lunedì 6 febbraio 2012

Presunto terrorista assolto a Milano detenuto per 8 anni a Guantanamo

Corriere della sera

Un tunisimo era stato accusato di lavorare per al Qaeda




La base di GuantanamoLa base di Guantanamo

MILANO - Catturato in Afghanistan e consegnato agli americani, detenuto e torturato per 8 anni a Guantanamo, estradato e nuovamente arrestato in Italia dove è stato condannato in primo grado. Una lunga odissea quella Riad Nasri, un tunisino fino a oggi detenuto nel carcere di Benevento dal quale è uscito dopo la sentenza della Corte d'Assise d'appello di Milano che lo ha assolto ordinando l'immediata scarcerazione. Confermata invece la pena a otto mesi per il connazionale Ben Lazhar. Secondo l'accusa i due avrebbero fatto parte di una organizzazione finalizzata alla fabbricazione di monete e documenti falsi per finanziare i movimenti terroristici. Ma i giudici di secondo grado hanno ritenuto non provati i fatti attribuiti a Nasri e lo ha assolto.

CONDANNA A 6 ANNI - Resta la storia che si porta dietro. Il tunisino ha raccontato di aver passato otto anni nella base militare americana di Guantanamo dove avrebbe subito, stando ai suoi racconti, torture di ogni genere. In primo grado a Milano era stato condannato a 6 anni di reclusione per terrorismo internazionale. Secondo l'accusa Nasri avrebbe fatto parte tra il '97 e il 2001 di una cellula legata al Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, con base anche a Milano e che reclutava martiri destinati ai paesi in guerra.

TORTURATO - Interrogato dai magistrati ha raccontato di essere stato torturato e privato di «tutti i diritti più semplici e fondamentali», di essere stato picchiato e rinchiuso in «gabbie molto piccole e all'aperto» con «un materassino basso per dormire, una coperta, un secchio per i bisogni ed uno per l'acqua da bere». Se non parlava, ha spiegato ancora, veniva minacciato di «abusi sessuali da donne e da uomini». Arrivato dalla Tunisia a Bologna nel '94, pochi mesi dopo partì per la Bosnia per combattere. Rientrato di nuovo nel capoluogo emiliano, sparì dopo l'attentato alle Torri Gemelle: venne catturato dai combattenti dell'Alleanza del Nord nella sua casa in Afghanistan, dove si era sposato e aveva avuto una figlia, e «consegnato vivo agli americani». Da lì i trasferimenti in un carcere a Kabul, in una cella dove non c'era spazio «per distenderci tutti per cui dormivamo a turno» e dove cominciarono anche gli interrogatori per sapere «se facevo parte di al Qaeda e venivamo picchiati per farcelo ammettere».



Redazione Online
6 febbraio 2012 | 18:16




Powered by ScribeFire.

Finisce in vendita Dr Martens la "casa" degli anfibi punk

La Stampa

Il leggendario marchio inglese sul mercato per 120 milioni di sterline. Pensati per gli operai gli stivali sono diventati un'icona nei Settanta con Clash e Who




londra


Dr Martens è in vendita: il leggendario marchio di stivali adottati da punk, skinehead e generazioni di teen ager di tutto il mondo è stato messo sul mercato dalla famiglia Griggs che ne è proprietaria da oltre 50 anni. Max Griggs, l’erede del R. Griggs Group, auspica di ricavare 120 milioni di sterline dalla vendita del celebre brand acquistato da suo padre Reginald dai proprietari tedeschi dopo la seconda guerra mondiale. Incaricata di saggiare le acque è stata la banca Rotschild.

Gli stivali erano stati creati originariamente dal Dottor Klaus Maertens, che aveva inventato una suola ad aria usando pneumatici abbandonati sulle piste della Luftwaffe. Reginald Griggs aveva anglicizzato il nome e mantenuta la struttura della scarpa. Il primo stivale a otto asole dalla caratteristica cucitura gialla - il leggendario 1460 - era arrivato nei negozi inglesi il primo aprile 1960. Pensati per operai, "bobbies" di pattuglia e postini, i Dr Martens erano diventati popolare tra gli skinhead e resi un’icona della musica quando vennero adottato come una uniforme da bande come i Clash, i Who e i Sex Pistols. A dispetto delle periodiche crisi il marchio era rimasto attivo e spumeggiante come sempre. Più di recente è stato reinterpretato da griffe della moda tra cui Vivienne Westwood e Jimmy Choo.



Powered by ScribeFire.

Negozi etnici, 'giro di vite' e italiano obbligatorio

Il Giorno

Anche nei centri massaggio

 

La 'legge Harlem', che mira a controllare le attività gestite da stranieri  con il proposito di evitare la formazione di quartieri 'ghetto', è stata approvata dalla maggioranza in Commissione Attività Produttive


Milano, 6 febbraio 2012



E' stata approvata in Commissione Attività Produttive la 'legge Harlem', che regolamenterà il commercio etnico in Lombardia. Il provvedimento sul settore del commercio, ha subito diverse modifiche dalla sua prima versione di sei mesi fa e mira a dare un 'giro di vite' alle attività gestite da stranieri, con il proposito di evitare la formazione di quartieri 'ghetto' e la concentrazione di negozi etnici, delegando la programmazione ai comuni. Previsto inoltre per gli operatori, l'obbligo di saper parlare l'italiano.


Il provvedimento, fortemente voluto dalla Lega Nord, è rimasto fermo mesi per contrasti interni alla maggioranza. Alla fine, dopo aver limato alcune parti del testo, anche il Pdl lo ha votato. Secondo la maggioranza,  il progetto di legge 'Harlem' servirebbe a disciplinare le attività produttive e commerciali, per adeguare la normativa regionale alla direttiva europea Bolkestein e stabilire regole precise a tutela dei consumatori e della salute pubblica, in materie come artigianato e commercio. Il provvedimento lascia la possibilità ai Comuni di decidere su specifiche situazioni, considerate in contrasto con l'interesse generale e, per motivi di ordine pubblico, di vietare l'apertura di attivita' che comportino un addensamento di negozi extracomunitari nella medesima zona. Tutte le informazioni commerciali, compresi i prezzi delle merci, dovranno essere anche in lingua italiana. Sono consentiti termini stranieri che sono ormai di uso corrente nella lingua italiana.


I centri massaggi orientali vengono assimilati alle attività dei tradizionali centri estetici e perciò la loro apertura è subordinata al possesso di requisiti professionali "per garantire ai clienti un grado di professionalità e igiene conforme agli standard minimi".  Nel commercio ambulante viene inserito l'obbligo di non avere sanzioni amministrative pecuniarie iscritte a titolo definitivo e inevase nei confronti del comune concedente, per tutti coloro che chiederanno il rilascio o il rinnovo delle licenze. E' inoltre prevista l'istituzione di un apposito registro regionale del commercio ambulante, a disposizione delle amministrazioni comunali, che consentirà una gestione più attenta sui rinnovi e le concessioni delle licenze.


Fonte Agi




Powered by ScribeFire.

Quando García Márquez stroncò Totò

Corriere del Mezzogiorno

«Battute di cattivo gusto e situazioni stupide»: così Gabo liquidò il principe della risata in una recensione del 1954



Garcia Marquez e Totò
Garcia Marquez e Totò



È ben noto l'amore di Gabriel García Márquez per il cinema italiano: le sue affinità elettive con i grandi maestri del neorealismo hanno contribuito senz'altro a costituire quella visione del mondo giunta poi a definirsi appieno con i capolavori della maturità, da Cent'anni di solitudine a L'autunno del patriarca. Per il giovane Márquez il confronto con il cinema del vecchio continente fu di fatto inevitabile: negli anni Cinquanta colui che sarebbe poi divenuto uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento inizia a collaborare con un quotidiano di Bogotá, «El Espectador», giornale che l'accoglie in pianta stabile nella redazione affidandogli le recensioni di pellicole d'importazione, prevalentemente europee. Gli articoli scritti fra il 1954 e il 1955 (raccolti in Italia da Mondadori diversi anni fa in un volume intitolato Gente di Bogotá) testimoniano la passione del venticinquenne Gabo per il mezzo cinematografico, una passione che non gli permette però di evitare qualche ingenuità critica.

«UN MONUMENTO GROTTESCO» - Fra i tanti pezzi sul cinema italiano, ce n'è uno datato luglio 1954 che non può non destare un certo stupore: si tratta della recensione che Márquez scrive alla versione spagnola di «Totò Sceicco». Il film di Mario Mattoli, uno dei più popolari fra quelli interpretati dal principe De Curtis (parodia del celebre «Il figlio dello sceicco» con Rodolfo Valentino), e che oltre al grande comico napoletano annovera nel cast attori del calibro di Aroldo Tieri e Arnoldo Foà, aveva incassato in Italia circa cinquecento milioni di lire, un buon successo per quegli anni, e dopo qualche tempo aveva iniziato a circolare nelle sale d'oltreoceano. L'articolo di Márquez definisce subito il film «un monumento grottesco interpretato da un europeo di sangue blu sfortunatamente costretto a fare l'attore».

Dopo aver ironizzato poi sul «bislacco nome d'arte» dell'attore napoletano, che «contrasta con la lunghezza del vero nome», il giovane Gabo osserva come quest'attore discendesse «direttamente dai Comneno di Bisanzio per interpretare un truculento personaggio da commediola, tutto battute di cattivo gusto e coinvolto nelle situazioni più stupide». Se qualcuno ora crede che il furore critico di Márquez si sia placato dovrebbe proseguire nella lettura: «Naturalmente nessuno è così candido da aspettarsi che con "Totò sceicco'' gli venga servito un buon piatto, ma ha comunque il diritto di aspettarsi svago e ironia o almeno, in ultima istanza e in mancanza d'altro, pornografia. Ma non c'è neppure questo».

L PROBLEMA DELLA TRADUZIONE - Insomma, il talento ancora embrionale dello scrittore colombiano (che appena un anno dopo darà alle stampe il primo dei suoi romanzi, «Foglie morte») non scorge nessuna grandezza nella vis comica del nostro più grande attore sottolineando invece come nel principe De Curtis non si intraveda «sfumatura alcuna di umorismo». Un concetto, quello dell'umorismo parlato, e quindi tradotto, che aveva più volte preoccupato in vita lo stesso Totò, il quale avrebbe preferito non costringere la sua dirompente forza comica dentro gli angusti confini della parola.

