domenica 12 febbraio 2012

La festa di S. Valentino, gogna degli innamorati

La Stampa


La spinta commerciale ai gadgets amorosi e la leggerezza degli amori affidati all' eternità digitale

Uccidiamo la festa S. Valentino. Con la scusa della crisi diamo un taglio al più pernicioso attacco all’ amore, assieme all’ invenzione  del chiaro di luna e alle rose vendute ai ristoranti. E’ venuto il momento che ogni innamorato, che viva la civilizzazione digitale, maturi  l'abiura radicale verso questo culto.

La festa di S. Valentino, come oggi è  comunicata, è una distorsione  fuori tempo, un dictat insulso che vorrebbe gli innamorati trasformati in un'istituzione, una categoria dell’ umanità, un unicum iconografico circoscritto in un cuoricino pulsante. Chi si destreggia nel multitasking relazionale non può più tollerare lo zavorrare rituale  della propria  passione amorosa; un'esperienza sconvolgente e personalissima come l' innamoramento non può banalizzarsi in una consuetudine di massa, che ha nel 14 febbraio la sua apologetica celebrazione. Non ce ne voglia il santo vescovo martire Valentino, di cui una reliquia  riposa nel simulacro argenteo che a Terni testimonia le sue virtù eroiche. Egli forse storicamente potrebbe anche essersi guadagnato il diritto di aver morigerato sul modello cristiano  quella godereccia tradizione pagana del dio Luperco. 

 Nel periodo corrispondente si celebrava nel mondo antico una specie di lotteria dell’ amore carnale, in nome della fertilità  venivano estratti da un urna i nomi di alcuni fortunati ragazzi e ragazze che  per un anno avrebbero avuto libertà di reciproca intima dazione. Fino a che nel 496 d.C. Papa Gelasio stabilì che la festa  passasse sotto S.Valentino per diventare una cosina romantica tutta sguardi e sospiri.

La festa degli innamorati come oggi la conosciamo, fatta di cioccolatini e cotillons, deve il suo exploit commerciale all’ industria dolciaria di Perugia che, producendo praline alla nocciola dette Baci e farcite di bigliettini con frasi amorose, pensò di ridare lustro a quella tradizione con un robusto marketing sentimental cioccolatiere che avesse come slogan il patrono della contigua provincia di Terni.

 In nome dell' amore diventiamo testimonial  di una fortunata  campagna  commerciale, una redditizia invenzione che proprio in questi giorni copie 90 anni  e festeggia l’ evento con un tour itinerante per le piazze italiane. Tutti gli innamorati saranno invitati a salire a bordo del camper  dell’ amore, qui saranno fotografati mentre si baciano sullo sfondo stellato, tutti felicemente  brandizzati  come il noto cioccolatino argentato. Chi oggi è capace di frammentare i suoi palpiti amorosi in leggerissimi pixel, che sfidano ogni limite di tempo e luogo, può ancora pensare a orpelli così stantii per regalare alla storia un suo amore che vorrebbe eterno, o per lo meno a lunga conservazione?

Sono state già troppe le costruzioni fittizie di geografie amorose, mappe tarocche del vincolo affettivo, superstiziosi artifici che vorrebbero segnare luoghi anonimi di fatali consacrazioni. Sono sempre state solo invenzioni pacchiane con la pretesa di rassicurare gli amanti del loro amore. Si pensi all’ orribile set finto medievale ricostruito negli anni 60 in un androne di Verona,  spacciato come il luogo dei colloqui fugaci che condussero alla morte Romeo e Giulietta. Ancora migliaia di turisti dell’ amore lo fotografano e ci si fotografano davanti, ci disegnano sotto cuoricini e iniziali con i pennarelli, di recente ci inchiavardano pure lucchetti.

Certo, sono gli stessi  lucchetti figli del rito dell’ amore moccioso inventato da  Federico Moccia. Lucchetti amorevoli, che da Ponte Milvio in poi, hanno legato l’ immaginario adolescenziale alla sciagurata convinzione che basti un arco in acciao inox per preservare cotte e amorazzi dalla loro naturale decomposizione.

Ancora riti propiziatori, affatturamenti indissolubili, luoghi magici. Tutto in vorticoso rimbalzo mediatico, tutto amplificato e moltiplicato da bacini bacini, corsette romantiche, capelli svolazzanti,  candele fiammeggianti, violini tzigani, piani tariffari agevolati e cenette romantiche tutto compreso.

Chi può si goda il suo amore con discrezione, coltivi o diserti le passioni a seconda del suo estro, ma  libero o impegnato che sia da vincoli amorosi,  si tenga comunque fuori  dal grande reality degli innamorati per obbligo di calendario, lo show spazzatura del discount amoroso che andrà in onda anche questo  14 febbraio.




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Quanto ci costa mantenere gli "zingari d’oro" in albergo

di -

L’ex ministro Brunetta ha voluto rendere pubblici i dati: Tursi spende 30mila euro all’anno per l’alloggio e le spese di una famiglia slava. La Lega: "Una beffa per i veri bisognosi"


Meglio l’hotel della roulotte. Soprattutto se a spese di Tursi, cioè dei genovesi. «L'albo dei beneficiari è un elenco di tutti i soggetti, persone fisiche e giuridiche, che nel corso dell'anno hanno ricevuto, da parte del Comune, contributi, sovvenzioni, sussidi e benefici di natura economica».

Saladin Sejdic nel 2010 ci è costato 21618 euro.


Natasa Sejdic ne ha presi 8000. In pratica 2500 euro al mese. Esentasse. A Genova evitare di lavorare e organizzarsi per far la vita da «zingari d'oro» non è così difficile. Secondo i dati pubblicati online grazie alla «trasparenza» voluta dal'ex ministro Brunetta, dal sito di Palazzo Tursi risulta che Jadranka Sejdic ci è costata altri 1255 euro, Sadika Sejdic 1000, Nehved Sejdic 255, Hakima Sejdic 250, Enver Sejdic 200, Mathias Sejdic 150 e Medisa Sejdic solo 50 euro.

