mercoledì 1 febbraio 2012

Disoccupati Bros in supermercato per “spesa proletaria” Poi bloccano binari della metropolitana

Il Mattino


Napoli - Una ventina di persone tra uomini e donne sono entrati in un supermercato della catena Coop , situato in via Arenaccia, nel centro di Napoli, ha riempito i carrelli di generi alimentari ma una volta arrivati alle casse anzichè pagare hanno detto: «questa è una spesa proletaria, non paghiamo». L'hanno definita "iniziativa di sensibilizzazione al problema del lavoro", quella inscenata da parte di una quindicina di disoccupati dell'ex progetto Bros che, dopo aver riempito i carrelli di pasta, pane ed altri generi alimentari primari sono arrivati alle casse di un supermercato della Coop di via Arenaccia mostrando ai commessi solo pochi spiccioli: «Abbiamo fame - hanno detto - e questo è tutto quello che possiamo darvi».




I disoccupati avvicinati dagli addetti alla sicurezza chiamati dai cassieri, hanno spiegato pacificamente le ragioni della loro iniziativa chiedendo di incontrare il direttore a cui chiedere il regalo della spesa e mostrando agli altri clienti cartelli con le ragioni dell'iniziativa. «Abbiamo fame», c'era scritto su alcuni dei manifesti. E ancora: «Facciamo questo per dare da mangiare ai nostri figli».

Sul posto sono intervenuti anche gli uomini della questura di Napoli hanno provveduto alla identificazione dei disoccupati, i quali dopo alcuni minuti hanno lasciato la struttura senza portare via niente. «Siamo disperati - ha spiegato alle persone presenti uno dei disoccupati - e l'umiliazione per aver chiesto in pratica al direttore un atto di carità è niente a confronto dello stato di miseria a cui siamo ridotti». Al supermercato hanno chiesto l'intervento della polizia. Gli agenti sono arrivati nel supermercato e hanno identificando gli autori della 'spesa proletaria'.

I manifestanti che poco fa hanno occupato i binari della linea I della metropolitana di Napoli (Piscinola-piazza Dante) all'arrivo della polizia si sono rapidamente dileguati. L'occupazione dei binari ha causato il blocco della circolazione dei treni, con notevoli disagi per gli utenti. Ora gli agenti stanno ispezionando la stazione per verificare che i manifestanti - non ancora identificati - abbiamo lasciato l'impianto. Sul posto sono presenti anche i tecnici di Metronapoli che, dopo le opportune verifiche, dovranno dare il via libera alla ripresa della circolazione.

Mercoledì 01 Febbraio 2012 - 19:38    Ultimo aggiornamento: 19:47




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Rubano ghiaccio millenario per fare i cocktail

Corriere della sera

Sequestrati in un tir, provengono da un parco nazionale. Valgono 7mila dollari, ma il traffico è molto più ampio



Il ghiaccio sequestrato a Aysen, in Cile (Ansa)Il ghiaccio sequestrato a Aysen, in Cile (Ansa)

MILANO - Cosa ci facevano cinque tonnellate di blocchi di ghiaccio in un camion frigorifero? Gli agenti della polizia di Aysen, in Cile la risposta l'hanno data dopo una breve indagine: erano stati prelevati dal ghiacciaio millenario del Parco nazionale Bernardo O'Higgins, nel sud del paese latinoamericano. Spezzettati e chiusi in buste di plastica, erano destinati ad essere trasformati in cubetti, adatti per rinfrescare le migliaia di mojitos e daiquiri, che in Sud America in questi mesi estivi scorrono come fiumi in piena. La notizia è stata riportata dal quotidiano La Vanguardia, ed ha provocato la reazione indignata dei movimenti ambientalisti.

LO STRANO CASO - «È la prima volta che scopriamo un caso di questa natura», ha detto il procuratore regionale di Aysen, Josè Moris. Il fatto è emerso venerdì scorso, quando l'Ufficio Nazionale delle Foreste ha denunciato i gravi danni riportati dal ghiacciaio. Il camionista è stato arrestato e poi rilasciato, si cercano i «mandanti», ma sono già stati identificati sei sospetti. La zona più fredda del parco O'Higgins è raggiungibile solo via mare, dopo quattro ore di navigazione. Il porto più vicino è Caleta Tortel, un remoto villaggio che si raggiunge dopo 128 chilometri di strada sterrata. Il carico sequestrato avrebbe un valore di 3,5 milioni di pesos (7.000 dollari), ma in quanto antico dovrebbe valere almeno il doppio. Il dubbio degli inquirenti è che il caso non sia isolato. Sono già state individuate altre navi dalle rotte sospette e almeno sei persone coinvolte in strani traffici nella zona dei ghiacci perenni.



Redazione Online
1 febbraio 2012 | 14:25



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Un premio per i delatori Ora l’Italia diventa come la Germania Est

di -

La commissione anti corruzione propone una ricompensa in denaro. Si rischia lo Stato di polizia fiscale

 

Che il governo avesse come guida e ispirazione la Germania era apparso chiaro fin dall’inizio, meno chiaro era il fatto che, per le politiche interne, la Germania presa a modello fosse quella dell’Est.




Non bastava il controllo delle telefonate e la consegna senza fiatare dei conti correnti all’Agenzia delle entrate, adesso nella nostra strada verso la Ddr spunta pure l’incentivo alla delazione e la taglia. Nelle proposte della «commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione» (la commissione esiste davvero, non è una battuta) si presenta come idea di punta quella di riconoscere «un premio in denaro non inferiore al 15% e non superiore al 30% della somma recuperata all’erario» per chiunque segnalerà alla giustizia o alla Corte dei Conti «condotte illecite che cagionano danno erariale o all’immagine della pubblica amministrazione».

Questa trovata viene fatta passare come strumento anti corruzione ma c’è da scommettere che l’ambito sarà ampliato ben oltre i confini dell’apparato statale. Pensiamo alla famigerata evasione: in questo clima ipocrita di caccia alle streghe (altrui) come considerare la possibilità di spifferare il sospetto evasore meno importante del «danno di immagine della pubblica amministrazione»? Figuriamoci. Ovviamente vista l’ispirazione da paesi dell’Est non poteva mancare anche la glasnost, dove in omaggio alla «trasparenza» si prevede che per i dirigenti della Pa e per tutti i titolari di incarichi elettivi (quindi inclusi i consiglieri di quartiere o i consiglieri comunali del paesino) sia «resa pubblica la situazione patrimoniale complessiva» sua e del «coniuge e dei congiunti fino al secondo grado di parentela».

Tutti in piazza quindi, dal nonno al nipote. Qui si sta perdendo il lume della ragione. Ma qual è quel paese dove uno è obbligato a dichiarare tutto quello che possiede se lo zio diventa assessore al verde pubblico di un paesino? Già che ci siamo possiamo pubblicare anche i giorni in cui è in casa e la combinazione della cassaforte così, finita l’emergenza corruzione, arriverà l’emergenza rapine e potremo inventarci un’altra bella commissione che prevedrà qualche taglia per chi segnala gli individui in atteggiamento furtivo e la pubblicazione di tutti i beni posseduti dai parenti fino al quinto grado dei rapinatori, così uno impara a nascere in una famiglia più rispettabile. Basta avere fantasia e quella, a quanto sembra, non manca. Bisognerebbe tassarla.

La corruzione e l’evasione fiscale esistono, eccome, il problema è che la delazione e le taglie sono strumenti estremi per la ricerca di singoli individui ben nascosti: vanno forse bene per Bin Laden o per Messina Denaro, non certo per una situazione in cui il malcostume è diffuso e capillare. Quanti di quelli che gridano in piazza contro l’evasione pagano a libri la babysitter? Quanti di quelli che si scandalizzano per la corruzione appena possono dire la loro in consiglio comunale fanno il favorino all’amico dandogli di gomito? La spettacolarizzazione dei blitz antievasione nasconde un fatto noto anche ai bambini, cioè che per scovare dei profitti non dichiarati basta mandare qualcuno a controllare se vengono fatti gli scontrini.

Attività degna dei corpi speciali dei Marines. Allo stesso modo per scoprire la corruzione basta avere voglia di guardare e chiedere in giro ai cittadini che, senza bisogno di taglie, denunciano cose che sono sotto gli occhi di tutti. Peccato però che quando lo fanno la cosa non sembra sempre interessare. In questo impianto staliniano che si sta apprestando manca infatti come sempre la responsabilità della giustizia: come si può essere credibili nel sventolare le taglie quando la procura di Milano non ha messo sotto processo Penati dopo multiple denunce da parte del sindaco di Milano in persona per un affare come la Serravalle che appariva sospetto anche a un analfabeta? L’evasione ha cominciato a essere attaccata dalla riforma delle esattorie nel 2004 e infatti da allora i risultati sono aumentati esponenzialmente.
I risultati vengono dal lavoro quotidiano delle forze dell’ordine, per la delazione basta guardare Striscia la notizia. È gratis e divertente.

Twitter: @borghi_claudio



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Se un ragazzo non vedente smaschera la cecità tecnologica del sito Istat

Corriere della sera


Il servizio censimento online non accessibile ai ciechi. Lo ha scoperto un diciassettenne di Lecce



MILANO - Ci voleva un ragazzo non vedente di 17 anni, Vincenzo Rubano, dell’Istituto tecnico «Costa» di Lecce, per smascherare la «cecità» dell’Istat sul mondo della disabilità. «Smanettone» (come gran parte dei suoi coetanei) con il web, Rubano è diventato da un anno a questa parte un paladino contro l’inaccessibilità di molti siti per le persone disabili. E raccoglie segnalazioni e denunce su www.titengodocchio.it. La realtà beffarda è che nella lista nera (o come la chiama lui, la blind list, la lista cieca) è finito anche il servizio del Censimento online dell’Istat, risultato territorio proibito ai non vedenti.
L’Istituto di statistica prevede l’accessibilità in altre parti del suo sito ma proprio in quella che è servita in questi mesi per aggiornare l’identikit della nazione non ha previsto l’utilizzo di un software che permettesse il «dialogo» con un lettore a sintesi vocale: strumento indispensabile, appunto, per i non vedenti. Alcuni esperti del settore, denuncia Rubano, hanno segnalato il problema. Ma nulla nel frattempo è cambiato.

