sabato 4 febbraio 2012

Cuba, no al visto d'uscita per Yoani La blogger: "Non mi sorprendono"

La Stampa

L'Avana per la 19esima volta non concede il permesso.
La Sanchez era stata invitata in Brasile alla presentazione di un documentario






GORDIANO LUPI


Il governo cubano è tornato a negare il permesso di uscita dal paese a Yoani Sánchez, che in questa occasione lo aveva chiesto per recarsi in Brasile dove era stata invitata alla presentazione di un documentario.

La stessa blogger ha reso noto tramite Twitter questo diciannovesimo rifiuto a una richiesta di concessione di permesso per uscire dal suo paese. «Nessuna sorpresa. Continuano a negarmi il permesso di uscita», scrive Yoani Sánchez. Yoani Sánchez era stata invitata dal regista Claudio Galvao da Silva, autore di Conexión Cuba-Honduras, documentario che affronta il tema della repressione della libertà di espressione nell’isola caraibica e durante il colpo di Stato che nel 2009 depose il presidente honduregno Manuel Zelaya. La blogger aveva inviato una lettera alla presidentessa brasiliana, Dilma Rousseff, per chiedere di intercedere con Raúl Castro, ma non è servita a niente.

I motivi economici che legano i due paesi sono stati più importanti delle idee socialdemocratiche della Rousseff. Il Brasile ha concesso il visto di ingresso alla blogger, ma il governo cubano non ha seguito lo stesso ragionamento. Yoani ha continuato a protestare su Twitter: «A che serve costruire un porto grande e moderno come quello di Mariel (con capitale brasiliano, nda) se non potremo usarlo liberamente? Hanno arrestato di nuovo Guillermo Fariñas - premio Sacharov 2010 - il nostro governo segue la stesa routine, nella repressione dei diritti e nel negare il permesso di uscita. Raúl Castro è in viaggio verso il Venezuela e a me non mi lasciano viaggiare. Cose tipiche del totalitarismo! Mi sento come una persona sequestrata da qualcuno che non ascolta e che non dà spiegazioni. Il nostro governo indossa un passamontagna e tiene la pistola alla cintura. Non conosce l’articolo 13 della Dichiarazione dei Diritti Umani. Ringrazio tutti coloro che hanno inviato messaggi di solidarietà dopo questo nuovo divieto di viaggiare deciso dal governo».




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Fini Gianfranco e l'appartamento di Montecarlo Ecco come il presidente l'ha fatta franca

Libero

I magistrati hanno riconosciuto che la vendita della casa di Boulevard Princesse Charlotte al cognato è stato un danno, ma non una truffa





Il danno, hanno riconosciuto i magistrati, c’è stato. La truffa, però, no. E questo perché, ha spiegato il gip romano Carlo Figliolia nel procedimento con il quale il 14 marzo 2011 ha archiviato la posizione di Gianfranco Fini e dell’ex segretario amministrativo di An, Francesco Pontone, in relazione alla vendita dell’appartamento di Montecarlo, «per la natura stessa dell’ente (l’ex partito An), associazione non riconosciuta (partito politico) e per le prerogative di coloro che hanno agito, non si è verificata quella falsa rappresentazione della realtà» necessaria «per l’integrazione del reato ipotizzato». La truffa, appunto. Ma se non c’è il reato, le nubi intorno a quella vicenda che ha tenuto banco per sette mesi non si sono mai diradate.

Nubi che a buon titolo popolano quella zona grigia nella quale da sempre operano i partiti. Sono gli stessi magistrati ai quali si erano rivolti due ex militanti di An per fare luce sulla contestata vendita di quell’appartamento al primo piano del numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte, nel Principato di Monaco, a denunciarlo. Il 26 ottobre 2010 già il capo della procura di Roma, Giovanni Ferrara, e il suo aggiunto, Pierfilippo Laviani, avevano chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto dopo l’esposto presentato dalla Destra di Francesco Storace. Poiché la transazione oggetto del ricorso riguardava un’«associazione non riconosciuta», ovvero il partito An, «non era neanche ipotizzabile l’ipotesi delittuosa prevista dell’articolo 2634 del codice civile, prevista unicamente per gli amministratori di società».

L’articolo in questione prevede, per la cronaca, il reato di infedeltà patrimoniale, punibile con una pena da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni. Ma se per le società commerciali amministratore e patrimonio sono due entità separate, per le associazioni - e quindi i partiti - non è così. Insomma, chi amministra o gestisce i beni di un’associazione è responsabile del patrimonio come se fosse suo. Ragion per cui, vendendo quella casa ad una società off shore ad un prezzo tre volte inferiore il reale valore di mercato (300mila euro invece degli 819mila certificati dalla camera immobiliare monegasca) e lasciandoci per giunta dentro il “cognato” dell’attuale presidente della Camera, Giancarlo Tulliani, è come se Fini e Pontone avessero fatto male a lorostessi. Fatti loro. Ciò non toglie, ha osservato il gip sposando la tesi dei pm, che l’immobile sia «stato ceduto a un prezzo inferiore a quello di mercato».

Lungo la rotta che li ha condotti verso l’archiviazione, i magistrati di piazzale Clodio hanno trovato molti scogli cui appigliarsi. Il più significativo è stata sicuramente la legge numero 51 del 23 febbraio 2006, quella che stabiliva «l’esonero degli amministratori dei partiti e movimenti politici dalla responsabilità per le obbligazioni contratte in nome e per conto di tali organizzazioni, salvo che abbiano agito con dolo o colpa grave». Poche righe che però, insieme alla natura di associazione non riconosciuta riservata ai partiti, hanno giocato un ruolo decisivo nell’orientare le scelte delle toghe romane sull’affaire monegasco.

La vicenda, venuta alla ribalta nell’estate del 2010, ha tenuto sotto scacco Fini per sette mesi. Soprattutto dopo la scoperta che in quell’appartamento, donato ad An nel 1999 da una sostenitrice, la contessa Anna Maria Colleoni, viveva il fratello di Elisabetta, la compagna del presidente della Camera. Fu lui che funse da intermediario per la prima vendita, quella da An alla società Printemps Ltd di Santa Lucia (Caraibi). Pochi mesi dopo, però, l’immobile passò ancora di mano, stavolta alla Timara. Società di cui Tulliani, ha rivelato il governo dell’isola, era all’epoca il «beneficial owner». Letteralmente, il «proprietario beneficiario».

di Tommaso Montesano
04/02/2012




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Quando i rivoluzionari erano ancora i neri

di -

Alberto Garlini per la prima volta racconta «da destra» gli anni della contestazione e delle trame neofasciste


Negli anni del grande ballo in maschera c’erano anche loro. Erano di meno, certo. Si riconoscevano da lontano, non solo per i vestiti, era il modo di camminare, di contarsi, di guardarsi negli occhi.






Anche questi avevano vent’anni, con la stessa rabbia, sulla scena in quel rito di massa che portava la gioventù al centro della storia. Solo che erano i fascisti, i neri, la parte sbagliata della storia, gente che camminava sulla stessa strada, ma controcorrente. Sparlavano di rivoluzione, una rivoluzione conservatrice, tanto che a volte le due facce di quella stagione si assomigliavano parecchio, e forse lo sapevano anche loro, rossi e neri, di avere in fondo lo stesso odore. Questo non gli impediva di caricarsi come furie, e di azzannarsi e di ammazzarsi, come fanno gli uomini quando vogliono segnare il territorio. Tutti e due volevano bruciare il sistema, convinti che l’ultima campana della borghesia stesse per suonare. «Il capitalismo sta cominciando a morire. Il capitalismo è già morto. Il capitalismo morirà. C’è una feroce isteria nell’aria, basta osservare l’odio fra le persone, le invidie, i valori infinitamente meschini che scatenano odi ancora più meschini. C’è qualcosa nell’Occidente che crea odio: odio nell’università, nel teatro, tra i giovani di destra e sinistra, nella musica rock, negli autostoppisti, nel sesso, nei film».


Queste ultime cose le scrive Alberto Garlini in La legge dell’odio (Einaudi), lungo romanzo di uno squarcio di storia italiana, raccontato con gli occhi di chi ha il cuore nero, minoranza nella minoranza, ai margini del loro stesso partito di riferimento, figli e ribelli del Msi, ragazzi che come gli altri pensavano alla rivoluzione, ma invece che guardare alla Cina lontana si sono rifugiati nella Grecia dei colonnelli. Il romanzo di Garlini farà discutere. Perché i neri lo accuseranno di non aver capito nulla e i rossi di aver usato gli occhi sbagliati. Comunque sia lui, nato nel 1967, in questa storia fa la parte dell’intruso. Racconta quello che ancora si fa fatica a raccontare in un romanzo. E parte da una domanda. Chi sono i neri? Che ruolo hanno avuto nel grande party, nel ballo in maschera, in quella che oggi appare a chi non c’era solo una grande sbornia collettiva? Garlini parte da due fotografie.



La prima è a Valle Giulia, 1° marzo 1968, è lì, quel giorno, che comincia la leggenda della contestazione. In quell’immagine, in prima fila, non ci sono solo i rossi. Ci sono i neri. La guerriglia contro i celerini porta sul selciato quelli di Lettere e quelli di Giurisprudenza, i due opposti sthendaliani della rabbia anti borghese. Solo che poi i neri sfumeranno, s’inabissano nel ricordo e riemergono come anime oscure accanto agli anarchici nella bomba di piazza Fontana. All’inizio sono diversi, ma non ancora nemici. È dopo che si divideranno il piombo faccia a faccia e cadranno ognuno a proprio modo nel delirio del terrorismo. L’altra foto, quella dello iato, è alla Sapienza. È il giorno in cui Almirante arriva nella città universitaria per riportare l’ordine e dire ai neri che loro non stanno con la rivoluzione. È qui che i destini si separano, anche se gli uni e gli altri continuano a riconoscersi dall’odore, ma è un odore di morte.


Garlini comincia a seguire le strade di Stefano e Franco. Non scriverà mai i loro veri cognomi, ma non è difficile intuire fin da subito che si chiamano Delle Chiaie e Freda. È un viaggio che ti porta ai confini della Jugoslavia, nel Triveneto dove ogni stanza è un covo di rossi o di neri, nelle rivendicazioni nazionaliste di Trieste, da cui si partirà poi per inseguire le arterie delle guerre sporche, dal Sudamerica fino al Libano. È quel mondo di uomini in grigio, di servizi segreti che gettano tensione sull’odio, muovendosi come fantasmi nelle retrovie e nelle teste dei rossi e dei neri, non importa che si chiamino Br o siano ballerini anarchici o facciano manovalanza per trame più grandi di loro. Tutti quanti si portano nel cuore una bestia irrazionale. «Sceso dagli alberi l’uomo primitivo si trovò davanti il deserto e le belve. C’era una bestia specializzata nella caccia all’uomo: il dinofelis. Un felino meno agile del ghepardo, ma di corporatura molto robusta. Sai cosa pensano alcuni antropologi? Che gli uomini, in certi periodi dell’anno, durante le piogge, quando tutta l’Africa era un pantano, fossero costretti a convivere con il dinofelis nelle stesse caverne. Ogni tanto si sentiva un ghigno, il felino allungava gli artigli e si mangiava un uomo \\\\\\\\\\\\\\\\ I primitivi non conoscevano ancora il fuoco e, per non morire tutti, dovevano stare dentro le grotte, al buio, aspettando il morso della bestia.


