lunedì 30 gennaio 2012

Sisde e il triplo stipendio Ombre su Oscar Luigi

Libero

Scalfaro e una carriera politica dai molti volti: "Io non ci sto", il ribaltone, la simpatia per la sinistra e l'avversione al Cav




Oscar Luigi Scalfaro, luci e ombre. il segretario della Destra Francesco Storace lo ha definito, anche dopo la morte, "il peggiore presidente della storia dell'Italia". Forse esagera, puntando il dito sul ribaltone del 1994 avallato da Scalfaro con cui il potere passò dal premier Berlusconi al "tecnico" Lamberto Dini, senza far tornare la parola agli elettori dopo l'uscita della Lega Nord dalla maggioranza. Un momento cruciale nella storia italiana e in quella politica del presidente, non l'unica però al centro di polemiche.

Tangentopoli
- Dopo una vita da democristiano convinto e durissimo, Scalfaro si trovò eletto prima presidente della Camera e, dopo un mese, presidente della Repubblica per, parola di Indro Montanelli, "disgrazia ricevuta". Momento peggiore, in effetti, non poteva esserci: le stragi di mafia, il debito pubblico alle stelle e soprattutto una classe politica, quella della Prima repubblica, già scricchiolante. Era maggio, e i mesi successivi sarebbero stati una strage politica: ministri e segretari inquisiti, funzionari di partito in carcere, suicidi. Era il ciclone Tangentopoli e Scalfaro lo cavalcò convinto: da ex magistrato, appoggiò la "pulizia" del pool milanese di Borrelli e Di Pietro. Si mise, insomma, contro i suoi ex compagni di governo e di partito.

Lo scandalo SISDE
- La sera del 3 novembre 1993, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro interrompe la diretta della partita di Coppa Uefa tra Napoli e Trabzonspor con un discorso a reti unificate. Passerà alla storia come quello del "Io non ci sto", una durissima reazione alle inchieste sullo "scandalo SISDE" e a fondi neri al tempo del suo incarico al Ministero degli Interni. L'ex direttore dei Servizi Riccardo Malpica lo aveva accusato di aver intascato 100 milioni di lire ogni mese dal Sisde. Era, secondo Scalfaro, "un gioco al massacro", una rappresaglia dei politici della Prima repubblica nei suoi confronti, colpevole di aver sposato la causa di Mani Pulite. Nel 1994 i funzionari coinvolti furono poi condannati, scagionando di fatto Scalfaro.


Scalfaro e la sinistra - Nel 1994 la Lega rompe con Berlusconi, decretando la fine del primo governo del Cavaliere. Scalfaro, invece di sciogliere le camere e ridare la parola agli elettori, verifica l'esistenza di una nuova maggioranza e chiama a Palazzo Chigi Lamberto Dini, con l'appoggio dell'allora Pds. Una scelta criticatissima a destra, che decreterà la rottura definitiva con Forza Italia e Berlusconi. L'asse tra Scalfaro e gli esponenti dell'ex Pci si rafforzerà nell'ultima parte di mandato, dopo la caduta di Romano Prodi nel 1998, quando ripetè l'operazione del 1994: niente scioglimento delle Camere, ma potere passato nelle mani di Massimo D'Alema.

Dopo il Quirinale - Che i rapporti con il centrosinistra fossero più che buoni, lo conferma l'attività di Scalfaro dopo la fine del suo mandato, nel 1999. L'ex democristiano diventa il nume tutelare dei Ds e, infine, del Partito Democratico. Lo stesso segretario Pier Luigi Bersani lo ha ricordato commosso, definendolo simbolo "di equilibrio": "Non abbandoneremo mai le sue battaglie", ha sottolineato Bersani.

Il triplo stipendio - L'ultima ombra su Scalfaro deriva dal suo vitalizio d'oro da senatore a vita: 15mila euro al mese, anche se le presenze a Palazzo Madama del presidente si contavano sulle dita di una mano. E a quei 15mila euro mensili si dovevano aggiungere quelli da ex parlamentare e i 4.766 euro maturati per aver superato i 30 mesi da magistrato, carica ricoperta tra 1943 e 1946 e in virtù della quale condannò a morte due fascisti dopo la Liberazione.

30/01/2012




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Scandalo Rai: paghiamo spot per il canone 300mila euro

Libero

Viale Mazzini affida la pubblicità a una società esterna anche se ha un team di creativi che avrebbe potuto realizzarla




Il canone, ovvero il più odiato dei balzelli. "Pagarlo è un obbligo", ricorda la Rai. Peccato che pagarlo tre volte sia una follia. Già, perché come scrive ilfattoquotidiano.it, a Viale Mazzini si buttano soldi anche dove potrebbero essere risparmiati. Si sta parlando proprio dello spot che ricorda all'Italia intera di pagare l'abbonamento entro il 31 gennaio. Viale Mazzini infatti ha appaltato la pubblicità all'agenzia McCann Erickson per la bellezza di 300mila euro.

Ma la Rai dispone di strutture interne che avrebbero potuto produrre lo spot, ma queste stesse strutture vengono sottoutilizzate a vantaggio di onerose commesse esterne. E quindi, l'abbonato che ha "l'obbligo" di corrispondere la tassa, è costretto a una triplice spesa: quella per il canone, quella per i costi dello spot ma anche quella per corrispondere lo stipendio a chi lo spot avrebbe potuto produrre internamente a basso prezzo.

Forse anche per questo motivo Viale Mazzini, per il 2012, ha alzato la richiesta per il canone, portato a 112 euro (o forse anche perché deve coprire i 2,8 milioni di spese che l'emittente deve sostenere per il recapito dei bollettini postali per il pagamento a 16 milioni di italiani).

30/01/2012




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Hai famiglia, non rompere più con l'ecomafia»

Corriere della sera

Giornalista freelance denuncia da quindici anni i reati ambientali. Lasciato senza scorta, subisce ora nuove minacce



Il fotoreporter Gianni Lannes durante un'inchiesta di Rainews24Il fotoreporter Gianni Lannes durante un'inchiesta di Rainews24

MILANO - «Hai una famiglia. Non rompere più i coglioni con le stronzate di ecomafia». Il messaggio non lascia molti dubbi. Difficile non interpretarlo per quello che è. A Gianni Lannes, giornalista freelance che ha fatto delle inchieste scomode la cifra di tutta la sua carriera, è stato recapitato venerdì sotto forma di bigliettino lasciato nell'auto della moglie, in bella vista sul seggiolino di sicurezza del figlio piccolo.

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che il reporter riceve minacce o subisce attentati - nel 2009 prima l'auto della moglie poi la sua furono date alle fiamme, poi qualcuno entrò nel suo appartamento e rubò un personal computer; e, ancora, una lunga serie di minacce telefoniche anonime -, tanto che dal 22 dicembre 2009 al 22 agosto 2011 lui e la sua famiglia hanno vissuto sotto protezione: il cronista costantemente scortato da due agenti di polizia, moglie e figli sotto la vigilanza dei carabinieri.

Ma l'estate scorsa la tutela è stata revocata, malgrado non siano venute meno le ragioni che l'avevano giustificata. Come dimostra l'ultimo episodio. O, forse, il penultimo: nella notte di domenica il suo videocitofono, solo il suo in tutto il palazzo, è infatti finito fuori uso e dall'interno dell'abitazione non è più possibile vedere chi c'è alla porta. Anche questa vicenda è andata ad aggiungersi alla quindicina di denunce in Procura presentate dal giornalista per le intimidazioni subite negli ultimi due anni.

IL SOPRALLUOGO A CAORSO - La cancellazione della protezione, denuncia Lannes, ha avuto una tempistica sospetta: è arrivata infatti dopo la presentazione di un esposto formale sulle attività di bonifica del sito della centrale nucleare di Caorso, la cui attività non è mai ripresa dopo il referendum del 1987 con cui gli italiani avevano pronunciato il proprio no all'energia atomica. Giornalista investigativo specializzato in inchieste sui reati ambientali, Lannes era riuscito a penetrare nel sito della centrale nel 2008, dimostrando così quanto fosse relativamente semplice accedere ad un impianto che potrebbe essere un obiettivo sensibile, bersaglio di eventuali azioni terroristiche.

Nessuno lo aveva fermato. E lui era riuscito a gironzolare tranquillamente all'interno del sito facendo fotografie e raccogliendo documentazione sull'attività di bonifica dell'area. In particolare, aveva scoperto la presenza di camion di una società genovese, la Ecoge, a cui la Sogin - la società di Stato incaricata della bonifica ambientale degli impianti nucleari italiani, che prevede di concludere i lavori a Caorso nel 2025 - avrebbe appaltato una parte delle operazioni di smantellamento. «Il problema - sottolinea Lannes - è che la società appaltatrice, secondo alcuni rapporti della Direzione investigativa antimafia, è di proprietà di una famiglia considerata organica alla 'ndrangheta. Ho chiesto spiegazioni alla Sogin. Prima hanno negato, poi quando hanno visto la foto che avevo inviato loro mi hanno suggerito di non parlarne troppo e di tenere un basso profilo».

LA DENUNCIA E LA PROTEZIONE REVOCATA - La vicenda è dunque poi sfociata in una denuncia alle autorità. Come spiega lo stesso Lannes anche nel suo blog: «Il 13 luglio 2011 ho prestato la mia collaborazione raccontando, alla presenza del mio legale e dei miei due agenti di scorta, al tenente Vincenzo Scarfogliero del Noe carabinieri di Roma, specializzato nel nucleare, ciò che avevo scoperto a Caorso. (...) Sei giorni più tardi, il 19 luglio, mi è stato comunicato telefonicamente che di lì a poco mi sarebbe stata revocata la protezione. Così è stato». Una revoca annunciata telefonicamente, mai motivata e mai formalizzata con un atto ufficiale, a cui il suo avvocato si sarebbe potuto eventualmente appellare. «Penso che sia la prima volta che in Italia accade una cosa del genere» commenta Lannes.

