perché rari o interessanti. Ce ne sono che ti danno la misura del tempo in cui vivi, indizi di ciò che ti accade intorno e se si raccolgono poi si perdono, pezzi di memoria. «Il libro di un ministro o di un uomo politico, di un industriale, di un agricoltore non si acquista per l’apporto alla costruzione della scienza, che per lo più è nullo: quel libro è un’azione ed interessa per l’influenza che può esercitare, a ragione od a torto, sulle azioni altrui.

La storia dei movimenti sociali e dei provvedimenti economici si ricostruisce in notevole parte sulla base di libri, opuscoli e fogli stampati, i quali, ove non siano raccolti subito, è difficilissimo radunare dopo». I libri vanno curati. Nel ’51 Einaudi invia una lettera al cavalier Pio Amori, mastro restauratore, per curare il volume La Venaria reale. «Non c’è nulla da fare all’interno le sole riparazioni da fare sono quelle che si riferiscono al dorso della legatura. Nessuna modificazione ma un rafforzamento della parte superiore sul piatto posteriore vi è anche un’unghiata, veda lei se si possa fare qualche cosa in merito». Ci sono due cose che Einaudi non sopportava. Comprare un libro che aveva dimenticato di avere. E i classici ristampati in edizioni sciatte ed economiche.




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Complotti, tasse, insulti: che guai per il Vaticano

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Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Solo che qualche volta anche alla Chiesa capita di non in­dovinare tutte le mosse, tanto da andare a sbattere contro la casella "imprevisti"


Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Solo che qualche volta anche alla Chiesa capita di non indovinare tutte le mosse, tanto da andare a sbattere contro la casella «imprevisti».



Guai per il Vaticano

I vescovi italiani si sono ritrovati con le case tassate e i giornali di casa chiusi per editto sulla rete di famiglia, Raiuno. L’idea digiubilare il Cav per Monti non è stata un grande affare.I giorni di Todi sono molto lontani, quando Bagnasco evocava un tecnico per esorcizzare il governo Berlusconi. Era il 18 ottobre e Monti era solo un’idea come tante nella testa di Napolitano. Quel giorno Bagnasco, davanti a tutte le associazioni cattoliche, faceva capire che il Cavaliere era un uomo solo. Sconfessione. Bisognava puntare su qualcosa di nuovo, magari un partito in grado di recuperare la diaspora politica dei cattolici. Non proprio una nuova Dc, ma quasi. Insomma, una balenottera bianca pronta a ingrassare in fretta. Questo si diceva allora. Questo, si dice, sussurrassero i vescovi.

Quando è arrivato l’inverno Bagnasco ha cominciato a capire che il loden nascondeva brutte notizie. Monti, con i suoi sorrisi sornioni, non stava giocando per la nuova Dc. Quella del professore è una scommessa personale da condividere semmai con il Quirinale. L’ultima conferma è arrivata con la storia della tassa sulla casa. Chi per mestiere ascolta le voci che arrivano dal Vaticano spiffera che l’idea di colpire anche gli immobili della Chiesa sia stato un colpo inatteso. Lì, al di là del Tevere, non ne sapevano quasi nulla e hanno appreso la novità piuttosto «indispettiti ».

Il tutto vissuto come un tradimento. Un brutto colpo, insomma. Se l’era Monti poteva apparire come l’annuncio di una risurrezione del partito dei cattolici ora non c’è alcun dubbio che i conti dei vescovi siano parecchio sbagliati.Questo governo non parla la stessa lingua di Bagnasco. Non si capiscono. Non si prendono. Tanto che più di qualcuno rimpiange i tempi in cui a fare da interprete tra le gerarchie ecclesiastiche e Palazzo Chigi c’era Gianni Letta. Meno male che per ora i tecnici non hanno alcuna intenzione di interessarsi di temi etici, perché per il resto i vescovi si ritrovano spiazzati e a bocca aperta.