Il vecchio, saggio e indubbiamente furbo Saladin non soltanto risulta lo straniero più «aiutato economicamente» dalla giunta cattocomunista e radical chic di Marta Vincenzi, ma è al top assoluto della «classifica» generale della Città Solidale perch´ è di gran lunga davanti a italiani e genovesi. Tra gli altri «immigrati» svettano ai primi posti Egidio Rimondot con 17355 euro e Mohamed El Ghazali che è costato alle casse di Tursi 17070 euro. Quasi 1500 euro al mese. E che dire dei Hrustic, una famigliola slava che ha beneficiato di 12851 euro o della coppietta Jovanovic che ne ha presi 8390.

Per ottenere la residenza o il permesso di soggiorno, qualunque straniero, extracomunitario e comunitario, dovrebbe avere un lavoro oppure dimostrare di avere mezzi di sostentamento pari alla pensione minima mensile, che è di circa 470 euro. Chi ha tali mezzi di sostentamento, non dovrebbe quindi ricevere un sussidio da parte di un ente pubblico. Invece, a Genova gli stranieri «beneficiari di provvedimenti di natura economica» nel 2010 sono stati oltre mille per un costo complessivo di oltre un milione e 130mila euro.

«I soldi sono erogati per questioni di sicurezza sociale - replica l'assessore Roberta Papi - nel caso dei Sejdic avevamo due genitori e tre minori da ospitare in albergo. Egidio Rimondot ci è stato segnalato dal dipartimento di Salute Mentale. El Ghazali è stato ospitato in albergo dopo l'incendio di via del Campo. Non diamo soldi agli stranieri, ma paghiamo l'assistenza secondo esigenze, parametri e valutazioni delle assistenti sociali».

«Credo che ci siano molte famiglie italiane che non hanno un reddito di 2500 euro al mese, anche se lavorano otto ore al giorno e tirano avanti senza chiedere assistenza a nessuno - replica il candidato sindaco della Lega Nord, Edoardo Rixi - Non si può pensare di erogare 30mila euro all'anno per pagare le spese alberghiere a una famiglia di nomadi slavi. Più che un affronto, è una beffa alle famiglie di operai e di lavoratori precari, ma anche a quelli della classe media, che faticano a pagare l'affitto di un alloggio in periferia, ma hanno sempre pagato le tasse anche al Comune. Inoltre, la lista con i nomi dei mille beneficiari stranieri dovrebbe essere trasmessa immediatamente alla questura per verificare eventuali furbetti, che hanno ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ma hanno percepito pure i sussidi economici dalla giunta rossa di Tursi».





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Dalle Br agli agguati di mafia «Quando Milano faceva paura»

Corriere della sera


Va in pensione il luogotenente Agostino D'Arena, una vita intera a seguire le tracce di terroristi e banditi



MILANO - Si incontrano in un giorno di prima estate, anno 1999. La vecchia brigatista parla. Piange: «Non è possibile, non si può tornare indietro». Le nuove Br hanno appena ucciso Massimo D'Antona. «Ago» va dalla ex terrorista, è stato lui ad accompagnarla nel percorso di «dissociazione» tanti anni prima. Lei è stata condannata all'ergastolo, ha avuto la pena ridotta. È tornata a Milano e s'è ritrovata sola. Il vecchio carabiniere non l'ha mai abbandonata. In quei giorni del '99, con l'Italia che sembra tornare indietro di vent'anni, «Ago» va a parlarle. Lei riflette, amara: «I caporali di una volta sono diventati colonnelli. Chissà cosa succederà».

UNA VITA IN DIVISA - È entrato nei carabinieri il 18 settembre 1970 ed è andato in pensione venerdì scorso Agostino D'Arena, «Ago» all'anticrimine e al Ros di Milano, 61 anni, investigatore leggendario. Nelle sue informative è passato un pezzo della storia d'Italia: dalla scoperta del covo di via Dogali (1988), considerata da molti la simbolica fine dell'eversione, ai primi processi alla 'ndrangheta in Lombardia. Ha una memoria d'acciaio. Può citare trent'anni di omicidi e arresti per data e luogo. Analizzare, riflettere, collegare e capire: capacità che ha avuto a un livello raro.

Racconta: «Ai processi si arrivava con 150 imputati, senza computer. Dovevo ricordare per forza». Un'intera carriera in via Moscova, gli ultimi anni di servizio in Procura. Voce gentile, modi garbati. L'orgoglio dei rapporti profondi e corretti con brigatisti e mafiosi: «Senza mai pressioni, sono state collaborazioni preziosissime per i processi». Dice: «Per il mio carattere, ho sempre cercato di immedesimarmi nei problemi degli altri». Forse è stata questa la chiave.

LA 'NDRANGHETA - Nei primi anni 90, con il magistrato Armando Spataro, nel carcere di Varese raccoglie le confessioni di Antonio Zagari, il primo boss di 'ndrangheta a collaborare con la giustizia. I racconti di Zagari sono ancor oggi la base delle conoscenze sulla criminalità organizzata calabrese.
Qualche tempo fa Spataro gli ha tributato un omaggio profondo. «Ago» è il primo personaggio che compare nel recente libro autobiografico del magistrato. Il racconto inizia così: «Armando, ma ne valeva davvero la pena?».

È il 29 gennaio di uno degli anni Novanta. In una fredda mattina a Milano siamo in tanti a lasciare il parco Emilio Alessandrini, dopo la commemorazione di un altro anniversario dell'omicidio di Emilio, giudice ucciso da Prima linea... Mi è vicino il mio amico Ago, il maresciallo dei carabinieri protagonista di tante indagini di terrorismo e di mafia. Cerca di interpretare il mio silenzio, oppure vuole soltanto rompere il suo, quando mi chiede: "Armando, ma ne valeva davvero la pena?", riferendosi all'ennesima stagione di attacchi alla magistratura che stavamo allora vivendo». Il titolo del libro è la risposta a quella domanda, sì Ne valeva la pena .

