giovedì 2 febbraio 2012

Responsabilità civile dei giudici, sì della Camera

Corriere della sera

Passa con il voto segreto un emendamento del leghista Pini. I dubbi della Bongiorno: «Non voglio magistrati terrorizzati»


MILANO - Via libera della Camera alla norma che introduce la responsabilità civile dei magistrati. L'Aula di Montecitorio ha approvato un emendamento in questo senso del leghista Gianluca Pini alla legge comunitaria. I voti a favore sono stati 264, 211 i contrari. Un deputato si è astenuto. Il voto è stato a scrutinio segreto, come richiesto dal Carroccio che alla fine è riuscito a portare dalla propria parte la maggioranza dei deputati presenti. Il governo, che aveva espresso parere contrario, è stato dunque battuto in aula. «Il governo aveva avuto l'impegno del Pdl a votare per la soppressione dell'articolo» ha commentato subito dopo la votazione il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini. «Come avete visto a voto segreto è successo diversamente» - ha poi sottolineato. Un possibile ricompattarsi della vecchia maggioranza? «Evidentemente - è la risposta - su alcuni argomenti si ricompattano». E ancora: «il governo non ha chiesto il rinvio perchè aveva avuto la garanzia che avrebbero votato secondo le indicazioni».

COSA CAMBIA - L'emendamento prevede, in particolare, che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento» di un magistrato «in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia», possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. A pagare sarà dunque la toga. Ovviamente, il testo deve ancora avere l'ok del Senato.

«MAGISTRATI TERRORIZZATI» - Poco prima, conversando con i giornalisti, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, aveva assicurato: «Noi votiamo contro sicuramente. È fuori discussione. Se poi chiedono il voto segreto e c'è qualcuno che va in libertà non saranno certo i parlamentari del Pd a farlo». Il voto segreto c'è stato e l'emendamento è dunque passato. Per Giulia Bongiorno, avvocato ed esponente di primo piano di Futuro e Libertà, bisogna votare testi «in cui chi sbaglia paga, ma io non voglio magistrati terrorizzati nell'interpretare la legge o che scrivono sentenze con mano tremolanti. Non rendiamoli terrorizzati di fronte alla legge».


2 febbraio 2012 | 13:56




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Addio a Giovanna la signora dei mille Borsalino

La Stampa

Aveva 96 anni l'ultima erede della dinastia "C'è un cappello per ogni occasione e umore"




Il classico modello di feltro incavato di Borsalino


PIERO BOTTINO
alessandria

L’ unica volta che ammise d’aver pianto fu quando nel maggio 1987 il Comune fece abbattere la storica ciminiera emblema della Borsalino e anche un po’ della città. Così rimase solo lei, alta, slanciata e solida proprio come una ciminiera, simbolo dell’epoca orgogliosa in cui il nome di Alessandria (Piemonte) era noto in tutto il mondo grazie al suo cappellificio.

Giovanna Usuelli è morta ieri a 96 anni, senza figli: per tutti era «l’ultima dei Borsalino», non tanto forse perché stazione finale di una genealogia per la verità complessa, quanto perché ha dedicato gran parte della sua lunga vita a conservare la memoria della famiglia cui si aggregò nel 1947, sposando Teresio Usuelli.

Qui è subito meglio chiarire, i Borsalino industriali sono solo due: Giuseppe, il fondatore nel 1857 della fabbrica, e il figlio Teresio, senatore, morto nel 1939 senza che scaturisse prole dalla lunga relazione - solo alla fine coronata dal matrimonio con la cantante Gea della Garisenda (quella di «Tripoli, bel suol d’amore»). Poi l’azienda passò ai rami collaterali, nello specifico al figlio di una sorella di Teresio che aveva sposato un Usuelli.

Anche l’Usuelli junior si chiamava Teresio e fu lui che nel ’43 impalmò Giovanna Raisini, figlia di un’agiata famiglia di Reggio Emilia, con la sorella sposa di Ignazio Gardella, il grande architetto razionalista che, con il padre Arnaldo, aveva già incrociato il mecenatismo dei Borsalino e che poi realizzò molte delle sue opere ad Alessandria, committente stavolta il cognato.

Teresio Usuelli era un uomo d’azienda, riservato, duro se del caso, temprato nella fabbrica di cappelli (era solito morsicare il feltro per capirne la consistenza e quindi la qualità); lei invece un’esuberante emiliana dalle grandi capacità comunicative che ad Alessandria scoprì le sue capacità di public relation e, a suo modo, di donna immagine.

Signore si nasce, e per Giovanna Usuelli l’eleganza era sì indispensabile, ma anche tanto naturale. La prima cosa che colpiva quando la si incontrava era, oltre all’irruenza contagiosa, la capacità di far apparire un capolavoro qualunque cosa indossasse. Tre anni fa si presentò alla «cena sociale» di un club con un vestitino rosa «che - testimoniano i presenti - era poco più di uno straccetto, ma indosso a lei appariva clamoroso». «L’ho messo la prima volta il giorno del mio fidanzamento», confessò. Erano passati oltre 60 anni.

Poi ovviamente c’erano i cappelli, di feltro. Roba da maschi? Non per Giovanna che quasi ogni giorno estraeva dalla sua sterminata collezione quello «giusto» per l’occasione e l’umore. Quando ad esempio le comunicarono che volevano consegnarle il Gagliaudo d’Oro (un premio locale, è toccato anche a Eco) la prima reazione fu: «Bellissimo, ho già in mente il cappello che indosserò». Un feltro azzurro a tesa larghissima, era fra le poche a poterlo esibire con disinvoltura.

Finiti i fasti dei Borsalino, passata di mano l’azienda, Giovanna divenne animatrice della memoria. Sul tema curò anche un paio libri e fu grazie al suo impegno incessante (e insistente) se alla fine la città salvò la preziosa «sala prove» del cappellificio facendone un Museo unico, meta anche di comitive straniere. Lì la si poteva trovare, fino a poco tempo fa, pronta a spiegare a sparuti gruppetti di turisti la fattura del cappello, le varie fogge, a raccontare aneddoti. Tutti travolgendo con l’eloquio inarrestabile e un po’ stentoreo.

Nei giorni in cui fu abbattuta la famosa ciminiera comparve anche una poesia in rime baciate. Cominciava così: «Salve, sono la Ciminiera/ Sì, lo so, si è fatta sera/ e le ruspe lì di sotto/ stan per fare il quarantotto/ Sono inutile, son vecchia/ ma Alessandria in me si specchia». Potrebbe essere l’epitaffio di Giovanna Usuelli, l’«ultima dei Borsalino».




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Calciatrice cubana "in fuga" negli Usa

La Stampa

 Yisel Rodríguez insegue il suo sogno: "Sull'isola mancano persino i palloni di cuoio"



 

Gordiano Lupi
l'avana

La calciatrice cubana Yisel Rodríguez aveva un sogno quando giocava all'Avana e per questo motivo non ci ha pensato due volte quando si è presentata l'occasione di scappare. Non appena finita la partita con il Canadá, valida per il torneo preolimpico di Vancouver, è salita su un taxi e si è diretta verso la frontiera con gli Stati Uniti. A tutta  velocità, come un personaggio di un vecchio film sceneggiato da Guillermo Cabrera Infante. «Sono venuta qui per trasformare il mio sogno in realtà: voglio fare la calciatrice professionista -  ha detto la ragazza che ha appena compiuto 23 anni. -Voglio dimostrare a me stessa che posso diventare molto brava in questo sport ed eguagliare le atlete che ho conosciuto nei tornei dove ho partecipato».

 Rodríguez è una calciatrice di talento, capace di disimpegnarsi in varie posizioni, dotata di grande visione di gioco, buona velocità ed eccellente tecnica. «Il mio ruolo è centrocampista, ma a volte mi utilizzano in attacco e sulle fasce laterali - ha detto -. Parteggio per il Barcellona, il mio idolo è Lionel Messi e credo che la mia qualità migliore sia giocare al servizio della squadra».

La calciatrice cubana non avrebbe mai potuto realizzare il suo sogno, per questo adesso cerca di portarlo a termine a Miami. «Il calcio femminile a Cuba è poco sviluppato, nessuno gli presta attenzione e molti neppure sanno che alcune ragazze praticano questo sport. Non abbiamo attrezzature né campi adeguati. Ci alleniamo dove capita, indossiamo completi di fortuna e scarpette artigianali. Mancano persino i palloni di cuoio. Il nostro sport non è promosso, in provincia ci sono poche squadre e non ci esistono scuole sportive».

Yisel parla delle difficoltà che incontrano ogni giorno i giovani cubani. «Quasi tutti i giovani vorrebbero restare a Cuba, ma sarebbe importante che ci fosse un cambiamento politico. Molti miei coetanei non sono d'accordo con le idee politiche dominanti, ma non sono liberi di esprimere il dissenso. Inoltre sarebbe importante poter conoscere altri paesi senza dover emigrare».

La centrocampista è fuggita dal ritiro di Vancouver lo scorso 21 gennaio, insieme alla compagna di stanza Yesenia Gallardo, altra ottima calciatrice della nazionale femminile, che adesso si trova a Houston. A Cuba sono rimasti i genitori e il marito di Yisel Rodríguez, ma a Miami c'è il fratello Raudel, che la sta aiutando a realizzare il suo sogno. «Frequentavo il quarto anno di Cultura Fisica (il nostro ISEF, nda). Spero che qualcuno mi possa aiutare a terminare gli studi e a proseguire la carriera di calciatrice», conclude. Per il momento Yisel continua ad allenarsi e attende che una compagine statunitense si accorga di lei. Ma il calcio femminile non è una disciplina popolare neppure a Miami, purtroppo...