I SILENZI DEL GOVERNO - La vicenda del sopralluogo a Caorso è stata anche al centro di un'interrogazione presentata nell'aprile del 2010 da alcuni deputati di Pd e Radicali - prima firmataria Elisabetta Zamparutti - a cui però non è mai stata data risposta dal ministro dell'Interno allora in carica, Roberto Maroni. Gli stessi deputati il 2 agosto 2011, hanno chiesto spiegazioni sulla revoca annunciata della scorta a Lannes, anche in quel caso senza ottenere una risposta precisa. Ci riproveranno in questi giorni, appellandosi al ministro Anna Maria Cancellieri, salita al Viminale con il governo Monti. Perché dopo mesi di silenzio un avvertimento come quello fatto ritrovare sul seggiolino del bimbo non può passare in secondo piano.

«NON SONO UN EROE» - Lannes ha denunciato per anni reati ambientali e infiltrazioni della criminalità nel business degli smaltimenti, ha raccontato delle navi dei veleni, ha denunciato la presenza di almeno un migliaio di container con rifiuti affondati nei mari italiani. «Quando un giornalista si espone rischia di ritrovarsi in situazioni come quella in cui mi trovo io - dice ora Lannes -. In questo Paese è difficile lavorare con serenità, ma io non cerco una tutela per me, vorrei che lo Stato garantisse almeno l'incolumità della mia famiglia». Lo ha scritto anche sul suo blog, «Su la testa»: «Venticinque anni fa ho fatto una scelta di vita - commenta Lannes -: non sono un eroe da seppellire!».



Alessandro Sala
30 gennaio 2012 | 16:43




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Cogne: dieci anni dopo il delitto non si ferma il turismo macabro

Il Messaggero


ROMA - Dieci anni fa fu ucciso Samuele Lorenzi, il piccolo di tre anni per il quale sta scontando condanna definitiva la mamma Annamaria Franzoni. A Cogne continua il turismo macabro sui luoghi del delitto. Una processione di gente nella casa di Montroz, magari in forma più contenuta, che continua nonostante siano trascorsi dieci anni. È ancora l’allora sindaco Osvaldo Ruffier, memoria storica della comunità, a trovarsi a dover indicare il percorso da seguire per raggiungere la villetta di Annamaria e Stefano Lorenzi.




L’ex sindaco: una ferita che non sarà cancellata.
«Quella vicenda resterà per noi una ferita incancellabile - afferma l’ex sindaco - Dopo dieci anni va registrato che ci sono ancora persone che arrivano a Cogne e chiedono indicazioni per andare a vedere di persona la casa dove è stato ucciso il piccolo Samuele. Una pratica che, credo, non si interromperà mai». Il tempo, come racconta l’allora sindaco, ha contribuito a fare decantare la vicenda ma dalle sue parole si capisce che ci sono ancora ferite aperte: «chi ha vissuto la vicenda non potrà mai archiviare le infamanti accuse che ci si è sentiti rivolgere. Ad un certo punto è stata messa sotto accusa mezza Cogne, ma la giustizia ha messo da tempo la parola fine alla vicenda. A noi resta la macchia».

La mamma in carcere, libera nel 2014. Annamaria Franzoni, nel carcere bolognese della Dozza dove sta scontando la condanna definitiva a 16 anni per l’uccisione del figlio, uscirà presumibilmente tra qualche anno, nel 2014. Lei si è sempre dichiarata innocente, mai nessuna confessione. «Se mi capitasse tra qualche tempo di incontrarla - ipotizza Osvaldo Ruffier - la continuerei a guardare con gli stessi occhi: è lei la colpevole, è l’opinione della comunità tutta. La giustizia ha chiuso ogni battaglia tra innocentisti e colpevolisti».

La casa del delitto ancora chiusa. L’ex sindaco racconta che nella casa del delitto continuano ad esserci ancora le travi messe a sbarramento delle porte finestre subito dopo il delitto. Intorno, invece, a pochi metri dalla villetta dei Lorenzi, l’edilizia ha seguito il suo corso. «La casa dei Lorenzi oggi non è più isolata - racconta Ruffier -. A pochi metri sono state edificate altre case dove sono venute ad abitare persone da fuori. Si tratta per lo più di abitazioni destinate alle vacanze».

La lettera sul corvo. Osvaldo Ruffier custodisce ancora in casa le lettere che regolarmente si vedeva recapitare in Comune da innocentisti e colpevolisti. «Si tratta di cinquecento missive - racconta - nelle quali ognuno dava una sua chiave di lettura del delitto. Indimenticabile quella in cui qualcuno parlava dell’uccisione di Samuele, attribuendola ad un corvo entrato nella casa».

Domenica 29 Gennaio
2012 - 18:25    Ultimo aggiornamento: Lunedì 30 Gennaio - 12:07




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L'Italia non è un paese per bimbi Pochi servizi e nessun incentivo

di -

Meno servizi per i giovani e le famiglie uguale meno bambini. Questa la denuncia che emerge dal primo "Libro Bianco 2011. La salute dei bambini"



Meno servizi per i giovani e le famiglie uguale meno bambini. Questa la denuncia che emerge dal primo «Libro Bianco 2011. La salute dei bambini». Si tratta di un’ analisi dello stato di salute della popolazione pediatrica italiana fino ai 18 anni di età, con una valutazione della qualità dell’assistenza sanitaria offerta dalle regioni italiane.   Il Libro Bianco è pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell’Università Cattolica di Roma, in collaborazione con la Società Italiana di Pediatria (SIP), presieduta dal professor Alberto Ugazio, e coordinato dal professor Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia.   Tra i tanti temi affrontati la ricerca mette anche in luce una nuova realtà che negli ultimi dieci anni ha assunto contorni sempre più definiti.

Libro bianco 2011


In Italia è in atto un’inversione di tendenza: regioni in passato ad alta natalità, ovvero tradizionalmente quelle del Sud, sono ora le meno prolifiche. Quelle che offrono più servizi per i giovani e le famiglie, come ad esempio la Provincia Autonoma di Bolzano, sono passate invece da bassi ad alti tassi di natalità. Non è vero dunque che le donne che lavorano non fanno più figli. Anzi sono le casalinghe “disperate“ e con meno possibilità economiche quelle che oggi devono rinunciare pure alla maternità.  

Purtroppo la verità che emerge con chiarezza è che il nostro non è un paese a misura di bambino. Non esistono incentivi a metter su famiglia e le politiche del welfare ignorano, semplicemente, i bisogni dell’ infanzia.   A confermare quello che è comunque già evidente a tutte le famiglie italiane ci sono i dati Istat del 2010. La spesa per la protezione sociale sostenuta è pari al 29,9 per cento del Prodotto interno lordo, Pil. Alla previdenza vengono destinati i due terzi della spesa (66,4), alla sanità un quarto (25,6). Per le politiche per la famiglia si spende soltanto un ventesimo (4,7) mentre in Francia ad esempio lo stanziamento è doppio.

Soltanto lo 0,3 per cento del Pil è utilizzato per contrastare l’esclusione sociale e la povertà e favorire le politiche per gli alloggi. .   Tra le note dolenti come già accennato c’è la bassa natalità. L’evoluzione della natalità, nei due periodi temporali presi in esame dalla ricerca, 2002-2004; 2008-2009, è rimasta, a livello nazionale, costante e pari al 9,5 per cento. Nascono 9,5 bebè ogni 1000 abitanti. Il primato positivo spetta alla Bolzano, 10,7 mentre quello negativo al Molise, 7,6.

Dal triennio 2002-2004 al biennio 2008-2009 la natalità è comunque pure diminuita nelle regioni dove era più alta (provincia autonoma di Bolzano, Campania, provincia autonoma di Trento e Sicilia) e nelle regioni meridionali, a eccezione dell'Abruzzo che presenta un lieve incremento (più 0,2 punti percentuali) e della Sardegna il cui valore è rimasto costante. L’Italia dunque rischia di rimanere un Paese di “nonni senza nipoti”, tanto sono bassi natalità e ricambio generazionale. Basti pensare che dal 1871 al 2009 la natalità si è quasi dimezzata (meno 74,25 per cento ) e attualmente si assesta al 9,5 contro, ad esempio, il  12,8 della Francia, il 10,8 della Spagna, il 12 della Svezia e 12,8 del Regno Unito.

Tra i servizi di cui usufruiscono i bambini anche l’assistenza pediatrica  appare a rischio. Le famiglie italiane possono contare su una fitta rete di pediatri territoriali. Il numero dei pediatri a livello nazionale nel periodo 2001-2008 è aumentato del 6,3 per cento, passando da 7.199 a 7.649. Il loro numero però è destinato a calare. Nell'indagine si calcola che, già a partire dal 2015, i pediatri disponibili per l'assistenza primaria ai bimbi italiani diminuiranno in modo drastico in quanto una grande quota di questi andrà in pensione e dato che l'accesso alle scuole di specializzazione prevede il numero chiuso, non sarà possibile assicurare il turn over.  Insomma i pediatri denunciano: non ci sarà numero sufficiente di nuovi specialisti pediatri che possano sostituire quelli che andranno in pensione perchè non è stata fatta una programmazione intelligente per gli ingressi nelle scuole di specializzazione di pediatria.

Una recente indagine della Società Italiana di Pediatria, la progressiva riduzione di pediatri, già in atto dal 2010, porterà dagli attuali 15 mila professionisti ai 12 mila nel 2020, che scenderanno a quota 8000 nel 2025. La soluzione proposta dal governo come già denunciato nei giorni scorsi è quella di fermare l'assistenza pediatrica a 6 anni, affidando le cure da 7 anni in poi al medico di medicina generale. Soluzione pessima, denunciano i camici bianchi, a tutto danno della salute dei bambini.




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Caso Megaupload: file personali addio

Corriere della sera

A partire da giovedì potrebbero essere cancellate foto, documenti e filmati personali di oltre 50 milioni di utenti



Kim Schmitz, alias Kim Dotcom, fondatore di Megaupload in tribunale (Afp)Kim Schmitz, alias Kim Dotcom, fondatore di Megaupload in tribunale (Afp)

MILANO - Non solo i contenuti illegali, ma anche quelli personali e legittimi potrebbero andare perduti per sempre. È questa la possibile conseguenza dell'operazione anti-Megaupload. I dati degli utenti di Megaupload potrebbero infatti essere cancellati già a partire da giovedì. Lo fanno sapere i procuratori federali dello Stato americano di Virginia, che hanno bloccato l'accesso al sito di file-sharing e accusato sette persone, incluso il fondatore Kim Schmitz, alias Kim Dotcom, di aver facilitato milioni di download illegali di film, musica e altri contenuti.