LO STATO - Parlare con «Ago», in questi giorni in cui lascia i carabinieri, fa capire in maniera semplice e profonda cosa significa l'espressione servire lo Stato . Cosa significa farlo in una squadra di marescialli, colonnelli, magistrati «che si sono sacrificati». Lo spiegano queste parole, che raccontano come iniziava la gestione «dalla A alla Z» di mafiosi-collaboratori ed ex Br dissociati, quando la legge sui pentiti ancora non esisteva. Contavano solo il rispetto, la fiducia, senza mai fare mezzo passo contrario alla legge. Quando alcuni brigatisti «ci conoscevano - ricorda "Ago" - capivano che era tutto sbagliato, che noi non eravamo la "controrivoluzione"».


Gianni Santucci
12 febbraio 2012 | 15:49





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Benzina e gasolio, guida al pieno in città dove il carburante costa meno

La Stampa

Alla ricerca del distributore più conveniente: i prezzi variano da 1,63 a 1,86 al litro




Il distributore più conveniente di Torino è in piazzale San Gabriele di Gorizia: verde a 1,629, gasolio a 1,545


FABRIZIO ASSANDRI, ANDREA CIATTAGLIA
Torino

Piccolo sobbalzo sul sedile e occhi fissi sulla lancetta del carburante che nel cruscotto si è mossa timida verso l’alto, a dispetto dei tanti soldi lasciati al benzinaio. Alla ripartenza dalla piazzola di rifornimento sembra che gli automobilisti torinesi recitino un identico copione, una sceneggiatura all’insegna della sorpresa e del disappunto. Accise, aumenti e ritocchi al rialzo del prezzo dei carburanti pesano sui risparmi dei clienti. 

Anche di quelli che finora non si erano preoccupati di spuntare uno sconticino andando a rifornirsi di notte o scegliendo il self service. Tra ieri e venerdì abbiamo confrontato i prezzi di una quarantina di distributori in città. Non un’indagine esaustiva, a Torino le pompe sono quasi 200 e in tutta la provincia 700, ma le differenze tra un erogatore e l’altro ci sono.

La palma del più economico è andata al Tamoil di piazzale San Gabriele di Gorizia, in zona stadio Olimpico. Prezzo della benzina 1,629 al litro, del gasolio 1,545. In orario di chiusura, s’intende, quando i prezzi del self service calano di dieci centesimi. Saranno pure bruscolini, ma su un pieno di 50 litri fanno cinque euro di differenza rispetto al rifornimento diurno, che salgono a quindici se confrontati con le tariffe più care. La Q8 di corso Traiano angolo corso Unione, ieri regina del rialzo, segnava 1,859 per la senza piombo e 1,799 per il diesel.

Prezzi simili per la Shell di piazza Scevola con la benzina a 1,830 per il servito, mentre in corso Giulio Cesare un altro rivenditore Q8 segnava prezzi da occasione: 1,687 per la verde e 1,620 il gasolio. Più bassi di quelli dei centri commerciali e bloccati fino a domani mattina con l’aggiunta di due pompe per il Gpl: 0,813 euro al litro per pieni da 35 euro anziché 80. Tutti gli altri stanno nel mezzo, con il prezzo della benzina a ballare su e giù rispetto alla soglia degli 1,80 e quello del diesel tra i dieci e i venti centesimi più basso.

Alle pompe non si contano le lamentele dei clienti. Luciano Scaravaglio se ne sta seduto sul suo Suv in piazza Chironi: 133 euro di pieno. «È il mio record – commenta amaro –. Con gli aumenti delle ultime settimane, un pieno mi costa almeno dieci euro in più, però non voglio rinunciare al distributore di quartiere dove mi trattano bene». C’è chi proprio non ha scelta ed è costretto a lasciare la vettura in garage, come Nicolaie Laurentiu: «Vado a Poirino per lavoro e scelgo il bus: sessanta euro contro i duecento di spesa per l’auto privata».
 
Preoccupato Giovanni Scuto, in coda alla Esso di via Lessona mentre rifornisce la sua Punto: «Per pagarmi la benzina mi tolgo il pane di bocca – dice rabbioso –: sono un agente di commercio, non posso fare diversamente». Ma se volete far impallidire le impennate di bile dei clienti, chiedete ai benzinai delle liberalizzazioni del governo Monti. «Una balla – sbotta Luigi Territo dell’Agip di piazza Borromini, insieme alla collega del vicino distributore Esso –. Il 95 per cento dei benzinai sono gestori e non proprietari delle pompe. Nessuno di noi può decidere di comprare all’ingrosso i carburanti da chi fa più sconto».


ha collaborato Elisabetta Graziani



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Quando le suffragette erano trattate da terroriste

La Stampa

Londra, cent’anni fa la manifestazione per il voto: 124 arresti




Emmeline Pankhurst fondò la Lega per il diritto di voto alle donne e nel 1894 lo ottenne per le elezioni locali


ANDREA MALAGUTI
corrispondente da londra


Primo marzo 1912. Un secolo e pochi giorni fa. Davanti a un ufficio del governo nel West End londinese si radunano centinaia di signore della media borghesia inglese vestite elegantemente. Cappelli a tesa larga, corpetti, giacche grigie, borse, un filo di trucco e cartelli che ribadiscono gli slogan gridati a voce alta: «Voto alle donne», «Il governo ci sta uccidendo», «Fermate le torture contro di noi». 

Sono suffragette, militanti dell’Unione Sociale e Politica delle Donne nata nove anni prima. In quel momento la primavera della loro protesta esplode platealmente, trasformando episodi di lotta quasi sempre isolati in un’onda talmente alta da travolgere le secolari abitudini britanniche. Rivendicano un diritto apparentemente banale: fare parte della vita democratica di un Paese in cui le «architette» - loro si definiscono così - sono sei, le veterinarie tre, le commercialiste due. E in cui le Università di Oxford e di Cambridge si rifiutano di laurearle.

L’ufficio del governo guarda direttamente sulla strada. A un segno convenuto le suffragette aprono le borse, estraggono pietre e martelli e devastano la vetrata alta tre metri con i simboli dell’esecutivo. Eroine o una gang fuori controllo? Gli uomini di Scotland Yard intervengono. Le donne li attaccano. Non hanno nessuna intenzione di ritirarsi. La mischia è furiosa, 124 di loro finiranno dietro le sbarre. I giornali, più spaventati che scandalizzati, parlano di «atto terroristico». 

