domenica 29 gennaio 2012

Quel video di Domnica dopo il naufragio «Vuoi sapere se sono sola?»

Corriere della sera

La ragazza moldava parla in inglese con un uomo della Gdf. Le immagini trasmesse dal Tg Rai della Toscana


MILANO - Berretto di lana in testa, una coperta sulle spalle: appare così Domnica Cemortan, la giovane moldava vista a bordo con il comandante Francesco Schettino, in un video raccolto la sera del naufragio della Costa Concordia e trasmesso dal Tg Rai della Toscana.


IL COLLOQUIO - La ragazza è da poco scesa con gli altri naufraghi e parla con quello che il Tgr ha definito un uomo della Gdf che, rispondendo ad una domanda che la ragazza gli rivolge prima che comincino le immagini le replica «Perché?». «È solo una domanda», sembra giustificarsi la giovane. Poi in italiano chiede al finanziere: «Parli inglese?». «Poco», risponde lui. E Domnica dopo un istante si rivolge all'uomo in inglese: «Mi vuoi chiedere se sono sola, no?».

(fonte: Ansa)
29 gennaio 2012 | 18:43

Ritrovato il tesoro dell'ammiraglio Nelson»

Corriere della sera

Nei fondali al largo del Libano, dentro una nave naufragata: il comandante acquistò all'asta gli oggetti dell'eroe di Trafalgar



Ritratto dell'ammiraglio Nelson di Lemuel Francis Abbott (Afp) Ritratto dell'ammiraglio Nelson di Lemuel Francis Abbott (Afp)

MILANO - Il tesoro dell'ammiraglio Lord Horatio Nelson ritrovato sui fondali marini del Mediterraneo. Numerosi oggetti preziosi appartenuti all'eroe di Trafalgar che nella celebre battaglia navale del 1805 guidò la Royal Navy alla vittoria schiacciante sulla flotta francese distruggendo per sempre i sogni di egemonia marittima di Napoleone, sarebbero stati ritrovati all'interno della HMS Victoria, nave britannica naufragata nel 1893 al largo delle coste del Libano. Il relitto, affondato assieme ai suoi 358 marinai a causa di una manovra sbagliata del comandante George Tryon, sarebbe colata a picco quasi 90 anni dopo la morte di Nelson. Secondo gli esploratori inglesi che hanno ritrovato la carcassa della nave, l’imbarcazione custodirebbe anche una delle spade appartenute all'ammiraglio più celebre della storia della Gran Bretagna.


SANTUARIO - Il comandante George Tryon, grande ammiratore di Nelson, aveva comprato gli oggetti preziosi appartenuti all’ammiraglio a un'asta di fine Ottocento. Nella cabina del relitto sarebbe stato trovato un armadio, descritto da Mark Ellyatt, l'esploratore che ha guidato il team di archeologi marini che hanno ritrovato l'imbarcazione, come «una sorta di santuario» nel quale sarebbero custoditi «una serie di articoli» appartenuti a Nelson. Il Ministero della Difesa inglese, che ha la proprietà legale del relitto, ha contattato la squadra di esploratori e ha ordinato di lasciare a bordo tutti gli oggetti ritrovati e soprattutto di non toccare i beni appartenuti all'ammiraglio. Interesse verso il tesoro custodito nel relitto è stato espresso anche dalla Nelson Society, che attraverso il suo ex presidente Victor Sharman ha fatto sapere che da un’asta di questi beni si potrebbe ricavare una somma davvero cospicua (nel 2002 un'altra spada di Lord Nelson fu battuta all'asta per oltre 400.000 euro).

NO ALLE ASTE, SI AL MUSEO - Da parte sua l'esploratore Ellyatt, che il prossimo 4 febbraio parteciperà alla «International Shipwreck Conference, appuntamento annuale che si tiene all’Università di Plymouth nel quale si confrontano diversi esperti di storia marittima, vuole evitare che i memorabilia di Lord Nelson finiscano in mani sbagliate e che siano poi venduti all'asta. L'esploratore avrebbe nascosto la spada dell'ammiraglio in un punto segreto del relitto per proteggerlo dai saccheggiatori: «Il Ministero della Difesa voleva sapere in che punto si trovassero gli oggetti personali di Lord Nelson - ha confessato il sub al Sunday Telegraph - I funzionari del dicastero non vogliono che i memorabilia dell'ammiraglio compaiano all'improvviso su qualche sito d'aste. Si sono mostrati molto interessati alla spada, ma quando ho proposto di riportarla alla luce, sembra che abbiano cambiato idea. Non voglio che qualcuno entri nel relitto e lo spogli completamente di ogni suo bene. In verità vorrei portare in superficie la spada, ma temo che appena sbarcata sulla terraferma sarà sequestrata dalle autorità locali. Se alla fine i beni fossero recuperati, mi farebbe piacere vederli custoditi in un museo del Regno Unito».

Francesco Tortora

29 gennaio 2012 | 14:21




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Continua la «maledizione» di Gomorra Arrestato a Scampia un attore-pusher

Il Mattino

NAPOLI - L’hanno chiamata la maledizione di Gomorra. In realtà non è altro che il richiamo alla vita di sempre, di strada, di droga, di malaffare e di camorra. Sono quattro gli attori scelti da Matteo Garrone presi dalla strada per interpretare se stessi e finiti dopo la sbornia della notorietà di nuovo in carcere. L’ultimo ieri.

Si chiama Nicola Battaglia, ha ora poco più di venti anni, ed è stato acciuffato dagli agenti del commissariato Scampia guidato da Michele Spina, con un sacchetto carico di diversi tipi di droga. Agli agenti, dopo aver tentato la fuga, ha detto: «Ho recitato in Gomorra». Se è davvero lui, uno dei ragazzini che nel film indossava il giubbotto, da dove è partito è tornato. Viveva a Scampia quando è stato scelto per interpretare uno dei giovani che si sottopone alle prove di coraggio per entrare nel clan. E tra le Vele gli agenti l’hanno pizzicato mentre vendeva la droga. In dieci minuti aveva piazzato già dieci dosi.