CANCELLAZIONE - Le aziende esterne ingaggiate dalla società per conservare i dati, Carpathia Hosting Inc. e Cogent Communications Group Inc., potrebbero iniziare a cancellare le informazioni giovedì. Un legale di Megaupload, Ira Rothken, ha spiegato infatti che le autorità hanno bloccato i fondi della società, che di conseguenza non può pagare i subappaltatori. La compagnia, ha aggiunto Rothken, sta lavorando con i procuratori per evitare la cancellazione dei dati. Secondo l'avvocato, almeno 50 milioni di utenti del sito tra i 150 milioni registrati, potrebbero perdere i proprio file, tra cui foto di famiglia e documenti personali. Le informazioni servono inoltre a Megaupload per potersi difendere in tribunale.



Redazione Online
30 gennaio 2012 | 16:26



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Le big dell'hi-tech e la fuga dal fisco

Corriere della sera

L'escamotage di fatturare in paesi con una minore imposizione tributaria. L'indagine della Sec e i paradisi fiscali



Il logo di Google e la traduzione in cinese (Epa)Il logo di Google e la traduzione in cinese (Epa)

MILANO - Chiariamo subito, per evitare fraintendimenti: tutto perfettamente legittimo. Macinano profitti a ogni giro di orologio, sono le multinazionali dell'hi-tech, la rappresentazione più calzante del progresso tecnologico degli Stati Uniti. Dalla Silicon Valley - il loro incubatore originario - ne hanno tratto linfa vitale per conquistare i mercati globali. Marginalizzano più di tutti nell'era digitale, capitalizzano miliardi di dollari, si sono giovati della visionaria follia dei loro fondatori per assurgere al ruolo di pionieri dell'economia dei bit, e della successiva internet economy di cui soprattutto Google ha finito per esserne l'incarnazione.

Definire le loro attività circoscritte a precisi confini territoriali è però un tentativo quanto mai ardito, eppure è lo schema su cui hanno investito le loro fichès per ridurre al minimo l'imposizione tributaria. Utilizzano complicati meccanismi di triangolazione (attraverso le decine di paradisi fiscali sparsi per il mondo) o si giovano di una legislazione che varia da paese a paese individuando tra le pieghe del fisco globale i santuari di un erario più snello, leggero, meno impositivo.

L'INFORMATIVA - Scrive l'edizione elettronica del quotidiano spagnolo «El Paìs» che proprio qualche giorno fa la Sec (l'authority americana di regolamentazione della borsa-valori) ha obbligato le aziende quotate sulle piazze Usa a chiarire quali sono i benefici fiscali di cui godono negli Stati Uniti e negli altri paesi. E la sensazione che se ne ricava è che Google, Apple e Microsoft risparmiano milioni di dollari all'anno di tasse grazie a operazioni di ingegneria finanziaria. Ciò è evidente soprattutto per Google, che sarebbe riuscita a risparmiare circa 7,6 miliardi di dollari di cosiddetti benefici fiscali per le sue attività oltre i confini Usa.

Il modello utilizzato da Google è lo schema già utilizzato con successo da Microsoft di fatturare all'estero nei paesi con bassa imposizione fiscale, tanto che l'azienda fondata da Bill Gates (che ha appena fatto sapere al mondo di aver destinato circa 750 milioni di dollari in iniziative filantropiche) ha riconosciuto di canalizzare i suoi proventi attraverso Porto Rico, Singapore e Irlanda. Ma Google ha estremizzato il concetto, tanto che l'azienda fondata da Larry Page ha riconosciuto che tutti i benefici fiscali ottenuti dal gruppo sono stati conseguiti attraverso la controllata irlandese.


LE RAGIONI - Il motivo è presto detto: la legge irlandese permette di trasferire i benefici fiscali ottenuti in società con ragione sociale estera, fuggendo anche dall'aliquota (già molto bassa) del 12,5% richiesta dal legislatore per le società irlandesi. Ecco quindi che quei proventi finiscono in società radicate in paradisi fiscali in modo che non gravino sui profitti. Ma i modi per bypassare le maglie allargate del fisco mondiale sono molti. Un esempio: Google e altre imprese hi-tech vendono le loro licenze, la tecnologia, i diritti di proprietà intellettuale a paesi "lassisti" sul fronte del fisco. Nel caso del principale motore di ricerca del mondo i diritti li riceve una società alle Bermuda a cui la controllata irlandese destina milioni di dollari attraverso un veicolo societario olandese.



Il risultato è un capolavoro di maquillage finanziario: Google così pagherebbe solo il 3% delle tasse sui benefici fiscali fuori dagli Usa, Apple il 2,5%, Microsoft l'8%, secondo quanto registra la Sec. E anche Facebook, che ha meno obblighi di trasparenza sui conti almeno fino alla prossima ipo in Borsa, adotterebbe uno schema simile con società alle isole Cayman. Google - interrogata dalla Sec - avrebbe risposto in maniera caustica chiamando in causa i piccoli azionisti: «Abbiamo un obbligo nei loro confronti - ha detto recentemente un portavoce di Google -. Quello di tenere una struttura fiscale efficiente». Lo farebbero per i risparmiatori e per i piccoli investitori in vista di ricchi dividendi, ma negli Stati Uniti tutto ciò comincia a essere fonte di polemica, perché quei soldi sfuggiti all'erario a stelle e strisce non verrebbero comunque reinvestiti in patria.

Fabio Savelli
twitter@FabioSavelli
30 gennaio 2012 | 15:56


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Caro Cattelan, caro Celentano

Antonio Lodetti - 30 gennaio 2012 - 08:00


Adriano Celentano, nel bene e nel male, è l’uomo del momento. E Maurizio Cattelan è uno degli artisti contemporanei più controversi. Così l’edizione tedesca della rivista Interview (fondata nel 1969 da Andy Warhol, con il sottotitolo The Crystal Ball of Pop, per intervistare in modo irriverente le grandi star) propone un dialogo-scambio epistolare - un po’ troppo mellifluo - tra l’«intellettuale mediatico» e il «molleggiato».



Più che altro è una doppia sviolinata sotto forma di lettere, in cui Cattelan dice che non vede l’ora che arrivi il Festival di Sanremo. «Ricordo ancora la tua apparizione anni fa in sostegno a Tony Renis. Ci regalerai ancora qualche minuto di libera imprevedibilità? Spero che sia la prima di una lunga lista di sorprese». Celentano replica dicendo di ammirare l’arte di Cattelan, «nella quale ritrovo una certa follia, dove anche io mi riconosco, che spiega più di tutti il mondo in cui viviamo». Poi, dopo i complimenti, passa a raccontare la sua storia di figlio di emigranti poveri ma onesti e allegri. Alla domanda su Chi non lavora non fa l’amore, all’epoca considerata contro lo sciopero, Celentano ammette che il suo messaggio venne frainteso: «Come potrei io, con la mia storia familiare e personale, essere contro gli scioperi, l’unica arma democratica per fare rispettare i diritti dei più deboli?». Senza rinunciare alla predica, Celentano attacca anche i politici: «Diffido della classe politica perché ha creato impunemente i disastri che stanno affondando la vita delle persone. Forse dovrebbero essere affiancati da filosofi e poeti per recuperare la cultura dell’onestà e della sapienza». Poi ammonisce, preparando il terreno alla sua apparizione sanremese che tanto inquieta qualcuno: «Il mio misero pensiero voglio che si comprenda. Parlo in modo semplice e a volte questo può spaventare. Non c’è nulla di più pericoloso di farsi capire». Ma lui non corre questo rischio


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Scalfaro santo Noi non ci stiamo

di -

Dai ribaltoni degli anni '90 al "non ci sto" sulle accuse di aver intascato fondi neri: un presidente per disgrazia ricevuta


L’antiquariato della Repubblica italiana perde un altro pezzo e va estinguendosi: è morto Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del ribaltone. Fu lui, infatti, con la collaborazione malandrina di Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, a convincere Umberto Bossi ad abbandonare la maggioranza di centrodestra, provocando così la caduta del primo governo Berlusconi.



Oscar Luigi Scalfaro
Oscar Luigi Scalfaro

Tutto accadde tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995. Ci si aspettava che il capo dello Stato, uscito momentaneamente di scena il Cavaliere, sciogliesse le Camere e indicesse elezioni anticipate. Neanche per sogno.


Il Quirinale, non contento di aver sottratto la Lega alla coalizione che appoggiava l’esecutivo, si adoperò, con i citati complici ( D’Alema e Buttiglione), a far traslocare i padani nel centrosinistra allo scopo di dar vita a un nuovo governo presieduto da Lamberto Dini, anche questi proveniente dalle file berlusconiane.

Un capolavoro di scorrettezza, un tipico imbroglio italiano perché formalmente legittimo anche se, nella sostanza, irrispettoso della sovranità popolare. Paradossalmente chi aveva vinto le elezioni fu cacciato all’opposizione, e chi le aveva perse fu promosso alla guida del Paese.Ecco.Basterebbe l’episodio narrato a fotografare l’uomo, abile e spregiudicato, pronto a tutto per imporre la propria volontà ispirata dal cielo.



Ma la sua storia è talmente piena di aneddoti che non può esaurirsi nel racconto del ribaltone. Anche perché, sotto la sua presidenza ( e regia) se ne registrò un altro, altrettanto clamoroso, alcuni anni appresso. A Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, gongolante per aver ottenuto l’ingresso dell’Italia nella moneta unica. Ma la sua felicità durò poco, perché Fausto Bertinotti, a un certo punto, gli votò contro e, euro o non euro, il Professore dovette andarsene a casa.

Ancora una volta sarebbe stato opportuno mobilitare le urne, visto che Rifondazione comunista aveva ritirato il suo sostegno alla maggioranza. Ma Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo ministero a D’Alema. Il quale però non aveva i numeri, e se li procurò cooptando Clemente Mastella con un pezzo dell’Udc (allora Ccd) prelevato dal centrodestra. La mossa fu denominata ribaltino. D’Alema stette in sella un annetto. Sloggiò dopo la sconfitta alle regionali. E il capo dello Stato lo sostituì con Giuliano Amato, che concluse la tribolata legislatura nel 2001.