E il ministro dell’Interno, Reginald McKenna, commenta in Parlamento: «Queste donne sono pazze e pericolose». Combatte, senza rendersene conto, una surreale battaglia di retroguardia, in difesa di norme ormai sgangherate e fuori dal tempo, confermando una volta di più che chi comanda è quasi sempre più indietro della storia. Sei anni dopo la Gran Bretagna concederà il diritto di voto alle donne sopra i 30 anni e nel 1928 lo estenderà a quelle sopra i 21.

Victoria Lidiard, una delle suffragette che partecipò alla rivolta del West End, poco prima di morire ha raccontato: «Ci picchiarono selvaggiamente. In quel momento di certo non eravamo donne. Solo dei bersagli. Non arretrammo di un centimetro. Non sono mai stata tanto fiera di me». Secondo la professoressa Krista Cowman, dell’Università di Lincoln, «chiamare le suffragette terroriste era un non senso. I terroristi vogliono distruggere un sistema, loro chiedevano solo di farne parte».

Le prime azioni di ribellione si registrarono nel 1905. In un appartamento del centro di Manchester, Christabel Pankhurst, studentessa di legge figlia della storica militante Emmeline, e la sua splendida amica Annie Kenney - classe operaia, carnagione pallida e meravigliosi occhi azzurri - organizzarono il loro clamoroso gesto di protesta. Venute a conoscenza di un incontro che si sarebbe tenuto di lì a poche ore alla Free Trade Hall decisero di mischiarsi al pubblico. 

Poco prima che il parlamentare Winston Churchill prendesse la parola cominciarono a urlare: «Voto alle donne». Un poliziotto cercò di fermarle. Loro gli sputarono addosso. Furono trascinate fuori a forza e arrestate da uomini armati e divertiti che si lasciarono alle spalle una scia bisbigliata di foia da caserma. L’episodio ebbe un’eco clamorosa. Una nuova era cominciava.

Nel 1913 l’episodio più noto di questo scontro epocale. Il 4 giugno 1913 la suffragetta Emily Davison si confonde tra la folla del Derby di Epsom e si butta in mezzo alla pista avvolta nella bandiera dell’Unione Sociale e Politica delle Donne mentre sta arrivando il cavallo di re Giorgio V lanciato a tutta velocità. Viene travolta. Rimane a terra con il cranio fracassato. Il giorno del suo funerale l’intero Paese si ferma. La Gran Bretagna è con lei. E con le suffragette.

Il Professor June Purvis, autore di una biografia su Emmeline Pankhurst, sostiene che la Davison scelse il martirio consapevole dell’enorme effetto che avrebbe fatto il suo funerale. «Le suffragette rappresentavano quello che oggi sono le donne per la primavera araba. Oppure gli studenti dei movimenti Occupy. Qualcuno poteva anche chiamarle terroriste, ma erano loro a incarnare il senso del tempo». 

Secondo la baronessa Brenda Dean sarebbe necessario che ora, cent’anni dopo, il governo di Sua Maestà chiedesse scusa a quelle donne. «Io lo voglio fare. E lo faccio. Ora». E lo considera un gesto definitivo, come se avesse archiviato in una scatola preziosa una vecchia lettera d’amore.




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Incidenti in gita scolastica, la scuola è responsabile

La Stampa

I docenti che accompagnano gli studenti in gita sono tenuti ad un «obbligo di diligenza preventivo» che impone loro di trovare strutture alberghiere il più possibile sicure. Inoltre, debbono effettuare «controlli preventivi» delle stanze dove alloggiano i ragazzi. Lo afferma la Cassazione (1769/12) che ha accolto il ricorso di una ex studentessa che, nel 1998, si era seriamente ferita nell’albergo scelto dalla scuola, scivolando da una terrazza.

Il caso

La ragazza, salita su un parapetto del balcone della stanza, era andata in terrazza insieme ad un compagno e, scivolando, era precipitata nel vuoto per circa dodici metri, riportando gravissime lesioni e rimanendo completamente invalida. La richiesta di risarcimento danni è stata avanzata nei confronti del ministero della Pubblica istruzione, della scuola, dell’albergo e dei genitori del compagno di scuola (che poco prima dell’incidente aveva offerto uno spinello alla giovane) per «mancanza di controllo e di sorveglianza degli alunni da parte del professore in gita con la classe e mancanza di sicurezza dell’albergo».
Il Tribunale e la Corte d’appello di Trieste hanno respinto la richiesta, rilevando che gli studenti erano quasi maggiorenni, perciò «presumibilmente dotati di un senso del pericolo».

La Cassazione, invece, ha dato ragione alla ragazza. La Suprema Corte afferma la responsabilità della scuola: «proprio perchè il rischio che, lasciati in balia di se stessi, i minori possano compiere atti incontrollati e potenzialmente autolesivi, all’istituzione è imposto un obbligo di diligenza per così dire preventivo, consistente, quanto alla gita scolastica, nella scelta di vettori e di strutture alberghiere che non possano, al momento della loro scelta, nè al momento della fruizione, presentare rischi o pericoli per l’incolumità degli alunni».  Inoltre «incombe all’istituzione scolastica la dimostrazione di avere compiuto controlli preventivi e di avere impartito le conseguenti istruzioni agli allievi affidati alla sua cura e alla sua vigilanza». Gli accompagnatori «avrebbero dovuto rilevare, con un accesso alle camere stesse, il rischio della facile accessibilità al solaio di copertura per adottare poi misure idonee alle circostanze» come «il rifiuto di alloggiare» in una stanza insicura.

Spetta ora alla Corte d’appello di Trieste stabilire il risarcimento per la studentessa, tenendo anche delle responsabilità della scuola, del ministero della Pubblica istruzione, e della struttura alberghiera. Mentre è esclusa la responsabilità dei genitori dell’ex studente salito nella terrazza con la giovane «nonostante la confessione del loro figlio» sul passaggio dello spinello «per carenza di prova adeguata sulle circostanze di fatto», dato anche «l’esito negativo degli esami tossicologici».


