venerdì 27 gennaio 2012

Muore il clochard gentile: colletta per i funerali

Quotidiano.net

Treviso, da 45 giorni nessuno reclama il corpo del 98enne



anche con tutta la buona volontà e le spese pagate pare che il Comune non possa dare il nulla osta al funerale senza l'assenso dei familiari del povero clochard, i quali l'avevano lasciato solo in vita e tanto più adesso sembrano irreperibili




TREVISO, 27 gennaio 2012



In molti lo conoscevano bene, a Treviso, quell'anziano clochard che, sempre con garbo, faceva l'elemosina per le vie del centro. Poi all'improvviso non s'era più visto in giro, ma si sa, la vita scorre in fretta: chi ci fa caso a un barbone di 98 anni?

Era morto, il barbone gentile, e nessuno se n'era accorto. Tanto che per 45 giorni il suo corpo non è stato chiesto da nessuno:  i familiari non si sono fatti vivi e non c'era di che pagare o anche solo autorizzare l’inumazione. Quando la notizia è filtrata, però, qualcosa s'è risvegliato nell'opinione pubblica locale, e da qualche giorno è sorta una colletta spontanea: associazioni e privati cittadini sono ora impegnati un una raccolta di fondi per sostenere le esequie.


Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio, perché anche con tutta la buona volontà  e le spese pagate pare che il Comune non possa dare il nulla osta al funerale senza l'assenso dei familiari del povero clochard, i quali l'avevano lasciato solo in vita e tanto più adesso sembrano irreperibili.


Del suo passato si sa poco, anche se pare che in gioventù l'uomo avesse una situazione professionale affermata e risorse finanziarie sufficienti a garantirgli una vecchiaia serena. E allora che cos'è successo? Pare che il clochard abbia speso tutti i suoi soldi per aiutare il figlio in difficoltà economiche. Figlio che chissà ora che fine ha fatto.




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Ed ecco l'Italia dei sacrifici: il moralismo di Celentano ci costa fino a 750mila euro

di -

Come già per Benigni, il cachet del Molleggiato sarà esorbitante: 300mila euro a puntata con un tetto massimo di 750mila euro. Alla faccia dei sacrifici per tutti



Adriano Celentano ci sarà. Trecentomila euro a puntata e un tetto massimo di settecentocinquantamila euro. Niente spot pubblicitari, perché il maestro non può essere interrotto dal bieco capitalismo, e blocchi da venticinque minuti.



Adriano Celentano

I termini dell'accordo tra i vertici della Rai e il Molleggiato sono un colpo durissimo. Dopo un lungo teatrino fatto di polemiche, accuse di censura e contrattazioni serrate viale Mazzini ha raggiunto l'intesa con Clan Celentano per riuscire ad avere il cantante al festival di Sanremo. Una presenza che agli italiani costerà oltre diecimila euro al minuto.


Alla fine hanno vinto il Molleggiato e la sua cricca. Un cachet con troppi zero che di sicuro farà imbestialire non pochi italiani. Un cachet con troppi zero come già se ne sono visti per ospiti come Roberto Benigni. Questa volta, però, oltre all'esborso economico Celentano ha messo tutta una serie di paletti che, inizalmente non trovavano il consenso dei vertici di viale Mazzini. Il contratto, oltre ai punti già concordati da tempo come appunto il compenso economico, recepisce l’accordo verbale raggiunto lunedì sera al telefono dal direttore delle Risorse Artistiche Valerio Fiorespino e l’avvocato del Clan Celentano sugli altri punti: dalla massima libertà per il Molleggiato (nel solo rispetto del codice etico) al diktat sugli spot pubblicitari. Insomma, l'intesa comporta solo minime limature dopo l’invio, mercoledì scorso, da parte del Clan a viale Mazzini della bozza definitiva.


"La firma - spiegano fonti vicine alla Rai in una anticipazione della Adnkronos - permette all’organizzazione del festival di arrivare con più serenità all’appuntamento con la conferenza stampa ufficiale del Festival, prevista al Teatro del Casinò di Sanremo martedì prossimo". Adesso Celentano è stato accontentato in tutto e per tutto. Dopo una settimana di teatrino (con Claudia Mori che accusava la tivvù di Stato di censurare il marito), è stato superato anche l'ostacolo delle interruzioni pubblicitarie separando la prima performance di Celentano da eventuali altri interventi nelle serate successive. Con un piccolo trucco: il primo intervento del cantante milanese sul palco dell’Ariston verrà inquadrato come evento eccezionale e, per questo motivo, non verrà interrotto da alcuna pubblicità. La stessa prassi fu seguita l'anno scorsi per l’esegesi dell’Inno di Mameli fatta da Benigni.


Tutt'altro discorso è stato portato avanti da viale Mazzini per gli interventi che Celentano farà nelle serate successive: questi potranno essere interrotti solo se supereranno i tempi degli intervalli tra un break pubblicitario e l’altro. Tempi che sono comunque corposi: all'incirca 25 minuti. Se da una parte il Molleggiato "schifa" gli spot pubblicitari, dall'altra non disdegna certo i lauti compensi: come già circolato nei giorni scorsi, il Molleggiato percepirà 300mila euro a puntata per un massimo cumulabile di 750mila euro. Una cifra importante, soprattutto se a sborsarla è la televisione pubblica in tempi crisi economica in cui agli italiani vengono chiesti continui sacrifici.




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Monti: «No a modifiche del valore legale dei titoli di studio e della laurea»

Corriere della sera

L'annuncio del premier al termine del Cdm. A metà febbraio decisione sulla candidatura di Roma alle Olimpiadi


MILANO - «Abbiamo adottato questo decreto legge sulla semplificazione, è un decreto orientato ai cittadini e all'economia». Lo ha affermato Mario Monti, parlando del "Semplifica Italia" durante una conferenza stampa al termine del Cdm.

LA COMPETITIVITA' DELL'ITALIA- «Siamo considerati un governo molto decisionista, ma non c'era molta scelta considerate le condizioni in cui ci siamo trovati ad agire» , ha spiegato il premier. «Abbiamo scelto di utilizzare un decreto legge perché il provvedimento presenta carattere di necessità e urgenza, è da vedere come parte dell'insieme di politica economica per la crescita».

E ancora: «I mercati danno importanza alle riforme strutturali per la crescita. Queste misure migliorano la qualità della vita dei cittadini e migliorano la competitività dell'economia attraverso il miglioramento della produttività che deriva da tutte le attività economiche». Il filo conduttore di questi provvedimenti «è quello delle semplificazioni. Abbiamo seguito le migliori pratiche in campo internazionale. Anche a questo decreto affidiamo il risanamento dell'economia italiana», ha sostenuto il Professore.


TITOLO DI STUDIO - Nessuna variazione al valore legale dei titoli di studio e della laurea nel decreto semplificazione, che saltano dal testo del decreto. «Ci siamo accostati a questo tema con animo sgombro da pregiudizi ideologioci con l'orientamento a superare, almeno da parte mia, il simbolismo del valore legale e per questa ragione abbiamo deciso di non affrontarlo in questo dl», ha detto. Sul tema si aprirà però «una consultazione pubblica».

Monti sottolinea che il tema del valore legale dei titoli di studio è annoso. «Ci sono scritti di Luigi Einaudi del 1947 e al 1955. «Abbiamo deciso - prosegue Monti - di sviluppare un dibattito pubblico sull'argomento per esaminare meglio questa materia più complessa di quanto possa sembrare».

OLIMPIADI - Sulla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020 la decisione del governo arriverà «entro metà febbraio. Stiamo considerando molto attentamente il tema sulla base degli studi approfonditi che ci sono stati forniti dal comitato promotore».

PER I CITTADINI - I cittadini in particolare avranno grandi benefici dalla semplificazione della burocrazia. Non più, dunque, lunghi tempi di attesa per ottenere un documento, moduli amministrativi complicati e uffici pubblici inaccessibili. Sarà possibile ottenere attraverso il web con pochi e semplici passaggi: il cambio di residenza; l’iscrizione nelle liste elettorali; i certificati anagrafici o il rinnovo dei documenti di identità partecipazione ai concorsi pubblici.

Le persone affette da disabilità potranno usare il verbale di accertamento dell’invalidità (anziché le attuali attestazioni medico-legali) per ottenere i contrassegni per parcheggiare nel centro storico. Godranno inoltre dell’esenzione dal bollo e di un regime agevolato di IVA. Viene previsto anche un nuovo programma di sperimentazione della social card nei Comuni con più di 250mila abitanti. Il programma è finalizzato alla eventuale estensione come strumento di contrasto alla povertà. Con questa finalità, dovrà coinvolgere attivamente soggetti pubblici e non-profit e favorire l’inclusione attiva dei beneficiari.
L'UNIVERSITA' - Particolarmente importanti, sia per le imprese che per i cittadini, in particolare i giovani, le misure riguardanti l’università. Con l’approvazione del decreto-legge si introduce il Portale unico delle università: la verbalizzazione e la registrazione degli esiti degli esami di profitto e di laurea sostenuti dagli studenti universitari si effettuerà esclusivamente per via telematica.

AGENDA DIGITALE - Grande spessore è dato all’agenda digitale. Quest’ultima è stata finora uno dei punti deboli delle politiche di governo. “Semplifica Italia” la rende obiettivo prioritario. Le misure del provvedimento intendono aumentare l’efficienza dell’azione amministrativa, potenziare gli strumenti informatici di negoziazione, alleggerire le procedure di contrattazione per il mercato elettronico della pubblica amministrazione e incrementare la trasparenza, la regolarità e l’economicità della gestione dei contratti pubblici.

