mercoledì 8 febbraio 2012

Onorevoli calciatori alla partita benefica «Veniamo a giocare ma solo se spesati»

Corriere della sera

Non hanno versato un euro, nemmeno per l'acquisto di tre carrozzine per disabili. La replica: «Nessuno ce l'ha chiesto»



MILANO – Come delle star: arrivano, si concedono e stanno attenti a non pagare il conto. La nazionale di calcio dei nostri parlamentari è reduce da una delle sue migliori perfomance in campo, ma soprattutto fuori dal campo. Invitata per un torneo di beneficenza a Catania si è concessa, ma tenendo bene a precisare che doveva essere «totalmente spesata». Di fronte alle insistenze degli organizzatori gli onorevoli hanno accettato di pagarsi solo il biglietto aereo (per il quale sono comunque già rimborsati). Tutto il resto doveva essere, ed è stato, rigorosamente gratis. A coprire i costi ci hanno pensato alcuni sponsor. Persino quando si sono ritrovati al ristorante i 15 parlamentari si sono guardati bene dal pagare il conto, ritenendo naturale che arrivasse il sindaco o qualche assessore a saldare per gli illustri ospiti. Fino a quando un loro collega catanese, Giuseppe Berretta (Pd), per evitare la magra figura ha pagato per tutti.


I deputati Gioacchino Alfano e Maurizio Paniz I deputati Gioacchino Alfano e Maurizio Paniz

CAMPIONI DI CARITÁ - Ma il meglio i nostri onorevoli-calciatori l’hanno offerto al termine del triangolare che li ha visti gareggiare con la squadra dei politici locali e quella dei magistrati. A fine torneo un funzionario della polizia municipale ha fatto il giro degli spogliatoi per chiedere un contributo finalizzato all’acquisto di tre carrozzine per i bambini disabili assistiti dalle «Sorelle della carità». Costo: 700 euro l’una. I loro colleghi locali hanno messo mano al portafoglio, altrettanto hanno fatto i magistrati mentre i parlamentari, ancora una volta, non hanno cacciato un solo euro. A scanso di fraintendimenti la richiesta è stata esplicitamente fatta direttamente ad alcuni parlamentari e a Remo De Bellis, che della Camera è commesso. Risultato: non è stato raccolto un solo euro. Tranne il solito Berretta che ancora una volta ha cercato di rimediare tirando fuori 100 euro.

DUE GIORNI AL SOLE - Finita la trasferta qualcuno si è pure trattenuto a Catania un giorno in più per evitare la neve di Roma e godersi i 16 gradi e lo spettacolo che dall’Hotel Nettuno offre il golfo di Ognina. Quindi tutti alla Camera in attesa della prossima tournee interamente spesata. La giustificazione dei nostri onorevoli-campioni suona più o meno così: «Non è possibile sostenere ogni trasferta a nostre spese». Sconosciute invece le ragioni per cui non hanno contributo alla colletta per i bambini malati.

VALORI IN CAMPO - A guidare la compagine parlamentare era l’onorevole Maurizio Paniz (Pdl) che con oltre 1 milione e 800 mila euro l'anno è più pagato persino del suo collega Ghedini. E ancora deputati ed ex di tutti gli schieramenti. Dal finiano Luigi Muro al leghista Franco Gidoni all’ex Michele Cappella (Pd). Ma la palma d’oro per la coerenza spetta a Gioacchino Alfano del Pdl. Della sua passione calcistica non ha mai fatto mistero. Tanto che sul suo sito campeggia una foto in brache e maglietta azzurra della nazionale parlamentari. Quindi il motto: «Quando gli ideali scendono in campo».

LE REAZIONI- E non si sono fatte attendere le reazioni dei parlamentari-calciatori che alla Camera oggi sono stati oggetto dell'attenzione di tutti i loro colleghi. Gioacchino Alfano parla di «ricostruzione infondata in quanto nessuno ci ha chiesto un contributo finalizzato allo scopo benefico». Quanto alla cena pagata da Berretta «è stata un'iniziativa spontanea del collega». Sulla stessa lunghezza d'onda Luigi Muro: «Non ho ricevuto alcuna richiesta di denaro per l'acquisto di carrozzine, non mi sarei certo sottratto ad una simile richiesta e sono da subito pronto a contribuire per l'acquisto». La nazionale calciatori ribadisce di «fare innumerevoli trasferte, sempre a scopo benefico, alle quali non ci siamo mai sottratti».


Alfio Sciacca
8 febbraio 2012 | 17:49




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Autismo e sclerosi multipla, la sofferenza nascosta

Corriere della sera

Il peso dell’assistenza grava solo sulla famiglia. Il ministro Balduzzi: «Presto un Piano per le fragilità e la non autosufficienza»



MILANO - Pazienti soli, soprattutto nella fase iniziale della malattia, che soffrono, in attesa di una diagnosi che non arriva. Il peso dell’assistenza sui familiari, che spesso devono lasciare il lavoro. Ad approfondire il vissuto dei malati di sclerosi multipla e delle persone che soffrono di autismo, ma anche delle loro famiglie, sono due indagini realizzate dal Censis nell’ambito del progetto pluriennale «Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?», promosso dalla Fondazione Cesare Serono. «In attesa dell’arrivo di una diagnosi certa, i pazienti sono come “sospesi” e aspettano di capire, nella speranza di non soffrire di quella malattia – afferma Giuseppe De Rita, presidente del Censis – . Per loro è forse questo il periodo più doloroso e delicato».

SCLEROSI MULTIPLA - La prima indagine sul vissuto di chi soffre di sclerosi multipla ha coinvolto un campione di 302 pazienti, scelti attraverso l'Aism, Associazione italiana sclerosi multipla. La malattia esordisce in giovane età, tra i 20 e i 40 anni ( come rilevano del resto i dati epidemiologici) e colpisce soprattutto le donne, che fanno fatica a riconoscere una propria debolezza e tendono, anche loro, a sottovalutare i sintomi nella fase iniziale della malattia. Nonostante i tempi per la diagnosi si siano ridotti dagli anni ’90 in poi, grazie anche all’utilizzo della risonanza magnetica, quasi un paziente su due afferma che si è rivolto a più medici prima di arrivare alla diagnosi corretta; il 40% ha avuto difficoltà a convincere il dottore pur essendo già presenti i primi sintomi, come astenia e stanchezza; il 29,5% degli intervistati ha ricevuto trattamenti per una malattia diversa.

SOFFERENZA - «Anche se nelle fasi iniziali spesso non si vede, la sclerosi multipla fa soffrire – spiega Ketty Vaccaro, responsabile della ricerca e del settore Welfare del Censis - . Il 28% del campione intervistato la nasconde, un po’ per rimozione, ma anche a causa di un contesto in cui occorre essere per forza efficienti». Man mano che la malattia progredisce, ha un impatto sulla sfera professionale: il 40% delle donne intervistate ha dovuto chiedere il part time, cambiare o addirittura lasciare il lavoro. Inoltre, quasi un paziente su due interrompe del tutto le attività svolte nel tempo libero fino ad arrivare all’isolamento sociale (in circa un caso su tre). A volte, nonostante l’aiuto dei familiari, i pazienti raccontano di avere la sensazione che non sia capita la loro sofferenza.

