martedì 7 febbraio 2012

Ciao Al!», de Magistris invita Al Pacino Filmato cult, in rete fioccano le parodie

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco spedisce un videomessaggio all'attore. «Vieni alla prima del tuo film al teatro San Carlo»


NAPOLI - «Ciao Al!». Luigi de Magistris guarda dritto in camera e si rivolge ad Al Pacino come ad un vecchio amico. Il sindaco di Napoli ha deciso di spedire, sottotitolato in inglese («Hello Al!»), auspicandone l'arrivo al teatro San Carlo per la prima dell'ultimo film, «Wilde Salomè», ad aprile. La pellicola sarà presentata al Massimo napoletano, che per l'occasione diventerà cinema (l'ultima volta è accaduto con Fortapàsc di Marco Risi), e in contemporanea in altre 2500 sale nel mondo.


E «AL» DIVENTO' AL BANO - In attesa che al Pacino accetti o meno l'invito, il filmato viaggia per conto suo sul web. In pochi giorni è diventato già un piccolo cult. De Magistris è nel suo studio: con mosse plastiche e prosa ben scandita gira intorno al cameraman (la regia è di Prospero Bentivenga). S'infila la giacca, si siede, discorre (virtualmente) con il protagonista di Scarface, e tenta di convincerlo a volare a Napoli per presenziare la premiére mondiale di «Wilde Salomè». Le immagini sono naturalmente finite nelle grinfie della Rete. Tra le tante, è la parodia di Luca «Auanasgheps», sorta di situazionista napoletano, a ottenere i maggiori consensi online. Luca fissa l'obiettivo della videocamera - come il sindaco -, esordendo col tormentone «Ciao Al!». Ma dalle frasi successive si intuisce che destinatario del videomessaggio-sberleffo è Al Bano. Tanto che le immagini sono sottotitolate, sì, ma in dialetto pugliese.


«CIAO GIGGI'» - In un altro contributo online la situazione si ribalta: il mittente del messaggio è un gruppo musicale napoletano, i Revenaz quartet. Uno dei musicisti, mascherato, si rivolge al sindaco Ciao Giggì») invitandolo ad un concerto (i sottotitoli stavolta sono in dialetto partenopeo). Freddurina finale: «Ti saluto sindaco, ora ti devo lasciare: vado da Al, devo presentare il suo film!».
 
«GASPARRI: VIDEO ARTERIOSCLEROTICO» - I commenti politici all'iniziativa del primo cittadino di Napoli non si fanno attendere. «Il video di de Magistris ad Al Pacino? È da arteriosclerotico» si spinge a dire Maurizio Gasparri, oggi ospite del programma di Radio2 «Un Giorno da Pecora». Il senatore Pdl non è tenero nei confronti dell'ex pm: «La patetica scena del videomessaggio del sindaco di Napoli ad Al Pacino gli fa vincere la classifica dell'arteriosclerotico della puntata».
 
Alessandro Chetta
07 febbraio 2012

La figlia della Fornero nel mirino della Rete

Corriere della sera

Insegna nell'ateneo dei genitori e guida una fondazione finanziata dalla Sanpaolo, di cui la madre era vicepresidente



Silvia Deaglio, figlia del ministro Fornero Silvia Deaglio, figlia del ministro Fornero

ROMA - Tra i bersagli delle proteste e delle ironie della Rete c'è anche Silvia Deaglio, figlia del ministro Elsa Fornero e di Mario Deaglio, economista e giornalista. Perché, di posti fissi, denuncia il web, ne avrebbe addirittura due, a soli 37 anni: professore associato di Genetica medica alla facoltà di Medicina dell'Università di Torino e responsabile della ricerca alla Hugef, una fondazione che si occupa di genetica, genomica e proteomica umana. Alcune sue ricerche sono state finanziate dalla Compagnia di Sanpaolo, fondazione che è la prima azionista della banca Intesa Sanpaolo, di cui sua madre era vicepresidente.

LA REPLICA - Dal ministero però si precisa che non ha due lavori, ma è docente universitario, pagata solo dall'ateneo. E che la ricerca, alla quale si è dedicata dopo avere lavorato per due anni ad Harvard, è sostenuta da un finanziamento internazionale.

LA PROFESSORESSA DEAGLIO - Nata nel 1974, a soli 24 anni si è brillantemente laureata in Medicina, per poi specializzarsi in Oncologia nel 2002, con il dottorato in genetica umana conseguito nel 2006. Appena conseguito il Master, e mentre ancora svolgeva un dottorato in Italia, ottiene un incarico presso il prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, il prestigioso college di Boston. Alcuni blog sulla rete segnalano che in quel periodo Silvia Deaglio era contemporaneamente ricercatore non confermato a Torino, dottoranda nella stessa Università e collaboratore (per la precisione instructor) dell'università del Massachussets.

IL CURRICULUM - Anche in passato, dunque la Deaglio, che vanta un curriculum con 21 pagine e oltre cento pubblicazioni, ha capitalizzato più di un incarico contemporaneamente. Come si diceva è diventata associata a 37 anni, sei anni in anticipo rispetto alla media di ingresso dei professori di prima fascia. E il concorso è andato a vincerlo a Chieti, nel 2010, nella facoltà di Psicologia, prima di essere chiamata a Torino, l'università di famiglia, nell'ottobre del 2011.