L’agenda digitale consta di quattro punti fondamentali: Primo, la costituzione di una cabina di regia per lo sviluppo della banda larga e ultra-larga. Secondo, apertura all’ingresso dell’open data, ossia la diffusione in rete dei dati in possesso delle amministrazioni, nell’ottica della totale trasparenza. -Terzo, utilizzo del cloud, ovvero la dematerializzazione e condivisione dei dati tra le pubbliche amministrazioni. Quarto, gli incentivi alle smart communities, gli spazi virtuali in cui i cittadini possono scambiare opinioni, discutere dei problemi e, soprattutto, stimolare soluzioni condivise.

IMPRESE - Si riduce radicalmente il numero di controlli e verifiche per costituire un’impresa. Quelli che, invece, sono già titolari di un’attività imprenditoriale potranno acquisire tutte le informazioni utili per la loro attività accedendo alle nuove banche dati consultabili attraverso i siti degli sportelli unici comunali. Una parte consistente delle semplificazioni a favore delle imprese riguarda gli appalti pubblici.

Con “Semplifica” Italia tutti i documenti contenenti i requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativi ed economico-finanziario delle aziende vengono acquisiti, e gestiti, dalla Banca dati nazionale dei contratti pubblici. Le amministrazioni avranno la possibilità di consultare rapidamente il fascicolo elettronico di ciascuna impresa ed effettuare i controlli necessari, con un risparmio stimato di circa 1,3 miliardi l’anno. Le piccole e medie imprese risparmieranno sui costi vivi della gestione amministrativa. Il risparmio, per loro, è stimato in oltre 140 milioni di Euro all’anno.

Redazioni Online27 gennaio 2012 | 18:17

Le crociere insidiano anche Giannutri

Corriere della sera

Le navi gettano l'ancora nella piccola isola vicina al Giglio: ecosistema fragile, a rischio di disastro ecologico



Le navi si avvicinano pericolosamente alle coste di Giannutri (Zendri) ISOLA DEL GIGLIO (Grosseto) – Le immagini (e stavolta non è una frase fatta) parlano da sole. Sono state scattate da Legambiente e documentano una delle tante incursioni di navi da crociera, non identificate ma probabilmente straniere, nell’oasi marina protetta dell’isola di Giannutri, appena otto miglia dal Giglio. In questa zona, un capolavoro ecologico, non dovrebbe avvicinarsi nessuno e invece le navi gettano le pesantissime ancore che distruggono i fondali, i coralli e le praterie di posidonie.

Non solo: le navi scaricano merce sull’isola e alcuni passeggeri scendono per bagni  ed escursioni assolutamente proibiti. Non ci sono controlli e sorprende, nell’epoca dei satelliti, che non ci siano motovedette  pronte a fermare questi bisonti del mare come accade spesso (ed è una fortuna) per gommoni e piccoli natanti. Le foto sono state scattate durante l’estate quando i controlli dovrebbero essere più attenti soprattutto nelle zone di altissimo pregio ambientale.

 

LA PROTESTA DEL GOVERNATORE - Non c’è solo Legambiente a denunciare il problema. A chiedere maggiori controlli e leggi più rigorose è il governatore della Toscana, Enrico Rossi. «Nessuna nave può avere la possibilità di navigare così vicino alla costa e a mettere repentaglio la sicurezza  delle persone e dell’ambiente – spiega -  Ho chiesto che, a legislazione vigente, attraverso un decreto ministeriale si traccino rotte precise, si stabiliscano controlli e sanzioni. Come Regione Toscana ingaggeremo una battaglia perché' il traffico navale nel nostro mare sia sottoposto a controllo rigoroso, come si fa con il traffico aereo».

«DISASTRO AMBIENTALE» - Sul decreto «salva-coste» interviene anche il responsabile mare di Legambiente, Sebastiano Venneri, chiedendo che fine abbia fatto il provvedimento  annunciato dopo il naufragio della Concordia. «Dopo la tragedia umana – scrive in una nota l’ambientalista -  rischiamo il disastro ambientale. La nave rappresenta un concreto pericolo di inquinamento per l'arcipelago toscano e il santuario dei Cetacei, eppure non si ha più traccia del decreto. Un provvedimento essenziale per interdire alle grandi navi la navigazione entro le 5 miglia dalle aree marine protette e dai parchi nazionali e il transito nelle aree fragili prevedendo sanzioni pesanti per chi disattende i divieti».

UN EQUILIBRIO FRAGILE - Giannutri, come il Giglio, è un monumento dell'ecosistema marino. L'isola, è come una piccola Gaia, un organismo ecologico fantastico ma fragile. Già l'arrivo ogni anni di troppi turisti provoca problemi sempre più gravi. Tempo fa il Corriere della Sera documentò l'assalto dei turisti a zone del Parco che dovrebbero essere off limits, spiagge e calette e persino una villa romana di raro splendore nella quale sono statI rinvenuti mosaici di altissimo valore storico e artistico. Adesso l'arrivo clandestino delle navi da crociera rischia di provocare uno sconquasso all'ecosistema.

«Purtroppo lo scempio si ripete da tempo incontrastato – spiegano Umberto Mazzantini e Emanuele Zendri (autore della foto sopra) di Legambiente - ogni anno arrivano navi da crociera che ancorano a poche centinaia di metri dalla costa. Ciò che portano non è ricchezza o cultura ma nafta, plastica, schiuma e danni ai fondali. Basta pensare a quello che produce l'aratura dell'enorme ancora di questi giganti su una prateria di posidonia oceanica. E' possibile che ci si accorga del pericolo che portano queste navi ad ecosistemi così delicati solamente quando avviene il disastro?».

LEGAMBIENTE, PARTE CIVILE - Legambiente, intanto,  ha deciso di costituirsi parte civile nel processo per il disastro del Giglio. «Le responsabilità di Costa Crociere – spiega Angelo Gentili, della segreteria nazionale - saranno accertate dalla magistratura, ma quello che è certo è che un danno ambientale purtroppo c'è già, e non potrà certo gravare sulla collettività ma essere risarcito dai diretti responsabili. Ci riferiamo non solo al possibile, gravissimo disastro che potrebbe avvenire con lo sversamento del carburante, ma anche alla contaminazione delle acque, della flora e fauna marina, da parte dei rifiuti e delle sostanze tossiche e pericolose che giorno dopo giorno si stanno riversando in mare». Si chiede inoltre che anche all’Isola del Giglio sia istituita un’oasi marina protetta e soprattutto siano attivati quei sistemi do sicurezza elettronica e non per evitare incursioni pericolose.


  Marco Gasperetti
27 gennaio 2012 | 18:14




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Costa Concordia: accordo con i consumatori, verranno dati 11.000 euro a passeggero

Corriere della sera

L'indennizzo prevede inoltre il rimborso del valore della crociera e delle spese di viaggio sostenute per il rientro


MILANO - Accordo raggiunto tra la compagnia Costa Crociere e le associazioni nazionali dei Consumatori per l'indenizzo ai passeggeri dopo il naufragio della nave al Giglio. Il tavolo di confronto, organizzato da Astoi Confindustria, ha stabilito un importo forfettario di 11.000 euro a persona a titolo di indennizzo «a copertura di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, ivi inclusi quelli legati alla perdita del bagaglio e degli effetti personali, al disagio psicologico patito e al danno da vacanza rovinata». L'importo, si legge in una nota congiunta, sarà riconosciuto indipendentemente dall'età del passeggero, considerando anche i bambini, sebbene non paganti.

ULTERIORE INDENNIZZO - Inoltre, si legge nel comunicato, l'indennizzo prevede il rimborso del valore della crociera, comprensivo delle tasse portuali, dei transfer aerei e bus, inclusi nella pratica crociera, delle spese di viaggio sostenute per il rientro, di eventuali spese mediche sostenute e delle spese sostenute durante la crociera. La Compagnia avvierà anche la restituzione di tutti i beni presenti nelle casseforti delle cabine, ove sia possibile il recupero. Inoltre, sempre nell'ottica di rimanere vicini ai consumatori coinvolti nella vicenda, Costa Crociere ha accettato di avviare uno specifico programma di assistenza psicologica nei confronti di tutti i passeggeri che ne facciano richiesta.

L'intera proposta non riguarda le famiglie delle vittime e i passeggeri feriti, per i quali è stato necessario effettuare trattamenti sanitari in loco. Per costoro l'indennizzo terrà conto della gravità del danno subito dai singoli individui. In accordo con le associazioni dei consumatori si sono altresì stabilite le modalità di gestione delle pratiche di indennizzo, per le quali, nella sede di Genova di Costa, saranno istituite due unità operative ad hoc. Gli accrediti degli importi avverranno entro 7 giorni dall'accettazione della proposta di Costa da parte dei consumatori. Costa Crociere metterà a disposizione un indirizzo e-mail (rimborsiconcordia@costa.it) e il numero per le informazioni 848505050



La lunga notte del naufragio. Ecco chi dice la verità


A tredici giorni dalla tragedia della Costa Concordia abbiamo ricostruito l’ultima notte della nave. Con tutti i dubbi e le versioni contrastanti





A tredici giorni dalla tragedia della Costa Concordia abbiamo ricostruito l’ultima notte della nave. Dal momento della partenza dal porto di Civitavecchia all’inabissamento nelle acque davanti all’isola del Giglio. Con il ritardo nell’allarme, le telefonate alla capitaneria di porto, il ruolo del comandante Schettino accusato di aver abbandonato nave e passeggeri. In corsivo abbiamo sottolineato i dubbi della ricostruzione e le versioni contrastanti. Nodi fondamentali sui quali l’inchiesta dovrà fare luce.