La vicenda di Scalfaro comincia nel 1941 quando si laurea in giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano. Due anni più tardi entra in magistratura giurando fedeltà al fascismo. Fedeltà si fa per dire; perché lui ci mette nulla a diventare antifascista e a strizzare l’occhiolino ai partigiani. Vabbé, certi salti della quaglia ai tempi erano all’ordine del giorno.


Finisce la guerra e Scalfaro, cattolico di ferro (ciò che non gli impedisce di gradire la condanna a morte di un imputato), molto stimato da Giuseppe Pella, viene eletto nella Costituente per la Dc. E da quel momento sino a ieri rimane saldamente ancorato al Palazzo. Un record eguagliato soltanto da Giulio Andreotti. Oscar Luigi fa subito parlare di sé.

Nel 1950 il suo sguardo è attratto dalla scollatura generosa di una signora seduta al tavolino di un caffè. Lui si scandalizza e non si trattiene dall’esprimere alla donna la propria indignazione. Praticamente, gliene dice quattro, e, secondo una versione del bisticcio mai confermata, le ammolla uno schiaffo. Parte una denuncia che non arriva in fondo per intervenuta, provvidenziale amnistia. Una sciocchezza?



Sì, una sciocchezza che tuttavia rivela la personalità di questo politico nato a Novara da madre piemontese e padre napoletano. Un bigotto inossidabile e mai scosso dal dubbio, almeno in apparenza. Tant’è che nel 1974 affianca Amintore Fanfani nella campagna referendaria contro il divorzio, inviso alle gerarchie della Chiesa e di conseguenza anche a lui. Vincono i divorzisti, la sinistra (la mentalità, la pseudocultura di sinistra) avanza e il democristiano di destra, anticomunista e baciapile, si eclissa. Trascorrono anni bui durante i quali Oscar Luigi cerca invano un rilancio.

È Bettino Craxi a ricollocarlo nel cono di luce, portandolo inaspettatamente alla gloria del mondo: lo nomina ministro dell’Interno, dove resiste alcuni anni. Sdoganato. Nel 1989 crolla il Muro di Berlino.È l’inizio della crisi per la cosiddetta Prima Repubblica. Emerge la Lega. La Dc e il pentapartito governano male: gestiscono il potere con l’unico intento di conservarlo, la corruzione non è tenuta a freno. In poche parole si intuisce che sta per succedere qualcosa di grave, ma non si capisce cosa. Lo si comprende benissimo nel 1992 quando Antonio Di Pietro dà il via all’inchiesta Mani pulite e attaccano a fioccare avvisi di garanzia.

Le elezioni politiche in quell’anno si svolgono in un clima strano. I risultati non sono negativi per la Dc e i suoi alleati, ma neppure esaltanti. Francesco Cossiga, il picconatore, si dimette alcuni mesi in anticipo sulla scadenza naturale del mandato. E bisogna eleggerne un altro. La Dc candida Arnaldo Forlani nella certezza di spuntarla. Nossignori. Silurato. Ripiega su Andreotti. Bocciato pure lui. Panico. Che aumenta a causa della strage di Capaci, dove vengono assassinati Giovanni Falcone e la moglie Francesca con la scorta.

Urge spedire al Quirinale un presidente.Chi?L’idea viene a Marco Pannella, laicista storico e ostile a ogni massimalismo. Un’idea geniale nella sua perversione: Scalfaro. Sono talmente avviliti i signori del Parlamentoallo sbando da accoglierla con entusiasmo. Incredibile ma vero, Oscar Luigi, già presidente (per un paio di settimane) della Camera e del Senato (provvisoriamente), viene votato per disperazione. Non fa una piega e sale al Colle. Intanto infuria Tangentopoli. Il pentapartito è sgominato dalla Procura di Milano. L’ex Pci non ha più avversari tranne Bossi e Gianfranco Fini, due comprimari. È il motivo per cui Silvio Berlusconi scende in campo e fonda Forza Italia fra le risate generali dei professionisti della politica che lo considerano un fenomeno da baraccone.

Errore. Il Cavaliere batte inopinatamente Achille Occhetto. E va a Palazzo Chigi con un esecutivo tutto sommato migliore- se valutato oggi- di quello varato nel 2008.



È noto quanto successo dal 1994 al 1995. Scalfaro ha una grana: lo accusano di aver intascato (lecitamente) soldi dai Servizi segreti, una dotazione di denaro di cui in teoria egli non dovrebbe rendere conto (questione di prassi). Però in quel periodo era necessario spiegare la destinazione di ogni lira incamerata. Scalfaro viceversa non spiega l’uso fatto dei fondi ricevuti quando era responsabile del Viminale. Si rifiuta di farlo. E va in tivù, interrompendo una partita di calcio internazionale, per dire agli italiani: «Io non ci sto». Come «non ci sto»? Tutti ci stanno e tu no? Inutile insistere: lui non ci sta, lo ripete con forza e nessuno replica. La magistratura fa un passo indietro e amen. Mah!


Sui ribaltoni ci siamo dilungati e non aggiungiamo altro. Serve invece rammentare una legge di cui si è molto parlato: la «Par condicio», studiata apposta per comprimere la forza mediatica di Berlusconi, e dare a qualsiasi partito (grande, piccolo, non importa) lo stesso spazio televisivo su emittenti pubbliche o private, indifferentemente. La norma vige ancora.


Questa in sintesi l’avventura politica (e umana) di Oscar Luigi Scalfaro, uno straordinario bacchettone di successo involontario, che è stato capace di passare nel corso della sua esistenza, non breve (93 anni), da strenuo difensore della democristianità ortodossa a paladino degli ex comunisti, nume tutelare della putrida decadenza del sistema politico che ha rovinato il Paese.

Sono gli uomini come lui, rappresentanti di un mondo che non c’è più, ad aver causato il fallimento di ogni tentativo di modernizzare il Paese. Infatti ora tutti lodano il defunto presidente emerito. Le dichiarazioni dei leader politici sono imbarazzanti: un coro di elogi alla melassa che invoca la immediata beatificazione di Scalfaro. No. Noi non ci stiamo. Indro Montanelli diceva di lui: lo abbiamo avuto come capo dello Stato per disgrazia ricevuta. Condividiamo il giudizio.




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Buon compleanno reggiseno Tra seduzione e praticità l'intimo compie cent'anni

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Cent'anni fa nasceva il reggiseno. Da semplice fasciatura si è trasformato in push up: ecco la storia




Seduzione o praticità? È l'eterno dilemma del reggiseno. Sinonimo di erotismo nell’immaginario maschile, è invece considerato un semplice indumento utile da chi lo indossa, tutte le donne, o almeno tutte quelle che non hanno fatto ricorso ad un aiutino chirurgico.

In ogni caso il reggiseno ha segnato una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’intimo.


Nell’antichità la donna aveva provato ad escogitare qualche sistema fai da te per contenere il seno, senza però arrivare ad una valida e definitiva soluzione. Il reggiseno, per come lo conosciamo, nasce un secolo fa, nel 1912, anche se nel 1907 era già apparso su Vogue un prototipo. E fu così che il reggiseno dichiarò guerra allo scomodissimo corpetto, per merito di alcuni sarti innovatori al conservatorismo dell’intimo.


La svolta, però, si ha nel 1912. Le cronache dell'epoca raccontano di una giovane ereditiera americana, Mary Phelps Jacob, nipote di Robert Fulton, padre del battello a vapore, che ideò un nuovo tipo di reggipetto. Si racconta che la donna, di fronte alla meraviglia suscitata dalla sua creatura, commentò così: "Non posso dire che il reggiseno cambierà il mondo come il battello a vapore del mio antenato, ma quasi".


Un’invenzione che, glielo dobbiamo, ha di sicuro rivoluzionato la moda e la storia dell’intimo. Il reggiseno della Phleps era una specie di tracolla in grado di separare il seno grazie a due fazzoletti e a fasce per neonato. Ma l’idea della giovane americana non riscosse subito un gran successo. Il reggiseno trovò spazio solo dopo la Grande Guerra, quando il mix tra emancipazione femminile e moda ha cominciato a ridurre le differenze fisiche tra uomo e donna. Negli anni Trenta si fa un altro passo avanti, con l'arrivo delle prime fibre sintetiche della storia, simili alla seta ma alla portata di tutte le tasche. Dopo la seconda Guerra mondiale trionfano le pin-up, le famose maggiorate americane.


E nasce così il reggiseno "Very Secret": due cuscini d’aria che aumentano il decolletè anche alle donne più minute. Negli anni 50 arriva, e spopola, la Lycra, sottile e morbido, quasi una seconda pelle. L’ideale per un reggiseno confortevole, per tutti i giorni. Poi nel ’68 il femminismo dichiara guerra al reggiseno, bruciandolo in piazza in nome dell’emancipazione. In Francia negli anni '70 viene lanciato sul mercato il primo reggiseno modellato e senza cuciture: è il primo passo verso un’evoluzione che non conoscerà più soste. Nel 1981 il pop arriva anche nell'intimo, e il mercato è invaso da tantissimi modelli, colori e stampe. Dala metà degli anni ’90 appare il reggiseno più amato dalle donne: il Wonderbra, che grazie al sistema push-up regala quasi una taglia in più, accaparrandosi tutto il panorama delle donne con curve poco abbondanti.



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Vuole una fabbrica da 300 posti Aspetta i permessi da 4 anni

Libero

Al palo il salumificio Beretta di Rovagnate, nel lecchese. Il sindaco Pd, in cambio, vuole il restauro del municipio




Al sindaco Pd di Rovagnate, piccolo centro del lecchese in Lombardia, i posti di lavoro "puzzano". E lui, della crisi e dell'occupazione, se ne frega. Sono quattro anni quattro che Vittore beretta, uno dei grandi nomi dell'industria alimentare italiana (salami, salamini e altri salumi), sta cercando di aprire un nuovo polo di produzione da 300 posti di lavoro. E ancora non c'è riuscito. Addesso Marco Panzeri, il primo cittadino, ha contro tutti: dall'associazione locale degli industriali all'amministrazione provinciale di Lecco, fino ai sindacati.

Ma al momento la realizzazione dello stabilimento da 150mila metri quadrati e 120 milioni di euro, è su un binario morto. Il gruppo Beretta conta quattro centri di produzione in Italia e altri in Cina e Stati Uniti per un totale di circa 2.200 dipendenti. "A Nanchino in Cina, per darmi i permessi ci hanno messo 20 giorni e in California due mesi" spiega Beretta.

