sabato 28 gennaio 2012

Il vero dramma dei tedeschi: essere invidiosi degli italiani


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Sono ostaggio di convenzioni e conformismo, da noi c’è più libertà


Io sto con Goethe. «Kennst du das Land wo die Zitronen blühn?». «Conosci tu il Paese dove fioriscono i limoni?/ Nel verde fogliame splendono arance d’oro/ un vento lieve spira dal cielo azzurro/ tranquillo è il mirto, sereno l’alloro/ lo conosci tu bene? Laggiù, laggiù vorrei con te, o mio amato, andare».



Sono i versi del tempo del Viaggio in Italia e illuminano il perché di un’attrazione più di un libro di storia, un trattato di psicologia, un tomo di psicanalisi. Siamo sopravvissuti all’alleanza con Hitler, figuriamoci se non sopravviveremo al miserabile articolo dello Spiegel.

Il termine Germania viene da Tacito, e nel Medio Evo imperatori come Ottone il Grande e Federico II, lo «Stupor Mundis», passarono più tempo al di qua delle Alpi che in casa propria. Quanto al Barbarossa, «discese» in Italia per sei volte, prima di farsene una ragione e starsene tranquillo.

Le partite di calcio ideologiche fra nazioni ci fanno vomitare. Ciascuna ha le sue miserie e le sue grandezze, l’ignobile e il sublime. Tirarsele addosso è roba da carrettieri dello spirito. Diceva Nietzsche a proposito della «profondità» tedesca: «È spesso soltanto una pesante, tardiva “digestione”. E come tutti i malati cronici, come tutti i dispeptici hanno la tendenza alla comodità, così il tedesco ama la “franchezza” e la “dirittura”. Come è comodo essere franchi e probi».

Se devo essere sincero, a me delle brume profonde del nord, del sangue e del suolo, dell’Ordnung muss sein non è mai fregato niente, e fra nord e sud scelgo il sud, il mare e il sole, le pelli abbronzate e se la vogliamo dire tutta, visto che lo Spiegel parla di razze, i veri ariani, gli indoeuropei col botto, sono i curdi, mica i tedeschi. In Germania, più o meno travestiti da turchi, ce n’hanno a bizzeffe e quindi farebbero meglio a «interagire» con loro se proprio vogliono tornare alle radici.

Perché i tedeschi, nonostante lo Spiegel, siano attratti dall’Italia, e non viceversa (noi li rispettiamo, ci andiamo magari a lavorare, ma è un’altra cosa) è presto detto. Non c’è la convenzione, l’armonia artificiale fatta passare per naturale, il si fa così perché tutti fanno cosi. Respirano, insomma, tornano a pensare con la testa più libera. Noi italiani ne diciamo talmente tante su noi stessi, che non c’è critico in grado di starci alla pari. È il nostro sport nazionale, frutto del fatto che sappiamo da dove veniamo.

Siamo antichi, più che vecchi, troppo antichi. C’è quella frase del principe di Salina nel Gattopardo che è una metafora dell’Italia, non della Sicilia: «Vengono per insegnarci le buone creanze, ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi». La nostra vanità, frutto della nostra storia, è più forte delle nostre miserie.

Diceva il grande poeta tedesco Heinrich Heine: «Anche quando fanno discorsi sulla libertà, i tedeschi in segreto amano essere in catene». Nello stesso secolo, sullo stesso territorio e per un lungo periodo nello stesso arco di tempo, sono riusciti a essere contemporaneamente nazisti, comunisti e democratici. La chiamano Sonderweg, peculiarità tedesca, ovvero una storia identitaria che nel susseguirsi di tracolli, riordinamenti e crolli sistemici non le ha mai permesso un’autentica auto-percezione nazionale. C’è un’eccezionalità in tutto questo, ma il problema è che noi sappiamo chi siamo, mentre i tedeschi debbono essere continuamente rassicurati su chi siano veramente.

Prendiamo Hitler, il Bunker, la cancelleria. Una tragedia wagneriana, non c’è dubbio, la discesa agli inferi accompagnata dal canto delle Walkirie. Volete paragonarla al 25 luglio, Mussolini sull’autoambulanza, l’Otto settembre e il Processo di Verona, Dongo? Eppure, qui non ci sarà Wagner, grandissimo certo, ma c’è Shakespeare, c’è re Lear che ha perso il trono, un padre che deve far fucilare il marito della figlia e sa che per quel sangue lei lo maledirà, c’è un’amante che gli muore al fianco, c’è l’ubriacatura dei vincitori che appendono per i calcagni i vinti.

C’è la vita, mentre di là c’è il cartone dell’opera. Solo noi italiani, per quel difetto congenito di sputarsi addosso, ne abbiamo fatto una tragica farsa. La vera tragedia è qui, lì c’è la messa in scena, la rappresentazione.

Le critiche altrui sono sempre ben accette, in Italia, poi. E però viene in mente la risposta di quell’aristocratico romano a un diplomatico statunitense che lo infastidiva sulla poca moralità e la rilassatezza dei costumi al tempo della cosiddetta dolce vita. «Occorre più disciplina, più rigore, più senso dello Stato» gli diceva quello. «Ma veda, caro» lo interruppe il principe: «Quando voi eravate ancora a dipingervi sugli alberi, noi eravamo già froci».



Skettinen e la strage di afghani ignorata in Germania



Il massacro di civili ordinato dal colonnello Klein costò il posto al ministro della Difesa: una pagina vergognosa nella guerra che il settimanale ha rimosso

 

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Pusillanime, bugiardo e pernicioso. Un perfetto Schettino. E per di più d’ottima razza germanica. Prima di sparar a zero sulla vil razza italica quelli di Der Spiegel farebbero meglio a far un salto in archivio e ripassarsi le gesta afgane del teutonico colonnello Georg Klein.




Grazie a quella composta pausa di riflessione rammenterebbero d’avere in casa un tipino umano capace di far impallidire le gesta del nostro «Capitan paura». Un Pinocchio in divisa terrorizzato dall’idea d’affrontare il nemico. Un comandante pavido e codardo pronto, pur di non combattere, ad autorizzare un bombardamento costato la vita a oltre cento civili afgani. Quello spensierato massacro costringerà alle dimissioni il ministro della Difesa tedesco Franz Josef Jung e verrà ricordato come una delle pagine più nere della missione Nato in Afghanistan.

Tutto inizia la notte del 4 settembre 2009. Verso le dieci Oberst Georg Klein, il colonnello comandante della base tedesca di Kunduz nel Nord dell’Afghanistan, apprende dell’attacco talebano a un convoglio della Nato a 7 chilometri di distanza. I suoi soldati non si fanno molto onore. Sparacchiano qualche colpo, ma non riescono a impedire che i talebani sgozzino due autisti e se ne vadano con due autocisterne piene di carburante. Klein potrebbe ordinare una missione di soccorso. Ma preferisce starsene al caldo affidandosi alle informazioni raccolte da un informatore afgano e alle immagini trasmesse dalle telecamere di un aereo senza pilota.

Il problema si pone qualche ora dopo quando le due autocisterne restano impantanate in mezzo a un fiume e la gente di un villaggio vicino accorre con cisterne e taniche per far razzia di benzina. Sarebbe l’occasione buona per intervenire, recuperare le due cisterne e catturare i talebani, ma Klein preferisce non rischiare e chiedere un raid aereo. L’intervento non è però automatico. Per ottenerlo, Klein deve garantire che sarà indispensabile per salvare la vita dei propri soldati e non mettera a rischio quelle di eventuali civili afghani. Il colonnello sa bene che là fuori non c’è neppure l’ombra di un marmittone tedesco. Le telecamere termiche e a infrarossi del drone gli permettono, inoltre, di distinguere gli oltre 500 umani assiepati intorno alle autocisterne. Per di più nello schermo gli arrivano le immagini trasmesse da un F15 americano in volo sopra il fiume. In cuffia sente, invece, la voce del pilota che gli chiede se è sicuro del via libera.

Il problema, in quei momenti concitati è la coscienza sporca di Oberst Klein. Il colonnello sa di essersi fatto portare via un convoglio senza reagire. Ora vuole riscattare il proprio orgoglio teutonico, dimostrare di saper impartire ordini con fredda decisione, provare di essere, come scriverebbe Der Spiegel, un ufficiale di «razza tedesca». Così per decidere si affida agli occhi dell’unico informatore afghano presente sulla scena dell’azione. Che ben felice di accontentarlo gli regala la risposta attesa. «Certamente tutti talebani signor colonnello».

Soddisfatto di quella conferma mai verificata Oberst Klein pronuncia l’ordine fatale. Alle due e mezzo un grappolo di bombe teleguidate GBU 38 da 250 chili esplode in mezzo alla folla. Quando sette ore dopo il comando Nato di Kabul pretende un rapporto dettagliato Oberst Klein e i suoi superiori di «razza tedesca» trasmettono resoconti approssimativi che mandano su tutte le furie il generale americano Stanley McChrystal.

A pubblicare in Germania il resoconto di quelle comunicazioni stracolme d’omissioni ci pensa lo stesso Der Spiegel. L’aspetto più sconcertante di quel rapporto riservato sono le menzogne. Prima quelle pronunciate dal colonnello Klein per giustificare l’inutile e perniciosa richiesta d’intervento aereo. Poi quelle del generale Jorg Vollmer, comandante all’epoca di tutte le truppe tedesche in Germania. Ma in Germania nessuno si scandalizza.

L’opinione pubblica non grida al disonore come noi italiani. Accetta di buon grado che i militari insabbino la faccenda in cambio delle dimissioni del ministro Franz Josef Jung.
Per lavare le coscienze di tutti e dimenticare la calda notte di Oberst Klein basteranno i 5000 dollari versati dal governo tedesco a ciascuna delle 102 famiglie dei civili afghani fatti a pezzi nel bombardamento. Un lavaggio così efficace da cancellare persino la memoria dello Schettino dell’epoca. Uno Schettino che, a differenza di quello di vil razza italica, non ha neppure pagato di persona. Perché la razza tedesca e i suoi giornali non sono come noi italiani. Loro le regole le conoscono bene. Loro i panni sporchi li lavano solo a casa propria.