L’avevano chiamata «profumo di agrumi» quella crociera della nave Concordia, giovane ammiraglia della Costa. Partenza da Civitavecchia, con tappe a Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma de Maiorca, Cagliari e Palermo. Ma la nave dei sogni arriva al capolinea sugli scogli davanti all’isola del Giglio, due ore e 45 minuti dopo la partenza dal porto, portandosi nei fondali un carico di 16 morti e almeno 16 dispersi. Era venerdì quando affondò il Titanic, cento anni fa, ed è venerdì 13 gennaio quando nelle acque dell’Argentario s’inabissa il gigante del mare nato sotto il segno della sfortuna.

La profezia nel battesimo della nave: il 2 settembre 2005 la bottiglia di champagne lanciata contro la fiancata, rito marinaro scaramantico, rimbalzò e rimase intatta. Mentre la banda suonava, tra l’imbarazzo generale, la bottiglia venne recuperata e rotta a mano. Sei anni e quattro mesi dopo quel varo infelice il funerale della Concordia: ad accompagnarla nell’ultimo viaggio ci sono oltre 3 mila passeggeri e 1200 membri dell’equipaggio.

La nave salpò da Civitavecchia con un ritardo di due ore. La difesa di Schettino parla di una possibile avaria ma uno dei membri dell’equipaggio sostiene che prima di partire fu fatto un check a tutta la strumentazione di bordo che risultava perfettamente funzionante.

Alle 21.30 il maitre del ristorante Milano, Antonio Tievoli, sale sulla plancia di comando: il comandante Francesco Schettino non c’è e l’imbarcazione procede col pilota automatico. Il racconto di Tievoli viene confermato ai magistrati anche dagli altri ufficiali che in quel momento si trovavano nella plancia di comando. Alle 21.35 arriva il comandante Schettino. Fa disattivare il pilota di comando per navigare a vista. Alle 21.35 Schettino si avvicina alla costa del Giglio per fare un inchino in omaggio a Mario Palombo, ex comandante della Costa in pensione (che quel giorno però non era al Giglio ma nella sua abitazione a Grosseto), e al maitre Antonello Tievoli, originario dell’isola.

Schettino spiega ai magistrati che di quella manovra la Costa Crociere fosse informata, sostiene di aver preannunciato la sua manovra a Palombo facendolo chiamare al telefono proprio da Tievoli. In questo caso le ricostruzioni differiscono: Palombo sostiene di fronte ai pm di averlo consigliato di tenersi alla larga dalla Costa e Tievoli spiega, sempre ai pm, di non essere lui l’uomo omaggiato con l’inchino. Nella caserma dei carabinieri di Orbetello, dove Schettino viene portato il giorno dopo la sciagura, viene piazzata una microspia: l’uomo, al telefono con un amico, sostiene di aver fatto l’inchino su pressione di un «manager» che aveva insistito moltissimo:

«Qualcun altro al posto mio non sarebbe stato così benevolo da passare là sotto perché mi hanno rotto il c...: passa di là, la secca c’era ma non era segnalata dagli strumenti che avevo e ci sono passato per dare retta al manager, passa da lì, passa da lì...». Poi in un’altra telefonata a un amico dice: «Mi ha rotto il c... andiamo a salutare il Giglio. Stava uno scoglio sporgente e non l’abbiamo visto e ci siamo saliti su.

Mi sono fidato delle carte nautiche e del Palombo che mi ha chiamato». Davanti all’interrogatorio davanti al gip aveva detto che «la manovra del Giglio era stata pianificata alla partenza, anche perché avremmo dovuto farla la settimana prima, ma non fu possibile per il cattivo tempo. Ci fu insistenza, dissero: perché facciamo navigazione turistica, ci facciamo vedere, facciamo pubblicità e salutiamo l’isola».

Costa Crociera sostiene invece di non aver autorizzato una sola volta un inchino sotto costa, nel 2010 a Procida. Schettino corregge: «Gli inchini li facciamo in tutto il mondo. Anche nella penisola sorrentina, a Capri, tanto che gli annunci vengono stampati la mattina a bordo delle navi». «Nel giornalino di bordo era scritto che saremmo passati a 5 miglia dalla costa», ribatte l’ad della Costa Pierluigi Foschi. Il comandante in seconda Roberto Bosio ha detto «che la navigazione ravvicinata era programmata fin dalla partenza della nave da Civitavecchia».

Ore 21,42: la Concordia si incaglia, come risulta dal tracciato Ais della Capitaneria di Porto, a 150 metri dall’isola. Un membro dell’equipaggio racconta di aver sentito un tremolio: si recò in plancia a capire cosa stesse accadendo, l’atmosfera era tranquilla: che alle 21,48 esatte ancora nessuno si era reso conto di quanto stava accadendo.

Schettino ai pm ha invece detto che si informò immediatamente con la sala macchine: da sotto gli spiegarono che c’erano problemi seri. Schettino si assume la responsabilità della manovra e chiama in causa i suoi ufficiali, colpevoli di non averlo avvertito. Sentiti dai pm, i secondi di Schettino dicono invece di averlo sollecitato su quanto stava accadendo.

L’allarme scatterà con un ritardo di un’ora e quindici minuti. Alle 22 la capitaneria di porto registra «traffico marittimo regolare». Sei minuti dopo i carabinieri di Prato ricevono una telefonata di soccorso: una signora viene chiamata dalla madre che si trova a bordo della Concordia e racconta che è crollato parte del soffitto del ristorante e che è arrivato l’ordine di indossare i giubbotti di salvataggio. Alle 22,12 la capitaneria, tramite l’Ais (automatic identification system), individua la Concordia e chiama la nave per sapere se ci sono problemi.

Schettino dice che c’è solo un problema di black out e che tutto si sarebbe risolto in pochi minuti. In realtà i passeggeri hanno già indossato i giubbotti salvagente. Nell’interrogatorio Schettino dice che fervono le operazioni per riportare la situazione alla normalità. I tecnici dei motori, sentiti dai pm, dicono che in pochi minuti si erano già allagati quattro comparti: nessuno aveva più il controllo sulla nave. Alle 22.34 la Concordia parla di sbandamento con il capitano Gregorio De Falco. Dagli altoparlanti si invita alla calma e si spiega che la situazione è sotto controllo, come risulta dai video diffusi dai passeggeri.

Alle 22.44 la motovedetta della Guardia di Finanza che intercetta la comunicazione, viene dirottata in zona e riferisce alla Capitaneria che «la Concordia è appoggiata sul fondo lato dritto». Alle 22,45 Schettino racconta alla capitaneria che la nave ancora galleggia e che sta andando sottocosta. La Capitaneria chiede se non sia il caso di ordinare l’abbandono della nave. Sono le 22.58 quando viene ordinato l’abbandono della nave. Schettino dirà durante l’interrogatorio che non si era accorto, per un’errata percezione del tempo, che dall’emergenza alla tragedia fosse passata oltre un’ora e quaranta minuti.

Un video della Guardia di Finanza documenta il ritardo. «Non volevo creare il panico», dirà poi spiegando che «la nave era ingovernabile e che aveva deciso di farla adagiare sulla secca, con la leggera brezza da Est ci saremmo avvicinati alla costa e poi arenati e saremmo potuti scendere ordinatamente». Alle 23.37 la Concordia spiega che a bordo restano ancora 300 passeggeri da sbarcare. Per questo motivo la procura accusa Schettino di abbandono della nave.

Secondo i magistrati l’uomo è fuggito a bordo di una lancia. Schettino ai pm dirà che è caduto sul mezzo di soccorso a causa di un’inclinazione della nave. In realtà dalle intercettazioni dei carabinieri prima del fermo il comandante parlando con un amico gli confida che «appena la nave ha cominciato a inclinarsi ho preso e sono sceso». «Se fosse stato dato l’allarme in tempo saremmo scesi tutti senza neppure bagnarci i piedi», ha detto un ufficiale di bordo. A mezzanotte e cinque minuti la capitaneria prova a contattare inutilmente la plancia di comando.

Ore 00,34: Schettino spiega di trovarsi a bordo di una scialuppa e spiega a De Falco che non riesce a risalire a causa del buio e della nave che è troppo inclinata. Quarantadue minuti dopo mezzanotte De Falco ordina a Schettino di ritornare sulla nave per coordinare lo sbarco dei passeggeri. Mezzanotte e quarantanove: i finanzieri vedono Schettino sulla scialuppa che si sta dirigendo verso la riva. Ore 1,46: De Falco ordina a Schettino di risalire a bordo ma Schettino arriverà sull’isola del Giglio, ultimo approdo prima del carcere di Grosseto.

Resta da chiarire il ruolo della Costa in quella notte: dalle 21.57 alle 2 di notte ci sono 18 telefonate tra Schettino e Alberto Ferrarini, responsabile dell’unità di crisi della Costa. Dodici minuti dopo l’impatto Schettino dice alla Costa: «Ho fatto un guaio, sono passato troppo sotto al Giglio — dice Schettino — mandatemi un rimorchiatore». «Chiese anche una «versione da fornire alle autorità», racconta Ferrarini che sostiene anche che nessun altro ufficiale a bordo lo informò della gravità della situazione. Perché se la società era informata di quello accaduto non ha cercato di convincere il comandante ad accelerare le procedure di evacuazione, partite solo un’ora dopo?


Simone Innocenti
Antonella Mollica
26 gennaio 2012



Apple, Cook respinge le accuse: «Teniamo nostri dipendenti, massima trasparenza»

Corriere della sera

Dopo le polemiche sulle condizioni di lavoro nei siti cinesi, l'ad scrive ai collaboratori: «Noi non siamo così»



Tim Cokk, Ceo di AppleTim Cokk, Ceo di Apple

MILANO - Condizioni di lavoro disumane: accuse assai pesanti per l'azienda-simbolo del progresso planetario che l'erede di Steve Jobs, Tim Cook, prova a smontare. In una lunga lettera indirizzata ai dipendenti e pubblicata sul sito «9To5Mac» il numero uno di Apple si rammarica delle inchieste giornalistiche sulle catene di produzione cinesi di I Pad e I phone che «sfortunatamente mettono in discussione i valori della società». «Abbiamo a cuore ogni dipendente in tutti i siti del mondo - scrive Cook - Ogni incidente ci preoccupa profondamente e ogni problema sulle condizioni di lavoro ci procura apprensione». «Come sapete bene e meglio di chiunque altro, questo tipo di accuse sono contro i nostri valori. Noi non siamo fatti così».