Superata (fortunatamente) la fase del compatimento o del pietismo, la questione della disabilità in Italia si può riassumere proprio in questo infortunio da parte di una realtà che per definizione deve applicare tutte le norme della accessibilità. In Italia i disabili sono circa 2,8 milioni, il 4,8% della popolazione (la cifra contempla le persone dai 6 anni di età in su). Non è certo una cifra irrilevante. Per questo popolo la vita quotidiana è costellata da ostacoli di ogni genere (uno per tutti, la difficoltà di muoversi sui marciapiedi delle nostre città assediati dalle auto) che di fatto si trasformano in discriminazioni, ne ledono la dignità e privano il Paese di grandi potenzialità. Eppure oggi, grazie anche alla tecnologia, tutto potrebbe essere più facile per stabilire, al di là di principi nobili e di leggi dettagliate, una sostanziale parità di trattamento. Che cosa manca allora perché questo avvenga? Una vera svolta culturale che contrasti le insensibilità o quanto meno eviti «distrazioni» come quella dell’Istat. Il ragazzo di Lecce dimostra che questo popolo non ci sta più a essere «invisibile». Anche la sua denuncia servirà a farci crescere, tutti.


OGGI PARTE IL BOX INVISIBILI SU CORRIERE.IT


Il logo del blog InVisibiliIl blog InVisibili si presenta dal nome: denuncia una condizione nella quale troppo spesso vive chi ha a che fare con una disabilità. L'obiettivo del blog è cambiare questa situazione: innanzitutto parlandone, nel modo più chiaro e sereno possibile. Discutendo idee, proposte, progetti per mettere i disabili in condizione di vivere e confrontarsi alla pari. E nello stesso tempo per offrire alla società le risorse dei disabili. Non vorremmo che lo spazio venisse occupato dalla compassione o, peggio, dalla pietà. Sono atteggiamenti inutili in un Paese che dovrebbe sforzarsi di eliminare qualsiasi tipo di discriminazione. Vorremmo che insieme si stigmatizzassero i comportamenti sbagliati e si trovassero soluzioni dettate dal rispetto dell'individuo ma anche dal buon senso. Chi non sta abitualmente accanto a persone con handicap, fisico o mentale, non conosce le difficoltà quotidiane che queste devono affrontare. E le enormi fatiche di chi le aiuta e le sostiene. Probabilmente non è insensibilità, è semplicemente ignoranza. Al pari del Canale Disabilità di Corriere Salute, questo blog ha le caratteristiche per "intendersi" con i vari software di cui i disabili possono dotarsi per ovviare alla loro specifica limitazione. L’accessibilità per i disabili non è necessariamente sinonimo di complicazione: lo dimostreranno Franco Bomprezzi e Simone Fanti che gestiranno il blog a distanza con assoluta facilità, da telelavoratori. È tempo di portare allo scoperto quello che è restato per troppo tempo nascosto. O meglio Invisibile.


Alessandro Cannavò
1 febbraio 2012


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Il giovane barista in nero: «Benedetti i soldi fuori busta, così mi pago l'università»

Corriere della sera


MILANO - «Non mi sono mai sentito uno schiavo e neppure un evasore. Con quei soldi ho pagato gli studi e le vacanze». Ludovico, 23 anni, è passato in pochi giorni dall'anti-bamboccione - lo studente universitario che vive da solo, si mantiene e lavora - al «peggiore dei criminali»: l'evasore fiscale. La sua storia è simile a quella di centinaia di ragazzi che tra i 18 e i 25 anni conquistano il famigerato «lavoretto». Servire ai tavoli, stare alla cassa di un locale, ma anche ripulire bicchieri e stoviglie o spazzare i pavimenti. «Lavori umili, che non richiedono competenze specifiche. Ma che a vent'anni bastano per dare più indipendenza e soddisfazioni». La principale, racconta Ludovico, è quella di fine serata: «Lavori dalle 6 alle 10 ore, a volte apri e chiudi un locale. Ma quando le luci si spengono arriva la paga, immediata e in contanti». Da 50 a 100 euro per un barista, 50 per altre mansioni.



L'EVASIONE - Tecnicamente si tratta di lavoro nero perché non ci sono contratti né i pagamenti ai dipendenti vengono registrati. Ma è innegabile come la percezione per i giovani sia molto differente. Lavoretto appunto, mica il primo passo sulla grande via dell'evasione dei proprietari dei locali: «Una manna assoluta per un ragazzo. Non c'è altro modo, del resto nessuno vuole farlo per tutta la vita ma è solo un passaggio temporaneo», sostiene Lodovico. Stessa tesi di Daniele, da 13 anni alla guida di un bar nella zona di Porta Romana. Il locale è aperto anche la sera, ma la cameriera serve solo al venerdì e al sabato: «Non potrei permettermi un aiutante ogni sera, gli incassi sono limitati. In più sono gli stessi ragazzi a chiedermi di essere pagati in nero e alla fine di ogni serata - racconta.



Spesso sono ragazze fuori sede e non hanno grandi esperienze. Una giornata di prova e via, ma difficilmente restano più di qualche mese». Nei suoi 13 anni dietro al banco Daniele ha visto passare quasi 30 camerieri: «In un solo caso abbiamo deciso di mettere in regola il rapporto, ma non è durata molto perché è un lavoro che si sceglie solo per poco tempo». La paga va dai 7/8 euro l'ora fino ai 10 euro del locale di Daniele. «Evadiamo le tasse? Si tratta di cifre modeste, ma non lo facciamo per scelta. Servono contratti molto, molto flessibili. A volte i ragazzi vogliono un impegno solo per poche settimane poi ricominciano gli esami e il lavoretto passa in secondo piano».


Cesare Giuzzi
1 febbraio 2012 | 10:49



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Le spese di viaggio degli Eurodeputati

La Stampa

Il record di una delegazione di 4 persone in visita a Buenos Aires: quasi seimila euro al giorno




Il Parlamento di Strasburgo


In tempi di vacche magre, la lista stilata dal Parlamento di Strasburgo sulle spese per i viaggi delle delegazioni di eurodeputati nel 2010 è destinata a far discutere: in cima alla "hit" un viaggio a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo, di una delegazione di 50 parlamentari, costata al contribuente europeo oltre 1 milione di euro, pari a 20.500 euro a testa, 2.564 euro al giorno pro capite.

Ma il record di costo pro capite per un viaggio - riporta oggi la Bild - spetta a una delegazione di 4 eurodeputati in visita 5 giorni nella capitale argentina Buenos Aires nel marzo 2010: 5.259 euro al giorno pro capite. A seguire una missione di 4 giorni per 39 eurodeputati in Ecuador (463.193 euro); un viaggio di 3 giorni di 28 eurodeputati a Washington (204.671 euro); una visita di 8 giorni in Cina di 11 eurodeputati (176.970 euro).

Ma non sono solo i viaggi intercontinentali a gravare sul bilancio di Strasburgo: per un vertice di 7 giorni con i paesi Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) a Tenerife nelle Canarie la spesa per la delegazione di 64 membri è stata di 707.133 euro; il viaggio di 51 eurodeputati a Siviglia è costato 2442.601 euro.




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Fini, ipocrita su Scalfaro Lo criticò, ora lo celebra

Libero

Gianfranco alla Camera: "Fu un esempio di coerenza morale". Ma nel '95 lo accusava per il "ribaltone". Deputati di Lega e Pdl via dall'aula




"Con Oscar Luigi Scalfaro scompare uno dei principali protagonisti della vita politica ed istituzionale del Paese, un esempio di coerenza morale e di integrità, un punto di riferimento in politica non solo per i cattolici". Così Gianfranco Fini prima di chiedere un minuto di silenzio in aula in memoria dell'ex capo dello Stato scomparso la scorsa domenica. Il presidente della Camera si dimostra minore esempio di "coerenza morale e integrità", poiché sconfessa in toto il pensierò che offrì all'Italia in occasione del ribaltone del 1995. E anche negli anni precedenti. Le parole pronunciate da Gianfranco in aula hanno suscitato sdegno nel Pdl: alcuni deputati hanno abbandonato l'aula, seguiti da diversi esponenti della Lega Nord.

Quando parlava di "gole bianco" - Nel 1995 Fini (quando quattro ministri del Msi erano nel primo governo Berlusconi) non esitò a parlare di un vero e proprio golpe architettato da Scalfaro per fare cadere l'esecutivo: "Le elezioni a giugno erano la soluzione naturale e concordata all'atto dell'incarico a Lamberto Dini per un governo di breve emergenza", puntava il dito l'attuale leader di Futuro e Libertà. L'aspra accusa rivolta al Colle era quella di non aver rispettato i patti con i partiti: Fini non esitò a parlare di "governo del presidente", "golpe bianco" e non esitò a usare il termine "ribaltone". Spingendoci ancora più indietro, fino al 1992, ci si può ricordare di come l'allora segretario del Msi protestava contro Scalfaro al Quirinale poiché "è il simbolo della conservazione, la vestale di un sistema".

Il nuovo ribaltone - Ma oggi, a distanza di 17 anni, i toni cambiano radicalmente. Già prima delle frasi riconoscenti tributate oggi, mercoledì 1 febbraio, in aula, subito dopo la scomparsa del presidente emerito della Repubblica, Fini spiegò: "Scompare un padre della Repubblica. Si è battuto per tutta la vita per un'Italia sempre più forte, democratica e unita". Secondo Gianfranco, "Scalfaro è stato un protagonista di cui il Paese sentirà la mancanza". Un esempio in tutte le fasi della sua carriera politica: "Da membro della Costituente, da deputato, da presidente della Camera, da capo dello Stato, da senatore a vita, si è sempre impegnato a rafforzare la Repubblica fondata sulla Costituzione di cui fu uno strenuo difensore". A 17 anni di distanza, ecco l'altro riblatone: quello del pensiero del leader futurista.
01/02/2012



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Occhio a motorini e microcar adesso tassano anche quelli: targa fissa dal 12 febbraio

di -

Per essere in regola con le nuove norme del Codice della Strada, il vecchio "targhino" che poteva essere spostato da un motorino a un altro non basta più. Ecco cosa fare


Giro di vita per ciclomotori e le microcar. L’Isvap ha fatto sapere che i mezzi, "immessi in circolazione prima del 14 luglio 2006 e privi del certificato di circolazione e della targa fissa, dovranno regolarizzare la propria posizione entro il prossimo 12 febbraio, pena una pesante multa che può arrivare fino a 1.500 euro".