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Dal principe Borghese a oggi questa Italia è tutta un golpe"

di -

L’ex missino Sandro Saccucci condannato e poi assolto per l’omicidio di Sezze: "Non sono né un eversore né un massone né uno 007 deviato, ma un esiliato politico"


Si definisce «esiliato politico da 33 anni». Vive in Argentina. Se dovesse compilare la voce «Saccucci Sandro» per la Garzantina, scriverebbe così: «Politico. Membro della Camera dei deputati nella VI e VII legislatura. Eletto a Roma. Membro della Commissione Difesa. Consigliere comunale di Nettuno. Editore del periodico Opinione Romana. Segretario romano dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia.





Ha scritto i libri L’esperienza Allende, Studio sul terrore comunista in Russia, Rodesia la verità, La Terza Posizione, tutti tradotti in varie lingue. Direttore del Centro studi difesa dell’Occidente». Nessun cenno al luogo e alla data di nascita (Roma, 22 agosto 1943), allo stato civile (divorziato, una figlia), al titolo di studio («licenciatura en lingüística regional Quichua», preciserà poi, cioè una laurea sulla cultura della popolazione che dominava l’America Latina prima della conquista spagnola) e all’uccisione, avvenuta nel 1976 durante un suo comizio a Sezze (Latina), dello studente Luigi Di Rosa, 21 anni, militante della Federazione giovanile comunista.

Un fatto di sangue che lo trasformò in un cospiratore invischiato in tutte le trame golpiste di questo Paese, e che gli costò l’arresto, il carcere, la fuga, la latitanza e la condanna per concorso in omicidio, prima d’essere definitivamente assolto dalla Cassazione nel 1985. Un risarcimento tardivo: nell’immaginario collettivo l’ex deputato del Msi-Dn resta l’uomo nero per antonomasia, legato ai cosiddetti «servizi segreti deviati». Nera la pagina che ha scritto, nera la leggenda che gli è stata cucita addosso.

Si sente fin dal primo approccio che per Saccucci la politica ha rappresentato qualcosa in più di tanto: tutto. Ha fatto il parlamentare per dieci anni. Oggi gode di un vitalizio: 4.725 euro mensili, lordi. Ma non lo difende, come altri, con le unghie e con i denti: «Il premier Mario Monti vuol tagliarci le pensioni? È logico che anche gli ex deputati debbano contribuire». Saccucci abita all’estrema periferia di Córdoba, in un quartiere senza lussi che assomiglia alla scacchiera di una dama. Qui è piena estate, di giorno la temperatura supera i 30 gradi. L’Aconcagua, la vetta più alta della Cordigliera andina e di tutto il continente americano, dista in linea d’aria poco più di 500 chilometri.

Com’è diventato un uomo di destra?
«Ammiravo Giuseppe Mazzini. Imparai ad amare l’Italia e ad apprezzare l’idea di nazione e di Stato nel fascismo».

Perché non potrebbe mai essere di sinistra?
«Ho una visione del mondo ampia e spirituale, che supera il limite del materialismo. La sensibilità sociale, l’umanesimo del lavoro e la giustizia sociale non sono patrimonio esclusivo del marxismo».

Quando e come aderì a Ordine nuovo?
«All’Università di Roma, nel 1968, facevo parte del Movimento studentesco, che fu un’esperienza politica senza precedenti fino agli scontri di Valle Giulia con la polizia. Due settimane dopo la situazione si rese irreversibile per tutta l’area politica di destra ed extraparlamentare. Ci fu un inevitabile riflusso».

Chi dirigeva Ordine nuovo?
«Clemente Graziani, poi esule come me, morto in Paraguay nel 1996. Un amico. Lello credeva nella continuità della formazione culturale, mentre io vedevo la necessità di un’azione politica movimentista. Per questo nel 1970 mi allontanai da Ordine nuovo, che venne sciolto alla fine del 1973, per decreto del ministro degli Interni, con la speciosa accusa di apologia del fascismo.

Un assurdo, perché noi non ci rifacevamo al Ventennio. Il nostro referente era lo scrittore Julius Evola, con un contenuto ideale che andava ben oltre Benito Mussolini. Fummo condannati in base alla legge Scelba per tentata ricostituzione del disciolto Pnf. Mi beccai 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici. Pubblico ministero e giudice del mio processo furono Michele Coiro e Mario Battaglini, due esponenti di Magistratura democratica notissimi per i loro trascorsi nelle file dell’estrema sinistra».

Però lei fu anche arrestato con l’accusa d’aver partecipato nel 1970 al golpe Borghese.
«Un anno di galera. La teoria del golpe appartiene alla cultura politica italiana. Non sono forse in molti a pensare che il governo Monti sia il prodotto di un golpe, non traendo la sua legittimazione dal voto popolare? E i presunti tentativi di golpe del generale Giovanni De Lorenzo e di Edgardo Sogno? E la Rosa dei Venti? E Lady Golpe, alias Donatella Di Rosa? Parliamo di 50 anni di golpe!».

Restiamo al colpo di Stato che sarebbe stato guidato da Junio Valerio Borghese nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970.
«C’era una situazione politica esplosiva. Una rivolta popolare a Reggio Calabria, a stento domata dall’esercito. Un’altra sommossa all’Aquila. Un malessere sociale diffuso. Pochi giorni prima del mio arresto, sfilarono per le vie di Roma decine di migliaia di persone che invocavano: “Basta coi bordelli, potere ai colonnelli”. Io avevo il solo torto di conoscere il principe Borghese».

E dunque?
«Scattò l’operazione di Palazzo: arrestare i presunti rei di cospirazione, seminare il terrore, stroncare le tentazioni golpiste che rischiavano di sedurre l’opinione pubblica. Il colpo di Stato ci fu, eccome: quello del governo Dc-Psi-Psdi-Pri che temeva il sorpasso. Non dimentichi che alle elezioni politiche del 1972 il Msi-Dn registrò la più grande avanzata della sua storia. Il golpe Borghese è stato una caccia alle streghe. Lo dimostra il fatto che nel 1984 la Corte d’assise d’appello di Roma pronunciò un’assoluzione generale».