Il fango gratuito su un popolo di eroi


La nostra fama è immeritata: a Berlino non sono mai bastati neppure i 600mila morti della Grande guerra 


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Gli italiani - a cominciare da migliaia di nostri lettori - hanno reagito con indignazione alle offese di Der Spiegel per la loro volgarità e in nome d’un principio che dovrebbe campeggiare nel galateo internazionale.




Il principio secondo cui le generalizzazioni che attribuiscono a un popolo nel suo complesso caratteristiche negative o positive, dimenticando che quel popolo è fatto d’individui pensanti, sono grossolane e villane quando non vili.

La storia, lo so, diventa molto spesso, nelle polemiche occasionali, il regno dei luoghi comuni: tutto schematizzato, tutto in bianco e nero. Si potrebbe e dovrebbe chiedere che pubblicazioni di grande diffusione e d’una qualche ambizione culturale si sottraessero alle banalità da bar. Invece accade che quelle banalità le alimentino, c’inzuppano il pane.

Rinuncio a dimostrare che gli italiani non sono codardi perché non ce n’è bisogno. Quotidianamente assistiamo a gesti di coraggio e d’altruismo in tutta la penisola, così come quotidianamente apprendiamo di gesti disonorevoli in altri Paesi. Schettino ci fa vergognare con il suo comportamento, di tanti altri comportamenti siamo orgogliosi. Ci infuria il pressapochismo meschino di certe accuse: alle quali è giusto rispondere con forza.

Tuttavia sarebbe sbagliato ignorare il persistere sottile, attraverso i secoli, d’un pregiudizio sprezzante nei confronti delle nostre qualità militari. È un paradosso, ma gli eredi della più possente struttura militare dell’antichità, quella romana, hanno visto le loro glorie appannarsi, «O patria mia, vedo le mura e gli archi» etc. etc. L’Italia frammentata, l’Italia come espressione geografica, «la terra dei morti». Per riscattarci da quella nomea non sono bastati nemmeno i seicentomila morti della Grande Guerra.

Poi il fascismo ha preteso di creare un’Italia possente e bellicosa, dissoltasi nel terribile crogiuolo della Seconda guerra mondiale. Se solo pensiamo ai monumenti che in ogni città e villaggio della Penisola celebrano i caduti, e all’interminabile elenco di nomi, subito capiamo quanto l’affronto dello Spiegel sia miserabile.

Non abbiamo motivo d’invidiare le durezze teutoniche. Ma questa polemica inquietante ci offre l’occasione per riflettere sulle nostre vere o presunte manchevolezze. Agli italiani non manca per niente il coraggio. Semmai si può lamentare che abbiano - che abbiamo - un tasso non elevato di senso civico, la non consapevolezza di appartenere a una collettività, di dover agire in favore di interessi di molti, anche a scapito del proprio particulare. Si è buoni soldati anche perché ci si mette in fila alla fermata dell’autobus.

Non nego che vi sia nel carattere italiano una componente ìndividualista che emerge - nel bene e nel male - in caso d’emergenza. Ma, ripensando al passato, gli addebiti da muovere ai soldati sono poca e veniale cosa in confronto agli addebiti da muovere ai capi. Non ci sono soldati codardi, ci sono comandanti incapaci. Il «tutti a casa» dopo l’8 settembre 1943 non fu frutto di codardia della truppa, fu frutto di codardia o inefficienza di chi quella truppa avrebbe dovuto guidarla, e preferì squagliarsela. Non faccio concessioni a una retorica che sbandiera simboli e concetti nobili per occultare verità ignobili. Verità di quest’ultimo tipo ne hanno avute tutti gli eserciti, vincitori e vinti. Forse non è del tutto onorevole arrendersi, di sicuro è disonorevole infierire sui chi si è arreso.





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Vuoi sapere cos'è la società classista? Cerca di andare in bagno a Davos

Corriere della sera

Una sola toilette per migliaia di persone. Poi ci sono gli eletti: grandi spazi e hostess che fanno la guardia

Dal nostro inviato FEDERICO FUBINI




DAVOS (Svizzera) - Il partecipante medio del World Economic Forum a Davos vive una condizione esistenziale per lui, o lei, nuova: non ha libero accesso a un bagno. Il solo nel quale può recarsi è spesso occupato, piccolo e di un livello di igiene quantomeno equivoco. È una questione di gerarchia, che si declina a partire dal numero di mattonelle della toilette in cui ciascuno è autorizzato a introdursi. Per il Davos Man, l’homo davosiano medio il cui reddito si misura spesso in milioni, la cui casa ha di solito ha un bagno per ogni stanza, il cui ufficio è monumentale, è un’esperienza in più su cui riflettere. Il Centro Congressi del World Economic Forum ospita infatti migliaia di delegati, ma per la gran parte di loro un’unica ritirata è palesemente accessibile. Le altre non lo sono, come fossero una materia prima rara e per questo tanto più preziosa.

RIFLESSIONE - È qui che il Davos Man, accuratamente senza parlarne ad altri, trova per sé materia di riflessione. Il grande Centro Congressi dispone infatti di altri w.c., ma essi non sono aperti all’uomo medio di Davos. L’elaborata piramide umana che domina l’evento stende la sua ombra anche su questo aspetto fondamentale della vita in società. A Davos ci sono i servizi per lo staff, minuscoli, quelli per il delegato medio, e infine i bei bagni riservati ai soli portatori di ranghi più elevati. Chi ha un normale badge bianco, al pari dell’umanità un po’ inferiore in badge arancione (quella che non entra gran parte dei dibattiti), si accontenta dell’angusto gabinetto per tutti.

UMORISMO CASUALE - Poi però al piano superiore del Centro Congressi c’è un luogo guardato con cura da una hostess, dominato da una grande scritta argentata: Strategic Partners. È l’area riservata alle aziende che pagano una somma sostanziosa al World Economic Forum, di solito mezzo milione di dollari l’anno. Sono un centinaio di nomi celebri come Goldman Sachs, Bank of America, Bill and Melinda Gates Foundation, Google, Saudi Basic Industries. Chi appartiene a questi marchi, ha libero accesso per i propri momenti di relax a un luogo grande, pulito e nella gran parte del tempo disabitato. Forse è solo una metafora di come l’umanità tenda sempre a organizzarsi in strutture gerarchiche in tutte le sue attività principali. Di certo conforterà il frequentatore medio dell’altro più misero bagno la scritta sulla porta per arrivarci: Follow the path to higher learning, segui il cammino verso un apprendimento più elevato. L’umorismo, trattandosi di Davos, va considerato senz’altro puramente casuale.



28 gennaio 2012 | 19:12




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Monti al Tg1: «Sono fiducioso sul negoziato in materia di lavoro»

Corriere della sera

Il presidente del Consiglio: «Per creare occupazione occorre che produrre in Italia diventi una cosa più competitiva»


«Servono più efficienza ed equità nelle tutele» MILANO - «Sono fiducioso sul negoziato» in materia di lavoro. Lo afferma il Presidente del Consiglio, Mario Monti, in una intervista al Tg1.


COSA OCCORRE - Monti, sul negoziato in materia di lavoro, afferma: «Ci sono diverse esigenze che dobbiamo rendere compatibili, ma io credo che sia possibile: 1) per creare occupazione in Italia, occorre che produrre in Italia diventi una cosa più competitiva; 2) occorre che la protezione delle persone nel mercato del lavoro non diminuisca ma diventi più equilibrata e con una protezione meno concentrata sul singolo posto di lavoro e più concentrata sul singolo lavoratore, quindi con una esigenza di mobilità nel tempo. Quindi c'è un obiettivo di efficienza ed un obiettivo di maggiore equità sociale».

IN SALITA - Il negoziato parte in salita? «I negoziati soprattutto su questa materia - risponde Monti al Tg1 - è difficile che partano in discesa, perchè altrimenti non dovrebbero avere luogo, ma io sono certamente fiducioso».

(fonte: Agi)
28 gennaio 2012 | 17:58

Bosnia, arrestato criminale di guerra evaso 5 anni fa

Corriere della sera

di Riccardo Noury


L’hanno riacchiappato lì dove probabilmente era sempre stato, dalle parti di Foča, una delle città martiri della guerra della Bosnia ed Erzegovina. A Foča aveva ammazzato e stuprato, a Foča era stato imprigionato e lì si nascondeva.






Radovan Stanković era evaso quasi cinque anni fa, mentre stava scontando una condanna a 20 anni di carcere per crimini contro l’umanità, tra cui stupro, riduzione in schiavitù e tortura. Il Tribunale penale per l’ex Jugoslavia, che aveva inizialmente incriminato Stanković per poi trasferire il caso alla giustizia bosniaca, si è congratulato con le autorità di Sarajevo per la cattura  (nella foto sopra donne musulmane in fuga da Srebrenica nel ’95).








Il curriculum criminale di Stanković (nella foto a sinistra) fa rabbrividire: membro del battaglione Miljevna dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia che, tra l’agosto e l’ottobre 1992, cinse d’assedio Foča, mise in piedi il centro di detenzione chiamato “Karamanova kuća” (la casa di Karaman), chiamato dai soldati serbo-bosniaci semplicemente “il bordello”.


Per quasi cinque anni, durante la latitanza di Stanković, le numerose sopravvissute allo stupro hanno vissuto nella paura; la fuga del criminale ha contribuito a riacuire il loro trauma e a scoraggiarle dal presentarsi a testimoniare.


Sono trascorsi oltre 16 anni dalla fine della guerra dei Balcani e molti responsabili di crimini di diritto internazionale sono ancora al riparo dalla giustizia: alcuni vivono fianco a fianco con le loro vittime.


Le sopravvissute continuano ad avere problemi fisici e psicologici. Il sostegno è carente, fornito essenzialmente da organizzazioni non governative. L’accesso alle cure mediche è limitato, specialmente per le donne che vivono nelle aree più isolate del paese. Molte sono disoccupate, vivono in povertà e non possono neanche comprare le medicine.


Sul piano della giustizia, l’attuazione della Strategia nazionale sui processi dei crimini di guerra è in ritardo. Non vi sono dati certi sul numero delle donne stuprate durante la guerra del 1992-1995: si va da un minimo di 25.000 al doppio. In ogni caso, quello che è certo è che meno di 50 casi di stupro e altri reati di violenza sessuale sono stati portati a termine in tutto il paese. Le autorità bosniache hanno una grande responsabilità anche per il clima di paura e di sfiducia nella giustizia che spinge le vittime dello stupro etnico di guerra, ma non di rado anche le donne violentate nel difficile presente del paese, a non denunciare i loro aguzzini.