Motorino in strada

A partire dal prossimo 13 febbraio, per essere in regola con le nuove norme del Codice della Strada, non è più sufficiente il vecchio "targhino" che poteva essere spostato da un ciclomotore a un altro. "Chi circola senza la targa fissa - avverte l'Authority assicurativa - è punito con sanzioni amministrative che vanno da 389 a 1.559 euro". La regolarizzazione - adesso imposta per legge - potrà essere effettuata andando in un ufficio della Motorizzazione o in una delle agenzie abilitate come centro servizi della Motorizzazione. Sotto il profilo assicurativo l’Isvap ha ribadito alle imprese di assicurazione che "i ciclomotori, eventualmente non regolarizzati entro il 12 febbraio 2012, devono comunque essere assicurati sulla base del telaio".




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Il nuovo Android piace (quasi) a tutti

Corriere della sera


L’aggiornamento di Android, il sistema operativo di Google per smartphone e tablet, arrivato alla versione 4.0 (nome in codice “Ice Cream Sandwich”) non ci ha convinto al 100% ma di certo rappresenta un salto avanti importante per una piattaforma che già domina il mercato dei telefoni ma che ora punta a progressi decisivi anche nei pc-tavoletta. Ma qual è stato il gradimento riservato al “biscotto gelato” da parte di appassionati e addetti ai lavori? Molto, molto buono secondo l’analisi di VfB – Voices from the Blogs” (che è VfB? E come funziona?Ve lo spieghiamo in coda al post) . Solo il 9,6% definisce “non convincente” Ice Cream Sandwich.

Ecco una sintesi del lavoro di VfB, che – ricordiamo – è un progetto di ricerca dell’Università degli Studi di Milano:

Ad ottobre 2011 è stato presentato Android 4.0, meglio conosciuto come Ice Cream Sandwich(ICS), che integra, o almeno avvicina, in un’unica versione di OS per device mobili le caratteristiche della versione di Android per smartphone 2.3 (aka Gingerbread) e la la 3.2 (aka Honeycomb) per tablet. Dopo aver seguito il lancio di iPhone4S con iOS, e di Lumia 800 con WindowsPhone, VfB non poteva non appassionarsi anche a questo nuovo lancio nel mondo della tecnologia dei dispositivi mobili. Riportiamo qui i risultati di un’analisi condotta su circa  29,000 post, tra Twitter e blog, raccolti tra metà novembre 2011 a fine gennaio 2012 soprattutto in lingua inglese. [...] I primi test sui vari device (Galaxi Nexus 28.9%, Motorola Xoom 8.1%, Samsung Galaxy S II 21.4% e Nexus S 41.6%) sembrano dire che Google abbia raggiunto l’obbiettivo. [...]
Il 78.4% è favorevolmente impressionato, il 12.1% addirittura lo definisce “fantastico” e solo il residuale 9.6% lo trova non convincente.


A parte l’interfaccia utente, quello che più ha appassionato gli utenti dei social network ascoltati da VfB, per lo più i classici geek, salutano con favore la possibilità di usare il Flash Player di Adobe (22.0%) una vera e propria piaga per gli utenti di iPhone, la possibilità di accedere al kernel (27.9%) e la facilità di hackeraggio (13.8%) che ha concesso a molti di installare le preview del nuovo OS su device non ancora ufficialmente supportati. Ecco alcuni dei commenti di entusiasmo che abbiamo estratto da Twitter su chi lo ha testato: “Excuse Me while I have a Geek moment. Just installed Android 4 ICS on my Xoom. Woo!” e chi vorrebbe metterci sopra le mani: “oh yeah tbh I’ve not tried ICS (android 4.0) would like to try it tbh does look good”.


Ciò che lascia delusi gli utenti è la scarsa durata della batteria [...][..] Nessuno dei blog esaminati ha menzionato WindowsPhone come competitore e BlackBerry viene citato solo per suggerirne l’abbandono. La battaglia è stata quindi principalmente tra il nuovo Android e l’iOS di iPhone4S. Ecco alcuni dei commenti più divertenti:

I fans irriducibili di Android


  • “Everyone And There Mama Got A Iphone 4 But I A’int Trippin I Like My Android Phone ^___^”
  • “Omg… i’ve 24-48 hrs 2 decide. iPhone 4 or new Android? Help! honestly i’ll do android, iphone does the same shit foreal”
  • “Bro r u fuckin smokin crack?!! ANDROID > APPLE”

               Android 4.0 o iOS 5 di Apple? (43.3% dei post)


    E quelli dei fan della mela


    • “Android fans said iPhone on Verizon would be a showdown. It was. More than half of all Verizon smartphones are iPhones!”
    • “Hmmm, android is lagging.. time for IPHONE 4 GS! ;D .. IN WHITE! :P “
    E c’è anche chi ci prova rilanciando dati di vendita: “IPhone Crushes Android in U.S. Q4, Outsells Android 4-to-1 on AT&T”.
    Vedremo nel medio periodo come risponderà Apple e quanto Microsoft riuscirà a spingere il suo WindowsPhone.

    Che cos’è Voices From the Blogs? È un progetto scientifico a mio personalissimo avviso molto interessante, innovativo e soprattutto italiano e – cosa non da poco – realizzato in un’università pubblica. È realizzato da Luigi Curini, politologo, Stefano M. Iacus, statistico matematico, entrambi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano, e da Giuseppe Porro, economista della Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università dell’Insubria, che si propone di realizzare un osservatorio permanente delle opinioni espresse in rete sui più svariati argomenti. VFB, il cui avvio è stato in parte finanziato dalla Camera di Commercio di Milano, rappresenta il primo progetto in ambito accademico in Italia ad utilizzare una tecnologia altamente automatizzata per la cosiddetta Blog Sentiment Analysis (BSA).

    Come funziona? Ce lo spiega Stefano Iacus:
    “Noi effettuiamo una ricerca per keyword (ad esempio ‘Android’ e altre variazioni sul tema) e scarichiamo l’intero universo di twitter e blog. Classifichiamo manualmente un insieme (statisticamente rilevante) di post leggendo direttamente i testi; dai testi estraiamo quali sono le tematiche sollevate da scrive. E poi tramite un algoritmo statistico sviluppato ad Harvard ma implementato qui da noi in house, classifichiamo in automatico il restante universo.
    Possiamo farlo anche retrospettivamente (per twitter solo fino alla settimana precedente).
    In cosa differiamo dagli altri:

    1) il nostro target è la rete, non la popolazione italiana; ogni tanto riusciamo a replicare i dati degli istituti di sondaggi, ma al momento non è questo il nostro target
    2) non facciamo le domande, come in un questionario: ascoltiamo ciò che la rete dice
    3) possiamo fare un’indagine on-the-fly, mentre un’indagine tradizionale richiede minimo una settimana
    4) possiamo farla retrospettivamente: per farti capire, se ti chiedo cosa ne pensassi tu un anno fa di iPhone probabilmente non te lo ricorderesti, ma se hai postato su Internet, io posso raccogliere quell’opinione retrospettivamente nel momento in cui è stata formulata
    5) rispetto ai metodi totalmente automatici (ce ne sono a bizzeffe in rete) noi non usiamo un data base ontologico, cioè un database dove le parole sono classificate in categorie tipo “positive” e “negative”. Questi metodi sono automatici, ma non funzionano come si pensa. Ad esempio, se io scrivo “che bella schifezza che è Android”, un classificatore basato su database ontologico classificherebbe “bella” come termine positivo, e “schifezza” come negativo e a) o non saprebbe categorizzarlo o b) gli assegnerebbe un contenuto neutro, mentr è chiaro che semanticamente è un commento negativo. Ho estremizzato, ma la sostanza credo sia chiara
    6) non facciamo cose elementari tipo i tag cloud




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    Ecco la voce di Otto Von Bismarck

    Corriere della sera

    Eccezionale documento audio del 1889

    Quanto sa Google di noi? Scopritelo con un test e un link

    La Stampa


    Le nuove regole di trattamento dei dati del motore di ricerca ripropongono il tema della privacy. Ma forse è ancora nelle nostre mani
    CLAUDIO LEONARDI


    Dal primo marzo, Google cambierà le proprie regole nella gestione dei dati dei propri utenti, e c'è già chi si preoccupa. In effetti, come abbiamo spiegato in un precedente articolo, l'unificazione dei diversi profili compilati per i singoli servizi del motore di ricerca permetterà anche agli iscritti di semplificarne l'uso. Si potrà passare con maggiore disinvoltura dall'uno all'altro, e sfruttarli in modo più personalizzato. E tuttavia, la concentrazione di informazioni che Google è in grado di assemblare su di voi è ora ancora più evidente, e forse non è fuori luogo provarne un po' di inquietudine.

    In verità, non fa male ricordarsi quali e quanti dati disseminiamo nel web con la semplice navigazione. Esistono strumenti specifici nei browser, come i cookie o i cosiddetti web beacon, che si occupano di tracciare e comunicare tutti i siti che visitate, da dove lo fate e persino con quale pc, ma anche se mettete questi fuori uso, il software con cui navigate continuerà a “spifferare”. Sì, il browser è un gran chiacchierone come può dimostrare un servizio offerto dalla Electronic Frontier Foundation. Si chiama Panopticlick ed è in grado di quantificare il tasso di anonimato con cui vi aggirate per la Rete. Il test presenta le informazioni identificabili direttamente dal browser e genera un punteggio numerico che indica con quale facilità si potrebbe risalire a voi a partire dalla impronta digitale lasciata dal software.

