giovedì 26 gennaio 2012

L'allenatore che scoprì Giuseppe Meazza e morì ad Auschwitz: una targa allo stadio

Corriere della sera

Giorno della Memoria, il ricordo di Árpád Weisz. Il mister che vinse lo scudetto on l'«Ambrosiana»



Lo stadio «Giuseppe Meazza»
MILANO - Una targa nello stadio in cui lanciò GiuseppeMeazza e che porta proprio il nome del campione interista. Il 27 gennaio, il Giorno della Memoria, verrà affissa nel foyer della sala Tribuna rossa, una scritta commemorativa in onore di Árpád Weisz. Ovvero l'allenatore ebreo che vinse lo scudetto del 1929-30 con l'allora Ambrosiana e che, quattordici anni dopo, divenne una delle sei milioni di vittime dell'Olocausto.

Árpád Weisz
LA MORTE AD AUSCHWITZ- Figlio di ebrei ungheresi, Weisz fu egli stesso calciatore di buon livello e allenatore innovativo, tra i primi a scendere in campo in tuta insieme con i giocatori durante gli allenamenti, mister dell'Ambrosiana e quindi del Bologna. Poi, come recita la targa che sarà affissa dal Comune di Milano, «in seguito alle leggi razziali del 1938 dovette lasciare l'Italia. Fu catturato e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz dove trovò la morte assieme alla moglie e ai suoi due figli». La cerimonia si svolgerà alle 16 e vi prenderanno parte, tra gli altri, il presidente dell'Inter Massimo Moratti con la moglie Milly e il capitano nerazzurro Javier Zanetti. Oltre agli alunni del Liceo artistico Boccioni di Milano, che indosseranno ognuno la sciarpa della propria squadra del cuore.

MEMORIA E SPORT - Questo, infatti, il filo conduttore dell'iniziativa, approvata giovedì all'unanimità dal Consiglio comunale di Milano. A promuovere la mozione, i consiglieri Ruggero Gabbai (Partito democratico) ed Elisabetta Strada (Lista civica). «Attraverso lo sport, la memoria dell'Olocausto può raggiungere i più giovani» commenta Gabbai, lui stesso ebreo. E non solo: «Spesso sono proprio gli spalti degli stadi, oggi, a diventare nuovi teatri di razzismo». Un motivo in più per cui la targa ad Árpád Weisz trovi un posto proprio accanto alla tribuna, per non dimenticare.



Alessia Rastelli
arastelli@corriere.it
twitter @al_rastelli
26 gennaio 2012 | 20:21



Powered by ScribeFire.

L'annuncio del sacerdote: «Vado in ritiro» Poi la scoperta: era sulla Costa Concordia

Corriere della sera


Prete di Besana Brianza smascherato da un post della nipote su Facebook. Stupita l'intera comunità



Massimo Donghi Massimo Donghi

MILANO – Difficile credere che una nave da crociera possa essere il luogo più adatto a ospitare un ritiro spirituale. Tutti quei comfort, quelle luci, quei divertimenti di ogni genere certo poco si addicono al silenzio che la meditazione e la preghiera richiedono. Questo devono aver pensato i fedeli della comunità di Besana Brianza, scoprendo che un loro sacerdote si trovava sulla Costa Concordia naufragata al Giglio, invece che in ritiro come aveva loro comunicato.

VERITÀ IN RETE - Protagonista della vicenda, riportata da Leggo.it, don Massimo Donghi, responsabile per la zona di Besana degli oratori, della catechesi e dell'Unione pastorale giovanile, che è stato smascherato dal naufragio e dalla Rete. L'incidente del Giglio ha fatto venire a galla la verità che il sacerdote aveva prontamente occultato. Nessun ritiro in un luogo silenzioso e spartano: don Massimo era in vacanza a bordo della Concordia. E con lui i familiari più intimi. A "tradirlo" un post della nipote su Facebook: la notte del naufragio la giovane si è salvata e appena arrivata a riva ha rassicurato online parenti e amici, spiegando che era riuscita a raggiungere le scialuppe di salvataggio della Concordia assieme alla nonna e allo zio (il don appunto).

CHIARIMENTI - La cosa proprio non è andata giù ai parrocchiani di Besana Brianza, che ora chiedono chiarimenti. E chissà se don Massimo, «don Max» per i ragazzi, riuscirà a sostenere che, in fondo, anche a bordo di una nave da crociera si possono trovare silenzio e meditazione.  


Redazione Online26 gennaio 2012 | 18:58



Powered by ScribeFire.

Il condominio non paga il riscaldamento: al gelo 240 famiglie a viale Marconi

Corriere della sera

Un cartello dell'amministrazione del complesso di 5 palazzi avverte: «Interruzione volontaria della fornitura». Centinaia di persone rimangono con i termosifoni spenti



ROMA - Si prepara una delle notti più fredde dell’inverno 2011-2012 e in via Giuseppe Bagnera, zona Marconi, un intero complesso di 5 palazzi con circa 240 appartamenti è rimasto senza riscaldamento. La causa non è un guasto, o temporanei disservizi legati a qualche cantiere. No. Il gas, spiegano alcuni condomini, è una «volontaria interruzione della fornitura del gas».