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False cure mediche a malati con l'acqua di Lourdes, 39 denunce

Corriere della sera

Sequestrati anche quattro studi medici ed un laboratorio




(Cronache laiche)(Cronache laiche)

ANCONA - Promettevano la guarigione a malati affetti anche da patologie gravi con l'acqua di Lourdes. Trentanove persone sono state denunciate dai carabinieri dei Nas di Ancona per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e all'esercizio abusivo della professione sanitaria. Sono circa 500 i pazienti, di tutte le regioni d'Italia, che si sono rivolti alle «terapie» con «Le acque a Luce bianca» messe a punto da una biologa e dai suoi 38 collaboratori, denunciati dal Nas. Provvedimenti di perquisizioni e sequestro sono stati emessi nei confronti di quattro persone, tra cui uno studio ubicato nell'anconetano, diretto da una biologa e da una serie di suoi collaboratori dislocati in diverse città d'Italia . Persone di ogni fascia d'età e classe sociale, in alcuni casi anche molto facoltose, che pagavano dai 100 ai 200 euro e oltre per dei flaconcini con acque provenienti dai santuari mariani di Lourdes, Fatima, Medjugorje. Fra i malati, anche persone affette da cancro o altre gravi malattie, disposte a lunghi viaggi per farsi visitare negli «studi» della biologa e dei suoi collaboratori.

L'OPERAZIONE - Nel corso dell'operazione denominata «Acque bianche» sono stati sequestrati anche quattro studi medici ed un laboratorio. Dalle indagini, coordinate dalla procura della repubblica del capoluogo marchigiano, è emersa una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla truffa ed all'esercizio abusivo della professione sanitaria. Le persone coinvolte nell'inchiesta esercitando abusivamente la professione medica, dietro compensi, promettevano di «guarire» persone che, affette da patologie anche molto gravi, venivano in diversi casi indotte ad evitare il ricorso alla medicina tradizionale per essere «curate» con acqua proveniente da fonti ubicate presso santuari (Lourdes, Montichiari, Medjugorje, San Damiano, Fatima, etc.).

Lo studio, pubblicizzato online e con il passaparola dei vari utenti, faceva credere che un team di ricercatori (biologi, fisici, etc.) aveva messo a punto una tecnica di intervento sull'uomo e sull'ambiente che agiva «riarmonizzando la materia» attraverso presunte «frequenze» sprigionate dalle acque. In realtà, l'indagine ha permesso di accertare che i soggetti coinvolti non avevano alcun titolo accademico e non erano pertanto abilitati all'esercizio di attività di ricerca nel comparto medico scientifico.



Redazione Online
2 febbraio 2012 | 11:56




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L'assegno di mantenimento

La Stampa


A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato all’universitÀ di milano


Mi sono separata da mio marito. Il giudice ha stabilito un assegno di mantenimento per me e per nostro figlio che è appena sufficiente per sopravvivere. Che cosa dice la legge sull’assegno di mantenimento?
L’articolo 156 del codice civile prevede che lei abbia diritto a ricevere un assegno di mantenimento se i suoi redditi non sono adeguati. Ciò significa che il giudice deve effettuare un confronto fra i redditi e le sostanze di entrambi i coniugi e deve attribuire al coniuge più debole un assegno che gli consenta di mantenere, anche dopo la separazione, il tenore di vita matrimoniale.

Allora, nel mio caso, il giudice non conosce la legge perché il tenore di vita matrimoniale è per me solo un lontano ricordo...
Non è un problema di conoscenza della legge. Però effettivamente una ricerca ha dimostrato che la concreta determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge più debole costringe frequentemente quest’ultimo, dopo la separazione, a penose restrizioni.

Perché? Non è giusto, per crescere nostro figlio ho rinunciato a fare il lavoro che sognavo, mentre mio marito si è dedicato alla sua carriera. Ora lui si gode i risultati e io faccio fatica ad arrivare a fine mese.
Innanzitutto, lei deve considerare che una famiglia separata ha più spese di una famiglia unita: due case, doppie spese condominiali, doppie utenze domestiche. Se i redditi complessivi non permettono di far fronte a questo aumento dei costi, una riduzione del tenore di vita è inevitabile.

Ma non è proprio il nostro caso! Mio marito è un commercialista e ha uno studio con dieci dipendenti. A giudicare dalle macchine di lusso che cambia in continuazione...
Lei mi ricorda una signora che ho conosciuto qualche tempo fa. Dopo la laurea era stata assunta come impiegata in una multinazionale. Il marito invece aveva scelto di fare il professionista: all’inizio, come praticante, non guadagnava nulla. Hanno avuto subito un figlio. La famiglia si reggeva sullo stipendio della moglie. Lei, dopo il lavoro, si occupava del bambino, che durante il giorno stava con i nonni. Poi rimanevano i letti da rifare, la casa da pulire. Lui rientrava per ora di cena, qualche volta anche dopo. Appena il marito ha iniziato a guadagnare, hanno deciso assieme che lei optasse per il lavoro part-time: così poteva rimanere più tempo con il bambino. In questo modo ha rinunciato però definitivamente a qualsiasi prospettiva di carriera nella sua azienda.

Ho già capito come finisce la storia. Quando i redditi del marito sono aumentati, l’ha lasciata per una collega più giovane con il figlio e un assegno di mantenimento da fame...

Non ricordo se la causa sia stata una collega più giovane, comunque si sono separati dopo quindici anni di matrimonio. Il giudice ha concesso alla moglie e al figlio il godimento della casa coniugale, che il marito aveva nel frattempo acquistato, e ha stabilito una somma mensile per il mantenimento del figlio e un assegno di mantenimento per la moglie. Sommando questi denari con lo stipendio da impiegata la situazione era sostenibile. I problemi veri sono iniziati alcuni anni dopo, quando il figlio, diventato ormai grande, è andato a lavorare all’estero. Il marito ha chiesto che lei lasciasse la casa, di cui lui era proprietario esclusivo, e ha smesso di pagare l’assegno per il contributo al mantenimento del figlio. Senza casa, con il suo modesto assegno di mantenimento, lei non riusciva proprio ad arrivare alla fine del mese.

Perché la legge viene applicata in modo così ingiusto nei confronti di chi ha fatto tanti sacrifici?
Perché le leggi che regolano la separazione e il divorzio avrebbero bisogno di essere riformate. Prevedono, a favore del coniuge più debole, un assegno di mantenimento che ha natura esclusivamente assistenziale. Ma il coniuge più debole, al momento della separazione non cerca assistenza, vuole invece avere un giusto corrispettivo per i sacrifici fatti a favore della famiglia. L’assegno assistenziale è invece uguale per tutti: per chi ha fatto sacrifici e per chi non li ha fatti. Probabilmente per questa ragione il giudice è spesso molto cauto quando fissa l’ammontare. Non bisogna poi dimenticare che la determinazione dell’assegno viene effettuata generalmente utilizzando come base per il calcolo solo le dichiarazioni dei redditi dei coniugi e non sempre la dichiarazione dei redditi esprime l’effettiva ricchezza di una persona.



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I tredici briganti che dopo un secolo riappaiono come mummie da museo

La Stampa


Tra loro pure una donna, li fucilarono, ma resero i loro corpi quasi eterni. Con Mazzini, invece, non fu possibile


Nel museo civico di Salò saranno esposte teste mozzate e pezzi anatomici di tredici briganti. Scopriamo così che i “ribelli” di epoca Risorgimentale furono anche usati come cavie, per sperimentare misteriosi preparati  capaci di "pietrificare" i cadaveri. Le “opere” che saranno esposte, riscoperte  grazie a uno studio italo-tedesco, erano state custodite per più di un secolo nell’ ospedale della città e sono prodotto dell’ invenzione di un singolare medico imbalsamatore, il professor Giovan Battista Rini, nato proprio a Salò nel 1795.

Rini, usando anche i corpi dei   briganti uccisi, che qualcuno mise a sua disposizione, mise a punto una sua tecnica segreta di conservazione. Aveva seguito le orme di Girolamo Segato, uno scienziato e viaggiatore, vissuto a Firenze nei primi decenni dell’ 800, che studiò a lungo le tecniche degli antichi egizi direttamente in loco. Come il suo maestro, il pietrificatore di Salò si portò nella tomba il segreto delle sue capacità di conservazione di anatomie, che lo pongono come anticipatore della plastinazione, del contemporaneo Gunther Von Hagens, l’anatomopatologo tedesco che oggi fa molto discutere con la sua mostra itinerante di cadaveri trasformati in opere d’arte.

L’ interesse della mostra è anche storico, saranno mostrati per la prima volta in pubblico busti e teste di briganti, tra cui una mummia che per un periodo fu a torto attribuita al leggendario bandito Zanzanù, un criminale sanguinario che con la sua banda seminò terrore  agli inizi del 1600 sui monti dell’Alto Garda. I tredici briganti decapitati ed esposti come reperti anatomici sono tutti vissuti nella prima metà dell’ 800, molti furono sicuramente fucilati e tra loro c’è anche una donna. Quei tredici briganti trasformati in reperti da museo, almeno potranno ancora oggi raccontarsi attraverso quello che era il loro volto, in alcuni casi straordinariamente conservato grazie alle tecniche segrete del loro imbalsamatore.