    Secondo una curiosa teoria dell'entropia, spiegata da Peter Eckersley nei Deeplinks Blog della EFF, 33 bit di entropia sono sufficienti per identificare una persona. Come si raggiunge una cifra simile? Be', secondo Eckersley, bastano la data di nascita di una persona e il mese e il CAP per arrivare a 32 bit. Se poi si scopre il sesso della persona (in fondo, le opzioni sono solo due) si arriva alla soglia identificabile di 33 bit. Non bisogna essere troppo ansiosi: il browser di chi scrive, senza troppi accorgimenti, ha dato come risultato poco più di 20 bit.

    E in ogni caso, non è detto che comunicare molto di sé, online, sia un male. I dati personali sono la principale moneta con cui si scambiano servizi e informazioni sul web. Potenzialmente, Google o chi per esso, è in grado di proporvi offerte sempre più specializzate. Se il motore di ricerca conosce le vostre preferenze e i vostri amici su Google+ sarà forse in grado, un giorno, di suggerirvi che regalo di compleanno fare a qualcuno nelle vostre “cerchie”. Come in parte già fanno siti di e-commerce come Amazon.

    Per non cadere nella paranoia e avere un quadro completo, un primo passo può essere una visita ai link e ai servizi che consentono di visualizzare e gestire le informazioni che condividete con Google. Alcuni di questi dati personali li avete inseriti volontariamente, mentre altri sono raccolti da dal motore di ricerca.

    Il tutto (be', non proprio tutto) si può trovare nella Dashboard di Google, dove è possibile accedere a tutti i servizi associati all'account Google: Gmail, Google Docs, YouTube, Picasa, Blogger, AdSense, e, naturalmente, Google+. Dalla sala di controllo si possono anche gestire i contatti, il calendario, la cronologia Web, l'account di Google Voice, e altri servizi e, soprattutto, impostare le regole della privacy. Ruba un po' di tempo, ma poi si è più tranquilli.



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    Falsi invalidi, altri 32 arresti: truffa di oltre un milione di euro

    Corriere della sera

    Il blitz dei carabinieri è il risultato delle indagini che hanno già portato all'arresto di 201 persone





    NAPOLI - Falsi invalidi: un nuovo blitz dei carabinieri del comando provinciale di Napoli ha portato all' arresto oggi ,mercoledì 1 febbraio, di altre 32 persone accusate, a vario titolo, di truffa aggravata, contraffazione di pubblici sigilli e falso. Le misure cautelari sono il risultato delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli che nei mesi scorsi hanno portato all'arresto di ben 201 persone ed al sequestro di beni per 5 milioni di euro.


    UN MILIONE - Secondo gli inquirenti le trentadue persone in stato di arresto hanno riscosso pensioni di invalidità con accompagnamento per un valore complessivo di oltre un milione di euro.

    IL PRECEDENTE DEL 2011 - Sequestri e arresti per 20 falsi invalidi a giugno 2011 nel quartiere Pendino, a ridosso del centro storico della città. La «fabbrica» dei falsi invalidi della camorra garantiva documenti falsi prodotti dal clan e un assegno di indennità mensile a spese della collettività.

    CLAN MAZZARELLA - A gestire la «fabbrica dei falsi invalidi» sono soprattutto i clan ci Napoli con la complicità di alcuni «colletti bianchi» che accertavano false invalidità mentali (i «finti pazzi») o oncologiche (finti ammalati di tumore). Una delle arrestate risultava invalida al 100%, ma ha confessato candidamente che svolgeva l’attività di badante. Le certificazioni assolutamente false venivano presentate alle Municipalità e da qui girate all’Inps che provvedeva alla liquidazione. A reggere le fila della truffa, esponenti del clan Mazzarella che proponevano agli interessati di poter avere un assegno di invalidità. Si occupavano della documentazione da presentare e, una volta concessa l’invaldità, si facevano consegnare tutti gli arretrati e, in alcune circostanze, anche una quota sull’assegno mensile.

    Redazione online
    01 febbraio 2012



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    Dalle cisterne-rifugio al tunnel Borbonico Viaggio nell'altra Napoli sotterranea

    Corriere del Mezzogiorno

    Il percorso attraverso le grotte utilizzate nel '45 come ricovero antiaereo e la galleria fatta costruire da Ferdinando II come via di fuga in caso di pericolo



    Il tunnel borbonico
    Il tunnel borbonico

    NAPOLI - Noi napoletani siamo distratti. Ma non sentiamoci in colpa. Probabilmente succede perché la città in cui viviamo, malgrado i problemi che da sempre l'affliggono, resta talmente ricca di stimoli e di fascini che dedicare a ognuno di essi il giusto quoziente di attenzione risulta troppo impegnativo. Cert'è comunque che solo con una situazione di cronica e generalizzata distrazione può spiegarsi il fatto che a percorrere il tragitto ipogeo che si conclude col Tunnel Borbonico non vi sia affluenza massima di pubblico in tutte le occasioni in cui la visita è consentita. Perché, credetemi, si tratta di un'esperienza che uno, quando gli è capitato di farla, poi non la scorda più.

    Dunque, si accede da vico del Grottone (al numero 4) e, dopo di aver traversato un primo vano che non lascia affatto prevedere le straordinarie visioni che ci aspettano perché fino a poco tempo fa era la sala lavaggio di un centro veterinario, e dopo di esser discesi lungo una ripida scala (e qui già si inizia a respirare odor di avventura perché i gradini son alti e stretti, angusto è lo spazio tra le erte pareti di tufo, e si procede a gruppi, in fila indiana), a sorpresa ci si ritrova di fronte a uno spettacolo mozzafiato.

    Ecco. Siamo arrivati nelle cisterne dell'antico acquedotto Carmignano, cisterne che, scavate nel Seicento a colpi di scalpello, propongono architetture così grandiose e così suggestive e arcane che si ha l'impressione di esser accolti in una cattedrale sotterranea, o di venir risucchiati in un'incisione di Piranesi, o che un qualche incantamento ci abbia calati in un paesaggio da fiaba paurosa (ma, si sa, la paura è sempre andata sottobraccio all'ammaliamento). Si tratta di cisterne intercomunicanti che si rapportano alla superficie grazie a un ingegnoso sistema di pozzi, e val la pena di ricordare come questi pozzi fossero il regno dei «pozzonari» che salivano e scendevano aggrappandosi a esigui gradini ricavati nelle pareti (ma c'è da aggiungere, e non è una leggenda metropolitana, che per secoli son serviti pure alle imprese notturne degli amanti clandestini).

    Oggi le cisterne appaiono imbiancate, un imbiancamento con biacca a cui provvide l'Unpa (cioè l'Unione Nazionale Protezione Antiaerea) quando durante l'ultimo conflitto furono utilizzate come rifugio. Giorni drammatici che la nostra guida (il geologo Marco Minin) provvede a vivacemente rievocare nell'accompagnarci di ambiente in ambiente. Raccontando come, nel sentire avvicinarsi il rombo dei bombardieri, la folla facesse ressa per le scale, sicché spesso i più vecchi venivano travolti e cadevano rovinosamente, procurandosi ferite e fratture, tanto che nel locale adiacente alle scale era stato allestito un rudimentale pronto soccorso.

    E come, essendo i servizi igienici (che ci vengono mostrati) del tutto insufficienti per tanta gente (il ricovero arrivava a ospitare diecimila persone) molti facessero i loro bisogni negli stessi ristretti spazi in cui trascorrevano quelle ore d'ansia, per cui, intervistati, gli anziani del quartiere hanno riferito di sentirsi ancora nelle narici il terribile odore che vi stagnava (ma, si tranquillizzi chi mi legge, oggi il fetore è scomparso, le cisterne son state perfettamente ripulite).

    E mostrandoci i gavettoni abbandonati dai tedeschi (ma son state ritrovate pure divise e scarpe di cui evidentemente i nazisti in fuga si liberavano per rivestirsi di abiti civili, solo che, essendo state tanto a lungo immerse nell'acqua, erano troppo fradice per venir salvate), gavettoni che, spiega Minin, nella Napoli affamata del 1944 gli scugnizzi portavano a nuoto sotto le navi americane per infilarvi dentro la cioccolata e gli altri viveri che i marinai buttavano loro. Ma troppi per elencarli sono i dati interessanti che Minin riferisce e i cimeli tragici o commoventi che ci addita (come le ossa del cagnolino che, avendo divertito i bambini durante i bombardamenti, ha meritato, quando la sua ora è giunta, di aver l'estrema dimora proprio qui).

    Voglio solo citare quelli che per me son stati i due momenti di massima emozione: e cioè quando la guida ha azionato la sirena (e quel suono mi ha riportato indietro nel tempo con una prepotenza che non avrei immaginato) e quando l'interprete femminile del testo teatrale che in occasione della Giornata della Memoria è stato inserito nella visita, ha intonato Lili Marlene, capite, «Lili Marlene», la canzone che durante la guerra travalicò il fronte e venne cantata con lo stesso struggimento da tedeschi e angloamericani.

    Ma è il caso anche di sottolineare come sia la visita nella sua interezza - visita che nell'ultimo tratto approda al Tunnel Borbonico (voluto da Ferdinando II per garantirsi una via di fuga in caso di pericolo) e a contrasto si conclude all'avveniristico Garage Morelli - a consentire il ritorno a un passato prossimo che in genere abbiamo accantonato, mentre forse sarebbe giusto richiamarlo spesso alla memoria: se non altro, dice Minin nel salutarci, per prender piena coscienza di come, in fondo, a viver oggi, dobbiamo definirci fortunati.