Inaspettato è anche il tradimento dei «santi». Tutto uno si poteva aspettare a Sanremo tranne che il devoto Celentano si mettesse a fare il predicatore, incensando don Gallo e invocando la chiusura per maledizione divina di Avvenire e Famiglia Cristiana . Con la Rai che si imbarazza ma non riesce a fermarlo, con un clima in giro che ricorda certe stagioni da mangiapreti, con la difficoltà dei vescovi a pesare nel dibattito pubblico. Come ha detto Bagnasco qualche giorno fa: «I conti a posto non salvano l’uomo».E soprattutto non mettono al riparo la Chiesa dal primo molleggiato che passa e gioca a fare il Savonarola in versione tardo rock. L’impressione è che da Todi sia partita una preghiera sbagliata. Amen.




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Rapiti dalla comicità di Stanlio e Ollio

Corriere della sera

Eravamo piccoli e la Rai già ci offriva le comiche di Stanlio e Ollio, anche se allora, non ricordo perché, i due in Italia si chiamavano Cric e Croc e qualcuno aveva persino vestito di parole funerarie la celebre sigla musicale che funzionava da marchio di riconoscibilità. «È morto Cric, è morto Croc, povero Cric, povero Croc», con annesse varianti e storpiature dialettali. Siamo grandi e tutti i giorni Raitre ripropone ancora Stanlio e Ollio, subito dopo «Blob» (considerata un tempo una trasmissione d'avanguardia), addirittura con qualche spettatore in più di «Blob» (la media di share è del 6,15%).

Nel frattempo sappiamo tutto della vita di Stan Laurel e Oliver Hardy, del loro legame professionale (hanno iniziato a lavorare insieme dal 1926 realizzando un numero incredibile di comiche e di lungometraggi, passando dal muto al sonoro), persino della loro fortuna critica (nel libro «Triste, solitario y final», Osvaldo Soriano rievoca alcuni episodi della vita di Laurel & Hardy in maniera quasi commossa). Sappiamo tutto ma continuiamo a essere rapiti dalla loro comicità. Il cui segreto, racchiuso in molti film delle origini, è spiegato molto bene nell'incantevole Hugo Cabret di Martin Scorsese: la magia nasce solo quando il meccanismo (la tecnica, raffigurata dai grandi orologi della stazione) funziona alla perfezione.

Stanlio e Ollio variano all'infinito un unico paradigma: la contrapposizione tra il magro e il grasso, tra l'ingenua stoltezza e l'irascibilità burbera, tra il piagnucolio e la voce grossa. Chi combini più guai tra i due non è detto, ma ogni volta il guaio è alle porte. Ogni intervento, dell'uno o dell'altro, peggiora sempre la situazione, fino alla catastrofe finale.

Oggi la comicità («Zelig», «Colorado» e compagnia cantando) è tutta di parola, basata sulla ripetitività (il classico tormentone) e il doppio senso. Manca la macchina della comicità, cioè l'orologio di Hugo Cabret .


17 febbraio 2012 | 9:26



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Agnelli, Fiat e Marchionne Tutte le verità nascoste

di -

Esce negli Stati Uniti un libro che racconta quello che da noi non si può dire. A partire dal suicidio di Edoardo, cui era negato persino il cellulare del padre


Manca ancora quasi un anno al decennale della morte dell’Avvocato Gianni Agnelli (1921-2003), eppure l’editoria sta già scaldando i motori. Negli Usa Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall’Italia, ha appena pubblicato una biografia della famiglia Agnelli che farà discutere anche da noi: Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley&Sons).





Sulla rivista Studio (www.rivistastudio.com) il giornalista Michele Masneri, collaboratore del Foglio, ha firmato in anteprima una lunga recensione, che pubblichiamo qui. Il libro riporta indiscrezioni su Sergio Marchionne (nel fotino) e soprattutto sul rapporto tra l’Avvocato e il figlio Edoardo, del quale si svelano particolari inediti sui giorni precedenti il suicidio.


«ADetroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell’Ottocento ». Lo racconta a Studio Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson- Reuters dall’Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di “bibliografiat” ( copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati- le sigarette, il superlavoro, l’equivoco identitario (l’abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di “liberaldemocratico”, il ripensamento imbarazzato). L’aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.