Il cartello appeso all'ingresso del palazzo
BOLLETTE NON PAGATE E CASE AL GELO – L’improvvisa interruzione della fornitura di riscaldamento si è verificata giovedì sera. Tornando a casa i residenti hanno trovato i propri appartamenti al gelo. Spiega una residente: «A causa della morosità di alcuni condomini si è verificata questa mostruosità ed è stato tolto il gas per il riscaldamento a tutto il palazzo». Nel complesso residenziale, sito a due passa da viale Marconi, vivono famiglie con bambini e anziani. «Si tratta di un indegno episodio di crisi e crudeltà – sbotta un’altra residente – l’amministrazione condominiale doveva avvertirci in anticipo, se la morosità stava per superare il limite e le persone coinvolte non potevano sanarla si sarebbe potuto discutere se dividere le spese tra gli altri condomini».

«AVVISATI IN RITARDO» – Su uno dei portoni è apparso un messaggio scritto dell’amministratore del condominio di via Bagnara: «Si avvisano i signori condomini che è stato distaccato il gas e quindi i termosifoni saranno spenti. Stiamo prendendo contatti…per comprendere i motivi del distacco e porre rimedio allo stesso quanto prima». Per tutta la giornata, aggiunge una coppia di anziani, «l’amministrazione del condominio è stata irraggiungibile». Altri, invece, spiegano di «aver ricevuto rassicurazioni». L’appello, però, è unico: «Porre rimedio quanto prima alla situazione, intervenga il Municipio XV».



Simona De Santis
26 gennaio 2012 | 17:32




Powered by ScribeFire.

Acta, l'Ue aderisce al trattato anti-pirateria

Corriere della sera

Provider costretti a fornire i dati di chi scarica illegalmente. La Rete: «Attentato alla privacy». La Fimi: colpo alla criminalità



Contro il Sopa, la pagina schermata di Wikipedia
MILANO - Anche l'Ue aderisce al trattato Acta. Si tratta di un accordo internazionale per arginare la pirateria online e la contraffazione dei beni immateriali. In base a questa normativa, pubblicata online, il provider interpellato dal detentore del diritto d'autore violato dovrà fornire l'identità dei soggetti che scaricano o condividono contenuti protetti dal copyright per poi agire contro di loro. Si tratta del tentativo di intervenire in modo omogeneo su un tema di grande interesse soprattutto per i settori industriali gravemente danneggiati dai download illegali. Tuttavia non mancano le critiche da parte degli operatori della Rete, per i quali «il diritto alla privacy degli utenti viene messo in secondo piano rispetto alle esigenze del mercato». L'adesione all'accordo siglata giovedì mattina a Tokyo andrà in discussione a Strasburgo nei prossimi mesi. Ci saranno diverse votazioni al Parlamento Europeo prima del voto finale di quest'estate. Ed è facile immaginare che l'attenzione sarà molto alta, da entrambi i fronti.

LA PROTESTA - Per Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, si tratta di un provvedimento «liberticida», che potrebbe avere «un impatto negativo sulla libertà di espressione, l'accesso alle medicine ma anche alla cultura e alla conoscenza». I blog di settore ribollono, temendo la stretta sul copyright già annunciata dalle proposte di legge americane Sopa e Pipa, e in Italia dall'emendamento Fava. Tom's hardware parla di «guerra termonucleare alla pirateria». Fulvio Sarzana, sul suo blog sottolinea le ripercussioni negative che un'applicazione estensiva delle nuove norme avrà sui soggetti più deboli, citando un caso estremo: «Acta consentirà ad esempio di ottenere da un'Università Africana che studia un vaccino contro l’Aids il nominativo dei ricercatori che lavorano alla creazione di un farmaco generico e di poterli quindi sottoporre a procedimento per violazione di brevetto». Un altro avvocato specializzato in tematiche digitali, Marco Scialdone, la pensa allo stesso modo: «I provider possono fornire dati solo ad autorità giudiziaria. La tendenza è invece una sorta di privatizzazione della giustizia. E questo non è ammissibile».

LA POSIZIONE DEI PRODUTTORI - «Queste polemiche sono eccessive - argomento Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana -. L’accordo con modifica nessuna norma comunitaria o italiana ma armonizza solo le procedure per rendere più efficace la lotta alla pirateria e alla contraffazione posta in essere da organizzazioni criminali come Megaupload o dalla camorra». Parere condiviso da Riccardo Tozzi, presidente dell'Anica: «La legge deve assolutamente proteggere la libertà d’espressione in rete - premette il leader dei produttori cinematografici in un comunicato diffuso sul sito dell'associazione - allo stesso tempo, però, servono regole per garantirci tutela da chi usa a scopi commerciali opere intere».