    Giovanna Mozzillo
    01 febbraio 2012



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    Wilma: il mio patto segreto col Presidente Scalfaro

    La Stampa

    La donna del necrologio enigmatico e una corrispondenza epistolare nata in oratorio

    NICCOLÒ ZANCAN



    Non è mai stata la segretaria del Presidente. Neppure una dama misteriosa: «Che stupidaggini, che modi di ricamare...». La signora Wilma non ama neanche la definizione di amica, nell’accezione più pura del termine: «L’amicizia è fra pari - spiega - mentre io e il presidente Oscar Luigi Scalfaro non lo siamo mai stati. Però ci siamo conosciuti quasi cinquant’anni fa. Era il 1963. Lui parlava all’oratorio salesiano di via Luserna. Il mio futuro marito organizzava l’incontro. Ed io, con molti altri, ero seduta fra il pubblico. Alla fine mi sono presentata. Le nostre famiglie si conoscevano già alla lontana. Gli chiesi in ricordo i suoi appunti, erano scritti su carta intestata a un convento di suore di clausura. Da allora siamo rimasti in contatto. Scrivendoci e telefonandoci, di tanto in tanto...».

    La signora Wilma ha pubblicato sulla Stampa di lunedì un necrologio pieno di dolcezza. Per qualcuno troppo «femminile», addirittura «personalissimo». Sospetto, insomma.

    Ecco le parole che hanno innescato il demone delle supposizioni: «Dopo una vita di grande affetto, profonda amicizia, stima, la mancanza è puro dolore, la speranza è nel nostro patto». Ed eccola qui, la signora Wilma in persona. Ci fa accomodare in un salottino pieno di libri e cornici. Cani di ceramica come fermaporte. Le finestre affacciate su un piccolo giardino inaspettato, nel cuore del quartiere operaio di San Paolo. «Nella mia vita ho insegnato ragioneria. Mio marito è un geometra in pensione. Ci amiamo ancora moltissimo. E purtroppo, pochi giorni fa, abbiamo scoperto che è gravemente malato».

    Non è una divagazione dolorosa. C’entra con il patto che la signora Wilma ha stretto con il presidente Scalfaro. «Risale all’inverno del 1992. Andai ad incontrarlo al Quirinale. Gli portai in dono i suoi appunti del 1963, incorniciati con una dedica. Lui disse: “Devono risalire ai tempi del tuo asilo”. Io risposi con un sorriso: “Un po’ dopo”. Lì, alla fine, ci siamo detti che ci saremmo rincontrati oltre al Quirinale, nell’unico posto che si può immaginare “oltre”. Ma il patto era questo: chi se ne sarebbe andato via per primo, si sarebbe preso cura dell’altro. Ed ecco perché, adesso, io lo prego di guarire mio marito».

    Prima di inviarsi suppliche fino al cielo, si erano scritti lettere su temi molto terreni. Per esempio, il 25 febbraio 2011. Quando l’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro rispose allo sfogo della signora Wilma, che si era appena ritrovata la casa svaligiata dai ladri: «Sono ammirato dalla vostra serenità e dalla capacità di trovare considerazioni evangeliche. Molto bravi! E coraggio sempre, in questo povero mondo che non pare sia capace di migliorare. Ma tutto è possibile a Dio, se noi facciamo bene il nostro dovere...».

    Il marito della signora Wilma è sempre presente nelle risposte, non è soltanto una formalità. Il 2 marzo del 2011, su carta intestata al Senato della Repubblica, Scalfaro scrive ancora di suo pugno: «Carissima grande amica, grazie! Lunedì 28 ho ricevuto la bellissima lettera, quasi diario di due sposi innamorati in giro per il mondo. L’ho letta subito attirato dalla prosa semplice, vivissima, conquistatrice. Mezz’ora di lettura affascinante e molto partecipata. Sei molto brava con la luminosità e la forza dei tuoi sentimenti... Che dio ti benedica e vi benedica. La Madonna ti porti il mio abbraccio». Era la risposta al resoconto di un viaggio negli Stati Uniti.

    Ogni anno arrivavano gli auguri di Natale: «Dal vostro Oscar Luigi Scalfaro». Con «vostro» sottolineato cinque volte. Una dedica sul suo libro del 2006: «Con l’armonia e la gioia del Magnificat». Telegrammi alle ricorrenze: «Grazie di cuore per i graditi auguri che ricambio con affettuoso ricordo». La signora Wilma ha una scatola di legno piena di corrispondenza, la tiene fra le sue cose più care. C’è anche un santino elettorale per le elezioni politiche del 26 giugno del 1993, scheda azzurra, il simbolo della Democrazia Cristiana e i nomi: Rossi di Montelera, Scalfaro, Zolla, Pronzato.

    Certe volte, invece, squillava il telefono, e lei riconosceva immediatamente la voce. «L’ultima volta, pochi mesi fa. Mi ha raccontato un aneddoto personale, ma parlava in terza persona. Era l’inverno successivo all’Otto Settembre. Era il ricordo di due sposini in barca sul Lago Maggiore. Faceva un freddo terribile, ma non lo sentivano. Non gli importava neppure della nebbia. Erano felici. Ma proprio quel giorno - e qui il presidente Scalfaro tornò a parlare in prima persona - gli arrivò il telegramma di suo padre. Gli annunciava un incarico da magistrato. Era la fine del suo viaggio di nozze».

    La signora Wilma ha accettato di condividere i suoi ricordi a una condizione. «Il mio cognome non deve essere pubblicato. Non vorrei che sembrasse una mancanza di riguardo. In questi anni la mia conoscenza del presidente è già stata motivo di troppi commenti ingiusti, fra le persone che hanno saputo». Ma se lei non può essere definita un’amica, qual è il termine giusto? Silenzio. Un sospiro commosso. Poi dice: «Protetta. Una sua protetta. Intendiamoci, è una bruttissima parola. Ma qui non significa raccomandazioni o aiuti particolari, piuttosto vicinanza, affetto. Un prendersi cura con le preghiere e nei fatti, senza mai bisogno che io chiedessi. Ecco perché anche adesso, dal paradiso, io credo che il presidente non si sia dimenticato di me».


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    Affittopoli Siae, perizia choc: a gestire gli immobili una nonnina di 70 anni

    di -
    Criticità evidenti, anomalie paradossali, esempi solari di cattiva gestione. Quando la Siae a giugno scorso incarica i revisori della Ria&Partners di redigere una due diligence su come è amministrato il fondo pensioni dell’ente, non si aspetta un esito così nefasto.




    Il documento punta l’indice, tra l’altro, proprio sulla (cattiva) gestione del patrimonio immobiliare, acquistato in passato come garanzia per l’equilibrio del fondo integrativo, ossia quegli romani di cui abbiamo scritto ieri a proposito della tentata alienazione agli occupanti, prevedendo mutui quarantennali anche per inquilini ultraottantenni.

    Tra i potenziali acquirenti, manco a dirlo, erano in lista tanti ex dirigenti dello stesso fondo pensioni Siae e diversi sindacalisti. E non a caso, tra le criticità messe in evidenza, c’è la mancanza di criteri per l’assegnazione in affitto delle case (che venivano date «discrezionalmente») i cui contratti, tra l’altro, erano custoditi da un’amministratrice di condominio senza essere depositati, nemmeno in copia, alla sede dell’Eur.

    Sull’Affittopoli Siae, la Ria&Partners non fa sconti, tant’è che il nuovo dg Gaetano Blandini è «costretto» a occuparsi personalmente della gestione del Fondo come direttore (prendendo il posto del ragionier Truffa Giachet, reggente dal 2001 all’anno scorso). Il primo rilievo dei revisori è sulla scelta degli affittuari (ex direttori, parenti, sindacalisti) oggetto di lettere anonime e esposti in procura da parte di dipendenti «senza tetto».

    Nelle conclusioni, la R&P annota infatti che «non si capisce come venivano scelti gli affittuari, non venendo rispettati i termini cronologici di richiesta». Episodio esemplare, in questo senso, quello dell’assegnazione di un appartamento nello stabile più prestigioso di proprietà del Fondo, quello di via Flaminia Vecchia, assegnato nel 2007 a una certa signora Apolloni e finito al centro di un esposto in procura già nel 2008. La signora è la moglie dell’ex presidente del Fondo Siae, Irace, che infatti non firma l’assegnazione, e lascia siglare la delibera alla vicepresidente dell’epoca, Anna Avallone.

    L’altro punto che la due diligence trova incredibile è l’assegnazione, dal ’99 al «nuovo corso» di Blandini, dell’amministrazione degli immobili a un consulente esterno. Una 70enne che diventa il dominus degli asset immobiliari del Fondo Siae: per una cifra superiore ai 50mila euro l’anno, la signora non ha solo fatto da amministratrice dei palazzi, ma era l’unica a detenere fisicamente i contratti di affitto e a stabilire gli stipendi di portieri e operai, stipendi che però pagava «mamma Siae». Come quello, incredibile, di 2.000 euro al mese a un operaio incaricato solo di «leggere» la caldaia dell’ambasciata del Canada, ospite di un immobile Siae.

    La Ria&Partners, inoltre, sottolinea come in una dozzina di anni il Fondo non abbia mai controllato l’operato della donna, pur essendo questa attività prevista dalla consulenza. Ci hanno provato i revisori ma «il consulente esterno non si è reso disponibile», e non ha nemmeno risposto alla «richiesta di conferma dati» spedita dagli analisti di R&P. Che, nonostante la mancanza di collaborazione (la documentazione è stata consegnata solo a fine anno) hanno notato una mancanza nei bilanci 2010 di 155mila euro «rispetto alla stima effettuata sui ricavi per fitti attivi» nello stesso anno. L’elenco di follie gestionali è lungo.

    Oltre a inquilini morosi («senza azioni in atto contro di essi»), comprende anche la mancanza di un albo dei fornitori a cui rivolgersi per i lavori di manutenzione. Tanto che, annoterà successivamente R&P, una ditta di idraulica e una di opere edili «nel solo 1° trimestre 2011 hanno fatturato rispettivamente opere per 110mila e 170mila euro».