Redazione Online 7 febbraio 2012 | 13:15




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Perchè quel libro illustrato da Altan non va messo negli asili

Corriere della sera

di Francesco Migliarese, consigliere Pdl zona 3




Ho 25 anni e a giugno sono stato eletto Consigliere di Zona3. A settembre l’assessore alle Politiche Sociali Majorino ha partecipato alla presentazione di un libro per bambini illustrato da Altan, nel quale si promuove la famiglia omosessuale. L’assessore consigliava il libro ai genitori e auspicava che venisse diffuso in tutti gli asili della città. Ognuno in libreria compra quello che vuole, e ci mancherebbe altro! Ma proporre che un libro ideologico diventi uno strumento di educazione civica è cosa ben diversa.

Vista la gravità del fatto, ho presentato una mozione. Nessun rogo di libri, nessuna censura: la mozione chiede solo che questo libro non venga distribuito negli asili e nelle scuole. Il sindaco Pisapia si dovrebbe piuttosto impegnare, in modo concreto, a sostenere la famiglia naturale, quella composta da un uomo e da una donna uniti in matrimonio, come dice la Costituzione. Per ora invece si sono visti solo il patrocinio al gay pride (prima delibera di questa maggioranza) e l’estensione alle coppie di fatto, anche omosessuali, dei fondi per le famiglie in difficoltà.

Il libro è senz’altro carino, e poi a me, da piccolo, piaceva molto la Pimpa di Altan! Il punto è che “Piccolo Uovo” ha un contenuto fortemente ideologico: il protagonista, un gamete femminile, si rivolge a vari soggetti, in cerca di un luogo dove essere accolto. Ci sono ad esempio due pinguini omosessuali con figli (che dicono “anche noi siamo una famiglia”), una coppia di lesbiche, una famiglia monoparentale, e anche, alla fine, una famiglia eterosessuale.

Il libro vuole inculcare nei bambini l’idea che tutti siano “famiglia” allo stesso modo, che non ci sia alcuna differenza. L’intento cioè è quello di sostenere, sovvertendo la realtà, che il matrimonio tra un uomo e una donna sia equivalente a qualsiasi altro tipo di unione. La realtà è ben diversa. La famiglia naturale, quella in cui un uomo e una donna fanno dei figli e li educano, ha un valore inestimabile, ed è la cellula fondamentale della società, da sempre.

Io ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia numerosa, ho sei fratelli e i valori di cui parlo li ho respirati in casa mia sin da piccolo. Ci sono a Milano tante famiglie stupende per le quali questa maggioranza fa poco o nulla. Il primato della famiglia tradizionale è un dato di fatto. Gli altri tipi di unione sono rilevanti e meritano tutela giuridica, ma rimangono un’altra cosa.



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Galleria, cancelli abusivi dal 1935 i vigili fanno la multa nel 2012

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - «I cancelli che impediscono il passaggio da piazzetta Matilde Serao alla galleria Umberto sono abusivi», lo sono fin dal 1935, anche se nessuno si era mai posto il problema. La notizia arriva al termine di una lunga e articolata indagine compiuta dalla polizia municipale che, per adesso, ha imposto una multa al condominio che tiene chiusi quei cancelli, in attesa di un provvedimento ufficiale per la riapertura o per la rimozione.




La vicenda di quel cancello, che impedisce il collegamento tra la storica piazzetta napoletana e la galleria e che, di fatto, ne ha determinato la trasformazione in isolato e spesso sporco angiporto, è stata sollevata di recente dall’assessore comunale al partimonio, Bernardino Tuccillo, che si è rivolto alla municipale per avere chiarezza.

Era la metà di dicembre dello scorso anno, e da quel momento il generale Sementa ha messo in azione l’unità operativa Beni Culturali, retta dal tenente Agostino Acconcio per chiarire il mistero: chi ha messo quei cancelli? Possono essere chiusi e vietare il transito delle persone verso la galleria? Ricostruire la storia di quelle inferriate e della loro chiusura è stato estremamente difficile, gli agenti del nucleo Beni Culturali sono andati a ripescare tutti i documenti, anche quelli più antichi, a partire dall’atto del notaio Scotti di Uccio del 1886 con il quale venivano assegnate le case ai proprietari.

Spulciando i documenti, gli agenti hanno scoperto che la «servitù» di passaggio doveva essere rispettata e che quei cancelli fin dal piano regolatore del 1935 erano considerati abusivi, anche se nessuno ha mai pensato di sanare la vicenda. Così oggi, 77 anni dopo, il percorso burocratico deve ricominciare. Naturalmente il profilo penale è stato cancellato dal tempo, resta quello amministrativo che ha condotto a una sanzione per il condominio che gestisce i cancelli. È in corso anche la procedura per la richiesta di rimozione dei cancelli, anche se gli stessi vigili ammettono che si tratta di un percorso lungo ed estremamente difficile.

Fino alla fine degli anni ’60 quei cancelli venivano rigorosamente tenuti aperti. Un verbale di condominio del 1959 rivela che in quella data si aprì un contenzioso sulla necessità di chiusura. «Sono gli anni in cui, dopo la legge Merlin, le prostitute uscirono dalle case e andarono in strada - spiegano i vigili - l’angiporto galleria, oggi piazzetta Matilde Serao, divenne luogo deputato agli incontri e i residenti decisero di vietare l’andirivieni chiudendo il cancello».

Martedì 07 Febbraio 2012 - 13:03





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Borghezio ai meridionali "Non vogliono spalare la neve né lavorare"

di -

L'europarlamentare leghista critica la scarsa reattività dei meridionali nel gestire l'emergenza maltempo: "Chi non spala la neve davanti casa sua è un cialtrone"



"Certi meridionali non hanno voglia di spalare, come di lavorare. In fondo la caduta della neve non è un fatto così epocale e comunque era stata ampiamente annunciata.