Motivo del contendere, a Rovagnate, è il rifiuto opposto da Beretta alla richiesta di Panzeri di restaurare un edificio del Settecento di proprietà comunale, Villa Sacro Cuore: preventivo 5 milioni di euro. "Troppi" per Beretta. Risultato: niente permessi perlo stabilimento e trecento posti di lavoro al palo.

Ora si dovrà attendere almeno fino a primavera, quando a Rovagnate si terranno le elezioni comunali. Panzeri non si potrà ripresentare. La speranza in paese è che il nuovo sindaco sia più sensibile ai problemi del lavoro e meno a quelli del restauro.


30/01/2012




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Ecco la guerra dei monsignori Spioni e cimici in Vaticano

Libero

Sacri tribunali. Intercettazioni, telefonate intercettate, lettere private come prove: nel processo canonico gli stessi metodi dei pm




Per più di quattro mesi in Vaticano si è svolto in grandissimo segreto una sorta di maxi-processo canonico che aveva al centro proprio le accuse e gli accusati citati nelle clamorose lettere di monsignor Carlo Maria Viganò inviate al Papa e al cardinale Tarcisio Bertone fra il mese di marzo e quello di maggio 2011. Come rivelato da Gianluigi Nuzzi su Libero e su La7 nel programma Gli intoccabili, in quelle missive l’allora segretario generale del Governatorato del Vaticano riferiva i numerosi bastoni che gli erano stati messi fra le ruote nell’opera di risanamento del bilancio del piccolo Stato.

C’erano episodi di malversazioni, nomi citati di detrattori, segnalazioni sulle intromissioni poco limpide di alcuni personaggi che avevano libero accesso alla Santa Sede pur non avendone titolo ufficiale. Tutte le accuse, e addirittura molto di più, sono state al centro del maxi processo canonico. Monsignori, cardinali, sacerdoti, vescovi e semplici dipendenti del Vaticano sono sfilati nelle aule dei sacri tribunali per testimoniare in un modo o nell’altro su capi di accusa da fare tremare la pelle: certo corruzione e malversazione, ma perfino pederastìa e appartenenza alla massoneria.

MATERIALE ENORME

L’accusa è stata verificata nei confronti di gran parte dei nomi citati nelle lettere riservate da monsignor Viganò, poi l’indagine si è estesa. La sorpresa - anche degli stessi imputati- è stata nella notevole produzione del materiale processuale, che nulla aveva da invidiare a quello che appare nelle aule di giustizia e nei faldoni dei pubblici ministeri in Italia.

C’erano trascrizioni di intercettazioni ambientali (effettuate tramite microspie) e telefoniche, produzione di corrispondenza a mano e perfino elettronica ordinaria e riservata. Si è quindi scoperto che, al di là delle mura leonine, la Gendarmeria guidata  dall’ispettore generale Domenico Giani è in grado di effettuare indagini assai simili a quelle dei corpi di polizia giudiziaria dello Stato italiano. Più di un monsignore ha appreso solo in aula che le sue conversazioni private erano state intercettate, così come tutte le comunicazioni elettroniche o amanuensi.

C’erano i brogliacci di alcune telefonate, i testi delle e-mail inviate, copia di qualche lettera non protocollata. D’altra parte Giani, che nasce poliziotto italiano, ha lavorato praticamente in ogni corpo prima di entrare in Vaticano: con la guardia di Finanza, con la polizia giudiziaria al ministero di Giustizia, perfino con il Sisde, il servizio segreto civile di cui è stato a lungo collaboratore.  Oltre Tevere ha assunto superpoteri che in Italia sarebbero inimmaginabili nelle mani di una sola persona, modernizzando la gendarmeria, aumentandone la dotazione tecnologica e la formazione, facendola entrare in Interpol.

I SUPERPOTERI
I suoi poteri eccezionali derivano anche dalla concentrazione nelle sue mani di compiti di sicurezza, di polizia giudiziaria, di antiterrorismo e perfino di istruttoria processuale. È stato lo stesso Giani a svolgere il compito di pubblico ministero nel maxi-processo canonico sulle denunce di monsignor Viganò.

Con tutto quel materiale e capi di accusa  così gravi, bisogna dire però che il processo non è stato un successo per l’accusa: tutti gli indiziati sono stati prosciolti dai sospetti e il materiale probatorio nei loro confronti è stato giudicato del tutto inconsistente. Si era dunque prestata troppa attenzione al pettegolezzo che in Curia procede a velocità della luce e ad amplissimo spettro, senza trovare documentazione che riuscisse a comprovare le accuse.

Anche i riferimenti più puntuali contenuti nella seconda lettera di monsignor Viganò al cardinale Bertone non hanno trovato il necessario riscontro documentale. Ogni testimone sfilato o negava tutto o riferiva di avere appreso quel che aveva confidato da confidenza di terzi. È anche per questo che alla fine del processo monsignor Viganò è stato sollevato dall’incarico che aveva in Governatorato e promosso (la sua buona fede è stata comunque riconosciuta e i bastoni fra le ruote delle amministrazione erano reali) alla nunziatura apostolica di Washington.

CACCIA AI COLPEVOLI
Resta da capire perché dopo molti mesi quelle due lettere sono uscite dalle mura leonine, e quali mani le hanno accompagnate. È naturalmente questo - più dello scandalo già conosciuto da tempo ed esaminato nel maxiprocesso - ad agitare più i sonni oltre Tevere. Una certezza ormai è stata raggiunta: nelle missive prodotte dalla stampa appare il timbro di ricezione degli uffici della segreteria di Stato.

Non può quindi essere stato il mittente (monsignor Viganò) a divulgarle. Devono essere uscite dalla segreteria di Stato. Ovviamente non possono essere stati i collaboratori più fedeli al cardinale Bertone a farlo. I sospetti ricadono sul personale di segreteria più legato alle precedenti gestioni, ed essenzialmente a quella del cardinale Angelo Sodano. Qualche indizio sembra che sia stato raccolto, ed è ormai iniziata la caccia al colpevole.


di Chris Bonface
30/01/2012




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Pensionati contro Celentano Cachet che grida vendetta

Libero

Fatuzzo: fuoriluogo il compenso da 300mila euro al giorno per il Molleggiato. Questa vicenda dimostra che bisogna abolire canone Rai




“In un momento in cui gli italiani   vivono una situazione di estrema difficoltà , soprattutto pensionati   e lavoratori, appare quantomeno fuori luogo lo stratosferico compenso  che sarebbe previsto per la partecipazione di Celentano al festival di  Sanremo,trecentomila euro al giorno con un tetto massimo di   settecentocinquantamila euro, quello che tanti pensionati non   riceverebbero in tre vite . E’ veramente assurdo”. Lo dichiara in una  nota Carlo Fatuzzo, segretario nazionale del Partito Pensionati,  commentando la notizia dell’accordo economico, che sarebbe in via di   perfezionamento, tra la Rai e Celentano.
   “Non è in discussione la bravura professionale di Adriano   Celentano che, indubbiamente, è un grande artista,  ma l’inopportunità di un compenso così elevato che suona come uno   schiaffo alla miseria. Questa vicenda dimostra che   il canone Rai, imposto agli italiani dovrebbe essere cancellato,   proprio per rendere la Rai più parsimoniosa”.

30/01/2012




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Grillo in tv ormai è bollito Sembra il mago Otelma, ma dell'(anti)politica

di -

Impazza sul video, da Le Iene a Santoro, da Formigli a In Onda. Più che un guru sembra un tuttologo. Che non buca più lo schermo


«Io sono valsusino», proclama dal suo famigerato blog Beppe Grillo. Tutto sommato non c’è da stupirsene. La solidarietà del guru a cinque stelle (deluxe) ai ribelli della Tav appena arrestati, tra i quali qualche protobrigatista e antagonisti vari, non poteva mancare.



Beppe Grillo



Del resto, qualche giorno fa, non si sa se in piena coscienza, aveva detto che le bombe contro Equitalia sono «comprensibili». Mentre è ancora fresco sul web il dibattito sulla cittadinanza italiana ai figli di stranieri che sarebbe «senza senso». Quando c’è da distribuire pillole di saggezza, Grillo non guarda in faccia né a destra né a sinistra. E va dritto al liquido (Zygmunt Bauman docet), con concetti un filino claudicanti.

Però proclamati con aria ispirata. Fortuna che ogni tanto anche i suoi adepti lo sgamano e l’amata Rete, toccasana di tutti i mali, diventa tribunale mediatico anche per lui. Nell’ultima settimana l’oracolo no global, è stato intervistato da quattro programmi d’informazione. Prima, in stereofonia, da Piazzapulita e Servizio Pubblico, poi da In onda e infine da Enrico Lucci delle Iene. Un piccolo tour televisivo, però stando fermo. Sempre avvolto nella sua sciarpa marrone e con il capello fresco di parrucchiere.


Del resto, la location era la stessa e le interviste si registrano in serie come avviene per le star del cinema quando, in qualche hotel di lusso, ricevono per pochi minuti i giornalisti impazienti con il ticket d’attesa. Il reporter si avvicina e non fa in tempo a introdurre il gettone della prima domanda che le risposte scrosciano tintinnanti come nella slot machine della verità. Figuriamoci se il buon Grillo si è fatto pregare. Ha sentenziato sui partiti che sono morti, sulla sinistra che è morta anche lei, sull’aumento del prezzo del petrolio, sui centri studi tedeschi e svizzeri, sul naufragio della Concordia visto con grande originalità come «metafora del Paese», sulle liberalizzazioni, sul referendum propositivo, sulla necessità che «i cittadini diventino istituzioni», sulla crescita che «toglie posti di lavoro», sull’agricoltura che è il futuro, ma lo è anche la tecnologia, anzi la vera salvezza è la Rete.

Tanti concetti, tanti fastelli di mezze idee accavallate una sull’altra. È in uscita il suo libro da Rizzoli sui Santi laici e, dunque, meglio non formalizzarsi. E soprattutto non lesinare ricette, formule magiche, soluzioni planetarie, algoritmi della felicità cosmica. Manco fosse il mago Otelma della politica. Fino adesso è riuscito a glissare sulle ultime panzane sparate nella blogosfera. Ora però gli internauti del Cinque stelle cominciano ad accorgersi del bluff del leader. Il quale, per confondere subito le gaffe, si è messo a mitragliare sullo scibile del Terzo millennio. La tuttologia è la scienza degli oracoli prossimi alla pensione e dei profeti in scadenza. Prima o poi spunterà qualche conduttore di talk a corto di ospiti a chiedergli che cosa pensa del calcioscommesse o del cast dell’Isola dei Famosi. Basta avere un po’ di pazienza.