SERVIZI SANITARI - Anche se non ci sono ancora medicinali in grado di guarirla definitivamente, la terapia farmacologica è centrale per i pazienti: per ottenerla si rivolgono nella maggior parte dei casi ai centri clinici per la sclerosi multipla. Metà degli intervistati, invece, non ha accesso alla terapia riabilitativa e quella psicologica riguarda solo il 18% del campione (soprattutto diffusa tra i più giovani).

NON AUTOSUFFICIENZA In media il 48,5% dei pazienti ha bisogno di aiuto nella vita quotidiana. E la famiglia ha un ruolo centrale nell’assistenza. Quasi 4 pazienti su 10 ricevono assistenza informale tutti i giorni dai familiari conviventi e la percentuale aumenta al 62,8% tra chi ha livelli di disabilità più elevati. I pazienti sentono l’esigenza di avere come riferimento medici capaci di dare loro risposte adeguate e chiedono più visite ambulatoriali. Ma vorrebbero soprattutto maggiore assistenza domiciliare. Sul rafforzamento di questo servizio si è espresso anche il ministro della Salute, intervenuto alla presentazione della ricerca del Censis. «È necessario potenziarlo cercando di replicare in tutte le zone del Paese le buone pratiche che già esistono in alcune regioni», ha detto Renato Balduzzi, che ha anche annunciato uno «spazio per un Piano nazionale per le fragilità e la non autosufficienza all'interno del Patto per la salute, in discussione in questi giorni».

AUTISMO - La seconda indagine sul vissuto delle persone che soffrono di autismo ha coinvolto un campione di 302 famiglie, selezionate tramite l'Angsa, Associazione nazionale genitori soggetti autistici. Il 96% delle persone che soffrono di autismo vive in famiglia, il 4% in istituzioni residenziali.

DIAGNOSI IN RITARDO - Anche in questo caso la diagnosi arriva dopo percorsi lunghi e tortuosi, anche se i tempi si sono ridotti negli ultimi anni. Il 45,9% degli intervistati ha dovuto attendere tra uno e tre anni, il 13,5% addirittura oltre i tre anni. Mediamente, prima della diagnosi definitiva, le famiglie si sono rivolte a quasi tre centri o specialisti. I disturbi più frequenti sono legati alla compromissione della comunicazione verbale e no soprattutto tra i bambini più piccoli, seguono poi i problemi dell’apprendimento. Tra i disturbi più problematici da gestire, soprattutto quando i ragazzi crescono, ci sono l’aggressività e l’autolesionismo.

TERAPIE - «Le famiglie sono disorientate anche rispetto ai trattamenti - afferma Vaccaro - . Del resto la causa dei disturbi del comportamento, che caratterizzano l’autismo, rimane spesso conosciuta. Gli intervistati sono comunque favorevoli a interventi cognitivo-comportamentali (nel 49,3% dei casi), il trattamento più efficace secondo le recenti Linee guida pubblicate dall’Istituto superiore di sanità. Sono in media 5,2 le ore settimanali di terapia ricevute». Di queste, 3,2 sono pagate privatamente dalle famiglie, con costi rilevanti a proprio carico, contro le 2 erogate dal pubblico. Tra i più piccoli sono diffuse anche la logopedia e la psicomotricità (un bambino su tre), mentre il 30% degli adulti non fa nessun tipo di terapia. I farmaci sono assunti solo per tenere sotto controllo i sintomi più gravi, come aggressività e autolesionismo.

RUOLO DELLA SCUOLA - La scuola gioca un ruolo centrale d’integrazione per i ragazzi autistici. La quasi totalità dei bambini la frequenta. «Finita la scuola, però, si blocca anche l’inclusione nella società – sottolinea Vaccaro - . Il 13,2% degli intervistati frequenta un centro diurno, ma la maggior parte dei ragazzi rimane a casa, peggiorando così la propria condizione di isolamento».

FAMIGLIE SOLE - E per i genitori diventa complicato gestire sintomi gravi, con un carico assistenziale molto gravoso. Le ore di assistenza e sorveglianza sono in media 17 al giorno. «La famiglia è sola e comincia a diventare essa stessa una famiglia autistica – fa notare la ricercatrice - . Le mamme spesso rinunciano al lavoro (il 25,9%), o lo riducono (23,4%). E a preoccupare è il “dopo di noi”: se metà delle famiglie con bimbi piccoli rimuove il problema, le aspettative di una vita autonoma per i propri figli si riducono man mano che i ragazzi diventano adulti».



Maria Giovanna Faiella
8 febbraio 2012



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Volunia, il motore di ricerca italiano che va oltre Google

Corriere della sera

Nasce dall'unione di «volo» e «luna». Con il box sociale si può anche interagire con chi lo sta usando nello stesso momento


PADOVA - «Volunia, il nuovo motore di ricerca tutto italiano ora può volare e liberarci tutti». Massimo Marchiori, il suo creatore (41 anni), è felice del momento finalmente arrivato dopo tre anni di lavoro, di ostacoli superati e di test riusciti. «Non è l’anti Google», precisa subito, «siamo appena nati. Ma le possibilità che offriamo sono enormi, ben superiori a quelle di Google perché non solo con il motore sarà possibile cercare qualcosa ma anche incontrare chi sta cercando. Per questo lo abbiamo chiamato Seek & Meet, cerca e incontra».

STORIA - Massimo Marchiori aveva ideato l’algoritmo che poi Larry Page ha utilizzato per realizzare Google. Rifiutando ogni proposta americana, è tornato in Italia dal Mit di Boston dove lavorava per cercare nella terra d’origine nuove opportunità. Il contrario cioè di quello che accade normalmente tra i giovani. Dopo essere stato ricercatore all’Università di Venezia è diventato professore all’Università di Padova e qui nell’ateneo dove Galilelo ha fatto nascere la scienza oggi ha presentato in streaming mondiale la sua nuova creatura, Volunia.


VOLUNIA - «L’ho battezzata con questo nome unendo la parola volo e Luna per simboleggiare il balzo che il mio motore garantisce», nota Marchiori. Da lunedì pomeriggio è attivato e ci si può registrare per navigare. Dalla prossima settimana, promette Marchiori, dopo qualche giorno di rodaggio l’accesso sarà aperto a tutti. In pratica, il motore consente soprattutto due cose. Quando si entra in qualsiasi sito una barra mostra varie possibilità. La prima è quella di creare una mappa personalizzata del sito stesso in consultazione con tutti gli elementi che ospita «volando sopra i contenuti», nota il suo ideatore. C’è poi un tasto «media» che offre un’immediata visualizzazione dei contenuti multimediali per effettuare rapidamente delle ricerche. La terza importante innovazione è il box sociale.

BOX SOCIALE - Nel sito dove andiamo, possiamo anche vedere chi e quanti lo stanno consultando nello stesso momento, o lo hanno consultato, ma soprattutto possiamo entrare direttamente in contatto con loro. «È questo un modo prezioso per fare amicizia con persone che hanno i nostri stessi interessi; è cioè una possibilità straordinaria di socializzazione». Naturalmente garantendo la necessaria privacy. Volunia, già brevettato negli Usa, è nato dall’unione dell’idea e delle capacità elaborative di Marchiori, più il finanziamento dell’imprenditore sardo Mariano Pierddu, più la collaborazione di una piccola società di supercomputer di Scandiano, vicino a Reggio Emilia.