Una volta aveva dichiarato a Giacomo Gambetti: «Io con la faccia posso esprimere tutto, invece mi sono buttato a fare dei filmetti che non mi hanno permesso di diventare internazionale. Il nostro cinema comico è basato sulle battute, sulle parole, sulle situazioni che non possono avere successo all'estero perché nella traduzione il significato si perde». E manco a dirlo, in questa stessa dichiarazione, Totò fa poi riferimento proprio a «Totò sceicco», e ad una proiezione in una sala di Nizza nella quale osservò il pubblico francese impassibile davanti a un suo celebre gioco di parole, rivolto a un personaggio di nome Omar. «Omàr, Omàr, vide o' mare quanto è bello», declamava Totò con una delle sue fertili trovate linguistiche.

Ma il pubblico della Costa Azzurra non rideva. Non poteva farlo, perché l'umorismo e la comicità sono spesso le prime vittime della traduzione. Se il principe avesse saputo che nemmeno un giovane giornalista colombiano avrebbe riso per quelle sue battute, che anzi si sarebbe indignato per la sua «scriteriata comicità», e che poi quel giovane sarebbe diventato uno dei maggiori scrittori del nostro tempo, crediamo proprio che ci sarebbe rimasto male. Non prima però di avergli intimato: «Giovanotto, parli come badi!». Ma il giovane Márquez non avrebbe potuto comprendere nemmeno questa.



Marco Ottaiano
(docente di Analisi e Traduzione del Testo Letterario Spagnolo all'Università «L'Orientale» di Napoli»)

06 febbraio 2012






Powered by ScribeFire.

Il marito deve chiudere l'azienda, lei si prostituisce per la crisi

Corriere della sera

La donna salva l'uomo dal suicidio e gli racconta di aver trovato lavoro come badante. Ma viene arrestata in una retata. «Con i soldi che portava a casa mangiavamo»


Il marito della donna in una immagine di Antennatre
Il marito della donna in una immagine di Antennatre


CASTELFRANCO (Treviso) – Aveva deciso di farla finita, disperato perché non riusciva a trovare lavoro. La moglie l’ha trovato impiccato a una corda in garage, riuscendo a salvarlo per un pelo. Da quel momento alla famiglia ci ha pensato lei. Facendo, in un primo momento all’insaputa del marito, la prostituta su strada. Fino a due anni fa la vita di Paolo, 44enne di Castelfranco, era del tutto normale, per nulla diversa da quella dei tanti artigiani che lavorano in proprio. Paolo è specializzato nella lavorazione del cartongesso, un lavoro che fa da quando era adolescente. Poi è arrivata la crisi. «Sono stato costretto a chiudere la mia impresa. Non c’era più abbastanza lavoro, non riuscivo a pagare le tasse». Paolo non si perde d’animo, viene assunto in una ditta del padovano come operaio specializzato. Sei mesi al termine dei quali i titolari gli avevano fatto intravedere la possibilità dell’assunzione a tempo indeterminato. «Invece mi hanno lasciato a casa, e tanti saluti».


Inizia un’odissea senza fine nelle agenzie interinali, un pellegrinaggio della disperazione in tutte le imprese edili della zona. «Mi dicono tutti che a 44anni sono troppo vecchio. Che costo troppo come operaio specializzato». Il passo dallo sconforto alla depressione è breve. «E’ grazie a mia moglie se sono ancora vivo. Il giorno in cui mi sono impiccato, un anno fa, è stata lei a salvarmi». La donna, di sette anni più giovane, aveva capito che così era impossibile continuare. Ha rassicurato il marito. Ai soldi ci avrebbe pensato lei. «Mi disse che era stata assunta a Vicenza, come badante. Avrebbe dovuto fare i turni di notte. Finalmente potevamo respirare». Invece per il 44enne castellano il destino aveva in serbo un’altra mazzata.

«Circa un mese e mezzo dopo che mia moglie aveva iniziato a lavorare, sono stato svegliato da una telefonata nel cuore della notte. Era la questura di Vicenza». Una retata. «Ci sono rimasto malissimo, ero arrabbiato, non sapevo neanche più cosa provavo». La moglie, invece lavorare come badante, si prostituiva lungo le strade della Castellana e del Vicentino. L’aveva tenuto nascosto per non turbare il compagno, già provato dal tentativo di suicidio. Una decisione coraggiosa, di sacrificio estremo, presa in totale autonomia. «E’ una situazione che ho imparato ad accettare, ma che non mi sta assolutamente bene. Per questo continuo nella disperata ricerca di un lavoro. Qualsiasi, purché sia onesto». Paolo e la moglie hanno otto mesi di affitto arretrato da pagare: «Non so quanto resista il padrone di casa prima di buttarci fuori. Mia moglie riesce a portare a casa anche centocinquanta euro in una sera, se va bene. Ma spesso torna a mani vuote. Con quello che guadagna riusciamo a mangiare. Ma così non può continuare». La ricerca di Paolo continua. Per riscattare l’orgoglio, ma soprattutto per liberare la moglie da un giogo insopportabile.

Sebastiano Pozzobon
06 febbraio 2012

Baby Fornero 2 poltrone all'università di mammà

Libero

La figlia del ministro è prof associato a Torino e responsabile di una fondazione di genetica. Ma Elsa: il posto fisso per tutti è un'illusione




Non uno, ma due lavori tutti vicino, molto vicino a mammà. Lei si chiama Silvia Deaglio ha 37 anni ed è la  figlia del ministro del Welfare Elsa Fornero e del giornalista-prof Mario Deaglio. Silvia è professore associato alla facoltà di medicina dell'Università di Torino e, allo stesso tempo responsabile della ricerca presso la HuGeF, una fondazione che si occupa di genetica, genomica e proteomica umana.


Le strane coincidenze - Come scritto da Libero la figlia del ministro ha cominciato a insegnare medicina, a soli 30 anni, proprio nella stessa università in cui insegnano economia il padre Mario e la madre neoministro. Inoltre è responsabile di “Human Genetics Foundation” che guarda caso, è stata creata dalla Compagnia di San Paolo di cui la Fornero era vicepresidente dal 2008 al 2010, dall’università di Torino in cui insegnano i genitori e dal Politecnico di Torino il cui rettore era nel consiglio direttivo della Fondazione, fino a che non è diventato ministro dell’Istruzione con il nome di Francesco Profumo.

"Ovviamente non c`è nulla di illegale né di irregolare e non nutriamo dubbi sulla competenza della dottoressa Silvia Deaglio,figlia di Mario e di Elsa e collega di entrambi all`università di Torino. Siamo anche sicuri che si tratti di una scelta sobria e in linea con i tempi cupi", ha scritto nei mesi scorsi Libero ma la notizia, già di per sé sorprendente fa un certo effetto  dopo le dichiarazioni del ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri che ha detto che gli italiani sono fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà. Bene, a guardare la figlia della Fornero sembrerebbe proprio di sì. La città è Torino, il posto fisso è all'Università della stessa città dove i suoi genitori insegnano. Non solo.  Silvia ha non uno ma due posti, ma il ministro Elsa intervenendo proprio all'Università di Torino ha detto "non si può promettere a tutti l'illusione del posto fisso. Fare in modo che tutti abbiano un pò più di chance e non che un segmento sia protetto a scapito di altri. Non si intende usare la clava ma una parte propositiva di dialogo per cambiare questa società".

I ricchi finanziamenti - Quello che sorprende, oltre al duplice incarico nell'Università di mammà, fa notare il sito del Fatto Quotidiano è che "in un Paese che investe in questo campo meno dell’1% del Pil Silvia Deaglio è riuscita a ottenere dai ministeri della Salute e della Ricerca quasi un milione di euro in due anni (500mila nel 2008, 373.400 e 69mila nel 2009). La Regione Piemonte ha finanziato per 12mila e 6mila euro. ALa Compagnia di San Paolo, quella “vicepresieduta” dalla mamma, nello stesso biennio ha finanziato a Silvia un progetto di ricerca da 120mila euro divisi in due trance da 60mila. Nel 2010 la fondazione “Human Gentics Foundation”, creatura della Compagnia stessa, ha garantito il posto da responsabile di unità di ricerca affidandole un progetto da 190mila euro. Silvia, alla fine dei conti, è una donna da un milione e mezzo di euro".
06/02/2012




Powered by ScribeFire.

Trova libretto di credito, chiede 2 milioni a Bankitalia

Il Giorno


Il padre aveva versato 1.600 lire allo Stato. Franca, anziana di 107 anni, si è imbattuta per caso in questo documento antico e ora rivendica il credito del defunto papà alla Banca d'Italia




Milano, 4 febbraio 2012 - Era da poco trascorsa l'epoca giolittiana, nella quale la cara vecchia lira faceva "aggio" sull'oro. E ancora non era iniziata la guerra, che avrebbe abbattuto inesorabilmente il valore della nostra moneta. Bernardo M., classe 1882, originario della provincia di Milano, commerciante, decise di versare nelle Casse pubbliche dell'allora Regno d'Italia la somma di 1.600 lire, ottenendo un certificato di credito pubblico. All'epoca, una vera fortuna.


Ma qualche anno dopo Bernardo morì al fronte e solo qualche tempo fa, in un cassetto della vecchia casa paterna a Milano, in un baule pieno di foto di famiglia, Franca, la figlia che ha spento da poco le 107 candeline, ha ritrovato quell' antico documento. Ora l'anziana donna, assistita dall'unica nipote Gloria con l'avvocato Giacinto Canzona, ha deciso di richiedere quella somma rivalutata alla Banca d'Italia ed al Ministero delle Finanze: oltre 2 milioni e mezzo di euro.


Uno dei problemi è che la prescrizione sul credito scade dopo dieci anni, l'altro è che il calcolo della rivalutazione non è certo pacifico. Ma non ci sono sentenze già pronunciate su questo tema. e altri proprietari di antichi libretti possono provarci. Modalità e termini di partecipazione alla "class action" sono disponibili all'indirizzo di posta elettronica: infolibrettiantichi@libero.it


di Mario Consani




Powered by ScribeFire.