ISTRUIAMO I LAVORATORI SUI LORO DIRITTI - «Abbiamo chiesto che la nostra catena di produzione venga valutata da un indipendente, la Fair Labour Association» ricorda Cook per il quale Apple è leadee anche quando si tratta di assumere queste decisioni «prese senza esitazioni». I controlli, assicura, saranno più frequenti e la trasparenza sulla produzione in aumento. «Siamo impegnati a istruire i lavoratori sui loro diritti, così che possano alzare la voce quando le condizioni di lavoro ritengono che le condizioni di lavoro siano inique o pericolose. Come sapete, oltre un milione di persone sono già state formate dal nostro programma.


Paola Pica
27 gennaio 2012 | 15:57




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Celentano double-face Esige libertà dalla Rai ma censura un editore

di -

Il cantante vuole carta bianca per andare a Sanremo E intanto blocca un libro che raccoglie le sue interviste





Sembra impossibile, ma Adriano Celentano, famoso per gli interminabili monologhi, vuole togliere la parola ad Adriano Celentano. La casa editrice Barbera avrebbe (condizionale d’obbligo, come vedremo) intenzione di pubblicare, in febbraio, il libro Celentano Talk, antologia delle interviste pubblicate dal Molleggiato a cura del giornalista Umberto Piancatelli. Il volume, annunciato dalle librerie on line tra le novità in arrivo fin da dicembre, si è scontrato con un grosso ostacolo. L’operazione infatti è sgradita al Clan.


Mentre il tomo, piuttosto corposo perché copre cinquant’anni di carriera, è in lavorazione, arriva a Piancatelli una lettera dell’avvocato di Celentano, il quale comunica, per esplicito desiderio del cantante, la «non volontà di concedere la richiesta autorizzazione alla pubblicazione in un libro delle sue interviste». Motivo: anche «l’intervista già pubblicata è soggetta a diritto d’autore» e «l’autore dell’intervista può identificarsi nell’intervistato». Quindi non si può procedere senza l’assenso di Celentano stesso. Che non c’è. Segue una richiesta di chiarimenti sulla natura di Celentano Talk.


L’editore ora risponde con una lettera ai quotidiani, proprio nei giorni in cui Celentano si è spacciato, ancora una volta, come vittima della tentata censura Rai, ed è quindi al centro dell’attenzione dei media. Un primo tentativo di far conoscere la vicenda era caduto nel vuoto. Naturalmente c’è la questione giuridica, assolutamente centrale, alla quale Gianluca Barbera non intende sottrarsi: «Va da sé che agiremo nel massimo rispetto della legge: se Celentano ha ragione, se cioè ha il diritto di impedirci la pubblicazione del libro, ci guarderemo bene dal pubblicarlo». L’editore però sostiene di aver «ricevuto per iscritto il nullaosta degli editori che a suo tempo hanno pubblicato» le interviste. Cosa che «parrebbe sufficiente, stando alla lettera della legge» per procedere alla pubblicazione. (Anche se l’avvocato di Celentano, ovviamente, sostiene la tesi opposta, citando un paio di sentenze).


Poi c’è l’aspetto, per così dire, morale della faccenda. Celentano, scrive Barbera, «dalla Rai e non solo, per ogni suo intervento mediatico pretende, per contratto, la libertà più assoluta di parola (e in ciò lo comprendiamo); ma poi quando si tratta della libertà di espressione altrui, eccolo trasformarsi in un potenziale censore». Un comportamento, prosegue Barbera, «quanto meno incoerente».


Censura è una parola grossa. Perché tirarla in ballo in una questione che sembra riguardare il diritto d’autore? Il sospetto dell’editore, vedremo se suffragato dai codici, è che si tratti «solo di una sorta di tentativo di “fare la voce grossa” per scoraggiare un piccolo editore dal fare nient’altro che il suo mestiere». Se così fosse, sarebbe «doppiamente grave poiché è chiaro che una piccola realtà editoriale come la nostra possa sentirsi intimorita dalla eventualità di affrontare una causa contro un peso massimo contro Celentano».


Intimidazione? Difesa del copyright? Agli avvocati l’ultima, decisiva parola. Fatto sta che il Molleggiato dichiara di infischiarsene della pubblicità e perfino dei compensi ma è molto attento alla sua immagine e al diritto d’autore. Qualcosa non torna. Non sarà che Celentano è un paladino della libertà ma solo a gettone (cospicuo) e dove ha il massimo del ritorno mediatico?



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Parenzo: «Derubati delle frequenze Ci incateniamo ai ripetitori»

Corriere della sera

La guerra delle emittenze. Il patron: «Traditi dal governo, pronto il ricorso alla Corte europea». A rischio ci sarebbero 300 lavoratori



Sandro Parenzo
Ha fatto una domanda sapendo le risposte. Dunque, ieri mattina, sul Corriere , c'era un'intera pagina pubblicitaria, la pagina 28, comprata e firmata da Sandro Parenzo, nato nel '44 in provincia di Padova, architetto, a capo di Mediapason, gruppo televisivo che comprende anche Telelombardia. La pagina si apriva giustappunto con un interrogativo: «Chi vuol spegnere Telelombardia?».

Ecco, chi sono i killer?
«Vede, il decreto che libera i canali televisivi dal 61 al 69, e Telelombardia ha il 64, per assegnarli alle compagnie telefoniche è una...».

Diciamo truffa?
«Diciamo che ci derubano».

Il ministero competente è quello dello Sviluppo economico, dipartimento delle comunicazioni. Ministro è Corrado Passera.
«Il ministro è una persona onesta. Certe cose, forse, gli sono passate, come dire, sopra la testa, oppure sotto gli occhi. Non è colpa sua».

E di chi?
«Cambiano i governi ma nei ministeri camerieri e chef rimangono gli stessi».

Parenzo, lei è noto per non mandarle a dire.
«Vero. Da tantissimo tempo vado ripetendo che il ministero è un'appendice di Cologno Monzese, di Mediaset». A Mediaset ce l'hanno con Parenzo o con Telelombardia? «Voglio sperare non sia un'azione premeditata contro di noi. E non è così. Sui canali dal 61 al 69 ci sono altre emittenti».

Spesso di dimensioni ultraridotte, a carattere e diffusione iperlocale...
«E lo dice a me scusi? Qua, questi del governo, liberando i canali, mettono sullo stesso piano Telelombardia con quelle piccole televisioni dell'amico dell'assessore con due dipendenti quando va bene».

Voi quanti siete?
«Diamo lavoro a trecento persone. Ah, faremo una battaglia, cosa credono? Ci incateneremo ai ripetitori, se necessario. Mica ci facciamo pregare».

Altre iniziative?
«Il ricorso alla Corte europea. L'Italia queste cose strane le accetta, l'Europa no e ci darà ragione».

Allora siete tranquilli.
«Abbiamo un anno di tempo per bloccare il provvedimento, con le sentenze della Corte europea. Mi auguro che i tempi della giustizia non siano elefantiaci, naturalmente, ma non possiamo che aspettare».

Non s'arrabbi, ma facciamo il caso di Telelombardia: vi tolgono il canale 64? Amen, finirete su un altro canale, no?
«No».

Per quale motivo?
«Ci vorranno anni per spiegare agli spettatori come sintonizzare la propria televisione ancora su Telelombardia. Dico per davvero. Non è così semplice. E non capisco perché debbo arrecare fastidio allo spettatore» .

Senta, tornando a Mediaset. Lei ospita Michele Santoro e non è che...
«Non faccio dietrologia, io. A me interessano trasmissioni e pubblico. Lo sa cos'è successo stamattina? Mi hanno telefonato 480 telespettatori per annunciare che non pagheranno più il canone Rai e terranno da parte quei soldi per sostenere Telelombardia».


Andrea Galli
27 gennaio 2012 | 11:21




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Asteroide in arrivo: «sfiorerà» la Terra

Corriere della sera

Passerà a 60 mila chilometri: più vicino della Luna. L'esperto: «Tra gli incontri più ravvicinati di sempre»



L'asteroide 2012 BX34 nel database NasaL'asteroide 2012 BX34 nel database Nasa

MILANO - Oggi alle 17 un asteroide della taglia stimata di 11 metri di diametro transiterà vicinissimo alla Terra sfiorandola da appena 60 mila chilometri, vale a dire meno del doppio della distanza dell’orbita sulla quale ruotano i satelliti per le telecomunicazioni e quindi ben più vicino della Luna. L'asteroide 2012 BX34, come è stato battezzato, è una sorpresa perché la sua esistenza è emersa all’improvviso solo due giorni fa quando i telescopi lo hanno individuato in cielo.

CLASSIFICA DA RECORD - Il suo arrivo entra nella classifica dei record essendo tra i venti corpi celesti che sono transitati nei pressi del nostro pianeta. La minore distanza raggiunta è stata, però, di 20 mila chilometri. «Resta comunque uno degli incontri più ravvicinati di cui abbiamo traccia in generale», commenta Gareth Williams direttore associato del Minor Planet Center americano dove vengono censiti i corpi celesti. L'ultimo incontro del genere si è verificato nel giugno dell’anno scorso.