Mario Borghezio
Mario Borghezio

Anche da parte di sindaci e amministratori questa situazione si sarebbe dovuta affrontare con maggior spirito di iniziativa". L'europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio non è certo uno che le manda a dire. E lo ha dimostrato ancora una volta nel programma di Klaus Davi, Klaus Condicio.

Borghezio ha criticato aspramente la scarsa reattività dei popoli del Sud nel gestire l'ondata di maltempo. "Riconosco che i mezzi erano limitati ma, da Roma in giù, le amministrazioni mancano di spirito di iniziativa, di tirarsi su le maniche con i mezzi che ci sono: manca proprio la volontà e la voglia di lavorare", ha aggiunto Borghezio.

Che poi ha rincarato la dose: "Nei popoli del sud manca senso civico, dovrebbero venire a scuola a nord per impararne un po'. Basta lamentarsi. Pensiamo al cattivo esempio di Napoli: non ci vuole un grande sforzo per fare la raccolta differenziata o per pulire la neve sulle strade, basta aver voglia di farlo".

Infine, Borghezio parla di due "Italie", "una che fa fronte alle emergenze, si rimbocca le maniche e lavora in tandem con le amministrazioni, l'altra con poca voglia di lavorare, che si rifiuta persino di spalare davanti alla propria casa. Siamo due cose diverse". Insomma, per il leghista,  un cittadino che non spala la neve davanti casa sua è "un povero di senso civico, un cialtrone".



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Operazione anticamorra, neomelodici indagati: inneggiavano al clan

Il Mattino


ERCOLANO - I carabinieri della Compagnia di Torre del Greco hanno eseguito, nelle scorse ore, cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di 41 affiliati a due clan camorristici in lotta per il controllo degli affari illeciti a Ercolano. Gli arrestati, tutti elementi di spicco dei clan Ascione-Papale e Iacomino-Birra, sono a vario titolo responsabili di associazione di tipo mafioso, estorsione, omicidio, violazione alla legge armi, rapina e spaccio di droga.

Nel corso delle indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale Antimafia (Dia) di Napoli, i carabinieri hanno individuato i soggetti operanti nei clan e identificato gli autori dell'omicidio di Raffaele Filosa, eseguito a Ercolano l'8 luglio 2001, e del tentato omicidio di Vincenzo Durantini, avvenuto a Ercolano il 13 dicembre 2010 (fatto mai denunciato).

Inoltre, i militari dell'Arma hanno identificato i soggetti coinvolti nel traffico di armi durante la lotta tra i clan e hanno scoperto due filoni estorsivi ai danni di commercianti del luogo. Nel corso dell'operazione sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni mobili e immobili per 10 milioni di euro.




Nell'ambito dell'inchiesta che ha portato alla notifica di 41 ordinanze di custodia cautelare nei confronti degli affiliati ai clan rivali di Ercolano (Napoli), Ascione-Papale e Iacomino-Birra, sono indagati due cantanti neomelodici accusati di istigazione a delinquere. Secondo la Procura di Napoli, infatti, con i testi delle loro canzoni e le immagini dei loro video, avrebbero inneggiato alla camorra esaltandone atteggiamenti e abitudini. Uno degli indagati per concorso in istigazione a delinquere è il cantante neomelodico Lello Liberti, autore della canzone «Il capoclan».




Per lui la Procura aveva chiesto l'arresto, non concesso però dal gip. Secondo i pm, la canzone induce a ritenere che la camorra sia un fenomeno positivo, una fonte di sostentamento per le famiglie povere e sfortunate. Liberti, in particolare, canta che «per onore il capoclan nasconde la verità: è un uomo serio, non è vero che è cattivo». Per i pm, inoltre, la canzone spinge a ritenere giusto l'omicidio di chi tradisce o si pente. L'operazione dei carabinieri contro i clan contrapposti di Ercolano è stata effettuata in un'atmosfera insolita: gli arresti, molti dei quali nella zona intorno al popolare quartiere di Resina, sono stati eseguiti sotto la neve che è caduta nella notte in tutta zona alle pendici del Vesuvio. Tra le persone arrestate, numerose donne affiliate ai clan. Una di loro, probabilmente anche a causa del freddo della notte, ha fatto sfoggia di una vistosa pelliccia con la quale è uscita da casa, accompagnata dai carabinieri per essere portata in auto alla compagnia di Torre del Greco.

Martedì 07 Febbraio 2012 - 09:59    Ultimo aggiornamento: 12:31




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Milano, dirigente Anpi: Israele? È il Terzo Reich

di -

Le parole di un partigiano di Paderno a un incontro sull’Olocausto Un’anziana donna ebrea vuole replicare ma lui le spegne il microfono


Non ha fatto retromarcia, non si è scusato. Ha sostenuto di essere stato semplicemente «male interpretato». E non è apparso nemmeno del tutto isolato.




Mario Petazzini, dirigente dell’Anpi, da una settimana è al centro di un caso che dilania l’associazione degli ex partigiani e dei loro sostenitori: perché Petazzini, in una assemblea organizzata per ricordare l’Olocausto, avrebbe messo sullo stesso piano Auschwitz e Gaza, il Terzo Reich e Israele.

All’anziana ebrea, vittima delle leggi razziali del Ventennio, che era stata invitata alla riunione per portare il suo ricordo, e che cercava di difendere lo stato ebraico, non è stato consentito di terminare il suo intervento. E l’ombra lunga dell’antisionismo ha finito col lambire non solo Petazzini ma anche l’intera sezione dell’Anpi di cui fa parte: costringendo i vertici milanesi e nazionali dell’associazione a sconfessare bruscamente l’operato della sezione. «Indignazione e ferma condanna», sono i termini usati per prendere le distanze.