Non che possa loro consolare, ma lo stesso privilegio non toccò a Giuseppe Mazzini, di cui si ha solo il ricordo di una maschera mortuaria di gesso. Quando questi morì a Pisa, il 10 marzo 1872, anche i suoi discepoli cominciarono ad accarezzare l’ idea di pietrificare il corpo del loro profeta e trasformarlo in un monumento. Per questo fu chiamato da Lodi il Professor Paolo Gorini, altro matematico e scienziato, pure lui noto preparatore di cadaveri che pietrificava, anche lui, con un procedimento da lui stesso inventato e il cui segreto, come gli altri, si portò nella tomba. Quando il Gorini arrivò a Pisa però Mazzini era già morto da due giorni e si stava decomponendo. L’ imbalsamatore poté fare ben poco, il corpo venne comunque esposto, ma  fu presto ritirato. Molti si erano lamentati dell’odore imbarazzante emanato da chi sarebbe dovuto esser morto in odore di santità, seppur laica. Ciò che restava di Mazzini finì così per esser tumulato a Staglieno.

Oltre a ogni giudizio della storia, passato o futuro, forse si può dire  che, almeno in questo  caso, ai tredici briganti alla fine è andata meglio. Non è da escludere che potrebbero presto pure diventare figure simbolo, magari  per qualche simpatizzante  del movimento dei  Neoborbonici,  che non soffre del pregiudizio storico che li vorrebbe comuni criminali, anarchici e sanguinari, ma potrebbe dar loro persino la dignità di combattenti, trucidati per aver difeso un ideale.



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Non santificate Castro che si converte

di -

Se Repubblica già immagina una specie di santificazione del Lìder Maximo in occasione della visita di Benedetto XVI, la ragione raccomanda prudenza

 

Se Repubblica già immagina una specie di santificazione del Lìder Maximo in occasione della visita di Benedetto XVI, la ragione raccomanda prudenza.




L’articolo di Marco Ansaldo, pubblicato ieri sul quotidiano romano, evoca da parte della Chiesa un «passo millenario» e lascia immaginare, con bella vena sentimentale, uno scenario degno di novantanove anni di pace: il Papa e Fidél, pressoché coetanei, potrebbero incontrarsi nell’occasione (anche se il protocollo non lo prevede, ma si sa che la famiglia è la famiglia) e chissà quale «scambio di parole e di sguardi» potrebbe correre tra loro, viste le tante voci relative alla definitiva conversione dell’antico Lucifero - scomunicato, ricordiamo, da Giovanni XXIII nel freddissimo 1962 - dopo una vita al servizio dell’ateismo. Nel retropensiero, abbastanza chiassoso, dell’articolo si legge in filigrana una parola, che è il vero fil rouge della questione: la parola «riabilitazione».

Riabilitare chi? Che cosa? Il comunismo? È questo il «passo millenario»? Prudenza, amigos. Lo stesso Vaticano consiglia di abbassare i toni. In queste cose scomodare il Santo Padre è fuori luogo: il Lìder può confidare i propri travagli spirituali, anziché al Papa, «a un giovane prete che va a trovarlo e gli sta accanto». L’espressione non è casuale. Il «giovane prete» allude alla fioritura della Chiesa cattolica cubana e alla sua attuale insostituibilità in quella società. Inoltre, a questo prete si domanda di andarlo a trovare e di stargli accanto. La Chiesa conosce bene la natura dell’uomo, e sa che certe vie, pur imboccate con le migliori intenzioni, necessitano di un sostegno.

Perfino i miracoli - come ricorda l’episodio evangelico dei Dieci Lebbrosi (Lc. 17, 11-19), tutti guariti ma di cui uno soltanto tornò a render grazie a Gesù - hanno bisogno di una grande lealtà con sé stessi, di cui gli uomini da soli non sono capaci. Perciò, proprio per la gravità del problema, è necessario un accompagnamento assiduo e discreto, e non bastano «parole» e «sguardi», anche se sono le parole e gli sguardi del Papa. Non procediamo a santificazioni sommarie: a quello ci penserà la Chiesa, se dovrà pensarci. Piuttosto, l’immaginazione è attratta, più che dai passi millenari, da una vicenda che, se confermata, ha un sapore antico. Le cronache medievali parlano spesso di efferati mascalzoni, che dopo aver gozzovigliato e fornicato per una vita in barba ai Dieci Comandamenti e ai Precetti della Chiesa, vedendo avvicinarsi la Spilungona con la falce in mano fanno marcia indietro, e nella speranza di ottenere un trattamento di favore dall’Altissimo si prodigano in dure penitenze e generose donazioni.

Il tono dei racconti in parola va dall’agiografico al sarcastico, come nella celebre novella boccaccesca, dove quel farabutto di Ser Ciappelletto recita così bene la parte del santo da essere poi dichiarato santo (primo esempio di «santo subito») a furor di popolo, fino a costringere lo stesso Dio, s’intende a malincuore, a concedere a quei babbei degli uomini le grazie che essi con tanto fervore chiedono al millantato santo. Il discrimine tra sincerità del cuore e convenienza politica è terribilmente difficile da individuare, tanto da lasciar pensare che esso non esista nemmeno, e che le due cose siano una sola. Astuzia, dolore, senso politico, paura si fondono insieme in un unico, vasto sentimento che non si può definire con una sola parola, anzi, spesso non arriva nemmeno a farsi parola, oppure assume la forma del ragionamento utilitaristico, come fa il Figliol Prodigo, che torna da suo padre perché gli conviene, visto che sta morendo di fame. Quale sia la «fame» di Fidél Castro, non lo sa nessuno di noi.

Vecchio e malato, ma non stupido, egli penserà certamente a tutto quello che il suo potere ha prodotto in tanti anni di storia per milioni e milioni di persone. Sono queste le cose che contano. Le riabilitazioni lasciano il tempo che trovano. Le santificazioni possono aspettare. Conta solo ciò che realmente sta accadendo all’uomo Fidél Castro, e che può essere confessato «a un giovane prete che va a trovarlo e gli sta accanto» nel tempo, nella durata. Dopodiché, vengano pure gli abbracci.




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La moglie di Vespa punge De Benedetti "Lui pagò tangenti"

di -

Il magistrato smonta le tesi dell’Ingegnere che insinuò un trattamento di favore nel 1993 per Letta e Galliani


Roma - Si è fatta sbollire la rabbia per dieci giorni e più, Augusta Iannini. Poi, ha preso carta e penna per scrivere a Il Fatto Quotidiano e ristabilire la verità su una delicata vicenda che risale al 1993 e riguarda Carlo De Benedetti.


Carlo De Benedetti

Siamo in pieno clima Tangentopoli e l’attuale capo dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia, che non ama sentirsi chiamare «signora Vespa», è giudice per le indagini preliminari a Roma. Proprio lei ordina l’arresto del presidente dell’Olivetti, richiesto dalla pm Maria Cordova per pesanti tangenti pagate alle Poste.


E, visto che il pool milanese di Mani Pulite con Antonio Di Pietro in testa, sulla stessa vicenda si è regolato diversamente, viene accusata da più parti di non essere stata imparziale. La Iannini deve spiegare che la Procura ha indagato su fatti nuovi emersi sull’episodio di corruzione che ha coinvolto il patron dell’Olivetti.

Il 20 gennaio scorso il quotidiano diretto da Antonio Padellaro torna sulla questione, con un’anticipazione del libro Eutanasia di un potere di Marco Damilano. A De Benedetti si attribuisce la frase: «C’erano tre mandati di cattura, per me, per Gianni Letta e per Adriano Galliani. Il gip Augusta Iannini disse di avere ottimi rapporti di famiglia con Letta e con Galliani, per via del marito Bruno Vespa, e che non poteva essere obiettiva. Io obiettai che questo valeva anche per me, al contrario, per i miei pessimi rapporti con Berlusconi. Comunque ci fu un interrogatorio, chiarii la mia posizione, uscii di prigione e nel processo venni assolto (in parte per prescrizione, ndr)».


La Iannini, che Dagospia ha ribattezzato «la Vespa regina» con un’allusione a Sabina Began-Ape regina, si ribella all’insinuazione di non essere stata obiettiva quando ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per l’Ingegnere. La Iannini punge e al direttore de Il Fatto ricorda che l’aver sostenuto questa tesi nel 1997 su La Repubblica «con accenti più temerari, costò alla società editrice controllata da De Benedetti una condanna di risarcimento in mio favore di 80 milioni di lire». Una minaccia di querela neppure tanto velata.


Il magistrato, soprattutto, ci tiene a sottolineare che vengono accostati «due procedimenti nettamente distinti, nel numero e nell’oggetto: Letta e Galliani erano imputati per presunti illeciti nell’assegnazione delle frequenze; De Benedetti, come ammise lui stesso nell’interrogatorio di garanzia, aveva pagato alcuni miliardi per corrompere al ministero delle Poste chi aveva garantito alla Olivetti l’acquisto di telescriventi obsolete. Dall’astensione per l’uno, dunque, non conseguiva alcun dovere - neppure sotto il profilo dell’opportunità - di astensione per l’altro».

La Iannini, cita la sentenza del tribunale di Roma che condanna La Repubblica per aver sostenuto la stessa tesi che ora Damilano rilancia per bocca di De Benedetti e Il Fatto amplifica. Sentenza nella quale i giudici condividevano la decisione del gip di astenersi nei confronti di Letta e Galliani.