Un nuovo grande occhio scruterà l'universo

Corriere della sera


L'European Extremely Large Telescope sarà realizzato in una decina di anni sulle Ande cilene a oltre 3 mila metri di quota




Il progetto dell'European Extremely Large Telescope (da Eso)Il progetto dell'European Extremely Large Telescope (da Eso)

MILANO - Il più grande telescopio ottico al mondo, l’E-ELT (European Extremely Large Telescope), è in dirittura d’arrivo. Si aspetta a giorni la firma del Brasile che renderà ancora più vicina l’approvazione definitiva del progetto: il suo biglietto d’ingresso nell’European Southern Observatory (Eso), il consorzio di 14 Paesi tra cui l’Italia impegnato nell’iniziativa, porterà infatti 300 milioni di euro.

SULLE ANDE CILENE - L’imponente impresa sarà realizzata entro dieci anni a Cerro Armazones sulle Ande cilene a 3.060 metri di quota. Perché lì e non altrove? «Là l’atmosfera è particolarmente trasparente e tranquilla, non disturbata da turbolenze o inquinata da luci di città», precisa Stefano Cristiani, astronomo dell’Istituto nazionale di astrofisica. «Le montagne alte, dalle pendici regolari e vicine a un mare attraversato da correnti fredde, forniscono le condizioni ideali». Poiché le Canarie e le Hawaii sono già piene di osservatori astronomici e telescopi, e l'Antartide pone grandi problemi logistici, le Ande restano pertanto il posto più conveniente, dove ancora c’è molto spazio per costruire grandi occhi per scrutare l’universo.

STRUTTURA - L’E-ELT sarà composto da un sistema di cinque specchi di cui il maggiore di 39,3 metri di diametro, grande quasi la metà di un campo da calcio, consisterà di un alveare di 798 sotto-specchi esagonali larghi 145 centimetri ciascuno e spessi 5 cm, tutti deformabili, per fornire in ogni momento una superficie accuratissima, con deviazioni inferiori a un decimillesimo di un capello. «Alla costruzione del quarto specchio, detto M4, deputato a correggere gli effetti atmosferici, è fortemente candidato il nostro Paese», prosegue Cristiani. «Si tratta di un pezzo di alta tecnologia, che sarà sostenuto da 6 mila attuatori, cioè da pistoncini che ne controllano la forma modificandola al ritmo di mille volte al secondo». Il super-telescopio, che peserà circa 3 mila tonnellate e sarà inglobato in un enorme edificio capace anch’esso di muoversi in sintonia con lo strumento, costerà 1,1 miliardi di euro.

ASTRONOMIA - L’E-ELT sarà in grado di raccogliere luci debolissime poste a grandissime distanze: potrebbe vedere un lampione stradale su Marte. Nonostante le dimensioni mastodontiche avrà anche una precisione di puntamento estremamente elevata, equivalente a colpire una moneta da 2 euro posta a 100 km di distanza. «Ci farà vedere cose imprevedibili e ci farà fare un salto di qualità simile a quello che fece fare il telescopio di Galileo rispetto all’occhio umano», promette Cristiani. Senz’altro ci consentirà di osservare direttamente e indirettamente pianeti extrasolari simili al nostro, per capire la frequenza delle condizioni adatte alla vita come la conosciamo sulla Terra. Ci consentirà di studiare come si formano e si sviluppano le stelle, le galassie e i buchi neri, di misurare direttamente l’espansione dell’universo rispetto a 10 miliardi di anni fa, di verificare la teoria della relatività generale, nonché di valutare se le costanti della fisica, come il rapporto tra la massa del protone e quella dell'elettrone, sono rimaste invariate nel tempo.

TELESCOPI - Il grande telescopio, che userà luce infrarossa per scrutare l’universo, sottolinea la tendenza attuale di costruire strumenti sempre più grandi con un aumento esponenziale di potenza risolutrice. Dal seicentesco telescopio di Galileo Galilei, grande solo pochi centimetri, se n’è fatta di strada. Si è passati dai telescopi realizzati da Herschel alla fine del Settecento e da Rosse nell’Ottocento, dal cento pollici di monte Wilson e dal cinque metri di monte Palomar messi a punto nel Novecento, alla serie dei telescopi da 10 metri costruiti a cavallo tra la fine del Novecento e i primi del 2000. Tra questi ultimi si annoverano l’americano Keck situato alle Hawaii, l’europeo Vlt (Very Large Telescope) che si trova sulle Ande e lo spagnolo Gtc posto alle Canarie. Ancora da approvare sono i telescopi americani Tmt e Gmt, rispettivamente di 30 e 24 metri.

RADIOTELESCOPIO - Oltre all’E-ELT, c’è in cantiere lo Square Kilometer Array (Ska) radiotelescopio che lavora a frequenze radio e che sarà costruito in Sudafrica o in Australia. Si tratta di un’altra grandissima impresa che studia le onde radio emesse o assorbite dagli oggetti sparsi nell’universo per capire cosa è successo dopo il Big Bang, come si sono formati i primi corpi luminosi che hanno messo fine all’«età delle tenebre», quando si sono apparsi i buchi neri e le prime galassie e quali erano le condizioni primordiali. Quale dei due sarà più performante, l’E-ELT o lo Ska? «Sono due approcci complementari, che cercano di dare una risposta in gran parte agli stessi quesiti con mezzi diversi, con la luce infrarossa il primo e con le radiofrequenze il secondo», risponde Cristiani. Entrambi dunque sonderanno l’insondabile. Nemmeno E-ELT sarà tuttavia in grado di vedere direttamente il buio dell’universo (tradotto in inglese con dark, usato come termine scientifico per «nessuno sa cosa sia»), ma solo di capirne meglio le proprietà, indirettamente, misurandone gli effetti.


Manuela Campanelli
3 febbraio 2012
(modifica il 6 febbraio 2012)




Powered by ScribeFire.

Siria, bombardano le forze di Bashar-al Assad

Corriere della sera

L'impasse dell'Onu e la richiesta del Consiglio Nazionale Siriano: «Intervenga la comunità internazionale»


MILANO - Le forze siriane hanno nuovamente bombardato i quartieri di Homs, bastione della rivolta contro il regime di Bashar al-Assad nel centro della Siria, almeno 39 le vittime. Lo hanno riferito attivisti. Le tv arabe hanno mostrato immagini in diretta dalla città, con colonne di fumo che si levano in cielo. Nella notte tra venerdì e sabato oltre 230 civili erano stati uccisi a Homs dall'esercito di Assad, secondo l'opposizione siriana che ha parlato di «massacro». Poi centinaia di blindati dell'esercito siriano hanno assaltato la città di Zabadani, nella provincia di Damasco. La comunità internazionale guarda al Paese con crescente preoccupazione. E se il New York Times spiega che Washington potrebbe consegnare armi ai ribelli. Il presidente Barack Obama spiega che la crisi si risolva senza un intervento militare esterno.


L'OFFENSIVA FINALE - Alle vittime si vanno ad aggiungere 39 morti, bilancio dell'ultima operazione delle forze governative a Homs (altre 12 le persone uccise in altre parti del Paese). «Almeno 20 bombe da mortaio hanno colpito tre ospedali da campo, allestiti dai ribelli in altrettante case per curare i feriti», ha spiegato l'attivista Omar Homsi, che vive nella zona e ha denunciato l'inizio di una «vera e propria guerra». «L'esercito siriano ha chiuso completamente Homs e si prepara a una grande offensiva finale sulla città». È quanto hanno denunciato attivisti dell'opposizione siriana alla tv satellitare "al-Arabiya". «I militari stanno cercando di isolare completamente la città dal resto del paese - hanno aggiunto - per poi iniziare un pesante attacco sulla città». Intanto secondo la tv di stato di Damasco, fedele al regime di Bashar al-Assad, «un gruppo di terroristi armati presente nel quartiere di Bab Amro a Homs sta attaccando con razzi gli altri quartieri della città».


IL BOMBARDAMENTO - Le tv arabe hanno mostrato immagini in diretta dalla città, con colonne di fumo che si levano in cielo. Secondo il gruppo dei Comitati locali di coordinamento (Lcc), i nuovi bombardamenti sono cominciati dopo le 6 (ora locale, le 5 in Italia). Colpiti i quartieri di Baba Amro e Inshaat. Gli attivisti dei Comitati hanno detto che c'è una «grande numero di vittime» tra morti e feriti. «Questo è il più violento bombardamento su Baba Amro dall'inizio della rivolta». Il Consiglio nazionale siriano (Cns), il più importante movimento dell'opposizione siriana, ha detto a sua volta che il regime aveva dispiegato carri armati ed esercito attorno ad Homs per una «offensiva di grande portata», e ha chiesto «alla comunità internazionale, alle organizzazioni internazionali e ai media di agire rapidamente per impedire un nuovo massacro in questa città martoriata». Intanto è stata data alle fiamme anche la moschea di Rastan e un gruppo di fedeli è stato visto uscire di corsa dopo che uomini armati avevano fatto irruzione al suo interno.

IL VETO RUSSO-CINESE - «L'uso del veto da parte di Russia e Cina ha incoraggiato il regime siriano a proseguire con la cosiddetta soluzione di sicurezza, che si è trasformata in una soluzione bellica con l'impiego da parte delle autorità siriane di ogni genere di armi, da quelle leggere alle pesanti, contro la mobilitazione popolare». È così che Hasan Abdel Azim, portavoce del Comitato di coordinamento delle forze del cambiamento democratico, che raggruppa parte dell'opposizione interna al regime del presidente siriano Bashar al-Assad, commenta il veto posto da Mosca e Pechino in Consiglio di Sicurezza a una risoluzione sulla Siria, che prevedeva una transizione guidata del potere. «È una vergogna per i Paesi che si rifiutano di assumersi le responsabilità. Francamente, ci sono culture politiche che meriterebbero dei calci nel sedere», ha aggiunto il ministro della Difesa francese Gerard Longuet, parlando del doppio veto di Russia e Cina ai microfoni della radio Europe 1. E sei il presidente francese Nicolas Sarkozy avrà presto un colloquio telefonico con l'omologo russo Dmitri Medvedev, pronta è arrivata la risposta di Mosca. «Al limite dell'isteria». Così il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito la reazione della comunità al veto.