Comincia tutto domenica 26 novembre, a Nova Milanese. L’Anpi organizza una serata dal titolo «Per non dimenticare», una delle migliaia di iniziative indette in tutta Italia nel Giorno della memoria. Parlano una professoressa, viene proiettato un video. Poi prende la parola Mario Petazzini, dirigente dell’Anpi di Paderno Dugnano nonchè di Rifondazione Comunista, che si lancia in un excursus che tiene insieme i lager nazisti e tragedie contemporanee come il Ruanda, la Cambogia e soprattutto la Palestina. Qualche borbottio in sala, ma il dibattito va avanti fino all’intervento di Anicka Schiffer: perseguitata per motivi razziali, poi partigiana in Piemonte, figlia di uno dei milioni d morti di Auschwitz.

Ed ecco come il figlio della Schiffer, Roberto Cavallo, racconta, in una lettera aperta, cosa accade a quel punto: «Mia madre ha raccontato la sua storia. Verso il termine dell'intervento ha tentato di dire qualche parola su Israele, che da Petazzini era stato provocatoriamente descritto come “l'impero del male”. E' riuscita a dire solo qualche frase smozzicata, interrotta in continuazione da Petazzini e altri due esponenti dell'Anpi di Paderno, che non gradivano quello che stava tentando di dire. All'ennesimo tentativo di ricominciare la frase su Israele, Mario Petazzini ha spento il microfono ad Anika Schiffer, dichiarando frettolosamente chiusa la conferenza. Le ha proprio schiacciato il pulsante di funzionamento del microfono, togliendoglielo da davanti».

La lettera aperta di Cavallo solleva un vespaio. Al figlio della Schiffer arrivano prima le telefonate e poi le lettere in cui i vertici dell’Anpi si dissociano dalle «farneticanti affermazioni» della sezione di Paderno. Roberto Cenati, presidente dell’Anpi provinciale, annuncia «sanzioni» contro i protagonisti della gazzarra antisionista. Ma l’affare è lontano dall’essere chiuso. L’altro ieri a Paderno si è tenuto un incontro tra i «duri» locali e i vertici provinciali. «Di sanzioni contro di me - spiega Petazzini - non ne sono state prese. Faccio ancora parte del direttivo». Ma lei, scusi, quelle cose sulla Shoah e Israele le ha dette? «Mi sono limitato a ricordare che di tragedie ne avvengono anche oggi. Che la Palestina è una di quelle. E che oggi Gaza è un grande lager a cielo aperto». Ma è vero che ha impedito alla signora di finire il suo intervento? «É successo semplicemente che ho spento il microfono e poi non siamo più riusciti a riaccenderlo.

E comunque la signora aveva parlato per trentasette minuti»



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Irene Pivetti usa la Camera per farsi i fatti suoi

Libero

L'ex presidente: "Se mi togliessero quell’ufficio sarebbe un’ingiustizia. Devo ad avere con quell’istituzione un rapporto privilegiato"




Venerdì si è occupata di mozzarelle di Battipaglia e agrumi del Salernitano, prodotti che sarebbero pronti per l’esportazione in Cina. Anche se, perché una donna è sempre una donna anche se “business is business”, si dice preferisca occuparsi di scarpe e gioielli. Irene Pivetti, presidente emerito della Camera dei deputati, nella sua “terza vita” è una lobbista di successo. Un lavoro che svolge da qualche anno e realizza attraverso una Fondazione, che ha inventato nel 2008, e si chiama “Learn to be free”.

Niente di male, anzi. L’onorevole Pivetti, già giovanissima terza carica dello Stato leghista, dopo  un fugace passaggio per l’Udeur di Clemente Mastella, si è rimessa in gioco. Non ha rincorso posti in parlamento, né si è accontentata di fare la giornalista e conduttrice tv, ma, anzi, ha deciso di sfruttare la sua preziosa esperienza dentro le istituzioni, di trasformare i suoi rapporti politici in un lavoro. Di quella esperienza che fece da giovanissima conserva due cose: il titolo di “onorevole” e la dotazione che, da sempre, la Repubblica riconosce a chi è stato presidente della Camera. Cioè una automobile, un ufficio a Montecitorio, una segreteria. Ce l’ha come ce l’hanno Luciano Violante o Pier Ferdinando Casini, come ce l’aveva Giorgio Napolitano.



Il problema è che quando, settimana scorsa, i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, hanno annunciato di voler mettere mano alle guarentigie degli ex presidenti, Pivetti si è indignata. «Che costo è?», si chiedeva. Si oppone ai tagli perché quell’ufficio alla Camera le è utilissimo. Tanto che proprio venerdì, a polemica iniziata, ha spedito dalla sua email (della Camera, ovviamente) un invito a tutti i colleghi deputati: «Onorevole, il 21 febbraio, l’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani presenta lo Shoe Report 2012, nella Sala del Mappamondo e mi farebbe molto piacere vederTi partecipare all'iniziativa». Quindi lo “spot”: «La presentazione del IV rapporto dell’associazione rappresenta un’occasione di coesione tra il modo imprenditoriale e le istituzioni. Un saluto, Irene Pivetti». Classico lavoro da lobbista. Chiosa finale: «La mia segreteria è a disposizione per chi decidesse di partecipare».