Una al minuto. Il giovane pensava di averla fatta franca. L’arrivo degli agenti è stato accompagnato dal classico allarme lanciato a gran voce dalle vedette «...fujietenne ’e guarddie!». Battaglia grazie ad uno stratagemma utilizzato dagli agenti è stato acciuffato. Il giovane, pensando di alleggerire la sua posizione, ha fatto cadere il sacchetto di plastica con al droga già divisa in dosi singole custodite in piccoli cilindri elettrosaldati. In tutto aveva più di 300 grammi di cocaina, 100 di eroina e una piccola barretta di hashish e più di 3500 euro in contanti. E le chiavi per aprire e chiudere l’area dello spaccio. Battaglia sognava Hollywood.

Ed è stato ad un passo dal cambiare vita definitivamente. Dopo il film aveva ripreso a studiare, all’istituto tecnico Stefanelli, dopo essere passato per una casa famiglia a Mondragone. Una vita diversa, questo sognava, lontano da Scampia dove - ha detto in un passato non troppo lontano - «ero uno di quei giovani senza speranza che credono di avere davanti una sola strada, la delinquenza». La fuga dalla piazza è durata poco. E alla fine è tornato in cella, questa volta a Poggioreale con l’accusa di spaccio di stupefacenti. È il quarto attore del film al quale rimettono le manette ai polsi.

Gli altri, compagni di set e di delinquenza, sono Giovanni Venosa, Salvatore Fabbricino e Bernardino Terracciano. I poliziotti di Scampia con l’ausilio degli agenti del Reparto Prevenzione Crimine Campania hanno effettuato una vasta operazione, oltre all’arresto di Battaglia, hanno controllato numerosi tossicodipendenti provenienti dall’hinterland napoletano ed hanno individuato numerose difese «passive» posizione a protezione dell’attività di spaccio. Cancelli e cancelletti smantellati dalla squadra Tagliatori dei Vigili del Fuoco.

e.r.



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Profezia del sismologo del Duce Italia devastata nel 2012

Libero

Raffaele Bendandi, uomo fidato di Mussolini, predisse: "Il 6 aprile impressionante serie di terremoti nel mondo, noi tra i più colpiti"




Parlando di terremoti, alla fine, si ritorna sempre a parlare di quello che per anni è stato considerato «l’uomo dei terremoti». Parliamo di Raffaele Bendandi, nato a Faenza nel 1893 e morto nel 1979. Lo studioso faentino Bendandi non era uno scienziato in senso stretto, ma un appassionato dal doppio volto. Era, infatti, considerato un ciarlatano nelle aule accademiche, ma un volto pubblico a cui rivolgersi per un autorevole parere quando qualche sciagura si abbatteva sulla Penisola.

Insomma, una figura controversa che, nel 1927, in pieno ventennio fascista, ricevette dalle mani di Benito Mussolini il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia salvo poi essere diffidato (trasgredendo al divieto) dal formulare nuove previsioni di terremoti. E che, successivamente, attorno agli anni ’60, fu nominato Cavaliere del Lavoro dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.


E ora, a poche ore di distanza dalle due violente scosse che hanno colpito circa metà del Belpaese, Bendandi - con i suoi scritti e il centinaio di previsioni di terremoti che ci ha lasciato in eredità - ritorna d’attualità. Il passaparola della Rete annuncia l’esistenza di alcune carte del romagnolo secondo le quali «il 5 ed il 6 aprile 2012 una nuova serie impressionante di sismi colpirà l’intero pianeta e l’Italia potrebbe essere tra le zone più terremotate». Insomma, siamo tutti avvertiti...

28/01/2012




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Mezzegra: i volti del duce e di Claretta sul muro della fucilazione

Corriere della sera



COMO - Sessantasette anni dopo, i volti di Benito Mussolini e Claretta Petacci torneranno a Giulino di Mezzegra, il borgo lariano dove vennero fucilati dai partigiani il 28 aprile 1945. Accadrà probabilmente il giorno stesso dell'anniversario della doppia morte, tra poco meno di 3 mesi, e naturalmente soltanto in fotografia. Ma tanto basta per riaccendere la polemica. All'origine di tutto vi è la decisione della maggioranza di centrodestra del Comune di Mezzegra, guidato dalla leghista Claudia Lingeri, di assecondare la richiesta giunta via lettera il 22 dicembre scorso dall'Unione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana.

Claretta Petacci
Secca quanto chiara la proposta vergata direttamente dal presidente Mario Nicollini, 100 anni il prossimo agosto: «Chiediamo di posare una foto commemorativa su una lastra di marmo bianco che ritragga i volti di Mussolini e della Petacci con i rispettivi nomi e la data del 28 aprile 1945. Il duce è in abiti civili e l'obiettivo è rappresentare un ricordo storico di Claretta. Vorremmo poter procedere prima dell'anniversario prossimo per poter benedire l'opera». Il luogo indicato per l'esposizione al pubblico delle due foto è sempre il solito: il muretto vicino al cancello di Villa Belmonte, teatro, secondo la versione ufficiale, della fucilazione del fondatore del fascismo e della sua amante.


Benito Mussolini
Dal 1984, sulla parte sinistra del muro di cinta della villa, è presente una croce nera con inciso il solo nome del duce e la data storica, nulla di più. Le cose, però, da quest'anno sono destinate a cambiare. Lo spiega lo stesso sindaco di Mezzegra. «Quando ho ricevuto la richiesta dagli ex combattenti della Rsi - dice Claudia Lingeri - non ho fatto altro che portarla all'attenzione della mia maggioranza per valutare cosa fare. Alla fine, è sembrata a tutti una cosa realizzabile, anche perché non vi è nessuna rievocazione storica ma soltanto un ricordo umano delle due figure. È un omaggio a due persone morte, non una riabilitazione del fascismo». Detto, fatto: entro aprile, la lastra in marmo bianco sarà collocata sul lato destro del muro di Villa Belmonte, in sostituzione della storica croce nera.