Ognuno di noi ha una bestia dentro di sé».


Garlini è un metamorfo. Cerca di entrare nel corpo dei suoi personaggi, va alla ricerca dei pensieri più arcaici, delle loro paure, come si vedono e si rappresentano. Lo ha fatto inseguendo Pasolini in Futbol Bailado (2004), che resta il suo romanzo più intenso e magico. Lo ha fatto accarezzando la sensibilità di Pier Vittorio Tondelli, spirito fragile degli anni ’80, in Tutto il mondo ha voglia di ballare (2007). Questa volta s’immerge in un falò di illusioni che lasciano sul terreno solo cenere e macerie, consumando le speranze fino a farle diventare scarne come il più disperato cinismo.
Quella voglia di odio non si è ancora consumata. Prende altre forme, s’incarna in altri nemici. Non si sa se e come esploderà e a quale livello di combustione la disillusione, e le paure dei senza speranza, diventano terrore, piombo. Il dubbio è che i rossi e i neri abbiano messo in scena un grande gioco di ruolo, un reality della rivoluzione. Come dice un amico se ci fossero già stati i videogame forse si sarebbero ammazzati di meno. Quelli che hanno sparato, dichiarando guerra allo Stato, si sono immedesimati totalmente nell’illusione. Quelli che ancora oggi contano eroi e martiri sappiano che sono morti senza un senso. La rivoluzione era solo il tributo alla bestia della caverna.



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La carestia in Somalia, così è finita l'emergenza

Corriere della sera

Migliorati i raccolti e l'accesso alle popolazioni


Mark Bowden, il coordinatore delle Nazioni Unite per la Somalia, ha annunciato ieri la fine della fase acuta della crisi umanitaria che ha attanagliato per mesi l'ex colonia italiana: «Le piogge sono state abbondanti e il raccolto eccezionale - ha detto -. Il numero delle persone che sono a rischio denutrizione per fame si è ridotto moltissimo».

Ma Bowden ha anche messo in guardia: «Attenzione, però, a cantare vittoria. La situazione è ancora assai precaria. Potrebbe deteriorarsi in maggio. Dobbiamo vigilare ed essere pronti a intervenire ancora durante l'estate».

Il 20 luglio scorso le Nazioni Unite avevano dichiarato lo stato di emergenza umanitaria in due regioni del sud della Somalia. Avevano poi esteso l'attenzione prima a sei e poi a otto regioni. In pericolo di vita a quel punto c'erano 750 mila persone, scese a 250 mila in novembre. Era stato calcolato che a rischio denutrizione, nel momento più critico, c'erano 4 milioni di somali. Ora quella valutazione, spiega un comunicato, è scesa a 2,34 milioni.

Una telefonata a un ospite del campo profughi di Badbado, uno dei più grossi di Mogadiscio, incontrato in agosto, non riflette quanto annunciato dalle Nazioni Unite: «Qui ancora il cibo è scarso - spiega Yussuf Hassan - e non si vede una via d'uscita. Io a casa non torno. Ho paura degli shabab (cioè gli integralisti legati ad Al Qaeda che combattono contro il governo federale di transizione e i suoi alleati, ugandesi, burundesi, etiopi e kenioti, ndr ), ma temo anche che, una volta fuori di qui, non riuscirò a trovare più niente da mangiare. Ho due mogli e 6 figli da mantenere».

Nei campi profughi a Mogadiscio ci sono più o meno 180 mila ospiti, le cui condizioni sono molto preoccupanti. In quei rifugi, incontrollabili, gli shabab reclutano i loro miliziani, li addestrano e, talvolta, li trasformano in micidiali kamikaze. Non si sa bene quale sia la situazione umanitaria nelle zone dell'interno della Somalia sotto il loro controllo.

Lunedì scorso gli insorti hanno cacciato dalle loro zone gli operatori della Croce Rossa, una delle poche organizzazioni internazionali che avevano avuto il permesso di operare. Ufficialmente è stata accusata di distribuire cibo scaduto, denuncia che, però, appare priva di fondamento: «Abbiamo saputo che c'erano derrate alimentari non in regola - ha spiegato un funzionario -. Le abbiamo distrutte, prima di qualunque distribuzione. L'ordine di espulsione ci rattrista. La gente ha bisogno di noi e del nostro aiuto».

In Somalia, l'uso della fame come arma di lotta comincia negli anni '90, quando i signori della guerra, senza alcuna remora etica, strangolavano la popolazione locale che doveva servire i loro interessi. Sembra che questa regola sia stata fatta propria anche dai gruppi religiosi oltranzisti, quelli, per intenderci, che hanno importato in Somalia la pratica degli atti di terrorismo organizzati da attentatori suicidi.

Preoccupata l'organizzazione umanitaria britannica Oxfam. Senait Gebregziabher, da Nairobi dove coordina gli interventi in Somalia, spiega: «Gli aiuti internazionali hanno permesso a 125 mila bambini di uscire da una condizione di grave malnutrizione. Ma la lotta contro la carestia e contro la fame non è affatto conclusa. Non possiamo e non dobbiamo cantare vittoria. È bene ricordare che questa è la crisi umanitaria peggiore dai primi anni '90. È vero che questa stagione i raccolti sono ottimi, il numero di capi di bestiame è aumentato e i prezzi sono scesi, ma, a causa della guerra, l'instabilità della regione impedisce l'arrivo di aiuti a decine di migliaia di persone. I risultati raggiunti finora potrebbero andare persi se il conflitto prosegue, se l'accesso diventa più complicato o se la comunità internazionale ridurrà gli aiuti».

Senait Gebregziabher è un po' scettica: «Non dobbiamo abbandonare la Somalia dicendo "beh, la crisi è finita"». Le statistiche dicono che la carestia non c'è più. Ma esiste il fondato timore che la situazione sarà di nuovo gravissima se la popolazione somala non potrà prendersi cura dei raccolti e del bestiame e se non avrà libero accesso all'acqua potabile e al cibo».


Massimo A. Alberizzi
twitter @malberizzi
africaexpress.corriere.it4 febbraio 2012 | 10:41

Fidel Castro, il «giallo» della scomunica

La Stampa

Nel gennaio 1962 i giornali scrissero che il «líder maximo» era stato scomunicato dalla Santa Sede e da allora tutti attribuiscono la decisione alla volontà di Giovanni XXIII, che non ne sapeva nulla




Andrea Tornielli
Città del Vaticano


Tra qualche settimana Benedetto XVI compirà un viaggio impegnativo in Messico e a Cuba, tornando nell’isola caraibica quattordici anni la storica visita di Giovanni Paolo II. Alla presidenza non c’è più Fidel Castro, gravemente malato, ma il fratello Raul e si sta lavorando alla possibilità che quando il Pontefice visiterà il presidente nella sua residenza, possa essere presente anche il fratello, se le sue condizioni di salute lo permetteranno. Il possibile incontro tra Papa Ratzinger e il «líder maximo» rende nuovamente attuali le voci ricorrenti di un avvicinamento di Fidel alla fede. L’ormai ex presidente cubano, del resto, era stato educato dai gesuiti. E si torna anche a citare la scomunica che sarebbe piovuta sul suo capo per volere di Giovanni XXIII, oggi beato. Il motivo? Il decreto di scomunica per i comunisti, pubblicato nel 1949 da Pio XII e reiterato nel 1959 da Papa Roncalli.

In effetti, la notizia della scomunica del «Papa buono» contro Fidel viene rilanciata un po’ dappertutto sul web e datata 3 gennaio 1962. Che cosa accadde quel giorno? A parlare di scomunica fu l’arcivescovo Dino Staffa, in quel momento segretario della Congregazione per i seminari, noto studioso di diritto canonico. Paolo VI l’avrebbe promosso al tribunale della Segnatura apostolica e quindi creato cardinale nel 1967. I giornali lo presentarono come un «altissimo prelato» della Segreteria di Stato, anche se in realtà non aveva ruoli in quell’ufficio. Innanzitutto, le motivazioni addotte da monsignor Staffa non riguardavano il comunismo, ma la violenza contro i vescovi. Il prelato, esperto canonista, disse in sostanza che Castro si doveva considerare scomunicato in forza del Codice di diritto canonico, che prescrive automaticamente questa gravissima sanzione per coloro che usano violenza ai vescovi o cooperano nel rendere possibili questo tipo di atti. Si trattava, dunque, della considerazione fatta da uno studioso di diritto canonico, non di una scomunica comminata in quel momento.

Perché, allora, Staffa disse ciò che disse e proprio quel giorno? L’arcivescovo Loris Capovilla, all’epoca segretario particolare di Giovanni XXIII, cade dalle nuvole circa la scomunica a Fidel, della quale non era a conoscenza e fa notare come anche nel caso dei vescovi cinesi ordinati senza il mandato di Roma, il Pontefice fece un cenno a loro in un discorso ricordando la disciplina vigente, ma senza pronunciare scomuniche. Non deve però sfuggire una coincidenza temporale. Proprio in quei giorni del gennaio 1962, Papa Roncalli aveva  risposto ad un messaggio augurale del presidente cubano Osvaldo Dorticós Torrado, esprimendo «sinceri voti di cristiana prosperità per il diletto popolo cubano». Inoltre, era stato deciso che nei giorni successivi il nuovo ambasciatore di Cuba, Amado Blanco y Fernandez, avrebbe presentato al Papa le credenziali, dopo che per un anno l’ambasciata cubana presso la Santa Sede era rimasta affidata ad un incaricato d’affari ad interim.

Tre mesi prima erano stati espulsi da Cuba il vescovo Eduardo Roza Masvidal e altri 135 sacerdoti, e a questi episodi, come pure più in generale ai problemi della Chiesa cubana, si riferiva nella sua dichiarazione l’arcivescovo Staffa. Non è escluso, vista la concomitanza temporale con il messaggio di Giovanni XXIII al presidente dell’isola caraibica, che si sia pensato di bilanciare l’effetto – considerato troppo aperturista –delle parole di Papa Roncalli, ricordando pubblicamente che cosa prevedeva la legge canonica per chi agiva in un certo modo contro le gerarchie cattoliche. Di certo vi furono pressioni per un pronunciamento pubblico del Pontefice, cui sarebbe spettato comminare la scomunica contro il «líder maximo», ma Roncalli non volle acconsentire, per non peggiorare la situazione già difficile nei rapporti tra la Chiesa cubana e il governo castrista. Non vi furono dunque scomuniche ad personam nei confronti di Fidel Castro, né Giovanni XXIII prese decisioni in questo senso.