L’articolo di Libero ha fatto il giro del web. Così l’ex presidente, intervistata alla radio, ha ammesso:  «Sì, è vero faccio la lobbista per diverse associazioni e aziende, e utilizzo il mio ufficio alla Camera anche per la mia attività professionale», ha detto a la Zanzara su Radio24. «Non vedo cosa ci sia di male  a utilizzare l’ufficio per il mio lavoro personale», ha aggiunto. Fare la lobbista è il suo lavoro, l’ufficio le spetta: «Non è un privilegio avere questo spazio, non lo sento come tale: non potrei permettermi un ufficio in centro con una segretaria per la onlus che ho creato. Se mi togliessero quell’ufficio sarebbe un’ingiustizia, un inutile accanimento. È giusto che chi è stato presidente continui ad avere con quell’istituzione un rapporto privilegiato. C’è un brutto clima da purghe staliniane: cosa vogliono farci? Mandarci fuori a calci nel sedere?».



Pivetti, va detto, non percepisce il vitalizio come fanno moltissimi suoi colleghi parlamentari di inizio anni Novanta. «Sono una felicissima lobbista ed è una cosa che accade in tutto il mondo, ma gran parte del mio impegno è per attività no profit», ha aggiunto alla radio. Tra un no profit e l’altro, nell’attesa della conferenza con i produttori di scarpe, venerdì Pivetti è stata a Salerno, a stringere rapporti con le aziende locali, aiutata dall’amministrazione provinciale. E, attraverso la fondazione, porta avanti il suo progetto preferito: il gioiello etico. Che è un gioiello, ma con la filiera “doc”: sia il metallo prezioso che le pietre devono essere originarie di luoghi noti, non alimentare traffici loschi e organizzazioni mafiose. 



di Paolo Emilio Russo
07/02/2012




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Disabili a tempo indeterminato




Una colorita manifestazione di persone disabili a Roma, giugno 2011




Sta succedendo. Giorno dopo giorno. Crescono l’ansia, la rabbia, la preoccupazione, l’incertezza. La disabilità non è solo una situazione umana che tocca chi la vive sulla propria pelle. Molto spesso la disabilità si trasferisce su altre persone. Per primi i genitori. La mamma. il papà. E poi i fratelli, le sorelle. E’ inevitabile. E’ così che succede da sempre, soprattutto quando la persona con disabilità non è in grado di rappresentarsi da sola, di parlare, di comunicare nel modo ordinario che noi tutti attribuiamo a questo termine.

E allora succede che l’handicap si trasferisce sui familiari. Avviene da un punto di vista legale, il che è assolutamente logico. Ma accade anche dal punto di vista della comunicazione emotiva. Specialmente in tempi difficili come questi. Quando cioè, per effetto della crisi del welfare, cadono le certezze, aumentano le insicurezze rispetto ai diritti conquistati in anni di leggi e di leggine, di certificati e di diagnosi, di percentuali e di servizi messi in fila uno dopo l’altro per ridare un senso dignitoso alla vita.

Leggo in questi giorni di una iniziativa molto forte e dolorosa, messa in atto da un gruppo di genitori su iniziativa di una mamma torinese, molto determinata e tenace, Marina Cometto (fondatrice dell’associazione Claudia Bottigelli, il nome della figlia, colpita da sindrome di Rett). Hanno deciso di restituire la tessera elettorale al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnando il gesto con una lettera dai toni forti e amari, diffusa in questi giorni grazie al tam tam dei social network, in particolare facebook. Eccone un passaggio: “La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata l’ultima notizia  che ho letto riguardo ai TICKET  che si vogliono imporre anche  sulle forniture di pannoloni, ossigeno, alimenti per celiaci, ausili per diabetici , lancette, strisce e macchinette perla rilevazione quotidiana della glicemia , molti di questi sono salvavita  e la vita non si può salvaguardare  a seconda del reddito , non in un Paese civile”.

Notizie non confermate da provvedimenti, solo ipotesi di lavoro, ma tanto basta a mettere in uno stato crescente di ansia un popolo di genitori che soprattutto negli ultimi anni sono stati costretti a ridiscutere, a causa dei controlli a tappeto sulle pensioni di invalidità, originati dalla campagna sui cosiddetti “falsi invalidi”, anche certificazioni relative a situazioni di assoluta gravità, non migliorabili a meno di un miracolo.

E poi i tagli ai trasferimenti agli enti locali, la contrazione dei servizi socioassistenziali, la mancanza di punti di riferimento certi. Tutto sta portando le famiglie verso una esasperazione che è comprensibile, anche se in verità il recente incontro del ministro Fornero con le rappresentanze di Fish e Fand, i coordinamenti delle più importanti associazioni italiane, è stato tutt’altro che negativo.

Il rischio dell’antipolitica contagia dunque anche il mondo normalmente molto pacato e dignitoso dei familiari di persone disabili in situazione di gravità. La coesione sociale, di cui tanto si parla, è ai limiti di rottura. E qui non c’è nessuna monotonia da superare, visto che la disabilità, in questo caso, è davvero a tempo indeterminato.


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La Casta si rinnova... cambiando le poltrone

Libero

Ieri, in piena emergenza neve, sono stati sostituiti gli scranni di Montecitorio: nuovo look e schienali più morbidi per gli onorevoli




Sarà la «normale manutenzione» di cui anche il Palazzo necessita, sarà che ieri, lunedì, Roma era chiusa per neve e anche la Camera dei deputati si è adeguata. Fatto sta che i pochi che hanno bazzicato il Transatlantico, insolitamente deserto, hanno potuto vedere una pila di “cuscinoni” di pelle bordeaux accatastati in un angolo fuori dall’Aula: sono gli onorevoli schienali dei nostri deputati, morbidi appoggi per chi occupa uno scranno a Montecitorio. Nessuno che molli la poltrona, beninteso, semmai sono i vetusti sedili ad essere mandati in soffitta.