RISCHIO - Date le sue dimensioni, anche se fosse precipitato nell’atmosfera non sarebbe stato fonte di grande pericolo perché l'impatto e l'attrito lo avrebbero sbriciolato. Ma qualcosa poteva comunque sopravvivere ed essere fonte potenziale di rischio se ciò fosse avvenuto su zone densamente abitate. Ancora una volta la scoperta dimostra come gli asteroidi rappresentino un problema da investigare più seriamente di quanto non si sia fatto finora.

PIANO EUROPEO - Tuttavia, qualche segnale positivo talvolta emerge. Proprio di recente l'Unione Europea ha finanziato con 4 milioni di euro il programma NeoShield per uno studio di tre anni nel quale indagare tre metodi da adottare per deviare la traiettoria di un corpo che si avvicina pericolosamente alla Terra.



Giovanni Caprara
27 gennaio 2012 | 13:49




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Persino Tonino meglio di lui Laurea prima, e da lavoratore

Libero

Martone più "sfigato" di Di Pietro, che faceva l'impiegato all'Aeronautica militare durante gli studi in giurisprudenza




Ha dato degli "sfigati" a metà degli universitari italiani, dicendo che chi non si laurea entro i 28 anni, tale va definito. Lui, il viceministro Michel Martone, di anni ne aveva 23 quando prese il fatidico pezzo di carta in giurisprudenza. Impresa eccezionale? Non tanto, se la si paragona a quella (oltre che di tanti, tantissimi universitari) a quella di Antonio Di Pietro. Che certo una "cima" non è considerato. Ma si è laureato lui pure in cinque anni (sempre in giurisprudenza) e pure lavorando.

Tornato in Italia nel 1973 dopo alcuni anni a lavorare in Germania, Tonino inizia gli studi all'Università degli Studi di Milano presso la facoltà di giurisprudenza, mentre lavora come impiegato civile dell'Aeronautica Militare. E si laurea nel 1978. La storia successiva è nota: nel 1980 vince un concorso della Polizia di Stato per Commissario e frequenta la Scuola Superiore di Polizia. Successivamente viene inviato al IV distretto come responsabile della Polizia Giudiziaria. Nel 1981, sempre alternando lavoro e studio, vince il concorso di uditore giudiziario: è assegnato, con funzione di Sostituto Procuratore, alla Procura della Repubblica di Bergamo.
27/01/2012




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Sapete chi è il direttore del settimanale Der Spiegel? Un conterraneo di Schettino

di -

Il giornalista che dirige il settimanale tedesco Der Spiegel è Georg Mascolo. Suo padre è nato a Castellammare di Stabia, che dista appena 14 km da Meta di Sorrento, il paese di Schettino





Indovinate chi è il direttore di Der Spiegel, il giornale che ha preso di mira tutti gli italiani con un articolo in cui ci definisce un "popolo di codardi".

E' un uomo di 47 anni. Si chiama Georg Mascolo. E' figlio di una tedesca e un italiano (di Castellammare di Stabia). Città non troppo lontana (13,6 chilometri circa in auto) da Meta di Sorrento, il paese di Francesco Schettino (guarda la mappa).


Mascolo è il "direttore unico" dello Spiegel dal febbraio 2011: prima (dal 2008) aveva condiviso la prestigiosa carica con Mathias Müller von Blumencron. Mascolo è entrato nel mondo del giornalismo partendo dalla televisione, poi, nel 1992, a 27 anni, è passato alla carta stampata, con lo Spiegel. Divenuto famoso, non solo in Germania, per il giornalismo d'inchiesta, Der Spiegel ha pubblicato gli scoop, o presunti tali, di Wikileaks. Arcinote le storiche campagne antitaliane: su tutte quella del 1977, rimasta scolpita nella memoria, con il piatto di spaghetti sormontato da una pistola P38. Ovviamente tutti gli italiani erano mafiosi, come oggi sono "Schettino". Oggi come ieri, nulla è cambiato. E meno male che il direttore del giornale è figlio di un italiano...




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A noi Schettino A voi Auschwitz

di -

Il settimanale "Der Spiegel" ci definisce un popolo di codardi perché "gli italiani non sono una razza". Loro sì, e lo hanno dimostrato assieme a Hitler


Una nota di protesta del nostro ambasciatore a Berlino e nulla di più. Così sta passando di fatto sotto silenzio l’aggressione all’Italia messa in atto da Der Spiegel, il più importante settimanale tedesco: copertina sul caso Concordia e un titolo che non lascia spazio a equivoci: «Italiani mordi e fuggi» letteralmente, ma traducibile come «italiani codardi».




Secondo Der Spiegel siamo un popolo di Schettino e non c’è da meravigliarsi di ciò che è successo al largo del Giglio. Di più: siamo tutte persone da evitare, un peso per l’Europa, un ostacolo allo sviluppo della moneta unica. Loro, i tedeschi, sì che sono bravi, «con noi certe cose non accadono perché a differenza degli italiani siamo una razza».

Che i tedeschi siano una razza superiore lo abbiamo già letto nei discorsi di Hitler. Ricordarlo proprio oggi, giorno della memoria dell’Olocausto, quantomeno è di cattivo gusto. È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo) di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno.


A differenza nostra, che di passeggeri ne abbiamo salvati 4.200 e di ebrei, all’epoca della sciagurate leggi razziali, centinaia di migliaia. Era italiano anche Giorgio Perlasca, fascista convinto, che rischiò la vita per salvare da solo oltre 5mila ebrei. È vero, noi italiani siamo fatti un po’ così, propensi a non rispettare le leggi, sia quelle della navigazione che quelle razziali. I tedeschi invece sono più bravi. Li abbiamo visti all’opera nelle nostre città obbedire agli ordini di sparare su donne e bambini, spesso alla schiena.


Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l’Europa. Fanno i gradassi ma hanno finito di pagare (anche all’Italia) solo un anno fa (settembre 2010) il risarcimento dei danni provocati dal primo conflitto: 70 milioni di un debito che era di 125 miliardi.

Ci hanno messo 92 anni e nel frattempo anche noi poverelli li abbiamo aiutati prima a difendersi dall’Unione Sovietica, poi a pagare il conto dell’unificazione delle due Germanie. Questi tedeschi sono ancora oggi arroganti e pericolosi per l’Europa. Se Dio vuole non tuonano più i cannoni, ma l’arma della moneta non è meno pericolosa. Per questo non dobbiamo vergognarci. Noi avremmo pure uno Schettino, ma a loro Auschwitz non gliela toglierà mai nessuno.




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Zara è tornata a casa dopo più di quattro anni

La Stampa
La zampa.it

La cagnolina persa nel 2007 ritrovata grazie al microchip





Zara è di nuovo sul suo divano. Qualcuno l'aveva presa per metterla a guardia di un orto, poco distante dai padroni che la cercavano

FABRIZIO ASSANDRI
Torino


Si è chiamata Zara nei suoi primi due anni e mezzo di vita, Diana negli altri quattro e mezzo, di nuovo Zara da due settimane. S’è conclusa nel migliore dei modi l’odissea di un cane smarrito e ritrovato grazie al microchip, quando ormai i padroni avevano perso ogni speranza. Un cane molto amato, regalato a una ragazza dai suoi genitori per il suo compleanno, e sparito nel nulla quattro anni e mezzo fa. Tutte le ricerche con il passaparola e battendo ogni strada erano state inutili, fino alla telefonata da parte del canile di Trofarello, pochi giorni fa.

«Mi è stato chiesto se avevo un cane molto peloso, un po’ buffo - racconta ancora emozionata Giovanna Tosco -: appena ho capito che la mia Zara era tornata mi sono precipitata con mia figlia in canile. Piangeva lei, perché ci ha subito riconosciuti, piangevamo noi. Il nostro peggiore incubo era che qualcuno, in tutto questo tempo, potesse farle del male».

Il paradosso è che Zara, un incrocio tra un husky e un meticcio, è sempre stato nei paraggi di casa a Santena. È stata infatti una famiglia del paese a portarlo al canile di Trofarello, perché non se ne poteva più occupare. È stato durante la visita di routine dal veterinario, prima di affidarlo a nuovi padroni (c’era già la fila), che ci si è accorti che il cane era registrato. 

Chi ha tenuto Zara non ne ha fatto cenno: nella migliore delle ipotesi ha agito in buona fede, prendendo con sé il cane pensando che fosse stato abbandonato. In realtà, Zara si era allontanata dal giardino di casa per il suo breve tour quotidiano dell’isolato. Uno scatto di libertà che le è costato caro: «La coppia che ce l’ha portata la teneva legata in un orto, poco curata.

In tutto questo tempo non è mai stata da un veterinario», spiega Paolo Pallesio, responsabile del rifugio di Trofarello. Ora Zara gioca con una numerosa famiglia, con altre tre cagnoline e da una colonia di gatti. «Se tutti i cani avessero il microchip - aggiunge Pallesio - i canili non avrebbero quasi ragion d’essere, sarebbe più difficile perdere o abbandonare un cane. In molti però non conoscono la legge». La registrazione, oltre ad essere obbligatoria, come stabilito nel 2008, potrebbe portare al lieto fine tante storie simili a quella di Zara.

(Articolo tratto da "Animalia", le pagine sugli animali della cronaca di Torino)




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Prete "Sono in ritiro". Ma era sulla Concordia... Diceva del Cav: "Immorale". Leggi la lettera

Libero

Don Massimo Donghi pizzicato su Facebook: lo inchioda un post della nipote. Scriveva missive al vetriolo su Berlusconi




"Vado in ritiro", aveva spiegato sul web. Invece il prete era sulla Costa Concordia affondata all'Isola del Giglio. Una storia tragicomica quella di don Massimo Donghi, che dice di chiudersi in preghiera eppure va su un gigante del mare tutto luci, comfort e divertimento. Una storia tragicomica resa ancor più grottesca dal fatto che il Don, nel 2010, si vide pubblicare una lettera da Famiglia Cristiana, una missiva nella quale si scagliava contro i "vizi" e "l'immoralità" del governo, ovvero di Silvio Berlusconi.