La linea della Segreteria di Stato (guidata prima dal cardinale Domenico Tardini, in carica quando scoppiò la rivoluzione cubana, e poi dal cardinale Amleto Cicognani, in carica in quel gennaio 1962) era quella di evitare strappi e rotture, come pure di cercare di far rimanere sacerdoti e missionari al posto. Ciò non significa che la Santa Sede e lo stesso Pontefice, non fossero ben coscienti, e ben informati, delle difficoltà che viveva la Chiesa cubana. Il 13 aprile 1962, dopo aver ricevuto monsignor Cesare Zacchi (Paolo VI lo eleverà poi all’episcopato nominandolo nunzio a l’Avana), Giovanni XXIII annotava sul suo diario: «Notevole mons. Zacchi, uditore della nunziatura di Cuba dove multae lacrimae rerum». Un riferimento alla situazione dolorosa dell’isola. E il 14 novembre 1962, poco dopo la famosa crisi dei missili cubani, Papa Roncalli riceverà alcuni vescovi dell’isola, annotando nell’agenda: «Poi venne il gruppo dei vescovi rappresentanti di Cuba, che mi informano della condizione dolorosissima di là… Oh! Quanto bisogna pregare e far pregare».



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Illegittimo il licenziamento della lavoratrice madre che rifiuta il turno notturno

La Stampa


E’ senz’altro censurabile il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, se non viene fornita la prova dell’impossibilità di ricollocare in altro turno la lavoratrice che legittimamente rifiuta di svolgere le sue mansioni in orario notturno. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 23807/11.


Il Caso

Una lavoratrice, addetta a mansioni di pulizia dei macchinari aziendali con turni notturni, dopo essere stata adibita a turno diurno con orario part-time, in occasione di un periodo di cassa integrazione, si rifiuta di tornare all’originario turno notturno ed è licenziata dalla datrice di lavoro per giustificato motivo oggettivo. Il Tribunale accoglie il ricorso della dipendente, volto a far dichiarare illegittimo il licenziamento, e la Corte d’appello conferma la decisione. La società propone ricorso per cassazione.

I giudici di merito hanno affrontato la questione partendo dal rifiuto della lavoratrice di tornare a svolgere le sue mansioni sul turno notturno, dopo la cessazione della CIG: tale rifiuto è stato giudicato legittimo, ex art. 11, comma 2, d. lgs. 66/2003, in quanto la lavoratrice era madre di un bambino di età inferiore a tre anni. A fronte di tale rifiuto, per poter licenziare per giustificato motivo oggettivo la società datrice avrebbe dovuto fornire la prova dell’impossibilità di adibire la dipendente a mansioni alternative diurne. Prova che non è stata fornita. La Cassazione conferma le valutazioni dei giudici territoriali, anche perché i motivi di ricorso si rivelano infondati e inammissibili laddove si risolvono in una richiesta di riesaminare nel merito il quadro probatorio.


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Il mago italiano degli algoritmi che è pronto a sfidare Google

Corriere della sera

«La mia invenzione rivoluzionerà i motori di ricerca». Lunedì presenterà in streaming mondiale la sua ultima invenzione



MILANO - Attesa e mistero, profondo. Non solo in Italia ma nei cinque continenti. «Quello che presenterò lunedì non è un semplice motore di ricerca, un semplice miglioramento di Google, ma qualcosa di nuovo, di diverso che con Google finora non si riesce a fare».

ALGORITMI - Difficile non credere a Massimo Marchiori che è stato l'inventore dell'algoritmo sul quale Larry Page fondatore del più celebre dei «motori» ha costruito così la sua fortuna. E lunedì, in streaming mondiale, Marchiori presenterà il suo risultato dal Palazzo del Bo, cuore dell'Università di Padova dove insegna. «Ci sto lavorando da quattro anni», precisa, «da quando ho fondato una piccola società, una start-up battezzata Volunia come il mio nuovo motore». Ma che cosa sarà capace di fare? «Il segreto», risponde sorridendo, «sta nello slogan che ho scelto per lanciarlo, "cerca e incontra"; le due parole racchiudono e spiegano tutti i significati delle nuove capacità che entro cinque anni saranno normali funzioni di tutti i motori di ricerca, da Google a Yahoo».


SVILUPPO - L'idea era coltivata da Marchiori da tempo. Ora, dopo un lungo sviluppo, è diventata uno strumento matematico efficace. Il collaudo, durato molti mesi, lo conferma e quindi non restava che uscire allo scoperto, nel mercato, prima che qualche indiscrezione favorisse concorrenti agguerriti nel cercare nuove possibilità sul web. La storia di come sia arrivato al traguardo sembra una corsa a ostacoli e solo la sua passione di «italiano protagonista in patria» lo ha sostenuto e ha vinto. Cambiando metodo rispetto alla sua prima conquista balenata quando ancora era studente. «Allora il mio algoritmo Hypersearch lo presentai a un congresso», racconta. «Larry Page ne fu affascinato, mi chiese di utilizzarlo e siccome era un lavoro libero senza brevetto lo impiegò nel migliore dei modi». Intanto le idee di Marchiori marciavano oltre.

EMIGRATO - Lavorava al Mit di Boston con Tim Berners-Lee che lo assunse battendo un pugno sul tavolo per non perdere l'occasione di un collaboratore geniale. Ma poi desiderava tornare «per dimostrare che anche nel nostro Paese possiamo raggiungere importanti risultati». E questo lo dice nonostante i rifiuti che lo costrinsero a emigrare in Olanda dove venne assunto prima ancora di laurearsi. Quindi da Boston e da protagonista della ricerca informatica mondiale entrava all'Università di Venezia con uno stipendio di mille euro al mese e tante promesse. «Ma non le mantenevano mai e così dopo sei anni ho concorso a Padova dove ora insegno con duemila euro al mese e tanta soddisfazione». Qui ha concretizzato la nuova idea. Ricevette molte proposte di finanziamento e scelse l'offerta del sardo Mariano Pireddu. Aggiunse la disponibilità di una piccola società di Scandiano, a Reggio Emilia, sconosciuta da noi ma famosa al di fuori dei confini come fabbricante di server e supercomputer, e creò Volunia con sede alla periferia industriale di Padova.

BUROCRAZIA - «Ho sprecato un incalcolabile numero di mesi per le pratiche burocratiche», aggiunge con amarezza. «Quando dovevo collegare i computer, Telecom mi informava che non poteva perché nel condotto non c'era spazio per un altro cavo. Sono stato costretto a installare una parabola e attivare una connessione radio con un fornitore remoto che supplisce ai disservizi delle reti normali. L'Enel ha impiegato due mesi per allacciare la corrente elettrica senza la quale nulla poteva funzionare. Ora, nonostante tutto, siamo pronti, determinati e convinti che il nuovo motore avrà successo; altrimenti cercheremo altre idee: web è un mondo bellissimo e stimolante». L'elenco dei riconoscimenti a Massimo Marchiori è lungo e illustre. Nel 2004 entrava nella classifica dei cento migliori giovani innovatori mondiali stilata da Technology Review, la rivista del Mit. Aveva 34 anni. I rapporti con il Mit continuano «ma i grandi frutti adesso voglio farli germogliare nella mia terra. E dobbiamo essere orgogliosi».


Giovanni Caprara
twitter@giovannicaprara
3 febbraio 2012 | 15:28



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I nativi americani sono originari dagli Altaj

Corriere della sera

Identificata la zona nell'Asia centrale da cui sono partite le ondate migratorie per le Americhe




Il grande capo Geronimo e la zona dei monti AltajIl grande capo Geronimo e la zona dei monti Altaj

MILANO – I nativi americani (pellerossa, maya, incas, aztechi e altri) derivano da popolazioni asiatiche che intorno a 20-25 mila anni fa – in piena era glaciale - iniziarono a migrare nella Siberia orientale e poi attraversarono lo stretto di Bering per colonizzare le Americhe. Questo è conosciuto da tempo, ma non era chiaro da quale zona dell’Asia fossero partiti. La regione nella quale erano insediati ora è stata identificata da una ricerca dell’Università della Pennsylvania: provenivano dall’area appena a sud dei monti Altaj, all’incrocio tra i confini di Mongolia, Cina, Russia e Kazakistan.



GENETICA - Lo studio, guidato dall’antropologo Theodore Schurr, è stato recentemente pubblicato su American Journal of Human Genetics, e si basa su comparazioni genetiche tra varie popolazioni asiatiche e diversi gruppi di nativi americani. L’analisi è stata effettuata sul Dna mitocondriale, che è ereditato per linea materna, e il cromosoma Y, che invece passa di padre in figlio. Proprio su quest’ultimo è stata identificata una mutazione che è posseduta soltanto dai nativi americani e dalle popolazioni degli Altaj meridionali. Anche il Dna mitocondriale è simile tra le due popolazioni, e in parte anche con quelle degli Altaj settentrionali.

INTERVALLO - Calcolando inoltre l’intervallo di tempo intercorso per arrivare alle attuali differenze genetiche tra nativi americani e Altaj del sud, Schurr e il suo gruppo hanno visto che le linee genetiche hanno iniziato a divergere significativamente circa 13-14 mila anni fa, un periodo successivo e compatibile con il passaggio in America dalla Siberia che si suppone avvenuto tra 15 mila e 20 mila anni fa, probabilmente in più ondate migratorie.


Paolo Virtuani
3 febbraio 2012 | 14:59


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Apple e il programma «puritano che corregge le canzoni osé

Corriere della sera

Un filtro troppo severo di iTunes Match di Apple




Ice Cube in «Finalmente a casa» Ice Cube in «Finalmente a casa»

MILANO – Una lunga serie di f*ck, versi che inneggiano a sesso sfrenato, offendono madri e contengono parolacce, sono spariti da iTunes Match dalle librerie e dalle playlist dei loro proprietari. Sostituiti da versioni più educate delle stesse canzoni, epurate dai termini offensivi e proposte in alternativa agli ascoltatori. Che però si sono accorti delle modifiche, e denunciano l’accaduto. Nel mirino soprattutto i rapper americani, da Ice Cube a Jay-Z, noti per i toni e lo slang pepato usato nei loro pezzi, anima stessa del loro stile. Il problema, segnalato da alcuni utenti isolati, è stato confermato da Apple, che cercherà di risolvere presto il cosiddetto «bug».