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    Il cane è "una spesa inutile": spot della 3 nella bufera

    Libero

    La compagnia di telefonia sotto accusa per una pubblicità, poi ritirata. L'associazione pro animali: "Incita all'abbandono"




    Uno spot radio della compagnia telefonica 3, fa arrabbiare gli animalisti. Il motivo? Nella pubblicità si paragona il cane ad una spesa inutile che si può tranquillamente tagliare in tempo di crisi, mentre una chiavetta Usb viene ritenuto un acquisto oculato e giusto. La protesta dell'Aidaa, Associazione italiana diritti anima e ambiente, non si è fatta attendere. "Incitare ad abbandonare il cane è davvero troppo - dice il responsabile dell'associazione Lorenzo Croce - Faremo verificare ai nostri legali se ci sono gli estremi per citare la 3 per istigazione e boicotteremo in ogni modo la compagnia di telefoni". L'azienda dal canto suo si scusa per aver urtato la sensibilità degli ascoltatori. "Ci rendiamo conto che lo spot così formulato, potrebbe essere frainteso - si legge in una nota della 3 - la pubblicità verrà modificata già nei prossimi giorni".
    31/01/2012




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    L’epoca dei blog? È al tramonto

    di -

    Chiude Splinder, storica "casa" dei diari on line italiani. Ha ceduto allo strapotere dei social network


    Era nell’aria già da un po’, c’era quel triste tirar avanti da sogno interrotto, quel susseguirsi di comunicati e smentite che caratterizzano la caduta di tutti gli imperi, economici, politici o digitali che siano.




    E così ieri Splinder, la prima grande piattaforma italiana di blog, ha chiuso i battenti. E la sua chiusura segna probabilmente il tramonto di un’epoca, è il segno di un mutamento permanente nella Rete. Giusto per far capire a chi non è un frequentatore abituale di Internet.

    Nel 2001 l’avanguardia della comunicazione digitale erano i blog, in tutta italia erano appena 900. Un gruppo di amici «smanettoni» si ritrovarono al bar. C’erano Marco Palombi, Francesco Delfino e Paolo Werbrouck di Tipic; insieme avevano sviluppato un embrione di piattaforma di creazione blog. Al gruppo si unirono anche Fabio Cabula e Andrea Santagata. Nasceva l’idea di Splinder: un sistema facile, in italiano, per creare e gestire i blog. Il successo fu travolgente: decine di nuovi blog venivano aperti ogni giorno. Si andava da quello di Platinette a quello di Pulsatilla passando per quello del signor nessuno che aveva voglia di raccontare come costruire bambole di pezza.

    E il successo si trasformò anche in prospettiva industriale, tutti dicevano che i blog erano il futuro. Una piattaforma poteva essere un bel investimento, così Splinder venne acquisito nel 2006 da Dada per la non irrilevante cifra di 5,6 milioni di euro. Poi pian piano il declino. Dovuto a cosa? In primo luogo l’avvento rapido e devastante dei social network. Come ci spiega Andrea Mancia uno dei fondatori di Toqueville ed esperto di Blog: «Le piattaforme si credeva potessero contare sull’onda lunga di traffico e pubblicità prodotta da centinaia di migliaia di blog - Splinder arrivò ad averne 470mila attivi (ndr) - e pazienza se molti erano pochissimo visitati, contava la massa critica.

    Ma poi l’arrivo di social network come Facebook e Twitter ha allontanato tutti coloro che volevano solo un modo semplice di comunicare con conoscenti ed amici». Un colpo durissimo per Splinder a cui sì è aggiunto quello di non riuscire a tenere il passo con altre piattaforme che avevano investito di più sul rinnovamento tecnologico. Come ci dice Luca Sofri, forse il papà dei blogger italiani e direttore de Il Post: «A un certo punto sono arrivate piattaforme più evolute come Wordpress e la mancanza di rinnovamento a creato un gap pesante, e forse è mancato anche un vero e proprio modello di business».

    E proprio su Il Post uno dei fondatori di Splinder, Andrea Santagata, ha ammesso i limiti della piattaforma: «Credo che sia molto difficile per una piattaforma italiana competere a lungo con piattaforme internazionali che godono di economie di scala molto diverse». Ma come in ogni crollo che si rispetti al lato triste si aggiunge il grottesco. Santagata e Banzai Media si sono offerti di rilevare la piattaforma per cercare di salvarla.

    Ma grazie anche alle complesse normative del nostro Paese si sono sentiti rispondere da Dada «no grazie». Per Dada: «Visto lo stato attuale della piattaforma e i numeri di Splinder a oggi abbiamo valutato che le complicazioni tecniche e legali di una migrazione siano superiori a una chiusura controllata e gestita... crediamo che gli utenti potranno continuare ad esprimersi su altre piattaforme, conservando quanto scritto fino a ora». E speriamo che davvero sia così semplice salvare i contenuti dei blog.

    Non saranno la biblioteca d’Alessandria ma non sarebbe bello vederli andare in fumo digitale...


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    Qui ammazziamo le persone" Le conversazioni choc sull’Airbus

    La Stampa

    Gli incredibili errori dei piloti del Roma-Palermo finito fuori pista nel 2010





    RICCARDO ARENA
    palermo

    Comincia a rallentare, non correre... che cazzo corri a fare... rallenta la speed... basta, perché devi... cioè allora per scendere tu mi acceleri l’aeroplano in turbolenza... minchia... ma sei proprio... come cazzo fai!». E poi: «Cazzo, gli hai dato 250, le ammazziamo le persone!». Raoul Simoneschi, barese di 53 anni, il comandante del volo Wind Jet Roma-Palermo uscito fuori pista a Punta Raisi, il 24 settembre 2010, si rese conto che qualcosa non andava quando l’aereo era ancora in quota. Riprese il suo secondo, Fabrizio Sansa, 39 anni, romano, «con cameratismo», «da maestro ad allievo», annotano con generosità i consulenti della Procura di Palermo. Pensò di avere rimesso le cose a posto. Come andò a finire, è storia nota: 123 passeggeri, un bambino sotto i due anni e sei membri dell’equipaggio devono la vita a una questione di centimetri. L’Airbus A300 della Wind Jet toccò terra 400 metri prima dell’inizio della pista, ruppe il carrello, travolse un’antenna, finì la corsa su un prato. La pioggia spense i possibili focolai sul carburante, fuoriuscito dai serbatoi.

    La consulenza svolta dai professori universitari Luigi La Franca e Caterina Grillo ricostruisce anche il caos del dopo-incidente, i soccorsi in ritardo, i vigili del fuoco che non sanno dove andare e trovano l’aereo dopo 22 minuti, i mezzi di soccorso bloccati fuori dall’aeroporto, i passeggeri che raggiungono l’aerostazione a piedi, che avvisano la polizia per telefono. E alla fine molti vanno via senza che nemmeno qualcuno li conti.

    Non fu il wind-shear a provocare l’incidente: gli esperti nominati dai pm Maurizio Scalia, Carlo Lenzi e Gaetano Paci hanno ricostruito che quella sera pioveva, ma vento non ce n’era, soffiava a soli 17 nodi e non era tale da giustificare l’incidente. Tra le 20.01 e le 20.03 la scatola nera dell’aereo registra la conversazione tra i piloti. I comandi li ha Sansa, assunto con un contratto a tempo determinato, poi non rinnovato. E anche il comandante, dopo l’incidente, è stato licenziato. Simoneschi, annotano i consulenti, muove «contestazioni con finalità di addestramento», per il comportamento di Sansa, che è «al di fuori delle procedure». Non «un diverbio», ma «un atteggiamento da maestro ad allievo», in «un’atmosfera tutto sommato distesa». Eppure quel che dicono Simoneschi e un «ospite», un altro pilota presente come passeggero in volo, prelude a quanto avverrà di lì a pochissimo.

    «Senti che schiaffi a 200 nodi... cazzo gli hai dato 250, le ammazziamo le persone! - dice Simoneschi -. Ora se vuoi togli l’aerofreno, riduci il variometro o vai in vertical speed... senti, senti come arriva l’acqua? A secchi la sta buttando l’acqua, mi sto rompendo...». Ospite: «Lo vedi che siamo sotto?».

    È il preludio dell’impatto, avvenuto alle 20.07. I piloti, a un certo punto della fase di discesa, alla cosiddetta «quota minima», devono dichiarare di vedere la pista. Ma la pista non la vedono: dovrebbero «riattaccare», cioè risalire e ritentare l’atterraggio oppure andare addirittura a Fontanarossa, a Catania, e invece proseguono nella discesa, anche se il radioaltimetro li aveva avvisati. A 1800 piedi di altezza (circa 600 metri) dovevano essere a 5 miglia dalla pista: invece erano a 8.

    Poi scattano i soccorsi, ma persino le comunicazioni via radio tra la torre di controllo e i vigili del fuoco funzionano male. «Torre, forse l’aereo si trova a mare, perché è uscito fuori dalla pista, è uscito fuori dalla pista», dice la squadra Rosso 1. «Le responsabilità in questi errori sono attribuibili a tutti gli enti coinvolti», dall’Enav alla società che gestisce i servizi a terra, ai vigili del fuoco, è la conclusione dei consulenti. Per Simoneschi e Sansa si prepara la richiesta di rinvio a giudizio. Per la parte dei soccorsi-caos invece i pm hanno chiesto l’archiviazione: l’inefficienza ci fu, il reato no.



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    La mangiatoia dei nostri partiti: spendono 1 euro, ne ricevono 4

    Libero

    Dal 1993 al 2008 sono stati versati 579 milioni per comizi e manifesti. Ma lo Stato ne ha rimborsati 2.254




    «Ah, la mangiatoia?». Così ne parla uno che il Palazzo lo frequenta da parecchio. Argomento: i famigerati rimborsi elettorali. E si capisce la scelta del termine da parte del parlamentare di cui sopra: sempre più spesso emergono irregolarità e sospetti in ordine alla disinvolta gestione di quest’immenso fiume di denaro pubblico che finisce nelle casse dei partiti. Con episodi da codice penale: l’inchiesta che coinvolge l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, indagato per l’appropriazione indebita di 13 milioni di euro provenienti per l’appunto dai rimborsi elettorali, è solo l’ultima. Ma non si tratta solo di episodi da Procura: per dire, grande imbarazzo ha provocato nella Lega la scoperta che parte dei fondi in questione sono stati investiti dal Carroccio fra Cipro e la Tanzania, altro che le-attività-sul-territorio.