«Il pezzo giornalistico - dice il documento- accosta in modo suggestionante fatti reali per ingenerare nel lettore la convinzione che l’attrice sia un giudice non imparziale». Invece, per il tribunale, «l’ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della Procura nei confronti dell’Ingegner De Benedetti è abbondantemente motivata, mettendo in luce una serie di elementi esistenti a carico dell’indagato».



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Vendola sbeffeggiato sul web Fine del gran comunicatore

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La parabola di Nichi: tenta di arringare la piazza virtuale contro la Rai, ma il popolo della Rete lo processa: "Non hai un’idea, e parla come mangi"


Da Grande Comunicatore a scomunicato dal web, processato in diretta, anzi on line, proprio sull’informazione. Lui, Nichi Vendola, lo direbbe di certo meglio, magari con un anacoluto, un artificio a effetto o un poetare magniloquente, robe così.




Ma insomma questo è per noi mortali della comunicazione: il troppo stroppia e tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. La zampa di Nikita s’è impigliata nelle sue stesse parole. «Ma parla come magni», gli rinfaccia adesso quella stessa Rete che lui ebbe a definire «un enorme propulsore di messaggi di pace e di libertà, sempre più un vero e proprio luogo del possibile».


Ecco. Quel luogo di libertà che in principio lo osannò, adesso è di lui che si vuole liberare. Rinfacciandogli proprio quel suo filosofare ingombrante, ormai simbolo di una sinistra che una volta riempiva le piazze di carne e ossa e adesso svuota persino quelle virtuali. Il processo si è compiuto l’altra sera sulla pagina Facebook di Nichi. Lui ha tentato, una volta ancora, di arringare la folla, con un post contro le nomine Rai, Maccari al Tg1 e Casarin al Tgr: «Sono senza parole. Quello che si è consumato in Cda è uno scandalo lungamente preparato ed annunciato. Il servizio pubblico dell’informazione ancora una volta è umiliato dalla protervia di un potere politico volgare e dozzinalmente padronale. Non si può tacere, non si può rimanere inerti, nelle istituzioni e nel Paese. L’opposizione si muova, il governo da parte sua non ha nulla da dire?».


Se è vero che la Rete dà voce al popolo, il popolo urlava: «Vendola è senza parole ma nessuno si muove, in fondo fanno troppo gola i soldini per ribellarsi al sistema mafioso che avete costruito» lo ha attaccato Roberto Cardelli; «Ma quale opposizione, se vuoi stare con Pd e Udc, vergognati!» ha infierito Adalberto Alquati; «Nichi abbandona la retorica e riabbraccia la lotta politica e di idee» ha suggerito Enrico Crocerossa; «Ma ci stai prendendo per i fondelli? Ma se siete tutti d’accordo!» ha puntato il dito Danio Cioni; «E voi cosa proponete? Non si può contestare senza proporre» l’ha rimproverato Riccardo Brughera. Fino ad Alessandra Di Benedetto, impietosa: «Ma parla come magni». Gli rimproverano tutto. L’occhiolino che Sel strizza all’Udc, una volta sapeva di nuovi scenari, ora puzza di inciucio; l’opposizione che sarebbe meglio un bel tacere, se poi nei fatti non ne azzecca una; quel surplus di domande poste a chi governa senza mai proporre una risposta fattibile.


E così ecco la parabola del governatore della Puglia. In principio fu il «Grande Comunicatore». Un Berlusconi di sinistra, come lo definì il Tempo agli esordi. Che però, a furia di voli pindarici, si è bruciato prima di vedere il sole di Palazzo Chigi. Piaceva Nichi. Di più, in una politica di litigiosi pronti persino alle mani in Parlamento, faceva sognare, o almeno sperare. Il programma elettorale per lui era una «narrazione collettiva». Le primarie anche meglio: «Una spinta di vita che immette un alito profumato nel centrosinistra che dice parole che sono in sintonia con la società».


La democrazia «un Parlamento che non si chiuda nel proprio cuore di tenebra». Poi è successo qualcosa. È successo che, banalmente, Nichi ha esagerato. Da Grande Comunicatore a zimbello. Sul sito del Foglio c’è pure un blog, quello di Claudio Cerasa, che gli dedica una rubrica fissa, si intitola «Nichi ma che stai a dì?» ed è una raccolta quotidiana delle sue frasi «più folgoranti». C’è da ridere. Le primarie? «Sono come il bambino che si porta all’orecchio la conchiglia per ascoltare il rumore del mare: sono il rumore della vita».


Olé. Il centrosinistra? «Deve riprendere in mano la questione morale con una capacità di autobonifica sconosciuta all’innocentismo “a prescindere” della destra». Eh? «Perché porto l’orecchino? Mi piaceva l’idea di firmare il mio corpo, inserire una micro-mutazione nella mia corporeità». Boh. Un crescendo.


Al Fatto che gli domandava come interpretasse il voto alle amministrative, lui ha risposto: «È stato l’increspatura del mare che si fa onda». Intervistato dal Tg3 su centrosinistra e dintorni, ha lanciato un non meglio precisato «patto con le nuove generazioni e con il mondo dell’indignazione». Interpellato a proposito del suo rapporto con il Vaticano, ha messo lì un ostico: «Il paganesimo è la nostalgia di un divino non ossificato nelle metafore del potere maschile».


È troppo dai, soprattutto in tempi di quarta settimana senza pagnotta, di forconi e governi tecnici e lacrime e sangue. Lui la direbbe con una citazione colta: «Primum vivere, deinde philosophari». Forse Aristotele va riletto.



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Cupola d'acqua dolce sull'Artico minaccia il clima: può fermare la corrente del Golfo

Corriere della sera

I dati dei satelliti disegnano uno scenario simile a quello del film «The Day After Tomorrow» 



MILANO - C’è una grande area dell’Oceano Artico occidentale che si sta gonfiando senza sosta da dieci anni generando serie preoccupazioni per le possibili conseguenze ambientali e climatiche sull’intera Europa. Dal 2002 la sua superficie si è alzata di 15 centimetri e la crescita continua.


LA CUPOLA - Lo hanno scoperto i ricercatori del Centre for Polar Observation and Modelling dell’University College di Londra assieme ai colleghi del National Oceanography Centre britannico combinando i dati raccolti dai satelliti Envisat e Ers-2 dell’Agenzia spaziale europea Esa a partire dal 1995. Il risultato è che si sta creando una sorta di cupola sotto la quale si sono concentrati finora ottomila chilometri cubi di gelida acqua dolce. Il fenomeno è inaspettato e senza spiegazioni precise. Secondo gli scienziati l’accumulo sarebbe determinato dai forti venti artici che avrebbero accelerato una grande circolazione oceanica nota come Beaufort Gyre.

LA CORRENTE DEL GOLFO - L’acqua dolce è sempre stata presente in Artico riversata dai fiumi euroasiatici. Ma mai si era misurata in così grande quantità e con una crescita progressiva tanto rilevante. Oltre il 10 per cento di tutta l’acqua dolce dell’Oceano Artico si è concentrato sotto l’immensa cupola. Un cambiamento nella direzione dei venti come è avvenuta anche in passato - spiegano gli scienziati - potrebbe causare il deflusso della massa d’acqua accumulata nell’Oceano Atlantico rallentando la corrente del Golfo che garantisce un clima mite all’Europa rispetto ad altre regioni alle stesse latitudini.


EFFETTI DEVASTANTI - L’effetto, quindi, sarebbe devastante e accadrebbe quanto era stato raccontato nel film del 2004, The Day After Tomorrow di Roland Emmerich. «Di anno in anno ci siamo resi conto di un fenomeno che non trovava sempre spiegazione con i venti -afferma Katharine Gile, prima firmataria dello studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience - Un’idea è che il ghiaccio marino formi una barriera tra l’atmosfera e l’Oceano. E se il ghiaccio si modifica anche l’effetto del vento può cambiare». Ma si tratta solo di un’ipotesi alla quale gli scienziati lavorano indagando soprattutto il comportamento dei ghiacci dal quale trarre conferme o smentite.


OCCHIO DAL CIELO - Per questo Envisat, il più grande satellite per l’osservazione della Terra mai costruito e in orbita da dieci anni, si concentrerà ora sul fenomeno. Nel frattempo si scaverà ancora più a fondo nei dati trasmessi in vent’anni da Ers-2 e attivo sino al luglio scorso. Ma decisivi potrebbero essere soprattutto le osservazioni del satellite Cryosat, sempre dell’Esa, specializzato nel rilevamento dei ghiacci. Le elaborazioni sulle variazioni stagionali sono attese entro l’anno.



Giovanni Caprara
1 febbraio 2012
(modifica il 2 febbraio 2012)




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Gioconda, una copia gemella al Prado Dipinta in contemporanea a Leonardo

Corriere della sera

L'allievo del Genio fiorentino, Andrea Salai o Francesco Melzi, lo dipinse quando veniva creato l'originale




FIRENZE - I magazzini del Museo del Prado di Madrid sono stati teatro di una delle recenti scoperte più importanti nella storia dell'arte: gli esperti della galleria spagnola hanno identificato, infatti, una copia della Gioconda (1503-1506) di Leonardo da Vinci, dipinta in tempo quasi reale da uno dei suoi allievi prediletti, probabilmente Andrea Salai (che divenne l'amante del maestro) o Francesco Melzi.

L'annuncio di quella che è stata definita una sensazionale scoperta è stato pubblicato dal quotidiano «El Pais», che cita fonti del Prado e soprattutto il periodico londinese «The Art Newspaper», che pubblica un ampio articolo sull'identificazione di una delle primissime copie della Gioconda.