ANKARA ESCLUDE INTERVENTO - La Turchia invece esclude la possibilità di valutare un intervento militare in Siria, criticando al contempo le posizioni di Russia e Cina. «Faremo tutto il necessario, ma l'intervento militare non rappresenta un'opzione per la Turchia», ha detto il vice premier Bulent Arinc, che ha criticato la decisione di Pechino e Mosca che hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu sulla Siria.


Redazione Online
6 febbraio 2012 | 14:55

Due anni di squalifica a Contador Perde il Tour 2010 e il Giro 2011

La Stampa

La sanzione del Tas è retroattiva: salterà le Olimpiadi di Londra ma ad agosto potrà tornare a correre




Alberto Contador, 28 anni, in carriera ha vinto 3 volte il Tour



Parigi

Il Tribunale d’arbitrato sportivo (Tas) ha squalificato per 2 anni Alberto Contador. Il corridore spagnolo è stato sanzionato per la positività al clenbuterolo nel Tour de France del 2010. La squalifica, al termine di un procedimento di quasi 18 mesi, decorre dalla Grande Boucle di 2 anni fa, vinta proprio dall’iberico. Contador potrà tornare a correre il 5 agosto di quest’anno.

Dovrà saltare, quindi, il prossimo Tour de France. L’atleta, inoltre, viene privato del successo conquistato nel Tour 2010 e in quello ottenuto al Giro d’Italia 2011. Tali provvedimenti sono destinate a modificare l’albo d’oro delle due corse: la maglia gialla del Tour de France 2010 dovrebbe passare al lussemburghese Andy Schleck, il vincitore del Giro 2011 dovrebbe diventare Michele Scarponi.

Contador, che a questo punto non potrà partecipare nemmeno alle Olimpiadi di Londra 2012, ha sempre spiegato la positività facendo riferimento all’assunzione di carne contaminata. La versione ha convinto la federciclismo spagnola, che ha assolto il corridore. La vicenda è approdata al Tas per il ricorso dell’Unione ciclistica internazionale (Uci) e dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada). L’Uci, in una nota, accoglie con soddisfazione l’epilogo di una vicenda «lunga e dolorosa per il ciclismo». Il presidente Pat McQuaid evidenzia comunque che «questo è un giorno triste per il nostro sport. Qualcuno potrebbe pensare ad una vittoria, ma non è affatto così. Non ci sono vincitori quando si tratta di doping: ogni caso, a prescindere dalle caratteristiche, è sempre un caso di troppo».




Powered by ScribeFire.

Ecco la seconda vita dell’odiato scontrino

di -

Utilizzato come "gratta e vinci", per messaggi pubblicitari e buoni acquisto (spesso impossibili): un bigliettino tutto da sfruttare



Scambio di battute sentito ieri in un bar milanese:

«Un pacchetto di caramelle, grazie».
«Un euro e 50, prego...».
«Ecco a lei... Ma lo scontrino?».
«E dove crede di essere, a Cortina?».




Gli allergici al «pezzettino di carta» del post-acquisto sono ossi durissimi. Esattamente come lo scheletrico commerciante de I soliti idioti che - alla richiesta dello scontrino da parte del cliente - si fa prendere dalle convulsioni, sente voci demoniache e fugge dal negozio terrorizzato. Tutto per non rilasciare quel bigliettino divenuto il simbolo dell’italica furbizia. Cialtroni travestiti da negozianti che incassano e poi fanno i distratti. Noi - consumatori - non siamo meno «schettini» di loro: magari, in cambio di un piccolo sconto, ci adeguiamo all’andazzo abbandonando il negozio anche se non sta calando a picco e anzi naviga che è un piacere.

Se poi scattano i controlli, eccoci lì a piangere: «ma è una persecuzione»; «così si spaventano i clienti»; «si deprimono i consumi»; «si perseguita un’intera categoria»; «non si può fare di tutta l’erba un fascio» ecc. Complice la nuova era dei blitz fiscali (roba di facciata certo, ma sempre meglio di niente...), in giro di scontrini se ne vedono di più. Sulla rete i gruppi «pro-scontrino» si moltiplicano e la caccia al commerciante fiscally scorrect è entrata nel vivo.

Su Facebook è attivo il gruppo «Amici dello scontrino e della fattura» che conta oltre 5mila iscritti inviperiti contro chi evade. Testimonianze di disavventure fiscali e qualche idea per arginare il fenomeno. Come questa: «Basterebbe associare il codice fiscale ad ogni pagamento (come in farmacia per esempio) - scrive un utente - ed avere sconti nella cartella esattoriale». Intanto evasori.info tiene a sottolineare come vi sia «la possibilità, in modo assolutamente anonimo, di denunciare una situazione di evasione indicando l’ora, il luogo e l’ammontare dell’evasione». Rincara la dose tassa.li che «dà l’opportunià di segnalare in modo anonimo episodi di evasione fiscale.

Combatti l’evasione fiscale ogni volta che non ti viene fatto lo scontrino o emessa la fattura per beni o servizi pagati». Intanto la nuova vita dello scontrino è sancita anche da una serie di iniziatine che lo hanno di fatto trasformato in una sorta di piccolo tazebao al servizio di pubblicità, messaggi sociali (contro l’abuso di alcol da parte dei giovani, lotta alla droga, sensibilizzazione ai danni del fumo ecc.) «offerte-lancio» che a volte sembrano però più delle prese in giro (vedi la notizia nel box qui sotto).

Ma c’è un sistema per fare in modo che lo scontrino - da optional fiscale qual è - si trasformi in un obbligo di legge come accade in tutti i paesi civili? Sembra assurdo, ma qualcuno l’idea vincente potrebbe venire da Taipei. Nel distretto municipale della Repubblica popolare cinese sul retro di ogni scontrino fiscale è stato inserito un numero che partecipa alla lotteria istantanea sul modello «gratta e vinci».

Al riguardo - si legge sul sito www.fiscooggi.it - gli ispettori locali, prima dell’introduzione dello scontrino/lotteria, avevano notato alcune anomalie: in particolare, era stato osservato che i 3/4 delle imposte erano versati dal 2% dei negozi stranieri mentre soltanto la parte residua delle tasse (1/4) veniva pagata dal 98% dei colleghi cinesi. Da qui l’esigenza di contrastare l’evasione dell’Iva attraverso un meccanismo che comportasse un contrasto di interessi per i contribuenti e costringere tutti a emettere regolare scontrino fiscale.

Il sistema messo a punto a Taipei collega il gioco del lotto allo scontrino fiscale. Su ogni ricevuta emessa (ad Iva 5%) è stampato un numero che si genera attraverso un algoritmo in modo automatico. Il governo di Taiwan, in precise date del mese, pubblica (su vari mezzi di informazione) i numeri vincenti. I clienti che risultano possessori dello scontrino/biglietto possono recarsi presso l’esercente che ha emesso la ricevuta e ottenere consegnandogli il tagliando la somma in contanti, che, può variare tra un minimo di 5 dollari e un massimo di 200 dollari.

Anche sul piano tecnologico il metodo adottato per la stampa degli scontrini sembra relativamente semplice e i costi per il controllo sono modesti tenuto conto che le sole ricevute fiscali che devono essere verificate sono quelle risultate vincenti.

A parità di spesa per l’Erario, questo sistema, stando alle stime, avrebbe creato un vero e proprio stimolo per il consumatore, posto che molti di questi ora richiedono lo scontrino fiscale a fronte della possibilità di una vincita che, seppur minima, risulta essere assai probabile. Un’idea similare sta trovando piede anche in occidente. In Europa, infatti, alcuni partiti francesi stanno valutando l’ipotesi di una legge che introduca il sistema dello scontrino/lotteria come utilizzato nei Paesi orientali. Anche nel nostro Paese l’esperienza cinese ha dato vita alla proposta di legge n. 2821/2009 che dispone l’Istituzione dello scontrino fiscale «gratta e vinci» per la lotta contro l’evasione fiscale. Un’ottima idea che rimane chiusa in un cassetto. E lì rimarrà a prendere polvere. Scommettiamo?




Powered by ScribeFire.

Firma falsa su un assegno? La banca deve risarcire

La Stampa


Gianluca Tarantino


Nell'ipotesi in cui un correntista di una banca denunci di non aver sottoscritto un assegno pagato dalla banca ad un terzo, spetta alla banca dimostrare di aver agito con diligenza e di aver verificato, con rigore, la corrispondenza tra la firma sull'assegno e lo specimen depositato. In caso contrario, la banca è tenuta al rimborso integrale delle somme addebitate al proprio cliente per il pagamento dei suddetti assegni. Questo è il principio espresso dal Tribunale di Prato con la sentenza del 11 novembre, con la quale si descrive con chiarezza il profilo della responsabilità della banca per il pagamento di assegni presentati all'incasso anche se con firma falsa, nonché la azioni riconosciute alla banca stessa, nei confronti degli altri istituti di credito o di terzi che hanno beneficiato dell'assegno emesso con firma risultata, successivamente, apocrifa.

La questione oggetto di causa: chi è responsabile per il pagamento di un assegno con firma falsa? All'origine della vicenda per cui è causa vi è la richiesta di risarcimento del danno, da parte del cliente nei confronti della banca presso la quale era correntista, a seguito del pagamento di due assegni effettuato, a suo dire, senza il preventivo accertamento della corrispondenza tra le firme di traenza - apposte sugli assegni - e lo specimen depositato presso la banca stessa. Il Tribunale di Prato ha riconosciuto la responsabilità della banca trattaria per non aver verificato la corrispondenza tra la firma sugli assegni pagati e lo specimen depositato, in violazione del principio di diligenza del c.d. buon banchiere al quale la banca dovrebbe attenersi. Contestualmente, è stata riconosciuta la responsabilità dell'altra banca, chiamata in giudizio, presso la quale un assegno era stato portato all'incasso mentre è stata esclusa qualsiasi responsabilità del terzo chiamato in giudizio e che aveva negoziato uno dei due assegni tratto con firma falsa, avendo verificato, in applicazione della disciplina di circolazione dei titoli di credito, la sua buona fede.