Antonio Castaldo
Twitter @gorazio
26 gennaio 2012 | 18:45



Powered by ScribeFire.

Il sindaco di Adro attacca Napolitano: «Venga a chiedere scusa alla mia gente»

Corriere della sera

Oscar Lancini: «Gli adrensi si devono vergognare di avere un presidente della Repubblica»




Il sindaco di Adro, Oscar Lancini, diventato famoso per avere negato la mensa scolastica ai bambini della famiglie che non erano in regola con la retta (quasi tutti stranieri), si è scagliato contro il presidente ella Repubblica Giorgio Napolitano che ha nominato Cavaliere della Repubblica l'imprenditore che aveva pagato di tasca sua le rette. In una lettera, della quale oggi il Corriere della Sera, ha dato un'anticipazione, Lancini scrive, tra l'altro: «Egregio presidente, ma come si permette? L'onorificenza ha avvalorato le offese del signor Lancini Silvano», e ha aggiunto: «Gli adrensi si devono vergognare di avere un presidente della Repubblica» che ha dato questa onorificenza, quindi l'invito: «Venga ad Adro e chieda scusa alla mia gente. È suo dovere morale». Nella lettera Lancini scrive anche che: «Le onorificenza, quando sono assegnate a cani e porci, fanno divenire ingiustamente porci o cani anche chi le ha meritate».



Redazione Online26 gennaio 2012 | 13:30





Powered by ScribeFire.

Profumo e quel (mancato) bel gesto

Corriere della sera

Il neo ministro non ha ancora rinunciato alla presidenza del Cnr




I mmaginate il figurone che avrebbe fatto, dando le dimissioni subito. Coro di elogi: finalmente uno che non ci prova neanche a tenere i piedi in due scarpe! Non lo ha fatto, purtroppo. Anzi, ha chiesto all'Antitrust: devo proprio lasciare la presidenza del Cnr? Così, giorno dopo giorno, il ministro Francesco Profumo ha finito per dar l'impressione, gli piaccia o no, di volersi tenere quella sedia di riserva. Come si tiene di riserva la «morosa vecia», non si sa mai, in attesa di vedere come va la nuova.

La legge 193 del 2004, in realtà, pare chiara. All'articolo 2 dice che «il titolare di cariche di governo, nello svolgimento del proprio incarico, non può (...) ricoprire cariche o uffici o svolgere altre funzioni comunque denominate in enti di diritto pubblico». E gli dà, all'articolo 5, scadenze precise: «entro trenta giorni dall'assunzione della carica di governo, il titolare dichiara all'Autorità garante della concorrenza e del mercato (...) le situazioni di incompatibilità».

Dopo di che, se proprio ci fosse qualche dubbio interpretativo, «entro i trenta giorni successivi al ricevimento delle dichiarazioni di cui al presente articolo, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato e l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni provvedono agli accertamenti...» eccetera eccetera. Profumo, accolto con dichiarazioni di pubblica stima da una larga parte del mondo della politica, della scuola e dell'università, ha giurato in Quirinale il 16 novembre. I primi 30 giorni sono scaduti il 16 dicembre, i secondi 30 giorni il 15 gennaio. Da allora ne sono passati un'altra decina. Senza che venisse fatta chiarezza.

Un mucchio di tempo, per un governo così rapido e operativo in altre decisioni da riuscire, nel giro di un paio di settimane dall'insediamento, a cambiare la prospettiva di vita e di pensione a milioni di persone. Un mucchio di tempo. Trascorso senza che l'esecutivo mostrasse su questo punto (come sulla scelta della trasparenza assoluta delle ricchezze immobiliari e finanziarie, dei vitalizi e delle prebende, dei voli blu e altro ancora) la fretta e il decisionismo sventolati in altri settori.

Al punto che lo stesso titolare della Pubblica istruzione e dell'Università, incalzato dai giornalisti dopo che il tempo era già scaduto e mentre sul Web divampava la protesta dell'Usi e altri sindacati del pubblico impiego e dei ricercatori che si riconoscono nel sito «articolo 33.it», ha insistito: «Sto aspettando la risposta dell'Antitrust». In ogni caso, ha aggiunto, «da quando sono stato nominato ministro è stato nominato un vicepresidente al Cnr che se ne occupa e c'è pure un sottosegretario che ha la delega».

Peccato. Peccato perché, se anche non ci fosse una legge che ai comuni mortali sembra assolutamente ovvia, quelle due poltrone sono così platealmente incompatibili che pare perfino impossibile (e anche un po' umiliante) dovere ricordare come controllore e controllato, in un paese normale, non possano coincidere nella stessa persona non solo per due mesi abbondanti ma neanche per due minuti. E stupisce che un uomo di statura professionale e scientifica, non il solito vecchio occupatore sudaticcio di poltrone clientelari, possa immaginare che sia sufficiente la scelta di «autosospendersi» dalla presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche.