Manca ancora, in Bosnia Erzegovina, una struttura detentiva in grado di ospitare in modo sicuro persone condannate per reati gravi, compresi i crimini di guerra. Infatti, Stanković è stato riportato nello stesso carcere di Foča, dal quale era evaso nel 2007 con l’aiuto dei secondini…




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Stati Uniti, 82 milioni per la nuova super bomba

Corriere della sera

Il Pentagono chiede fondi per un ordigno anti bunker sotterranei



Una GBU-28 «Una GBU-28 «

WASHINGTON - Il Pentagono chiede aiuto all’industria militare. Ha bisogno di una bomba più potente in grado di perforare rifugi sotterranei ben protetti. Per gli specialisti dell’Us Air Force la nuova «bunker buster» - così si chiama in gergo - non sarebbe sufficiente in un raid sui bunker iraniani. Una rivelazione degli ufficiali preceduta da un’ammissione dello stesso segretario alla Difesa Leon Panetta.

PRIMO LOTTO - In settembre l’aviazione ha ricevuto un primo lotto di 20 bombe destinate al B2 Stealth. Ma, analizzando i rifugi realizzati in Iran e dopo alcuni test, gli ufficiali sono arrivati alla conclusione che l’ordigno potrebbe non bastare. E il Pentagono dopo aver già speso 330 milioni di dollari ha chiesto un ulteriore finanziamento di 82 milioni per rendere la bunker buster più potente.

BLOCCO DEGLI ACCESSI - Nel frattempo si studiano alternative. In caso di attacco, i B2 potrebbero lanciare la superbomba insieme ad altri ordigni più piccoli contro gli ingressi dei tunnel. In questo modo l’impianto non verrebbe distrutto ma sarebbe impossibile accedervi. È interessante notare come anche da Israele siano trapelati dubbi sull’effettivo successo di un raid. Gerusalemme ha ricevuto dagli Usa le bunker buster, ma non quelle di ultima generazione.
 

LA MONTAGNA - La preoccupazione del Pentagono è cresciuta dopo gli ultimi dati forniti dall’intelligence sull’impianto iraniano di Fordow, realizzato all’interno di una montagna. Un «muro» che - affermano da Washington - rischia di essere invalicabile. Teheran ha sviluppato le difese in base alle proprie esperienze e con l’assistenza fondamentale degli ingegneri della Corea del Nord. Il paese asiatico è da sempre all’avanguardia nella costruzione di tunnel, rifugi e basi sotterranee. Network in grado di ospitare grandi strutture ma anche reticoli di piccole gallerie difficili da individuare. Un riflesso di ciò lo si è visto in scala ridotta nel Libano sud, il regno del movimento filo-iraniano Hezbollah. I guerriglieri, seguendo le istruzioni dei pasdaran, hanno creato centinaia di bunker diventati un problema serio per gli israeliani.

I TAGLI - La richiesta dell'Us Air Force, pur se sostenuta con argomentazioni tecniche, puo' essere interpretata dai critici come un tentativo di ottenere altri fondi in un periodo di tagli al budget. Una scure che ha sacrificato diversi progetti. Senza contare i rilievi di chi è contrario ad una possibile opzione militare contro l'Iran.


Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it


28 gennaio 2012 | 16:34




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Cerca su Google per 40mila volte nome della vittima: stalker condannato

Corriere della sera

Ha ridotto a un incubo la vita di una sua ex compagna di classe




Lo stalker e la sua vittimaLo stalker e la sua vittima

MILANO - L’ossessione di Elliott Fogel per Claire Waxman era iniziata quando entrambi frequentavano il college di St. Albans, ma per dieci anni l’ex produttore di Sky Sports News era riuscito a dominarla, sparendo praticamente dalla vita della ragazza, fino a che un invito a cena da lei rifiutato nel 2003 non aveva dato inizio all’incubo, durato nove anni e conclusosi venerdì con la condanna del 37enne a due anni di soggiorno nelle galere inglese «per il bene della comunità».

COMPORTAMENTO OSSESSIVO - Nel motivare la sentenza, il giudice Ian Darling della Inner London Crown Court ha infatti definito il comportamento di Fogel «sinistro e molto preoccupante», frutto «di un’ossessione compulsiva e duratura, che ha letteralmente rovinato la vita della sua vittima, mentalmente terrorizzata per anni». Durante il processo la Waxman, una terapeuta 36enne, sposata e con due figli, aveva infatti raccontato che la drammatica situazione che si era venuta a creare con Fogel dal 2003 non solo l’aveva costretta a cambiare casa per ben cinque volte, ma le aveva anche causato un aborto e l’aveva fatta ammalare di un disturbo alimentare. Non a caso nella sua arringa la pubblica accusa aveva descritto l’uomo come «uno stalker che non smetterà mai di fare stalking», visto che nel febbraio dell’anno scorso l’ex dirigente aveva infranto per la terza volta l’ordinanza restrittiva emessa contro di lui nel 2006 (aveva già scontato sedici settimane di carcere dopo la seconda violazione).

NESSUNA EMOZIONE - Nel corso delle indagini è poi emerso che Fogel (che a detta del Daily Mail non ha mostrato alcuna emozione alla lettura della condanna) aveva cercato il nome della Waxman su Google per ben 40 mila volte in un anno; fatto una mappa su Google Earth della zona in cui viveva la donna; messo le foto del suo matrimonio come screensaver; fatto irruzione nella sua auto; pagato per avere informazioni sul passato del marito della vittima; posato come padre del figlio di lei all’asilo e fatto centinaia di telefonate a Claire a tarda notte, mentre il 16 gennaio scorso, giorno del sesto anniversario del primo ordine restrittivo, le avrebbe spedito una cartolina dal tono intimidatorio. In realtà il messaggio era anonimo (da qui il condizionale d’obbligo), ma secondo la Waxman il tenore del testo e la tempistica dell’invio non avrebbero lasciato dubbi sul fatto che proprio Fogel ne fosse il mittente.



Simona Marchetti
28 gennaio 2012 | 14:44




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Fascino della Polaroid Mito senza tempo

Il Giorno


In mostra al Museo della scienza di Milano fino al 26 febbraio





Milano, 28 gennaio 2012



Dodici come gli apostoli. E tutti irriducibili, persino più di loro, neppure un Pietro sfiorato dalla paura. Nel giugno 2008 la fabbrica europea della Polaroid, alla periferia dI Enschelde, città industriale nell’Est dei Paesi Bassi, 1.200 operai a pieno regime, chiuse le catene: fallimento. Ma dodici dipendenti, tutti veterani, fra i 23 e i 34 anni di fedeltà aziendale, decisero di non arrendersi, di provare a rilanciare la produzione della pellicola per le fotografie istantanee della famosa macchinetta. Missione impossibile, quasi: infatti la nuova società prese il nome di «Impossible».

Tutta colpa del progresso, questa volta sotto la veste del «digitale», concorrente temibile e terribile sul bruto versante dei costi. Un progresso che ha colpito al cuore il prodotto di successo lanciato oltre settant’anni prima da Edwind Land, geniale inventore e imprenditore, secondo solo a Edison per numero di brevetti depositati. Ma che per molti amanti del clic rimane un mito. «Certo, la Polaroid è la sola vera foto immediata», rivendica con entusiasmo Mirko Albini, professionista dell’obiettivo che l’ha scoperta alla tenerissima età di tre anni: «Scattavo a caso con la vecchia macchina fotografica a soffietto di mio nonno». Che ha usato la Polaroid in quasi tutti i formati nel suo lavoro anche parigino. E che alla Polaroid ha dedicato una seducente mostra, «Polaroid: easy art?»: 130 stampe di 89 artisti e fotografi di varia estrazione, provenienti da dodici Paesi. Mostra itinerante, ora ospite sino al 26 febbraio del Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia.

Artisti che, naturalmente, non si limitano a inquadrare, scattare, attendere. Come fanno, meglio, facevano, i comuni mortali - per i quali domani è previsto un «percorso di laboratorio», ore 11, 12, 14 e 15 -. In quel minuto, al massimo due, in cui il processo chimico trasforma un brandello di realtà in un minipanorama di carta, sull’immagine nascente si può attuare una gamma di work in progress: graffiarla, ripassarla con un pennello, distorcerla, bruciarla.

Così, è immediato, e brillante di colori, unico trucco il flash, il ritratto di Dita von Teese, la celebrata regina del burlesque, firmato da Nicola Delorme, parigino che per due anni ha fotografato solo artisti e businessmen che finanziano lavori di artisti. Mentre è già più nostalgicamente sfumata la vecchia Cinquecento, dal titolo inatteso, «Pot de yaourt», vale a dire «vasetto di yogurt», immortalata da Renaud Bessaih. E sembra una fotografia a cavallo fra il Surrealismo e l’avanguardia russa prima dell’impero del Realismo il «Kissed» elaborato da Zora Strangefields, artista che ama nascondere i suoi clic in posti curiosi sperando di offrire a chi li troverà una sorta di storia non raccontata: non c’è abbastanza mistero nel mondo, spiega.

Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Milano, via Olona 6. Fino al 26 febbbraio. Info: 02.485551.



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Avere parenti mafiosi non vuol dire far parte del clan

La Stampa


Essere parenti di personaggi di spicco nell’ambiente mafioso non significa far parte del clan. Anche le dichiarazioni di pentiti attendibili non sono vincolanti. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 40520/11.

Il caso

Le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia convincono il Tribunale di Caltanisetta a confermare l’ordinanza custodiale carceraria emessa dal Gip nei confronti di un anziano pastore siciliano, parente di due personaggi di spicco nell’ambiente mafioso. Arriva tempestivo il ricorso per cassazione dell’imputato. Il Tribunale, secondo il ricorrente, non avrebbe indicato alcuna condotta mafiosa, richiamando solo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i meri rapporti familiari con alcuni componenti del clan.