DODICI LINGUE - Il motore utilizza dodici lingue diverse ma è rivolto a ogni continente e la struttura hardware è concepita per crescere e soddisfare la crescita degli utenti a livello mondiale. Marchiori usa una metafora. Quest’anno è l’anno della liberazione delle galline perché l’Unione Europea ha stabilito che dal 2012 non potranno più essere allevate in gabbie. «Ecco», dice, «anche gli utilizzatori di Internet finalmente con Volunia possono uscire dalle rigide gabbie del web e liberarsi in modo più ricco nel cogliere le immense possibilità della rete».

SEGNALE - «È un segnale moltopositivo se Marchiori ha scelto di tornare nella sua città e nella sua università per la nuova sfida», sottolinea il rettore Giuseppe Zaccaria. «Non abbiamo niente da temere nell’agguerrito confronto internazionale e siamo pronti a sostenerlo». «Dobbiamo salvare a ogni costo le eccellenze che abbiamo se vogliamo garantirci il futuro», aggiunge il sindaco, Flavio Zanonato, orgoglioso dell’illustre cittadino, oltre che appassionato di Luna e stelle: ecco il perché del nome «che negli Stati Uniti è stato apprezzato e interpretato col significato di voluttuosità».

Giovanni Caprara6 febbraio 2012 (modifica il 7 febbraio 2012)


La prova di Volunia tra “seek” e “meet”


L’attesa è finita. Aspettavamo l’accesso come power-user a Volunia da fine novembre, ora con un piccolo ritardo ma tempestivo con la presentazione avvenuta all’università di Padova, l’accesso è arrivato. Mail e password e siamo dentro alla home (vedi sopra). Che subito a prima vista impressiona per essere l’esatto contrario del presunto rivale, Google: non è pulita ed essenziale, al contrario destabilizza per la presenza di pulsanti e icone colorati. Bisogna usare un po’ l’interfaccia prima di sentirsi a proprio agio. Perché Volunia si presenta come servizio di “Seek & Meet”: cerca e incontra. Non solo motore ma anche social networking.

In una definizione, sempre in inglese: social browsing. Qui sta la novità della creatura del professore di matematica Massimo Marchiori. Che ha voluto fortemente andare online, seppur in fase molto “beta”, proprio perché l’idea in Volunia c’è “ed è fondamentale ora trovare la fiducia del popolo del Web e di nuovi investitori perché questa idea possa diventare una straordinaria realtà della Rete”. Centomila power-user in costante aumento e la sensazione che la faccina sorridente che simboleggia il nuovo servizio sia una sorta di demo live per attrarre nuovi capitali. “Siamo online per scuotere un po’ il torpore italiano e quello dei motori di ricerca”, chiosa Marchiori.

Intanto però partono le prime prove, prove del motore di ricerca, appunto, perché Marchiori è conosciuto come l’inventore dell’algoritmo di Google e perché Volunia è stata definito l’anti-Big G. E le prime prove non vanno tanto bene, la delusione si cela dietro quasi ogni ricerca. “Federico Cella” fornisce risultati vecchi e nessuno di questi si riferisce per esempio a Vita Digitale, questo blog. Che invece è la prima occorrenza con le prove di “ego-surfing” su Google. Se poi passiamo a “Corriere della Sera”, il risultato è agghiacciante: senza virgolette otteniamo uno sconfortante “non ha prodotto risultati in nessun documento”. Con le virgolette otteniamo Corriere.it (vedi sopra), poi però – come secondo risultato – un’inutile pagina di Wikipedia sul film “L’ombra della sera”.

Proviamo con “iPhone”: il primo risultato è un sito in cinese! Disorientamento, delusione. E spiegazione. Massimo Marchiori è come sempre gentilissimo e disponibile: “Siamo solo all’1% dell’indicizzazione di tutta la Rete”, spiega, tra un corso all’università e l’impegno costante, fianco a fianco con gli sviluppatori, sulla sua creatura. “Il motore semantico è ancora in cantiere, servono altri sette mesi di lavoro. C’è solo una briciola di quello che Volunia sarà in futuro. Anche l’indice alla base del motore è “conservativo”, rigido”. Da qui gli errori, il puntare solo su siti grossi – quelli indicizzati -, i continui risultati che si basano non sul contenuto ma sul nome dei domini (con “Monti” non troviamo il premier ma un’agenzia matrimoniale con il nome nell’indirizzo).

“Dovevamo andare online con la parte più innovativa, poi il motore man mano arriverà”. Il motore semantico, indici più flessibili, struttura dei link ricca: il cantiere è aperto. E la costruzione “a mattoncini Lego” di Volunia dovrebbe permettere di “coprire” il Web in modo sempre più diffuso man mano che si aggiungono macchine al lavoro. Oltre al contributo prezioso degli utenti, che possono chiedere direttamente di aggiungere il loro sito a Volunia. “Servono investimenti”, ribadisce Marchiori. “Siamo partiti con due milioni. Ora dobbiamo far capire la forza di Volunia per andare avanti”. L’approccio semantico dovrebbe cambiare il modo tradizionale di “leggere” il Web, quello di Google a cui siamo ormai abituati al punto di ritenere i risultati della Big G come “oggettivi” dell’esperienza online.

E poi la parte “Meet”. Quella più appetibile e di facile comprensione. Perché il social è la COSA del momento. Con Volunia si naviga in un frame (vedi sopra), caratteristica un po’ da “vecchia” Internet e che per esempio rende impossibile l’accesso a Google, Facebook e Twitter, mica poco. In alto nella schermata compaiono le faccine delle persone presenti in quella pagina in quel momento e quelle che sono appena transitate da lì (ovviamente se si è arrivati sul sito tramite Volunia o se il servizio è stato attivato tramite un widget che può essere inserito nel sito), a destra una finestra con la chat in diretta tra questi utenti. Social browsing, dicevamo: su Facebook diventiamo amici dei nostri conoscenti reali, tramite Volunia intrecciamo relazioni in base ai nostri interessi, ai nostri percorsi web. Una sorta di servizio social trasversale che non toglie “page views” al sito di riferimento. E che in ottica futura – quando Volunia funzionerà a regime – potrebbe diventare molto utile per i siti stessi. Anche solo aumentando il tempo di permanenza degli utenti.

Tralasciando la parte “Media” – che dovrebbe portare in rilievo le risorse multimediali di un sito cercato ma che ora sostanzialmente non funziona -, Marchiori ci tiene a sottolineare quella che secondo lui è la parte meno capita e più innovativa della sua creatura: la visione grafica (vedi sopra), a casette (un po’ in stile Geocities, personalizzabile, al momento per esempio anche in stile spaziale), dei siti e dei loro link e relazioni online. “Ora questo ambiente è fortemente statico”, ammette Marchiori, “ma è un concetto nuovo di navigazione della Rete. Tramite estensioni, e la maggior partecipazione degli utenti, diventerà un luogo vivo e interattivo, dinamico, dove alla visualizzazione grafica si aggiungerà anche una forma di entertainment legata alla navigazione che renderà il Web un posto diverso, più familiare e personale”.