La responsabilità nei confronti della banca trattaria: come e perché. Secondo il Tribunale di Prato, la responsabilità fatta valere dal correntista nei confronti della banca è di tipo contrattuale, basandosi - e la ricostruzione appare condivisibile - sulla c.d. convenzione di assegno, ossia sul contratto che consente al cliente, in presenza di fondi, di emettere assegni, al pagamento dei quali la banca si obbliga. Tale ricostruzione ha effetti notevoli in punto di onere della prova; secondo quanto statuito, infatti, dalla Cassazione con la sentenza n. 13533/2001, ripresa anche dalla pronuncia in commento, spetta al debitore, in termini generali, provare l'esatto adempimento della propria obbligazione, che costituirebbe il fatto estintivo dell'altrui pretesa, mentre il creditore può limitarsi ad allegare l'altrui inadempimento.

Nel caso di specie, il correntista ha allegato le circostanze di fatto alla base della propria domanda e, in particolare, la circostanza relativa agli assegni pagati senza la dovuta verifica; la banca convenuta, oltre a non contestare la apocrifia delle firme sugli assegni, non ha dato prova di adempiere, ai sensi dell'art. 1176 c.c., con la diligenza che dovrebbe caratterizzare il “buon banchiere”. In altri termini, osserva il Tribunale, alla luce del sistema di ripartizione dell'onere della prova in materia contrattuale, non era il correntista a dover provare la falsità della firma della firma di traenza sull'assegno e la mancata corrispondenza con lo specimen, ma semmai la banca trattaria avrebbe dovuto provare di aver erogato il pagamento dell'importo indicato negli assegni dopo opportune verifiche e dopo una rigorosa ed attenta comparazione tra le firme stesse.

La banca trattaria può agire contro il responsabile della falsificazione. Appurato che la banca trattaria, come visto sopra, è responsabile nei confronti del proprio correntista per il pagamento di un assegno con firma falsa, è però possibile che la stessa banca tratta possa agire con l'azione di ingiustificato arricchimento ex art. 2033 c.c. nei confronti di chi ha posto l'assegno all'incasso o con l'ordinaria azione di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. nei confronti dell'autore della falsificazione che non abbia materialmente presentato l'assegno all'incasso. E' però necessario individuare quanto meno il soggetto che ha portato all'incasso l'assegno e, sotto tale profilo, il Tribunale di Prato ritiene che la banca negoziatrice sia obbligata a fornire il nominativo di colui che ha incassato l'assegno, non sussistendo ragioni di privacy che giustifichino tale rifiuto. Nel caso di specie, quindi, rilevato che la banca negoziatrice si è rifiutata di fornire - per ragioni di privacy ritenute infondate - il nominativo dell'effettivo soggetto che ha incassato l'assegno falsificato, la stessa si è vista condannare al risarcimento, in favore della banca trattaria, della somma portata dall'assegno recante firma falsa e negoziato.

E se la firma è “perfettamente falsa”? In caso di assegno falso, la banca è responsabile solo se l'alterazione è rilevabile ictu oculi. Secondo la Cassazione, con la pronuncia n. 20292, depositata il 4 ottobre 2011, la banca può essere considerata responsabile del pagamento di un assegno falsificato non a fronte della mera alterazione del titolo, ma solo nei casi in cui una tale alterazione sia rilevabile ictu oculi, sulla base di conoscenze del bancario medio, il quale non è tenuto a disporre di particolari attrezzature strumentali o chimiche per rilevare la falsificazione, né è tenuto a mostrare le qualità di un esperto grafologo. Il caso preso in esame dalla Corte riguarda una richiesta di condanna nei confronti di una banca che aveva pagato un assegno bancario di 277 milioni di vecchie lire che però recava una sottoscrizione apocrifa. Il Tribunale aveva respinto la domanda e il rigetto veniva confermato anche dalla Corte d'Appello e successivamente dalla Cassazione perché la difformità della firma rispetto allo specimen depositato dal correntista presso la banca, al momento dell'apertura del conto corrente, non era rilevabile attraverso un semplice esame visivo, in ragione della notevole abilità del falsificatore.



Powered by ScribeFire.

Lo sgombero dell'accampamento dei polli

Corriere della sera

Una task force di animalisti per catturare otto galli e 12 galline che si erano «trasferiti» in uno spazio adiacente a un condominio : avevano fatto scappare i gatti che vivevano lì e rovinato il prato



Chi l’ha detto che le galline sono stupide? Ecco una storia vera e tutta milanese, di cui siamo stati testimoni.Teatro della vicenda, un fazzoletto di terra di nessuno, stretto fra i binari ferroviari e le ultime case di via Toffetti, periferia Est della metropoli. Sgomberato un accampamento abusivo di rom che avevano invaso il quartiere, il loro pollaio viene abbandonato ad un destino incerto. Otto galli e dodici galline traslocano in un’area poco distante, recintata, accudita e ben protetta, perché ospita una colonia felina. I mici resistono ma per poco. Presto, infatti, la convivenza con i polli risulta insostenibile. Di venti gatti selvatici ne rimarrà soltanto uno, Certosino, che è arrivato a tollerare la compagnia dei rumorosi volativi, chiacchieroni e un po’ invadenti, abituati come lui d’altronde a vivere liberi.

Galli e galline pian piano allargano il perimetro del loro accampamento e si ritrovano a razzolare nel confinante giardino di un condominio, rovinando prato e arbusti. Se i gatti avevano poche armi per protestare e riprendersi le loro cucce, i residenti di via Toffetti fanno sentire forte la loro voce. In prima linea, la storica gattara Maria Grazia, privata dei suoi mici dalle prepotenti galline. Ci sono voluti mesi. Ma la gattara, alla fine, ce l’ha fatta. Ha tempestato l’ufficio del Garante degli animali di telefonate, finché non le hanno inviato in soccorso una piccola task force di animalisti per la cattura dei polli: operazione che immaginare semplice è da ingenui. Prima i volatili si sono messi al sicuro in cima ad un abete. Poi sono fuggiti lungo la confinante ferrovia e la cattura si è a quel punto trasferita lungo i binari.

Scene da far west con un triangolino di periferia di Milano, dove nuovi insediamenti e cantieri crescono togliendo spazio alle aree dismesse, a depositi e capannoni, fino a confinare con altri storici campi di rom italiani, quelli di via Bonfadini, che improvvisamente si anima. Con Gianluca, Chiara, una guardia Oipa e la gattara Mariagrazia impegnati con reti e trucchi nell’”arresto” di galli e galline. Per catturarli non sono bastati tre operatori esperti. Galli e galline, infatti, si sono rifugiati in cima ad un abete centenario. Con sorpresa di tanti, che di lì si trovavano a passare, ma non della biologa-etologa chiamata a dare manforte alla squadra: “Questi animali – ha spiegato - vivono in alto. Siamo noi che, per allevarli e per comodità, li portiamo sul un trespolo ad altezza d’uomo”.

E chi l’ha detto, poi, che in un pollaio non può stare più di un gallo? In via Toffetti ne hanno contati otto. “Sull’intelligenza dei polli ci sono molte ricerche – spiega l’etologo Danilo Mainardi -. Sono molto intelligenti. Lo spiega bene Giorgio Vallortigara, che all’Università di Trento studia l’intelligenza dei polli, nel libro “Cervello di gallina” (ed-Boringhieri). Queste, poi, erano galline con molta esperienza, conoscevano i posti e sapevano orientarsi, conoscevano una via di fuga, se ne sono andate.

Questa vicenda non ci deve tanto meravigliare, è chiaro che se un animale non fa un certo tipo di esperienza non riesce neppure a svilupparle l’intelligenza. Ma questo vale per tutti, anche per noi”. Per galli e galline il Comune ha già trovato una nuova sistemazione presso a fattoria didattica di Quinto Romano. Un’occasione per sperimentare le ricerche di Karen Davis, che ha fondato l'associazione United Poultry Concern, dedicata a educare il pubblico alla necessità di un trattamento umanitario dei volatili e sulle qualità uniche dei volatili. L’etologa americana racconta, infatti, che i polli sono volatili molto vivaci. Vengono dalla giungla dell'Asia sud-orientale. Vivono in famiglie estese che si suddividono in piccoli gruppi durante il giorno.



Amano fare bagni di terra nel pomeriggio, e fare bagni di sole, che sono vitali per la loro salute e benessere, per l'igiene e per la salute nutrizionale. I polli sono volatili molto comunicativi, e nelle foreste tropicali da cui provengono si chiamano l'un l'altro su vaste aree. I galli, per esempio, fanno quelle che vengono definite "chiamate di localizzazione" che servono a dire agli altri galli col loro gruppo di galline, dove si trovano in quel momento. Si tengono sempre in contatto. Comunicano l'un l'altro la presenza di predatori, come i falchi, e certamente le sorgenti di cibo e probabilmente molte cose relative all'ambiente che a noi sfuggono. E di certo non stanno solo facendo rumori.



Paola D’Amico
6 febbraio 2012 | 10:09




Powered by ScribeFire.

Dall’amore alla tragica fine Vite parallele di Eva e Clara

di -

Nate nel febbraio del 1912, conquistarono Hitler e Mussolini nel ’32. Morirono accanto ai loro uomini a pochi giorni di distanza nel ’45: Braun e Petacci accomunate dalla stessa sorte




Devo a Massimo Lomonaco dell’agenzia Ansa la sottolineatura d’una coincidenza storica che non appartiene al novero dei grandi eventi - coinvolgenti grandi personaggi - ma che mi guardo bene dal definire minore. Cent’anni or sono nascevano due donne che non tanto furono fatali quanto vittime della fatalità. Votate entrambe a una fine terribile che avevano consapevolmente o inconsapevolmente inseguito, rimanendo accanto ai loro amanti. Le due donne sono Eva Braun, nata il 9 febbraio del 1912, e Claretta Petacci, nata il 28 febbraio.