La Corte di Cassazione osserva che le sole dichiarazioni – pur provenienti da soggetti attendibili – «che si limitino alla obiettivamente generica attestazione di appartenenza al sodalizio» non integrano la gravità indiziaria del delitto di partecipazione mafiosa. In conclusione, il Collegio chiarisce che la convergenza di plurime attendibili dichiarazioni, che attestino la conosciuta appartenenza al sodalizio criminoso, configura la gravità indiziaria imposta dalle condizioni generali di applicabilità delle misure cautelari (art. 273 c.p.p.) «solo quando almeno una di tali attendibili dichiarazioni indichi specifici comportamenti/fatti che possano ritenersi, sul piano logico, significativi di un consapevole apporto al perseguimento degli interessi del sodalizio». Gli ermellini, pertanto, annullano l’ordinanza impugnata e rinviano al Tribunale per nuovo esame.




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Pakistan, arrestato il medico che aiutò a trovare Bin Laden

Il Messaggero


WASHINGTON - Il segretario americano alla Difesa, Leon Panetta, ha ammesso ieri che un medico pachistano ha aiutato i servizi segreti americani ad individuare Osama bin Laden ad Abbottabad e si è detto «molto inquieto» per la sorte del sanitario, che è stato arrestato per tradimento nel suo paese.




Il medico lavorava per i servizi segreti. Nel corso di una intervista alla rete tv Cbs, Panetta ha rivelato che il medico, Shikal Afridi, lavorava per i servizi segreti americani, con la copertura di indagini sulla sanità ad Abbottabad, la città-guarnigione dove bin Laden Š stato ucciso dai Navy Seals il 2 maggio 2011. «Sono molto inquieto - ha detto Panetta - nel sapere quello che i pachistani hanno fatto a questa persona che, in realtà, aiutava a fornire informazioni che sono state molto utili all'operazione «di eliminazione del capo di Al Qaida».

Afridi aveva fatto dei test del dna destinati a verificare la presenza di bin Laden ad Abbottabad. «Non ha mai e in nessun caso tradito il Pakistan - ha aggiunto il segretario alla Difesa -. Il Pakistan e gli Stati Uniti fanno causa comune contro il terrorismo e io penso che prendere queste misure contro qualcuno che ha aiutato a combattere il terrorismo è, da parte loro, un autentico errore». Panetta ha detto di credere sempre che qualcuno in alto loco in Pakistan sapesse dove bin Laden si nascondeva prima che gli americani lo trovassero, ma di non averne la «prova inconfutabile».

Sabato 28 Gennaio 2012 - 11:17    Ultimo aggiornamento: 11:34



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Dilma, Yoani e lo sgarbo ai Castro

Corriere della sera


Il Brasile concede il visto alla Sánchez la blogger che critica il regime cubano. Ma serve l'autorizzazione del regime



Dilma Roussef e Yoani SanchezDilma Roussef e Yoani Sanchez

RIO DE JANEIRO - «Quando ho visto quella foto, la giovane e fragile Dilma Rousseff davanti ai militari senza volto che la interrogavano, mi sono riconosciuta. Ora spero che lei (oggi presidente del Brasile, ndr ), possa fare qualcosa per me». Nuovo capitolo del braccio di ferro della blogger attivista Yoani Sánchez con il governo cubano, ennesimo tentativo della ragazza di ottenere un permesso per viaggiare all'estero. Mai come stavolta, a quanto pare, la possibilità è concreta. Il governo brasiliano ha rilasciato alla Sánchez un visto di ingresso, per partecipare a un evento a Bahia alla quale è stata invitata. E lei, come decine di altre volte, ha presentato i documenti alle autorità dell'Avana per ottenere la tarjeta blanca, la lettera indispensabile ai cubani per poter lasciare l'isola, anche solo per un breve viaggio. «Mi hanno detto che la risposta arriverà venerdì della prossima settimana», ha scritto lei ieri pomeriggio su Twitter.

Il passaporto di Yoani è un caleidoscopio di visti. Inutili. Da anni riceve inviti all'estero, porta il documento alle rispettive ambasciate a Cuba e ottiene il timbro. Poi si infila nella burocrazia del proprio Paese e aspetta. Finora non ha mai funzionato. O le negano l'autorizzazione al viaggio, oppure la lasciano aspettare a vuoto per settimane. Per un totale di diciotto «no» dal 2004 a oggi. Stavolta le circostanze potrebbero invece giocare a suo favore. L'invito a partecipare al lancio di un documentario girato tra Honduras e Cuba (dove la blogger viene intervistata) segue di pochi giorni la visita ufficiale che la leader brasiliana effettuerà sull'isola. La Rousseff arriverà lunedì prossimo, accompagnata da vari ministri.



Incontrerà Raúl Castro e forse anche Fidel. Il tema del viaggio è di carattere economico, il nuovo porto di Mariel che verrà finanziato con capitale pubblico brasiliano. Su parole e gesta della Rousseff sono puntati gli occhi, soprattutto in Brasile. Si cercherà di capire se l'erede di Lula è più sensibile al tema dei diritti umani di quanto lo fosse l'ex presidente, amico storico della Revolución; se anche su Cuba la diplomazia brasiliana confermerà l'aggiustamento dell'ultimo anno, che l'ha allontanata da posizioni troppo amichevoli con l'Iran o il Venezuela di Chávez. Nell'ultimo viaggio a Cuba, nel 2010, Lula ignorò gli appelli dei dissidenti e fu molto criticato in patria.

Ispirata dal parallelo con Dilma, che da giovane fu vittima della dittatura militare del suo Paese, la Sánchez le ha prima scritto una lettera aperta via Internet, che il governo brasiliano ha definito freddamente «non protocollata»; poi ha fatto domanda per il visto, con successo. Negli ultimi giorni appelli alla leader brasiliana sono arrivati da altre organizzazioni di dissidenti, come le Damas de Blanco. Chiedono un incontro durante la permanenza della Rousseff sull'isola. O almeno una parola sulla repressione del dissenso che continua, alternando aperture (le recenti scarcerazioni) e nuovi drammi, come la morte per sciopero della fame di un altro detenuto, pochi giorni fa.



Il Brasile mantiene la formula di rito di queste occasioni - non vogliamo interferire negli affari interni di un altro Paese - e si esclude che la Rousseff possa incontrare dissidenti durante la sua permanenza. Come peraltro nessun capo di Stato estero ha mai fatto durante una visita ufficiale. Mentre non si può escludere che a Yoani Sánchez venga finalmente concesso un permesso di viaggio, e proprio in Brasile, nei giorni successivi.

Ai due governi basterà parlare di «coincidenza», per evitare imbarazzi. Il braccio destro della Rousseff sugli affari esteri, Marco Aurelio Garcia, assai vicino a Cuba, ha detto ieri a O Globo che la Sánchez sarebbe la benvenuta in Brasile, «e non credo che voglia venire per restarci, per chiedere asilo politico». Anche perché «chi ottiene l'asilo non può svolgere attività politica».

Rocco Cotroneo

28 gennaio 2012 | 8:52



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Le trame del Vaticano Affari e guai di famiglia del vescovo Viganò

di -

Il "moralizzatore" della Santa sede denunciato dal fratello prete. Voleva farlo dichiarare incapace per gestirne i soldi

 

Due sacerdoti, per di più fratelli, che si fanno la guerra. Senza esclusione di colpi. Denunce pesantissime da una parte e dall’altra. Accuse quasi incredibili che hanno spaccato in due una solidissima e ricchissima famiglia dell’alta borghesia milanese.




È una storia cupa quella che affiora dalla carte depositate al tribunale di Milano. Una vicenda ancora più sconvolgente perché al centro dell’intrigo sembra esserci un personaggio di altissimo spessore: il vescovo Carlo Maria Viganò, l’ex segretario del Governatorato che papa Ratzinger con un gesto discusso ha rimosso, spostandolo però ad un altro incarico di primissimo ordine: quello di nunzio a Washington.


Viganò, a leggere i documenti nella disponibilità del Giornale, avrebbe manovrato addirittura per dimostrare che il fratello Lorenzo, sacerdote e biblista di fama, era una persona debole di intelletto, ormai nelle mani di familiari rapaci come avvoltoi. Così negli atti di questo doppio dramma in tonaca si trova una denuncia firmata dal vescovo per circonvenzione di incapace. Ma nella denuncia di Lorenzo si scopre che sarebbe stato il vescovo e solo lui a gestire gli ingenti beni che la coppia aveva in comune e sarebbe stato sempre lui a dargli molto, molto meno di quello che gli spettava. Il monsignore - come si ricava dall’archiviazione del suo esposto - avrebbe fabbricato l’immagine distorta di un fratello dalla mente oscurata e facilmente raggirabile.


Tutto falso. Tanto che in questa faida familiare arriva l’immancabile colpo di scena: Lorenzo, descritto dal vescovo come un figura facilmente suggestionabile se non un povero mentecatto, si presenta a palazzo di giustizia, si fa interrogare, tiene testa al pm che sbalordito gli pone le domande, costringe la procura a correre verso l’archiviazione della penosa vicenda.


Insomma, anche se il quadro non è ancora completo e il finale di questa intricata vicenda deve ancora essere scritto, quel che affiora alimenta qualche dubbio sulla trasparenza assoluta della figura di monsignor Viganò, oggi al centro di un clamoroso caso mediatico che nulla ha a che fare con la faida familiare. È stato infatti nei giorni scorsi il programma di La7 «Gli intoccabili» a far esplodere il caso e a portare alla luce la lettera che Viganò aveva scritto al papa il 27 marzo 2011. Allora il monsignore era ancora segretario del Governatorato vaticano e in quella missiva chiedeva di non essere rimosso. Viganò aveva tagliato e risanato i bilanci del Governatorato(da un deficit di 7,8 milioni a un utile di 34,4 milioni) e per questo, per il suo coraggio, si sarebbe fatto molti nemici in Vaticano.


Ieri il Fatto quotidiano ha rincarato la dose e Marco Lillo ha svelato un’altra lettera di Viganò, questa volta al segretario di Stato Tarcisio Bertone, in cui il vescovo se la prende con i suoi nemici interni alla Chiesa, si difende con le unghie e con i denti, chiama in causa perfino il Giornale accusandolo di aver messo in circolazione notizie false sul suo conto. La battaglia di monsignor Viganò s’infrange contro la decisione del Papa che ad ottobre, tre mesi fa, lo toglie dal Vaticano e lo sposta negli Usa. Viganò è sconfitto, ma ottiene un posto di grande prestigio.