La metafora di Marchiori è quella delle galline chiuse in gabbia: Volunia vuole liberare i navigatori dai legami stretti di Facebook, di Gooogle e di tutti i colossi che perseguono la strada degli ambienti chiusi e proprietari. Ma il motore di ricerca dovrà funzionare a dovere, essere un vero servizio al navigatore. Altrimenti la sensazione è che un bel progetto rischi di rimanere solamente tale. Un bel progetto mai decollato verso la Luna.

Silvia Deaglio: «Io già condannata attraverso un blog»

Corriere della sera


La figlia del ministro Fornero: «Per me parla il curriculum. Non devo giustificarmi con nessuno»



Silvia Deaglio, figlia del ministro Fornero Silvia Deaglio, figlia del ministro Fornero

MILANO - «Voleva un appuntamento per parlare di genetica umana?».

Veramente sono un giornalista e volevo incontrarla per parlare di lei, di posti fissi, di illusioni e del ministro sua madre....
«La ringrazio ma non voglio parlare di nulla. Con nessuno! Il mio curriculum è pubblico e non c'è nulla da aggiungere».
Silvia Deaglio, 37 anni, ha un tono gentile ma fermo. La figlia del ministro del Welfare, Elsa Fornero, è un professore associato alla facoltà di Medicina dell’università di Torino. La stessa università nella quale insegnano la madre-ministro e il padre, Mario Deaglio, economista e giornalista. Ma, fatto importante nell'Italia di Parentopoli, non nella stessa facoltà o dipartimento. - Una carriera accademica perfetta e un profilo «prestigioso» quello della figlia del ministro. Nata nel 1974, Silvia Deaglio, a soli 24 anni è già laureata in medicina, dunque con ben quattro anni d'anticipo rispetto alla categoria degli sfigati elaborata dal sottosegretario Michel Martone. (La) Deaglio si è specializzata in oncologia nel 2002 e ottiene un dottorato in genetica umana nel 2006. Nel 2005, appena conseguito il Master e nel mentre svolge un dottorato in Italia, la giovane professoressa, ottiene un incarico presso il prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, il celebre college di Boston. Poi diventa responsabile della ricerca alla Hugef, una fondazione che si occupa di genetica. Alcune sue ricerche sono state finanziate dalla Compagnia di Sanpaolo, fondazione che è la prima azionista della banca Intesa Sanpaolo, di cui sua madre era vicepresidente.

LA CARRIERALA VICENDA

E ora che la mamma è ministro, proprio quando i pulpiti in Italia tornano a contare, c'è il grosso rischio che le eventuali «colpe dei genitori ricadano sui figli». Quali colpe? Quelle frasi, «l'articolo 18 non è un tabù» oppure «chi promette il posto fisso promette illusioni», pronunciate dalla Fornero che ora rischiano di ritorcersi contro la figlia. Aggiungete anche la battuta del ministro dell'Interno Cancellieri, «i figli vogliono il lavoro accanto a mamma e papà», ed eccovi servito esattamente il quadro familiare di Silvia Deaglio. E in Rete monta la polemica: «Come? Ma perché non lo racconta alla Fornero che ha figlia e marito negli stessi corridoi...». Oppure: «Come? Posto fisso illusione? Ma perché non lo dice a sua figlia che di lavori ne ha due!». Dunque, la politica del lavoro di un grande paese industrializzato finisce dentro un dibattito che somiglia sempre più a un mero calderone polemico pieno zeppo di battute «equivocate» o «espresse male» e ad una caterva d'improperi rabbiosi e ironici.

E Silvia Deaglio non ci è finita dentro volontariamente...
«Beh, tanto volontariamente no - ride al telefono -. Non penso che ritrovarsi in questa situazione possa far piacere a qualcuno».

E cosa risponde?

«Che non sono interessata a ribattere a persone che ti hanno condannata così, sulla base di un blog. Quindi ripeto: le mie pubblicazioni sono accessibili, il mio curriculum idem. Dopodiché io non devo giustificarmi di fronte al mondo».

Il posto fisso per lei era un illusione?
«Credo che sia evidente dal mio curriculum che ho sempre lavorato sia in Italia che all'estero e che ho fatto parte di tutti gli step di una carriera accademica. Adesso basta, la saluto e buona giornata».

Ovviamente è arrabbiata?
«Davvero non voglio parlarne. Perché non è che io sia dispiaciuta o pazzamente felice... solo non lo ritengo un argomento interessante. E spero che prima o poi tutti questi lettori di blog lo ritengano meno interessante».

Quindi i ministri tecnici parlano tanto e i loro figli invece restano zitti e muti...
«Non è il mio mestiere parlare con i giornalisti. Io parlo attraverso i lavori scientifici e di argomenti scientifici”.
Ma su Internet si mette in dubbio anche la validità delle sue pubblicazioni: "troppe 61 in sei anni per essere serie..."
«Intanto le pubblicazioni sono 93. E se lei guarda la mia prima pubblicazione risale al gennaio del 1996, quindi non sono ristrette in sei anni. Sono forse sedici anni?»

E cosa risponde a chi...
«Io non devo giustificarmi né con lei né con nessuno. Davvero una buona giornata». Clic. Nino Luca


Twitter: @Nino_Luca
8 febbraio 2012 | 13:50



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La Vicenzi giustifica il massacro? "Le foibe vanno ricordate nel contesto del fascismo"

di -

La sindaco di Genova rende omaggio ai martiri, ma "giustifica" i criminali comunisti. "la ricorrenza è stata voluta da Napolitano"




Per capire la gravità delle parole del sindaco Marta Vincenzi è sufficiente sostituire il termine «foibe» con «shoah».

La sua frase suonerebbe esattamente così: «La shoah va ricordata nel contesto delle guerre, dopo gli anni di vero e proprio razzismo etnico portato avanti dal fascismo». E ancora: «Il silenzio sulla shoah non è stato dovuto alla scelta di una parte sola, ma esito della real politik post dopoguerra ». Cosa sarebbe accaduto se un sindaco avesse detto che lo sterminio degli ebrei va contestualizzato? O che finora non se n’è parlato troppo perché tutti - non una parte ma tutti hanno ritenuto che la ragion di stato dovesse prevalere?


Ma Marta Vincenzi ha parlato delle foibe, cioè dello sterminio di innocenti italiani ad opera dei compagni comunisti di Tito. E allora va tutto bene. Si può anche dire che se in fondo istriani, giuliani e dalmati sono stati trucidati, c’è da tener presenti le ragioni degli assassini, perché vittime del fascismo. La voglia di riscrivere la storia è senza pudore, visto che la stessa sindaco spiega in consiglio comunale che «il governo italiano per troppo tempo mise sotto silenzio la tragedia delle foibe, così come i crimini dell’esercito fascista».