«Mettere le foto di Mussolini e della Petacci non è affatto un passo neutrale - dice Luca Michelini, del direttivo Anpi di Como -. La scelta del Comune, peraltro su richiesta di ex repubblichini, è gravissima e dimostra ignoranza della storia. Spero che la Como civile si indigni». Sull'altro fronte, il quasi centenario ex Rsi Nicollini proclama di «provare un piacere enorme» per l'accoglimento della richiesta. Il 28 aprile 1945, 67 anni dopo, divide ancora.


Emanuele Caso
29 gennaio 2012 | 11:33



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Il ruolo della politica

Corriere della sera

Gli ex sindaci che lasciano il Palazzo



di  MARCO GARZONIO


Le scelte personali son da rispettare, ma le dimissioni di Letizia Moratti dal consiglio comunale non possono passare inosservate. È la terza volta che succede in 15 anni che il candidato sindaco sconfitto alle elezioni si ritiri. Era accaduto con Aldo Fumagalli, battuto da Albertini del '97; stesso copione nel 2006 con Bruno Ferrante superato dalla Moratti, che ora getta la spugna. Nemesi o sindrome dello sconfitto? Certo non è questione di schieramento: Ferrante e Fumagalli correvano per il centrosinistra. Il virus che porta ad andarsene forse proviene dal sistema istituzionale in atto e dalla concezione della cosa pubblica ormai diffusa.

L'elezione diretta del sindaco rappresentò il tentativo di ritrovare credibilità da parte di una classe dirigente decimata da Tangentopoli scoppiata giusto vent'anni fa a Milano, con l'arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio 1992. Gli effetti di quella riforma si son presto distorti però: personalizzazione della lotta, creazione di cartelli elettorali al momento del voto, riduzione degli schieramenti a tifoserie, segreterie dei partiti sempre più padrone del campo. Con un corollario: dissolte le forze politiche di massa, i nuovi partiti non vivono più della dialettica, dei contrappesi interni, dei collegamenti a realtà culturali e sociali, che nell'insieme ai congressi portavano leadership, aggregazioni, alleanze.

La struttura partitica assomiglia più a una sorta di consiglio d'amministrazione di una holding, che punta a rappresentare interessi, individuare e inventare un volto (agli inizi del nuovo corso il centrodestra non ripresentò il leghista Formentini per lo sconosciuto allora Albertini: un vulnus nella logica del doppio mandato). Costruire un personaggio può comportare poi ingenti mezzi. Anche qui con effetti distorsivi per i costi della politica (tali anche se un candidato è ricco di suo) e per il rischio riduzione della politica a capacità mediatica. Sforzi che non è detto diano i risultati sperati: la Moratti, tenuto conto di quanto ha speso per la campagna elettorale, è stata vittima del sistema, battuta da un Pisapia con disponibilità di certo inferiori, il quale però, a sua volta, sempre per un assetto generale di enti locali e politica non ben registrato, deve ora lottare per tener vivi ideali e immagine, garantirsi collegamenti con l'elettorato, di fronte a crisi di rappresentatività, carenze, litigiosità dei partiti.

Le leggi vanno gestite al meglio. Ai partiti tocca di lavorare ciascuno in casa sua e nei rapporti istituzionali a un recupero delle ragioni per cui la Costituzione ne attesta la vitale importanza per la democrazia: un recupero delle ragioni della politica. Se si concepisce questa per ciò che dovrebbe essere, cioè un servizio, ci si deve rendere conto che il bene comune di città, Regione, Paese lo si fa anche dai banchi dell'opposizione nei consigli e nei partiti stessi. Anzi, nella funzione di controllo e stimolo si dà un contributo libero e lungimirante, alleggeriti dal peso della gestione, costruendo la credibilità necessaria per un'alternativa affidabile nelle istituzioni e nelle leadership interne. Non attrae, invece, una politica ridotta a personalismi, sovraesposizione mediatica, potere, consenso costruito su logiche di appartenenza, interessi di parte e di gruppo. Gli sconfitti se ne vanno e i cittadini non possono dirsi soddisfatti di uno spettacolo complessivo la cui regia non appartiene a loro, che pur sono il popolo sovrano.


29 gennaio 2012 | 12:39




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E' morto l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro

Corriere della sera

Aveva 93 anni, è stato al Quirinale dal 1992 al 1999 e parlamentare per tutta la storia repubblicana




MILANO - Il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, è morto in mattinata. Aveva 93 anni. Magistrato, è stato capo dello Stato dal 1992 al 1999 e prima della nomina al Quirinale è stato ininterrottamente deputato per l'intera stora repubblicana, a partire dal primo Parlamento repubblicano eletto nel 1948 e, prima ancora, dall'assemblea Costituente del 1946. Più volte ministro, da senatore a vita ha aderito al Partito democratico. Così come era successo a due altri suoi predecessori, Pertini e De Nicola, ha ricoperto anche le altre due principali cariche dello Stato, ovvero la presidenza del Senato, seppure in via provvisoria all'inizio della XV legislatura, e quella della Camera.



PRESIDENZA TORMENTATA - La sua presidenza è stata particolarmente significativa: eletto due giorni dopo la strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. Nel corso del settennato dovette gestire il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e la transizione dagli anni di Tangentopoli. Celebre la sua frase «non ci sto», pronunciata la sera del 3 novembre 1993 a reti unificate, per difendersi dalle accuse di avere gestito fondi neri ad uso personale nell'epoca in cui era stato ministro dell'Interno. In quell'occasione Scalfaro parlò di «gioco al massacro» e imputò l'esplosione dello scandalo Sisde ad un tentativo di infangare la presidenza della Repubblica come ritorsione della vecchia classe politica che le inchieste di «Mani Pulite» avevano decimato.

Redazione Online

29 gennaio 2012 | 10:02






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Le coppie di fatto? Interessano solo ai politicanti

di -

A Bologna 12 anni fa istituirono un registro, nessuno si è mai iscritto. Stessa cosa a Gubbio. E poi si lagnano perché la gente li disprezza


Da tempo immemorabile è in atto una battaglia tra i politici che pretendono il riconoscimento legale delle cosiddette coppie di fatto e quelli che vi si oppongono.