Beccato su Facebook - Don Massimo, responsabile per la zona di Besana Brianza degli oratori, della catechesi e dell'Unione pastorale giovanile, è stato pizzicato sul web. L'incidente del Giglio, infatti, ha svelato che il sacerdote non si trovava in nessun ritiro: era a bordo della Concordia insieme ai familiari più intimi. Ad incastrarlo è stato un post della nipote su Facebook: la notte del naufragio la giovane si è salvata, e appena giunta a riva ha rassicurato i parenti (online), spiegando che era riuscita a raggiungere le scialuppe di salvataggio insieme alla nonna. E allo zio, appunto, don Max. I parrocchiani di Besana Brianza, per inciso, non hanno gradito: ora chiedono chiarimenti.


La lettera anti-Cav - Qualche chiarimento, infine, potrebbe chiederlo anche Silvio Berlusconi, additato nella missiva che segue, pubblicata il 10 novembre del 2010, come la causa di tutti i mali italiani. Ma come, farsi fare la ramanzina da un prete che finge un ritiro spirituale e poi va in crociera? Ecco la lettera:


Come cittadino, educatore e insegnante, e non da ultimo come “prete d’oratorio” che vive tutti i giorni a contatto con ragazzi, adolescenti e giovani, ancora una volta rimango davvero “sconcertato”. Mi lascia sempre più perplesso la mancanza di dignità, sobrietà di comportamento e di “stile” in chi ha “giustamente” il diritto di guidare e servire il nostro Paese, ma anche il dovere di farlo con profondo rispetto del ruolo istituzionale che occupa. Vivo, in questo periodo, due stati d’animo  contrastanti: da una parte, l’entusiasmo e la soddisfazione per la scelta dei nostri vescovi di puntare, per il prossimo decennio, sul tema dell’educazione (Educare alla vita buona del Vangelo); e dall’altra, una profonda insofferenza nel constatare, nei comportamenti di chi “democraticamente” ci governa e ci rappresenta, una costante doppiezza tra vita pubblica e vita privata, tra impegni istituzionali e vizi domestici, tra sorrisi pacifici e occulti complotti. Mi è difficile continuare a lasciar passare, a sdrammatizzare, a distogliere l’attenzione, a non “giudicare”. Credo che “educare alla vita buona del angelo” voglia anche dire farlo con libertà, rispetto e chiarezza. Ringrazio Famiglia Cristiana per questa “chiarezza”, che fa nel rispetto!


di don Massimo Donghi
da Famiglia cristiana del 10 novembre 2010

27/01/2012



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Si uccide all'ufficio imposte: «Ora avete la mia pelle»

Corriere della sera

A Créteil il gesto estremo di un architetto 55enne: doveva al fisco 26mila euro



MILANO - «Volevate la mia pelle, ora l'avete»: ha lasciato questo biglietto agli uscieri dell' ufficio delle imposte di Creteuil, periferia di Parigi, poi si è sparato alla testa un colpo di pistola calibro 38 nel cortile dell'edificio. Così è morto un architetto francese di 55 anni, travolto dalle difficoltà economiche. «Tutti i giorni riceveva raccomandate, lettere dell'ufficio delle tasse, sembrava martoriato dai debiti», dice una vicina del suicida, che aveva notato negli ultimi tempi il gran numero di lettere con l'intestazione «Centre des impots». Sposato e padre di due ragazzi adolescenti, l'architetto-urbanista non lavorava più da tempo e doveva ancora 26.000 euro al fisco.



27 gennaio 2012 | 10:15




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Regioni, la giungla dei privilegi In Sicilia e Sardegna stipendi record

Corriere della sera

Tagli per Vendola e Chiodi. Ma a Cota vanno 1.779 euro in più della Bresso




Raffaele Lombardo (Imagoeconomica) Raffaele Lombardo (Imagoeconomica)

ROMA

Al governatore siciliano Raffaele Lombardo
la sola definizione di gabbie salariali «fa schifo». La sua coerenza è da lodare. Alla guida di una Regione con un numero di abitanti pressoché identico a quello del Veneto, ma un costo della vita inferiore del 9,4%, Lombardo porta a casa fra indennità e rimborsi il 43% in più del suo collega Luca Zaia: 170.319 euro netti l'anno contro 118.703, secondo i dati contenuti nel sito ufficiale della conferenza dei governatori ( www.parlamentiregionali.it ). Senza considerare, poi, la differenza abissale nella ricchezza di quei due territori. Il prodotto interno lordo del Veneto, dice l'Istat, è del 75% superiore a quello della Sicilia.

La verità è che in Italia le uniche gabbie salariali esistenti (quel sistema in voga un tempo per cui gli stipendi erano più bassi dove il costo della vita era inferiore) ce le hanno i politici. Però al contrario. Ha senso che un consigliere regionale molisano, dove la vita costa il 32,8% in meno, intaschi ogni mese fra indennità e rimborsi vari 10.125 euro netti contro gli 8.639 del suo collega della Liguria? E sorvoliamo sul fatto che il Molise ha un quinto degli abitanti della Liguria e una ricchezza procapite del 37% inferiore.


Ha senso che un consigliere regionale dell'Emilia Romagna abbia un appannaggio netto pari a metà di quello del consigliere della Sardegna (5.666 euro contro 11.417)? O che la busta paga del governatore della Calabria, pure dopo essere stata tagliata di 27 mila euro, sia ancora di 43 mila euro l'anno superiore a quella del presidente della Toscana?


Conosciamo le argomentazioni di chi difende il proprio status quo: i dati vanno presi con le molle, anche quelli ufficiali. Vero, ma anche con queste precauzioni certi numeri fanno sempre fare un salto sulla sedia. Per quanto il presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder si dica profondamente convinto di meritarsi i 25.620 euro che fra stipendio e rimborsi gli toccano ogni mese, perché lui lavora dall'alba a notte fonda, è stato rilevato che l'impegno del presidente degli Stati Uniti Barack Obama non è certamente inferiore al suo: per 2.600 euro di meno nella busta paga.


Così, se si deve accogliere con un applauso l'affermazione del governatore sardo Ugo Cappellacci, il quale ha fatto presente di aver rinunciato «già da tempo all'indennità di presidente e anche all'auto blu per dare un segnale personale in un momento difficile per tutti», è impossibile non ricordare come per mantenere il Consiglio regionale ogni cittadino della Sardegna sopporti una spesa almeno sei volte superiore rispetto a ciascun lombardo o a ogni residente in Emilia-Romagna. Tanto che basterebbe semplicemente equiparare il costo dei 20 parlamentini regionali per far risparmiare ai contribuenti una somma tutt'altro che trascurabile: 606 milioni di euro l'anno. Anche perché se i Consigli regionali dell'Emilia-Romagna o della Lombardia funzionano bene con circa 8 euro per abitante, non si capisce perché per l'Assemblea regionale siciliana ne debbano servire quasi 35 e per il Consiglio della Valle D'Aosta addirittura 124.


Il fatto è che troppo spesso, nelle Regioni Italiane, l'autonomia ha avuto risvolti insensati, dando vita a una giungla di privilegi e retribuzioni nella quale sarebbe opportuno mettere finalmente un po' d'ordine. L'occasione per uniformare voci come le indennità e i rimborsi poteva essere offerta dalla necessità di tagliare i costi della politica. È accaduto invece esattamente il contrario, e quella giungla è diventata se possibile ancora più fitta. Istruttivo è il confronto fra gli emolumenti massimi dei governatori e dei consiglieri di cinque anni fa e quelli di oggi, entrambi rilevati dalla stessa fonte: il sito www.parlamentiregionali.it . La tabella in questa pagina paragona gli «stipendi massimi» mensili, pubblicati dalla conferenza dei presidenti regionali nell'estate del 2007, e riportati dal Corriere il 2 agosto di quell'anno, con quelli aggiornati al 23 gennaio scorso. Dove per «stipendio massimo» si intende la somma della indennità di carica e dei rimborsi (massimi) consentiti.


Fra i governatori, il taglio più consistente è quello subito dagli emolumenti di quello abruzzese. Roberto Chiodi ha diritto oggi a una retribuzione, comprensiva dei rimborsi, pari a 8.450 euro netti al mese: 5.394 euro in meno rispetto a quella spettante nel 2007 al suo predecessore di centrosinistra Ottaviano Del Turco. C'è poi la Puglia: al presidente della giunta regionale toccano 14.595 euro netti al mese. Fra indennità e rimborsi, Nichi Vendola ha ridimensionato il proprio assegno di 4.290 euro. Al terzo posto il Veneto, il cui governatore leghista, Luca Zaia, ha una busta paga più leggera rispetto a Giancarlo Galan, che guidava la giunta nel 2007, di 2.724 euro al mese. Una sforbiciata analoga a quella subita dagli emolumenti dei loro colleghi Vasco Errani (Emilia-Romagna, meno 2.238 euro) e Giuseppe Scopelliti (Calabria, meno 2.224).



Fin qui i tagli più evidenti, ai quali si devono aggiungere quelli ancora più considerevoli apportati agli assegni dei consiglieri semplici emiliano-romagnoli (-5.387), abruzzesi (-7.283) e piemontesi (-8.975). In queste tre regioni le retribuzioni dei «peones» nei consigli regionali sono state ridotte di ben oltre la metà. A giudicare però dai dati forniti dalla conferenza dei governatori non si ride nemmeno in Puglia, i cui consiglieri hanno dovuto rinunciare a 3.398 euro netti al mese. E neppure nel Lazio, dove il giro di vite è stato di 2.747 euro mensili. Anche se in questo caso c'è da dire che la tosata interessa oggi praticamente un solo consigliere: Antonio Cicchetti, l'unico senza un incarico che dia luogo a qualche indennità supplementare.