MATCH – Il sistema iTunes Match, ancora assente in Italia, permette di depositare nella nuvola iCloud (il servizio di archiviazione in cloud computing di Apple) tutta la musica scaricata da iTunes (il negozio virtuale di Apple dove acquistare i brani preferiti) o posseduta su computer e permette di poterla sentire così su tutti i supporti proprietari di Apple (dall’iPhone all’iPad e così via), ma anche sul proprio Pc. È stato definito al suo lancio una sorta di «condono» musicale, perché finalmente permette di poter accedere alle canzoni scaricate e alle proprie playlist da ovunque. Si compra come un abbonamento e costa circa 25 dollari all’anno: un buon compromesso dopo anni di problemi nel razionalizzare i propri cataloghi di canzoni e nel lottare per affermare la loro legalità. Il servizio, partito nel mese di novembre negli Stati Uniti, piano piano sta raggiungendo tutto il mondo. Non si conosce ancora la data esatta del lancio italiano, dove al momento sono in corso accordi tra Apple e Siae per i diritti sui brani acquisiti.

PAROLACCE – Ma nonostante il successo, Match fa già parlare di sé per qualche piccolo problema tecnico. Alcuni utenti ne denunciano la difficoltà di fruizione, altri, come il redattore di Cult of Mac racconta di come alcuni dei brani da lui preferiti, e che dunque conosce molto bene, siano stati epurati di versi e intercalare prima presenti nel testo. Nulla di strano: il sistema va automaticamente a pescare l’album selezionato dalla sua libreria virtuale, dando dunque al proprietario che ne fa richiesta non la «sua» copia, ma quella migliore che custodisce nei suoi server. Su tutti i contenuti opera anche un filtro a protezione dei contenuti ritenuti lesivi e offensivi. Ed è proprio questo filtro che ha optato per la sostituzione di alcuni brani con le loro versioni radiofoniche, quelle che per passare in radio sono spesso ridotte e non contengono certi passaggi.

I TESTI EPURATI - Per buona pace di Ice Cube, la sua «Jack N the box» viene proposta senza una decina di Mothaf**king, Muthaf**kaz, F**k contenuti nel testo. Nella hit di Jay-Z «Can I live» vengono messi in discussione invece diversi passaggi: leggendo il testo viene da pensare che la scure abbia colpito frasi come «my shit is butter for the bread they wanna toast me». Ancor meno fortunato Kanye West: il rapper di colore canta in «Hell of a life» di come «pussy and religion is all I need» e si sofferma a elencare le acrobazie sessuali che sogna di compiere, dalle gang bang in poi. Frasi bandite: di certo il tema non è gradito ai filtri di casa Apple. Cult of Mac denuncia di aver scoperto al momento in tutto 4 brani i cui contenuti sono proposti in versione edulcorata, ma potrebbero essere molti di più. E se i programmatori di Apple non metteranno a posto il baco prima dello sbarco in Italia, chissà cosa accadrà a chi vorrà ascoltare i testi di Fabri Fibra, da «Mi stai sul c****» in poi, o chi andrà a ripescare nella sua libreria un classico come «Vaff******» di Marco Masini.



Eva Perasso3 febbraio 2012 | 12:57


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Medici, lo spreco milionario delle etichette salva privacy

Corriere della sera

Servono a coprire i nomi sulle ricette. La Zecca ne ha stampate 3,5 miliardi. Il presidente dell’Ordine di Milano: «Vanno al macero»


MILANO — Dall’inizio del 2005 in Italia sono state prodotte quasi 3 miliardi e 500 mila etichette salva privacy da attaccare sulle ricette per coprire il nome dei malati: peccato che da allora praticamente nessun medico le abbia mai utilizzate. Lo confessa Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano, tra i più importanti a livello nazionale: «È il prodotto più inutile del mondo —dice —. La destinazione finale? La spazzatura». Milioni di euro buttati al vento. Soldi prelevati dalle casse pubbliche inutilmente, mentre il sistema sanitario è a corto di risorse.

È uno scandalo che i medici, esasperati dagli ennesimi tagli annunciati per la sanità, trovano più che mai insopportabile. «Per ogni ricetta lo Stato stampa e distribuisce anche una complessa etichetta per la tutela della privacy — denuncia il medico di famiglia Francesco Carelli, docente dell’Università Statale di Milano e membro del British Medical Council —. È composta da due strati, con una pellicola di carbone. Abbiamo calcolato che in sette anni non ne sono state utilizzate più di un migliaio». Il tagliando salva privacy viene prodotto dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ed è sempre fornito insieme alle ricette. Lo prevede il decreto legislativo in materia di protezione dei dati personali del 30 giugno 2003 (il numero 196). L’obiettivo della norma — in vigore solo dal 2005 — è nascondere sulla ricetta l’identità del malato e renderla visibile in caso di necessità (togliendo il primo strato adesivo).

L’utilizzo è previsto su richiesta del paziente. Ma nessuno lo chiede. E neppure un medico lo usa. «Vuol dire che è inutile», è la sintesi. Per capirlo basta guardare la scrivania di Maurizio Bruni, un ambulatorio in via Procaccini e un contratto con l’Università Vita e Salute del San Raffaele: qui si sono accumulate, mese dopo mese, 52 mila etichette salva privacy. Le ultime mille le ha ritirate all’Asl di via Ippocrate ieri: «È uno spreco senza fine», sbotta Bruni. Quanti soldi pubblici sono stati spesi per quasi 3 miliardi e 500 mila etichette salva privacy? Cinque milioni di euro? Dieci? Comunque troppi, davanti alla destinazione finale dei tagliandi: «C’è anche chi li usa come etichette per i surgelati», ironizza Roberto Carlo Rossi: «Gli altri continuano a essere buttati nei termovalorizzatori ».



È verosimile che entro il 2014 si abbatterà sulla sanità una scure da 17 miliardi di euro. Non solo. Già per effetto delle ultime manovre finanziarie, le risorse destinate al fondo sanitario nazionale per quest’anno sono di 108 miliardi e 780 milioni di euro, con un aumento, rispetto al 2009, che non copre nemmeno i costi dell’inflazione Istat. Di qui il giro di vite sui conti sanitari, che lo scorso agosto si è tradotto in un nuovo ticket da 10 euro per i cittadini. Il risparmio sulle etichette salva privacy può apparire una goccia nel mare. «Ma bisogna iniziare a utilizzare le risorse pubbliche in modo meno dissennato — ribadisce Bruni —. Ogni segnale, in questa direzione, è importante: quello delle etichette è uno spreco di Stato che compie sette anni». E, poi, quanti altri ce ne sono che nessuno denuncia?


Simona Ravizza
3 febbraio 2012 | 12:45




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Sprechi, il neodeputato Pdl tenta di rifiutare l'indennità Ma la legge non lo consente

di -

Il neodeputato Pdl Airaghi percepisce già un compenso dalla Difesa. Chiede di rinunciare all'indennità parlamentare. Ma non si può, per legge


Il dibattito sui costi della politica sembra senza fine. Da una parte chi sostiene che l'apparato statale sprechi troppo, dall'altra chi non vuole rinunciare a qualche privilegio.



Emiciclo

In mezzo chi ai privilegi rinuncerebbe pure, ma non può. Per legge.


La vicenda ha dell'incredibile. Marco Airaghi, neodeputato Pdl, subentrato alla Camera ad Antonio Verro, che attualmente occupa un posto nel Cda Rai, chiede di poter rinunciare all'indennità parlamentare. Percepisce già un compenso dallo Stato come Direttore generale dell'Agenzia Industria Difesa. È stata "la prima cosa che ho chiesto", commenta Airaghi, convinto di dover rinunciare, soprattutto visti i tempi di crisi, almeno all'indennità. Il caso è il primo nel suo genere. E allora partono le verifiche della Camera, che deve capire se e come la cosa sia fattibile.

Ma, sorpresa. Rinunciare alla retribuzione non si può. è prevista da una legge statale. E allora, suo malgrado, Airaghi l'indennità parlamentare dovrà riceverla comunque. "Mi sembrava una richiesta logica", commenta sconcertato il neodeputato, "perché io sto già lavorando per lo Stato italiano alla Difesa". Ma nulla, la possibilità di rinunciare al compenso non è prevista.

"Non sono un eroe e non sono assolutamente per l’anti-politica - ci tiene a sottolineare Airaghi, consapevole del rischio di strumentalizzazione della sua vicenda - e anzi sono molto spaventato dalla demagogia, dal populismo e dall’anticasta: il mio è un gesto assolutamente personale, non giudico e non valuto gli altri perchè l’indennità parlamentare è motivata dalla necessità che un deputato sia indipendente e libero da qualsiasi  condizionamento ed è dunque comprensibile". Ma, sottolinea: "Non mi sentivo di accettare l’indennità perchè ho già un altro incarico".

E ancora non si dà per vinto: "Ho chiesto al presidente Fini di attivare gli uffici della Camera per valutare eventuali profili di incompatibilità tra la carica di deputato e il mio incarico alla Difesa in modo tale che, se sarà acclarata un’incompatibilità, io possa fare una scelta".



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Frode, nuove frontiere. Scoperti 3 milioni di preservativi taroccati

Il Mattino


ROMA - Gli occhiali da sole non filtrano i raggi ultravioletti, le borse non reggono il peso che dovrebbero, e fin qui passi, ma che il simil-Viagra possa contenere veleno per topi o inchiostro da stampanti scoraggerebbe il più incauto dei compratori. L’aspetto è identico e spesso neanche l’occhio più esperto percepisce la differenza. La Guardia di Finanza fornisce i dati del mercato del falso, che si allarga a detersivi, cosmetici, Viagra, profilattici, figurine, tè, passata di pomodoro.


Li chiamano prodotti taroccati, ma è quasi un eufemismo: l’industria della contraffazione si espande, si allarga a nuovi settori e richiede forme di contrasto sempre più raffinate. Sono addirittura 105 milioni i prodotti contraffatti o pericolosi sequestrati nel corso del 2011, compresi i supporti pirata e i falsi made in Italy; 11.198 i falsari denunciati all’autorità giudiziaria, di cui 121 arrestati perché affiliati ad organizzazioni criminali; 13mila le operazioni anticontraffazione portate a termine.

Al di là dei numeri, emerge una nuova tendenza. Se prima il fenomeno riguardava soprattutto borse di Prada e capi di lusso (non che sia tramontato: nell’agosto scorso all’aeroporto di Fiumicino è stato sequestrato un carico di falsi Moncler, Fay, Stone Island, Nike, Versace, Dolce&Gabbana, Vuitton con falso codice anticontraffazione che immessi sul mercato avrebbero fruttato 7 milioni di euro), adesso si cambia. Ad essere taroccati sono anche detersivi e cosmetici, articoli di cancelleria, ricambi di aspirapolvere, accendini, profumi, cerchioni e centraline elettroniche, perfino le figurine per gli album dei calciatori. O le conserve di pomodoro: a novembre nell’agro nocerino le Fiamme Gialle hanno sequestrato 55mila vasetti con falso marchio San Marzano Dop prive dei codici di tracciabilità. Un paio di settimane fa i baschi verdi di Napoli hanno sequestrato quasi 80mila pezzi di ricambio per aspirapolvere contraffatti: cavi di alimentazione, filtri, perfino i sacchetti. A Bari l’estate scorsa 490mila pezzi di ricambio per l’aspirapolvere Folletto della Vorwerk.