Ernesto De Marzio, deputato missino, dichiarò al Corriere della Sera che quel colpo di Stato «non era una barzelletta» e che fu la Cia a ingiungerle di bloccare il progetto eversivo all’ultimo momento.
«Parola di De Marzio».

Secondo De Marzio eravate «armati di tutto punto» e il vostro obiettivo era via Teulada, sede della Rai.
«Fantasie dell’autore. Come mai solo poco prima di morire, ultraottantenne, se ne uscì con queste rivelazioni tenute in serbo per 26 anni?».

«Saccucci mi pareva un frescone», aggiunse De Marzio. «Provo disagio a parlare di un defunto. Fu poco elegante. La sua mi parve un’espressione frutto di una cultura mercantilistica».
Che significa?

«Nel 1976, dopo la tragedia di Sezze, Giorgio Almirante mi espulse dal partito e De Marzio dal gruppo parlamentare. Qualche mese dopo De Marzio diede vita a Democrazia nazionale, alla quale aderirono 17 deputati. Ad Almirante ne rimasero altrettanti. In Parlamento eravamo 35. Il pareggio non permetteva a nessuno dei due contendenti di ritirare per intero i rimborsi elettorali previsti dalla legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Entrambi volevano il mio voto per ottenere la maggioranza. Offrivano in cambio diverse centinaia di milioni di lire. Io replicavo: non m’interessa il vostro denaro, voglio giustizia. Non diedi a nessuno dei due il mio avallo».

In quell’intervista con De Marzio, l’autore, Maurizio Caprara, la dava per iscritto alla loggia P2.
«Una balla di Caprara».

Mai conosciuto Licio Gelli?
«Mai».

È, o è stato, massone?
«Non lo sono e non lo sono mai stato».

Gianfranco Fini, delfino di Almirante, a quel tempo che tipo era? È vero che da segretario del Fronte della gioventù lo chiamavate Er Caghetta?
«Ero già in esilio da tre anni quando lui arrivò alla guida del Fronte della gioventù.

Sull’origine di quell’appellativo mi spiegarono che indicava certe doti di coraggio, diciamo così».

Pare che lei invece fosse intrepido: bastonava i rossi e faceva da guardaspalle a Fini e agli altri capi missini.
«Non ho mai fatto il guardaspalle di nessuno. Le scazzottate all’università erano all’ordine del giorno. Volavano pugni, spintoni e grida. Ho partecipato nel darle come nel prenderle».

Che cosa pensa del Fini di oggi?
«Non mi occupo di questioni monegasche».

Veniamo ai fatti del 28 maggio 1976, campagna elettorale per le politiche, quando durante un suo comizio a Sezze morì il giovane comunista Luigi Di Rosa e fu ferito Antonio Spirito, militante di Lotta continua.
«Quel giorno mi recai in provincia di Latina per tenere i comizi elettorali programmati dal partito ed espressamente autorizzati da Almirante. Lotta continua aveva fatto sapere al ministro degli Interni che non avrebbe permesso ai “fascisti” di parlare in piazza. Ciononostante vi erano solo quattro carabinieri di servizio. Alcune centinaia di attivisti comunisti mi attaccarono con bottiglie, pietre, bastoni. Udii degli spari. Scesi dal palco e mi ritrovai circondato.

Presi la pistola che tenevo in auto e la impugnai a scopo dissuasivo. Esplosi tre colpi in aria. Gli aggressori fuggirono. Tornato a Roma, appresi dall’agenzia Ansa che una persona era morta. Ignoravo che cosa fosse accaduto. Il giorno successivo dai giornali conobbi i particolari. Immediatamente mi presentai al tribunale di Latina a depositare la mia pistola e alla questura di Roma per sporgere denuncia. Seppi dal telegiornale che il mio partito mi aveva espulso. Sia pure con un ritardo di dieci anni, sono stato completamente scagionato dalla Cassazione con formula ampia perché estraneo alla vicenda».

Allora perché fuggì all’estero anziché affrontare il processo?
«Il giorno di Sezze ricorreva il primo anniversario di un attentato che avevo subìto in piazza Bologna a Roma, mentre tenevo un comizio, sotto gli occhi di un migliaio di persone e decine di poliziotti e carabinieri. In quella circostanza furono lanciate 13 bombe molotov e rimasi ferito assieme ad altri. La signora Tosi, il nome non me lo ricordo, fu investita dalle fiamme e morì per le ustioni qualche mese dopo.

La sinistra aveva fatto una campagna terroristica contro di me. I rossi mi volevano uccidere, la polizia e i carabinieri mi cercavano, la magistratura emetteva mandati di cattura, la stampa mi criminalizzava, il mio stesso partito mi aveva espulso e mi negava persino un avvocato. Che cosa avrei dovuto fare? L’assemblea di Montecitorio che autorizzò il mio arresto si espresse per un delitto che al momento della votazione già non esisteva più, visto che l’accusa contro di me era nel frattempo cambiata. Un’autentica vergogna».

Nel 1985 fu arrestato in Argentina, perché durante la latitanza era stato condannato per i fatti di Sezze a 12 anni di reclusione, ridotti a 8 in appello. Per quanto tempo restò in carcere?
«Due mesi, in attesa che le autorità di governo italiane formalizzassero la richiesta di estradizione, che però non presentarono nei tempi stabiliti dai trattati. Perciò tornai in libertà. Un giurista commentò: “Il governo rischiava una pessima figura”».

Che idea s’è fatto sulle stragi compiute in Italia fra gli anni Settanta e Ottanta?
«L’obiettivo era il caos, il panico. Si voleva che il deficit di sicurezza facesse invocare l’ordine. La destabilizzazione era stabilizzante. Quindi poteva interessare solo al governo di turno».

È stato scritto che lei voleva assassinare il presidente Sandro Pertini.
«Falsi scoop giornalistici. Mai nessun magistrato mi ha incolpato o anche solo sospettato di un simile proposito».