Gli specialisti del Museo di Madrid hanno impiegato diversi mesi per studiare l'opera, per eseguire un intervento di pulizia che ha permesso di rimuovere la vernice scura che copriva la tavola ad olio.

Il quadro, che per molto tempo all'interno del Prado è stato considerato come una banale copia del più famoso ritratto femminile conservato al Louvre di Parigi, è stato ora nuovamente classificato e la sua catalogazione, scrive «El Pais», assomiglia a una «vera bomba» per gli studi dell'arte.

Il discepolo di Leonardo avrebbe, infatti, eseguito la replica della Gioconda proprio nello studio di Firenze dell'artista-scienziato del Rinascimento quando ancora il maestro di Vinci stava dipingendo l'originale. Anche le dimensioni delle due opere sono quasi simili: la Gioconda del Louvre misura 77 cm x 53 cm e la copia del Prado 76 cm x 57 cm. Il dipinto dell'allievo di Leonardo è arrivato nella collezione reale spagnola nel 1666, come ha precisato Miguel Falomir, direttore del dipartimento della pittura italiana e francese moderna del Prado.

Sofisticate ricerche durate circa un anno - sono state impiegate macchine fotografiche digitali, raggi x, riflettografia, laser e scanner - hanno dato risultati che molto probabilmente cambieranno il corso delle teorie e delle interpretazioni circa il leggendario ritratto, che secondo molti studiosi raffigurerebbe Lisa Gherardini, la moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo.

Due settimane fa Ana Gonzalez Mozo, ricercatrice del gabinetto tecnico del museo di Madrid, ha rivelato a un convegno alla National Gallery di Londra che la Gioconda del Prado è molto «piu' rilevante» di quanto non si credesse. «La limpidezza della tela ora recuperata ha permesso di scoprire che il ritratto fu eseguito nella stessa officina di Leonardo, probabilmente nello stesso periodo che il maestro lavorava alla sua tela originale», ha detto tra l'altro la studiosa, che ha sottolineato l'estrema somiglianza tra le due opere, non solo nel volto femminile ma anche nel paesaggio toscano che fa da sfondo.

Lo stato di conservazione della «Mona Lisa» del Prado, hanno aggiunto gli esperti spagnoli, è «migliore» di quella orginale al Louvre.«Ciò consentirà di studiare con più precisione i materiali pittorici con cui sono eseguite le due Gioconde e forse di decifrare anche alcuni misteri che ancora circondano il capolavoro di Leonardo», aggiungono dalla galleria spagnola. La copia della Gioconda sarà presentata in pubblico a Madrid il 21 febbraio. Poi la copia restaurata andrà in trasferta al Louvre, dove dal 29 marzo al 25 giugno, sarà esposta in una mostra dedicata a Leonardo in occasione della presentazione del restauro ultimato del Sant'Anna, che non poche polemiche ha suscitato in Francia e all'estero.

 

Gioconda, l'originale e la copia: il confronto

Il dipinto di Leonardo (dopo il restauro) e quello dell'allievo

 


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A sinistra il dipinto di Leonardo, con lo sfondo che era stato coperto nell'Ottocento e che è stato recentemente riportato alla luce con un accurato restauro. A destra, la copia attribuita a un allievo di Leonardo, forse Salai o Francesco Melzi. La copia è stata realizzata nel medesimo periodo ed è molto somigliante sia nel ritratto sia nello sfondo, oltre ad avere dimensioni simili all'originale. Tuttavia sono anche evidenti leggere ma significative differenze: nel viso, e in particolare nel sorriso, nelle mani e nel paesaggio, oltre che nei colori.


Monti: «il posto fisso non può essere a vita»

Corriere della sera

E poi incita i giovani ad accettare le sfide della flessibilità


MILANO - «I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E' bello cambiare e accettare delle sfide». Così il presidente del Consiglio, Mario Monti intervenendo a Matrix su Canale 5 sui temi del lavoro e dei giovani. «La riforma sulla quale il ministro Fornero e tutto il governo adesso è impegnato - ha spiegato- ha la finalità principale di ridurre il terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi per caso o per età è già dentro e chi giovane fa terribile fatica ad entrare o entra in condizioni precarie». E poi è tornato sull'articolo 18. «Non si può sintetizzare la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociale in si cambia l'articolo 18 o no. L'articolo 18 non è un tabù ma può essere pernicioso per lo sviluppo dell'Italia e per il lavoro dei giovani in alcuni contesti, può essere più accettabile in altri contesti».


PERIMETRO DEL GOVERNO - E poi ha indicato il perimetro di attività dell'esecutivo. «Questo governo ha compiti limitati e difficilissimi: rendere l'Italia migliore e più attraente a tutti -ha spiegato Monti- svolgiamo questi compiti osservando una distanza di rispetto dai partiti perchè ci sono temi importanti che non sono il cuore del mandato ricevuto». Quindi ha tenuto a precisare: «io ho opinioni personali ma non le considero parti della missione di governo. La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche». Monti ha concluso: «se, per soddisfare le coscienze dei membri del governo, entrassimo nell'agone del dibattito renderemmo più difficile l'appoggio di larga parte del Parlamento ai nostri sforzi».

FIDUCIOSO - Intervenendo precedentemente al Tg5 il presidente del consiglio Mario Monti si era detto fiducioso sul futuro del paese: l'Italia riuscirà a risanare i suoi debiti. E poi ha sottolineato come il vincolo del debito non sia «un vincolo preso due giorni fa, ma un anno fa. Certamente è severo ma non impossibile se saremo capaci - noi e tutti i governi che si susseguiranno - di tornare a far crescere di più l'Italia».

LO SPREAD - Intanto, nella giornata di mercoledì si è registrato un sensibile calo dello spread, arrivato sotto ai 400 punti base. E il premier non manca di sottolineare come «scenderà ancora», e inoltre come «sia sceso di 200 punti» dal suo insediamento a novembre. E ha poi aggiunto una spiegazione sul reale significato di questo parametro, «una variabile che ha polarizzato anche troppo l'attenzione», e che di sicuro c'è «ormai una tendenza decrescente».

APPOGGIO - Successi economici a parte, non mancano dei malumori da parte, in particolare, del Pdl. Monti però non drammatizza: «sono normali in una parte politica non più direttamente al governo, ma l'appoggio di Berlusconi è particolarmente significativo. So che non durerà per sempre, ed è legato a ciò che facciamo. Anzi, mi aspetto che ci dicano di andarcene il giorno dopo se faremo qualcosa di sbagliato. E noi ce ne andremmo sicuramente. Non so alla fine, nel marzo del 2013 o ad aprile, che ricordo porterò. Ma so che sarà una parentesi chiusa ed immagino che il ricordo sarà positivo solo se l'Italia sarà migliore di oggi. Ce la faremo».

PRIVATIZZAZIONI - A proposito delle tanto invocate privatizzazioni, il presidente del consiglio parla di «possibilità», e non di priorità, «anche perché in passato non sempre sono state fatte nel modo migliore. Occorreva prima dare prova che sappiamo fare, e accettare, una politica di vero contenimento del disavanzo, e dopo ci sarà spazio per un'operazione sul capitale. Il nostro sforzo, attraverso una maggiore concorrenza e merito, è quello di valorizzare di più il capitale umano».

EUROPA - L'ultimo pensiero va all'accordo europeo raggiunto martedì sul patto di stabilità: «Ora la crescita non sará più un omaggio verbale ma diventerá il cuore della politica europea dei prossimi mesi», ha concluso Monti, cui è però sfuggito un curioso lapsus, quando ha citato la «Banca centrale tedesca», salvo poi correggersi: «Volevo dire Banca centrale europea, un lapsus involontario...».


Redazione Online1 febbraio 2012 (modifica il 2 febbraio 2012)

In ricordo del caro estinto Il necrologio finisce in tv

Corriere della sera


Idea di Mantova Tv: in video l'annuncio funebre, con la foto del defunto e il sottofondo di musica classica



Il tg online di Mantova TvIl tg online di Mantova Tv

MANTOVA - Almeno una volta, l'avrete visto anche voi, il tizio che, sul tavolino di un bar di provincia, inizia a sfogliare il giornale dalla pagina nei necrologi. E scrutando le fotografie dei trapassati, si lascia talvolta andare a non sempre caritatevoli commenti ad alta voce. Su questo tipo umano, più diffuso di quanto si creda, sono fiorite persino barzellette (una per tutte, quella del barista che fa: «Proprio oggi che c'era la sua foto sul giornale, non è venuto a leggerlo»). Ma, in fondo, non c'è nulla di male ad essere attratti, per dir così, più dalle notizie sull'aldilà che da quelle sull'aldiquà. Nei giornali anglosassoni l'«obituary», del resto, è elevato quasi a genere letterario. E, per i quotidiani locali, oltre che apprezzatissima «informazione di servizio», gli annunci funebri sono quasi sempre una fonte d'entrata non indifferente. Ed esclusiva, sembrava. Perché, a quanto pare, questo residuo monopolio della carta stampata è anch'esso destinato ad essere esposto alla concorrenza di altri media.