Quel che nessuno conosce è però la battaglia furibonda che si combatte fra le mura di casa. Una grande casa borghese, quella dei Viganò, famiglia storica di industriali che hanno fatto le loro fortune nel mondo della siderurgia. Sono otto fratelli e sorelle, i Viganò. Due di loro però sviluppano un legame speciale: sono don Carlo Maria, classe 1941, e don Lorenzo che invece è del ’38. I due hanno scelto in gioventù la strada del Signore e hanno stabilito di mettere in comune le rispettive quote del patrimonio familiare. Si tratta di beni per un valore di almeno trenta milioni di euro, ma la stima sarebbe per difetto.

Solo che Carlo Maria e Lorenzo hanno anche profili e temperamenti assai diversi: il primo è un personaggio carismatico, autorevole, capace di muoversi fra i Sacri Palazzi con il piglio del manager. Lorenzo è invece uno studioso puro, passa le sue giornate chino sui libri, da molti anni si è trasferito negli Stati Uniti e conduce un’esistenza appartata e discreta. Nel 1996 però il sacerdote viene colpito da un ictus che lo inchioda su una sedia a rotelle. La mente per fortuna resta integra e il prete continua a studiare e a sfornare libri. I soldi però non gli bastano più: ha bisogno di risorse economiche più importanti per vivere dignitosamente ora che è menomato nel fisico. Per questo si rivolge a Carlo Maria che tiene i cordoni della borsa dall’altra parte dell’oceano. È l’incipit di questa storia.


Il resto lo racconta don Lorenzo nella denuncia presentata alla procura di Milano il 7 aprile dell’anno scorso: «Tutte le somme e frutti della comunione sono sempre stati versati sui conti correnti intestati al solo Carlo Maria Viganò, anche perché io mi accontentavo di prelevare dal conto corrente a lui intestato gli importi di cui necessitavo...attraverso una carta di credito». Poi la musica cambia: «Ho chiesto a mio fratello di avere autonome disponibilità liquide senza dover fare a lui di volta in volta la questua per disporre delle somme che, nella misura del 50 per cento, erano e sono anche mie».


Iniziano lunghe e accese discussioni. Finalmente il 13 ottobre 2008 sul conto di don Lorenzo viene accreditata la somma di un milione di euro. Ma l’incertezza continua: di lì a poco il gruzzolo gli viene tolto, «con la complicità di una banca (forse fin tropo compiacente) e con la collaborazione» di un altro fratello.


La famiglia è irrimediabilmente divisa, la faglia corre e separa gli uni dagli altri come nelle saghe amare di tante dinastie. Don Lorenzo ormai non crede più alla buona fede del fratello, gli revoca la procura, cerca di sapere che fine abbia fatto la sua parte del patrimonio. Ma è una discesa in un antro buio che non si riesce a illuminare: «Carlo Maria non si è mai degnato di fornire alcun chiarimento e gli unici contatti di quest’ultimo e di taluni miei fratelli sono stati improntati, da un lato, a cercare di spaventarmi con subdoli e fantomatici avvertimenti minacciosi, poi ad invitarmi a sottoscrivere una divisione completamente iniqua». Tutti i tentativi di avere notizie sull’ammontare del tesoro di famiglia vanno a vuoto.


In contemporanea in procura ha bussato anche il vescovo. Che firma una denuncia contro ignoti: ma nel mirino c’è la sorella Rossana che avrebbe sfruttato la malattia del fratello per mettere le mani sul famoso milione. In sostanza, nell’atto il vescovo si considera vittima insieme al fratello sacerdote della perfidia di Rossana, di fatto sospettata di circonvenzione di incapace. Il pm fa di tutto: interrogatori, acquisizione di carte, perfino intercettazioni.

Ma non trova nulla che possa confermare il terribile sospetto. Anzi, Rossana dà tutta un’altra versione: il milione le era stato prestato dal fratello per comprare una farmacia; d’altra parte Rossana spiega che don Lorenzo è nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali, porta in procura alcuni suoi libri recenti, insomma non può aver approfittato di lui. Il pm continua a scavare, ma non trova appigli alla sua tesi.


Anzi, il 22 giugno scorso ecco che davanti a lui si siede il presunto infermo, arrivato da Chicago. Il pm lo ascolta, poi chiede l’archiviazione: «Deve escludersi la sussistenza nel Lorenzo Viganò di uno stato di infermità o deficienza psichica, anche nella forma di una incisiva menomazione delle facoltà di discernimento, di determinazione volitiva e capacità di giudizio, su cui si è innestato un intervento suggestivo da parte degli indagati..Lo stesso confermava inoltre di aver spontaneamente deciso di effettuare un prestito alla sorella... Chiariva altresì le origini e le ragioni dei dissidi esistenti con il fratello Carlo Maria». Il 12 dicembre scorso il gip archivia.


La circonvenzione d’incapace non c’è stata. Don Lorenzo ha smentito il fratello vescovo e ha confermato il racconto della sorella Rossana. Ai misteri del Vaticano si aggiungono le torbide trame di casa Viganò. Ora è la querela di don Lorenzo ad andare avanti. Lui, con toni apocalittici, afferma: «Non ritengo più umanamente possibile continuare a sopportare le angherie di soggetti che fanno finta di indossare le pelli di agnelli dissimulando la loro vera natura di lupi».




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I lumbard rapiscono il libro anti-Lega comprato dalla biblioteca comunale

Corriere della sera


L'idea del sindaco (maroniano) di Sesto Calende: lo fa prendere in prestito a turno dai militanti per toglierlo dalla circolazione




La copertina del libro di Lynda DematteoLa copertina del libro di Lynda Dematteo

SESTO CALENDE (Varese) - Il rogo dei libri non si può fare. Ma il sindaco leghista di Sesto Calende, paesino del Varesotto, ha comunque fatto ritirare dagli scaffali comunali un volume scomodo. La bibliotecaria aveva acquistato «L'idiota in politica. Antropologia della Lega Nord», saggio scritto da una studiosa, Lynda Dematteo, che traccia un profilo critico del Carroccio. Banalizzando un po', il libro descrive il partito di Umberto Bossi come un movimento che ha avuto successo nella politica italiana sparandole sempre più grosse, a partire dagli anni Ottanta.

Il borgomastro Marco Colombo, 37 anni, quando ha saputo che la biblioteca lo aveva acquistato si è arrabbiato, e ha sgridato la funzionaria: «È vero, le ho urlato dietro - conferma il primo cittadino - esiste una commissione che sceglie i libri e non mi risulta che la scelta sia stata condivisa. E poi, diciamolo, la bibliotecaria è di sinistra». Insomma, la sua sarebbe stata una scelta politica. Il sindaco è scatenato: «I soldi dei cittadini del mio Comune si devono spendere meglio - sentenzia -. E se qualcuno proprio vuole leggere quel libro, lo può cercare nel sistema interbibliotecario provinciale, dove ce ne sono già due copie».

Inizialmente il borgomastro lumbard ha cercato un modo «alternativo» per farlo sparire dalla circolazione. Legalmente. Si è inventato una sorta di ritiro permanente. Che ora rivendica. Dice che funzionava così: ha ordinato all'assessore alla Cultura di prendere in prestito il volume. Detto fatto, la signora Silvia Fantino, leghista moderata, lo detiene a casa propria da tre mesi. E l'ha persino letto: «Io non avevo tempo ma lei è una professoressa e l'ha analizzato per bene - osserva il primo cittadino - mi ha detto che però non l'ha molto apprezzato, innanzitutto perché l'ha trovato fazioso».
Ma non finisce qua: Colombo ha dato sfogo alla fantasia, e già immagina una sorta di «passalibro» di protesta: «L'assessore lo dovrà restituire, ma io non mi arrendo - continua - lo faremo prendere in prestito da un militante leghista ogni mese, a turno, così manifesteremo il nostro dissenso verso quell'acquisto». Più ne parla, Colombo, e più si vede che ha voglia di spararla grossa: «Alla fine lo farò ritirare - sbotta -.



Naturalmente mi rendo conto che non posso vietare un libro, però posso chiedere alla biblioteca di prestare il consenso alla vendita definitiva, per toglierlo dagli scaffali». E chi lo acquisterà? Semplice: «La sezione della Lega di Sesto Calende». Insomma, il sindaco sembra pronto a tutto. Anche se in fondo, lui e il suo assessore sono contenti che questa storia venga divulgata.

E il motivo è presto detto. Colombo si aspetta di diventare un eroe per la truppa leghista, in questi giorni un po' ammaccata per le guerre interne tra maroniani e cerchio magico, che in provincia di Varese sono state particolarmente accese. Anche Roberto Maroni qualche giorno fa aveva criticato il libro in questione. Dalla sua pagina di Facebook aveva definito Lynda Dematteo una sconosciuta che vuole solo attaccare la Lega. E Colombo è un maroniano di ferro, uno di quelli che dirigeva i cori contro il cerchio magico durante il «Maroni Day» della settimana scorsa al teatro di Varese.


Curiosamente, la Dematteo è stata invitata oggi a Varese, a un convegno sul Nord e la Lega organizzato dal Pd locale, dove parlerà proprio delle sue teorie sul ruolo da Gianburrasca che Bossi si è autoattribuito da un ventennio a questa parte. Giusto in tempo per commentare la singolare fatwa lanciata dai leghisti contro il suo libro.


Roberto Rotondo
28 gennaio 2012 | 7:48



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Quei "compagni" alla corte di Goebbels

di -

"L’albero del mondo" è ambientato nella Weimar del 1942. Mauro Mazza racconta il punto di svolta dei fascisti rossi. I protagonisti sono Vittorini e Pintor


È un libro strano e bello L’albero del mondo di Mauro Mazza (Fazi, pagg. 158, euro 16). Saggio e romanzo, è una riflessione storica sulla generazione che, per chi come l’autore e chi scrive ha superato i cinquant’anni, fu quella dei padri, e tuttavia anche un esame di coscienza per la propria, da quei padri segnata, certo, e però alla ricerca di una propria via individuale che nel rispetto e, se il caso, nel disprezzo per ciò che è stato, permetta una volta per tutte l’uscita dal tunnel delle ideologie novecentesche che così duramente segnarono quel secolo.