Intanto, semmai la colpa è sempre del «governo». Impersonale, lontano, qualunquista. Come se Marta Vincenzi e i suoi compagni predecessori si fossero invece sempre battuti per denunciare al mondo la barbarie titina. E poi la vergogna delle foibe sarebbe stata tenuta nascosta «così come i crimini dell’esercito fascista»? Ma dove ha vissuto Marta Vincenzi finora? Dove è riuscita a rifugiarsi per non sentire mai denunciare gli orrori del nazi-fascismo? Persino nell’ultima frase in cui prova a superare gli steccati ideologici («Una causa è tanto più giusta quando riconosce che l’errore può arrivare anche dalle proprie file, il Comune di Genova non dimentica e si inchina alle vittime delle foibe e ai loro familiari»), Marta Vincenzi non riesce proprio a pronunciare parole di sdegno per la crudeltà umana dei carnefici comunisti.


Anzi, in questo caso, meglio dire di non guardare ai colori politici: «Non dobbiamo accogliere un’ottica intimidatoria, ma dobbiamo sottrarre la memoria al manicheismo, uscendo dallo schema amico-nemico che ha caratterizzato il secolo breve». Allora, cara sindaca, inizi lei a non fare propaganda con queste cose, visto che è riuscita a dire che il Giorno del Ricordo «è stato istituito dal presidente Giorgio Napolitano». La legge è del marzo 2004, quando all’elezione del suo compagno Napolitano, uno di quelli che anziché denunciare i crimini titini esultava perché in Ungheria «l’Urss portava la pace», mancavano ancora due anni.



Ma a forza di riscrivere la storia, qualcuno finisce per crederci.





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Cesare Battisti: "Sfilerò al Carnevale di Rio"

Quotidiano.net

La bella vita in Brasile dell'ex terrorista dei Pac



Condannato all'ergastolo per due omicidi negli anni di piombo, Battisti parteciperà alla festa con il Cordao do Bola Preta' che vanta milioni di fan

di Riccardo Jannello



Rio de Janeiro, 8 febbraio 2012 - Ha proprio deciso di divertirsi in Brasile, Cesare Battisti, alla faccia di chi lo vuole in carcere in Italia. L’ultima dell’ex terrorista dei Pac — condannato all’ergastolo per due omicidi negli anni di piombo — è la notizia dell’invito, da lui immediatamente accolto, per sfilare durante il Carnevale di Rio, in quello che è considerato il 'bloco da rua' più importante fra quelli carioca: il Cordao do Bola Preta, fondato nel 1918, che lo scorso anno ha raccolto dietro la cantante Maria Rita due milioni di persone festanti. Battisti vestirà la 'fantasia' bianca a pois nera, simbolo del 'bloco', lungo la avenida Rio Branco, nel centro di Rio.


Le sfilate previste sono due: la prima nel pomeriggio di venerdì 17, subito dopo che re Momo dichiarerà aperto il Carnevale; la seconda dalle 9 alle 14 di sabato 18. Battisti ballerà sulle note di due marce conosciutissime anche da noi, che sono l’'enredo' e la conclusione della sfilata. La prima prende il nome dal 'bloco', la seconda è la celeberrima 'Cidade maravilhosa'.


"Certo che sfilo — ha spiegato Battisti —. Sono amico di uno dei direttori del Cordao e voglio partecipare alla manifestazione perché sono curioso di vedere tutte queste persone trascinate in strada dalla musica". L’ergastolano in esilio ha dato l’annuncio a Brasilia, dove ha assistito a una riunione della Commissione dei diritti umani della Camera. Un’altra notizia data ai deputati è che Battisti si trasferirà definitivamente a vivere nel condominio di avenida Beira Mar a Rio e comincerà a lavorare presso una libreria della città.


Ad aprile uscirà il suo romanzo ‘dedicato’ alla detenzione nel carcere federale di Papuda, 'Ao pé do muro', ai piedi del muro, di cui comunque si è già parlato perfino al Social Forum di Porto Alegre, dove Battisti è stato ospite di Tarso Genro, l’ex ministro della Giustizia che gli dette lo status di rifugiato politico. La procura federale sta invece indagando sulla regolarità della concessione del permesso di soggiorno, essendo stato condannato in un altro Paese. Un’eventuale accettazione del ricorso comporterebbe l’espulsione di Battisti dal Brasile.







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Ora Bossi può finalmente dire "terrone" in stile Oxford

Libero

I benefici del paese dalle lezioni d'inglese? Il Senatùr si adeguerà alla cultura british mente Di Pietro tradurrà "Che c'azzecca?"




E ora noi dobbiamo immaginarceli, i signori baronetti di Montecitorio e Palazzo Madama alle prese con l’inglese (gratis o quasi gratis). Dobbiamo seguirli in Transatlantico e nei loro uffici per capire fino a che punto si possano sperperare i danari pubblici. Eccolo lì, doctor Mimmo, ginecologo e agopuntore nonché Professore Convitato (e non chiedeteci cosa sia un Professore Convitato) presso il «Departamento de Anatomía Humana» all’Università Federale del Paranà (Brasile). Si chiama Scilipoti, lo conoscete tutti, gran brava persona con quella parlantina lì. Hallo, dear Mimmo, you love sempre a Silvio Berlusconi? E you, Anthony of Peter from Bisaccia’s Black Mountain?


Una volta il corso di lingue era totalmente gratuito. Erano gli anni delle spese folli. Alla Camera si mangiava ancora con pochi centesimi. Oggi si mangia con molti centesimi che fanno pochissimi euro. Oggi le spese sono semifolli: se i deputati vogliono imparare l’inglese devono sborsare 17 euro l’ora. Gli altri euro, in totale 400 mila ogni anno, gentilmente li offre The Room, la Camera. L’insegnante, supponiamo madrelingua, arriva direttamente in the office. Ma non è sempre un insegnante all’altezza. Poveretto: lui parla inglese, conosce anche l’italiano. Ha studiato, ha buona volontà. E Anthony Di Pietro con quel che segue gli chiede come si traduce in inglese “che c’azzecca”. «Please, sir: azzecca come incolla o azzecca come non si capisce cosa voglia dire?».

Noi li conosciamo i nostri deputati e senatori. Ammettiamolo, e lo ammettano una buona volta anche loro: hanno qualche difettuccio, non solo di pronuncia. Bossi è fissato con la Padania. «Padany? Teacher, come si dice? Land in the North? La terra del Nord?». «E il terrone?». Southern, cioè meridionale, dicono i dizionari. Ma terrone è un’altra cosa, terrone viene dal cuore e dalla testa, un po’ anche dalla pancia, viene dalla tradizione leghista, non dalla geografia e dai dizionari. Il terrone è il terrone, l’antagonista del polentone. Senatur, lasci stare, lo dica pure nella sua lingua. I terroni capiranno. I polentoni pure. E gli inglesi? E chissenefrega degli inglesi, mica loro votano Lega.