Priorità alla comodità, insomma, perché non è possibile che i deputati partecipino alle sedute in modo disagevole, e se poi a qualcuno viene il mal di schiena? Dunque, com’è previsto da quando la Camera ha aperto i battenti, periodicamente l’amministrazione procede al rinnovo degli arredi dell’illustre Aula. Di solito gli addetti al cambio-sedie, in grembiule d’ordinanza, lavorano di sabato o di domenica per non intralciare l’attività politica. Stavolta invece, considerato che non erano previste votazioni né sedute all’ordine del giorno e di deputati in giro c’erano davvero pochi, i vertici della Camera hanno pensato che poteva essere l’occasione giusta per le grandi pulizie, operazione montaggio e rimontaggio schienali inclusa.

Ovviamente, trattandosi di un lavoraccio e per non fare torto a nessun partito (soprattutto adesso che la maggioranza è bipartisan), tocca cambiare a tutti allo stesso modo. Ma 630 sedili nuovi di zecca sono troppi in un colpo solo. Infatti, dai piani alti della Camera fanno sapere che la sostituzione avverrà poco alla volta, come stabilito dai tempi del contratto di manutenzione. E, in quanto ai costi, c’è un regolare contratto per l’appalto dei lavori stipulato dall’amministrazione di Montecitorio, ma per sapere l’importo esatto conviene aspettare, perché il maltempo, a Roma, ha rallentato anche le comunicazioni.

La Casta, dunque, in barba ai tagli rifà il look ai banchi di Montecitorio. L’arredamento generale non sarà certo dissimile rispetto a quello creato dallo storico architetto Ernesto Basile, maestro del Liberty, che, agli inizi del ’900, progettò Palazzo Montecitorio e ne curò l’arredamento degli interni, con i sedili in pelle rosso scuro. Però, si vede che a forza di risse e di sedute agitate degli ultimi anni, gli schienali si sono rovinati un po’. E allora, anche se c’è crisi, è arrivato il momento di cambiare.

di Brunella Bolloli
07/02/2012





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Mani Pulite, Di Pietro: "Decisi io la data simbolo"

Quotidiano.net

L'ex pm rivela: "Feci arrestare Chiesa quando ero di turno"


"Con i colleghi del pool ci rispettavamo senza essere grandi amici. La politica non esiste, esistono gli uomini e sono loro a intascarsi i soldi"

di Andrea Cangini


Roma, 7 febbraio 2012



ONOREVOLE Di Pietro, quand’è che voi del pool di Mani pulite capiste che sareste diventati protagonisti di una specie di rivoluzione?
«Guardi, io l’avevo capito almeno un paio di anni prima dell’arresto di Mario Chiesa...».

Aveva capito cosa?
«Che il fenomeno dalla corruzione era ambientale. Per me fu illuminante l’inchiesta su Lombardia informatica, e parliamo del ’90».

Quando, il 17 febbraio del ’92, arrestò Mario Chiesa aveva dunque capito che la Prima repubblica sarebbe caduta per via giudiziaria?
«Avevo capito che il sistema era marcio e che non poteva reggere a lungo. E infatti quando, ben prima dell’arresto, Mario Chiesa querelò per diffamazione il giornalista Nino Leoni che sul ‘Giorno’ aveva scritto una bella inchiesta sul Pio Albergo Trivulzio, le confesso che indagai più sull’ipotesi di calunnia che su quella di diffamazione».

Sta dicendo che Mario Chiesa si scavò la fossa con le sue mani?
«In un certo senso... Anche se, per la verità, a scavare la fossa a Mario Chiesa fu Luca Magni, l’imprenditore che, stanco di pagare tangenti per ottenere l’appalto di pulizia, venne da me a denunciare tutto. Vuole che le dia una notizia?».

Prego.
«La data simbolo di Mani Pulite l’ho stabilita io».

In che senso?
«Dopo la denuncia di Magni, con i carabinieri organizzammo la trappola ai danni di Chiesa e per essere sicuro che il fascicolo sarebbe finito nelle mie mani fui io a dire a Magni che la finta tangente avrebbe dovuto consegnargliela proprio il 17 febbraio, giorno in cui sarei stato certamente di turno».

Dica la verità, vi sentivate investiti di una missione salvifica.
«No, affatto, pensavamo solo a fare il nostro mestiere e a svolgere l’attività giudiziaria dovuta».

Quello di Davigo, «rovesceremo l’Italia come un calzino», era un proclama politico...
«E infatti Davigo non ha mai pronunciato quella parole. E’ stato un giornalista a mettergliele in bocca».

Mettevate la gente in galera per farla parlare, roba da santa Inquisizione.
«Altra balla colossale. Il Tribunale della Libertà e la Cassazione hanno sempre riconosciuto che agivamo nel pieno rispetto della legge. A volte arrestavamo la gente solo per poche ore, quelle che ci servivano per andare avanti con l’inchiesta prima che ‘corrotto’ e ‘corruttore’ concordassero una versione di comodo».

Quando Craxi, alla Camera, denunciò il sistema di finanziamento della politica, lei cosa pensò?
«Che s’era fregato con le sue stesse mani: per me quella era soltanto una confessione e infatti gliela feci ripetere in aula durante il processo».

Sì, ma Craxi aveva detto la verità. Non la incuriosiva la natura del fenomeno?
«No, affatto. E poi che significa? Non è che uno è meno rapinatore se anche gli altri rapinano!».

