mercoledì 25 gennaio 2012

Protesta dei pescatori, scontri a Roma

Corriere della sera

Momenti di tensione davanti alla Camera, cinque feriti tra i manifestanti in piazza contro il caro gasolio


ROMA - Si è infiammata nel pomeriggio la protesta dei pescatori a Montecitorio contro il caro gasolio. Urla, petardi, bombe carta e scontri con le forze dell'ordine. Cinque persone sono rimaste ferite tra i manifestanti che fin dalla mattina, in un centinaio, erano in presidio davanti all'ingresso principale della Camera. Le cariche della polizia hanno cercato di impedire l'aumento delle proteste. Dopo i primi tafferugli le forze dell'ordine in assetto antisommossa hanno cercato di tenere a distanza i manifestanti dietro transenne e anche se dopo una prima carica della polizia i pescatori hanno alzato le mani in segno di resa, poi ci sono stati altri scontri. Intorno alle 18 e 30 mentre continuava il presidio, un gruppo si è spostato a piedi lungo via del Corso e raggiunta piazza Venezia, ha bloccato il traffico, lanciato petardi e altre bombe carta. E urlando insulti al governo Monti. Alle 19 la situazione è tornata calma.


IN OSPEDALE - Dei cinque i manifestanti feriti, due sono stati trasportati all'ospedale: uno con una sospetta frattura ad una gamba all'ospedale San Giovanni, l'altro in codice verde al Santo Spirito. Altre tre persone sono state medicate per lievi contusioni sul posto dal 118. Durante gli scontri con la polizia i pescatori hanno gridato più volte «vergogna» verso gli agenti in tenuta antisommossa. Dopo l'esplosione di un'ulteriore bomba carta le forze dell'ordine si sono avvicinate un'altra volta ai manifestanti cercando di spingerli ancora più distanti dalla Camera dei deputati.


SCONTRI CON FORZE DELL'ORDINE - Sono al vaglio degli uomini della Questura di Roma le immagini dei momenti di tensione davanti alla Camera, ripresi dalle telecamere della polizia scientifica. Altri manifestanti responsabili dei tafferugli potrebbero essere identificati e denunciati. Secondo quanto si apprende, le bombe carta sono state lanciate verso la Camera dei Deputati ma anche verso le stesse forze dell'ordine.

GIUBBOTTI DI SALVATAGGIO - I pescatori sono arrivati a Roma da tutta Italia di prima mattina, molti di loro con addosso giubbotti arancioni di salvataggio. «La Comunità Europea ci affonda», «Vi state mangiando anche le nostre barche», «Le regole del Nord Europa non valgono per il Mediterraneo». Questi alcuni degli striscioni in piazza. «Siamo qui per dire no alla licenza punti - ha detto uno dei pescatori - che ci vuole imporre la Comunità Europea così come anche il giornale di bordo. Per non parlare poi del caro carburante: così non riusciamo ad andare avanti e c'è il rischio di un blocco totale».

BLOCCHI - Già nei giorni scorsi, prima della manifestazione nazionale a Roma del 25 gennaio, i pescatori avevano iniziato le agitazioni. La protesta dei forconi e contro il caro gasolio investe anche il settore marittimo, dal Tirreno all'Adriatico, con le barche ferme in vari porti italiani e i pescatori sul piede di guerra per «l'enorme aumento dei costi di gestione delle imbarcazioni, e le norme Ue, che prevedono spese ingenti nell'ambito del Piano comune per la pesca». «

UE E GASOLIO - Il gasolio è uno dei problemi più seri» spiegano gli operatori portuali, ma se «la pesca italiana vuole rispettare le leggi che l'Europa, di cui è fiera di far parte, ci ha dettato, vuole arrivarci senza stravolgere i propri sistemi di pesca, le tradizioni, la cultura culinaria». «Governo e Ue -rilanciano - pretendono l'impossibile, non siamo più in grado di andare avanti, di sostenere le spese per mettere a norma le barche in base al Pcp (il Piano europeo), che dovrebbe garantire il futuro della pesca ed invece ci sta stritolando. Se proprio dobbiamo morire, vogliamo decidere noi come farlo». «Siamo allo stremo anche per colpa delle banche, che hanno chiuso i rubinetti».