Cosa si intende per coppie di fatto? Persone, anche dello stesso sesso ( non necessariamente), che mettono su famiglia e convivono more uxorio , ma che sarebbero svantaggiate rispetto a quelle regolarmente coniugate. In pratica non godrebbero di taluni diritti: assegnazione di case popolari, successione di beni, possibilità di assistere in ospedale il (la) convivente eccetera.


Alcuni anni orsono la sinistra propose una legge, i Pacs (Patti civili di solidarietà), per colmare la «grave lacuna». E scoppiò il finimondo. Discussioni televisive, interventi appassionati sui giornali, duelli fra chi era pro e chi contro l’iniziativa. L’Italia già allora era piena di guai. I soliti: l’occupazione, il debito pubblico crescente, il mancato rilancio dell’economia, l’emergenza giustizia, le intercettazioni, per citarne alcuni.


Ma per un paio di mesi tutte le grane furono accantonate per discettare di Pacs. Pareva che al vertice delle preoccupazioni degli italiani ci fossero le unioni di fatto. Pareva che dalla loro ufficializzazione dipendessero i destini della Patria. Al punto che i progressisti elaborarono un secondo progetto per superare la paralisi dei Pacs, denominato stavolta Dico ( Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi). La questione accese gli animi. Seguirono liti infinite. I laici o laicisti coprirono di insulti i cattolici, accusati di ogni infamia: retrogradi, fondamentalisti, bigotti, baciapile. E i cattolici ricambiarono le cortesie, rispondendo colpo su colpo. Risultato: zero a zero.


I Dico, esattamente come i Pacs, furono cassati. E tornò il sereno. Ciascuna fazione si tenne i propri pregiudizi, ma smise di combattere per dare uno status giuridico alle famiglie gay, lesbiche e trans. Nel frattempo cosa è successo? Nulla. Sennonché, nelle ultime settimane, il tema è tornato a bomba. Il sindaco arancione (rosso ormai è out) Giuliano Pisapia, votato dalla maggioranza dei milanesi, che consideravano Letizia Moratti un braccio della dittatura berlusconiana, ha preso una decisione storica: istituire nel capoluogo lombardo un «registro delle coppie di fatto ».



Però, che idea! La capitale morale dimostrerà che la civiltà non è morta, consentendo a chiunque coabiti con un tizio o una tizia di iscriversi a una sorta di anagrafe parallela. Applausi scroscianti hanno accolto la coraggiosa delibera del nuovo inquilino di Palazzo Marino. Ma siamo sicuri che siano battimani meritati? Non tanto. Infatti, dall’Emilia giunge nel frattempo una notizia che invita a riflettere. La presidente della commissione affari generali e istituzionali del Comune di Bologna, Valentina Castaldini (Pdl), ha scoperto che nella sua città esiste dal 1999 un «registro delle coppie di fatto» (aperto a conviventi etero od omosessuali, indifferentemente) sul quale però c’è una sorpresa. Quale? In oltre 12 anni, mai alcun bolognese ha voluto vergare il proprio nome e cognome. Gay e lesbiche si sono ben guardati dal chiedere agli uffici municipali di rilasciare loro un certificato di avvenuta costituzione di un nucleo familiare. Segno evidente che se ne infischiano di «sposarsi».


Lo stesso accade a Gubbio. Anche qui c’era uno di questi registri strambi a disposizione di gay (e affini) desiderosi di coronare burocraticamente il loro sogno d’amore.Bene,è rimasto in bianco. Neppure una sfigatissima coppia ha scelto di darsi i crismi dell’ufficialità. Ciò significa che le guerre stellari tra politici cattolici e politici laicisti, per quanto siano andate avanti lustri e lustri, sono state completamente inutili, per non dire stupide, insensate. Significa che i partiti del nostro Paese hanno drammatizzato un falso problema. Significa che deputati e senatori ignorano la realtà e si accapigliano senza motivo, non sanno dove vivono né chi rappresentano. Poi si stupiscono perché monta l’antipolitica. E si lagnano perché il popolo li disprezza e preferisce i tecnici a lor




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Profumo, Clini e le poltrone incompatibili

Corriere della sera

Il gioco al rinvio sui doppi incarichi dei ministri



Il ministro dell'Istruzione, università e ricerca Francesco ProfumoIl ministro dell'Istruzione, università e ricerca Francesco Profumo

Dunque per dimettersi eventualmente dalla presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche che dipende dal suo ministero, il ministro Francesco Profumo aspetta «la decisione dell'Antitrust». Anche il ministro dell'Ambiente Corrado Clini, per lasciare la poltrona da presidente dell'Area Science park di Trieste, ente pubblico di ricerca la cui nomina dipende dal governo, è in attesa della «decisione dell'Antitrust». Il verdetto riguardante entrambi sarà tuttavia emanato soltanto entro il 16 febbraio, perché l'Autorità garante della concorrenza, fanno sapere i due ministri, «ha bisogno di documentazione aggiuntiva».

Con tutta franchezza: questa storia è semplicemente patetica, e fa il paio
, purtroppo, con lo sconcertante annuncio del governo che si riserva di fare trasparenza sugli interessi dei suoi componenti rigorosamente entro i termini formali di legge. Cioè i 90 giorni dall'insediamento, che scadono appunto il 16 febbraio. È patetico che due ministri in una situazione conclamata di conflitto d'interessi si aggrappino a insensati formalismi per conservare le poltrone supplementari. Ben sapendo (non vogliamo far torto alla loro intelligenza) che qualunque cosa l'Antitrust possa dire c'è innanzitutto una ragione di opportunità grande come una casa per cui avrebbero dovuto lasciarle del tutto quelle cariche, anziché rifugiarsi in una poco dignitosa autosospensione: non un minuto dopo, bensì un minuto prima di giurare da ministro. E viene da pensare che forse Mario Monti avrebbe potuto affrontare la faccenda in prima persona, imponendo lui ai suoi ministri le dimissioni dagli incarichi precedenti per sollevare il governo dal sia pur minimo imbarazzo.