Il sottotitolo recita Weimar, ottobre 1942, ovvero l’autunno del disincanto per molti degli intellettuali fascisti chiamati a discutere nella cittadina tedesca sullo stato della cultura e dell’Europa, ovvero sul proprio «domani», vincitori o vinti. Dopo le conquiste sfolgoranti dei primi anni, la guerra aveva preso un’altra piega: erano scesi in campo gli Usa, la Wehrmacht si era trovata bloccata a Stalingrado, l’Italia si era rivelata l’anello di latta di un patto d’acciaio non più tale. Che fare? Come comportarsi? A chi credere? Fra gli scrittori italiani presenti a Weimar, Mazza focalizza l’interesse sulla «promessa» Giaime Pintor, germanista di valore a dispetto della giovane età (era poco più che ventenne), e sul più «anziano» Elio Vttorini, trentenne, romanziere, polemista, traduttore.


Gli altri, i Falqui, i Baldini, i Cecchi, appartengono in fondo, per gusti, abitudini, temperamenti, stili di vita, al vecchio mondo liberale che vent’anni prima il fascismo aveva politicamente spazzato via. Sono professori, studiosi di tutto rispetto, ma tutti più o meno conservatori, più o meno reazionari, più o meno codini, più o meno apolitici. Stanno sì con il Regime, ma l’impressione è che starebbero con qualsiasi regime purché venisse loro concesso di zappare il proprio orticello letterario non dando fastidio a nessuno.


Pintor e Vittorini sono generazionalmente un’altra cosa e Mazza lo racconta bene, con un intelligente uso di pubblico e privato: sentimenti e delusioni sentimentali, dichiarazioni di principio e infatuazioni letterarie. Sono nati con il fascismo e nel fascismo e se Elio, allora ragazzino, ha sognato nel ’22 di sfilare con le camicie nere, l’adolescente Giaime si è arruolato per combattere quella Seconda guerra mondiale che in patria viene presentata come uno scontro di civiltà, nazioni giovani contro nazioni vecchie, il sangue contro l’oro...


Quando un giorno ci si deciderà a fare sul serio la storia intellettuale del Ventennio, un capitolo spetterà a chi diede al fascismo molto più di quanto in cambio ricevette, e che dal fascismo si distaccò non tanto nel nome di un generico o convinto dissenso ideologico, ma più semplicemente perché si accorse che il vero «fascismo» era il loro e non quello di un regime codificatosi in una recita dove la gerarchia era una posa, la fantasia un’illusione, l’anticonformismo una colpa.


I Malaparte, i Longanesi, i Berto Ricci, i giovanissimi dei tempi della marcia su Roma come i teorici della cosiddetta «seconda ondata» rivoluzionaria, a lungo si ostinarono a pensare che i loro sforzi intellettuali, libri, riviste, convegni, polemiche, potessero contribuire a fare dell’intuizione di un singolo individuo un patrimonio nazionale. Gli rimase invece fra le mani il combinato disposto di un sistema che sempre meno tollerava la discussione, che sempre più premiava l’acquiescenza, di una dottrina che per codificarsi annullava qualsiasi eresia feconda e si accontentava di una sterile ripetizione.


La guerra si incaricò di mostrare fino a che punto una ventennale costruzione fosse stata rosa dal suo interno, lasciandola apparentemente intatta, ma in realtà priva di senso e significato. Prima e più di tutto, il loro distacco e poi il rifiuto furono il frutto di una delusione. Un anno dopo Weimar, Pintor saltò su una mina mentre faceva da ufficiale di collegamento per conto degli Alleati. Quanto a Vittorini, entrerà nella Resistenza, scriverà il suo più brutto romanzo, Uomini e no, e nel dopoguerra andrà a sbattere contro l’ortodossia comunista. «Credeva fossimo liberali, e invece, guarda un po’, eravamo solo comunisti» ironizzerà Togliatti... Nel libro Mazza racconta il momento dell’incertezza, quando non si crede più, ma non si sa ancora in cos’altro credere e se sia ancora possibile credere... «Nulla è più difficile che crescere» fa dire al Pintor traduttore di L’infanzia del cuore di René Podbielski.


Occorre di nuovo «aderire alle cose», come il fascista francese Drieu La Rochelle, un altro dei relatori di Weimar, ama ripetere. Bisogna dare un senso, non limitarsi ad accettare ciò che viene. Mescolando testi, diari, lettere, articoli, forzando la cronologia, prestando ai suoi protagonisti pensieri e considerazioni plausibili perché frutto delle riflessioni di un autore che quel clima e quel modo di essere conosce bene, Mazza traccia le coordinate di un mondo in declino, fra dubbi, tormenti e illusioni, il cuore dell’Europa un attimo prima della resa dei conti.


Una citazione di Goebbels, «noi passeremo alla storia come i più grandi uomini di Stato di tutti i tempi o come i più grandi criminali», spiega meglio di un libro di storia Hitler, i Campi, il Bunker e una Germania rasa al suolo. Le stesse speculazioni sulla scomparsa di Ettore Majorana, rivale di Fermi affascinato dalla «necessità storica» del nazismo, che Mazza racconta con felicità espressiva unita al talento del cronista di razza, rimandano a un’epoca fluida, dove non c’è il senno di poi a spiegare le ragioni e i torti, il bene e il male.


Lavorando sui destini intrecciati di due fra i più brillanti intellettuali italiani dell’epoca e del più implacabile ministro del Reich, Mazza compie una ricognizione che va dritta al problema: il rapporto fra la cultura e il potere politico, l’idealismo e il realismo che si contrappongono, la sudditanza della prima nel suo allearsi con la seconda, il compito e il ruolo stesso dello scrittore.


A un Goebbels che chiede una letteratura d’evasione «per le donne sole in casa e per i soldati al fronte», Vittorini replicherà che «una pagina può illuminare il senso di un’epoca» e che il non scriverla, ovvero l’accettare quell’invito, fa diventare «complici di questa immane catastrofe»... Anni dopo, a un Togliatti che chiede una letteratura marxisticamente impegnata, replicherà che non ci sta «a suonare il piffero per la rivoluzione». Fra impegno e disimpegno resta lo spazio accidentato, fragile e ambiguo della libertà di pensiero, ma non sempre basta la letteratura per salvarsi l’anima.



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La minaccia dei narcos:«Via il capo della polizia o uccidiamo un agente al giorno»

Corriere della sera

E il Nuovo Cartello di Juarez passa all'azione. Freddati due poliziotti, marito e moglie, all'interno della loro auto



Il capo della polizia di Ciudad Juarez Julian LeyzaolaIl capo della polizia di Ciudad Juarez Julian Leyzaola

WASHINGTON – Hanno fatto le cose secondo il loro rituale. Al solito. Prima gli striscioni con minacce appesi a Ciudad Juarez (Messico) nel pomeriggio di mercoledì. Precisa la richiesta: se il capo della polizia locale Julian Leyzaola non se ne va noi ammazzeremo un agente al giorno. Sotto la firma del Nuovo Cartello di Juarez. Poi hanno lasciato trascorrere 48 ore e sono passati all’azione. Due poliziotti, marito e moglie, sono stati freddati all’interno della loro vettura. Un segnale di morte per dimostrare che non sono fanfaronate. E, infatti, la minaccia è stata presa sul serio.

EMERGENZA - Leyzaola ha convocato una riunione d’emergenza ed ha lanciato un appello alla popolazione affinché segnali situazioni sospette. Non si è ancora deciso cosa fare invece sulla richiesta degli agenti di poter portare la pistola anche fuori servizio. Può sembrare strano – vista la situazione - ma il regolamento di Ciudad prevede che lascino l’arma al commissariato. L’assassinio, brutale, della coppia segue l’omicidio di altri 5 loro colleghi nel solo mese di gennaio. Uno è stato bruciato vivo nel centro di una strada. Vittime che confermano come le forze dell’ordine siano sempre nel mirino dei narcos. In particolare gli uomini che obbediscono agli ordini di Leyzaola.

L'UFFICIALE - L’alto ufficiale ha la fama di duro. Una figura controversa, ammirata da molti ma contestata dalle associazioni per i diritti umani. Prima di assumere, nel marzo 2011, l’incarico a Ciudad Juarez – la capitale degli omicidi – ha “pacificato” Tijuana, in Bassa California. Un risultato ottenuto con metodi sbrigativi, abusi e violenze. Eccessi che si sarebbero ripetuti anche a Ciudad. Leyzaola, in una famosa intervista, ha dichiarato: «A me piace andare a caccia. Specialmente alla notte». Un riferimento alle operazioni lanciate contro le bande criminali. Insieme al pugno di ferro contro i narcos, l’alto ufficiale si è dovuto preoccupare di ripulire i ranghi della polizia locale infiltrati dai cartelli. Dozzine di agenti sono stati cacciati.

E questo gli ha portato nuovi nemici. Leyzaola, dopo essere sfuggito ad un agguato in luglio, ha accusato la polizia federale di aver ispirato l’agguato. Contrasti e rivalità tra le troppe agenzie che non sono l’eccezione ma la regola. Leyzaola ha dichiarato di voler “spezzare il sogno” dei criminali di poter dettar legge ed è evidente che – come sostengono i molti critici – è pronto a usare qualsiasi mezzo. Dall’altra parte, però, si muovono narcotrafficanti dalle risorse immense: l’ultima valutazione del governo è che incassino 35 milioni di dollari all’anno. Bastano gli spiccioli per ingaggiare un sicario a Ciudad Juarez.



Guido Olimpio
twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
28 gennaio 2012 | 9:58




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Impiegata lascia l'auto all'abusivo per tre anni: multa da 29mila euro

Il Mattino


Lasciava le chiavi della vettura e due euro al parcheggiatore. La donna ha rischiato anche il pignoramento della casa





di Daniela De Crescenzo

NAPOLI - Dovrà sborsare 29 mila euro per le multe accumulate affidando l’auto al parcheggiatore abusivo. E non solo: al padre della donna, proprietario della vettura, è stata sequestata la macchina e il poveretto ha rischiato anche di vedersi pignorare l’abitazione.

Maria Lomio lavora in un ufficio del centro e quindi ogni mattina per tre anni ha affidato la sua auto, una Alfa 146, ai parcheggiatori abusivi consegnandogli le chiavi e due euro.