Fin qui le sforbiciate più appariscenti. Perché ci sono anche Regioni che al massimo hanno tagliato le doppie punte. Come la Sicilia: Raffaele Lombardo guadagna oggi 136 euro al mese in meno di Totò Cuffaro. O la Basilicata, che ha ridotto la paga del governatore di 285 euro al mese, da 9.506 a 9.221 euro netti. O ancora la Lombardia. Se Roberto Formigoni si è visto ridurre lo stipendio di 325 euro fra il 2007 e il 2012, un semplice consigliere regionale lombardo prende attualmente 12.523 euro al mese: 32 in meno nel confronto con cinque anni fa. Un caffè al giorno. E la sua retribuzione, considerando anche i rimborsi che gli spettano, è quella record fra tutte le Regioni. Di più: Lombardia e Puglia hanno un sistema di calcolo della liquidazione ben 2,4 volte più favorevole rispetto a quello delle altre assemblee legislative regionali, dello stesso Parlamento, nonché di tutti i comuni mortali. Lì, per ogni mandato di cinque anni, i consiglieri hanno infatti diritto a un anno di stipendio.

Per non parlare di chi quelle paghe le ha fermate nel tempo, come la Sardegna. Mentre c'è chi è arrivato anche ad aumentarle. Secondo il sito della conferenza dei presidenti regionali il governatore del Piemonte Roberto Cota ha diritto oggi, fra indennità netta (5.506 euro) e rimborsi (7.543 euro) a emolumenti per un totale di 13.049 euro. Cifra superiore di 1.779 euro a quella che lo stesso sito riportava cinque anni fa, quando la giunta piemontese era guidata da Mercedes Bresso. Con un aumento di 501 euro al mese il presidente della giunta regionale dell'Umbria, ha quindi scavalcato il suo collega toscano che è scivolato così in fondo alla classifica delle retribuzioni. Nelle Marche c'è stato invece un ritocchino di 184 euro al mese, mentre in Friuli-Venezia Giulia i consiglieri «semplici» hanno superato la barriera degli 8 mila euro netti al mese grazie a un incremento di 685 euro. Idem in Basilicata. Ma qui l'aumento è stato di oltre mille euro.


E continua a far sorridere il fatto che pur con tutti questi tagli i presidenti delle nostre Regioni restano ancora, e in qualche caso di gran lunga, più pagati dei governatori americani.



27 gennaio 2012 | 8:50



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Si autodenunciano come evasori E la cooperativa li licenzia

Corriere della sera

Venti lavoratori si erano rivolti alla Guardia di Finanza per segnalare «anomalie» nelle loro buste paga



MANTOVA - Si erano presentati mercoledì alla Guardia di Finanza, per autodenunciarsi come evasori fiscali. Ma giovedì, quando si sono presentati al posto di lavoro, sono stati licenziati. È quanto accaduto a venti lavoratori della cooperativa B&B di Bresso, in provincia di Milano, che dà lavoro a decine di persone all'azienda logistica e trasporto surgelati Primafrost di Mantova.

I lavoratori, affiancati dai sindacati, mercoledì si erano rivolti agli uffici delle Fiamme gialle di Mantova con le loro buste paga definite «anomale» nelle quali, secondo i lavoratori, non erano indicati tutti i contributi da parte della coop, denunciando anche che gli straordinari venivano conteggiati come rimborsi mensa o incentivi.

Giovedì mattina, quando si sono presentati in azienda, l'amara sorpresa. La B&B ha chiuso e ad essa è subentrata un'altra cooperativa, L'Azzurra, che ha assunto una cinquantina di dipendenti, lasciando a casa i venti che si erano autodenunciati come evasori. «Hanno licenziato solo quelli iscritti al sindacato», denuncia il segretario provinciale della Fit Cisl di Mantova Emanuele Monti.


Redazione Milano online
26 gennaio 2012 | 22:37



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Gli ex terroristi rossi? In libertà o all'estero

di -

Gli esponenti di spicco degli anni di piombo ormai si godono la loro nuova vita Curcio scrive libri, la Faranda fa la fotografa e Casimirri il ristoratore in Nicaragua



Alla sera, intorno alle 22, rientra puntualmente nel carcere di Opera. E al cronista che gli chiede conto dei presunti misteri delle Brigate rosse di cui fu a lungo il capo, Mario Moretti risponde ironico: «Tutti dicono che dietro di noi c’era la Cia. Mi dovrebbe pagare la pensione la Cia, invece resto in cella».




Moretti è tecnicamente semilibero, ma ormai appartiene a una tribù in via di estinzione perché quasi tutti gli ex brigatisti hanno risolto i loro conti con la giustizia e si sono rifatti una vita. Lui no, non può, perché, come Vallanzasca, è un simbolo e i simboli non vengono scarcerati.


Gli altri, tutti gli altri, sì. Renato Curcio è ormai un pensionato di settant’anni; a suo tempo aveva aperto una cooperativa editoriale, Sensibili alle foglie, a Trento; poi si è risposato, si è trasferito a Carrù, in provincia di Cuneo, vive in un casolare, scrive libri sul mondo del lavoro. Insomma, il profilo del primo grande leader brigatista assomiglia molto a quello di un patriarca che infatti viene invitato qua e là per l’Italia a tenere conferenze.


Può sembrare strano, perfino indecente, ma l’Italia funziona così. Molti protagonisti di quella stagione sanguinaria - e va detto che Curcio appartiene alla prima epoca, finita nel ’74, in cui le Br non uccidevano - sono oggi riveriti, corteggiati, premiati. Adriana Faranda, che partecipò al sequestro Moro, fa la fotografa. E nel 2006 ha vinto un premio a Chieti con il suo romanzo Il volo della farfalla. E Susanna Ronconi, unico caso di pendolarismo fra Brigate rosse e Prima linea, ha avuto consulenze da Asl, Comuni e dal ministro Livia Turco. Finché non sono esplose le polemiche, feroci, e lei ha dovuto fare un passo indietro.


La mappa degli ex è una sorpresa continua. Sergio Segio, uno dei fondatori di Prima linea, lavora nel sociale, scrive libri e a chi gli rinfaccia il passato risponde secco: «Prendersela con noi è come sparare sulla Croce rossa». Maurice Bignami, altro capo storico di Prima linea, a suo tempo condannato all’ergastolo e oggi libero, è un dirigente della Caritas e al Giornale dichiara: «Temo che un giorno all’Isola dei famosi sbarcherà un ex terrorista». Un’esagerazione? Può darsi, però il red carpet viene srotolato con grande disinvoltura sotto i piedi di quelli che allora sparavano e oggi si sono riciclati come saggisti, conferenzieri, studiosi dell’alienazione contemporanea.


Ci sono voluti anni e anni per restituire dignità ai familiari delle vittime, dimenticati e rintanati nelle loro disgrazie. Alla vedova del procuratore generale di Genova Francesco Coco, ammazzato dalle Br, la medaglia d’oro fu recapitata per posta da uno Stato vile e codardo e un’altra vedova, quella del maresciallo Bazzega, morto in un conflitto a fuoco con il terrorista Walter Alasia, ha raccontato sempre al Giornale la sua sofferenza quotidiana: «Andavo in ufficio e tutti i giorni mi toccava vedere le scritte sui muri di Milano che inneggiavano all’assassino di mio marito: “Onore al compagno Alasia”». A sua volta morto in quella sparatoria.


A molti ex brigatisti è andata bene. Sergio D’Elia, che fu uno dei leader di Prima linea a Firenze, è diventato addirittura deputato e segretario d’Aula, rappresentante di quelle istituzioni che in gioventù voleva abbattere. Oggi non è più parlamentare ma si occupa di un’associazione molto attiva contro la pena di morte: Nessuno tocchi Caino. Alberto Franceschini, che con Curcio fu alla testa delle prime Br, fa il consulente per l’Arci, scrive libri su libri e ha concesso pure un’intervista televisiva scegliendo come fondale via Fani, dove la scorta di Moro fu annientata. Purtroppo il tempo non è galantuomo: alcuni faticano per elaborare il lutto, altri si trasformano piano piano in reduci, campano di memorialistica, talvolta calpestano non solo il buongusto ma anche la pietà.


Alessio Casimirri, l’unico del commando di via Fani a non aver fatto un giorno di carcere, è scappato in Nicaragua e a Managua ha aperto un ristorante: La cueva del buzo. Lui è ancora latitante, ma ormai anche la pattuglia dei fuggitivi si assottiglia anno dopo anno. L’Italia ha celebrato i suoi processi e non sempre le condanne sono state così esemplari, come la gauche francese, puntualmente disinformata, va raccontando sulle sue riviste patinate. Achille Lollo, uno dei protagonisti del rogo di Primavalle, episodio terrificante in cui morirono bruciati i due fratelli Mattei, fu punito con 18 anni. Riuscì ad andarsene, in Brasile e dal Brasile ha svelato tutta la storia di quella tragedia.


Poi quando la pena è stata dichiarata prescritta, è rientrato in Italia e si è fatto pure interrogare, giusto un anno fa, senza peraltro rispondere alle domande del magistrato. Giorgio Pietrostefani, che con Adriano Sofri avrebbe organizzato l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, l’incipit degli anni di piombo nel maggio ’72, è fuggito a Parigi e di lui ufficialmente si sono perse le tracce. Ma anche la colonia parigina è sempre più esigua. Cesare Battisti, il sanguinario killer dei Pac, ormai sul punto di essere estradato in Italia, tagliò la corda, a quanto pare, con la connivenza dei servizi segreti. E con l’aiuto, nemmeno tanto celato, di molti intellettuali delle gauche che sul sistema giudiziario italiano continuano a dire una montagna di incredibili sciocchezze. Il resto della sua storia è stranoto. Viene riacciuffato in Brasile, sulle spiagge dorate di Rio, ma poi dopo un estenuante ping pong, torna libero e può rientrare nella sua seconda vita di scrittore noir, affermato e anzi osannato in Francia.