Sul Foglio dell’11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio , mentre Marco Ferrante è un valente Studioso) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell’auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all’accordo Fiat- Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell’azionariato della fabbrica, «rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat».Clark non solo conferma l’episodio ma gli dà una tridimensionalità. «Tutto vero. Me l’ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio.


Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: “i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà”. Dice proprio così, “a culture of poverty”. Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. Gli risponde: “lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione”.Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...».


Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell’aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po’ difficile credere alle voci ( riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l’ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler di Clint Eastwood.


Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. «No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere». Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l’espressione «crying». Dice solo: «I almost broke down». Almost. E al passato.


E a rileggere il New York Times , che racconta di come l’ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. «Per lui piangere è un valore» dice Clark. «Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa ». Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l’ha mai visto in azione. «Sì, è emotivo, ma non è sentimentale».


Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, “mamma” dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia. Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all’improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell’epica marchionniana).


À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli . Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l’Avvocato. «Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell’accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all’Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo.

Poi si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest». «Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l’Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita». Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.


Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un’inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l’appuntamento col dentista.


Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l’arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.


Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l’indagine della polizia, sono “Amon Ra”, “Sun Ra” e “Jedi”). L’ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. È su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. «Voglio essere ricordato così», dice alla persona di servizio.





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Ecco i «tir atomici»: trasportano materiale radioattivo per le arterie degli Stati Uniti

Corriere della sera

Lavorano per conto dell'Energia e del Pentagono



Uno dei Tir usati per trasportare materiale nucleareUno dei Tir usati per trasportare materiale nucleare

WASHINGTON - Sono giganteschi Tir a 18 ruote. Visti da fuori somigliano alle migliaia che ogni giorno attraversano gli Stati Uniti. Le uniche differenze sono delle piccole antenne che spuntano dalla cabina di guida e la targa governativa. Spesso sono accompagnati da un buon numero di Suv o van con i vetri oscurati, anche se talvolta i Tir viaggiano solitari e si proteggono con sistemi sofisticati. Sì, perché questi giganteschi autotreni trasportano carichi speciali per conto dell’Ente dell’Energia e del Pentagono: materiale radioattivo, ordigni nucleari e le loro componenti, così come altre «cose» per sottomarini atomici o laboratori di ricerca. Può sembrare strano ma i Tir girano, in base ad una vecchia legge, sulle normali autostrade. La flotta di mezzi è gestita dall’Office of Secure Transportation (OST) che impiega centinaia di uomini addestrati in un centro speciale a Fort Smith, in Arkansas.


GLI AUTISTI - Gli autisti - come ha raccontato la rivista Mother Jones - sono reclutati tra gli ex membri delle forze speciali. Dovrebbero essere sempre in forma, stare lontano dalla bottiglia e dai guai. Però, secondo media, non sempre è così. I loro camion sono stati appositamente modificati: blindatura, apparato di aria condizionata più potente, cabina di riposo ampia, sistemi di comunicazione avanzatissimi. I loro movimenti sono tenuti d’occhio - via satellite - da una stazione di controllo collegata sia al Tir che al team di protezione. Poi, in caso di emergenza, l’autista può immobilizzare il «bestione». Misure che si sommano a quelle «riservate», compreso forse un lanciagranate radiocomandato nascosto da qualche parte.

Gli spostamenti avvengono almeno una volta alla settimana e riguardano un buon numero di basi dell’Us Air Force dove sono conservate le atomiche e i laboratori. Altra zona dove sono stati segnalati i camion è la famosa Area 51, la gigantesca zona top secret nel deserto del Nevada dove sono provate le armi più moderne e gli aerei del futuro. Mother Jones ammette che quello dei Tir OST è il classico segreto di Pulcinella ma ha condotto la sua inchiesta per sottolineare i rischi che si corrono trasportando materiale così sensibile lungo arterie trafficate. Ed ha elencato una serie di «incidenti», più o meno gravi che hanno coinvolti i veicoli. Preoccupazioni ritenute eccessive dalle agenzie governative che ritengono esistano condizioni di sicurezza.