    E poi le lotte intestine: nel 2008 Mario Di Domenico, uno dei soci fondatori dell’Idv, denunciò Di Pietro per presunte irregolarità nella gestione di oltre 20 milioni di euro, sempre frutto di rimborsi - denuncia poi archiviata. E ancora Di Pietro venne indagato nel 2010 per lo stesso motivo, dopo un esposto dell’ex amico Elio Veltri: ancora archiviazione. E proprio la gestione dei contributi rappresentò, ai tempi della fondazione del Pdl,  motivo di serrata discussione fra ex Forza Italia ed ex An. E persino i grillini: il Movimento 5 Stelle emiliano, dopo l’exploit alle Regionali del marzo 2010, si mise in fila per ricevere l’assegno, nonostante la promessa contraria del Sommo Leader - e la marcia indietro fu imbarazzata. E questi sono solo alcuni esempi.

    IL REFERENDUM TRADITO
    E allora partiamo dal peccato originale. Dal referendum tradito dell’aprile ’93, quello promosso dai Radicali. Fra gli otto quesiti c’era anche quello sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. Il 90,3 per cento dei votanti - il 77 per cento degli aventi diritto, ben sopra del quorum  - si espresse dichiarando che no, soldi pubblici ai partiti non bisognava più darne. E però la contromossa non si fece attendere: nel dicembre dello stesso anno venne aggiornata alla bisogna la disciplina relativa ai rimborsi elettorali, giusto in tempo per diventare operativa per le Politiche del marzo 1994. Tanto per usare le parole della Corte dei Conti, «quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento». Eccola qui, la truffa.

    Che poi uno dice: rimborsare significa rifondere ciò che si è speso, possibilmente documentando tali uscite. E invece no, per i partiti non funziona così: il rimborso elettorale viene invece calcolato sulla base dei voti che ogni partito prende - ne vengono esclusi solo quelli che non superano l’1 per cento, soglia elevata al 4 a partire dalla prossima legislatura.  E comunque, vuol dire che ogni voto preso equivale a un tot, giusto? Macché: i rimborsi si calcolano su tutti gli aventi diritto, e fa niente se poi in parecchi a votare nemmeno ci vanno, tanto poi le percentuali ottenute dai partiti vengono spalmate sull’intero corpo elettorale. Roba da provare imbarazzo anche solo a spiegarlo.


    180 MILIONI IN UN ANNO
    Se poi si passa ad analizzare le cifre, l’imbarazzo si trasforma in collera. Allora: nel ’93 il rimborso si calcolava su 800 lire a legislatura per ogni italiano in età da voto, poi nel ’99 si è pensato di alzare la quota a 4mila lire (il quintuplo), e nel 2002 - dovendosi adeguare  alla nuova moneta comune - le 4mila lire si sono trasformate in 5 euro (all’epoca, in linea di massima, corrispondevano ancora a poco meno di 10mila lire!). E attenzione: 5 euro a legislatura - 1 all’anno - per ogni  Camera, che dunque significa 5 per la Camera e 5 per il Senato. E poi anche 5 euro per ogni elezione Regionale. E altri 5 per le Europee. Per farla breve: a quelle elezioni del ’94, nemmeno un anno dopo il referendum che in teoria abrogava il finanziamento pubblico, i partiti s’intascarono l’equivalente di 47 milioni di euro. Diventati 476 in occasione delle Politiche del 2001, e 499 nel 2006,  e poi 503 nel 2008. Ancora per citare la Corte dei Conti: dal ’93 a fine 2008 si sono svolte cinque elezioni Politiche, tre Europee e tre Regionali. E a fronte di spese accertate per complessivi 579 milioni di euro, i partiti ne hanno incassati 2.254: per ogni euro speso lo Stato gliene ha ridati quattro. E, per un contro complessivo, ci sarebbero da aggiungere le cifre  relative a Europee 2009 e  Regionali 2010. In ogni caso: solo nel 2010, anno senza elezioni Politiche, i partiti hanno ricevuto 182 milioni e 144mila euro di rimborsi elettorali.


    Ma c’è pure l’altro escamotage, che rende la situazione quasi surreale.  Trattasi della frasetta inserita nella legge a inizio 2006. Quando, con grande soddisfazione di tutti - esclusi i soliti Radicali - viene stabilito che «in caso di scioglimento anticipato di Senato o Camera il versamento delle quote annuali dei rimborsi è comunque effettuato». Capito? Esempio: il governo Prodi, entrato in carica nel 2006, è durato due anni, e però i rimborsi sono stati elargiti fino al 2011 -  a partiti scomparsi dal Parlamento come Rifondazione Comunista, ma anche a Margherita e Ds poi confluiti nel Pd, e a Forza Italia e An poi diventati Pdl. Poi nel 2008 ci sono state le altre elezioni, e i rimborsi relativi a queste ultime si sono sommati ai precedenti. E insomma, nel 2009-2010-2011 i partiti hanno ricevuto paghetta doppia. Dicono che ora basta, dal prossimo giro i rimborsi saranno ridotti del 10 per cento. Vedremo, e comunque certo non basta per soffocare la voglia di mandarli a quel Paese. Una volta di più.


    di Andrea Scaglia
    01/02/2012



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    Cinquemila euro al mese ai camerieri della Camera

    Libero

    Gli stipendiati di Montecitorio nel 2011 ci sono costati 280 milioni. Fino al 2014 le spese per le loro retribuzioni cresceranno di 11 milioni



    Da una parte ci sono le sforbiciatine agli stipendi degli onorevoli, annunciate in pompa magna l’altro ieri. Dall’altra oltre 280 milioni di euro all’anno. Tanto costa alla Camera dei deputati mantenere l’esercito dei 1.620 dipendenti di Montecitorio. I commessi, ma non solo. Anche falegnami, idraulici, barbieri, telefonisti, baristi, guardarobieri e autisti. Tutti beneficiari di un meccanismo che li porta, nel giro di trent’anni dall’assunzione, a raggiungere in automatico uno stipendio medio di oltre 5mila euro netti al mese. Costi che fanno del Parlamento italiano il più caro d’Europa. I nostri connazionali, infatti, spendono 27,15 euro a testa per la loro “camera bassa”. Tre volte di più, confrontando i bilanci delle principali assemblee comunitarie, di quello che versano i francesi (8,11 euro); quasi sette volte di più rispetto agli inglesi (4,18 euro) e addirittura dieci volte di più degli spagnoli, che pagano 2,14 euro pro capite.

    Carriera sicura
    I dipendenti di Montecitorio, quanto ad aumenti di stipendio, sono simili ai magistrati. Nel senso che per entrambi la progressione, di carriera e di salario, è automatica. Prendiamo i lavoratori inquadrati al primo livello, i semplici “operatori tecnici” come, ad esempio, gli addetti alla rete telefonica. La paga iniziale si aggira sui 1.800 euro netti mensili. Niente paura: poi entra in funzione il meccanismo degli scatti. Ogni due anni, lo stipendio aumenta. L’incremento varia tra il 2,5 e il 5%. E non è finita qui: a favore dei dipendenti gioca anche il passaggio tra i livelli professionali. In questo caso la promozione avviene dopo il superamento delle verifiche dei “titoli”. I 1.620 dipendenti, tuttavia, possiedono anche altri vantaggi. Come quello di ricevere, al compimento del 17esimo e del 23esimo anno di servizio a Montecitorio, il cosiddetto “sessenno”.

    Ovvero l’assegno di anzianità elargito sulla base del 10% della paga tabellare. Per non parlare di un’indennità pensionabile pari al 2,5% delle competenze lorde dell’anno precedente. Il tutto condito da quindici mensilità, più una mezza come premio di produttività, e dalla particolarità che le retribuzioni sono onnicomprensive, ovvero includono già eventuali ore di lavoro straordinario e/o notturno. Così le maestranze tecniche di Montecitorio arrivano a incassare oltre 75mila euro netti all’anno. E se i turni di lavoro, assicurano fonti della Camera, rispecchiano quello che accade fuori dal Palazzo, con sei-otto ore di attività, la quantità è giocoforza diversa, visto che alla Camera i giorni “pieni” in una settimana sono solo tre: martedì, mercoledì e giovedì.

    Ruoli dirigenziali
    Va ancora meglio per i ruoli dirigenziali. A loro, oltre allo stipendio, è riconosciuta un’indennità di funzione: 410 euro netti mensili per l’assistente superiore; 1.198 per il consigliere caposervizio; 2.207 per il segretario generale. Il risultato sono buste paga che oscillano, dopo trent’anni di servizio, tra i 6mila e i 12mila euro netti al mese. Nel 2011, il personale ha inciso sul bilancio di Montecitorio per oltre 235 milioni di euro. Un costo che nel 2013 crescerà ancora fino a superare i 246 milioni di euro. Se a questa somma si aggiungono i contributi previdenziali a carico della Camera e gli altri oneri accessori, nel 2011 la spesa totale per i dipendenti in servizio ha superato i 283 milioni. È questo importo, più che gli stipendi dei 630 deputati, a fare della nostra “camera bassa”, come evidenziato dal think tank “Vision”, l’assemblea parlamentare più cara d’Europa. Dove «più del 40% delle risorse sono assorbite dal personale».

    Cara Fondazione
    Due sere fa Guido Crosetto, deputato del Pdl, ha punto Gianfranco Fini, presidente della Camera. I tagli di stipendio decisi dall’ufficio di presidenza di Montecitorio? Un piccolo passo avanti, ha riconosciuto l’ex sottosegretario alla Difesa, che poi però ha sfidato Fini a intervenire sulle «spese assurde come quelle della Fondazione Camera, che non è esistita per decenni e che non serve a nulla». Già, la Fondazione Camera dei deputati. Costituita nel giugno del 2003 per «realizzare una più ampia conoscenza e divulgazione dell’attività della Camera e promuoverne l’immagine», oggi è presieduta da Fausto Bertinotti. L’ex leader di Rifondazione comunista e gli altri componenti del consiglio d’amministrazione non percepiscono alcun compenso per l’attività svolta.