Come se non si rendesse conto di quanto la riluttanza a mollare la prestigiosa poltrona avuta soltanto pochi mesi prima di diventare ministro stia pericolosamente rosicchiando la sua credibilità agli occhi di chi cerca nella politica delle figure diverse, limpide e generose in cui credere e riconoscersi. Peccato per lui, peccato per il mondo della scuola affamato di punti di riferimento dopo la contestatissima stagione di Maria Stella Gelmini, peccato per il Cnr. Il quale, come spiegava giorni fa Massimo Sideri sul «Corriere» rivelando lo spinosissimo atto d'accusa della Corte dei conti contro gli sprechi del nostro massimo istituto di ricerca, ha bisogno di essere rovesciato come un calzino.

Sono anni che, mentre ragazzi di genio come il romano Alessio Figalli erano costretti ad andare a conquistarsi a 26 anni una cattedra di matematica all'università texana di Austin o come il fisico milanese Alessandro Farsi erano spinti a trasferirsi nella newyorkese Cornell University per scoprire il «mantello dell'invisibilità», il Cnr continua a ingrigirsi e ingobbirsi. Basti ricordare gli stupefacenti rincorsi al Tar contro la decisione ministeriale di fissare un'età massima di 67 anni (sessantasette!) per quanti volevano concorrere per i rari posti di direttore d'istituto lasciati finalmente liberi dalla più stravecchia e imbullonata struttura dirigente che mai un ente di ricerca abbia avuto nella storia del pianeta.

Una situazione inaccettabile. Possiamo rassegnarci, come ha denunciato mille volte Salvatore Settis, a regalare agli altri paesi i nostri figli migliori che vanno a vincere la maggior parte dei concorsi internazionali mentre il Cnr, a torto o a ragione, assomiglia pericolosamente sempre più a un carrozzone dove, dicono i giudici contabili, solo il 31% dei soldi finisce nelle strutture scientifiche e tutto il resto se ne va, scriveva Sideri, negli «stipendi del consiglio d'amministrazione, delle segreterie, dei dirigenti amministrativi e della burocrazia centrale»? No. Mai e poi mai.

Francesco Profumo è restìo a mollare perché è convinto di avere lo spessore giusto per risanare, appena possibile, il Consiglio Nazionale delle Ricerche? Magari ha addirittura ragione. Ma certo la decisione di restare lì appeso come un caciocavallo a un parere dell'Antitrust non rafforza lui, né il CNR «decollato» (al di là delle perplessità su certe scelte squisitamente politiche ai vertici...) e men che meno il governo al quale appartiene. È impossibile, infatti, che la scelta non venga interpretata dai maliziosi così: si vede che in fondo in fondo non è poi sicuro che Monti duri a lungo...




26 gennaio 2012 | 8:57





Powered by ScribeFire.

Apple, la Cina e i costi umani per iPad e iPhone

Corriere della sera

Incidenti mortali, suicidi e turni di 24 ore sette giorni su sette nella fabbriche dove vengono prodotti tablet e telefono


Dal nostro inviato  Paolo Salom


La fabbrica della Foxconn in Cina (Epa)La fabbrica della Foxconn in Cina (Epa)

PECHINO - Semplici eppure geniali. Oggetti di cui non si può più fare a meno: iPad, iPod, iPhone, per citare soltanto i più noti, i più apprezzati, i più rincorsi. Oggetti dalle linee pulite entrati nell’immaginario collettivo. Tecnologia cult che contribuisce a modificare il nostro stile di vita. Ma anche, come un moderno, perverso contrappasso, lo stile di vita chi li produce in conto terzi, ovvero milioni di lavoratori cinesi costretti a rispettare turni estenuanti in condizioni che nessuno, in Occidente, potrebbe nemmeno figurarsi, tanto meno accettare. È il New York Times a far cadere un velo che, per la verità, appare davvero sottile, su una realtà al limite dell’incredibile con una lunga e dettagliata inchiesta cui, finora, la Apple, principale committente di prodotti che ne hanno decretato l’inarrivabile successo degli ultimi dieci anni (utili a 13 miliardi di dollari), non ha voluto replicare ufficialmente.

L'INCHIESTA- Questa realtà parla di incidenti, spesso mortali, nelle differenti aziende che lavorano per il gigante americano dell’elettronica stilosa. Con un’attenzione particolare alla Foxconn, se non altro perché è la più grande fabbrica della Repubblica Popolare (un milione e 200 mila tra operai e addetti) che, oltre a quelli della Apple, assembla i prodotti di industrie come Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Nintendo, Nokia e Samsung. La Foxconn, entrata nelle cronache per una «epidemia» di suicidi tra i suoi dipendenti, ha il suo centro nevralgico a Chengdu, metropoli di 12 milioni di abitanti nella provincia del Sichuan, ma ha fabbriche ovunque in Cina e, scrive il New York Times, dai suoi capannoni esce il 40% di tutti i prodotti di elettronica venduti nel mondo con svariati marchi.