Però, come detto, ora cominciano a perderla anche a sinistra. Qualche settimana fa Michele Santoro lo ha accusato di mancato coraggio per non aver messo la faccia nel progetto di Servizio pubblico. Il suo contributo, insieme a quello dei fratelli Guzzanti e di Daniele Luttazzi, avrebbe potuto farlo decollare definitivamente. Invece no, meglio lanciare il sasso e stare coperti. Berlusconi non c’è più e il vuoto d’aria si sente. E poi, chissà come butta... Forse ha ragione il MisFatto quotidiano che sull’ultima copertina lo ha ritratto con fazzoletto verde-leghista al collo sotto il titolo: «È solo un comico».




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Condannò a morte un uomo Colpevole? Non lo so

Libero

Scalfaro nel 1945 era magistrato e decise sull'esecuzione di sei presunti fascisti. Alla figlia di uno di loro disse: "Non ho certezze"




Prima di essere politico, Oscar Luigi Scalfaro era stato magistrato. Indossata la toga nel 1943, ancora su giuramento al Duce e al fascismo, il futuro presidente della Repubblica la indossò di nuovo dopo la Liberazione, dopo aver combattuto da partigiano contro i nazifascisti. Nel clima d'odio post 25 aprile, l'allora 27enne Scalfaro fu chiamato a giudicare sei fascisti "collaborazionisti". Furono tutti condannati a morte dalla Corte straordinaria di Assise di Novara e Scalfaro partecipò agli interrogatori. Di uno in particolare, il brigadiere Domenico Ricci, era assai intimo.

Vicino di casa, la figlia di Ricci Anna Maria lo considerava addirittura un "secondo papà". Nell'ottobre 2006 quella oscura vicenda torna a galla e Scalfaro non può non ammettere di aver contribuito alla condanna a morte di Ricci e degli altri cinque imputati, anche se nella sentenza si legge: il brigadiere Ricci "insieme al Missiato costituì l' anima della Squadraccia, della quale, poi, pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa". Quel "pare" peserà come un macigno sulla coscienza di Scalfaro, e non a caso per tutta la vita continuerà a scrivere ad Anna Maria, come per rimarginare quella ferita.

La sentenza scandalosa - Quando nel 1996 il Giornale pubblicò una foto di Scalfaro del 23 settembre 1945, sul luogo dell'esecuzione di Ricci e degli altri 5 presunti fascisti, la stessa Anna Maria scrisse al presidente per chiedere se pensasse che il padre fosse innocente o colpevole. "Sono certamente io, accanto al canonico Pozzo - spiegò Scalfaro alla stampa -. La sera alle nove, nove e mezza uscivo dall'ufficio e il sindaco mi disse: la fucilazione sarà eseguita domattina. Mi sono alzato alle quattro e sono andato in carcere.

Li ho abbracciati tutti, uno per uno. Ho fatto la comunione con loro sul camion". Ma alla figlia di Ricci non potè dare spiegazioni: "Scalfaro una mattina presto mi telefona, un sabato o una domenica - ricorda la donna -, due parole: 'Stia tranquilla perché suo padre dal Paradiso pregherà per lei'. Tutto qua...". Semplicemente, Scalfaro non poteva avere la certezza della colpevolezza del suo vicino di casa, ma da "consulente tecnico giuridico" del tribunale d'emergenza, o meglio "tribunale militare di partigiani", non si sottrasse alla decisione.





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Gomorra film maledetto: sono tutti spariti o in cella

di -

Arrestato uno degli attori: è il quarto. Scomparso il boss che li avrebbe fatti reclutare dal regista


Non era scritto nel copione ma hanno fatto tutti una brutta fine. Nel film come nella vita. Con quello di ieri, sono quattro gli attori del film «Gomorra» passati dal set alla galera. La pellicola di Matteo Garrone aveva velleità neorealiste, con i dialoghi in dialetto sottotitolati e la camera da presa affondata, come un bisturi, nel ventre molle dei quartieri dei clan.



Nicola Battaglia, attore in Gomorra
Nicola Battaglia, attore in Gomorra


Si è rivelata invece un’occasione fin troppo ghiotta per apprendisti delinquenti e vecchi arnesi di malavita di recitare nel film simbolo dell’antimafia da salotto e dimostrare, così, che veramente ’a chiesa può tutto. Perché in un’informativa dei carabinieri di Castello di Cisterna c’è scritto che è stata la camorra a dare il ciak al film tratto dal libro di Saviano, per girare nei rioni-ghetto dove nel 2004 si è combattuta la guerra con 80 morti ammazzati tra «scissionisti» e i Di Lauro: «In occasione delle riprese per la pellicola cinematografica “Gomorra”», scrivono i militari, «il regista Matteo Garrone, per girare le scene nel quartiere Scampia, ha dovuto chiedere autorizzazione al clan competente in quel territorio, che individuava in Raffaele Stanchi, nato a Napoli il 30.4.1972, detto “Lelluccio Bastone”, la persona referente per detta circostanza, che tra l’altro, asseriva la fonte, gode di spiccate conoscenze nell’ambiente televisivo tanto da essere spesso invitato a numerose trasmissioni».


E con il nullaosta del clan sono arrivati forse anche gli ingaggi dei «picciotti» per una comparsata. Ieri è toccato a Nicola Battaglia, un «mestierante» dello spaccio di droga. Ha 20 anni e un paio di minuti nella pellicola di Garrone: protetto da un giubbotto antiproiettile, si fa sparare addosso perché non ha paura delle pallottole. Prima di lui era toccato a Giovanni Venosa, Bernardino Terracciano e Salvatore Fabbricino. Tranne l’ultimo, che gestiva il traffico di droga tra Secondigliano e Scampia (un fratello ucciso, un altro condannato a 25 anni) e che è stato riconosciuto dal pentito Maurizio Prestieri (il collaboratore ha indicato anche un altro attore-pusher, tuttora non rintracciato) si tratta di personaggi che hanno un elevato spessore criminale. Venosa è uno degli uomini più pericolosi del clan dei Casalesi (fra l’altro nipote di Luigi, ergastolano al processo Spartacus) addetto ai «rastrellamenti» estorsivi.



È stato arrestato due volte nel giro di sei mesi e di recente ha mandato a minacciare il pm che l’aveva ammanettato dicendogli che la sua vita aveva solo uno scopo: la vendetta. Nel film, interpreta se stesso: «Qui ci sono troppe tarantelle, qui comando io», dice il capozona della «chiesa» sul litorale domizio intenzionato ad eliminare due giovani, aspiranti, criminali. Un personaggio sui generis che proprio a Garrone, impegnato nella simulazione di un omicidio, dietro le quinte sbuffò in faccia un inquietante e spazientito: «Adesso ti faccio vedere come si ammazza un cristiano», brandendo una rivoltella e puntandola contro i figuranti. Non gli mancava il know-how per certe scene. Terracciano, invece, è finito dentro in una maxi-retata contro i riciclatori di denaro sporco dei Casalesi: soprannominato zi’ Bernardino.



La prima cosa che il giovane Battaglia ha detto agli agenti quando lo hanno preso è stato il riconoscimento del suo passato d’artista: «Ho recitato in Gomorra». Chi invece non potrà più raccontare com’è che si decise di tollerare la presenza delle telecamere, dei truccatori e di tutto il cast a Scampia è Stanchi, il Lele Mora del clan degli scissionisti. Ballerino, amante della bella vita e dello showbiz, tra gli organizzatori della visita di Mario Balotelli a Scampia, dove il fuoriclasse siciliano vide in diretta – per poi scappare subito dopo - com’è che funziona la fabbrica della cocaina. Stanchi è sparito dalla circolazione una quindicina di giorni fa, dopo aver visto la partita del Napoli. Era col suo guardaspalle, l’hanno ritrovato al cimitero di Melito: ucciso e bruciato.

Per la cronaca la jella da film colpì anche il paroliere di Gomorra Rosario Armani, alias Rosario Buccino, inseguito dagli autori del film per versare i compensi dovuti e lui irreperibile, meglio dire latitante, per una condanna a 10 anni. E che dire di «Pisellino», al secolo Ciro Petrone, il ragazzetto in costume passato dagli spari nel mare al reality La Fattoria 4. Faceva autografi e fotografie ai fans nella festa di nozze del figlio di un boss. Non s’è accorto che uno scatto glielo aveva fatto pure il Ros.




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Il Parlamento italiano è il più caro d’Europa

La Stampa

Ma a pesare è soprattutto la struttura, non gli onorevoli



L’indagine: i costi di Montecitorio (foto) sono stati confrontati con quelli delle Camere basse degli altri Paesi europei


CARLO BERTINI
Roma

Il dato in sé è impressionante e contiene uno dei paradossi del nostro Paese: i cinque grandi parlamenti nazionali d’Europa, Germania, Francia, Inghilterra, Italia e Spagna, costano 3,18 miliardi di euro l’anno, ma il Parlamento italiano spende più della somma degli altri quattro messi insieme. E la sorpresa sta nel fatto che la colpa non è tanto degli stipendi della Casta, bensì dei costi di una struttura molto più dispendiosa. La storia parte da lontano, se è vero, come raccontano i più anziani, che nel 1946, subito dopo il fascismo, si ritenne che fosse opportuno tenere il Parlamento sempre «aperto e agibile, un presidio democratico», con quel che ne conseguiva in termini di turni dei commessi e di apparati di sicurezza. Oggi non è più così, da anni si chiudono i battenti alle 22 e una delle polemiche sotterranee investe proprio il dispendio di risorse. Per una struttura che, di norma e salvo casi rari, potrebbe tranquillamente fermarsi due ore prima, evitando di far rimanere funzionari e documentaristi in servizio permanente effettivo pagandogli pure gli straordinari.