Le loro vite furono segnate, a vent’anni, dal legame con uomini la cui volontà e le cui decisioni hanno inciso profondamente sulle vicende del mondo. Quando Eva tentò il suicidio per amore di Adolf Hitler, questi era soltanto avviato verso un ruolo prima d’onnipotenza e poi di rovina. In quello stesso 1932 Claretta, sposata giovanissima a un ufficiale che presto uscì di scena, incontrò per la prima volta sulla rotonda di Ostia Benito Mussolini, che era già il Duce e che sarebbe diventato il suo Ben. Né Hitler né Mussolini erano vecchi. Adolf aveva 23 anni più di Eva, Benito 29 più di Claretta, nessuno dei due aveva superato la cinquantina anche se nelle valutazioni dell’epoca un quarantenne era già passatello e un sessantenne decrepito.

Non è facile individuare e descrivere l’apporto che le due favorite hanno dato all’ascesa e alla caduta dei due dittatori. Per il misogino e quasi ascetico Hitler, la presenza di Eva Braun - con i suoi gai vestiti similtirolesi - era una concessione agli ideali maschi della razza eletta. Per il Duce, che nascondeva Claretta nell’appartamento Cybo di Palazzo Venezia, quella tresca era un classico del matrimonio all’italiana, con un sovrappiù di «sveltine» occasionali.

In realtà Mussolini - almeno il Mussolini di Villa Torlonia - non aveva una vita sociale. Stare con altri lo annoiava, tollerava a fatica che alcuni gerarchi - Italo Balbo in particolare - gli dessero del tu. Non si circondava d’amici. Se ne circondava invece Hiter (così come se ne circondava Stalin, brindando con qualcuno di cui subito dopo decideva la messa a morte). Dove si veda che la cordialità conviviale può essere feroce e la solitudine musona - alla Mussolini - piuttosto bonaria sul metro dei totalitarismi.

Né Benito né Adolf erano particolarmente generosi con le loro donne. Per entrambi il denaro non aveva interesse, possedevano - ciascuno - una grande nazione intera dai destini millenari, perché avrebbero dovuto occuparsi di miserie come la vile moneta? Semmai erano i familiari delle concubine - se vogliamo usare un termine desueto e in effetti improprio - che ricavavano vantaggi. Si malignò - Montanelli ne trasse un racconto straordinario - che Mario Missiroli, alto suggeritore non allineato del Messaggero in tempo fascista, avesse un giorno preso in mano la bozza d’un articolo medico e cominciato a inveire contro l’autore, secondo lui incapacissimo. Si bloccò solo quando seppe che l’autore, il professor Petacci, era il padre di quella figlia, e non si fece più vedere. Qualcuno, mandato a casa sua per vedere che fine avesse fatto lo trovò a letto. Tra le sue mani teneva la mano del Petacci padre e gli sussurrava: «professore solo lei poteva salvarmi».

Claretta ebbe la villa alla Camilluccia. Robetta. Le mantenute e abbandonate d’oggi, se sono di quel calibro, mettono da parte ben altro. I ménages pruriginosi se non peccaminosi lasciarono poi il posto alle tragedie, con i milioni di vittime d’una guerra atroce e di persecuzioni spietate. Anche le favorite persero la cornice smagliante in cui la loro esistenza era stata inserita e vennero avviate verso un’immeritata pena capitale. Claretta fu falciata il 28 aprile 1945 mentre stava accanto al suo Ben, lei sì irriducibile e indomabile.




Powered by ScribeFire.

Arrivano i Giochi Olimpici e il Brasile copia la Cina: ruspe per sfrattare i poveri

di -

Al via il piano "rivitalizzazione". Il gigante emergente, che si vanta del suo progressismo e dà asilo a ex terroristi, ora caccia migliaia di favelados



Per tirarsi a lucido in vista della Coppa del mondo di calcio del 2014 e delle Olimpiadi di due anni dopo, il Brasile sta forzatamente cacciando, a colpi di bulldozer, migliaia di famiglie dalle favelas a Rio de Janeiro e altre città.



Interi quartieri abitati dalla fascia più povera della popolazione verranno «rivitalizzati» per ospitare gli eventi sportivi. Agli appelli di Amnesty international e delle Nazioni Unite, contro i trasferimenti forzati, il «gigante» emergente dell’economia mondiale, guidato da presidenti che amano definirsi progressisti, fa spallucce. Non solo: il Paese che concede rifugio ad ex terroristi latitanti come Cesare Battisti è guidato da Dilma Roussef, ex rivoluzionaria marxista proprio negli anni settanta, quando i poveri occuparono le favelas dove hanno vissuto e cercano di sbarcare il lunario fino ad oggi. Proprio come è successo in Cina per le Olimpiadi del 2008. Allora il regime cinese impose l’esodo forzato di oltre un milione di persone dalla città di Pechino verso le periferie. Le famiglie deportate erano state risistemate in località lontane dallo sguardo indiscreto delle telecamere e degli sportivi che si apprestavano a invadere la capitale.

L’agenzia stampa Associated press ha svelato in un’inchiesta che 170mila brasiliani sono le potenziali «vittime» della cacciata d’autorità dalle loro case, in una dozzina di città, a causa della coppa del mondo e dei giochi olimpici. Solo a Rio de Janeiro, il sindaco aveva annunciato nel 2011 un piano che riguardava 13mila famiglie. L’investimento per sfrattare la favela de Metro vicina al mitico stadio Maracanà e far spazio alle infrastrutture è di 63,2 milioni di dollari. Le autorità usano il termine più blando di «rivitalizzare» gli slum. In realtà arrivano i bulldozer, anche di notte, e buttano giù tutto. Se gli inquilini resistono non si va tanto per il sottile e vengono portati via a forza. Evandro dos Santos abita vicino al Maracanà e rischia di essere il prossimo della lista: «Stanno distruggendo la nostra comunità per un gioco». Jorge Bittar, responsabile del comune di Rio per gli espropri, replica: «La ridislocazione avviene nella maniera più democratica possibile rispettando i diritti di ogni famiglia».

In pratica l’offerta, che non si può rifiutare, è di venire spostati in case popolari del governo, ottenere 230 dollari al mese per pagarsi un affitto, oppure ricevere una compensazione in denaro per la casa, o negozio della favela abbattuto. Il problema è che spesso i quartieri offerti in cambio sono lontani e mal serviti dai trasporti. I soldi per l’affitto o l’indennizzo medio di 16mila dollari sono troppo pochi per trovare un nuovo appartamento a Rio o altre grandi città brasiliane. Alexandre Mendes, ex responsabile nel settore abitativo dell’ufficio legale pubblico di Rio, ha dichiarato all’Associated press che «molte rimozioni non rispettano i principi ed i diritti base a livello locale ed internazionale». Centinaia di famiglie resistono e nei tribunali sono state presentate decine di denunce per presunte irregolarità compiute dai funzionari comunali.

Lo scorso novembre Amnesty international ha scritto al Comitato olimpico internazionale protestando. «Cacciare le famiglie dalle loro case senza adeguate notifiche e alternative cozza con i valori dei giochi olimpici oltre a violare la legge brasiliana e quella internazionale del rispetto dei diritti umani» ha scritto l’organizzazione. Pure le Nazioni Unite con il rappresentante speciale, Raquel Rolnik, sono intervenute: «Ci rendiamo conto che le autorità di Rio de Janeiro si sono impegnate a garantire le adeguate infrastrutture per la Coppa del mondo del 2014 e le Olimpiadi del 2016, ma tutto ciò deve avvenire in collaborazione e cooperazione con le comunità coinvolte garantendo i loro diritti».

Il presidente brasiliano Rousseff si è insediata nel gennaio 2011, dopo essere stata fidato ministro con il suo predecessore, Luiz Inácio Lula da Silva.
Negli anni settanta Rousseff ha aderito a formazioni clandestine marxiste, che combattevano contro la dittatura. Soprannominata la «Giovanna D’Arco» della guerriglia è stata arrestata negli stessi anni in cui cominciavano le occupazioni delle terre, che hanno dato vita alle favelas. Non a caso il latitante nostrano Battisti ha trovato rifugio in Brasile grazie a Lula, che lo considera una specie di intellettuale perseguitato. Nulla a che vedere con i disgraziati delle favela, che rovinano l’immagine del Brasile in vista dei giochi.




Powered by ScribeFire.

I 6 segreti per condurre una vita migliore e più lunga

La Stampa

Da un ricercatore che da oltre vent’anni studia i centenari, i 6 fattori che concorrono a vivere più a lungo e in salute




Sarebbero soltanto 6 i fattori chiave di una vita all’insegna del benessere e della longevità. E sono gli stessi che ha stilato il dottor Peter Martini, Direttore del Programma di Gerontologia della Iowa State University (ISU) e professore dello sviluppo umano e studi sulla famiglia (HDFS), risultato delle sue ricerche durate oltre vent’anni, e condotte proprio sui centenari e gli ultracentenari.

Dopo aver tirato le somme degli studi, insieme al suo team di ricercatori, lo scienziato ha deciso di rendere pubblico quanto scoperto in un articolo pubblicato qualche giorno fa in uno speciale sul Journal of Aging Research (JAR). Qui sono riportati i più importanti fattori comportamentali che, secondo gli scienziati, concorrono alla longevità. Nello speciale, sono anche stati pubblicati altri tre studi del dottor Martin che riportano altri risultati inerenti le ricerche sulla longevità. Tutta la ricerca in questione, spiega Martin, non fa altro che sostenere un modello che ha sviluppato tempo addietro insieme al collega dell’Università della Georgia, dottor Leonard Poon, e che hanno chiamato “Georgia adaptation model”.

Questo modello di longevità, sottolinea Martin, è ancora l’unico in giro attualmente valido ed è stato sviluppato molto tempo prima che il loro lavoro fosse pubblicato sullo speciale del JAR. «Le persone depresse non hanno realmente probabilità di arrivare a un’età molto avanzata – aggiunge

Martin nel comunicato della ISU – Questo lo vediamo invece nelle persone ottimiste». La letteratura accademica ha tracciato un percorso di lunga vita, secondo Martin. Non c’è una sola “pillola” magica per spiegare la longevità o che basta prendere per vivere il più a lungo possibile, lasciano intendere gli scienziati. Ci sono molte variabili in questo processo, e «ciò che funziona per voi potrebbe non funzionare per me», ribadisce Martin.