TURNI MASSACRANTI- Ma i «gioielli» restano ovviamente i colorati oggetti partoriti dal genio del compianto Steve Jobs. Che probabilmente ignorava le condizioni in cui venivano realizzati se è vero che, in passato, aveva lodato la struttura produttiva cinese: «Le loro fabbriche hanno mense, cinema, piscine», aveva detto durante un convegno. Vero, verissimo. Soltanto che il prezzo pagato dai lavoratori è al di là di ogni immaginazione (occidentale). Basta leggere il cartello che mette in guardia gli operai, come una riedizione del dantesco «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Dice: «Lavorate duramente oggi o duramente trovatevi un altro lavoro domani». Poi il New York Times elenca con precisione come lavorano i dipendenti: turni sulle 24 ore, sei giorni su sette, 12 ore per turno, senza potersi mai sedere, punizioni per i ritardatari, costretti a scrivere umilianti lettere di scuse, dormitori affollati all’inverosimile.

LA DIFESA- La Foxconn si difende negando di «maltrattare gli operai» e anzi affermando di «rispettare le leggi della Repubblica Popolare». D’altro canto, la Apple ha varato un codice di condotta aziendale che vieta di servirsi di fornitori che impongano condizioni disumane ai dipendenti. Evidentemente, fa capire il New York Times, non sempre queste condizioni vengono verificate puntualmente. Altrimenti la Foxconn non sarebbe tra i fornitori della Casa di Cupertino. Quando il britannico Mail on Sunday ha pubblicato un'inchiesta sui metodi impiegati in un impianto della Foxconn a Shenzhen (turni infiniti e persino punizioni fisiche, come l’obbligo di fare flessioni in stile caserma), alcuni dirigenti della Apple si sono detti «scioccati: non sapevamo che cosa succedesse davvero in Cina, tutto questo deve essere cambiato».

«APPLE NON SI PREOCCUPA» - Nella realtà, poco può essere modificato seguendo la logica del profitto imposta dall’industria fondata da Jobs. Perché i margini per il fornitore sono esigui e possono aumentare soltanto riducendo i costi di produzione. In Cina questo viene fatto a spese dei lavoratori, costretti a turni inaccettabili, a utilizzare prodotti chimici pericolosi, a subire soprusi per lavorare di più e meglio. «Una volta che la Apple ha scelto un fornitore - spiega al New York Times un anonimo (ex) manager - difficilmente si preoccupa se il codice di condotta è rispettato come garantito prima di firmare il contratto». Essenziale, prima di tutto, è che iPod e iPad siano a regola d’arte. O che gli iPhone piacciano al pubblico. Che nulla sa del sudore e della sofferenza nascosti nei circuiti interni.



Paolo Salom
26 gennaio 2012 | 11:21





Powered by ScribeFire.

Manca la prova certa per condannare l'abbonato alla tv satellitare

La Stampa


La Cassazione, con la sentenza 40159/11, ha sottolineato che per riformare una sentenza di assoluzione occorre far cadere ogni ragionevole dubbio. Nello specifico, la condanna per il reato di calunnia - inflitta in secondo grado - si è basata su semplici valutazioni alternative dei fatti.

Il Caso

Un uomo stipula un contratto di abbonamento alla tv satellitare, ma, dopo poco meno di 4 anni, incolpa l'agente con cui aveva firmato il contratto di aver apposto la sua firma apocrifa sul contratto di abbonamento. Alla sbarra, però, non finisce il titolare dell'azienda che ha stipulato il contratto, ma il querelante. L'accusa? Calunnia. Secondo il Tribunale, la materialità del reato è certa, ma ci sono dubbi sull'elemento psicologico, quindi, l'imputato viene assolto.

Il P.M., però, presenta appello e la decisione di primo grado viene riformata: il prevenuto, quindi, viene dichiarato colpevole del reato di calunnia. Infatti, la Corte d'appello non ha ritenuto credibile la dimenticanza addotta dal prevenuto (nello specifico, aveva dichiarato di non ricordarsi «di aver fatto queste cose»), «considerato che l'abbonamento aveva comportato l'installazione presso la sua abitazione di un impianto satellitare con parabola e che egli ben poteva verificare dalla copia del contratto inviatagli che la firma apposta sullo stesso era sua».

I giudici territoriali aggiungo anche che la remissione di querela, presentata successivamente, risulta essere un tentativo di arginare le conseguenze della sua denuncia. L'imputato ricorre in cassazione, affermando che gli elementi di dubbio emersi devono valutarsi in suo favore. La Corte Suprema, ritenendo fondato il ricorso, precisa che, per la riforma di un'assoluzione, occorre «una forza persuasiva superiore, tale da far cadere ogni ragionevole dubbio».  Nel caso di specie, invece, la sentenza è stata riformata sulla base di mere valutazioni alternative. La condanna presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l'assoluzione presuppone la semplice non certezza della colpevolezza. La sentenza impugnata viene quindi annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.