Redazione Roma online25 gennaio 2012 | 22:54

La Costa in Senato: «Su di noi accuse ignobili»

Corriere della sera

L'ad della compagnia: «Lavoro nero a bordo? Impensabile». Ricerche, Gabrielli: «Un miracolo se ci fosse qualcuno vivo»


MILANO - Il 13 gennaio al largo dell'isola del Giglio è avvenuto un «tragico incidente che non doveva avvenire e poteva non avvenire». Così il presidente e amministratore delegato di Costa Crociere Pierluigi Foschi nel corso di un'audizione al Senato. A Palazzo Madama Foschi ha sottolineato che dalle informazioni ricevute dal comandante Francesco Schettino e dal suo tono, il direttore delle operazioni marittime Ferrarini «non aveva compreso che vi fosse una situazione così di emergenza» a bordo della Concordia. Riguardo all'ipotesi che il personale non fosse sufficientemente addestrato, l'ad ha parlato di «accuse ignobili e ingiuste».


LAVORO NERO - Quanto alla possibilità che la Costa avesse imbarcato personale non registrato e lavoratori non regolari, Foschi ha immediatamente fissato la linea difensiva: «È impensabile che una compagnia come la nostra, con il suo patrimonio di esperienze, si possa permettere di avere a bordo di una sua nave dei clandestini. Sui nostri accessi a bordo c'è un sistema all'avanguardia. Tutti sono fotografati e registrati con un codice. È impensabile ci siano clandestini sulla Costa Crociere. Quindi per la compagnia «è ignobile dire che c'è lavoro nero. Dal 2003 abbiamo una certificazione sul lavoro e siamo gli unici ad averla adottata. I nostri fornitori devono certificare di non utilizzare lavoro minorile» e vengono garantite «parità di religione, di paga, e genere. Siamo sotto controllo stretto dell'autorità americana».


«L'"INCHINO" NON AUTORIZZATO» - Foschi ha anche confutato la tesi per cui l'«inchino» al Giglio sarebbe stato concordato con il capitano: «Se viene richiesta, l'azienda può dare l'accordo alla navigazione turistica. Il fatto di avvicinarsi alle coste non è vietato, di per sé non è una pratica rischiosa se si seguono i protocolli. Ma di certo non si fa navigando alla velocità di 16 nodi in quelle condizioni». Insomma, «quella nave con quelle caratteristiche lì non ci poteva essere», ha detto il numero uno di Costa riferendosi al naufragio davanti al Giglio.

IL NAUFRAGIO - Raccontando, poi, le dinamiche dell'evacuazione dei passeggeri dopo l'impatto contro lo scoglio, Foschi ha spiegato che «quasi tutti passeggeri sono stati fatti sbarcare dalla nave, nonostante la posizione inclinata, a breve tempo dall'urto». Uno dei punti portati a verbale da Schettino durante gli interrogatori è stato che il sistema di registrazione dati della Concordia non era funzionante da 15 giorni. Un particolare quest'ultimo categoricamente smentito da Foschi. «La scatola nera non era rotta. C'era un inconveniente segnalato il 10 gennaio e l'11 mattina i tecnici si sono messi in contatto con l'azienda costruttrice. Si è evidenziato un piccolo problema di coordinamento, ma che non ha inficiato la trasmissione dati e la capacità di leggere la scatola nera».

RICERCHE SENZA SPERANZA - Nel frattempo, in attesa degli sviluppi dell'inchiesta, il capo della Protezione civile Franco Gabrielli ha annunciato una diffida per la Costa che non ha ancora depositato un piano per il recupero dei rifiuti. Pessimista Gabrielli in merito alle ricerche dei dispersi: «Per il tempo trascorso e per le condizioni date pensare di trovare ancora qualcuno vivo sarebbe un miracolo, ha detto.