Insomma beni di largo anzi larghissimo consumo. D’ogni sorta. In un container a Gioia Tauro trovati 3.352.000 profilattici marcati Durex e Nesmark, 10.080 paia di scarpe Crocs e migliaia di oggetti per la scuola firmati - senza esserlo - Disney, Winx, Spongebob, Spiderman. Undici tonnellate di tè verde di provenienza cinese, confezionato in 50mila confezioni, pronto per essere illecitamente commercializzato sul territorio nazionale sono state sequestrate dal comando provinciale di Milano. Secondo le stime del ministero dello Sviluppo economico, in oltre 13 mila operazioni anticontraffazione, la Finanza ha sottratto al giro d’affari dell’economia criminale un controvalore di falsi quantificabile, in media, in oltre 2 milioni di euro per ciascuna operazione. Aumenta il coinvolgimento della criminalità organizzata, anche di stampo mafioso. Acclarato già nel 2010 il diretto coinvolgimento della camorra nel controllo della pirateria, adesso è emersa la presenza della ’ndrangheta nell’importazione di capi contraffatti prodotti in Turchia. E il contrasto diventa sempre più difficile: i trafficanti diversificano le rotte e le modalità di importazione, frazionano i carichi illeciti, spediscono separatamente la merce: sul camion viaggia il prodotto, per via postale le etichette e i libretti di istruzione. Altra frontiera del falso è ovviamente la rete: l’anno scorso le Fiamme Gialle hanno effettuato oltre 500 sequestri di prodotti taroccati venduti on line, e oscurato 54 siti web.

Venerdì 03 Febbraio 2012 - 11:53    Ultimo aggiornamento: 12:02



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Padre Amorth, re d'esorcismi: "Prima volta con un contadino"

Libero


Il più famoso esorcista d'Italia racconta in un libro la sua vita e le terrificanti battaglie per sconfiggere il demonio




Anticipiamo alcuni brani del libro L’ultimo esorcista (Piemme, pp. 266, euro 16,5), scritto da Padre Gabriele Amorth assieme a Paolo Rodari, vaticanista del Foglio. Il volume sarà in libreria martedì prossimo. Sul numero di Panorama oggi in edicola si trova un’altra anticipazione del libro corredata da un’inchiesta di Ignazio Ingrao sugli esorcisti.
Ogni volta che faccio un esorcismo entro in battaglia. Prima di entrarvi indosso una corazza. Una stola viola i cui lembi sono più lunghi di quelli che solitamente indossano i preti quando dicono messa. La stola spesso la avvolgo attorno alle spalle del posseduto. È efficace, serve a tranquillizzare i posseduti quando, durante l’esorcismo, vanno in trance, sbavano, urlano, acquisiscono una forza sovrumana e attaccano. Quindi porto con me il libro in latino con le formule di esorcismo. Dell’acqua benedetta che a volte spruzzo sull’indemoniato. E un crocifisso con incastonata dentro la medaglia di san Benedetto. È una medaglia particolare, molto temuta da Satana. 

La battaglia dura ore. E non si conclude quasi mai con la liberazione. Per liberare un posseduto ci vogliono anni. Tanti anni. Satana è difficile da sconfiggere. Spesso si nasconde. Si cela. Cerca di non farsi trovare. L’esorcista deve stanarlo. Deve obbligarlo a rivelargli il suo nome. E poi, nel nome di Cristo, deve obbligarlo a uscire. Satana si difende con tutti i mezzi. L’esorcista si fa aiutare da dei collaboratori incaricati di tenere fermo il posseduto. Nessuno di questi può parlare col posseduto. Se lo facessero, Satana ne approfitterebbe per attaccarli. L’unico che può parlare col posseduto è l’esorcista. Questi non dialoga con Satana. Semplicemente gli rivolge degli ordini. Se dialogasse con lui, Satana lo confonderebbe fino a sconfiggerlo.

Oggi faccio esorcismi su cinque o sei persone al giorno. Fino a qualche mese fa ne facevo molti di più, anche dieci o dodici. Esorcizzo sempre, anche di domenica. Anche a Natale. Tant’è che un giorno padre Candido mi disse: «Devi prenderti dei giorni di riposo. Non puoi esorcizzare sempre». «Ma io non sono come te» risposi. «Tu hai un dono che io non ho. Solo ricevendo una persona per qualche minuto sai dire se è posseduta o meno. Io non ho questo dono. Prima di capire devo ricevere ed esorcizzare».   Col passare degli anni ho acquisito molta esperienza. Ma ciò non significa che «il gioco» sia più facile. Ogni esorcismo è un caso a sé stante. Le difficoltà che incontro oggi sono le medesime che incontrai la prima volta quando, dopo mesi di prove da solo in casa, padre Candido mi disse: «Coraggio, oggi tocca a te. Oggi entri in battaglia».

«Sei proprio sicuro che sono pronto?»
«Nessuno è mai pronto per questo genere di cose. Ma tu sei sufficientemente preparato per cominciare. Ricordati. Ogni battaglia ha i suoi rischi. Tu dovrai correrli uno per uno».

 Il momento fatidico
L’Antonianum è un grande complesso situato a Roma in via Merulana, poco distante da piazza San Giovanni in Laterano. Lì, in una stanza poco accessibile ai più, faccio il mio primo grosso esorcismo. È il 21 febbraio 1987. Un frate francescano di origine croata, padre Massimiliano, ha chiesto aiuto a padre Candido per il caso di un contadino dell’agro romano che, secondo il suo parere, ha bisogno di essere esorcizzato. Padre Candido gli dice: «Non ho tempo. Ti mando padre Amorth». Entro nella stanza dell’Antonianum da solo. Sono arrivato con qualche minuto d’anticipo. Non so cosa aspettarmi. Ho fatto tanta pratica. Ho studiato tutto quello che c’è da studiare. Ma operare sul campo è un’altra cosa. So poco della persona che devo esorcizzare. Padre Candido è stato piuttosto vago. Il primo a entrare nella stanza è padre Massimiliano. Dietro di lui, un’esile figura. Un uomo di venticinque anni, magro. Si notano le sue umili origini. Si vede che tutti i giorni ha a che fare con un lavoro bellissimo ma anche molto duro. Le mani sono ossute e grinzose. Mani che lavorano la terra. Prima ancora che inizi a parlargli, entra una terza persona, inaspettata.

«Lei chi è?» chiedo.
«Sono il traduttore» dice.
«Il traduttore?»

Guardo padre Massimiliano e chiedo spiegazioni. So che ammettere nella stanza dove si svolge un esorcismo una persona non preparata può essere fatale. Satana durante un esorcismo attacca i presenti se impreparati. Padre Massimiliano mi rassicura: «Non gliel’hanno detto? Quando va in trance parla solo in inglese. Serve un traduttore. Altrimenti non sappiamo cosa vuole dirci. È una persona preparata. Sa come comportarsi. Non commetterà ingenuità». Indosso la stola, prendo in mano il breviario e il crocifisso. A portata di mano tengo l’acqua benedetta. Inizio a recitare l’esorcismo in latino. «Non ricordarti, Signore, delle colpe nostre o dei nostri genitori e non punirci per i nostri peccati. Padre nostro... E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male».

Una statua di sale

Il posseduto è una statua di sale. Non parla. Non reagisce. Rimane immobile seduto sulla sedia di legno dove l’ho fatto accomodare. Recito il salmo 53. «Dio, per il tuo nome salvami, per la tua potenza rendimi giustizia. Dio, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alle parole della mia bocca, poiché sono insorti contro di me gli arroganti e i prepotenti insidiano la mia vita, davanti a sé non pongono Dio...».  Ancora nessuna reazione. Il contadino sta in silenzio, lo sguardo fisso per terra. (...)  «Salva il tuo servo qui presente, Dio mio, poiché spera in te. Sii per lui, Signore, torre di fortezza. Di fronte al nemico, niente possa il nemico contro di lui. E il figlio dell’iniquità non gli possa nuocere. Manda, Signore, il tuo aiuto dal luogo santo. E da Sion mandagli la difesa. Signore, esaudisci la mia preghiera. E il mio grido giunga a te. Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito».

È a questo punto che, di colpo, il contadino alza la testa e mi fissa. E nello stesso istante esplode in un urlo rabbioso e spaventoso. Diventa rosso e inizia a urlare invettive in inglese. Rimane seduto. Non si avvicina a me. Sembra temermi. Ma insieme vuole spaventarmi. «Prete finiscila! Zitto, zitto, zitto!» E giù bestemmie, parolacce, minacce. Accelero col rituale. (...) Il posseduto continua a urlare: «Zitto, zitto, stai zitto».

E sputa per terra e addosso me. È furioso. Sembra un leone pronto al grande balzo. È evidente che la sua preda sono io. Capisco che devo andare avanti. E arrivo fino al «Praecipio tibi» - «Comando a te». Ricordo bene quanto mi aveva detto padre Candido le volte che mi aveva istruito sui trucchi da usare: «Ricordati sempre che il “Praecipio tibi” è spesso la preghiera risolutiva. Ricordati che è la preghiera più temuta dai demoni. Credo davvero sia la più efficace. Quando il gioco si fa duro, quando il demonio è furioso e sembra forte e inattaccabile, arriva in fretta lì.

Ne trarrai giovamento nella battaglia. Vedrai quanto è efficace quella preghiera. Recitala a voce alta, con autorità. Buttala addosso al posseduto. Ne vedrai gli effetti». (...) Il posseduto continua a urlare. Adesso il suo lamento è un ululato che sembra venire dalle viscere della terra. Insisto. «Esorcizzo te, immondissimo spirito, ogni irruzione del nemico, ogni legione diabolica, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo, di sradicarti e fuggire da questa creatura di Dio».

Grida spaventose

L’urlo diviene ululato. E diviene sempre più forte. Sembra infinito. «Ascolta bene e trema, o Satana, nemico della fede, avversario degli uomini, causa della morte, ladro della vita, avversario della giustizia, radice dei mali, fomite dei vizi, seduttore degli uomini, ingannatore dei popoli, incitatore dell’invidia, origine dell’avarizia, causa della discordia, suscitatore delle sofferenze».