Sono dunque 6 i fattori con la più alta probabilità di avere successo nel promuovere una vita sana e lunga. «Questi – specifica il dottor Martin – sono i fattori che contribuiscono alla longevità e il benessere in età avanzata». Quali sono questi 6 fattori?


Ecco l’elenco stilato da Martin e colleghi.


1. Supporto ambientale
«In altre parole, sostegno sociale – specifica Martin – Non si può arrivare a un’età avanzata da soli Bisogna avere la famiglia, o la comunità, o le strutture di assistenza. Ed è anche necessario un sostegno economico: le risorse finanziarie che possano durare fino a molto tardi nella vita».

2. Le caratteristiche individuali
«Questo ha a che fare con cose così evidenti come il sesso, dove le donne sono più propense a farlo a un età molto avanzata rispetto agli uomini», spiega Martin.
«Ci sono certamente anche differenze tra i gruppi etnici o altri svantaggi. Sappiamo che l’aspettativa di vita è più elevata per i bianchi e inferiore per quelli di origine africana. E dobbiamo anche considerare la personalità, quindi una certa configurazione delle caratteristiche della personalità  offrono la migliore opportunità per una lunga vita», aggiunge.

3. Abilità comportamentali
«Queste sono le cose che facciamo ogni giorno. E questo ha a che fare con il come si affrontano, l’essere una persona attiva, buone funzioni cognitive eccetera. Tutte queste cose sono molto importanti per promuovere una lunga vita», spiega il dottor Martin.

4. Adottare comportamenti sani e una dieta corretta
«Ci sono articoli di questo numero speciale che mostrano come ciò che mangiamo e come ci manteniamo in forma siano importanti».

5. Mantenersi sani
«Queste sono tutte le cose che si possono fare per rimanere in buona salute fisica – specifica Martin – Naturalmente alcuni di questi fattori sono biologici, ma per gran parte di esse è nostra responsabilità il rimanere in buona salute».

6. Buona salute mentale
Favorire una buona salute mentale e altrettanto importante che il mantenere la salute fisica. Le due cose non sono disgiunte, ma legate.

Se allora siamo in grado di seguire questi 6 fattori comportamentali, ci assicuriamo una lunga vita? Be’, come sottolineato dal professor Martin, non esiste la formula perfetta né la certezza. Tutto può dipendere da altrettanti diversi fattori. In ogni modo, tentare di seguire quanto raccomandato dagli scienziati non può farci male e, bene che vada, magari riusciamo davvero a superare la soglia dei 100.
[lm&sdp]


Foto: ©photoxpress.com/NiDerLander




Powered by ScribeFire.

Glenn, primo americano in orbita, poi nonno dello spazio

La Stampa

Piero Bianucci

Mezzo secolo fa, il 20 febbraio 1962, andava in orbita il primo americano, John Glenn (foto). Fu la risposta, più politica che scientifica, al volo di Yuri Gagarin con il quale i sovietici, dieci mesi prima, il 12 aprile 1961, avevano conquistato la medaglia del primo uomo in orbita. Glenn avrebbe poi potuto partecipare ad altre imprese spaziali, ma fu sempre tenuto da parte: gli Stati Uniti non volevano mettere a rischio il loro astronauta-simbolo.

Assurto al Congresso con la nomina a senatore, per trentasei anni Glenn è stato un monumento nazionale in carne e ossa, una reliquia vivente da custodire con cura estrema. Poi, finalmente, arrivato a 77 anni, Glenn poté stabilire un altro primato, quello dell’astronauta più anziano, partecipando alla missione STS 95 partita il 29 ottobre 1998: sullo Shuttle si sottopose a una serie di esperimenti di fisiologia umana che grazie a lui per la prima volta fu possibile realizzare in assenza di peso su un soggetto in età avanzata. Dopo l’impresa di Gagarin (una sola orbita su una capsula Vostok), 108 minuti dal lancio all’atterraggio, il 5 maggio 1961 gli americani avevano fatto un test di volo parabolico suborbitale con Alan Shepard: 15 minuti in tutto, 187 chilometri la massima quota raggiunta.

Un esemplare dell’astronave di Shepard e di Gleen potete vederlo a Washington, esposto nello Smithsonian National Air and Space Museum. E’ la capsula “Mercury”, ed è sorprendente vedere quant’era piccola e come il suo unico passeggero si trovasse “inscatolato”. Costruita dalla McDonnell Aircraft Company, la “Mercury” aveva la forma di un tronco di cono alto 247 centimetri dal diametro massimo, alla base, di 188. Questa forma aerodinamica era stata scelta per poter orientare la traiettoria al rientro non solo in modo automatico (come era previsto in un viaggio nominale) ma anche eventualmente sotto la guida dell’astronauta: una scelta ben diversa da quella della Vostok russa, che per la sua linea tondeggiante poteva compiere soltanto un rientro passivo. La base del cono era protetta da uno scudo termico in fibra di vetro che, consumandosi per attrito con l’atmosfera, manteneva dentro l’abitacolo una temperatura sopportabile. L’astronauta poteva guardare fuori da uno stretto oblò a forma di trapezio.

Sotto lo scudo termico erano sistemati due gruppi di motori a propellente solido. Il primo gruppo (tre motori) veniva usato per accelerare e raggiungere l’orbita dopo il distacco dal razzo vettore; il secondo per frenare la navicella in modo da infilarla nel giusto corridoio per l’attraversamento dell’atmosfera e la discesa al suolo, o meglio, in mare. I tre motori di accelerazione agivano tutti insieme con una spinta di 181 chilogrammi ciascuno. I tre motori di frenata, con una spinta di 450 chilogrammi ciascuno e un tempo di funzionamento di 10 secondi, venivano invece accesi uno dopo l’altro, con intervalli di 5 secondi. Due motori erano sufficienti , il terzo era di riserva. Un paracadute assicurava infine l’ammaraggio morbido. Altri 18 piccoli razzi a perossido di idrogeno da 0,5 a 11 chilogrammi di spinta piazzati intorno al tronco di cono permettevano all’astronauta di modificare l’assetto e la rotta. Una batteria ad argento-zinco da 24 volt provvedeva al rifornimento energetico della capsula.

Chiuso in questa minuscola prigione minata di propellente come una bomba e posta sulla cima di un razzo Redstone, Shepard aveva compiuto la sua parabola suborbitale sopportando 6 g alla partenza e 12 g all’atterraggio. Un altro test, sempre suborbitale, aveva fatto Virgil Grissom il 21 luglio 1961: l’ammaraggio era stato difficile, Grissom si era salvato ma l’astronave aveva imbarcato acqua e si era inabissata. Lo scimpanzé Enos aveva fatto poi un vero volo orbitale il 29 novembre 1961, con pieno successo. Questa era la poca esperienza accumulata quando John Glenn venne sigillato nella sua “Mercury” per il primo volo orbitale americano con un astronauta a bordo. Il razzo vettore nel frattempo era diventato un Atlas, più potente del Redstone ma meno sperimentato. Nome della missione: Friendship 7.

La missione di Glenn durò 4 ore e 55 minuti durante le quali la capsula completò tre orbite intorno alla Terra a una quota tra 160 e 262 chilometri. La discesa avvenne nell’oceano Atlantico a 1300 chilometri a sud-est dell’isola di Bermuda. L’errore rispetto al punto previsto fu di 64 chilometri. Per Glenn non mancarono motivi di grave apprensione. Alla seconda orbita si accese sul cruscotto una spia: segnalava che lo scudo termico si era staccato dal suo alloggiamento, cosa che invece doveva verificarsi solo nell’imminenza del rientro. Ogni tentativo di accertare l’entità del danno e di porvi rimedio risultò vano. La sala di controllo decise di continuare ugualmente la missione, anche perché non si vedevano altre alternative. Per Glenn si delineava il rischio di finire carbonizzato nell’attraversamento dell’atmosfera. Tutto invece andò liscio: unica precauzione, Glenn aprì il paracadute a 8500 metri di quota anziché a 5,6. Si scoprì poi che non c’era nessun problema se non il guasto della spia, che si era accesa senza motivo.

Assai più comodo fu 36 anni dopo il volo a bordo dello Shuttle Discovery, una missione in collaborazione tra la Nasa e il National Institute on Aging. Glenn interpretò il ruolo della cavia di lusso con grande efficienza e capacità professionale, partecipando anche alle attività secondarie della missione: il rilascio e il recupero di una piattaforma astronomica per studi sulla corona e sul vento solare e la validazione di alcuni strumenti che sarebbero poi stati installati sul telescopio spaziale Hubble. In orbita dal 29 ottobre al 7 novembre, sei milioni di chilometri percorsi in assenza di peso, Glenn rimane tuttora l’uomo più anziano che abbia affrontato un’impresa spaziale.

Nel suo destino scienza e propaganda si sono sempre intrecciate. Nel 1962 gli toccò pareggiare il conto con Gagarin e a ridare orgoglio agli Stati Uniti umiliati dall’Unione Sovietica. Trentasei anni dopo, alla vigilia del lancio della Stazione spaziale internazionale, fu ancora lui a restituire smalto a una Nasa appannata e ad aiutare il presidente Clinton a far dimenticare lo scandalo della sua storia con Monica Lewinski. Ci fu però un «effetto Glenn» più importante: grazie al “vecchietto in orbita” le imprese spaziali tornarono in prima pagina sui giornali e così le nuove generazioni poterono riscoprirne il valore scientifico e l’importanza tecnologica.

Nato il 18 luglio 1921, oggi Glenn ha novant’anni. Alle spalle ha una storia avventurosa. Si arruolò come pilota nei Marines all’indomani dell’attacco giapponese di Pearl Arbour e combatté nella seconda guerra mondiale. Poi partecipò come pilota collaudatore alla guerra di Corea. Selezionato dalla Nasa, divenne l’eroe della “Mercury”. Lasciata la Nasa nel 1964, fu eletto senatore nel partito democratico




Powered by ScribeFire.

Quando Elisabetta nella casa sull’albero divenne regina

La Stampa

In questo giorno di 60 anni fa, durante un viaggio in Kenya rischiò di morire e ricevette l’annuncio della morte del padre




1981 - Con Carlo e Diana E’ marzo e Carlo e Diana sono ancora fidanzati, la regina li riceve a Buckingham Palace. Il matrimonio si celebrerà nel luglio dello stesso anno.