    La Fondazione, tuttavia, riceve un contributo dalla Camera di 400mila euro l’anno, ma i suoi costi superano i due milioni di euro. Bertinotti e i suoi, infatti, occupano un piano di palazzo Theodoli-Bianchelli, tra via del Parlamento e via del Corso, con relative utenze telefoniche, elettriche e di riscaldamento. In organico ci sono assistenti parlamentari e la pulizia degli ambienti è naturalmente a carico di Montecitorio. Poi c’è lo stipendio da consigliere caposervizio di Alessandro Massai, il direttore generale (circa 12mila euro netti mensili), e quello del suo staff: un documentarista e una segretaria.

    Tommaso Montesano

    01/02/2012



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    Tagli con il trucco anche al Senato: salta l’aumento

    di -

    I politici rinunceranno a 1.300 euro in più. Il risparmio di sei milioni di euro va allo Stato


    Roma - L’apparenza è lodevole, la sostanza è una piccola farsa. Anche il Senato, come la Camera, ha deciso di «ridurre» le indennità dei parlamentari.



    Senato

    Del 13% ha stabilito l’ufficio di presidenza, riunitosi ieri a ruota della Camera, che l’aveva fatto il giorno prima. Il taglio ammonta a circa «1300 euro lordi, pari al 13% dell’indennità». Per fortuna ieri qualcuno ha spiegato la verità: lunedì alla Camera era stata ostentata una riduzione di 1300 euro lordi nella mensilità degli onorevoli con grande clamore. Palazzo Madama ieri ha agito allo stesso modo, anche se bisogna dare atto al Senato di aver preso un provvedimento più limpido.


    Ma nell’uno, come nell’altro caso, non si tratta di tagli, bensì di mancati aumenti. Ha spiegato ieri il questore senatore Paolo Franco (Lega): «Non ci sarà una riduzione della busta paga dei senatori, la cui indennità rimarrà intorno ai 5mila euro, però non ci sarà l’aumento che avrebbe comportato il sistema contributivo per le pensioni dei parlamentari». Il passaggio al sistema pensionistico contributivo anche per i parlamentari avrebbe comportato una riduzione dei contributi, e dunque un aumento dell’indennità lorda e netta. Abolire il privilegio del vitalizio, che consentiva a un deputato e a un senatore di percepire la pensione già dai cinquant’anni di età, era stato un atto dovuto dopo la riforma delle pensioni del governo Monti. Ma sarebbe stato uno scandalo se la soppressione del vitalizio fosse stata affiancata da un premio, quei settecento euro netti in più al mese. Sia i deputati che i senatori hanno deciso di non aggiungere nulla al proprio stipendio.


    «È la stessa decisione assunta ieri dall’Ufficio di presidenza della Camera - ha chiarito ancora Franco - ma con una differenza non di poco conto. Mentre i risparmi del taglio dei deputati confluiranno in un fondo a disposizione dei parlamentari, diciamo pure un fondo nero, quelli dei senatori saranno restituiti allo Stato e quindi ai cittadini». Le decisioni sono state prese all’unanimità, ma in consiglio di presidenza ci sarebbero state tensioni per il protagonismo della Lega.


    Il risparmio dai mancati aumenti delle indennità dei senatori sarà di circa sei milioni di euro. Alla Camera il denaro non percepito rimarrà in un fondo interno, al Senato queste mancate entrate saranno restituite alle casse pubbliche: «Il Senato chiederà allo Stato circa 6 milioni in meno di dotazione».


    La novità partita ieri da Palazzo Madama, che ha bruciato sui tempi la Camera, è poi la decisione di ridurre «una serie di benefit» riservati agli ex presidenti del Senato, e di renderli a tempo determinato. L’annuncio lo ha dato lo stesso presidente Renato Schifani. Il provvedimento è atteso per febbraio. Marcello Pera, Nicola Mancino, Carlo Scognamiglio e Franco Marini hanno tutti un ufficio con uno staff di segreteria pagato dal Senato. Hanno anche diritto all’auto con l’autista.


    Il secondo risparmio riguarda le spese per gli affitti, ridotte di un milione e mezzo: la «bella notizia», ha spiegato ancora Schifani, è la rinuncia del Senato a un magazzino al Trullo, nella periferia di Roma, che costa appunto 1,5 milioni di euro. Gianfranco Fini ha dichiarato di adeguarsi immediatamente: «Sono d’accordo, parlerò con Schifani e, come per le precedenti questioni, i due rami del Parlamento uniformeranno le loro decisioni». La ricetta di tagli per Fini deve però partire dalla riduzione «del numero dei parlamentari», perché 945 «e centinaia e centinaia di consiglieri regionali finiscono per determinare un costo certamente rilevante».



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    La Cassazione riapre il fronte Grana rimborsi per Di Pietro

    di -

    Giudicato ammissibile il ricorso di Occhetto, Chiesa e Veltri sui fondi elettorali delle Europee 2004. L’accusa: soldi incassati dall’associazione Idv, non dal partito




    Roma - Il ricorso contro Di Pietro e la sue gestione dei rimborsi elettorali è stato giudicato ammissibile dalla Corte di Cassazione, riunitasi in consiglio venerdì scorso. Le sezioni penali riunite della più alta corte hanno deciso di fissare una pubblica udienza (data ancora da stabilire) sul ricorso proposto dal «Cantiere», movimento politico di Achille Occhetto, Giulietto Chiesa ed Elio Veltri alleato dell’Idv nelle elezioni del 2004, in merito all’uso dei fondi pubblici connessi a quella tornata elettorale, cioè svariati milioni di euro incassati dal partito di Antonio Di Pietro.

    In sostanza la Cassazione ha ravveduto elementi sufficienti per non archiviare come inammissibile il ricorso, cosa che invece aveva fatto il gip di Roma nel 2010. Il fatto non è di poco conto perché di solito la Cassazione, in casi del genere, gira il ricorso alla sezione settima penale che poi archivia tutto dichiarando l’inammissibilità. Questa volta non è successo. Le motivazione della fissazione dell’udienza però non sono ancora note, ma in quell’occasione i magistrati potranno entrare nel merito processuale della vicenda che ormai, da quasi un decennio, oppone il leader Idv ai suoi ex alleati. Il nodo del contendere riguarda la (presunta) duplicazione dell’Italia dei valori in due soggetti distinti, il partito Idv (che si presenta alle elezioni ed elegge parlamentari e consiglieri) e l’associazione Italia dei valori, gestita da soli tre soci (Di Pietro, sua moglie e la tesoriera dell’Idv), che si sarebbe sostituita al partito (questa è l’accusa del «Cantiere») nell’incasso dei rimborsi elettorali.


    Il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma aveva ammesso che nell’Idv ci fosse una «confusa sovrapposizione di ruoli nel partito», ma che in ogni caso gli iscritti o gli eventuali alleati non sarebbero «parte lesa», concludendo che «non ci sono elementi a sostegno della prospettazione accusatoria, con riferimento ai reati configurabili, risultando del tutto ininfluente l'asserita distinzione di soggetti giuridici», cioè il partito Idv e l’associazione Idv. Nel ricorso di Veltri-Occhetto-Chiesa (difesi dagli avvocati Francesco Paola e Libero Mancuso, ex magistrato) si sostiene una tesi opposta, e cioè che i due soggetti sarebbero chiaramente distinti, come «provato» da alcuni episodi documentabili.


    Primo, una pronuncia del Tribunale civile (non penale) di Roma, in seguito ad un distinto procedimento, che aveva evidenziato che si trattasse di due soggetti diversi. Quindi, la Corte di Cassazione sezione civile che ha esaminato la questione e dichiarato inammissibile la memoria di costituzione dell’Italia dei Valori perché non specifica «se agisce come Associazione o come Movimento politico».


    «È una decisione che ci conforta, il nostro ricorso aveva posto in luce i gravi travisamenti processuali da cui era affetto il procedimento, è assai raro che venga fissata una pubblica udienza quando si ricorre avverso una archiviazione, la Suprema Corte ha ben considerato la centralità e l’importanza delle questioni oggetto di questo processo, che riguarda la percezione e l’utilizzo di decine di milioni di euro di fondi pubblici elettorali», commentano Mancuso e Paola, che con Veltri ha appena pubblicato un libro-inchiesta sul tema (I soldi dei partiti). In gioco c’è la gestione di 70-80 milioni di euro di fondi elettorali.


    Non si sa ancora, come dicevamo, la data della pubblica udienza decisa dalla Cassazione penale, ma si sa invece che il 7 febbraio le sezioni unite civili della Cassazione devono decidere, sempre nell’ambito della causa di Veltri e Chiesa, a chi spetti il compito di decidere sui decreti ingiuntivi ottenuti da Veltri-Chiesa-Occhetto per avere dall’Idv la loro parte dei rimborsi delle europee 2004: se all’ufficio di presidenza della Camera dei deputati, come sostengono gli avvocati di Di Pietro, o al giudice ordinario, come chiedono i ricorrenti. «Vogliono farsi giudicare dalla casta e non dal giudice», attacca l’avvocato Paola, che aspetta la decisione dei magistrati come un precedente storico per definire la giurisdizione sui partiti e i loro leader e tesorieri.


    Di Pietro però è tranquillo, in base alla massima che ripete spesso «male non fare paura non avere». E spiega sul suo sito personale che «i rimborsi elettorali erogati dalla Camera dei Deputati sono confluiti nelle casse di Italia dei Valori (soggetto, ripetesi, unitario) e da Idv sempre utilizzati esclusivamente per finalità di istituto. Mai alcun euro di rimborso elettorale è stato incassato privatamente da chicchessia e gli avanzi di gestione, man mano che sono maturati, sono sempre rimasti interamente nelle mani e nella disponibilità esclusiva della Tesoreria del partito». La parola alla Cassazione.



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