Così, capita che anche il più antico quotidiano d'Italia, la Gazzetta di Mantova (anno di fondazione 1664) veda spuntare in casa propria un nuovo concorrente. L'emittente locale Mantova Tv ha infatti deciso di mandare in onda dei «video-necrologi». L'idea è venuta a Franco Vallenari, responsabile commerciale della tivù. «Abbiamo chiesto a tutte le agenzie di pompe funebri di città e provincia se fossero interessate a inserire, nel servizio che propongono alle famiglie, anche un eventuale necrologio in video. Gratis, per le prime settimane. La risposta ci è sembrata buona, sono arrivati una mezza dozzina di annunci. Così, da oggi (ieri per chi legge, ndr), siamo passati agli annunci a pagamento: 40 euro più Iva. Pensiamo fosse giusto offrire un'alternativa alla carta stampata a prezzi più accessibili».

Vallenari, insomma, è convinto di poter coprire una nicchia (o cripta?) di mercato. Anche per una questione d'orario: «Può capitare che il decesso avvenga a tarda ora - spiega - quando non c'è più tempo per fare l'annuncio sul giornale del mattino dopo. In quei casi, grazie alla tivù, non è necessario far passare un'intera giornata per poter comunicare la notizia». Magari, a questo punto dell'articolo, starete già ricorrendo a gesti apotropaici più o meno manifesti. Non pensate, in ogni caso, che il video-necrologio sia l'ennesima frontiera della tivù del dolore: sullo schermo non compaiono né mezzibusti vestiti a lutto, né scene tipo annunciatrice nordcoreana il giorno della morte di Kim Jong Il. «Mandiamo semplicemente in onda, per 20 secondi, l'immagine dell'annuncio mortuario, quello con la foto del deceduto, che di solito viene affisso sui muri - spiega Vallenari - con una musica da requiem in sottofondo».

L'annuncio viene ripetuto tre volte: alle 18.30, dopo il tiggì di mezzanotte e alle 8.45 del mattino successivo. Il servizio, attivo da ieri, attraversa la classica fase di avviamento. Ma aver fretta di risultati, vista la materia, sarebbe di pessimo gusto. Semmai, una domanda sorge spontanea: dopo carta stampata e tivù, mica ci toccherà vederli anche su Facebook, Twitter e YouTube?


Luca Angelini
2 febbraio 2012 | 9:56




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A caccia di narcos come nel vecchio west Unità di detective indiani seguono le orme

Corriere della sera

I vecchi sistemi dei cacciatori di tracce per la lotta al contrabbando



RISERVA TOHONO O’ODHAM (Arizona) – Nel deserto dell’Arizona, al confine con il Messico, opera un’unità composta da indiani. Sono gli Shadow Wolfes, un team di cacciatori di tracce. Il loro compito è di scoprire quelle dei trafficanti di droga e di clandestini che violano il confine. E per farlo usano i vecchi sistemi, tramandati da nonni e padri. Un ramoscello spezzato, una pietra spostata, un’orma sulla terra diventano un indizio importante. La loro zona d’operazioni è la riserva Tohono O’Odham, a sud est di Tucson, un’area selvaggia e remota attraversata ogni giorno dai «convogli» dei contrabbandieri. Che usano mille trucchi per confondere gli agenti. Coprono le ruote dei loro veicoli e le suole delle scarpe degli spalloni. Impiegano cavalli e quad. Hanno vedette sulle alture. Abbiamo trascorso una giornata intera con gli Shadow Wolfes: potete leggere il racconto su Sette in edicola con il Corriere della Sera a partire dal 2 febbraio.


Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
Golimpio@rcs.it
1 febbraio 2012 (modifica il 2 febbraio 2012)

Battisti torni in Italia ed espii la sua pena»

Corriere della sera

Nota del Quirinale dopo la richiesta dell'ex terrorista che chiede al Capo dello Stato di difendersi



Battisti (Ansa)Battisti (Ansa)

MILANO - Una risposta che non lascia adito a dubbi. E' secca e dura la replica del Quirinale all'appello che Cesare Battisti, ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo, accusato di avere avuto un ruolo in almeno quattro omicidi nel corso degli anni di piombo e ora rifugiato in Brasile, aveva rivolto al presidente della Repubblica. «Signor presidente Napolitano - ha detto Battisti in un'intervista al programma Le Iene che verrà mandata in onda giovedì sera su Italia Uno -, mi dia la possibilità di difendermi. Di presentarmi di fronte ad un tribunale, oggi in Italia, e di potermi difendere, di rispondere ad un interrogatorio vero, come non è mai successo, e così io mi comprometto a rispondere delle mie responsabilità d fronte alla giustizia italiana». La risposta di Napolitano non si è fatta attendere e non è stata nel senso auspicato dall'ex rivoluzionario.

«TORNI E PAGHI» - E' stata una nota del Colle, appena uscite le anticipazioni sull'intervista, a chiarire la posizione della presidenza della Repubblica sulla vicenda. Al Quirinale si osserva che il signor Cesare Battisti «deve solo presentarsi nel nostro Paese per espiare, secondo le norme dell'ordinamento penitenziario italiano, le pene alle quali è stato condannato a conclusione di processi svoltisi nella piena osservanza delle regole di uno Stato di diritto».

«NAPOLITANO STALINISTA» - Alla domanda sul perchè non contatti il capo dello Stato per spiegare la sua posizione, Battisti risponde: «Napolitano mi sembra davvero un irriducibile degli anni '70, dell'ex P.C. stalinista. Non mi sembra che sia la persona adeguata per dire oggi all'Italia 'Giriamo la pagina', dimentichiamo il passato, riconosciamo le responsabilità, riconosciamo la storia, riappacifichiamoci. Non mi pare che Napolitano stia dando esempio di questo». «Prima di tutto - dice anche - Napolitano mi manderebbe a quel paese perché lui è il Presidente della Repubblica e io sono un signore nessuno. Secondo, Napolitano mi pare che in quegli anni era uno dei massimi avversari del movimento rivoluzionario, quindi pare che sia rimasto avversario... Secondo me, Napolitano sa benissimo chi sono, cosa ho fatto e cosa non ho fatto. Non ha bisogno che io glielo dica. Anche perché se io glielo dico lui non ci crede. E secondo me anche se ci crede non ha nessuna intenzione di crederci, di diffonderlo».



Redazione Online
1 febbraio 2012 | 20:44



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Ustica, torna l'ipotesi del depistaggio che porta alla all'incidente di Ramstein

Corriere della sera

Chiesta la sospensione dei risarcimenti decisi in primo grado




I resti del Dc 9 Itavia
MILANO - Nel giorno in cui si apre il processo d'appello continua a tenere banco l'ipotesi di un clamoroso depistaggio che legherebbe la strage di Ustica all'incidente aereo del 1988 a Ramstein, in Germania, durante l'esibizione delle Frecce Tricolori. La circostanza è emersa grazie alle indagini difensive condotte dall'avvocato Daniele Osnato che assiste i familiari di alcune vittime del disastro del Dc9 e secondo il quale una perizia disposta dall'Aeronautica militare tedesca dopo l'incidente nei cieli di Ramstein proverebbe che il velivolo solista, schiantatosi contro quelli dei due colleghi sarebbe stato sabotato. L'ipotesi del legale è che l'incidente di Ramstein, costato la vita ai militari Ivo Nutarelli, Mario Naldini e Giorgio Alessio, non fu determinato da un errore del pilota «solista» (Nutarelli) ma che il velivolo venne sabotato per impedire al tenente colonnello di testimoniare davanti al giudice istruttore Rosario Priore sulla strage di Ustica.

TESTIMONE SCOMODO - Il militare, alzatosi in volo con Naldini la notte dell'incidente del Dc9, per un'esercitazione, lanciò due volte l'allarme generale in prossimità della rotta del velivolo dell'Itavia, prima di atterrare a Grosseto. Su questo anomalo comportamento il giudice avrebbe dovuto interrogare il pilota due settimane dopo la tragedia di Raimstein. Nutarelli, dice il legale, durante l'esibizione nei cieli tedeschi accortosi che qualcosa non andava nella strumentazione di bordo, che avrebbe segnalato altimetrie errate, tentò di frenare tirando giù il carrello e il freno aerodinamico. Il tentativo di frenata emergerebbe dalla perizia tedesca, ma sarebbe stato scoperto dal legale. «Ho saputo da fonti di stampa - commenta Osnato - che l'Aeronautica militare avrebbe fatto una sua perizia su Ramstein. Noi non ne abbiamo mai avuto notizia. Se questo è vero la chiederemo e se non ce la daranno, chiederemo alla magistratura di fare un ordine di esibizione di atti all'Aeronautica».

LA SMENTITA - Ma l'Aeronautica militare smentisce. In una nota nega che vi siano nuove indagini sull'incidente aereo di Ramstein come aveva anticipato martedì dal mensile Il Sud. «Le due commissioni di investigazione, una nazionale e l'altra internazionale - ha precisato l'Aeronautica - esclusero la possibilità di avarie o malfunzionamenti dei velivoli coinvolti nella sciagura aerea». Replica l'avvocato Osnato: «Siamo stanchi di avere dettata la verità dall'Aeronautica militare. Il codice di procedura penale ci consente di svolgere attività investigative private e noi le stiamo svolgendo. Che ci sia stata una valutazione da parte dell'Aeronautica stessa sull'incidente di Ramstein è un fatto loro. Ma ciò non ci impedisce di fare indagini difensive autonome. Soprattutto se si considera l'inaffidabilità delle indagini svolte dall'Aeronautica sui fatti di Ustica e le inaffidabilità delle informazioni trasmesse ai magistrati così come verificato nella sentenza del Tribunale».