Guido Olimpio

17 febbraio 2012 | 8:44




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No ad accuse di maestre senza la verifica dei racconti dei figli

La Stampa


I genitori non debbono fidarsi ciecamente di ciò che dicono i propri figli: se i fatti non sono verificati non debbono agire. Lo afferma la Cassazione (sentenza 5935/12) convalidando la legittimità del risarcimento accordato ad un'insegnante di una scuola elementare diffamata a causa di una denuncia fatta dai genitori di un bambino (con due lettere: al dirigente scolastico e al provveditore agli studi di Bologna) nelle quali si diceva falsamente che la docente "aveva ripetutamente percosso e umiliato il figlio".

I genitori avevano anche informato un quotidiano locale, in forma anonima, "mossi da volontà di ritorsione nei confronti dell’insegnante che successivamente all’episodio riferito dal minore gli aveva impartito una nota per mancato espletamento dei compiti di fine settimana".

Il reato di diffamazione è prescritto ma la Cassazione ha confermato la legittimità del risarcimento all’insegnante. I genitori sono colpevoli di non avere fatto una «verifica informale e preventiva della veridicità dei fatti riferiti dal minore». Pur «dovendosi riconoscere che l’adempimento degli obblighi genitoriali di protezione del figlio poteva giustificare l’adozione di iniziative atte a sollecitare un chiarimento circa l’accaduto, al contempo non può omettersi di rimarcare che la formalizzazione di una denuncia scritta indirizzata non soltanto al dirigente scolastico ma anche al provveditore agli studi, avrebbe dovuto essere quanto meno preceduta da una verifica informale della veridicità dei fatti riferiti dal minore».

Il «presupposto per l’applicazione a titolo putativo della causa di giustificazione invocata presuppone un errore incolpevole sulla verità dei fatti che, invece, non è configurabile quando sia mancato un preventivo vaglio nella direzione indicata». Non è giustificabile, inoltre, la comunicazione della notizia al quotidiano locale.


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Torino, smascherata falsa cieca una truffa di 8 anni da 235 mila euro

La Stampa

Nei guai una 60enne di Pinerolo. Incastrata dai video della Finanza che la riprendono mentre guarda vetrine di negozi o attraversa la strada. Sequestrati gli immobili



Era riuscita a far credere ai medici di essere cieca e così si era garantita assegni d'invalidità e indennità di accompagnamento riscossi per più di otto anni. E' di oltre 235mila euro la truffa che è stata scoperta, ai danni delle casse dell'Inps, dai militari della Guardia di Finanza di Pinerolo, nel torinese.

La sessantenne, originaria della provincia di Palermo, ma residente da quasi quarant'anni a Pinerolo, è stata ripresa dalle Fiamme Gialle mentre attraversava trafficati incroci stradali, si fermava ai semafori o guardava le vetrine. Ogni dubbio riguardo alla sua invalidità è svanito quando, con un paio di azioni mirate, la signora è stata indotta a scansare, senza alcun indugio, un passeggino spinto da un finanziere in abiti civili e a firmare senza mostrare difficoltà, un verbale per un controllo in materia di scontrino fiscale al mercato.

La falsa invalida è stata denunciata per truffa aggravata e continuata ai danni dell'Inps. Sono stati posti sotto sequestro sei immobili di sua proprietà e la disponibilità sul conto corrente bancario dove venivano accreditate le indennità indebitamente percepite.



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Google ha "spiato" milioni di utenti Apple

La Stampa

La denuncia del «Wsj»: codici speciali nascosti nel browser Safari per iPhone
Google ha spiato gli internauti che navigano sul web attraverso Safari, il navigatore di Apple. E' quanto denuncia oggi il Wall Street Journal, precisando che il colosso Usa di Internet e altre imprese di pubblicità hanno fatto ricorso a codici di programmazione speciali, nascosti nelle istruzioni di Safari, per monitorare e registrare milioni di utenti di Apple.

Google ha disattivato tali codici dopo essere stato contattato dal Wsj, sottolinea il quotidiano. In un comunicato inviato alla testata, il gruppo si è difeso dall'accusa di aver violato la vita privata degli internauti: «Questi cookies non raccolgono informazioni personali».