«Saccucci teste sugli 007 cileni», titolò il Corriere nel gennaio 1996, scrivendo che era stato fermato a Córdoba per ordine della magistratura argentina.
«La giudice María Romilda Servini de Cubría fece un viaggio di lavoro nel nostro Paese per raccogliere informazioni circa un processo di sua competenza. Un collega italiano le confidò che in Argentina viveva uno che la sapeva lunga: Sandro Saccucci.

Al suo ritorno, la giudice mi convocò a Buenos Aires in qualità di testimone. Era domenica. Dopo 90 minuti di colloquio, si scusò per l’invito forzoso, ordinò di consegnarmi il biglietto aereo per il ritorno, mi accompagnò alla porta del tribunale, e tanti saluti. Nel congedarmi mi confidò d’aver sospettato di quel magistrato che le aveva fatto il mio nome, perché era il fratello di un noto esponente comunista».

Era amico del dittatore Augusto Pinochet?
«Attraverso un diplomatico gli feci avere il mio libro L’esperienza Allende. Ricevetti una lettera di ringraziamento. Tutto qui».

Ha mai lavorato per i servizi segreti?
«Mai. Né italiani né stranieri».

Come vede la situazione dell’Italia?
«La festa è finita. Ora è arrivata la fattura da pagare».

Ma lei che cosa sognava per il suo Paese?
«Uno Stato serio. Si potrebbe ancora fare. Purtroppo mancano gli esempi virtuosi».

Può giurare di non essere mai stato coinvolto in fatti di sangue?
«Lo giuro».

E in trame eversive?
«Lo stesso».

Non ha nulla da rimproverarsi?
«Tanti errori. Nessuno perseguibile a norma di legge».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Guerra delle preghiere L’Inghilterra le vieta nei consigli comunali

di -

La Corte suprema dà ragione a un’associazione secolarista. Il prossimo obiettivo: proibizione anche in Parlamento. Protestano gli ecclesiastici

È guerra delle preghiere in Gran Bretagna, tra un fronte laico all'attacco e la leadership della Chiesa d'Inghilterra. Un giudice della Corte suprema di Londra ha vietato venerdì le preghiere durante gli incontri dei consigli comunali e delle giunte locali, definendole «non legali».



Al massimo, ha concesso il magistrato, si potrà pregare nelle sale dei consigli locali prima dell'inizio degli incontri formali. Sono più della metà, scrivono i giornali britannici, i consigli comunali del Paese che aprono le loro sessioni, per tradizione, con una preghiera.

La sentenza ha immediatamente sollevato la dura reazione della leadership cristiana in Gran Bretagna. Al Times di Londra, Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury - la carica più alta nella Chiesa d'Inghilterra - ha parlato di «marginalizzazione della cristianità» e di verdetto che mette il bavaglio alla voce dei cristiani nel Paese. Sulle colonne del Daily Mail, Lord Carey si chiede se «il prossimo passo sarà quello di rottamare le preghiere che marcano l'inizio di ogni sessione quotidiana del Parlamento?». Per la National Secular Society, associazione di laci che ha aperto il caso dei consigli comunali nel luglio del 2010, la risposta sarebbe sì. Infatti, sono proprio le due Camere del Parlamento e le scuole in cui è in vigore la preghiera obbligatoria prima delle lezioni a essere secondo i portavoce il loro prossimo obiettivo.

Intervistato dal Times, l'arcivescovo di Canterbury critica l'attacco a un sistema di valori e tradizioni. Dall'altra parte, Clive Bone, consigliere di Bideford nel Devon, festeggia una vittoria. Si era dimesso nel 2010 proprio per protestare contro le preghiere durante gli incontri ufficiali. Dopo aver fatto appello alla National Secular Society, ha portato il caso in tribunale. I leader cristiani gridano all'offensiva contro la religione, mentre l'associazione si prepara a mirare al Parlamento.

Il suo direttore esecutivo, Keith Porteous Wood, ha spiegato che «l'Inghilterra e il Galles sono gli unici due Paesi al mondo che hanno (la preghiera in Parlamento), presumibilmente perché il Regno Unito è il solo Paese al mondo a dare ai religiosi, 26 vescovi, il diritto di sedere nella sua legislatura». La presenza degli abiti talari nella Camera dei Lord è una delle questione di cui si dibatte nel Regno Unito e che suscita polemiche. Il governo, infatti, sta pensando a una riforma che taglierebbe il numero da 26 a 12. Nel recente Sinodo generale della Chiesa Anglicana, tenutosi pochi giorni fa a Londra, il vescovo di Leicester, reverendo Tim Stevens, ha difeso la presenza dei religiosi fra gli scranni e ha parlato di «voci chiave» all'interno del Parlamento, le poche in favore dei poveri.

Allo stesso Sinodo generale, è stata affrontata un'altra questione che in questi mesi oppone Stato e Chiesa in Gran Bretagna. «La Chiesa d'Inghilterra sta respingendo le coppie gay cristiane e deve ripensare all'immagine tradizionale e biblica che dipinge gli omosessuali come idolatri, promiscui», ha detto il vescovo di Salisbury, reverendo Nicholas Holtam, diventando il religioso più in alto nella gerarchia ecclesiastica anglicana ad aver parlato in favore delle nozze gay. A marzo, il governo di David Cameron aprirà consultazioni sulla legalizzazione del matrimonio fra coppie omosessuali. L'arcivescovo di York, John Sentamu, il secondo religioso più importante all'interno della Chiesa d'Inghilterra, in un'intervista al Daily Telegraph del mese scorso, ha chiesto al governo di non legalizzare le nozze fra gay.
Cameron in un discorso a ottobre ha dichiarato di essere invece favorevole alle unioni tra omosessuali.



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Viaggio nelle carceri-killer d'Italia dove mancano anche i termosifoni

Il Messaggero

Sono già 18 i morti dall'inizio dell'anno nelle prigioni del nostro paese. 186 nel 2011, 184 nel 2010



di Massimo Martinelli

ROMA - Sono diciotto, adesso, le croci piantate nei penitenziari italiani nei primi quaranta giorni del 2012. Dopo i 186 morti del 2011, e i 184 del 2010. Significa che abbiamo un sistema carcerario che chiude una tomba ogni due giorni: quindici morti al mese. E troppo spesso mantiene al di sotto della soglia di dignità umana le condizioni di vita degli altri. La spiegazione è logora: non ci sono soldi. Ma è vero anche che i pochi che ci sono, chissà dove finiscono.