Mai avuto l’impressione d’essere se non manovrato almeno strumentalizzato da qualche potere?
«No, mai. Mentre ho una montagna di documenti che provano i depistaggi e i tentativi di metterci a tacere o screditarci».

Il suo partito, l’Idv, sembra essere in media quanto a corrotti, significa che la sua è solo retorica o che la politica ha regole diverse da quelle della giustizia?
«Né l’uno né l’altro, a me ’sti discorsi fanno ridere. La politica non esiste, esistono gli uomini e sono gli uomini a mettersi in tasca i soldi. Personalmente, quando vedo qualcosa che non mi piace corro in procura e denuncio».

Borrelli e Davigo hanno detto che non è cambiato nulla da allora. Anzi, la corruzione è persino più diffusa.
«Noi abbiamo fatto la radiografia e scoperto il tumore, ma se poi i politici fanno leggi per depenalizzare i reati ed impedire le indagini, è chiaro che il tumore dilaga».

Voi del pool avete fatto la Storia, eppure non sembrate uniti né affiatati. E’ un’impressione sbagliata?
«Eravamo solo funzionari dello Stato che facevano il loro mesterie. Ci rispettavamo, ma non è che fossimo veri amici, a parte le inchieste non abbiamo mai fatto un granchè assieme».



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Malcolm X, il discorso scomparso

La Stampa



Il profeta del separatismo nero nel 1961 spiegò il suo pensiero ad un pubblico di 800 bianchi alla Brown University. Grazie all'aiuto del ventenne Richard Holbrooke

L’11 maggio del 1961 Malcolm X parla all’Università di Brown davanti ad una platea di 800 persone, quasi tutti bianchi, grazie all’aiuto del giovane Richard Holbrooke, e sorprende la platea affermando che i neri "non devono integrarsi agli altri ma costruire la loro identità". Si tratta di un passaggio della vita del profeta del separatismo afroamericano finora dimenticata. Per 50 anni nessuno aveva più ascoltato tali parole. Ma adesso attirano l’interesse degli storici grazie ad uno studente di 22 anni del medesimo ateneo che, durante una ricerca negli archivi, si è imbattuto nella registrazione audio del discorso. In attesa di appurare perché di questo evento pubblico non sia rimasta altra traccia, Malcolm Bumley - questo il nome dello studente - ha potuto raccontare ai propri docenti cosa avvenne all’epoca.

Nel 1961 Malcolm X ha 35 anni, è un tenace sostenitore del separatismo nero e quando legge sul "Brown Daily Herald" che nell’ateneo del Rhode Island c’è un crescente numero di musulmani neri decide di mettersi in viaggio per incontrarli. Il direttore di quel giornale all’epoca è uno studente di 20 anni di nome Richard Holbrooke, scomparso nel 2010 dopo essere divenuto uno dei più importanti diplomatici degli Stati Uniti, arrivando all’età di 69 anni ad essere consigliere di Barack Obama, primo presidente afroamericano, su Afghanistan e Pakistan.

Malcolm X concorda proprio con Holbrooke tempi e modi della visita alla Brown University con il risultato che il discorso pubblico ha un parterre composto in gran parte di bianchi. Impossibile dire ora se ciò avvenne perché i musulmani neri li aveva visti in privato oppure grazie alle insistenze di Holbrooke, che nella sua vita ha spesso dimostrato la volontà di andare controcorrente. Di certo, quando Malcolm X parla, la tesi che espone è assai nuova: "La schiavitù e il razzismo hanno trasformato 20 milioni di neri di questa nazione in un popolo di morti. Morti mentalmente, spiritualmente, economicamente, moralmente. L’integrazione non farà uscire l’uomo nero dalla fossa". L’intento è di sottolineare il bisogno per i neri di "costruire la loro cultura e identità" giustificando così ai bianchi il separatismo come una fase necessaria per risvegliare una delle identità presenti in America.

L’importanza del discorso è su più fronti: nel 1961 a Malcolm X è bandito di parlare all’Università di Berkeley in California ed al Queens Colle di New York, quanto dice anticipa i contenuti che esprimerà a partire dall’anno seguente - che è poi il momento da cui la documentazione sul suo pensiero diventa pubblica - e la richiesta ai neri di "darsi un’identità" lo fa apparire, a quattro anni da suo assassinio, un antesignano di Martin Luther King.




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Il contrassegno per disabili sul cruscotto è una copia autorizzata dalla titolare. Figlio e nuora rischiano il penale

La Stampa

Parcheggio trovato, automobile chiusa, e si può andar via. Eppoi, con tanto di contrassegno per disabili in bella mostra sul cruscotto, il problema della sosta è risolto. Ma se quel 'contrassegno' è solo una fotocopia, allora cominciano i guai... E neanche il fatto che la falsificazione sia evidente e autorizzata dalla titolare effettiva - come chiarisce la Cassazione, con la sentenza 42957/11 - può essere utilizzato come exit strategy.

Il caso

La vicenda nasce da una coincidenza: due automobili parcheggiate a breve distanza, con identico 'contrassegno per disabili' sul cruscotto. Salta all'occhio che entrambi i 'permessi' rechino lo stesso numero di serie. E così, guardando meglio, si scopre che in realtà quei contrassegni esposti alla verifica della polizia municipale sono solo due fotocopie del contrassegno originale. E, ancora, facendo una veloce ricerca, si chiarisce che i due automobilisti con 'fotocopia' sono, in realtà, figlio e futura nuora della donna a cui è stato assegnato, per davvero, il contrassegno.