Gli occhi gli vanno all’indietro. La testa penzola dietro lo schienale della sedia. L’urlo continua altissimo e spaventoso. Padre Massimiliano cerca di tenerlo fermo mentre il traduttore arretra spaventato di qualche passo. Gli faccio segno di indietreggiare ulteriormente. Satana si sta scatenando. «Perché stai lì e resisti, mentre sai che Cristo Signore ha distrutto i tuoi disegni? Temi colui che è stato immolato nella figura di Isacco, è stato venduto nella persona di Giuseppe, è stato ucciso nella figura dell’agnello, è stato crocifisso come uomo e poi ha trionfato sull’inferno. Vattene nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Il demonio sembra non cedere. Ma il suo grido ora si attenua. Adesso mi guarda. Un po’ di bava gli esce dalla bocca. Lo incalzo. So che devo costringerlo a svelarsi, a dirmi il suo nome. Se mi dice il suo nome è segno che è quasi sconfi tto. Svelandosi, infatti, lo costringo a giocare a carte scoperte. «E ora dimmi, spirito immondo, chi sei? Dimmi il tuo nome! Dimmi, nel nome di Gesù Cristo, il tuo nome!». È la prima volta che faccio un grosso esorcismo e, dunque, è la prima volta che chiedo a un demonio di rivelarmi il suo nome. La sua risposta mi raggela.

«I’m Lucifer» dice con voce bassa e cadenzando lentamente tutte le sillabe. «Io sono Lucifero». Non devo cedere. Non devo arrendermi ora. Non devo mostrarmi spaventato. Devo continuare l’esorcismo con autorità. Sono io che conduco il gioco. Non lui.
«Impongo a te, serpente antico, nel nome del giudice dei vivi e dei morti, del tuo Creatore, del Creatore del mondo, di colui che ha il potere di precipitarti nella Geenna, affinché te ne vada via subito, con paura e insieme al tuo esercito furioso, da questo servo di Dio che ha fatto ricorso alla Chiesa. Lucifero, io ti impongo di nuovo, non in forza della mia debolezza, ma per la forza dello Spirito Santo, di uscire da questo servo di Dio, che Dio onnipotente ha creato a sua immagine.

Cedi, dunque, cedi non a me ma al ministro di Cristo. Te lo impone il potere di colui che ti ha soggiogato con la sua croce. Trema di fronte alla forza di colui che, vinte le sofferenze infernali, ha ricondotto le anime alla luce».

Il posseduto torna a ululare. La testa buttata di nuovo dietro lo schienale della sedia. La schiena curva. È passata più di un’ora. Padre Candido mi ha sempre detto: «Finché hai energie e forze vai avanti. Non si deve cedere. Un esorcismo può durare anche un giorno. Cedi solo quando capisci che il tuo fisico non regge». Ripenso a tutte le parole che mi ha detto padre Candido. Vorrei tanto fosse qui vicino a me. Ma non c’è. Devo fare da solo. (...)

Non pensavo, prima d’iniziare, che potesse succedere. Ma d’un tratto ho la netta sensazione della presenza demoniaca davanti a me. Sento questo demonio che mi fissa. Mi scruta. Mi gira intorno. L’aria è diventata fredda. C’è un freddo terribile. Anche di questi sbalzi di temperatura mi aveva preavvertito padre Candido. Ma un conto è sentire parlare di certe cose. Un conto è provarle. Cerco di concentrarmi. Chiudo gli occhi e a memoria continuo la mia supplica. «Esci, dunque, ribelle. Esci seduttore, pieno di ogni frode e falsità, nemico della virtù, persecutore degli innocenti. Lascia il posto a Cristo, in cui non c’è niente delle tue opere (...)».

È a questo punto che accade un fatto inaspettato. Un fatto che non si ripeterà più nel corso della mia lunga «carriera» di esorcista. Il posseduto diventa un pezzo di legno. Le gambe stese in avanti. La testa allungata all’indietro. E inizia a levitare. Si alza in orizzontale di mezzo metro sopra lo schienale della sedia. Resta lì, immobile, per parecchi minuti sospeso nell’aria. Padre Massimiliano arretra. Io resto al mio posto. Il crocifisso ben stretto nella mano destra. Il rituale nell’altra.

Mi ricordo della stola. La prendo e lascio che un lembo tocchi il corpo del posseduto. Questi è ancora immobile. Rigido. Zitto. Provo ad affondare un altro colpo. «(...) Mentre puoi ingannare l’uomo, non puoi irriderti di Dio. Ti caccia via lui, ai cui occhi niente è nascosto. Ti espelle lui, alla cui forza tutte le cose sono soggette. Ti esclude lui, che ha preparato per te e per i tuoi angeli il fuoco eterno. Dalla sua bocca esce una spada tagliente: lui che verrà a giudicare i vivi e i morti, e i tempi per mezzo del fuoco. Amen».

Infine, la liberazione

Un tonfo accoglie il mio Amen. Il posseduto si affloscia sulla sedia. Farfuglia parole che fatico a comprendere. Poi dice in inglese: «Uscirò il 21 giugno alle ore 15. Uscirò il 21 giugno alle ore 15». Quindi mi guarda. Adesso i suoi occhi non sono altro che gli occhi di un povero contadino. Sono pieni di lacrime. Capisco che è tornato in sé. Lo abbraccio. E gli dico: «Finirà presto». Decido di ripetere l’esorcismo tutte le settimane. Tutte le volte si ripete la stessa scena. La settimana del 21 giugno lo lascio libero. Non voglio interferire con il giorno in cui Lucifer ha detto che sarebbe uscito. So che non devo fi darmi. Ma a volte il diavolo non è in grado di mentire. La settimana successiva a quella del 21 giugno lo riconvoco. Arriva come sempre accompagnato da padre Massimiliano e dal traduttore. Sembra sereno. Inizio a esorcizzarlo.



Nessuna reazione. Resta calmo, lucido, tranquillo. Gli spruzzo un po’ d’acqua benedetta addosso. Nessuna reazione. Gli chiedo di recitare con me l’Ave Maria. La recita tutta senza dare in escandescenze. Gli chiedo di raccontarmi cosa è successo il giorno in cui Lucifer ha detto che se ne sarebbe andato via da lui. Mi dice: «Come tutti i giorni sono andato a lavorare da solo nei campi. Nel primo pomeriggio ho deciso di fare un giro con il trattore. Alle 15 mi è venuto da urlare fortissimo. Credo di aver fatto un urlo terrificante. Alla fine dell’urlo mi sentivo libero. Non so spiegarlo. Ero libero». Non mi capiterà più un caso simile. Non sarò mai più così fortunato, liberare un posseduto in così poche sedute, in soli cinque mesi, un miracolo.


di Padre Gabriele Amorth
*(scritto con Paolo Rodari)



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I pirati all'assalto degli ebook

Corriere della sera

Tre su quattro copiati illegalmente. È battaglia sulle regole



Il libro elettronico, appena nato, si è già ammalato, colpito dal virus della pirateria informatica. Le cifre, fornite per la prima volta dall'Associazione italiana editori (Aie), sono impressionanti. Dai dati emerge che in Italia, su 19 mila ebook, ben 15 mila sono disponibili nella versione pirata. Non solo. In base all'ultima classifica Ibs.it, dei 25 titoli più venduti della scorsa settimana, 17 sono disponibili in formato elettronico e 19 sono, come si dice, taroccati.

Il quadro generale. In campo professionale e scientifico, il libro elettronico circola da anni, ma è la diffusione degli ereader tipo Kindle e dei tablet tipo iPad che apre la strada al grande pubblico. Quei 19 mila ebook rappresentano il 36 per cento dei titoli pubblicati nel 2011. In termini di valore però parliamo di cifre ancora piccolissime.


È l'ora delle opportunità ma anche delle insidie. Il mercato digitale, dicono gli editori, si può sviluppare soltanto se possiamo vendere i nostri contenuti sui nuovi mezzi. Ma se la pirateria non sarà arginata, verrà meno l'interesse a investire risorse; e ci rimetteranno anche i lettori.


Che cosa spinge i signori del libro a rendere noti questi dati? «La ragione principale - dice Renato Esposito, responsabile antipirateria dell'Aie - è che l'illegalità ha raggiunto il livello di guardia. Il fenomeno parte da lontano: l'offerta digitale pirata è più antica di quella legale. Siamo passati da metodi primitivi, come la scansione fotografica delle pagine, a forme raffinate, facili da scaricare, con pdf superleggeri».


L'altra ragione riguarda le regole. Quella di mercoledì è stata una pessima serata per gli editori, perché la Camera ha abrogato - destino di un numero - l'articolo 18. Non si tratta della norma sui licenziamenti, bensì di un emendamento, presentato dal leghista Gianni Fava, che disponeva la rimozione dei contenuti online illegali non più su ordine della magistratura ma su richiesta «di qualunque soggetto interessato», e, in questo modo, ripristinava il dettato della direttiva comunitaria del 2000.


Approvato dalla commissione Attività produttive di Montecitorio, poi ripudiato dai partiti, l'articolo 18 ha sollevato un contrasto di interessi tra le organizzazioni degli imprenditori: da una parte i produttori di contenuti, libri, musica, cinema, riuniti in Confindustria Cultura, favorevoli all'emendamento, dall'altra gli amici-avversari di Confindustria Digitale, telecomunicazioni e informatica, totalmente contrari. E infine vincitori.


Norme troppo severe - dicono questi ultimi, che pur sostengono la necessità di contrastare la pirateria online - avrebbero conseguenze «depressive» sul nascente mercato dell'ecommerce . Si arriverebbe «a un sistema di censura preventiva che, oltre a ledere i diritti dei cittadini, metterebbe in pericolo gli investimenti industriali nell'informazione online». Ognuno ha le sue buone ragioni: gli editori, oggi il giocatore più debole al tavolo, temono la pirateria, le telecom temono i cali di traffico e i vari Google, Facebook e Wikipedia temono cause e multe. Google ne ha appena pagata una da cinquecento milioni di dollari negli Usa per aver ospitato pubblicità di farmaci illegali. Un eccellente motivo per non alzare troppo la cresta.

Nel frattempo si attende a ore anche il pronunciamento dell'Authority delle Comunicazioni (Agcom) che, dopo una lunga consultazione pubblica, dovrebbe fissare sanzioni economiche e amministrative contro i ladri di copyright. Nelle intenzioni le misure dovrebbero assicurare una più efficace tutela del diritto d'autore. Ci sarà, anche qui, il dietro front?



Il problema è complesso e nessuno ha in tasca la soluzione per coniugare le ragioni del diritto d'autore con la logica dell'economia della Rete. La pirateria non è composta solo da «smanettoni», che si scambiano file attraverso meccanismi di peer to peer , ma, sempre più, da organizzazioni multinazionali accusate di comportamenti criminali come, in America, Megaupload (50 milioni di utenti giornalieri), che ha procurato al suo fondatore guadagni per 175 milioni di dollari e ai titolari di copyright perdite per 500 milioni.

«L'industria del libro - dice il presidente di Confindustria Cultura Marco Polillo - è in condizioni simili a quelle in cui si trovava l'industria della musica anni fa, prima dell'introduzione di iTunes da parte di Apple, che peraltro non ha permesso di ritrovare gli antichi fatturati. I supporti come Kindle e iPad possono aiutare il libro, in prospettiva, ma al momento la diffusione riguarda più i supporti che non i contenuti, e l'acquisto di libri elettronici procede a ritmo ben più lento di quello dei gadget».