Ma è ancor più patetica, va detto con altrettanta franchezza, la figura che sta facendo l'Antitrust al cui vertice è stato appena insediato l'avvocato Giovanni Pitruzzella. La legge che attribuisce all'Autorità garante della concorrenza il compito di vigilare sul conflitto d'interessi è una finzione assoluta, non prevedendo alcuna sanzione per chi la viola. Però almeno non si presta a equivoci.

Dice che un ministro non può «ricoprire cariche o uffici pubblici diversi dal mandato parlamentare e di amministratore di enti locali», prevedendo particolari deroghe soltanto per le cariche «in enti culturali, assistenziali, di culto e in enti fiera, nonché conferite nelle università o negli istituti di istruzione superiore a seguito di designazione elettiva dei corpi accademici». Cosa c'è da «interpretare»? A meno che non ci si voglia arrampicare sugli specchi per sostenere che il Consiglio nazionale delle ricerche e l'Area Science park di Trieste appartengono a questa categorie (sono forse enti culturali, fiere, centri religiosi?), la questione è molto semplice: Profumo e Clini devono comunque dimettersi. Ed è sinceramente incomprensibile perché all'Antitrust debbano occorrere tre mesi (tre mesi!) e l'esame di non si sa quale altra «documentazione aggiuntiva» visto che il governo si è insediato a metà novembre, per decretare l'incompatibilità dei due.

29 gennaio 2012 | 8:13


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I tribunali del nostro Paese tra gli ultimi al mondo: siamo peggio del Vietnam

di -

Il report di Banca mondiale pone l’Italia solo al 158° posto su 183 Stati. Ritardi e sentenze lumaca ci costano 96 miliardi di mancata ricchezza


Roma - I record di efficienza della giustizia in Italia sono tutti negativi. Meglio funziona la macchina giudiziaria del Vietnam, ancor di più quelle di Gambia e Mongolia, dice il rapporto «Doing Business 2012» della Banca Mondiale.



Un'aula di tribunale

Che mette l’Italia agli ultimi posti in Europa e nel mondo: è la numero 158 su 183 Paesi. 


Mentre l’anno giudiziario s’inaugura nelle Corti d’Appello di tutt’Italia con grida d’allarme delle toghe e proteste degli avvocati «imbavagliati», i dati e le stime più recenti disegnano ancora una volta un quadro sconfortante.


Le analisi di Confindustria, Confartigianato, Banca d’Italia e Banca Mondiale parlano del peso schiacciante sulla nostra economia dei 9 milioni di cause arretrate che ci costano, solo per il civile, 96 miliardi in mancata ricchezza. Un peso che intacca nel profondo la fiducia dei cittadini per la giustizia con la «G» maiuscola. Alle aspre polemiche contro la riforma «epocale» annunciata dal governo Berlusconi succede la distensione dei toni della magistratura, ma sono gli avvocati adesso ad insorgere contro le liberalizzazioni del governo Monti. Alla cerimonia di Catania il ministro della Giustizia, Paola Severino, afferma che la sfida che attende l’Italia è quella di «rendere la giustizia efficiente». E, cautamente, i leader politici riaprono il capitolo delle riforme, sondando il terreno per capire quali settori non appaiono minati.


Ma il quadro è sempre quello di un Paese agli ultimi posti nel mondo per la lentezza dei processi che frena la crescita per cittadini, imprese e investimenti esteri, con costi enormi per il Paese. E sul Sud Italia pesa la maggior parte dell’arretrato, più di metà del totale nazionale.


Secondo l’ultima stima di Confindustria, abbattere il 10 per cento dei tempi della giustizia civile porterebbe un incremento dello 0,8 per cento del Pil. Il Centro per la prevenzione e risoluzione dei conflitti (Cprc)ha calcolato che questa percentuale corrisponde in termini economici a un milione di cause civili pendenti. E il «modello Torino» dimostra che l’impresa non è impossibile. Vuol dire che se riuscissimo ad azzerare l’arretrato civile potremmo guadagnare il 4,8 per cento del Prodotto interno lordo: poco meno di 96 miliardi.


Gli imprenditori chiedono un intervento del governo per recuperare competitività: la giustizia-lumaca sottrae loro risorse per 2,2 miliardi di euro, secondo l’Ufficio studi di Confartigianato. Senza calcolare i mancati introiti per la fuga degli investitori esteri, spaventati dai nostri ritmi giudiziari.
Perché in Italia servono 1.210 giorni per tutelare un contratto, contro 394 in Germania, 389 in Gran Bretagna e 331 in Francia? Rispetto alla media di 518 dei Paesi Ocse, si tratta di 692 giorni in più, cioè 1 anno 10 mesi e 27 giorni. All’estero le aziende incassano i danni in 12 mesi, in Italia bisogna aspettare in media oltre 3 anni o accettare accordi al ribasso, mentre nel frattempo si chiedono prestiti per sopravvivere. I fallimenti durano più di 10 anni in media e non funziona affatto meglio la giustizia tributaria.


Una parte della colpa ce l’ha sicuramente la nostra estrema litigiosità: facciamo causa più del doppio rispetto alla media Ue, da 10 a 20 volte in più degli scandinavi. Ecco come si spiega il fatto che continui a crescere il popolo degli avvocati, circa 260mila. In provincia di Milano ci sono tanti legali quanti nell’intera Francia. E le tariffe premiano chi firma più atti, non chi accorcia i tempi o evita i processi scegliendo la conciliazione. Di rinvii in rinvii per i tre gradi di giudizio ogni processo dura un’eternità. E con costi legali molto alti. La quota in termini di assistenza legale e spese processuali, rispetto al valore complessivo della causa, è circa il 30 per cento, contro il 14,4 della Germania e il 9,9 della Norvegia.


La Commissione europea sull’efficienza della giustizia calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante, mentre sono 58 in Francia dove la durata media di un processo civile è la metà. La spesa pubblica complessiva per tribunali e procure supera i 7,5 miliardi di euro ed è la seconda più alta in termini pro-capite in Europa, dopo la Germania. I costi della legge Pinto, per i risarcimenti dovuti ai processi troppo lunghi, aumenta poi il deficit. Come è stato denunciato da più voci all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il trend è in aumento vertiginoso. Nel 2008 il danno per le casse dello Stato è stato di 81,3 milioni di euro, l’anno successivo è salito a 267 e nel 2010 ha superato i 300 milioni.