INCIDENTE PROBATORIO - Il prossimo 3 marzo si terrà la prima udienza dell'incidente probatorio richiesto dalla procura di Grosseto per il naufragio del 13 gennaio. Le parti sono state convocate dal gip del tribunale di Grosseto, Valeria Montesarchio. La notifica riguarda anche tutti i passeggeri e i membri dell'equipaggio. Oltre ai 4.228 tra passeggeri e membri dell'equipaggio si presenteranno all'udienza come parti offese anche il Codacons e la Costa Crociere, la compagnia di navigazione che però rischia di essere a sua volta coinvolta nell'inchiesta.

«CONGETTURE DEL GIP» - Il legale di Schettino ha depositato presso la cancelleria del Tribunale del Riesame di Firenze il ricorso contro gli arresti domiciliari nei confronti del capitano. Per la difesa il pericolo di reiterazione del reato è solo una «congettura del gip». L'udienza per decidere sulla domanda di Riesame è stata fissata per il 10 febbraio. La Procura vorrebbe il ritorno in carcere del capitano della Concordia.

Redazione Online
25 gennaio 2012 | 18:00

Commemorazione al binario 21 a Milano

Corriere della sera

MILANO - Giovedì alle 11.30, a Milano in via Ferrante Aporti 3, Ferruccio de Bortoli e Roberto Jarach, presidente e vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, con il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il governatore Roberto Formigoni, il presidente della Provincia Guido Podestà e la storica Liliana Picciotta partecipano alla cerimonia di posa della targa commemorativa dei convogli partiti dal binario 21, cui seguirà un reading di brani letterari sulla deportazione e sul genocidio.


LE ALTRE INIZIATIVE - E anche quest'anno l'associazione Figli della Shoah organizza una serie di iniziative rivolte agli studenti e a tutta la cittadinanza milanese: giovedì, alle 20, presso il Conservatorio di Milano, si terrà la serata commemorativa del XII Giorno della Memoria, che vedrà momenti di riflessione e testimonianza intervallati da un programma musicale. Venerdì alle 10.30, sempre in Conservatorio, la testimonianza agli studenti di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.

Anca: un tipo di protesi «richiamata» Ma non tutti gli interessati in Italia lo sanno

Corriere della sera

Il caso DePuy ASR. Non tutti sono stati avvisati. Il registro sugli interventi del ministero non è ancora partito



MILANO - Non doveva creare allarmismi, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato. Il ritiro dal mercato delle protesi d’anca DePuy modello ASR, cominciato un anno e mezzo fa sta ancora suscitando allarme tra i pazienti. Un servizio di Striscia la notizia, andato in onda il 13 gennaio, ha riportato la vicenda all’attenzione del pubblico. Tanto che anche alla nostra redazione sono arrivate richieste di informazioni da parte di alcuni lettori preoccupati. Così abbiamo cercato di fare chiarezza sulla situazione.

Il RITIRO DAL COMMERCIO ¬ Il 24 agosto 2010, la DePuy, azienda statunitense del colosso Johnson & Johnson, ha deciso di ritirare volontariamente dal mercato tutti i prodotti del modello identificato con la sigla ASR: cioè le protesi di rivestimento ASR e il sistema acetabolare ASR XL. Le protesi di rivestimento e il sistema acetabolare sono stati impiantati a pazienti italiani a partire dal marzo 2004 . Come la stessa DePuy spiega, l’azienda ha un sistema di sorveglianza dei propri prodotti in base al quale verifica l’insorgere di eventuali problemi a distanza di cinque anni dall’intervento chirurgico. In questo caso, l’azienda ha ricevuto i dati dall’UK National Joint Registry (Registro Nazionale delle Articolazioni dell’Inghilterra e del Galles), che riportavano tassi di revisione chirurgica per circa il 12% dei pazienti che avevano impiantato il sistema di rivestimento d’anca ASR e per circa il 13% dei pazienti con il sistema acetabolare ASR XL. «L’azienda ha quindi deciso che il richiamo volontario era nel miglior interesse dei pazienti, la cui sicurezza è ed è sempre stata prioritaria per DePuy», fanno sapere i portavoce di DePuy in Italia.