Quel che è certo è che il lobbysmo dei giocatori più potenti, unito all'ingenuità di tanti, sta riuscendo nell'impresa straordinaria di far passare per diritto la violazione del diritto (d'autore). Con quali danni stiamo cominciando a vederlo.



Edoardo Segantini
3 febbraio 2012 | 15:44



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Due milioni di dollari per l'anello e la maglietta insanguinata di Gheddafi

Corriere della sera

Un privato mette all'asta le «memorabilia» del Raìs. La critica: «Quel gioiello è denaro libico, non può venderlo»



MILANO - A poco più di tre mesi dalla macabra uccisione di Gheddafi, c'è chi già è pronto a passare all'incasso. Il cittadino libico Ahmed Warfali ha messo all'asta per due milioni di dollari l'anello nuziale e la maglietta insanguinata che il dittatore libico indossava quando lo scorso 20 ottobre fu catturato in un tubo di scarico vicino alla sua casa di Sirte. La notizia è stata diffusa dal tabloid britannico Daily Mail che però non specifica come Warfali sia riuscito a impossessarsi dei memorabilia del rais.

DENARO - Nelle immagini che ripresero gli ultimi istanti di vita del dittatore, si notò che Gheddafi indossava una camicia beige completamente macchiata di sangue e un anello d'argento. Il sito web ArabsToday.net afferma che il prezioso gioiello è stato indossato dal dittatore libico per la prima volta il 10 settembre del 1970, giorno in cui sposò la seconda moglie Safia. Secondo Warfali se l'asta fosse stata organizzata in Europa, egli avrebbe potuto ricavare molti più soldi.

POLEMICHE - Tuttavia la notizia ha scatenato grandi critiche sul web e non sono pochi i cittadini del paese nordafricano che contestano la legittimità dell'asta: «L'anello non appartiene a Gheddafi - scrive un utente su Facebook - È denaro libico e questo ragazzo non può venderlo». C'è chi invece difende l'asta e controbatte: «Si potrebbe vendere Saif (il figlio del dittatore libico che è stato arrestato lo scorso novembre dai ribelli del sud, ma non è stato ancora consegnato né al governo di transizione né alla Corte penale internazionale n.d.r) per venti milioni di dollari, se non si desidera che il ragazzo venda l'anello».



Francesco Tortora
3 febbraio 2012 | 12:50



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Borsellino sapeva dell'attentato ma scelse il sacrificio»

Corriere della sera

Le rivelazioni del colonnello Sinico sentito come teste al processo Mori




MILANO- «Lo so, lo so: devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia». Così Paolo Borsellino avrebbe risposto ai carabinieri che, alla fine di giugno del '92, erano andati a informarlo di avere appreso da un confidente che nell'ambiente carcerario «era voce ricorrente che fosse in fase avanzata un attentato al giudice» poi ucciso il 19 luglio di 20 anni fa in via D'Amelio, a Palermo. A riferirlo, deponendo come teste della difesa al processo Mori, è stato il colonnello Umberto Sinico. Il magistrato, stando alla deposizione dell'ufficiale, si sarebbe dunque votato consapevolmente al sacrificio lasciando appunto «qualche spiraglio» nella sua sicurezza ed esponendosi in modo da mettere la sua famiglia al riparo da ritorsioni. L'informatore, ha detto Sinico, rispondendo alle domande dell'avvocato Basilio Milio, era Girolamo D'Anna, di Terrasini, «in confidenza» con il maresciallo che comandava la stazione del paese a 40 chilometri da Palermo, Antonino Lombardo, poi morto suicida nel marzo del '95.

«A sentire D'Anna, nel carcere di Fossombrone, andammo io - ha detto Sinico - Lombardo e il comandante della compagnia di Carini, Giovanni Baudo, ma Lombardo fu il solo a parlare con D'Anna, che disse dell'esplosivo e dell'idea di attentato. Subito ripartimmo e andammo dal procuratore a riferirglielo e lui ci rispose in quel modo, di saperlo e di dover lasciare qualche spiraglio. 'Procuratore, risposi io, allora cambiamo mestierè». Secondo Sinico Girolamo D'Anna era un uomo d'orore «posato», cioè estromesso, perchè vicino a Gaetano Badalamenti: «era persona di grande carisma, veniva interpellato dai vertici della sua parte criminale». Le affermazioni di Sinico escludono del tutto sia che vi fossero contrasti tra Borsellino e la sezione Anticrimine dei carabinieri di Palermo e sia le tesi secondo cui al magistrato fu nascosto dai carabinieri che fosse arrivato l'esplosivo per compiere l'attentato ai suoi danni.


3 febbraio 2012 | 11:22





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Stragi naziste, sconfitta l'Italia L'Aja accoglie le ragioni di Berlino

La Stampa

La Germania ha bloccato i risarcimenti alle vittime per i crimini del Terzo Reich: "Violata la nostra immunità"




Una immagine d'archivio mostra una fucilazione eseguita nella zona di Sant'Anna di Stazzema.


Bruxelles

La Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha accolto il ricorso della Germania contro l’Italia per ottenere il blocco delle indennità alle vittime dei crimini nazisti.
Secondo la sentenza l’Italia «ha mancato di riconoscere l’immunità riconosciuta dal diritto internazionale» a Berlino per i reati
commessi dal Terzo Reich.

La lettura della sentenza è durata 80 minuti. La Corte ha accolto tutti i punti di ricorso presentati dalla Germania che accusava l’Italia e il suo sistema giudiziario di «venire meno ai suoi obblighi di rispetto nei confronti dell’immunità di uno stato sovrano come la Germania in virtù del diritto internazionale».

La Corte dell’Aja ha poi concordato con la richiesta di Berlino di «ordinare all’Italia di prendere tutte le misure necessarie» affinché le decisioni della giustizia italiana che contravvengono alla sua immunità siano prive d’effetto e che i suoi tribunali non pronunzino più sentenze su simili casi.

Il contenzioso tra Italia e Germania presso la Corte dell’Aja, il più alto organo giudiziario dell’Onu, è cominciato il 23 dicembre del 2008, quando Berlino ha deciso di ricorrere contro la sentenza della Cassazione del 21 ottobre 2008 che ha riconosciuto la Germania responsabile per essere stata la "mandante" dei militari nazisti che il 29 giugno del 1944 uccisero 203 abitanti di Civitella, Cornia e San Pancrazio (Arezzo), sparando a donne, bambini, uomini e vecchi, compreso il parroco del paese.  La sentenza della Cassazione a suo tempo è stata considerata un precedente storico, sancendo per la prima volta il diritto per le vittime delle stragi naziste ad essere risarcite nell’ambito di un procedimento penale.

Prima di allora c’erano state solo delle sentenze nelle cause civili per risarcimento danni chiesto dai cosiddetti ’schiavi di Hitler’. Nessun altro Paese al mondo aveva mai intentato cause di risarcimento nei confronti della Germania in ottemperanza alla clausola dell’immunità giurisdizionale.  Il contenzioso tra Roma e Berlino ha portato all’iscrizione di un’ipoteca giudiziaria su Villa Vigoni, centro culturale italo-tedesco in provincia di Como.



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All'ergastolo il "compagno Duch" guardiano del lager dei Khmer rossi

La Stampa

Condanna in appello per i crimini in Cambogia: respinto il ricorso dell'ex aguzzino, oggi pentito. Davanti al tribunale le famiglie delle vittime del regime




L’ex aguzzino dei Khmer rossi Kaing Guek Eav in tribunale



Roma

L’ex aguzzino dei Khmer rossi Kaing Guek Eav, il «compagno Duch» responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng,  è stato condannato oggi all’ergastolo dal tribunale misto dell’Onu in Cambogia, con una sentenza di appello che conclude di fatto il procedimento. Il verdetto rappresenta una vittoria per l’accusa, dato che la condanna in primo grado era stata di 30 anni di reclusione, e Duch avrebbe potuto tornare in libertà già tra 18 anni dato il periodo già trascorso in detenzione.

Duch, 69 anni, aveva fatto ricorso contro la sentenza di primo grado del luglio 2010 sostenendo di essere stato solo un ufficiale minore con il compito di eseguire gli ordini, altrimenti sarebbe stato ucciso. I superstiti del regime responsabile di 1,7 milioni di morti e i parenti delle vittime erano invece rimasti amareggiati dalla prospettiva di vederlo tornare in libertà nel 2030.

Unico tra gli ex Khmer rossi a essere finora condannato dal tribunale dell’Onu in Cambogia, Duch aveva mostrato segni di sincero pentimento per tutta la durata del processo, salvo stupire tutti nella sua arringa finale alla corte, nella quale aveva chiesto l’assoluzione. Un secondo processo contro i tre maggiori esponenti del regime ancora in vita è iniziato da pochi mesi e procede a rilento; molti osservatori temono che non vedrà mai la conclusione, date le deboli condizioni di salute degli anziani imputati.




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Forconi, prossime iniziative: nel mirino raffinerie e agenzia delle entrate

Corriere del Mezzogiorno

Il leader del movimento, Mariano Ferro, ha tenuto una conferenza stampa sulle nuove manifestazioni



CATANIA - Lo stato maggiore del Movimento dei Forconi si è riunito alle Ciminiere di Catania per fare il punto sulle prossime iniziative di protesta contro il governo Monti. Dura la replica di Mariano Ferro, leader di Forza D’ Urto, alle critiche mosse questa mattina dal governatore Raffaele Lombardo che aveva puntato il dito contro la massiccia esposizione mediatica cui sono stati sottoposti i rappresentanti dei manifestanti. «Non ci stiamo affatto divertendo davanti le telecamere, rappresentiamo quella parte dei siciliani che lavora e che non guadagna. Siamo stanchi di essere catapultati da un tavolo all’ altro, adesso vogliamo chiarezza». Non si conoscono ancora le date esatte delle prossime manifestazioni. Ma, almeno per il momento, l’ipotesi di nuovi blocchi stradali sembra essere scongiurata. «Faremo dei sit-in davanti le raffinerie – prosegue Ferro - per impedire le esportazioni di carburante fuori dai confini dell’isola. Andremo, inoltre, davanti le sedi della Serit e dell’Agenzia delle entrate». I pescatori, invece, si recheranno direttamente a Roma per far sentire le loro ragioni. «I marittimi di tutta Italia si ritroveranno nella capitale il prossimo 7 febbraio per far sentire la loro voce», ha affermato Fabio Micalizzi, rappresentante dei pescatori.«Se c’è una cosa positiva in questo momento così critico è che la nostra categoria ha ritrovato una unità che mancava da anni».