Ma il problema non è la quantità della forza lavoro, tanto meno la qualità, vista l’alta professionalità riconosciuta a tutte le maestranze di ogni ordine e grado, dai funzionari di prima fascia fino ai barbieri. In Italia e Regno Unito, il numero di dipendenti per i due parlamenti è simile (1.620 contro 1.868) ma a fare la differenza è il costo pro capite. Per dirla con Francesco Grillo della London School of Economics, che insieme ad Oscar Pasquali ha curato un’inchiesta per il think-tank Vision, gli altri parlamenti nel corso degli anni «hanno preferito assumere molti meno commessi e stenografi e viceversa molti più giovani assistenti che affiancano i parlamentari nel loro lavoro».

Dall’analisi comparata delle cinque più importanti «camere basse» d’Europa (Montecitorio, Bundestag, Assemblée Nationale, House of Commons e Congreso de Los Deputados) emerge che «non è il costo dei deputati italiani a determinare questa situazione». Perché la spesa per le retribuzioni dei parlamentari in carica e in quiescenza è pari a poco più di un quinto del totale del bilancio 2011 di 1,66 miliardi di euro: dove il costo per il personale in servizio e in quiescenza è del 42,8%, contro il 23,8% destinato ai parlamentari. E quindi, una delle conclusioni dell’inchiesta di Vision è che la norma inserita nella finanziaria di luglio che stabilì di equiparare il costo dei parlamentari alla media europea avrebbe dovuto prescrivere casomai di equiparare il costo del parlamento nazionale alla media degli altri.

Ad ogni cittadino italiano, il Parlamento costa tre volte di più che in Francia (27,15 euro rispetto a 8,11 euro), quasi sette volte più che in Inghilterra (4,18 euro) e dieci volte più che in Spagna (2,14 euro pro capite). E non è tanto il numero dei parlamentari ad incidere (in Italia poco superiore alle medie europee) ma il costo del Parlamento per deputato. «Più del 40% delle risorse del nostro palazzo sono assorbite dal personale della Camera. Stenografi o commessi - si legge nel documento - che individualmente arrivano, al massimo dell’anzianità, ad avere stipendi superiori ad alcune delle più alte cariche dello Stato».

Ed è vero che i nostri parlamentari, a differenza dei tedeschi, devono pagare i propri collaboratori a valere su uno specifico rimborso a forfait, che proprio oggi verrà dimezzato con una delibera dell’ufficio di presidenza di Montecitorio. «Tuttavia, mentre il parlamento tedesco (o quello europeo) paga direttamente assistenti parlamentari di qualifica elevata, il parlamento italiano paga, in misura maggiore, un numero assai più alto di commessi». E qui scatta l’accusa del rapporto Vision: «Se è vero che non sono i parlamentari ad intascare la differenza di costo rispetto agli altri parlamenti europei, rimane una domanda ineludibile: come è possibile che i deputati italiani in cinquanta anni hanno consentito che crescesse e si consolidasse il sistema retributivo più assurdo di un paese che pure ha conosciuto privilegi di tutti i tipi?».

Passando dall’analisi alla proposta, tra le ipotesi su come riuscire a collegare costi della politica e qualità dell’attività legislativa e di governo, eccone una suggestiva: dare valore all’astensione, con una riduzione lineare dell’ammontare dei rimborsi elettorali collegata all’incremento oltre una certa soglia della quota di rinunce al diritto di voto, per stimolare i partiti «a migliorare la propria credibilità».

Uno dei membri del Progetto Vision, Sandro Gozi, per anni di stanza a Bruxelles con Prodi e oggi deputato del Pd, sostiene che «oggi sono i giovani a pagare gli errori del passato perché noi delle nuove generazioni preferiremmo avere due collaboratori in più pagati dalla Camera per preparare i dossier e fare meglio il nostro lavoro». L’accusa è che si sia lasciato lievitare un sistema «non più efficiente di quello di altri parlamenti, lasciando in una zona grigia il pagamento dei collaboratori: che adesso verrà pure rendicontato al 50% per lasciare il resto ai partiti. È ridicolo. Se avessimo avuto una struttura con costi meno elevati e il cosiddetto portaborse pagato dalla Camera, non avremmo avuto l’esplosione dell’antipolitica».



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Siena, gioiello rosso in zona retrocessione

Corriere della sera

Metafora dell'Italia, tra antiche ambizioni e nuove paure


Dal nostro inviato  ALDO CAZZULLO




SIENA - Non ridono più neppure i matti. I leggendari matti di Siena, trastullo dei ragazzi ma in fondo amati, integrati: il più allegro lo chiamavano Trombetta, perché a chi lo apostrofava – «Trombettaaa!» – rispondeva ridendo «peee!». E poi Sello, che seguiva tutti i matrimoni e tutti i funerali. Benito il Diabolico, l’unico senese ad aver vinto ogni Palio: in piazza del Campo andava con i fazzoletti di ogni contrada comprese le acerrime rivali, l’Oca e la Torre, l’Istrice e la Lupa, il Montone e il Nicchio; poi si univa al corteo dei vincitori. E il Bersagliere, cui una volta annunciarono per scherzo che era stato condannato a morte, e a sorpresa non si spaventò, anzi offrì il petto: «Sono pronto! Viva l’Italia!».


Siena gioiello rosso, Siena in testa alle classifiche di ricchezza e qualità della vita, Siena paesone eppure capitale di una banca tra le più grandi d’Europa. E invece ora Siena angosciata, impoverita, di cattivo umore, da quando teme di perdere il Monte dei Paschi, che qui chiamano Babbo Monte o «la mucchina», perché tutti in qualche forma l’hanno munto: sino al 2010, oltre cento milioni di euro l’anno per il Comune e la Provincia, l’Arci comunista e la democristiana Libertas, le contrade e le parrocchie.

Soprattutto, il Monte come garanzia di potenza e di serenità, il Monte che compra le partite del Siena per salvarlo dalla retrocessione – «ma se due anni fa siamo andati in serie B, dove hanno truffato noi!», sbotta il presidente della banca, Giuseppe Mussari -, il Monte onnipotente che ti assume con la qualifica di commesso, ti fa eleggere sindaco e poi ti promuove direttore generale, il Monte che governa il sistema e si costruisce pure l’opposizione interna, magari con una telefonata ovviamente intercettata tra Verdini e Mussari («ma se noi assumiamo per concorso!» assicura il presidente).

Il vero simbolo di Siena e della sua megalomania sono gli archi giganteschi e l’immensa facciata – che qui chiamano appunto il Facciatone – di una Cattedrale incompiuta. Pur di superare i fiorentini, i senesi sognarono di erigere la più grande chiesa della cristianità, di cui il vecchio Duomo sarebbe diventato il transetto. Arrivò prima la peste (maggio 1348), che dimezzò gli abitanti, riducendoli a meno di 20 mila.

Della nuova Cattedrale non si parlò più. Anche in età moderna, Siena non ha perso la sua megalomania. Una città di 55 mila abitanti si concede una squadra di calcio in serie A e in semifinale di Coppa Italia, una squadra di basket che vince cinque scudetti di fila e in Coppa Campioni batte il Real Madrid a casa sua, 500 avvocati, due quotidiani, Salvatore Accardo che insegna e suona all’Accademia Chigiana, un centro di ricerche biotecnologiche con cento scienziati che tra loro parlano inglese, e una Fondazione che per anni ha controllato il 50% del Monte, e ora non più. La banca si salverà. Il vero timore è che non sarà più la banca di Siena.

Tra il Monte e la Fondazione ci sono cinque minuti, il tempo di scendere dalla Rocca Salimbeni a piazza del Campo. Nella Rocca regna l’uomo più potente della città e tra i più potenti del Paese, il presidente dell’Associazione banche italiane Giuseppe Mussari, 49 anni, che qui chiamano Belli Capelli per la capigliatura fluente. Ci riceve molto cortese e molto guardingo. Vorrebbe tranquillizzare ma si vede che è un po’ in ansia, si muove tra l’I-Pad e il computer entrambi connessi sugli scambi azionari della banca di cui tra poco non sarà più presidente.

Nel suo accento calabrese – madre senese, ostetrica, padre di Catanzaro, cardiologo -, Mussari spiega che è inevitabile per la Fondazione rinunciare al 50% di una banca che non è più la sesta ma la terza d’Italia. Difende l’operazione Antonveneta, pagata 9 miliardi un minuto prima che crollasse la finanza internazionale. Avverte che la situazione è grave e seria, ma non solo per la città, per il Paese intero. Racconta come è stato scelto il nuovo direttore generale, Fabrizio Viola: sul mercato, senza consultare i sindacati, con una scelta di rottura rispetto alla prassi concertativa.

Ora Viola sta cercando di evitare un nuovo aumento di capitale. In ogni caso, la Fondazione dovrà scendere, forse al di sotto del 33%, cedendo quote ai soci privati – ma Caltagirone si è appena dimesso dalla vicepresidenza e sta disinvestendo dal Monte per puntare su Unicredit -, oppure trovando un compratore esterno, di cui la Fondazione diventerebbe azionista. Qualunque sarà la strada, sostiene Mussari, Siena non ha nulla da temere, se anche per assurdo arrivasse un cinese mica potrebbe portare via la ricchezza accumulata in sei secoli dalla comunità: «Non commento le questioni della Fondazione, in ogni caso il Duomo non ha le ruote.

Accardo non viene qui per i soldi, ma perché qui ha studiato, ha molti amici, si trova bene. La Novartis investe perché c’è un’antica cultura dei vaccini e i ricercatori vengono più volentieri che in altre parti del mondo. Il modello Siena resiste: qualità ambientale, arte, territorio; andiamo tutti d’accordo senza rubarci il ruolo l’uno con l’altro». E i settanta indagati per l’aeroporto, lei compreso, e per il crac dell’università? «Si può sbagliare ad applicare una norma. Ma, da quando sono qui, processi per corruzione e concussioni non ce ne sono mai stati. Di soldi ne sono girati tanti, però tra persone normali, che non vanno al mare ai Caraibi ma a Follonica, che non hanno la Ferrari ma la Panda. Io vado in ufficio in motorino». E la massoneria? «Sono a Siena dai tempi dell’università, e la massoneria non l’ho mai incrociata».