In un primo momento l’illegale di turno era quello che governava, e ancora governa, il parcheggio fai da te di piazza Matteotti, poi la signora, dopo aver beccato una serie di contravvenzioni, ha preferito spostare la macchina nella zona intorno a via Diaz continuano a depositare ogni mattina due euro e le chiavi nelle mani di un giovane autonominatosi custode dell’area.

«Gli ho raccontato la disavventura precedente - dice Maria Lomio - e sono stata rassicurata mille volte. ”noi stiamo sempre qua, figuratevi se non trattiamo bene una cliente sicura come voi”, mi dicevano. E io, stupida, mi fidavo». Dopo tre anni l’amara sorpresa di una pioggia di cartelle esattorali. La situazione è stata poi complicata da un cambio di residenza e alla fine il conto di Equitalia è arrivato a più di 29 mila euro. «Da un giorno all’altro hanno cominciato ad arrivare un verbale dopo l’altro.

L’auto era intestata a mio padre che vive in provincia di Potenza, le comunicazioni, quindi non sono arrivate a destinazione e gli interessi hanno continuato a lievitare.

Alla fine, quando finalmente abbiamo capito cosa stava succedendo, ci siamo trovati di fronte alla richiesta di 29 mila euro e io ne guadagno 1500 al mese. L’auto di papà è stata pignorata, e se non fossi riuscita a negoziare uno sconto e una dilazione nei pagamenti gli avrebbero preso anche la casa. Tutto per colpa degli abusivi».

Maria Lomio si è rivolta anche all’associazione Proconsumatore, che sta valutando possibili ricorsi. Lei per adesso paga, ma non si rassegna: «Non è giusto che io debba essere multata e che i parcheggiatori abusivi debbano farla franca. Possibile che i vigili urbani siano capaci di contravvenzionare me, ma non di cacciare gli abusivi?».

In realtà le denunce a carico dei parcheggiatori sono più che quotidiane, ma gli illegali continuano imperterriti in una truffa che avviene sotto gli occhi di tutti.

«Bisognerebbe cacciarli. Io credo che l’incremento dei controlli potrebbe in qualche modo intimorire chi viola la legge - conclude la donna - è una vergogna non riuscire a intervenire. Gli abusivi hanno il loro quartiere generale proprio tra la caserma dei carabinieri, la Questura e la sede della polizia provinciale, qualcuno alla fine dovrà pure risolvere il problema».


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Turchia, mistero Ocalan "È sparito da sei mesi"

La Stampa

Gli avvocati: "Ci impediscono di vederlo, rischia la vita"




Il leader curdo Abdullah Ocalan assiste al processo senza manette ma chiuso in una gabbia di vetro a prova di pallottole e di bombe.

CARLA RESCHIA
Istanbul

L’appuntamento è a piazza Taksim. Da lì, per un dedalo di vie strette e affollate - è l’Istanbul dei ristorantini e dei locali notturni - si arriva a un bel palazzo Anni 40, con una suggestiva scala a spirale. Qui, all’ultimo piano, non certo clandestini ma nemmeno del tutto ufficiali, Mazlum Dinc e Mahmut Tasci, gli ultimi due avvocati ancora a piede libero del collegio di difesa di Ocalan, lanciano un appello per il loro assistito. I loro 33 colleghi che a vario titolo hanno rappresentato il capo del Pkk in carcere dal 1999 sono stati via via arrestati, gli ultimi a fine novembre dall’11ª Alta Corte Penale di Istanbul, con l’accusa di «appartenenza a un’organizzazione illegale» e «fondazione di organizzazione illegale». Con loro anche un giornalista, Cengiz Kapmaz, autore del libro «I giorni di Ocalan a Imrali».

Dinc, piuttosto anziano, e Tasci, molto giovane, sono pacati e sorridenti e lo enunciano come un dato di fatto: difendere il leader curdo condannato all’ergastolo per terrorismo e rinchiuso in massimo isolamento sull’isola di Imrali, nel mar di Marmara, sta diventando equiparabile a un atto di terrorismo. «Lo ha detto chiaramente il premier Erdogan il 22 ottobre scorso, definendoci “un ufficio del Pkk”».

Un segnale grave, a loro giudizio, che viola il diritto di difesa e per di più si accompagna alla completa cessazione dei contatti già precari che i difensori potevano avere con il loro assistito. Dal 27 luglio 2011, infatti, nessun avvocato ha più potuto incontrare Ocalan: prima gli incontri avevano carattere mensile anche se molto irregolare e con improvvise sospensioni.

Il black out riguarda anche i familiari di «Apo», che in precedenza potevano fargli visita ogni 15 giorni, ma dal 12 ottobre non riescono a vederlo né ad averne notizie. Questo, sottolineanoi due legali, rende totale l’isolamento del detenuto che per regolamento non può scrivere né spedire lettere né telefonare. Ocalan ha diritto a tre libri ogni mese e a qualche giornale, in genere portato dagli avvocati, ed è autorizzato a parlare solo con i suoi legali, che possono prendere appunti. Appunti, precisano, letti e ricontrollati otto volte, in diverse e successive perquisizioni prima di lasciare l’isola e precedute all’arrivo da altrettanti controlli.

«Precauzioni - accusano i legali che rendono veramente ardua l’ipotetica impresa di far uscire dal carcere di massima sicurezza dichiarazioni di Ocalan che non siano note al governo turco e quindi autorizzate. E questo rende particolarmente inquietante la vicenda di un collega cui il governo prima ha chiesto di andare a parlare con Ocalan per poi informarlo sugli esiti del colloquio, salvo poi arrestarlo sulla base di quella stessa visita».

Di fatto - dice Tasci - non sappiamo nemmeno se sia vivo. Ci siamo rivolti alla Comunità europea e alla corte di Strasburgo, finora senza esito. Temiamo che il nostro cliente abbia rifiutato una qualche forma di collaborazione chiesta dal governo e queste nuove restrizioni siano un mezzo per fare pressione e per vendicarsi. Ma questo silenzio è grave. Ocalan è da tempo in condizioni di salute precarie: soffre di asma, con problemi respiratori che l’umidità dell'isola aggrava, vive in una cella minuscola da cui può uscire per un’ora al giorno per una passeggiata nel cortile. Temiamo per la sua vita».




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Cucchi, perizia choc della famiglia: «E' morto dopo il pestaggio»

Il Mattino


di Luca Lippera

ROMA - Altro che decesso naturale, altro che lesioni trascurabili, altro che destino. La fine di Stefano Cucchi è stata determinata dai colpi che ricevette al viso e alla schiena e dalla successiva negligenza dei medici che lo ebbero in cura. I periti della famiglia, alla ventiquattresima udienza del processo, contestano senza peli sulla lingua le conclusioni dei consulenti della Procura. Cucchi non morì perché il caso a volte si accanisce ma «per una serie incontestabile di eventi».



«Finalmente ha detto in una pausa del dibattimento Ilaria Cucchi, 38 anni, sorella della vittima arriva una spiegazione scientifica e ascoltiamo la verità». Per ore ieri Rebibbia, Aula A quattro schermi hanno rilanciato senza sosta le foto di Cucchi al momento dell’arresto, Cucchi dopo la morte, Cucchi sul tavolo dell’autopsia, prima, durante e dopo. «Il giorno prima dell’arresto ha ricordato la donna mio fratello era in palestra sul tapis-roulant. Poi è successo quello che è successo».

Cucchi morì nell’ottobre del 2009 al reparto carcerario dell’ospedale «Pertini» sei giorni dopo un fermo per droga. Gli imputati principali del processo sono i medici che lo seguirono e tre agenti della Polizia Penitenziaria. I primi sono accusati di aver abbandonato il paziente senza cure adeguate, gli altri di averlo picchiato in una cella del Tribunale. I consulenti del pubblico ministero, tutti docenti dell’Istituto di Medicina Legale della «Sapienza», nelle ultime udienze hanno ripetuto per ore un mantra: le lesioni sul corpo di Cucchi non erano assolutamente fatali e il detenuto morì per negligenza dei sanitari che trascurano le condizioni di un paziente debilitato da anni di tossicodipendenza.

Vittorio Fineschi, 52 anni, docente di Medicina Legale a Foggia, capo del team ingaggiato dai Cucchi, ieri ha detto chiaro e tondo di pensarla in modo sideralmente opposto. Fabio Anselmo, legale della famiglia, ha chiesto che «a questo punto l’imputazione contro gli agenti sia trasformata in omicidio» (ora è lesioni, ndr). «Al di là delle ipotesi ha detto Fineschi ci sono i fatti. Medici diversi constatarono le ecchimosi sul volto e alla schiena. Una radiografia ha certificato una frattura a una vertebra lombare e l’autopsia ha confermato tutto questo. Sono elementi incontestabili da cui nasce una convinzione: le lesioni subite da Cucchi sono intimamente legate al decesso».

Il pestaggio ricostruito dall’accusa sarebbe dunque l’innesco della tragedia. «Con il passare delle ore ha proseguito Fineschi la lesione alla vertebra ha alterato il funzionamento della vescica. In ospedale non ci si rese conto della situazione. Il catetere messo al detenuto finì fuori sede, le urine si accumularono». L’autopsia ha accertato un ristagno: un litro e mezzo. «Questa condizione ha sostenuto lo specialista ha provocato un problema di circolo sanguigno e la morte». Causa ultima: «Edema polmonare acuto in un soggetto politraumatizzato in decubito coatto con quadro di insufficienza cardiaca».

Dietro i termini un po’ professorali si nasconde la totale divergenza di vedute tra parte civile e Procura. I periti non concordano su nulla. Quelli del pm ad esempio pensano che la frattura alla vertebra risalisse a molto tempo fa perché «c’era callo osseo» e perché «se ne parla in una vecchia cartella clinica». I consulenti dei Cucchi la ritengono così recente da aver causato i danni alla vescica e tutto il resto. Per i giudici non sarà un gioco districarsi in un tale labirinto.

Prossima udienza il 9 febbraio. Di certo quella di ieri ha fornito frecce all’arco dei Cucchi. «Non so perché i consulenti dell’accusa abbiano certe posizioni ha detto la sorella di Stefano Non voglio pensare né a disegni né ad altro. Ma i nostri periti stanno fornendo spiegazioni scientifiche che gli altri non ci hanno dato». Sguardo luminoso, volto sollevato.