COSA È SUCCESSO ALLE PROTESI? - In base ad un avviso di sicurezza di DePuy del 24 agosto 2010 inviato al Ministero della Salute , che lo ha pubblicato sul suo sito il 31 agosto 2010, e contemporaneamente ai chirurghi ortopedici, alle strutture ospedaliere italiane pubbliche, private accreditate e private) si sarebbero verificati «scollamenti delle componenti, sacche di liquido, dislocazione, sensibilizzazione al metallo e dolore». I detriti del metallo usurato delle protesi potrebbe inoltre finire nei tessuti molli e causare danni . Per questo si suggerisce ai medici curanti di sottoporre i pazienti ad analisi del sangue per la misurazione di ioni di cobalto e di cromo, che possono evidenziare proprio la presenza del metallo e quindi il malfunzionamento della protesi stessa. Il 7 novembre 2011, il Ministero della Salute ha inviato a tutte le strutture interessate una raccomandazione, in cui si richiama l’attenzione di tutti gli operatori sanitari esecutori di impianti DePuy ASR e ASR XL, sull’importanza di invitare i pazienti a sottoporsi al programma di verifica. Questo perché, evidentemente, non è stato ancora possibile raggiungere tutte le persone che hanno impiantato il modello ritirato dal mercato.

QUANTI SONO I PAZIENTI COINVOLTI? - In tutto il mondo, DePuy ha venduto circa 93 mila sistemi ASR. In Italia, più di 4.500 a oltre 200 strutture ospedaliere. «Molti pazienti ASR hanno chiamato il numero verde predisposto da DePuy e partecipato al programma di rimborso – sottolineano i portavoce della società- . L’azienda non è a conoscenza del numero esatto delle revisioni chirurgiche, poiché non ha accesso a questo tipo d’informazioni».

CHE FARE? - Da quando la decisione del richiamo è stata presa, l’azienda ha fornito delle raccomandazioni sulle azioni da intraprendere in relazione ai prodotti ASR e alla gestione dei pazienti. Un primo semplice controllo riguarda proprio le date e il modello di protesi. Il richiamo riguarda solo il modello ASR. L’azienda in Italia ha venduto il primo dispositivo a marzo del 2004, quindi se i pazienti hanno subito un intervento prima del 2004 non sono sicuramente coinvolti in questo richiamo. «Ci rendiamo comunque conto che sono in commercio varie tipologie e marchi di protesi d’anca e i pazienti potrebbero non essere a conoscenza di quello che è stato impiantato loro - dicono ancora i portavoce.

DePuy incoraggia quindi i pazienti a controllare con il proprio medico o ospedale quale tipo di protesi hanno. Se il paziente ha subito l’intervento dopo marzo 2004, dovrebbe contattare il proprio medico o struttura ospedaliera e assicurarsi se la protesi è del modello ASR di DePuy». Oltre a queste informazioni, sulla base di quanto ci è stato detto dai funzionari dell’Istituto superiore di sanità, aggiungiamo che i dati sulla protesi si trovano nella cartella clinica. Se il paziente non ha già in mano una copia, può chiederla all’ospedale o struttura privata dove è stato operato. DePuy ha anche predisposto delle Linee Guida per il richiamo e il percorso clinico e diagnostico del paziente, nonché delle Linee Guida per ottenere il rimborso delle spese sia quelle sostenute dalle strutture ospedaliere, comprese le spese amministrative, sia quelle affrontate invece dai pazienti che dovranno essere sottoposti a controlli e/o trattamenti chirurgici. «Il programma di rimborso ai pazienti impiantati con prodotti ASR è ben definito e DePuy ha fornito informazioni e supporto a tutti i medici che stanno seguendo pazienti con un impianto ASR – aggiungono i portavoce dell’azienda ¬-. È stata inoltre attivata una linea telefonica esclusivamente dedicata ai pazienti impiantati con sistema acetabolare ASR XL e il sistema di rivestimento d’anca DePuy ASR: il numero verde è 800 14 60 60 attivo dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 17». Altre informazioni, ma in inglese si possono trovare sul sito

IL SISTEMA DEI CONTROLLI IN ITALIA - Perché l’allerta sui prodotti è partita dall’Inghilterra e non dall’Italia, pur esistendo almeno di nome un Registro nazionale degli interventi di protesi d’anca attivato dall’Istituto superiore di sanità dal 2006? «La ragione è semplice – spiega Marina Torre, responsabile del Registro - . Il National Joint Registry è più avanti come organizzazione. Noi siamo ancora in una fase pilota». Proviamo a capire meglio. «Il nostro non è ancora un Registro nazionale vero e proprio – dice Torre -, ma un progetto la cui fase esplorativa è partita nel 2006. Dal punto di vista operativo, siamo pronti. Abbiamo affinato lo strumento di raccolta dei dati .