Una volta Maximum D’Alema era presidente del Consiglio. Dissero che Palazzo Chigi era l’unica merchant bank dove non si parlava inglese. Dopo di lui pare che le cose non siano cambiate di molto, nonostante i professori e le ripetizioni private. «Mister Obama», urlò Big Silvio all’indirizzo del presidente Barack. Poi non disse più nulla. Non c’era, ci perdoni l’equestrian premier, il traduttore: meglio non avventurarsi in discorsi troppo complicati. Mi si consenta, Cavaliere, let me: stiamo scherzano, ironizzando. Però, Gesù mio, questa del corso proprio non ci voleva: quattrocentomila euro, mica quattro spiccioli. E volendo si può imparare pure il russo, una lingua notoriamente molto usata nelle riunioni di Montecitorio.


Dasvidania, disse Francesco Barbato (Italians Values), Franky per gli amici inglesi, ai suoi elettori di Camposano, Agro Nolano, provincia di Napoli. Poi qualcuno gli spiegò che “dasvidania” non significa proprio arrivederci, vado a Roma e poi torno, se mai vuole dire a non rivederci. E lui cambiò idea: «E che è sta schifezza ‘e russo che dice ‘na cosa e ne vuole dire un’altra? Qua si deve parlare inglese a 17 euro all’ora. L’inglese è l’inglese, è una lingua precisa. Se uno in inglese dice yes vuol dire proprio yes, non dasvidania che è una parola ambigua. L’ho imparato l’altro ieri a Montecitorio a spese degli italiani. Chiedetelo pure a Mario Pepe, salernitano. L’on. Pepper, mio conterraneo, sa tutto. Se ne intende di lingue, politica ed economica. E’ ‘nu grande scienziato». Sa proprio tutto, Pepper, Mixed Group (Gruppo Misto).



E dall’alto della sua scienza finanziaria ha fatto anche i conti, giungendo alla conclusione che con le nuove misure in materia di vitalizi «i parlamentari possono essere ridotti alla fame». Dunque, si presume, un po’ di inglese gratis non fa male. E’ un potenziale barbone, Pepper, un homeless. Ma lui è tranquillo, come tanti altri suoi colleghi. Se sarà ridotto alla fame, potrà sempre andarsene alla Stazione Garibaldi di Napoli e chiedere l’elemosina. Con tutte le lingue che conosce “a gratis”, non ci sarà turista che sfuggirà alla sua mano tesa. E mi raccomando, egregi lord e baronetti: tra una lezione di inglese e una di francese, non dimenticate che esistono pure i lavori parlamentari. E l’italiano, ovviamente. Good luck.

P.S. Pare che Walter Veltroni al corso di inglese sia andato benissimo: promosso a pieni voti. E che volete farci: Walterino bello è proprio un poliglotta. Sa dire persino “Yes we can". “Si può”. Tutto si può alla Camera, proprio tutto, anche l’inimmaginabile. E “we have a dream”, il sogno di rispedirli a casa. A spese loro.

di Mattias Mainiero



08/02/2012




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La Casta va a lezione d'inglese Tanto pagano gli italiani

Libero

La Camera organizza corsi per deputati a 20 euro all'ora: ci sono pure tedesco, francese e russo. A bilancio 400mila euro




La lingua più quotata resta sicuramente l’inglese. Anche se non mancano i parlamentari che, magari per rinfrescare gli studi del liceo, si sono rimessi sui libri di francese. La prima, del resto, è la lingua che viene richiesta nei consessi internazionali, per poter prendere la parola e parlare al nome del Paese. Il secondo, invece, è l’idioma della diplomazia, quello che viene utilizzato per i “bilaterali” in Europa e per gli incontri con i politici africani. Non manca nemmeno chi - sarebbero due i casi - ha chiesto di poter studiare il cinese, la lingua del futuro. Già perché la Camera dei deputati offre agli eletti la possibilità di frequentare corsi di lingue straniere. Corsi intensivi, personalizzati, che si possono fare addirittura a domicilio, dentro il proprio ufficio. A soli venti euro l’ora.

«Caro collega, ti informiamo che anche per il 2012 i deputati potranno fruire di corsi individuali di lingua straniera», comunicavano giusto ieri ai colleghi deputati i questori della Camera, Francesco Colucci, Antonio Mazzocchi, Gabriele Albonetti. «Qualora fossi interessato a partecipare, potrai recarti al Centro Servizi al fine di sottoscrivere il modulo di adesione», si leggeva ancora nella missiva. Lì, al Centro servizi, è possibile saperne di più: il corso si sviluppa in due incontri a settimana della durata di un’ora, massimo un’ora e mezza. Le lezioni si svolgono, su richiesta del deputato, tra le ore 7.45 e le ore 20, dal lunedì al venerdì. La disponibilità, insomma, è massima, i docenti madrelingua e di altissima qualità. «La lezioni si svolgono nei giorni e negli orari prescelti dal deputato interessato, concordati direttamente con l’insegnante», si può leggere nel foglietto illustrativo dell’iniziativa. Gettonatissime, da sempre, le lezioni nel tardo pomeriggio, ad Aula chiusa, o in pausa pranzo.

Le lingue “offerte” sono inglese, francese, tedesco, spagnolo e russo. Ma, «previa richiesta», è possibile attivare altri insegnamenti, tipo il cinese. Casomai si diventasse sottosegretari agli Esteri, per dire, potrebbe essere utilissima. Ci sono anche delle regole: «La disdetta della lezione va comunicata alla segreteria telefonica della società che cura la docenza del corso. Le lezioni vanno disdette con almeno 48 ore di anticipo». Diversamente, il deputato può incorrere in una sanzione: «Nel caso in cui tale disdetta venga comunicata in ritardo, la lezione verrà ugualmente conteggiata nel monte ore riservato al deputato poiché l’amministrazione sarà tenuta a sostenerne il costo», segnalano al Centro servizi. Già, perché la Camera dei deputati spende dei soldi per far studiare lingue ai deputati.

Certo, non è più la manna di un tempo: agli eletti, da quest’anno, è richiesto un contributo economico importante. Solo dieci anni fa il corso era totalmente gratuito, moltissimi decidevano di iscriversi e pochissimi finivano il ciclo. E i risultati, talvolta, si sono visti. Ora, prima di iscriversi, anche un parlamentare è costretto a pensarci bene. L’anno scorso, prima dei “tagli” alla Casta e delle sforbiciate qua e là, l’eletto poteva cavarsela con poco più di cinquecento euro. Meno della metà del prezzo di mercato. Dal 2012, invece, si fa sul serio: «Ti ricordiamo che è prevista una contribuzione ai costi dei predetti corsi da parte di ciascun deputato», avvisano i questori nella loro comunicazione. E, infatti, chi si è informato per iscriversi al corso si è visto richiedere 1056 euro. Una cifra così alta che, addirittura, è prevista la possibilità di una «rateizzazione» del debito in tre tranche da trecento e passa euro, casomai qualcuno si ritrovasse col conto in rosso. Sono circa venti euro all’ora per un ciclo di 50 ore. 