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Casa scontata al vendoliano: Nel '07 le requisiva ai privati

Libero

Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma, pagò 150 mq a Prati a metà prezzo. Lottava contro la speculazione




Da agitatore di piazza prima, in lotta perenne contro gli speculatori immobiliari, e da mini-sindaco poi, il presidente del X Municipio di Roma Sandro Medici di esperienze in fatto di case ne ha a sufficienza. Ed evidentemente il politico di Sel, vendoliano di ferro e storico volto della sinistra capitolina, quell'esperienza la ha messa a frutto alla perfezione, acquistando nel 2010 un signor appartamento di 150 metri quadri in piazza Cavour, nel prestigiosissimo (e carissimo) quartiere Prati, a metà del prezzo di mercato. E' Matteo Vincenzoni per Il Tempo a riportare la vicenda nei particolari, poi ripresa da Dagospia.

Proteste e notai - Medici vive in affitto dal 2005 in un bel palazzo d'epoca sopra il cinema Adriano. Zona chic, con prezzi al metro quadro che vanno da 7.000 ai 10.000 euro. Eppure nel 2010, due anni dopo la riconferma come presidente del X Municipio, l'ex direttore del quotidiano comunista il manifesto riesce a comprarla ad un prezzo ultra-scontato: 500mila euro, poco più di 3.300 euro. Un colpo di fortuna, forse un grande successo politico per chi nel 2007 requisì, scrive Il Tempo, decine di appartamenti ai privati per evitare lo sfratto di altrettante famiglie opponendosi, testuali parole di Medici, "all'avidità degli speculatori immobiliari che con arroganza vessano fino allo stremo famiglie povere e disagiate". Al suo fianco, allora, c'era un altro nome storico del movimentismo romano, Andrea Tarzan Alzetta. Nel 2010, invece, nell'ufficio del notaio per firmare gli atti di acquisto dell'appartamento di piazza Cavour c'era la signora L. S., compagna di Medici e sua convivente.
28/01/2012





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Quella nave all’isola del Giglio ha risvegliato i miei incubi"

La Stampa

L’unico sopravvissuto Moby Prince: "quando vedo la Concordia in tv cambio canale"




All’epoca della tragedia, vent'anni fa, Alessio Bertrand aveva 24 anni ed era al suo primo imbarco come mozzo sul traghetto Moby Prince


NICCOLÒ ZANCAN
inviato a ercolano (napoli)


Non ha più fatto un bagno in mare, non si è più liberato dagli psicofarmaci. Dopo vent’anni, dieci mesi e diciotto giorni, il mozzo della Moby Prince, Alessio Bertrand, è ancora in fuga dalle fiamme. Da se stesso in mutande, appeso al corrimano di poppa, con i piedi a picco sull’acqua, la maglietta in gola per difendersi dal fumo e il giubbotto di salvataggio strappato a un collega, appena stramazzato sotto i suoi occhi. Il mozzo è ancora lì che piange, soffia nel fischietto e chiama aiuto, mentre tutti gli altri passeggeri stanno morendo di morte lenta. A bordo del traghetto 141 persone, 65 sono membri dell’equipaggio. La maggior parte è chiusa dentro il Salone de luxe, oltre le porte stagne, da dove hanno assistito in diretta all’impatto con la petroliera Agip Abruzzo. «Non capisco perché i soccorsi siano arrivati così tardi - dice ancora adesso Bertrand, con uno sguardo di incredulità -, siamo rimasti alla deriva in mezzo al mare per un tempo infinito. Eppure eravamo attaccati al porto di Livorno. Ci potevamo salvare tutti...». Vi ricorda qualcosa? Non al mozzo Bertrand: «Non riesco a guardare la tragedia della Costa Concordia - dice -, soffro troppo, cambio canale».

Il mozzo della Moby Prince abita sulla strada panoramica di Ercolano. Distributori di benzina presi d’assalto, botteghe in salita verso il Vesuvio. C’è Padre Pio alla parete. Un contorno di mobili finto rococò. La moglie Raffaella è al suo fianco come sempre, e prepara il caffè. Mentre i figli ragazzini, entrambi affetti da autismo, sono in camera a fare i loro discorsi imperscrutabili. La casa è senza riscaldamento. Il mozzo Bertrand è passato di moda. Lontanissimi i giorni in cui i politici locali si affollavano alla sua porta: «Dicevano che non mi avrebbero lasciato solo». Invece lo è stato e lo è ancora, l’unico sopravvissuto. Puoi considerarlo un miracolo o una maledizione. Bertrand oscilla: «Doveva salvarsi il capitano dice a un certo punto -, avrebbe potuto spiegare molte cose che io non so».

La sera del 10 aprile del 1991 era la sua prima attraversata. Aveva 24 anni. Da Livorno a Olbia avrebbe dovuto occuparsi delle pulizie e delle commissioni. E infatti Bertrand aveva appena portato i panini in plancia di comando. Poi era tornato giù al suo posto, a guardare Barcellona-Juventus, in attesa di nuovi ordini. Ma c’era la petroliera sulla rotta. La prua si conficcò nella cisterna numero 7. Il greggio iranian light fuoruscì e incendiò la notte. Fiamme sui ponti, fumo ovunque, bruciava persino l’acqua del mare. Per dare l’idea dell’agonia. Alle 22,03 la Moby Prince molla gli ormeggi. Alle 22,20 qualcuno già si rende conto e urla alla radio: «The passenger ship, the passenger ship!». La nave passeggeri. Ma il mozzo Bertrand arriva in ospedale alle 4 del mattino. «Mi hanno salvato due ormeggiatori che si erano avvicinati al traghetto in fiamme. Avevano paura che esplodesse, io ero appeso e loro urlavano: “Buttati giù! Buttati giù!”. Alla fine mi sono buttato, trenta metri. E tante volte, in questi anni, ho pensato che sarei dovuto andare a ringraziarli. Ma Livorno per me è un supplizio. Ogni volta che mi hanno interrogato sono stato troppo male».