L’ultimo paradosso è di due giorni fa: il direttore di Regina Coeli, Mauro Mariani, ha dovuto distribuire centocinquanta coperte e centocinquanta cappelli ai detenuti del sesto braccio, che con il termometro a meno dieci e senza riscaldamento rischiavano di restare congelati. Contemporaneamente nei garage del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sono custodite fiammanti Maserati da oltre centomila euro. Che però nessuno vede in giro. Perché quando ha saputo che c’erano quelle fuoriserie, con i termosifoni rotti a Regina Coeli, l’ex Guardasigilli Nitto Palma ne ha sconsigliato l’utilizzo ai vertici del Dap, per evitare l’ennesima polemica sugli sprechi di Stato.

E’ la stravagante situazione alla quale si appresta a mettere mano il nuovo ministro della Giustizia, Paola Severino. Che se l’è imposto come primo obiettivo: restituire ad ogni detenuto la dignità che la Costituzione gli garantisce. Perché quello delle coperte e della Maserati non è un caso isolato: a Reggio Calabria, due detenuti nell’ospedale psichiatrico giudiziario li hanno salvati per un pelo dalla morte per congelamento. E’ successo tre giorni fa; uno di loro sta meglio, l’altro è in rianimazione. E a proposito di dignità minima, è dovuta intervenire persino la Cassazione per affermare che un detenuto cieco con pochi mesi ancora da scontare può ottenere il differimento della pena, per non vivere «al di sotto di una soglia di dignità che deve essere rispettata pure in carcere».

L’approccio del neo Guardasigilli, già una settimana dopo il suo insediamento, era stato pragmatico e incisivo: cinquantasette milioni di euro per rendere vivibili le carceri ed estensione da dodici a diciotto mesi di pena finale da poter scontare ai domiciliari per le condanne non gravi. In questo modo avrebbe garantito un abbattimento secco della popolazione carceraria di tremilatrecento detenuti. Che tradotto in euro avrebbe significato un risparmio di 375mila euro per ogni giorno di detenzione evitata. Ma soprattutto il piano prevedeva una piccola rivoluzione sui criteri per l’arresto, che avrebbe cancellato il singolare primato delle carceri italiane che ospitano 743 detenuti stranieri ogni centomila italiani: più o meno il 36 per cento della popolazione carceraria, che occupa un posto per reati come lo spaccio o l’immigrazione clandestina. 

Con una serie di norme si limitava l’accesso in carcere, si velocizzava il processi e di rendeva immediata l’espulsione dello straniero. Un piano tecnico, dunque. Che lasciava al potere legislativo, al Parlamento, la scelta sulla scorciatoia più semplice, l’amnistia. Eppure i partiti e le contrapposizioni ideologiche lo hanno bloccato: con cinquecento emendamenti presentati durante il dibattito alla Camera, i parlamentari della Lega hanno annunciato la loro opposizione durissima. Sostenendo che il denaro, piuttosto, andrebbe speso a beneficio della sicurezza, cioè per arrestare altri spacciatori, clandestini e scippatori. Da spedire nelle stesse carceri in cui si muore ogni due giorni.

Sabato 11 Febbraio 2012 - 21:54    Ultimo aggiornamento: Domenica 12 Febbraio - 09:00




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Ecco l'esordio (non firmato) di Robert Louis Stevenson

di -

Una vecchia canzone uscì nel 1877 su una rivista inglese. Una pagina manoscritta ne rivela la paternità.


Fu subito dopo la laurea in giurisprudenza, nel 1875, quando aveva 25 anni, che Robert Louis Stevenson cominciò a collaborarecon periodici e riviste per scrivere poesie, saggi, recensioni e alcune brevi prove narrative.




Una di queste riviste, l’inglese London , vide apparire suoi testi per circa dieci anni, testi spesso lasciati senza firma. Ma di recente, e quasi accidentalmente, consultando gli archivi della Stevenson Collection conservati alla Yale University, Roger G. Swearingen ha reperito una pagina manoscritta di An Old Song , romanzo breve che arriverà in Italia il 16 febbraio (traduzione di Fabrizio Bagatti che firma anche la prefazione), con il titolo Una vecchia canzone (Barbès, pagg. 112, euro 8). Il ritrovamento della pagina manoscritta, con varianti e correzioni, che riporta la fine del capitolo VI e l’ incipit del VII viene considerata la più chiara prova della mano di Stevenson, che invece pubblicò il racconto in forma anonima.

Una vecchia canzone è dunque la prima opera scritta e pubblicata da Stevenson. Il futuro autore di opere immortali come L’isola del tesoro e Il dottor Jekyll e Mr. Hyde la pubblica a puntate nel 1877 appunto sulla conservatrice London secondo la moda del feuilleton , precedendo di circa sei mesi A Lodging for the Night (uscito su Temple Bar e anch’esso compreso in Le nuove mille e una notte).

Nella straordinaria semplicità con cui descrive le vicende del colonnello Falconer e del suo rapporto con i suoi due giovani eredi e lo sfondo convenzionale, caratterizzato da un’ottusità sentimentale «di cui spesso le donne erano protagoniste eppure vittime al tempo stesso», contiene già, come si spiega nell’introduzione, tutti i temi delle opere della maturità: prima di tutto il tema complicato e pericoloso dell’eredità da assegnare o da dividere (come avviene in Kidnapped), la schizofrenia della natura umana (Il dottor Jekyll e Mr. Hyde), le disastrose conseguenze per chi confonde la testardaggine con la tenacia e la forza di carattere (The Ebb-Tide) e infine il cinismo delle convenzioni sociali, il conflitto tra ricchezza e miseria e l’ossessione per la sua risoluzione, proprio come accadrà nel Signore di Ballantrae.


Ecco un brano del romanzo ritrovato di Robert Louis Stevenson





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