L’aumento della contributo richiesto ai deputati-studenti, come detto, è il frutto della nuova stagione dei tagli. Ma i costi restano. Il programma della “attività amministrativa per il triennio 2012-2014” ha messo a disposizione per il 2012, il 2013 e il 2014 ben 400 mila euro. Questa cifra andrà a sostenere i corsi di lingue per «aumentare l’autonomia dei deputati in contesti linguistici diversi» e, attraverso corsi di informatica, a «incrementare l’utilizzo delle tecnologie informatiche da parte dell’utenza parlamentare». La voce di bilancio si intitola: «Formazione e reclutamento».


di Paolo Emilio Russo
08/02/2012




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Anche la stampante può diventare un'arma impropria

La Stampa


La Corte di Cassazione, con la sentenza 42428/11, ha precisato che anche una stampante, se chiaramente utilizzata - per circostanze di tempo e di luogo - per l’offesa della persona, può diventare un’arma impropria.

Il Caso

Una colluttazione violenta tra due persone e l’intervento di una volante della Polizia per sedare la lite. Uno dei due litiganti, però, non accenna a calmarsi e scaglia una stampante, raccolta da un vicino cassonetto, contro gli agenti di P.S.. Proseguendo nella lite e opponendosi agli agenti operanti, l’uomo lancia la stampante anche in faccia all’altro litigante, procurandogli lesioni guaribili in 25 giorni. Fortunatamente, a placare la lite, pensa un’altra volante intervenuta sul posto. Conseguenza: condanna a 8 mesi di reclusione che viene confermata anche in Corte d’appello. I giudici hanno ritenuto che i gesti di violenza contro i poliziotti sono stati compiuti per opporsi al loro intervento, quindi, non si può riconoscere la legittima difesa – invocata dall’imputato - per contrastare l’azione aggressiva del suo antagonista, ormai immobilizzato.

Presenta ricorso in Cassazione, ma il risultato non cambia. Infatti, anche la Suprema Corte esclude la tesi difensiva secondo cui l’imputato ha agito per proteggersi dall’aggressore e non con la volontà di opporsi all’intervento degli agenti. L'uomo afferma che la norma che disciplina l’uso di arma impropria «attiene all’uso di oggetti la cui naturale destinazione sia l’offesa alla persona, caratteristica certamente non presente nella stampante utilizzata dall’imputato». Ma, anche su questo punto, il Collegio è di diverso avviso. Deve considerarsi arma impropria, non solo l’oggetto che non è consentito portare fuori dell’abitazione senza un motivo giustificato, ma anche «qualsiasi strumento chiaramente utilizzabile, per circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa della persona». Il ricorso è respinto e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.




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Cani, l'addomesticamento spostato indietro a 33 mila anni fa

Corriere della sera

Ma la glaciazione li fece estinguere e l'uomo dovette ripetere l'impresa. Ma in un'altra area




Il teschio rinvenuto in Siberia (da Plos One)Il teschio rinvenuto in Siberia (da Plos One)

MILANO - Il cane è il più antico animale addomesticato. Non sorprende quindi che ci sia molto interesse da parte del mondo scientifico per cercare di capire quando sia avvenuto quel passaggio cruciale che ha portato da un animale selvatico, qual è il lupo, al «miglior amico dell’uomo». Molti gli studi recenti. Ora però ce n’è uno di un gruppo di ricerca internazionale che vede coinvolti ricercatori russi, statunitensi, britannici e olandesi, che anticipa a 33 mila anni fa (cioè prima dell’ultimo massimo glaciale verificatosi tra 26.500 e 19 mila anni fa) la presenza dei primi cani domestici.

L’IPOTESI CINESE - Andiamo con ordine. I primi resti di cane domestico (Canis familiaris) così come lo intendiamo oggi, risalgono a un periodo che va da circa 14 mila a 9 mila anni fa in Cina, Medio Oriente ed Europa, visto che è da allora che i cani sono diventati una componente consistente di insediamenti umani e sono stati oggetto di sepoltura intenzionale, in tombe umane. Ma una ricerca del 2009, condotta dall’Accademia delle scienze cinese, aveva indicato un singolo sito e un punto preciso per l' origine del cane domestico, intorno ai 16 mila anni fa, nella regione meridionale del Fiume Azzurro, dove , secondo gli studiosi, l'addomesticamento di centinaia di lupi era piuttosto comune. È qui infatti che è stato rinvenuto il numero più grande di «pezzi» di Dna simili, tra il lupo e il cane. Un concetto ribadito anche lo scorso novembre da Peter Savolainen del Kht, l’Istituto reale svedese di tecnologia, e dalla sua squadra: studi sul patrimonio genetico dei cani portano alla conclusione che l'area Asy (Asia South of Yangtze River) in Cina è la principale - e probabilmente la sola - zona dove è avvenuto l'addomesticamento del cane dal lupo.

SIBERIA E BEGIO - Ma ecco la novità. Un teschio di cane, datato con il metodo del carbonio 14 a 33 mila anni fa, rinvenuto in una caverna della Siberia (monti Altaj) e un altro teschio di cane addomesticato rinvenuto in una grotta in Belgio, sollevano interrogativi circa il tempo e il luogo della più antica domesticazione del cane. I ricercatori sono giunti alla conclusione che si tratta di cane e non di lupo, dalle caratteristiche morfologiche del cranio: «Sia le ossa dell’esemplare belga che quelle dell’esemplare siberiano porterebbero a concludere che si tratta di specie domestiche», ha dichiarato Greg Hodgins, ricercatore presso l'Università dell’Arizona e co-autore dello studio che riporta la scoperta. «Essenzialmente i lupi hanno muso lungo e sottile e i loro denti sono più distanziati. I risultati della domesticazione portano invece a un accorciamento del muso, all'ampliamento delle mascelle e l'addensamento dei denti, anche se quest’ultimo parametro da solo non è sufficiente per dire che si tratta di un cane. La cosa interessante», continua il ricercatore, «è che questi esemplari non sembrano essere antenati dei cani moderni. I nostri studi ci portano a concludere che possono rappresentare un cane nei primissimi stadi di domesticazione, cioè un cane "incipiente"».

MOLTI ANTENATI - Nelle migliaia di anni successivi infatti non vengono ritrovati resti di cani domestici sino alla fine della glaciazione (circa 14.000-11.500 anni fa), per cui «possiamo concludere che la linea rappresenta dal ‘cane incipiente’ della grotta di Razboinichya in Siberia non è sopravvissuta all’ultimo massimo glaciale. Tuttavia, i due teschi indicano che l'addomesticamento dei cani da parte dell'uomo si è verificato ripetutamente dagli inizi e nel corso della storia umana in diverse aree geografiche, il che potrebbe significare che i cani moderni hanno più antenati piuttosto che un singolo antenato comune».

PROTEZIONE, AIUTO E COMPAGNIA - «La cosa interessante è che di solito noi pensiamo all’addomesticamento di mucche, pecore e capre per le cose che producono, quali il cibo, la carne o prodotti secondari come latte, formaggio e lana», conclude Hodgins. «Molto diversi sono stati i rapporti degli esseri umani con i cani, che non sono necessariamente fornitori di prodotti o carne. Essi hanno probabilmente fornito fin dall’inizio protezione, compagnia e forse aiuto nella caccia. Ed è veramente interessante che questo sia accaduto nel primo addomesticamento operato dall’uomo».