Powered by ScribeFire.

Valsusa, 26 arresti per gli scontri di luglio

Corriere della sera

Nel mirino leader dei No Tav e dell'area antagonista. I reati: lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale


TORINO - Ci sono voluti sei mesi di indagini. E alla fine sono le 26 ordinanze di custodia cautelare in carcere, 1 persona ai domiciliari, 15 obblighi di dimora. Questi i provvedimenti di un blitz cominciato all’alba per gli incidenti al cantiere Tav dello scorso luglio. Da Torino a Palermo, passando per Milano, Genova e Padova. La magistratura presenta dunque il conto per i violenti scontri del 3 luglio in Val di Susa, quando centinaia di militanti No Tav assalirono le forze dell’ordine che presidiavano il cantiere dell’Alta velocità Torino-Lione. I reati contestati sono resistenza, violenza, lesioni, danneggiamento aggravati in concorso.

L'AREA ANTAGONISTA- I nomi delle persone coinvolte, tutte accusate di aver preso parte direttamente alle violenze, sono di un certo spessore nell’area antagonista. Colpiti i vertici del movimento in Valle e a Torino, per alcuni c’è anche l’accusa di associazione a delinquere. In carcere esponenti dell’area antagonista di Milano, arresti anche in Toscana, Liguria, Emilia Romagna. Colpito il centro sociale torinese Askatasuna, considerato il braccio operativo del movimento No Tav. L’operazione di Polizia, che vede impegnati più di 150 agenti in tutta Italia, è in corso.


L'EX BRIGATISTA - Nell’elenco delle persone oggetto di provvedimenti da parte dell’autorità giudiziaria figurano nomi che faranno molto discutere. Come Paolo Maurizio Ferrari, ex terrorista italiano appartenuto alle Brigate rosse. Mai pentito, mai dissociato, considerato l’ultimo degli irriducibili, aveva finito di scontare la pena nel 2004, dopo trent’anni di detenzione. Avrebbe partecipato in maniera attiva agli scontri del 3 luglio. Un altro personaggio di spicco coinvolto è Giorgio Rossetto, 52 anni, leader storico del centro sociale Askatasuna.

CONSIGLIERE COMUNALE- Nel blitz è stato coinvolto anche Guido Fissore, consigliere comunale di Villar Focchiardo. La polizia ha perquisito il suo appartamento e lo ha portato in questura. Fissore il dicembre scorso aveva accompagnato studenti in gita al cantiere. Nel paese è stato organizzato un presidio contro gli arresti.

Marco Imarisio26 gennaio 2012 | 9:56

Il day after di Grillo: con l’uscita "razzista" ha perso tutti i suoi

di -

Cittadinanza agli stranieri nati in Italia, la rete non perdona il no del comico. E lui si sfoga con Le Iene. Napolitano insiste: follia non concederla

 

Roma - Non bastavano i suoi grillini. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rimborottato Beppe Grillo per le sue parole sulla cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, definita dal comico «senza senso».




Napolitano, che a novembre aveva già espresso il suo favore verso una modifica della normativa, ieri ha recapitato non a caso uno sperticato elogio al presidente della Provincia di Pesaro-Urbino, che ha promesso la cittadinanza onoraria a 4mila figli di lavoratori stranieri («follia non concederla»). Sul web intanto continua a infuriare la rivolta interna al Movimento 5 Stelle contro il suo leader, del quale stasera andrà in onda su Italia 1 dalle 21.10 l’intervista della Iena Enrico Lucci, nel quale il capopopolo genovese spara a zero sulla politica tradizionale («i partiti sono morti come il comandante Schettino che guardava all’asciutto la nave e dirigeva all’asciutto»), su Mario Monti («penso che sia un’esorcista al contrario. Esorcizza le vittime invece che i carnefici») e sulle agenzie di rating («le triple A... Io li mando tre volte aff... dov’erano prima?»).

Dicevamo della rivolta sul web. Il nervo scoperto probabilmente lo tocca tal Paolo Bellini, che alle 16,28 di ieri scrive sul forum del sito www.beppegrillo.it: «I più credono che Beppe Grillo sia di sinistra. Io non lo credo: Grillo è un uomo che ragiona con la sua testa. Il problema nasce tutto da qui: la maggioranza del movimento è di sinistra e ragiona secondo certi schemi. Questo è un nodo destinato a venire al pettine». In attesa del parrucchiere molti seguaci delusi continuano a dissociarsi dalle parole di Grillo. «No Beppe, così non va... e non è nemmeno la prima volta. È perfettamente inutile che la base del Movimento si smazzi tanto per farlo crescere se poi ci fai fare simili figure.