Da parte sua, un funzionario di Apple ha fatto sapere che il gruppo sta «lavorando per far cessare» questa pratica. Safari è il navigatore Internet più usato sui telefoni multifunzione, grazie al successo dell'iPhone.

L'intrusione di Google è stata scoperta da un ricercatore dell'Università di Stanford, Jonathan Mayer, e confermata in modo indipendente da un ingegnere consultato dal Wsj.




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Eternit, la beffa del computer

La Stampa

A decine perdono il risarcimento: il loro nome è svanito nel passaggio dal “file” al testo scritto



1700 parti civili superstiti del processo Eternit sono state escluse da ogni tipo di risarcimento


ALBERTO GAINO
Torino


Fra le 1700 parti civili superstiti del processo Eternit escluse da ogni tipo di risarcimento vi sono almeno alcune decine di familiari di vittime e di malati che i giudici avevano preso in considerazione ma i loro nomi e cognomi sono scomparsi nel trasferimento dai file del collegio giudicante al testo cartaceo del dispositivo della sentenza, quello letto in aula, lunedì, dal presidente Giuseppe Casalbore per tre ore.

A qualcuno forse è sembrato un rito inutile, ma ora si ha l’occasione di chiarirne la ragione vera: solo la lettura rappresenta l’atto formale del riconoscimento di un diritto e in questo sciagurato caso chi è stato dimenticato nel testo elettronico, vittima della stampa incompleta, è come se non ci fosse mai stato. Ugualmente cancellato, ad esclusione di quanti, pochi, abbiano sentito pronunciare i loro nomi e cognomi storpiati. Per tutti questi è sufficiente un’integrazione dei giudici che dia conto della correzione dell’errore materiale. La forma è salva e si rientra. I dimenticati con «risarcimento annesso» no: dovranno ricorrere in appello. Poveri, una beffa, di cui i primi ad essere mortificati saranno i giudici.

Il presidente Casalbore e i suoi colleghi hanno svolto un lavoro pazzesco ma il dispositivo della sentenza non poteva che essere redatto e stampato nelle ore dell’ultima camera di consiglio di lunedì. Una volta completato è stato stampato: operazione affidata a più personale amministrativo ed è stato in quest’ultima fase che qualche foglio e decine di nomi sono «saltati».

Ieri l’avvocato Anna Fusari ne ha avuto la conferma recandosi in tribunale a chiedere spiegazione, le pareva strano, che a 265 su 280 lavoratori Eternit da lei assistiti fosse stato riconosciuto il diritto al risarcimento al contrario di tutti i suoi 53 clienti cittadini. Si è chiarito che almeno in parte erano stati presi in considerazione: stavano tutti nello stesso foglio elettronico della sentenza. Qualcosa del genere è capitato per alcune delle parti civili difese dall’avvocato Enrico Brunoldi di Alessandria. Fusari: «Sono molto dispiaciuta per i miei clienti dimenticati per svista e amareggiata anche per i giudici che non meritavano questo incidente tecnico finale». Di sicuro questa è stata la prima sentenza penale italiana con 2900 parti civili cui si è riconosciuto il diritto al risarcimento e l’evento ha collaudato l’organizzazione del tribunale torinese nel bene e anche un pochino nel male.

C’è anche un altro dato significativo che emerge: dei lavoratori Eternit di Casale e di Cavagnolo solo per 66 su 1192 è stata stabilita una provvisionale immediatamente esecutiva di 30-35 mila euro, un quarto dello stesso riconoscimento accordato ai cittadini colpiti dall’amianto. I lavoratori sono stati indubbiamente penalizzati dalla prescrizione del reato di omissioni dolose di norme antinfortunistiche (tipicamente da fabbrica) per il periodo precedente all’agosto 1999. I morti e ammalati fra i cittadini sono più recenti, e poi dei 552 operai Eternit esclusi da ogni risarcimento 250 casi risalgono addirittura a prima del 1966.