Massimo Spampani
7 febbraio 2012
(modifica il 8 febbraio 2012)




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Ecco chi costruisce il vostro iPhone

Corriere della sera

«Dreamwork China», documentario di due registi italiani,  racconta volti e speranze dei giovani operai della Foxconn


MILANO- Circa due settimane fa, ha destato m0lto clamore un'inchiesta del New York Times sulla Foxconn, l'enorme impresa cinese che costruisce gli iPhone, gli iPad e tutti la graziosa oggettistica della Apple, oltre a vari manufatti per altre multinazionali della tecnologia. Durissime condizioni di lavoro, turni estenuanti, suicidi a catena tra i dipendenti, questo raccontavano i giornalisti del Nyt. L'azienda fondata da Jobs non replicava, mentre lo sdegno correva in rete. Fin qui la denuncia.


DREAMWORK CHINA - Ma chi sono gli oltre un milione e duecentomila cinesi che si affannano a costruire i nostri I-Phone nella (nuova) megalopoli di Shenzen? Da dove vengono e quali speranze hanno, se le hanno? A queste domande risponde egregiamente un documentario «Dreamwork China», di cui vi presentiamo un'anteprima, realizzato da due giovani registi italiani Tommaso Facchin e Ivan Franceschini e presto rimbalzato sui media di tutto il mondo. Se ne sono interessati, ancora, il New York Times e The Atlantic. Mentre da noi circolava su magazine in rete come The Post Internazionale.

SPERANZE E ALIENAZIONI - Ebbene il merito dei due è quello di dare una terza dimensione, volume, alle migliaia di operai, altrimenti anonimi, noi abituati a pensarli macchine, automi senza opinione. No, i lavoratori della Foxconn sono giovani, giovanissimi, nati dopo gli anni'80, fuggiti dai villaggi e dalle campagne in cerca di un futuro qualunque. Che sognano di sposarsi (o di aprire un'impresa). Che cercano una prospettiva e non sempre la trovano. Esattamente come i loro coetanei occidentali. Ma vivono d'alienazione in un eterno presente (mangiare-dormire- lavorare. dicono) e aspettano i diritti, scontati altrove, da conquistare ancora in Cina.

Matteo Cruccu
Twitter @ilcruccu7 febbraio 2012 (modifica il 8 febbraio 2012)

Guerra tra latinos con la mannaia, 25 arresti

Corriere della sera

Tentati omicidi, rapine, risse: i giovanissimi sudamericani sono membri di diverse bande di strada in lotta tra loro


MILANO - Armati, organizzati in modo quasi militare, violenti. È questo il ritratto delle bande latine sgominate dagli agenti del Commissariato Mecenate di Milano. I nomi, Latin King Luzbel, New York, Neta, Trebol e Ms13, rievocano quelli dei gruppi che insanguinano il Sudamerica, ma loro lottano per spartirsi il capoluogo lombardo. Sono 25 i giovani fra i 16 e i 28 anni finiti in manette, tra loro due ragazze di cui una minorenne. Uno dei destinatari dell'ordinanza di custodia cautelare manca all'appello. Tra le accuse alle bande, protagoniste di una vera faida, ci sono cinque tentativi di omicidio, in soli 5 mesi di indagine.

GLI EPISODI - Il primo episodio si riferisce a un'aggressione alla fermata della metropolitana Cimiano da un affiliato alla «pandilla» dei Neta contro il rivale dei Trebol. Pochi giorni dopo, il primo ottobre scorso, la vendetta scatta all'esterno della discoteca «Secreta» di via Boncompagni. È qui che gli agenti partono per ricostruire i legami e le lotte tra i gruppi che si «dividono» il territorio in modo quasi chirurgico: i Latin Kings la zona di Pagano e Precotto, i Neta ospiti fissi dei giardini di largo Marinai d'Italia, gli Ms13 stabili nell'area di Maciachini e i Trebol radicati tra Romolo e Corsico. Il 21 novembre scorso la rissa scatta in pieno centro, in via Torino, dove un appartenente alla Ms13 viene aggredito con una mannaia dai Neta. A Natale, invece, il capo dei Trebol viene aggredito a colpi di machete nella discoteca «The Loft». Se la caverà con 80 punti di sutura. Meno di una settimana fa, il 29 gennaio, alcuni affiliati alla Ms13 e alla banda New York aggrediscono nella stazione metropolitana Missori un rivale.


L'INCHIESTA - Le aggressioni sono «premeditate - spiega Paola Morsiani, dirigente del Commissariato Mecenate -. Questi gruppi hanno un'organizzazione quasi militare: scelgono la vittima, l'accerchiano e usano una forza sproporzionata rispetto all'obiettivo». Le indagini sono state coordinate dalle Procure presso il Tribunale e presso il Tribunale per i minorenni di Milano e hanno riguardato, oltre alla città, diverse zone della Lombardia.

Redazione Milano online
7 febbraio 2012 | 21:17

Regione, minuto di silenzio per Scalfaro La Lega e quasi tutto il Pdl lo disertano

Corriere della sera

Bagarre nell'aula dopo la richiesta dell'opposizione di commemorare l'ex Capo dello Stato morto qualche giorno fa



MILANO - L’Idv, appoggiata dagli altri partiti d’opposizione chiede un minuto di silenzio per Oscar Luigi Scalfaro e Lega e quasi tutto il Pdl lasciano l’aula. E’ successo all’inizio della seduta del Consiglio regionale. La commemorazione non era all’ordine del giorno ma il consigliere Idv Gabriele Sola ha chiesto di poter ricordare l’ex presidente della Repubblica scomparso le scorse settimane.



LO SCONTRO - «Non siamo obbligati restiamo pure seduti», ha risposto il presidente dell’Aula Davide Boni (Lega). A questo punto i gruppi di minoranza hanno chiesto una sospensione e tornati in Aula hanno ufficializzato la richiesta di un minuto di silenzio che poi si e’ svolto con la Lega fuori e con il Pdl rappresentato solo da alcuni consiglieri e assessori oltre che dal vice presidente del Consiglio Carlo Saffioti che ha sostituto Boni durante il minuto di silenzio.

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE - Il leghista Davide Boni, che si è rifiutato di far svolgere il minuto di silenzio ha diffuso un comunicato: «Non esistono obblighi scritti e prassi normative che prevedano quali siano le commemorazioni da effettuare durante le sedute del Consiglio regionale: pertanto non ero in nessun modo tenuto a chiedere un minuto di silenzio per ricordare l’ex Presidente della Repubblica Scalfaro. Ricordo ai colleghi della sinistra, che oggi hanno sollecitato in maniera prettamente demagogica e politica la commemorazione di Scalfaro che, anche in passato, non sono stati commemorati altri ex Presidenti della Repubblica, nonostante la loro elevata statura politica».

LE REAZIONI - «Ne muoiono tanti, anche negli ospedali». Così il capogruppo della Lega in Consiglio regionale lombardo ha commentato la mancata commemorazione del suo partito all'ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. L'esponente del Carroccio ha quindi spiegato il motivo dell'uscita della Lega dall'aula durante il minuto di silenzio: «Un nemico del federalismo rimane un nemico del Nord. Ci è sembrato doveroso non partecipare al minuto di silenzio». «Un fatto gravissimo» secondo il Partito democratico.


Redazione Milano online 7 febbraio 2012 | 12:27




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