RICHARD NEWBURY
londra

La principessa Elisabetta quasi morì lo stesso giorno di suo padre. Lei e il principe Filippo stavano compiendo, in rappresentanza del re malato, un viaggio ufficiale in Nuova Zelanda e Australia, Paesi che avevano dato un grande contributo alle forze alleate in Europa e Oriente. Per evitare la rivolta di Nasser in Egitto e visitare una colonia che aveva donato loro un casino da safari come regalo di nozze, la coppia reale aveva fatto tappa in Kenya. Il Sagana Lodge era fatto di legno di cedro e si trovava sulla sponda del fiume Sagana, nella riserva di caccia della foresta di Aberdare, presso Nyeri.

Il 5 febbario 1952 avevano lasciato il casino per passare la notte all’hotel Treetops. Questo non era tanto un hotel quanto piuttosto una palafitta costruita su un albero di fico gigantesco, con tre camere da letto, una sala da pranzo e una piccola stanza per una guardia del corpo. Sotto la casa sull’albero c’erano un blocco di sale e una grande vasca dove rinoceronti, facoceri e grandi felini venivano a bere.
C’erano anche selvaggi nella foresta, e fu soprattutto contro i Mau Mau più che per il safari che Jim Corbett, il più famoso cacciatore di animali feroci in India e Africa, portò un fucile di grosso calibro. Tutto pareva tranquillo, ma un’ora prima che i reali arrivassero a piedi, un branco di 47 elefanti aveva invaso la radura sotto la casa sull’albero, con cinque mucche coi loro vitelli. Una federa bianca sventolava dal tetto per avvertirli del pericolo.

Videro un’enorme mucca con due vitelli ferma vicina alla casa sull’albero che sbatteva le orecchie. Era a cinquanta metri da loro. Alcuni alberi avevano scale ma un elefante girava lì intorno. La principessa Elisabetta si mosse in avanti con cautela scansando l’elefante e salì la scala di dieci metri fin dentro il Treetops. L’interno era stato addobbato con quelli che sembravano festoni in loro onore, ma che risultarono poi essere carta igienica che un branco di babbuini aveva trovato in bagno e con cui si era poi messo a giocare.

Elisabetta stava per scendere da quella casa sull’albero come regina del Kenya e di molto altro. Quella notte, Giorgio VI morì nel sonno. Come ricorda Pamela Hicks, figlia di «Dickie» Mountbatten e dama di compagnia della principessa, «eravamo stati probabilmente gli ultimi al mondo a sapere».

Martin Charteris, segretario personale di Elisabetta, ebbe la notizia dal corrispondente Reuters a colazione in un hotel sulla costa. Alle 2,45 del pomeriggio ora locale (erano le 11,45 del mattino a Londra) cercò di contattare Mike Parker, dignitario australiano del principe Filippo, e lo avvertì. Filippo portò la moglie venticinquenne in giardino e parlarono a lungo. Per lei, non era altro che il compimento del suo destino. Per lui, era tutto ciò che aveva temuto: la fine della sua vita indipendente, la fine di ogni carriera in Marina o di realizzazione personale.

Il suo dignitario, che era anche suo grande amico, ricorda: «Sembrava che gli fosse caduto il mondo addosso. Non mi sono mai sentito così triste per nessuno in vita mia». Quando Martin Charteris arrivò con i documenti dell’Ascesa al trono - che, conoscendo le condizioni del re, aveva portato con sé - così descrive la scena: «Ho questa immagine nella mia mente, nel Sagana Lodge il 6 febbraio 1952. La regina siede alla sua scrivania, matita in mano, mentre il principe Filippo è sdraiato su un sofà e tiene aperto il “Times” sulla faccia. Sentii in quell’istante che qualcosa era cambiato, e lo era davvero». E continua: «La donna che ora dobbiamo chiamare “regina” sedeva dritta, senza lacrime, nella piena accettazione del suo destino».

La prima domanda da porle doveva essere quale nome scegliesse. Poteva, come il padre e il nonno, usare il secondo nome e diventare Mary III, ma lei rispose diretta come sempre: «Il mio nome, naturalmente, che altro?». Pamela Hicks ricorda che «nel suo solito, straordinario modo, quando entrai lei stava pensando anche a tutti gli altri. E disse: “Oh grazie. Mi spiace che questo significhi che dobbiamo tornare in Inghilterra e sconvolgere i programmi di tutti». Come segno di quanto i tempi siano cambiati, Charteris chiese ai fotografi sulla strada per l’aeroporto la cortesia di non scattare fotografie e tutti tennero le macchine lungo i fianchi.

«Lei guardava fuori dal finestrino per conto suo, poi a un certo punto mi chiese: “Che cosa succederà quando torniamo a casa?” Mi resi conto che davvero non sapeva cosa aspettarsi». L’atmosfera di festa si mutò in lutto mentre l’aereo atterrava. Il primo ministro Winston Churchill e il leader dell’opposizione Clement Attlee erano in attesa: la regina discese la scaletta da sola, col principe Filippo quattro gradini dietro la moglie ormai sovrana. A Clarence House lei trovò Lascelles, l’ultimo segretario del re, già coi documenti pronti per la firma. Il primo riguardava un caso di molestie nell’esercito e la possibile clemenza da parte della regina.

La regina era ora il capofamiglia; il marito era ora suo suddito e la madre e la sorella relegate in un limbo e ufficialmente senza casa. La regina madre era così preoccupata che divenne inavvicinabile e piena di risentimento, ed era gelosissima del fatto che la figlia diventasse Regina. La principessa Margaret, la preferita del padre, si consolò seducendo un’altra figura paterna nel colonnello Peter Townsend, scudiero di Re Giorgio.

Filippo, prima dell’ascesa al trono della regina, era stato innegabilmente e con forza il capofamiglia: «In casa, qualsiasi cosa facessimo, la facevamo assieme. Suppongo di aver occupato naturalmente la posizione preminente. La gente veniva da me a chiedere cosa fare».

Ora il lavoro della regina era aumentato tanto da richiedere un suo proprio staff, che in più modi sembrò lavorare contro il principe Filippo.

«Siccome è la sovrana, tutti vanno da lei», spiegò Filippo in seguito. «Se hai un re e una regina, ci sono cose per cui la gente automaticamente va dalla regina. Ma se la regina è anche “la Regina”, vanno da lei per tutto. Per molti del personale, per esempio, il fatto che si rivolgano alla regina è importante per loro, ed è difficilissimo persuaderli a non andare da lei ma a venire da me. Non sono altro che una dannata ameba», tuonò.




Powered by ScribeFire.

Il caso della «Chariot» , la nave-fantasma sull'asse Mosca-Damasco

Corriere della sera

Il mercantile è stato costretto a rifugiarsi per una tempesta nella rada di Limassol ed è stato controllato dalla dogana cipriota



La nave «Chariot» avrebbe trasferito armi russe in SiriaLa nave «Chariot» avrebbe trasferito armi russe in Siria
WASHINGTON - Gli Usa vogliono ostacolare l’afflusso di aiuti militari alla Siria. Questo è ciò che ha solennemente dichiarato domenica il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Impegno che sarà complicato da fare rispettare, a meno che siano autorizzati abbordaggi alle navi che ogni tanto riforniscono il regime. Senza dimenticare che Mosca ha ribadito che continuerà nell’assistenza perché le sue armi non sono usate nella repressione. Affermazione sorprendente ma che permette ai russi di proseguire sulla via di Damasco. Il regime di Assad può contare su diverse filiere. La prima è quella marittima. E’ emersa in modo clamoroso a metà gennaio con il caso della «Chariot». Il mercantile è stato costretto a rifugiarsi per una tempesta nella rada di Limassol (Cipro) e qui - forse per un’imbeccata - è stato controllato dalla Dogana. A bordo quasi 60 tonnellate di munizioni russe acquistate dai siriani. La nave è stata però fatta ripartire con l’impegno che non si sarebbe diretta in Siria. Cosa che invece ha fatto grazie all’atteggiamento dei ciprioti che non volevano fare un dispetto a Mosca.

IL GOVERNO - Il governo locale è in buoni rapporti con il Cremlino, l’isola fa affari con i russi e poi in estate si è verificato un incidente devastante. Un carico di armi, sequestrato su un cargo, è esploso lasciando al buio migliaia di persone e provocando una dozzina di vittime. Tutto ciò ha permesso alla nave di lasciare Limassol. Il capitano della «Chariot» ha quindi spento l’Ais (il segnalatore di posizione) ed ha fatto rotta su Tartus, dove ha consegnato il carico. Poi è ripartito e ancora oggi la «Chariot» incrocia nelle acque del Mediterraneo. Ambienti marittimi segnalano che piu' di una volta ha disattivato l’Ais. C'è poi un altro aspetto importante e non legato agli ultimi eventi. Il settore di mare tra Cipro e la Siria è sempre stato uno dei «boschi», termine per indicare zone dove restano in attesa le navi del contrabbando. Proprio su Corriere.it abbiamo raccontato in settembre come si svolgono i traffici.

La seconda filiera è quella terrestre. Il 10 gennaio al posto di frontiera turco di Oncupinar la polizia ha fermato 4 camion partiti dall’Iran e diretti ad Aleppo (Siria). All’interno dei veicoli materiale suscettibile di impiego militare. Fonti diplomatiche hanno confermato che Teheran ha proseguito in questi mesi le forniture belliche all’alleato siriano. Missione coordinata dal capo dell’Armata Qods dei pasdaran, generale Solimani. Il problema per i siriani è che la Turchia è parte in causa, sostiene la rivolta e non è disposta a tollerare passaggi di armi. A settembre Ankara ha deciso di interdire il passaggio di voli cargo sospetti, ma l’Iran starebbe usando - secondo notizie emerse in dicembre - aerei di due compagnie passeggeri. Ovviamente non possono trasferire equipaggiamento pesante ma tutto ciò che arriva (munizioni, gas lacrimogeni «forti», apparati di comunicazione) è comunque utile in una crisi che rischia di essere lunga.



Redazione Online6 febbraio 2012 | 8:44



Powered by ScribeFire.