IL PROCESSO - Intanto nell'udienza d'appello, davanti alla prima sezione civile della Corte d'appello di Palermo, l'avvocatura dello Stato ha chiesto di sospendere l'esecutività della sentenza e dunque di bloccare i pagamenti, a carico dei ministeri dei Trasporti e della Difesa. Il collegio presieduto da Rocco Camerata Scovazzo si è riservato la decisione. Nel processo di primo grado il giudice Paola Proto Pisani aveva stabilito un risarcimento-record di 100 milioni in favore di 86 parenti di una quarantina delle vittime. E non si è fatta attendere la reazione di Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione parenti delle vittime della strage: «È triste che l'Avvocatura dello Stato ancora una volta contrasti le decisioni di un giudice della Repubblica».

E ancora: «La sentenza di primo grado è estremamente importante perchè ribadisce la conclusioni a cui era pervenuto il giudice Rosario Priore, sottolineando che l'abbattimento del DC9 è avvenuto all'interno di un episodio di guerra aerea, e condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti ai risarcimenti. Ma quel che è più importante riconosce il danno subito dai parenti delle vittime per la mancata verità. Di questo devono prendere atto l'Avvocatura dello Stato e i ministeri: è mancata la verità per 32 anni. Si vergognino e prendano atto che questa vicenda deve avere una fine».




Redazione Online
1 febbraio 2012 | 22:24




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Concorrenza, Google condannata in Francia

Corriere della sera

Per il servizio Google Map. E nelle stesse ore anche la rete condanna la società: «Censura i blog locali»




MILANO - Una «condanna senza precedenti» per Google. Sulla società di Mountain View si è abbattuta la scure del tribunale del commercio di Parigi che ha condannato la società a versare 500mila euro di danni - oltre a 15mila euro di ammenda - alla società francese Bottin Cartographes, che offre online cartografie personalizzate del territorio europeo e altri servizi molto simili a quelli offerti da Google Maps, ma in qualche caso a pagamento. Bottin Cartographes aveva promosso un'azione legale nei confronti del popolare motore di ricerca accusando Google Maps di concorrenza sleale e abuso di posizione dominante. Nel mirino soprattutto i servizi per le aziende, offerti dal motore di ricerca. Google, secondo le tesi dell'accusa, recepite dalla corte, ha agito in modo da «rovinare il mercato», violando le norme che regolano la concorrenza per eliminare i competitors e guadagnare il controllo del mercato.

PRONTO L'APPELLO - «Abbiamo esaminato la decisione della Corte francese e abbiamo deciso di presentare appello - ha detto un portavoce della società, interpellato a poche ore dalla sentenza -. Riteniamo che un servizio di mappe gratuito e di alta qualità sia una cosa eccellente tanto per i siti quanto per gli utenti e in questo settore ci confrontiamo con una forte competizione».

CENSURA - La notizia è arrivata a poche ore dall'apertura di un altro fronte che vede Google sul banco degli imputati. Questa volta lo scontento nasce dalla rete, dopo la scoperta che anche il motore di ricerca, come già Twitter nei giorni scorsi, sta introducendo la censura nel libero mondo di Internet, ipotizzando limitazioni ad alcuni contenuti della rete. Al momento solo a livello locale e circoscritte a Blogger/Blogspot, la piattaforma che ospita i diari online. Attraverso un nuovo sistema di reindirizzamento, chiunque digiterà l'indirizzo di un blog, con un suffisso diverso da quello del proprio Paese di provenienza vedrà, nella Url, che la stringa si trasforma automaticamente, sostituendo al suffisso digitato quello propria nazione. Se, ad esempio, l'Italia decidesse che dal nostro Paese, debbano essere accessibili solo i blog registrati con il suffisso .it, le autorità non dovrebbero fare nulla, perchè ci penserebbe Google: un indirizzo http://[blogname].blogspot.com diventerebbe http://[blogname].blogspot.it.

ESCAMOTAGE - Un accorgimento che consentirà alla società di Mountain View di «rispettare le richieste di rimozione valide ai sensi della legge locale», mantenendo però i contenuti originali visibili per tutti gli altri utenti. Di fatto, una forzatura. Che però - avvertono da Google - può essere disinnescata aggiungendo alla fine della stringa la formula magica «/ncr», che sta per «No Country Redirect». «Il passaggio a domini geolocalizzati permetterà di continuare a promuovere la libertà di espressione e la pubblicazione responsabile», sostengono a Google.

IL CONTROLLO - La novità non è ancora a regime, interessa per ora solo gli utenti di India e Australia, dove i domini specifici per le nazioni sono già stati introdotti ai primi di gennaio. A portarla alla luce è stato il sito TechDows, che sostiene che la censura localizzata sarà presto estesa anche ad altri paesi. E diventerà un modo per controllare i contenuti adattando il grado di libertà ai diktat di ogni paese. Facile indovinare il bavaglio che verrebbe imposto a un blogger iraniano che volesse pubblicare sulla sua pagina immagini di proteste a Teheran; o ipotizzare una stretta delle autorità russe sotto elezioni. Qualora una nazione facesse richiesta di oscuramento di un determinato contenuto pubblicato su un blog il cui dominio è blogspot.com questo non sarebbe più accessibile dai naviganti di quello specifico paese. E il filtro sarebbe gestito direttamente da Google.



Antonella De Gregorio
1 febbraio 2012 | 21:33



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Targhino» fuorilegge sui «cinquantini»

Corriere della sera

C'è tempo fino al 12 febbraio per richiedere la targa fissa per scooter e minicar immatricolate prima dell'aprile 2006



A sinistra il vecchio «targhino»A sinistra il vecchio «targhino»

MILANO- Dal 12 febbraio i vecchi «targhini» per ciclomotori e microcar saranno fuorilegge. Chi andrà in giro senza targa fissa e certificato di circolazione rischia un salasso: le multe vanno dai 389 a 1.599 euro. Il provvedimento interessa tutti quei mezzi immatricolati prima del 14 luglio 2006. Tali regole rientrano nel nuovo Codice della Strada.

LE DIFFERENZE- Chi ha acquistato nuovo un mezzo di 50 cc di cilindrata dopo l'aprile del 2006 può stare tranquillo. Come scoprirlo a occhio a nudo? Il vecchio «targhino» ha forme irregolari e cinque numeri, la nuova targa è quadrata e ha 6 numeri. Chi ancora continua a utilizzare il «targhino», se non lo ha ancora fatto., deve recarsi presso un ufficio dell Motorizzazione o un'agenzia di servizi per svolgere le pratiche necessarie. Rispetto al passato le differenze sono notevoli: se prima il «targhino» poteva essere spostato da un mezzo a un altro senza problemi perché faceva capo alla persona, ora con la targa fissa questo non è più possibile. Sotto il profilo assicurativo - ricorda l'Isvap- i ciclomotori eventualmente non regolarizzati entro il 12 febbraio devono comunque essere assicurati sulla base del telaio.



Redazione Motori
1 febbraio 2012 | 15:23



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La Camera cancella il bavaglio al web

Il Messaggero


ROMA - Via al bavaglio del web. Il cosiddetto "Sopa italiano", la norma inserita nella legge comunitaria da un emendamento del leghista Gianni Fava che avrebbe imposto ai fornitori di servizi internet di rimuovere dalla rete contenuti ritenuti illeciti determinando così una sorta di "censura", è stata cancella dalla Camera. Il provvedmiento è stato bocciato con 363 voti a favore della cancellazione, 57 no e 14 astenuti.




Il voto. Contro la norma, che prende il nome dalla proposta di legge americana denominata Sopa (Stop Online Piracy Act), considerato anche quella una sorta di museruola per il web, si sono schierati praticamente tutti i gruppi, dal Pd, al Pdl, all'Udc, all'Idv. Ha invece votato contro la soppressione Fava. Il leghista, riferisce su Twitter il deputato del Pd Andrea Sarubbi, ha spiegato che la sua è «una battaglia di legalità e rispetto delle regole».

Sceriffi della rete. «Bisogna bloccare a tutti costi il Sopa italiano - aveva detto nei giorni scorsi l'esponente del Pd Alberto Losacco -. Il rischio è quello di trasformare gli internet provider in sceriffi della rete. Il diritto d'autore va protetto dalla pirateria con leggi apposite e anche attraverso adeguate riforme ma è possibile farlo senza mettere a rischio la libertà della rete».

Sconfitta strategia repressione. «Il voto contrario a larga maggioranza sull'emendamento presentato dall'On. Fava (Lega Nord) è l'ennesima sconfitta della strategia della repressione rispetto ai nuovi modelli di fruizione e creazione dei contenuti abilitati dalla Rete. La terza sconfitta in pochi mesi - dichiara di Luca Nicotra, segretario dell'Associazione Agorà Digitale -. Essa arriva dopo lo stop al regolamento censura sul diritto d'autore di Agcom e l'abrogazione del comma ammazza-Blog e ammazza-Wikipedia contenuto nella legge sulle intercettazioni. Il voto di oggi conferma innazitutto le nuove importanti ed efficaci possibilità di mobilitazione che la Rete affida ai cittadini, sempre più determinati a far valere i propri diritti interagendo e se necessario contestando direttamente i propri rappresentanti.

Ma è anche il segno che esiste una piccola pattuglia trasversale di parlamentari determinati a difendere i valori di una rete libera e aperta. I dati sullo sviluppo del mercato legale rilasciati oggi dimostrano che la strategia repressiva che ha fermato lo sviluppo della Rete in Italia non ha più senso. E' arrivato il tempo di una stagione di riforme che promuovano una più aperta e innovativa diffusione di contenuti creativi e dei dati delle amministrazioni. Con un nuovo approccio l'Internet Aperta può essere un volano di sviluppo, anche tramite la nascita e la crescita di nuove ed innovative imprese».