E invece è proprio il modello Siena a vacillare. Un miliardo i debiti della Fondazione, oltre 200 milioni quelli dell’università, l’ateneo di Fortini e Luperini eroso dal clientelismo, per cui ci sono più impiegati che docenti e lettori. E nella classifica delle città italiane Siena è retrocessa all’ottavo posto; il che non sarebbe poi un dramma, se settima non fosse Firenze.

A sentire gli oppositori, il leghista Francesco Giusti – «io del Monte sono un operaio, mi hanno preso al call-center» – e il candidato sindaco delle liste civiche Gabriele Corradi, padre di Bernardo il calciatore, sta venendo giù tutto. Compreso il sistema per cui «anche i nobili, anche i discendenti dei Papi come i Piccolomini votano a sinistra»; il temuto blogger Raffaele Ascheri detto «l’eretico» si becca decine di querele se osa denunciare massoni e cacciatori di frodo («Cinghialopoli»,

lo scandalo delle battute notturne a cinghiali, daini, caprioli); i massoni sono molti di più di quelli dichiarati come Stefano Bisi direttore del Corriere di Siena ed Enzo Viani ex presidente dell’Aeroporto; il sindaco veniva pescato tra i sindacalisti del Monte e poi, a servizio reso, promosso e magari trasferito all’estero, come Pierluigi Piccini, ora vicedirettore generale di Mps France, o Maurizio Cenni, vicedirettore vicario di Mps gestione crediti. Ma «senza lilleri non si lallera», con i soldi è finita anche la festa, e basta una passeggiata in centro per rendersene conto.

Via Pantaneto, la strada dei palazzi affrescati, delle stamperie, delle antiche farmacie, è diventata una piccola kasba di negozi dell’usato, lavanderie a gettone, ristoranti cinesi. L’emporio musicale di via Montanini, dove generazioni di senesi hanno comprato i loro strumenti, ha traslocato in periferia, il suo concorrente Olmi ha chiuso. Chiusa la libreria Ticci di piazza Indipendenza, chiuso il Palazzo delle Papesse centro di arte contemporanea, chiusa la galleria di via Cecco Angiolieri, chiusa la storica cartoleria Biccherna a un passo dalla sede del Monte, dove i commercianti paventano l’apertura di un sex shop.

Via di Città, la strada degli antiquari, è diventata il suk del cuoio. Racconta Emilio Giannelli - nipote e pronipote di due presidenti del Monte, Emilio ed Enrico Falaschi, a sua volta capo dell’ufficio legale prima di iniziare la nuova vita di vignettista del Corriere - che sotto casa sua, in via della Sapienza, contrada del Drago, hanno chiuso il fruttivendolo, il lattaio, il macellaio. Perché Siena «era città di soggiorno ed è diventata città di passaggio», i turisti comprano il panforte da Nannini e ripartono, e anche qui cominciano a vedersi le insegne simbolo della crisi italiana: «Compro oro», «tutto a un euro», «pizza al taglio», «sala bingo».

In centro vivono oggi 12 mila senesi, meno che dopo la pestilenza. Eppure, come rivendica il sindaco Pd Franco Ceccuzzi – finalmente uno che non ha mai lavorato al Monte -, guardingo e preoccupato non meno di Mussari, questo resta il più bel borgo medievale d’Italia, e quindi del mondo. Lunedì scorso c’è stato uno stupro, subito fuori le mura, ed è stato vissuto come una ferita dall’intera città, paginate in cronaca per una settimana. L’università sarà in rosso ma ha superato i 20 mila iscritti e secondo il Censis ha la migliore facoltà di lettere d’Italia. La linea di pullman Sita ogni giorno porta da Firenze un buon numero di pendolari, tra cui clochard che vengono a mendicare in una città più ricca, come i senesi amano raccontare con lo stesso orgoglio con cui rievocano la vittoria di Montaperti («e lo stendardo dei fiorentini fu trascinato per le strade legato alla coda di un asino…»).

Il Medioevo si respira ancora, nella surreale discussione della contrada dell’Oca sul voto alle donne ma anche nello spirito di comunità, che resiste da quando le classi sociali vivevano e morivano spalla a spalla, all’ospedale di Santa Maria della Scala si affrescavano sulle volte le anime che salgono in cielo e si gettavano nel Carnaio i morti di peste, e le ossa ancora spuntano dalla terra. Il sacro e l’esoterico convivono da sempre, nel Duomo è intarsiato Ermete Trismegisto accanto alla Vergine, e nella cella di Santa Caterina l’allarme è ora disattivato perché di notte suonava sempre, forse per un fantasma. Al ristorante storico, da Guido, convivono i vip globali e le glorie locali, Mel Gibson e Adù Muzzi capo storico della Tartuca, Tyron Power e Luigi Bruschelli detto Trecciolino che vince a braccia levate il suo dodicesimo Palio.

La campagna incantevole che si vede dal Facciatone è la stessa affrescata da Lorenzetti come esempio di buon governo, le colline levigate, le vigne e gli ulivi, un paesaggio della mente. Nudi come nel Medioevo si presentano i tetti, si è già oltre la civiltà dell’antenna, l’intera città è cablata. E si comprende bene, quassù, come Siena sia figura dell’Italia intera, Paese corporativo e viziato, spaventato dai privilegi che sfumano e dalla ricchezza che evapora, ma straordinario non solo per cultura e bellezza ma per la tenuta sociale, per la solidarietà di fronte agli eventi estremi, alla morte, alla malattia, alla fragilità umana.

I senesi amano raccontare anche di puerpere trascinate di peso nottetempo da una parte all’altra del Campo perché il nascituro non fosse dell’Oca o della Torre; ma quando muore il priore o il capitano dell’Oca, in chiesa al posto d’onore c’è la bandiera della Torre, e lo stesso accade tra Istrice e Lupa, tra Montone e Nicchio. Fino a qualche tempo fa, ai funerali c’era anche il Sello. Ora non lo si vede da tempo, e neppure Trombetta e il Diabolico. Ora, nel tragitto tra il Monte e il Campo, c’è un mendicante con la barba che a tutti spiega di non essere forestiero – «guarda che io so’ di Siena» –, e ogni euro che scuce corre a giocarselo al gratta e vinci.



29 gennaio 2012 (modifica il 30 gennaio 2012)

Non rianimare», dall'Olanda un tatuaggio con l'ultima richiesta prima di morire

Corriere della sera

Il tattoo di una donna di 88 anni sul petto: in caso di infarto non vuole essere salvata



L'insolito tatuaggio
AMSTERDAM (OLANDA) - In Olanda la discussione sulla necessità della rianimazione negli ultimi tempi si è fatta più intensa. In caso di infarto, la prima azione per salvare una vita è la rianimazione: pressando 30 volte la cassa toracica, si mantiene in contatto la circolazione sanguigna fra cervello e cuore. Ogni anno migliaia di persone colpite da un arresto cardiaco vengono rianimate. Con l'invecchiamento della popolazione aumenta anche la quantità di questa procedura. Rianimare una persona anziana con le ossa molto fragili può procurare anche la frattura delle costole, senza contare che dopo la rianimazione la qualità della vita di una persona attempata e già molto malata è molto probabilmente molto limitata. In base ai numeri, in Olanda solo il 15% delle persone sopravvive alla rianimazione, rimane quindi un 85% che non ce la fa e di cui non si parla mai. Inoltre ci sono dei gruppi a rischio, per esempio i pazienti cardiaci, in cui la rianimazione ha ben poco senso. Si tratta di un tema molto delicato naturalmente.

IL PROGRAMMA TV - Il programma televisivo di approfondimento giornalistico Zembla qualche mese fa aveva messo in luce le contraddizioni legate al problema di rianimare, prendendo a esempio una campagna della Fondazione Olandese per il Cuore, in cui veniva prospettata un'immagine eroica e positiva della rianimazione applicata alle persone giovani. Sul poster compariva una giovane donna in carriera che rianimava Superman e la scritta: “Diventa anche tu un eroe. Iscriviti a un corso di rianimazione.” La pratica è importante per una persona con una buona aspettativa di vita, ma per un anziano con diversi problemi medici può essere assolutamente inutile o danneggiarne la qualità della vita o addirittura togliergli la possibilità di avere una morte naturale. Il dilemma quindi rimane: bisogna rianimare sempre e comunque oppure no? Non sarebbe più giusto lasciare esalare l'ultimo respiro a una persona se è arrivato il suo momento? Ma soprattutto come evitare che dopo un infarto non si venga rianimati se assolutamente non lo si vuole? Una signora 88enne olandese ha trovato una soluzione molto originale per rendere nota la sua ultima volontà: farsi tatuare sul seno sinistro il testo "NON RIANIMARE".

IL TATUAGGIO - La foto è pubblicata fra le lettere giunte alla redazione di Relevant, la rivista dell'Associazione Olandese per l'Eutanasia Volontaria (NvvE) del mese di gennaio. L'anziana, che ha voluto rimanere anonima, ha chiesto a suo figlio di cercarle il negozio per farsi fare il primo tatuaggio della sua vita. Il titolare dell'atelier di tatuaggi Moose Tattoo a Rotterdam ha trovato la richiesta talmente singolare che ha deciso di eseguire il lavoro gratuitamente. Il figlio ha spiegato: “Per lei è d'importanza cruciale che non venga mantenuta in vita con l'accanimento terapeutico, perché tanto la sua salute non migliorerebbe. Se una persona registra la propria volontà addirittura sul corpo, il personale medico deve prenderla sul serio.


” Sulla validità giuridica di un tatuaggio del genere non c'è unanimità: Martijn Maas, segretario amministrativo del Consiglio Olandese per la Rianimazione sottolinea che un'ultima volontà dovrebbe essere datata e firmata e che comunque in caso di arresto cardiaco per rispettare il desiderio della donna i familiari non devono chiamare un'ambulanza, ma il medico curante. Johan Legemaate, professore di Diritto sanitario all'Università di Amsterdam ritiene invece che la signora ha reso la sua volontà sufficientemente chiara e quindi proprio per questo il metodo dovrebbe avere valore giuridico. Il figlio dell'anziana spiega che sua madre conserva già da dieci anni la sua volontà di non farsi rianimare insieme alla patente, ma teme che nel momento cruciale possa sfuggire. D'altra parte la signora trova la medaglia con inciso “non rianimare” ben poco graziosa, così l'idea del tatuaggio nata per scherzo si è trasformata poi in una seria opzione.



Marika Viano
30 gennaio 2012 | 11:15






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