Bertrand sbarca sconvolto. Non sarà mai più lui. Aggredisce un giornalista, anche il medico dell’ospedale. «Ancora oggi, quelle rare volte che ne parlo, alla fine piango a dirotto». Non lo dice per impietosire. Tiene lo sguardo obliquo. Ha un’invalidità riconosciuta dell’ottanta per cento. Le testimonianze confuse dell’inizio avevano fatto sollevare dei dubbi. Ma i magistrati hanno sempre lodato il suo contributo alle indagini. «Ho detto tutto quello che sapevo, oggi non potrei aggiungere nulla di diverso». Bertrand riferisce una frase importantissima. Mentre sta scappando dalle fiamme incrocia il timoniere. «Mi ha detto che c’era nebbia e che avevamo urtato un’altra nave». Questa resterà la storia. Nonostante tantissime supposizioni alternative. Un traffico d’armi in rada. Piccole imbarcazioni presenti sulla scena. Sospetti alimentati anche dall’impossibilità di ottenere i tracciati radar dalla vicina base militare americana di Camp Darby. Eppure, alla fine, la nebbia. Dopo il processo senza colpevoli e la riapertura del caso nel 2006, su richiesta dei figli del comandante della Moby Prince, si torna sempre alla testimonianza di Bertrand. 

Nel 2010 il gip di Livorno ha disposto l’archiviazione con parole che fanno male: «Anche se è doloroso affermarlo - ha scritto -, una causa della tragedia è individuabile in una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza... Occorre tornare al quesito di base: comprendere fino in fondo come sia possibile che personale di bordo ritenuto preparato, al comando di una nave dotata degli impianti di sicurezza, possa avere così gravemente errato. E come sia possibile che una collisione con una nave alla fonda, avvenuta a così poca distanza dal porto di Livorno, abbia potuto avere così tragiche conseguenze».

Certe volte la storia non serve a niente. Il mozzo Bertrand ancora oggi non sa spiegarsi come mai l’abbiano lasciato tanto a lungo a gridare. La sua pratica è stata liquidata nel 1993 con 300 milioni di lire: «173 per la casa, 17 all’avvocato, 13 al perito, 50 regalati a mia madre, il resto nel matrimonio e per la vita». Adesso è al verde. Soffre molto per i suoi figli, che vorrebbe poter curare meglio. Non guida, non va neppure in spiaggia, non ha più preso neanche un treno. Ogni tanto gioca a calcio da terzino e fa una partita a scopa. Il resto del tempo, il mozzo Bertrand lo passa ancora attaccato al corrimano di poppa. Che qualcuno lo aiuti a scendere, una volta per tutte, da quella maledetta nave.



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Ero una tuta arancione in gabbia Non ho mai tradito il mio credo"

La Stampa

Il tunisino Ben Mabrouk racconta i suoi 8 anni nel super carcere: "la fede mi ha impedito di impazzire"

 

DOMENICO QUIRICO
inviato a tunisi



Adel Ben Mabrouk è un uomo che ha fatto il jihad in Afghanistan, che ha discusso, sognato e combattuto con Bin Laden, che era a Tora Bora, nel cuore di una pagina grondante la Furia del mondo. E che è stato otto anni a Guantanamo.

Non ha abiurato, non si è pentito, non è un uomo diverso. Oggi Adel Ben Mabrouk vive a Tunisi nel quartiere di el Zaharouni, dove il 90 per cento dei giovani come lui è disoccupato o ha «lavorato» nello spaccio. E questa è stata in Italia un’altra delle sue vite, prima di scoprire il jihad. Impugna la fede: per combattere, ancora, dietro la sua stemmata potenza, ma anche per celarvi le sue innumerevoli ombre.

Il primo giorno
«Forse non ci credi ma che giorno fosse, domenica lunedì, non lo ricordo... Il primo giorno! L’anno, quello lo ricordo, certo: fine 2001. Le sedici ore di volo da Kandahar, quelle le ricordo, eccome. Anche se non sentivo non vedevo non potevo parlare gridare minacciare chiedere aiuto. Perché mi avevano messo cuffie alle orecchie, davanti agli occhi una maschera di quelle che usano i fonditori e alla bocca una museruola come ai cani.

Ero, eravamo, perché sentivo che l’aereo era pieno, con manette e catene, le braccia e le gambe legate insieme sicché era impossibile muoversi e a ogni spostamento provvedevano due soldati, sollevandoci come sacchi. Da mangiare ci diedero una mela e un panino di farina di arachidi. Quando l’aereo è arrivato a Guantanamo e ci hanno portato al campo, ci hanno tolto i vestiti che ci avevano dato a Kandahar, dove faceva freddo.

Tolti... Li hanno tagliati con le forbici! e poi nudo alla doccia, in uno spazio grande e l’acqua era tiepida, calda. Sai, a Guantanamo il clima è splendido, meglio che qui in Tunisia, sempre 23˚, 24˚ da farci una vacanza... Poi dentro una tenda, attento, non alzare la testa, cammina guardando in basso e lì c’era la visita medica, la matricola e ti davano la tuta arancione. Quella che ho portato fino al 2004 quando sono passato in un’altra zona del campo e il colore è diventato tinta piombo. Erano le due del pomeriggio quando sono entrato a Guantanamo e quella prima parte del campo la chiamano «il posto per l’addestramento dei cavalli».

La mia casa per otto anni l’ho scoperta quando ormai era il tramonto, la gabbia, come per i polli, un quadrato di due metri e mezzo e quando entravi e uscivi ogni volta per otto anni la stessa cerimonia. In ginocchio, una guardia ti toglieva una catena e ti metteva una braccio dietro la testa che un’altra guardia ti teneva, e poi la stessa procedura per l’altra e dopo i piedi e poi eri «libero»... Lì ho scoperto la mia roba: un materassino, due lenzuola e due coperte, il bugliolo per i bisogni che la guardia portava via una volta al giorno, sapone dentifricio, una borraccia. Nelle due gabbie vicino a me ho scoperto i miei compagni, i miei fratelli.