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Violenze in occasione delle partite» Napoli, retata contro gli ultrà: 11 arresti

Corriere del Mezzogiorno

Scontri con la polizia prima dei match con Atalanta, Udinese, Liverpool e in Romania con lo Steaua



Foto: tatuaggi e armi del gruppo «Bronx»

 

NAPOLI - "Retata" contro gli ultrà del Napoli. Le indagini che hanno portato all'arresto di 11 tifosi ultrà appartenenti al gruppo «Bronx» sono state coordinate dal gruppo specializzato in reati sportivi di magistrati della Procura della di Napoli e condotte per oltre due anni dalla Sezione investigativa della Digos, con attività di osservazione e servizi tecnici di intercettazione telefonica ed ambientale. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie di delitti in occasione delle partite di calcio.


Gli indagati hanno preso parte ai gravi atti di violenza commessi a Napoli il 9 maggio 2010, in occasione della gara Napoli-Atalanta, a seguito dei quali rimasero feriti 13 agenti della Polizia di Stato; a Udine il 7 febbraio 2010, in occasione dell' incontro Udinese-Napoli, a Bucarest (Romania) il 30 settembre 2010, in occasione della gara di Europa League Steaua-Napoli, ed ancora, a Napoli, il 21 ottobre 2010, in occasione della gara Napoli-Liverpool, anch'essa valida per la stessa competizione internazionale. In quest' ultima occasione furono aggrediti e feriti, in diverse circostanze, sette turisti inglesi e cinque agenti della Polizia di Stato.


Già il 16 novembre 2010, su ordine degli magistrati della Procura della Repubblica che hanno coordinato le indagini, la Digos aveva eseguito ispezioni personali e perquisizioni nei confronti di 57 appartenenti ai gruppi di ultrà, verificando, per ognuno di essi, la presenza sul corpo dei tatuaggi che ne contraddistinguevano l'organicità al gruppo. Nel corso di quella operazione, furono sequestrati in numerose abitazioni ingenti quantitativi di oggetti contundenti e capi di abbigliamento utili per il 'travisamentò, tutto materiale utilizzato dagli indagati nell'esecuzione di aggressioni pianificate alle tifoserie di squadre avversarie ed alle Forze dell' Ordine.

Redazione online

16 febbraio 2012


La Corte di giustizia europea dice no ai filtri anti-pirati sui social network

La Stampa


Obbligo troppo oneroso, violerebbe la Direttiva sul Commercio Elettronico
BRUXELLES


Il gestore di una rete sociale su Internet non può essere obbligato ad installare un filtro sui propri sistemi con lo scopo di controllare i files scambiati e pubblicati dai propri utenti, al fine di bloccarli in via preventiva qualora i contenuti in questione siano protetti dal copyright.

Lo ha stabilito oggi la Corte di giustizia europea in una sentenza che ha opposto la Sabam, società belga di gestione dei diritti d’autore, e la Netlog NV, che gestisce una piattaforma online.

«La sentenza emanata è di importanza fondamentale per lo sviluppo del Mercato Digitale Europeo - commenta Innocenzo Genna, Rappresentante Aiip (Associazione Italiana Internet Providers) a Bruxelles - perché fornisce ora agli operatori Internet una quadro giuridico certo ogniqualvolta il loro business può interferire con diritti di proprietà intellettuale. E' fondamentale anche per gli utenti, perché riconosce il loro diritti di scambiare informazioni senza alcun controllo preventivo e nel rispetto della privacy».

Per i giudici di Lussemburgo, l’imposizione di un sistema di filtraggio sarebbe eccessivo e sproporzionato perché violerebbe da un lato la Direttiva sul Commercio Elettronico, che garantisce  la libertà d’impresa dei social network, altrimenti obbligati ad installare a proprie spese un sistema complicato e costoso per proteggere diritti di terzi, dall'altro la libertà e la privacy delle persone, le cui attività di scambio di informazioni ed idee sarebbero sistematicamente monitorate e ristrette.

«La disposizione è destinata ad avere un impatto enorme in Italia dove vi sono procedimenti pendenti verso social network, in particolare Youtube e Yahoo!, cui era stato chiesto di filtrare e bloccare in anticipo determinati contenuti televisivi e cinematografici» puntualizza Genna.





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