Conseguenze? Nessuna, in realtà. Perché, alla luce dell'accusa di falso, il Giudice per le indagini preliminari opta per una decisione che salva i due automobilisti: la falsificazione del contrassegno per la sosta delle autovetture destinate al trasporto di disabili «non costituisce reato». Per il Giudice, era acclarata l'esposizione di una fotocopia del contrassegno, ma «si era trattato di falsi grossolani» e, comunque, le due copie erano state predisposte «nell'interesse della stessa portatrice di handicap, la quale aveva ritenuto opportuno dotare di essere le vetture che venivano poste a disposizione per gli accompagnamenti di cui fruiva».

A porre in discussione la decisione del Giudice per le indagini preliminari è il Procuratore Generale, che decide di presentare ricorso in Cassazione. A sostenere questa azione alcuni cardini, come la critica mossa all'assunto della presunta grossolanità nelle fotocopie del contrassegno e come la considerazione che l'esposizione di una falsa autorizzazione amministrativa è connessa all'ipotesi di reato a prescindere «dalla apposizione di un attestato di autenticità e in base alla mera apparenza della copia ed al suo utilizzo come originale». Esattamente ciò che, secondo il Procuratore Generale, si è evidenziato nella vicenda sottoposta ai giudici...

La valutazione dei giudici della Cassazione è netta: il ricorso presentato ha pieno fondamento. Per una ragione semplice: «la fotocopia di un documento autorizzativo, legittimamente detenuto, realizzata con caratteristiche e dimensioni tali da avere l'apparenza dell'originale» può portare all'identificazione del reato di «falsità materiale», anche perché «neppure al titolare del documento stesso è consentita la riproduzione in maniera da creare un secondo documento che si presenti e sia utilizzato come l'originale».

Per i giudici di piazza Cavour anche soltanto «la semplice esibizione del documento falso» può condurre all'ipotesi di reato. Per questo motivo, come detto, il ricorso deve essere accolto, e la questione riaffidata al Giudice per le indagini preliminari.



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Gas : «È emergenza, famiglie tutelate » Limiti alle aziende, attivate le centrali a olio

Corriere della sera

La russa Gazprom rassicura l'Italia: «Il peggio è alle spalle». Il rigassificatore di Rovigo lavora a scarto ridotto


MILANO - È emergenza per l'approvvigionamento del gas in Italia, in vista di condizioni climatiche difficili per tutta la settimana e del permanere del calo di forniture dalla Russia e dai due rigassificatori disponibili (Rovigo e Panigaglia). Il Comitato di crisi riunito al ministero dello Sviluppo ha assicurato che le famiglie saranno garantite, mentre è in corso il contenimento delle forniture alle imprese i cui contratti prevedono l'interrombibilità. Lo stesso Comitato ha dato il via libera per l'attivazione delle centrali elettriche a olio combustibile, mentre Legambiente ricorda che l'emergenza «non è una novità» e che la via da perseguire è quella delle energie rinnovabili.

SITUAZIONE CRITICA - «La situazione è sicuramente critica, perchè dalla Russia e dalla Francia sono diminuiti i flussi, ma la situazione è ben monitorata», ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera. «Tutti gli step ulteriori in caso di bisogno sono pronti a essere messi in moto. Ogni giorno si fa il punto, ogni giorno si decidono le cose da fare».


GAZPROM: «FACCIAMO IL POSSIBILE» - La società russa Gazprom - che negli ultimi giorni ha ridotto fino al 30% le forniture all'Europa e all'Italia - ha assicurato ogni sforzo per riportare la situazione alla normalità. Per la Gazprom «il peggio dovrebbe essere alle spalle».

MARCEGAGLIA PREOCCUPATA PER LE IMPRESE - «Sono preoccupata - ha detto invece la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia -. La situazione rischia di diventare critica. Le imprese hanno già subito gli scioperi dei Tir e in alcune aree del Paese l'impossibilitá di spedire la merce per problemi di maltempo».


SCARONI, CI PREPARIAMO A NUOVI MOMENTI DIFFICILI - «All'emergenza abbiamo reagito aumentando le importazioni di gas dall'Algeria e dal nord Europa attraverso la Svizzera - ha affermato domenica sera Paolo Scaroni, amministratore delegato dell' Eni - non abbiamo problemi fino a mercoledì. Poi, nella peggiore delle ipotesi dovremo intervenire sugli interrompibili», cioè sui quei contratti con le aziende che hanno accettato il rischio di eventuali sospensioni nella fornitura in cambio di uno sconto sulla bolletta. «Attendiamo un'altra ondata di freddo in Russia e non sappiamo che comportamento avrà Gazprom giovedì e venerdì. Ci stiamo preparando a momenti ancora difficili»

RIGASSIFICATORE IN CRISI - Il rigassificatore di Rovigo, al largo delle coste venete, intanto lavora a scarto ridotto a causa del mare grosso. L'interruzione aggrava la situazione già critica delle forniture di gas, perchè fino a quando non miglioreranno le condizioni meteo nessuna nave potrà ormeggiare. Il perdurare delle avverse condizioni meteorologiche, spiega Adriatic Lng, gestore del terminale, «ha avuto impatti sul programma di ormeggio delle navi metaniere per motivi di sicurezza».

UE - L'Unione europea si dice pronta intanto a fare la sua parte. «La Commissione europea è in contatto con le autorità italiane ed è pronta a valutare misure di aiuto, se si rendessero necessarie» ha spiegato una portavoce di Bruxelles, facendo riferimento all'emergenza gas. Oltre all'Italia, anche Romania e Germania hanno flussi diminuiti dalla Russia.

Redazione Online6 febbraio 2012 (modifica il 7 febbraio 2012)