Erano sessanta le gabbie, in quel braccio, ma potevo vedere solo quella di fronte e quella di lato. Dopo un giorno di silenzio avevo bisogno di parlare, un bisogno atroce, fisico. Sapevo che quei due uomini con la stessa tuta arancione erano miei fratelli, compagni di fede, di lotta e di viaggio. E invece: due sconosciuti, non li avevo mai visti. A Kandahar ci avevano rasato i capelli, tagliato la barba e quei fratelli, uno yemenita e l’altro saudita, non li avevo riconosciuti».

Il Corano
«È stata la prima volta che ho parlato con una guardia: subito appena entrato nella gabbia, e ho chiesto un Corano. Ne avevo bisogno, non riuscivo a pensare ad altro, dov’ero che cosa mi sarebbe successo, volevo un Corano, la mia vita dipendeva da quello, in fondo era la causa per cui ero lì. È la sola cosa che toglie la sofferenza e ti dà la voglia di vivere, ti offre la pietosa sopportazione. E l’interprete mi ha assicurato che il giorno dopo l’avrebbero portato. Ho pregato subito con i miei due fratelli prima di dormire e ho pregato il mattino all’ora del rito del mattino. Non ero come il mio compagno tunisino Rafik el Hani, guardia del corpo di Bin Laden, o i 14 accusati di aver partecipato all’11 settembre, nella zona più dura, nel buio totale. I riflettori del campo illuminavano le gabbie 24 ore su 24. Il mattino mi hanno portato il primo dei tre pasti, il breakfast: latte, un uovo, due sottilette di formaggio, una arancia e ho pensato, guarda questi americani che mettono insieme uova e arance...».

L’interrogatorio
«Il primo, il primo di duecento, nemmeno 24 ore dopo che ero arrivato. La stanza è di legno a 500 metri dalla mia gabbia, un soldato alla porta, l’interprete e l’interrogatore. Non mi hanno, in otto anni, mai picchiato, mai fatto violenze fisiche. L’ho capito subito il loro metodo, è diverso, non si stancano mai, non mollano, ti girano attorno, hanno il respiro lungo. Le notizie che avevano su di me, il mio dossier, era chiaro, lo avevano riempito dopo la cattura i Servizi tunisini del dittatore Ben Ali. La regola era chiara: se ci aiuti se ci dai informazioni il regime qui dentro può diventare meno duro.

Se ho parlato? Ho raccontato solo le cose che servivano per difendermi, diciamo così. Per grazia di Dio ho tanti peccati, ma non ho commesso quello più grave. Se avessi collaborato sarei stato, in quel momento stesso, fuori dell’Islam, una parola, una sola, e non sono più musulmano, sono una spia, un traditore. Non tutti hannoresistito. È sentirti uno, fratello, che gli altri sono con te, che ti rende forti a Guantanamo, quello che gli americani non hanno capito. Sono stato in galera anche in Italia e anche lì, certo, in cella ci si aiutava se stavi male.

«Ma a Guantanamo è diverso, quando uscivi dalla gabbia per gli interrogatori intonavano una canzone di gioia e di incitamento e quando tornavi e capivano che non avevi mollato, che eri ancora un fratello, un altro canto, che dice benvenuto, benvenuto in Dio. La fede impediva di diventare tutti pazzi o bruti. Nel Corano raccontano che Giuseppe ha passato sette anni come me e tutti i profeti hanno sofferto. Dio ti spiega come difenderti. E poi c’è l’attività fisica. Mi ero fatto una corda con il lenzuolo annodato e saltavo, saltavo, saltavo, sudavo. E dopo ti sentivi bene, vivo, pronto alla pazienza».

Gli americani
«So distinguere, non sono tutti eguali, non sono tutti quelli dell’epoca di Bush. Ma prima di mandarli a lavorare a Guantanamo tutti, anche i medici, gli infermieri, li portavano a vedere la voragine dove prima c’erano le due torri e gli dicevano: ecco, avrete a che fare con la gente che ha combinato questo. Sì, qualcuno era più carogna, lo capivi, ma dovevano agire sempre con il regolamento, non potevano agire come sentivano. Il gesto che non dimenticherò? Quello non è accaduto a Guantanamo, ma sulla pista di Kandahar: incolonnati legati in attesa di salire sull’aereo, ho sentito, sentito perché ero bendato, un soldato americano che mi toccava su un braccio, due colpi ma piano, mi verrebbe da dire dolcemente, come si fa per rassicurare».

L’avvocato
«È stato dopo sei anni, sei anni, che ho incontrato l’avvocato, un americano, il primo essere umano che non fossero gli altri prigionieri o le guardie. Erano già iniziati i rilasci, aveva assistito altri fratelli. Lo ricordo il giorno che mi ha portato un dvd e quando l’ho aperto. Il messaggio di mia madre e di mia sorella, registrato in Tunisia. Quando la prima immagine, le prime parole sono partite ho detto: ferma tutto, stop, non ce la faccio.

In due anni l’ho incontrato cinque volte. Contro di noi non c’era una causa, un capo di accusa niente. Che ci serviva in fondo un avvocato? Che sarei uscito l’ho saputo leggendo un giornale egiziano, vecchio perché ci davano copie vecchie. C’era scritto che Obama era venuto in Italia, aveva incontrato Berlusconi, che aveva accettato di prendere tre di noi, e che c’era un giudice che aveva una causa aperta contro di me. La cosa più tremenda era che sapevo che sarei uscito di lì ma non sapevo quando: tra un giorno un mese un anno. Ho capito quando sono venute le guardie e mi hanno portato dei jeans e dei vestiti.

L’avvocato mi aveva avvertito, guarda che c’è il rischio che ti consegnino alla Tunisia e allora c’era ancora Ben Ali, che per la gente come me, gli islamici, i terroristi, non sprecava certo denaro in prigione, li ammazzava e via, sparivi. Non importa, dovevo uscire. E poi quando è successo ho scoperto che era dura, non potevo gioire perché essere libero voleva dire lasciare i fratelli, la mia vita. E cinque tunisini ancora sono là dentro».


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