Mercoledì 01 Febbraio 2012 - 19:24    Ultimo aggiornamento: 19:39



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Battisti: "Napolitano mi dia la chance di difendermi"

Quotidiano.net

L'ex terrorista ha spiegato le sue ragioni alle 'Iene'



Non posso negare di essere stato un membro dei ‘Proletari Armati per il Comunismo’. Ma non ho mai sparato contro nessuna persona e non ho mai pensato di uccidere nessuno". Latitante? "Una vita di merda. Mi considero uno sfigato, se fossi furbo non sarei in questa situazione". Infine la proposta: "Amnistia per gli anni '70"



Cesare Battisti (Ansa)
Cesare Battisti (Ansa)


Roma, 1 febbraio 2012



“Napolitano mi sembra davvero un irriducibile degli anni ‘70, dell’ex Pc stalinista. A me non sembra che Napolitano sia la persona adeguata per dire oggi all’Italia ‘Giriamo la pagina, dimentichiamo il passato, riconosciamo le responsabilità, riconosciamo la storia, riappacifichiamoci’. Non mi pare che Napolitano stia dando esempio di questo”. Così l’ex terrorista Cesare Battisti in un’intervista esclusiva alle ‘Iene’ che andrà in onda domani alle 21.10 su Italia 1 e in cui parla a 360 gradi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, della sua condanna, della sua latitanza e della sua nuova vita.


Al Capo dello Stato rivolge anche un appello: “Signor presidente Napolitano, mi dia la possibilità di difendermi. Di presentarmi di fronte ad un tribunale, oggi in Italia, e di potermi difendere, di rispondere ad un interrogatorio vero, come non è mai successo, e così io mi comprometto a rispondere delle mie responsabilità di fronte alla giustizia italiana”. Per lo stato italiano tu oggi chi sei? “Sarò il mostro che sta in prima pagina, non lo so”. Poi spiega di vivere “in Brasile, finalmente libero” e di poter “viaggiare liberamente”. Vorrebbe tornare in Italia ma non può.


Quanto alle accuse, certo “non posso negare di essere stato un membro dei ‘Proletari Armati per il Comunismo’, quindi ho partecipato a un gruppo armato. Ho commesso dei reati, ho fatto uso delle armi anche se non ho mai sparato contro nessuna persona” e “non ho mai pensato di uccidere nessuno”. D’altra parte “non sono mai stato interrogato, ne’ da un poliziotto, ne’ da un giudice...”.


La vita da latitante la considera “una merda” e “quando mi hanno preso per me è stato un momento di libertà, non aspettavo altro. Per quello che c’è questa famosa foto che quando mi prendono, che sono all’aeroporto, che sto sorridendo. Perché per me era una liberazione. Era finita” e se “mi avessero estradato sarei in Italia facendo l’ergastolo innocentemente”.


Quanto all’oggi, “sto cercando di ricostruire la mia vita. Sono appena tre mesi che sto fuori. Ho una compagna, una compagna che amo”. In ogni caso, racconta ancora alle ‘Iene, “Cesare Battisti non è quello che è stato sbattuto in prima pagina”. Si definisce ancora “un militante” che crede e lotta “una giustizia sociale, per il benestare, per la pace di tutti”. Assicura di non aver mai sparato anche se “ho avuto armi ma non le ho mai usate. Ho partecipato ad azioni armate ma dove non sono state usate le armi”.


Infine, alla domanda, ti consideri un perseguitato, replica: “”No, mi considero uno sfigato” e il mio “esilio è una pena. Privare la persona dei propri affetti, di non poter tornare nel luogo dove è nato, di non poter rivedere la famiglia... vivo questa cosa con una grande ingiustizia”. Anche se tra furbo e coglione, si considera “un coglione è chiaro. Se io fossi furbo non sarei in una situazione di queste”.


Parlando degli anni ‘70 sottolinea che “in Italia c’è stato un movimento armato molto grande... sono morte molte persone, tante altre sono state imprigionate e hanno pagato per gli errori di un paese intero. L’Italia dovrebbe avere il coraggio di girare la pagina, facendo un’amnistia totale su tutto quello che è successo negli anni ‘70”. Certo “prendere le armi è stata una cazzata, ma si può dire una cazzata quando il tuo migliore amico cade per strada e te lo ammazzano? E quando tu hai 20 anni, 18 anni, 17 anni... hai raziocinio, ragione, sentimenti e saggezza per non prendere quell’arma che ti viene offerta?”.


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OccupyScampia», venerdì la manifestazione Polemica sul coprifuoco voluto dalla camorra

Corriere della sera

I volontari locali: «Notizie infondate, si alimenta odio». Picierno, del Pd: «Il controllo mafioso non è un'invenzione»


MILANO - Tutto è cominciato con un tweet. La reazione istintiva di una giovane deputata campana del Pd a un fatto di cronaca è diventata una mobilitazione sui social network. Che venerdì diventerà una manifestazione vera e propria, che sullo stile Zuccotti Park, s'intitolerà OccupyScampia.

IL TEMA - Il problema è la «vivibilità», ma in qualche caso anche di «sopravvivenza», in un quartiere come Scampia, alle porte di Napoli. Parliamo della più grande piazza di spaccio dell'Europa meridionale terreno di scontro tra bande criminali in continua trasformazione, con cinque morti sul campo negli ultimi mesi. La camorra in alcune strade controlla il territorio in maniera militare. Il Mattino di Napoli ha recentemente scritto di un coprifuoco imposto ai negozianti dai boss del quartiere.

La deputata del Pd Pina Picierno ha ripreso la notizia, l'ha diffusa su twitter e Facebook in una campagna martellante che ha coinvolto molte altre persone, ed ha infine organizzato la manifestazione di venerdì pomeriggio, alle 17, in piazza Giovanni Paolo II, proprio al centro di Scampia. Nel frattempo i volontari che da anni conducono una missione difficile e coraggiosa proprio nel cuore del piccolo dominio malavitoso hanno smentito l'esistenza di «un coprifuoco». E lo stesso hanno fatto alcuni magistrati antimafia e il presidente della circoscrizione municipale. «Ma la piaga di una fetta importante della città di Napoli tolta ai napoletani onesti c'è sempre stato - obietta Picierno -. E i volontari, proprio come i magistrati, questo lo sanno benissimo. La nuova faida degli scissionisti e la presenza della camorra nell'area Napoli Nord non ce la siamo inventata noi. La paura che si vive in quelle zone è reale, ed è per quello che ci siamo mossi».


INCHIESTA - L'iniziativa (ecco la neonata pagina facebook) ha preso spunto da un'inchiesta del Mattino di Napoli che ha raccontato degli orari di chiusura anticipata che i clan avrebbero imposto ai negozianti del quartiere. «L’ordine - spiega Marco Di Caterino - è stato recapitato con un porta a porta. Le donne devono stare in casa. E limitare al massimo le uscite di giorno. Di notte mai». I negozi dovrebbero abbassare le saracinesche non oltre le 19-19.30, i bar alle 22. «A dare retta a radio piazza - aggiunge il Mattino - il coprifuoco è stato imposto dal cartello Abbinante–Abate, che cerca di serrare le fila, dopo aver contato cinque morti ammazzati tra Scampia e Melito». Per rispondere all'offensiva, i boss avrebbero chiesto aiuto a un altro clan. E la paura di lasciare per strada qualche vittima innocente (che accenderebbe i riflettori sul quartiere, con le inevitabili carovane di giornalisti, poliziotti e militari) avrebbe spinto i boss a far girare l'ordine del coprifuoco.

LA REPLICA DELLA MUNICIPALITÀ - Del caso si è discusso anche nel Comitato ordine pubblico e sicurezza di ieri sera, in prefettura a Napoli. Ma, come si diceva, c'è chi smentisce quanto riportato dal Mattino. È il caso del presidente della municipalità in cui rientra il quartiere, Angelo Pisani: «Invito i giornalisti sul territorio per verificare l'infondatezza della notizia e comprendere il pericolo di tali affermazioni. Ogni sera, qualche volta anche molto tardi, circolo in moto o in auto per le strade di Scampia per far ritorno a casa e non mi sono mai reso conto di un coprifuoco in zona, né mi è mai accaduto nulla. Purtroppo la gente non affolla le strade per il freddo, la crisi economica e forse anche per paura di pericoli ma ciò avviene in tutti i quartieri di Napoli, non certo per ordine di qualcuno».

LA REPLICA DEI VOLONTARI DEL MAMMUTH - I volontari del centro Mammuth, che fa parte del Comitato Spazio Pubblico, intravedono pericoli nelle notizie riportate: «È fatto noto che nell’area nord di Napoli ci sono giorni di tensione, dovuti ad un assestamento tra i poteri camorristici locali. Ma seminare panico e paura, diffondendo notizie infondate su “coprifuoco” e diktat della camorra, può servire solo ad “occupare” Scampia e Napoli con la paura che nasce dalla menzogna, seminando panico e false illusioni sulla forza della camorra stessa». Naturalmente, però, non si tirano indietro, e rilanciano: «Invitiamo tutti a riprendersi strade e piazze di Scampia con il Carnevale del Gridas di domenica 19 febbraio 2012. E a chi vuole dedicare qualche ora in più, a rinforzare le fila di chi si impegna nelle strade e negli altri spazi del quartiere e della città».

Antonio Castaldo
twitter @gorazio31 gennaio 2012 (modifica il 1 febbraio 2012)