Nel programma nazionale dovremo discutere molto bene il tema immigrazione», piagnucola Luca Donazzon. «Ti serve qualche voto legaiolo?? Ti voglio ricordare che il M5S non sei tu. Ma tu ci guadagni vero? Fin quando ci sarà il tuo nome stampato sopra a farti pubblicità e la possibilità di usare solo questo sito, dire movimento 5 stelle o movimento di Grillo non farà nessuna differenza», scrive acido Davide. Grillini pentiti a stento arginati da Bruno, che avverte: «Beppe ha semplicemente ragione ed alcuni di voi, i meno attenti direi, ci cascate come polli nel giochino di distrazione di massa dei palazzi della politica fatto ad hoc per raggiungere i loro sporchi scopi».

Ma che succede nel movimento che avrebbe voluto portare aria nuova nella politica italiana e che a ogni occasione buona manifesta i più infestanti difetti della stessa, primo fra tutti il gruppettarismo della sinistra? Tra le mille voci sparse ci sono quelli che forse non ci siamo capiti («Per favore Beppe, devi dare spiegazioni più chiare riguardo questo post, c’è il rischio di fraintendimenti», scongiura Hellfire); quelli che sfidano Grillo sul terreno comico («Tu non paghi manco il rilascio di un certificato di residenza. Sei genovese», fa il battutone E. Murgia); e quelli che tutto questo bailamme in fondo è buon segno («la stampa getta fango perché ci danno al 7.3 e i loro padroni hanno paura. Avanti così!», esulta Paolo L.). E pensare che l’unica discussione seria tra quelle proposte sul forum, ad opera di tale Sasà, non ha nemmeno un commento. Forse perché la domanda è di troppo difficile risposta: «Amici di 5 Stelle, 5 Stelle che cos’è?».



Powered by ScribeFire.

Camerieri

Corriere della sera

Scritto da: Valerio M. Visintin alle 15:38 del 24/01/2012




TuttiCamerieri4.jpgCamerieri, gente priva di cognome. Nessuno mai ne canterà le gesta, gli equilibrismi, le maratone tra sala e cucina.
“I signori desiderano?”.
Gente che smonta tardi alla sera. Hanno infilato la vita alla rovescia. Cenano quando noi chiudiamo l’ufficio. Lavorano mentre noi brindiamo.

“Minerale o naturale?”.
Gente da circo. Hanno mani allenate e prodigiose, sulle quali i piatti fioriscono come ventagli di carte da gioco. Ma non li chiamano in tivù e non hanno i riflettori dei congressi più “golosi”. Il loro applauso è un’anomima mancetta su un piattino.

“Le porto subito il menu”.
Camerieri, tra l’incudine e il martello. Costantemente in prima fila tra le linee di fuoco. Rimbalzano elastici dalle forchettate dei clienti al forcone dell’oste. Se non sono gli ultimi, stanno un gradino sopra appena: ne ho visti di impeccabili come maggiordomi di Wodehouse strapazzati da sommelier più grezzi di un giostraio.

“Il conto? Arriva immediatamente, signore!”.
Non sono tutti santi. Ne ho subìti di cialtroni e di brutali; uomini e donne da filibusta, con le mani imbrattate e lo sguardo in allerta per poter scansare il mio. Ma conosco tante storie di avventizi maltrattati, di paghe in nero, di moderna schiavitù in grembiule e papillon.

“Arrivederla e torni a trovarci presto…”.
Un’amica mi dice che quasi si commuove, quando vede un cameriere coi capelli bianchi. E io concordo. 
Sarà forse che riconosciamo qualcosa di noi stessi in quella terra di mezzo; un indizio del nostro futuro in quella canizie in affanno.
Nei tormenti da inghiottire col sorriso, nel fervore prolungato di ogni sera, nella vita da segreti giocolieri, un moto del sangue ci avvisa e ci sussurra: “siamo tutti camerieri”.



Powered by ScribeFire.

Ultima Cena si muove» Via ai rilievi: nessun danno

Corriere della sera

Visite sospese, i controlli sono durati tutta la mattina


MILANO - Il sistema d'allarme ha intercettato un «leggerissimo movimento della parete» mentre il terzo turno di turisti completava la visita al refettorio. Terremoto Giuda. I responsabili del Cenacolo hanno ordinato l'evacuazione d'emergenza, tutti fuori, al sicuro, sul piazzale di Santa Maria delle Grazie. La scossa delle 9.06 ha rimbalzato anche sul muro più fragile e prezioso di Milano, patrimonio dell'Unesco e pilastro della storia dell'arte mondiale. Panico. Oltre mezz'ora di stop alle visite. «Ma l'Ultima Cena è salva» rassicura il direttore Giuseppe Napoleone: «Il sisma non ha prodotto lesioni».


Che ansia, però. I rilievi dei tecnici hanno occupato l'intera mattinata, indagini sugli intonaci e le increspature delle superfici, verifiche statiche e una serie di approfondimenti sui dati storici, fino al riscontro decisivo fornito dall'impianto «salvavita» che bada al capolavoro di Leonardo Da Vinci e ne coglie ogni impercettibile segno di sofferenza. Nessun contraccolpo, nessun cedimento.