Sabato 28 Gennaio 2012 - 09:35    Ultimo aggiornamento: 10:02



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Mussolini e l'amante tedesca per sostituire Claretta Petacci

Libero

Un documento inglese svela l'inedita passione del Duce. Il Vaticano premeva perché lasciasse l'italiana, troppo ossessiva



Mussolini ebbe una giovane amante tedesca. La notizia che il Duce possa aver stretto tra le sue possenti e maschie braccia una valchiria bionda balza da una corrispondenza diplomatica inedita  trovata  al Public Record Office di Londra,  sede degli archivi nazionali britannici. Si tratta di una nota riservata che, il 5 gennaio 1939, l’ambasciatore inglese a Parigi, sir Eric Phipps, manda a Edward Ingram, funzionario del Foreign Office. Il succo della comunicazione è questo: l’amante fissa di Mussolini, l’assillante Clara Petacci, è troppo stressante per il dittatore, che ha deciso di passare a una più riposante ragazza teutonica.


Phipps, che fino all’inizio del 1938 era stato ambasciatore a Berlino, afferma di aver raccolto l’indiscrezione da Alexis Léger, segretario permanente del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri francese. Questi gli avrebbe spiegato che «l’ostinata signora» (in inglese «Pertinacious Lady», definizione in assonanza con il nome Petacci) sarebbe stata «accantonata dal Duce in favore di una placida tedesca».


La Pertinace Signora, prosegue la missiva diplomatica, avrebbe infatti generato ansietà tra i medici di Mussolini, avendo messo a dura prova i nervi già molto tesi del dittatore. Phipps registra inoltre che tale preoccupazione è condivisa dallo stesso Vaticano, che si sarebbe «messo all’opera per rimpiazzarla [la Petacci, ndr] con l’attuale donna, più rilassante sia da un punto di vista fisico che mentale». Il diplomatico chiosa con ironia: «Il che è divertente in quanto la Numero Uno [la Petacci, ndr] è figlia di un medico del Vaticano, e avrebbe dovuto essere meglio istruita».


Il nodo del contendere è tutto politico: si teme infatti, tanto a Londra quanto a Parigi, che una donna con le caratteristiche di Claretta Petacci, emotivamente instabile, possa far degenerare l’equilibrio di Mussolini, inducendolo a compiere colpi di testa, in un momento assai impegnativo e delicato per le sorti del mondo. Siamo infatti nel 1939, anno che vedrà incrinarsi la pace europea, con lo scoppio di un nuovo conflitto.


Che una donna tedesca potesse distendere i nervi scossi del Duce, sollevandolo dalle influenze nefaste della Petacci, suona abbastanza curioso, perché dal carteggio diplomatico non emerge l’ipotesi che la bionda teutonica potesse essere una spia nazista. Senza per questo indulgere alla tentazione di fare della fantastoria, il gioco di Hitler potrebbe essere stato quello di irretire Benito sfruttando la sua ben nota bulimia sessuale. Ignoriamo se la valchiria del Duce sia veramente esistita o meno.

L’indiscrezione, rimbalzata nei dispacci diplomatici, era tuttavia basata su una fonte estremamente affidabile, svelata dagli stessi documenti degli Archivi britannici, e tale da non poter essere ignorata. La gola profonda era Hubert Lagardelle. Questi, teorico del socialismo francese e discepolo di Georges Sorel, non era un personaggio qualunque: era un amico personale di Mussolini, e negli anni Trenta svolse a Roma, dalla sede dell’ambasciata di Francia a Palazzo Farnese, una sorta di missione diplomatica permanente per spianare la strada a un’intesa tra il governo di Parigi e il Duce. Lagardelle fu poi condannato ai lavori forzati a vita per aver ricoperto, a partire dal 1942, la carica di ministro del Lavoro nel governo di Vichy.


Quindi, non era possibile trascurare una tale notizia, giunta da una personalità in stretto contatto con il Duce e da questi costantemente consultato. La storia dell’amante germanica di Mussolini è emersa, seppure indirettamente, nelle carte intime della Petacci, pubblicate recentemente da Rizzoli. Dai racconti di Claretta, apprendiamo che, il 24 gennaio 1939, ossia tre settimane dopo il dispaccio di Phipps al Foreign Office, Mussolini lesse a Claretta l’articolo di un giornale francese che sostanzialmente riprendeva le notizie diffuse per canali diplomatici. Nel pezzo, si forniva l’identikit della rivale della Petacci: una bionda diciannovenne, «fortemente piazzata», e meno impegnativa per la salute del Duce. Insomma, una specie di infermierona, una sinecura sentimentale. Incalzato dalla gelosia di Clara, Benito (che aveva una gran coda di paglia in proposito) si protestò del tutto innocente e senza macchia: «Questa tedesca è inesistente!», le giurò.


Certo, se Mussolini fosse stato fedifrago, probabilmente non le avrebbe letto il trafiletto del giornale francese. Ma, se di leggenda si tratta, certo è tale da lasciarci più di un dubbio in proposito. Marco Antonini, 86 anni, è figlio di Hetty Marx, un’olandese che ebbe una lunga relazione con Lagardelle, dalla fine del 1932 alla tarda primavera del ’40, quando l’amico francese del Duce fu costretto a lasciare l’Italia. A lui ho domandato se conoscesse il retroscena dell’amante germanica di Benito: «Questa storia io non l’ho mai sentita prima. Ma non mi sorprenderebbe se fosse vera. Anzitutto, perché Lagardelle frequentava Mussolini e lo seguiva molto da vicino. In secondo luogo, perché i tedeschi erano maestri nell’arte di piazzare donne nel letto di chi volevano sorvegliare e condizionare. Lo fecero con Ciano e probabilmente anche con D’Annunzio».



di Roberto Festorazzi
27/01/2012



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Il "fascio" Lucio Battisti era censurato nella Spagna nera

La Stampa

Testi e titoli del cantautore ritoccati dai franchisti




MATTIA FELTRI
Roma


Ah questa poi! Il libertino Lucio Battisti, il licenzioso, lo scostumato. Avevamo ancora nelle orecchie l’apodittico Pierangelo Bertoli - per il quale non aveva senso discutere se Battisti fosse fascista o no, «lo era e basta» - ed ecco che salta fuori questa storia del Battisti censurato nella Spagna di Francisco Franco dove, secondo il postulato di Bertoli, lo si sarebbe dovuto cantare con rigore filologico. Invece no: troppo sconcio. Gli anni sono quelli, i Settanta. Il medesimo artista in Italia ha fama di gran borghese e dunque destrorso, e in Spagna si prende quella di peccatore impenitente, pornografo e inadatto alle costumatezze religiose del franchismo.

Certo, da noi la questione è risolta da lustri. Le prove del fascismo di Battisti non sono nemmeno indizi. Nella Collina dei ciliegi (dall’album Il nostro caro Angelo, 1973) c’è il celebre «planando sopra boschi di braccia tese», che ricorderebbe un’adunata ginnica degli anni Trenta. Nello stranoto singolo La canzone del Sole («Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi...») Mogol infila un «mare nero, mare nero», seguito da un esaustivo «tu eri chiara e trasparente come me»: parla di un ex fidanzata mica di difesa della razza, ma ci fu poco da fare. Tanto è vero - sempre Anni 70 - che erano diceria diffusa i milionari finanziamenti di Battisti al Msi. Che sarebbe bastato conoscere due aneddoti sulla straziante tirchieria del presunto finanziatore per accantonare ogni voce. Infine circolò una foto di Battisti col braccio destro fascisticamente rivolto al saluto, quando invece (ma le reiterate spiegazioni di Mogol volarono via come sbuffi) stava spronando il pubblico al coro di E penso a te.

Gli imbarazzi spagnoli non sono più comprensibili, ma almeno hanno un minimo di solidità. La ragazza sulla copertina di Amore e non amore è effettivamente nuda. La masturbazione di Anonimo (da Anima latina del 1974) è esplicita. L’ambiguità delle babane in Supermarket (da Amore e non amore, 1971) è già più opinabile ma aperta alla malizia. E poi i testi di Mogol sono ricolmi di seni, prostitute, rapporti carnali e così via. Lui e Battisti erano a tal punto monotematici, maniacalmente dediti alle migliaia di chance del rapporto amoroso, che per le femministe erano due gran misogini. Insomma, non c’era pace. In quegli anni intrattenere tematiche stilnoviste portava un sacco di guai. Per la sinistra, specialmente extraparlamentare, era dimostrazione di dismpegno parassitario da nemici del popolo. Per la donne era dimostrazione di congenita porconeria tipica di chi ha in testa solo quello. Per la dittatura spagnola, si scopre oggi, era dimostrazione di sentimenti contrari al pubblico decoro e alla tenuta morale della famiglia. Bel destino, eh.

Ma sono tutte baggianate e da sempre. Si scoprì abbastanza presto che i carcerieri di Aldo Moro conservavano nel covo di via Monte Nevoso a Milano la collezione completa dei capolavori battistiani. Un’intera generazione che di giorno occupava le facoltà universitarie, diffondeva ciclostilati e magari pianificava e metteva a segno colpi criminali, di sera si rifaceva le orecchie e il cuore con la «poesia di un amore profano», e rare femministe sfuggivano al sospiro della «paura di esser presi per mano». Tutto in gran segreto per motivi di integrità rivoluzionaria. Finché, nei primi Anni Ottanta, lo sdoganamento non assunse classici contorni arlecchineschi: in un comunicato le Brigate Rosse ricorsero alle «discese artite e le risalite» per fare il punto sullo Stato imperialista delle multinazionali.

Insomma, una vera maledizione, povero Battisti. Adesso qualcuno, in Spagna, si toglierà la soddisfazione di analizzare le eccellenze posteriori della signora sulla copertina di Amore e non amore. O di valutare lo stato del pudore soltanto quarant’anni fa, mentre il resto del mondo liberalizzava l’esultanza corporale. E spiace soltanto di non vedere la faccia di Franco se avesse ascoltato Battisti in versione Pasquale Panella (L’Apparenza, 1988): «Cali il tuo sipario di capelli / sopra l’armamentario voluttuario». La spiegazione, a chi non colse, la diede anni dopo lo stesso Panella, fissandosi su ciò che succede «in bocca al godimento»




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