Andrea Di Grazia
02 febbraio 2012
(ultima modifica: 03 febbraio 2012)

Al lavoro 12 ore sottozero. Protestano diciannove operai di una cooperativa: licenziati

Corriere della sera

Termometro fino a -25°C nella ditta di surgelati in cui erano impiegati a Mantova. I sindacati: liberismo selvaggio




Uno dei lavoratori rinchiuso nella cella frigoriferaUno dei lavoratori rinchiuso nella cella frigorifera

MANTOVA - Turni che duravano anche 12 ore di lavoro, dentro e fuori celle frigorifere dove la temperatura è di 20 gradi sottozero. E il giorno che hanno provato a lamentarsi, il loro appello è stato subito accolto: tutti licenziati. A Mantova ci sono 19 lavoratori che sarebbero ben felici di godersi la monotonia del posto fisso evocata dal premier Monti; purtroppo fanno parte di quell'Italia che tira a campare con rapporti di precariato - prestano servizio nella fattispecie per una cooperativa di lavoro - e per i quali i diritti sono un lusso. La loro storia era già approdata all'attenzione dell'opinione pubblica qualche giorno fa, quando il gruppo di operai, assegnati a una ditta che commercia cibi surgelati, aveva denunciato irregolarità nella busta paga. Tralasciando le facili ironie visto che parliamo di persone costrette a starsene intere giornate al gelo, era la classica punta dell'iceberg: una serie di esposti presentati a Ispettorato del lavoro, Inps e anche alla Procura della Repubblica, stanno facendo emergere adesso uno spaccato del lavoro in Italia, lontano anni luce dai «privilegi» dell'articolo 18 e dalla busta paga assicurata il 27 del mese.

La cooperativa in questione è la BBS con sede a Bresso (Milano) assegnataria di un appalto da parte della Primafrost di Mantova. La società milanese, dice l'esposto presentato all'Ispettorato del lavoro, «costringe i lavoratori sotto la minaccia del licenziamento a velocizzare il lavoro in spregio a ogni norma sulla sicurezza... e impone ai propri soci lavoratori turni di 12 ore giornaliere con temperatura di 25 gradi sottozero e con dispositivi di protezione logorati o deteriorati». Le parole sono accompagnate anche da significative fotografie che mostrano alcuni dei magazzinieri arrampicati senza protezioni tra i bancali o con le scarpe da lavoro rotte e riparate alla meno peggio. La denuncia è stata presentata dalla Cisl, alla quale i 19 lavoratori si sono rivolti vincendo paure e ritrosia. In più gli stessi lavoratori avevano denunciato alla Guardia di Finanza che solo una parte del loro compenso (circa 900 euro mensili, pari a circa 130 ore di lavoro) compariva regolarmente in busta paga; il resto veniva mascherato da altre voci o pagato in nero, costituendo di fatto un'evasione delle tasse.

«I lavoratori si sono coraggiosamente prestati a denunciare questi fatti - racconta Emmanuele Monti, il funzionario Cisl che segue la vicenda - consapevoli che sarebbero andati incontro a dei rischi». Detto fatto, dopo che era stato chiesto l'intervento delle autorità di controllo, coloro che avevano aderito all'iniziativa sindacale sono stati messi alla porta dalla BBS; la cooperativa si è rifiutata fino a oggi di intavolare qualunque trattativa, benché sollecitata anche da enti locali mantovani. Tira le somme della vicenda Aldo Menini, segretario della Cisl di Mantova: «La storia di queste persone la dice lunga su quanto oggi sia schizofrenico il mondo del lavoro. Va bene la flessibilità, ma questo episodio dimostra che siamo in certo frangenti di fronte a forme di liberismo selvaggio. L'introduzione di qualche norma in più non guasterebbe affatto».


Claudio Del Frate
3 febbraio 2012 | 10:12



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Omicidio Jfk: audio inediti

Corriere della sera

Dall'Air force  one


Responsabilità civile dei giudici, sì della Camera L'ira delle toghe : «pronti allo sciopero»

Corriere della sera

Passa con il voto segreto un emendamento del leghista Pini Rabbia del Pd: «Il Pdl aveva garantito il suo sì»



MILANO - Via libera della Camera alla norma che introduce la responsabilità civile dei magistrati. L'Aula di Montecitorio ha approvato un emendamento in questo senso del leghista Gianluca Pini alla legge comunitaria. I voti a favore sono stati 264, 211 i contrari. Un deputato si è astenuto. Il voto è stato a scrutinio segreto, come richiesto dal Carroccio che alla fine è riuscito a portare dalla propria parte la maggioranza dei deputati presenti. Il governo, che aveva espresso parere contrario, è stato dunque battuto in aula.

«Il governo aveva avuto l'impegno del Pdl a votare per la soppressione dell'articolo» ha commentato subito dopo la votazione il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini. «Come avete visto a voto segreto è successo diversamente» - ha poi sottolineato. Un possibile ricompattarsi della vecchia maggioranza? «Evidentemente - è la risposta - su alcuni argomenti si ricompattano». E ancora: «il governo non ha chiesto il rinvio perchè aveva avuto la garanzia che avrebbero votato secondo le indicazioni». Anche Pier Luigi Bersani commenta con stizza l'accaduto: «È un vecchio trucco, il PdL aveva annunciato che votava no ed invece ha votato sì. È inaccettabile».

«ATTO DA P2» - Durissima la reazione del leader dell'Idv Antonio Di Pietro: «Dietro il voto segreto una maggioranza oscura ha compiuto un atto da P2 parlamentare. Ci sono almeno 50 traditori che hanno votato in modo diverso rispetto ai loro gruppi. Idv, Pd, Udc e Fli eravamo contrari». Per Giulia Bongiorno, avvocato ed esponente di primo piano di Futuro e Libertà, bisogna votare testi «in cui chi sbaglia paga, ma io non voglio magistrati terrorizzati nell'interpretare la legge o che scrivono sentenze con mano tremolanti. Non rendiamoli terrorizzati di fronte alla legge».

COSA CAMBIA - L'emendamento prevede, in particolare, che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento» di un magistrato «in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia», possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. A pagare sarà dunque la toga. Ovviamente, il testo deve ancora avere l'ok del Senato.

I MAGISTRATI: «MOBILITIAMOCI» - La norma approvata alla Camera sulla responsabilità civile delle toghe è «con tutta evidenza un tentativo di intimidazione nei confronti della magistratura». Lo dice all'Ansa il segretario dell'Anm,Giuseppe Cascini. È, aggiunge, «una norma incostituzionale», una «mostruosità giuridica»che il Senato dovrà cancellare. E intanto il tam tam corre sulle le mailing list dei magistrati con l'incitazione alla mobilitazione. «Dobbiamo essere pronti a mettere in campo anche uno sciopero immediato» scrivono in tanti perchè la «posta in gioco è alta».


A chiamare immediatamente i colleghi alla mobilitazione subito dopo il voto alla Camera è, tra gli altri, Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma componente del parlamentino dell'Anm in rappresentanza di Magistratura democratica, che chiede «formalmente alla giunta dell'Anm di proclamare lo stato di agitazione e di procedere ad una convocazione straordinari del comitato direttivo centrale per sabato o domenica». «Non ci si può limitare a sperare - aggiunge - che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l'illegittimità della norma oggi approvata dalla Camera. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative - inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato - faccia comprendere anche ai più sordi l'entità della posta in gioco».

IL MINISTRO - E interviene anche il ministro Paola Severino. «Il Parlamento ha votato ed è sovrano -afferma- ma confidiamo che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento perchè interventi spot su questa materia possono rendere poco armonioso il quadro complessivo». La ministra, prendendo atto della volontà del Parlamento, ha comunque osservato che lo strumento dell'emendamento, forse non era il più idoneo per intervenire su una materia così ampia. «Se si fosse trattato di un intervento puntuale sulla sentenza - ha evidenziato - si sarebbe potuto tranquillamente intervenire con un emendamento però poichè il tema si è allargato ad altri aspetti abbiamo ritenuto che fosse più corretto trattare in una sede più organica un aspetto così delicato».



Redazione Online
2 febbraio 2012
(modifica il 3 febbraio 2012)




La giustizia? Un pretesto


Ha le sembianze e i tempi di una trappola il voto della Camera sulla responsabilità civile dei magistrati, dietro cui si nascondono finalità che hanno poco o nulla a che fare con la materia sulla quale è scattata. L’aspetto ingannevole riguarda il contesto in cui un deputato leghista ha presentato l’emendamento che introduce la possibilità di rivalersi contro il giudice che abbia danneggiato qualcuno con «manifesta violazione del diritto »; l’ha infilato nel disegno di legge sugli «adempimenti degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee», col pretesto dell’adeguamento a una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Ue. Che però riguardava la responsabilità degli Stati, non dei singoli magistrati. I tempi, poi, sembrano scelti apposta per mettere in difficoltà il governo e la sua «strana» maggioranza, votando un provvedimento sul quale il ministro aveva espresso parere contrario e ricomponendo la vecchia coalizione Pdl-Lega contro Pd e Terzo Polo (al netto dei franchi tiratori).

Tanto per far capire che l’esecutivo è sottoposto a continua pressione. Ma a parte il movente dell’agguato, il danno peggiore rischia di subirlo una sensata e organica — quanto ipotetica, forse illusoria — riforma della giustizia. All’interno della quale si dovrebbe e potrebbe affrontare anche il complesso e scivoloso tema della responsabilità civile deimagistrati, che meriterebbe soluzioni serie e meditate. Non certo un’accettata come quella vibrata ieri dal voto dell’Aula, dalle pericolose conseguenze, che ha subito riacceso il conflitto tra politica e giustizia. Un colpo di mano politico che c’entra poco con i reali diritti dei cittadini, al quale i radicali si sono associati pur di muovere qualcosa in una battaglia che li vede protagonisti, pressoché solitari, da un quarto di secolo.

Dall’inizio della legislatura giacciono in Parlamento disegni di legge su quella materia, impantanati in una discussione mai iniziata o appena abbozzata. È la dimostrazione più evidente che alla ex maggioranza la materia interessava poco, ché altrimenti avrebbe avuto il tempo di varare norme organiche. Evidentemente anche questa eventualità è stata fagocitata da altre emergenze, legate ai processi a carico di Silvio Berlusconi. Le tossine del conflitto permanente dovuto a quella situazione sono rimaste in circolazione, e continuano a produrre effetti collaterali come la norma varata ieri. Che così com’è scritta, porta con sé il rischio che un giudice chiamato a decidere su una controversia (e quindi a interpretare la legge) pronunci il suo verdetto condizionato dalla forza economica delle parti in causa, per evitare problemi; come ha scritto su queste colonne il professor Trimarchi, docente emerito di Diritto civile alla Statale di Milano, c’è la concreta possibilità «che si senta indotto a preferire non già la soluzione più giusta, bensì quella che implica per lui stesso un minor rischio di danno risarcibile ».

Questa e altre considerazioni andrebbero almeno tenute in conto, nell’affrontare una questione che è tecnico-giuridica prima ancora che politica. Non perché la politica debba per forza lasciare il posto ai professori. Anzi. Ma ascoltarne il parere non guasterebbe.



3 febbraio 2012 | 7:59



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