Adriano Sofri, leader, va precisato, non delle Br ma di Lotta continua, al centro del più controverso caso della nostra storia, ha appena finito di scontare i suoi 22 ani di carcere. È libero, da pochissimi giorni, ed è rientrato con tempismo nella cronaca, firmando per Repubblica un reportage dal Giglio. Alla libertà è arrivata, l’anno scorso, anche Barbara Balzerani che alle nuove generazioni dice poco ma che nelle Br ha avuto un ruolo importantissimo. Pure per lei è arrivato il fine pena. Come è scattato per colonnelli e soldati semplici di quella guerra. E una testa fine come Enrico Fenzi, intellettuale, studioso di Petrarca e brigatista della colonna genovese, ha trovato il modo, chissà se volutamente, di giocare con quella pesantissima eredità: il ristorante che ha aperto con la sua compagna Isabella Ravazzi si chiama Ombre rosse.


In carcere, a parte Moretti e pochi altri, non c’è più nessuno. Nemmeno con la formula più soft della semilibertà che permette una vita normale, un lavoro, e il rientro notturno dietro le mura. Ma in galera è tornato Roberto Sandalo, torinese, uno dei nomi più noti di Prima linea, in grado con il suo pentimento accompagnato da una memoria prodigiosa, di smantellare l’organizzazione. Sandalo ha ideato alcuni attentati, compiuti con ordigni rudimentali, contro moschee e luoghi dell’Islam, fra Milano e l’hinterland.



Con il Giornale si è giustificato così: «Ho voluto reagire a un clima di indolenza generale in cui vince l’estremismo». Si riferiva al terrorismo che oggi ci spaventa di più, quello legato all’11 settembre. Ma in procura a Milano, nella città in cui furono ammazzati i giudici Galli e Alessandrini, si sono riaffacciati i fantasmi di una stagione che pareva finita da un pezzo. E forse anche questo spiega la pena, 9 anni e 9 mesi in primo grado, davvero severa. Per lui non c’è stato nessuno sconto.



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Ma l'Olocausto non è misura di tutte le cose

La Stampa

Dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente a conferirci uno status morale

ABRAHAM B. YEHOSHUA



Abraham Yehoshua riceve oggi alla Scuola Normale Superiore di Pisa il diploma di Perfezionamento honoris causa in Letteratura contemporanea. Nell’occasione pronuncerà una lectio (rielaborazione del suo Elogio della normalità , ed. Giuntina), di cui qui anticipiamo uno stralcio. Dello scrittore israeliano è da poco uscito per Einaudi il romanzo La scena perduta .

Pur caricandoci di un grande peso, l’Olocausto ci pone di fronte a delle sfide chiare. Come figli delle vittime, ci incombe l’obbligo di enunciare al mondo alcuni insegnamenti fondamentali.

Il primo è la profonda repulsione per il razzismo e per il nazionalismo. Abbiamo visto sulle nostre carni il prezzo del razzismo e del nazionalismo estremisti, e perciò dobbiamo respingere queste manifestazioni non solo per quanto riguarda il passato e noi stessi, ma per ogni luogo e ogni popolo. Dobbiamo portare la bandiera dell’opposizione al razzismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Il nazismo non è una manifestazione solamente tedesca ma più generalmente umana, di fronte a cui nessun popolo, e insisto, nessun popolo è immune. [...]

Ma gli anni che sono passati da allora ci provano purtroppo che manifestazioni naziste sono possibili anche tra altri popoli. Gli orrori presenti non hanno toccato i vertici della seconda guerra mondiale, ma gli avvenimenti del Biafra, del Bangladesh o della Cambogia non sono poi così lontani dalla violenza del massacro nazista.

Noi, in quanto vittime del microbo nazista, dobbiamo essere portatori degli anticorpi di questa malattia tremenda, da cui ogni popolo può essere affetto. E in quanto portatori di anticorpi dobbiamo anzitutto curare il rapporto con noi stessi.

Dobbiamo inoltre fare attenzione a non perdere il senso della misura, e a non misurare tutto in rapporto all’Olocausto. Poiché dietro di noi c’è una sofferenza così terribile, potremmo essere indifferenti a ogni sofferenza meno violenta della nostra. Chi ha molto sofferto può non rendersi conto del dolore degli altri, e questo è un comportamento del tutto naturale. Come alfieri dell’antinazismo dobbiamo acuire la nostra sensibilità, e non diminuirla.

Perché dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente per conferirci uno status morale. La vittima non diventa morale in quanto vittima. L’Olocausto, al di là delle azioni turpi nei nostri confronti, non ci ha dato un diploma di eterna rettitudine. Ha reso immorali gli assassini, ma non ha reso morali le vittime. Per essere morale bisogna compiere degli atti morali; e per questo affrontiamo degli esami quotidiani.

Ho già detto che l’Olocausto può condurre l’uomo a un atteggiamento di disperazione nei confronti del mondo. È del tutto naturale non avere fiducia nell’uomo e nei suoi atti dopo un’esperienza del genere. Noi, figli delle vittime, possiamo esprimere la nostra delusione con un vigore raddoppiato. Ma dobbiamo ricordare che la sfiducia nel mondo è proprio un atteggiamento tipico del nazismo.

Il nazismo è nato anch’esso dalla sensazione che il mondo è nella sua essenza privo di valori, che non si può sperare nulla di buono dall’uomo, e che gli unici valori che hanno un peso sono la forza e l’astuzia. Chi, in seguito all’esperienza dell’Olocausto, arriva a una conclusione nichilista, dà paradossalmente ragione alle tesi naziste. Non è cosa facile nutrire speranza e fiducia nell’uomo dopo l’Olocausto, ma se vogliamo essere coerenti nel nostro antinazismo dobbiamo fare nostra questa sfida.

Quando esaminiamo quello che è avvenuto e ci domandiamo meravigliati come sia potuto avvenire, siamo costretti a riconoscere quanto scarsa e povera fosse la nostra conoscenza delle atrocità durante la guerra. Ci chiediamo spesso come sia stato possibile che una parte consistente del popolo (compresa la colonia ebraica in terra di Israele) fosse all’oscuro di quanto avveniva nell’Europa occupata.

E se avessimo saputo quello che avveniva laggiù, forse avremmo potuto essere più utili. Il problema della chiusura dei canali di comunicazione non è solo un problema oggettivo di una situazione imposta da un ferreo regime totalitario, preoccupato di nascondere le proprie atrocità agli occhi del mondo: la chiusura di questi canali ha anche origine da un rifiuto interno di sapere quello che avviene, il rifiuto di scavare dietro ogni briciola di notizia che potrebbe fornire un quadro più chiaro degli avvenimenti.

L’importanza della comunicazione umana, l’apertura dei canali di comunicazione, lo sviluppo della stampa e di altri mezzi di comunicazione, sono uno degli insegnamenti chiari di quel periodo. E mi pare che il mondo dopo l’Olocausto, il mondo occidentale, lo abbia capito bene, e cerchi per quanto è possibile di assicurare una situazione in cui l’occultamento e la soppressione delle notizie non siano più possibili. [...]

E per finire, l’esperienza dell’Olocausto in quanto esperienza prettamente ebraica ha un significato perenne per tutta l’umanità. Anche tra molti anni si continuerà a studiare quel periodo, perché gli eventi di quella guerra tremenda hanno esteso il concetto di uomo, il ventaglio delle sue possibilità. Quella guerra ci ha insegnato cose che non conoscevamo sulla natura dell’uomo. Il concetto di uomo non è più lo stesso di prima, nel bene e nel male. Riusciamo a capire meglio l’uomo, dopo l’Olocausto.

E’ vero, abbiamo sempre saputo che l’uomo è capace di compiere il male più efferato e il bene più straordinario; ma nonostante questo l’Olocausto ci ha svelato un nuovo abisso di male a cui l’uomo può giungere, ma anche la forza della sua resistenza. Degli scheletri ambulanti nei campi di concentramento, che da un punto di vista biologico dovevano quasi considerarsi come morti, davano ancora delle prove di moralità, dividendo con gli altri l’ultimo pezzo di pane che restava.

Dalla disperazione più tremenda può perciò nascere anche la speranza. Noi che siamo stati lì, e che ne siamo usciti, possiamo e secondo me dobbiamo alzare il vessillo della fede nell’uomo.




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Israele: serpente entra nella stanza di un bimbo di un anno che lo divora a morsi

Corriere della sera

La madre lo ha trovato mentre masticava tranquillamente il rettile che non era di una specie velenosa



Statua di Ercole bambino con il serpente
MILANO - La leggenda racconta che Era mise nella camera del piccolo Ercole due serpenti velenosi e che il bimbo semidio li strangolò entrambi con una mano sola. La cronaca dei giorni nostri dimostra che quella che sembrava solo un mito può essere superato dalla realtà.

LA STORIA - Protagonisti questa volta sono stati un bambino di un anno e un serpente di 35 centimetri. È accaduto a Shfaram, nel nord di Israele. Il piccolo Imad Gadir, novello Ercole, con grande sconcerto della madre è stato scoperto nella sua cameretta mentre masticava tranquillamente il rettile, al quale aveva reciso la testa con un morso. Le urla della donna hanno allertato i vicini che sono corsi in casa strappando dalle mani del piccolo Imad i resti del serpente, che fortunatamente non era di una specie velenosa.


Redazione Online

27 gennaio 2012 | 9:53




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