L'opera di Leonardo è sottoposta dalla Soprintendenza a un «monitoraggio tecnologico strutturale», fisso e ultrasensibile. Il dispositivo di sicurezza è doppio: un impianto di captatori di movimento affianca un sistema di fili a piombo «collegati» a un laser. Questa cintura di sensori controlla strattoni e sussulti, registra i fenomeni di traslazione e rotazione della parete, legge le risposte ai traumi, verifica l'impatto delle temperature, calcola le vibrazioni prodotte dal metrò sottoterra e dai tram in corso Magenta: «Il muro "respira", si "muove" abitualmente - spiega l'architetto Alberto Artioli, soprintendente milanese ai Beni monumentali e paesaggistici -. L'importante è che nel corso di una stagione non si verifichino movimenti progressivi». Il 18 gennaio scorso, per dire, gli indicatori avevano riconosciuto uno «slittamento» di 5 millimicron: «Era stata una giornata gelida - osserva Artioli -. Il Cenacolo aveva reagito così all'escursione termica». La scossa di ieri ha ottenuto lo stesso risultato: una microvibrazione del dipinto; otto secondi di stress.



I restauratori della Soprintendenza non hanno notato distacchi di pittura, né polveri rilasciate al suolo. È stato ispezionato il retro della facciata e anche il lato B ha confermato la diagnosi: «Ha resistito alle sollecitazioni, possiamo tirare un sospiro di sollievo». Ogni minaccia, qui, è presa sul serio.

Il Cenacolo è già scampato a un disastro e sopravvive da miracolato. I bombardamenti del 1943 sfregiarono la basilica, il convento e il refettorio: risparmiarono soltanto la parete di Leonardo. Un restauro lungo trent'anni, dal 1978 al 1999, ha restituito all'opera i colori che aveva alla fine del Quattrocento: «Ma non resisterebbe a un altro intervento pesante di chirurgia estetica». L'Ultima Cena è stata spolverata il 12 dicembre scorso. Delicatamente. Il dipinto soffre le impurità dell'aria, figurarsi i terremoti.


Armando Stella
26 gennaio 2012 | 10:51

Giustizia, Lupo: un mare di arretrati "Ma il nuovo governo dirada le nuvole"

La Stampa

Inaugurazione dell'anno giudiziario: 9 milioni di  cause pendenti. "Troppi avvocati" e "Solo i russi più litigiosi di noi"




Il presidnte della Corte di Cassazione Ernesto Lupo



Roma

«Il mutamento dell’atmosfera politica, istituzionale e culturale, che dirada le nubi che si erano addensate sul nostro impianto costituzionale, ci fa ben sperare sul mantenimento del quadro istituzionale, fondato sui valori fondamentali della nostra Costituzione». Lo sottolinea il Primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo all’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, dove è giunto il Capo dello Stato,
Giorgio Napolitano. Presenti anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, il premier  Mario Monti, il presidente del Senato Renato Schifani,  il ministro della Giustizia Paola Severino e  il vicepresidente del
Csm Michele Vietti.

Nove milioni di cause arretrate e troppi avvocati
Lupo ha detto che i magistrati italiani lavorano schiacciati dalla montagna di quasi 9 milioni di cause pendenti, ma «continuano a detenere primati di produttività in Europa». Così ha ricordato l’enorme cifra di cause arretrate che giacciono nei tribunali sottolineando anche che «vi è poi un’altra anomalia italiana, quella della quantità di avvocati: quasi 240.000, di cui oltre 50.000 abilitati all’esercizio dinanzi alla giurisdizioni superiori».  «Questi numeri continuano a crescere ogni anno. Essi, se non costituiscono un diretto fattore di incentivazione del contenzioso, certamente non contribuiscono a deflazionarlo, giacchè risulta del tutto insufficiente l’attività di filtro da parte della classe forense».

Più litigiosi di noi solo i russi
«Tra i fattori sicuramente anomali rispetto agli altri Paesi d’Europa, che concorrono a determinare l’enorme quantità di contenzioso civile, vi è l’alto tasso di litigiosità che assegna al nostro paese un primato superato solo dalla Russia».  «L’anno appena concluso ha confermato le difficoltà in cui versa il contenzioso civile presso gli uffici giudiziari di merito. La pendenza complessiva è diminuita del -2,4%, per effetto della diminuzione delle sopravvenienze (-8,7%). Ma è aumentata la durata media dei processi civili».  «Il segmento più critico è costituito dalle corti d’appello, nelle quali la durata media è aumentata del 9%, nonostante sia diminuita la sopravvenienza (-5,2%). Le corti d’appello rappresentano l’unico segmento del sistema processuale che abbia fatto registrare un incremento dei procedimenti pendenti (3,3 %)»




Powered by ScribeFire.