Utilizziamo le schede di dimissione ospedaliera, più un set di informazioni non contenute nelle Sdo come il lato dell’arto operato, la diagnosi, se c’è stato un intervento precedente e il tipo di via di accesso dell’operazione. Abbiamo inoltre il nome del fabbricante della protesi e il codice di riferimento così sappiamo dove sono state impiantate le protesi». Cosa manca allora? «Il decreto con cui si istituisce il registro – aggiunge la responsabile -, nonostante sia stato sollecitato da anni. Per quanto ne sappiamo il provvedimento esiste, ma è in attesa di approvazione». Nel frattempo il sistema è stato testato nelle Regioni che già avevano un proprio Registro: Lombardia, Emilia Romagna e Puglia. Proprio in quest’ultima, si è arrivati a una copertura del 95% degli interventi effettuati, grazie all’introduzione dell’obbligo di notificarli al Registro. In Piemonte, Valle D’Aosta, Veneto, Marche, Toscana, Basilicata e Sicilia sono state avviate solo sperimentazioni.

Ruggiero Corcella

25 gennaio 2012 | 19:18




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Urinare in strada è reato, anche di notte

La Stampa


La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40012/11, ha stabilito che urinare in luogo pubblico è reato a prescindere dal fatto che la condotta possa essere stata messa in atto in un luogo buio e appartato. È sufficiente la sola possibilità che il gesto contrario alla pubblica decenza venga percepito da terzi.

Il caso

In fila per entrare in discoteca e un impellente bisogno fisiologico. Può capitare. È sera e un ragazzo decide di allontanarsi dalla fila e urinare. La questione arriva avanti al Giudice di pace che, però, decide di assolvere il ragazzo dal reato di atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.), in quanto «la condotta posta in essere dal prevenuto non era stata neppure percepita dai presenti». 

Il Procuratore Generale ricorre per cassazione, affermando che il GdP confonde la fattispecie degli atti osceni in luogo pubblico (art. 527 c.p.) - che richiede la visibilità dei genitali - con quella degli atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.), che invece richiede la sola possibilità di percezione del gesto contrario alla pubblica decenza. Il P.G. ricorrente, richiamando anche la giurisprudenza di legittimità (Cass., sent. n. 15678/2010), sottolinea che «sono atti contrari alla pubblica decenza tutti quelli che in spregio ai criteri di convivenza e di decoro che debbono essere osservati nei rapporti tra consociati, provocano in questi ultimi disgusto o disapprovazione come l’orinare in luogo pubblico».

Atti osceni o atti contrari alla pubblica decenza? La Corte Suprema sottolinea la differenza tra le due fattispecie di reato di cui si discute. Gli atti osceni in luogo pubblico offendono «in modo intenso e grave il pudore sessuale, suscitando nell’osservatore sensazioni di disgusto», mentre gli atti contrari alla pubblica decenza «ledono il normale sentimento di costumatezza, generando fastidio e riprovazione» (Cass., sent. 2447/1985). In conclusione - vista l’irrilevanza del fatto che i genitali sia visibili oppure no, nonché l’irrilevanza dell’effettiva percezione offensiva del gesto - il Collegio accoglie il ricorso annullando la sentenza impugnata.



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Dai vecchi tubi catodici delle tv nascono le piastrelle porcellanate

Corriere della sera

Nel 2011 75 mila tonnellate di vetro di scarto di televisori fuori moda a causa di schermi al plasma e cristalli liquidi




MILANO - Cos’hanno in comune le piastrelle in gres con i televisori a tubo catodico? Apparentemente nulla. Se non fosse che il settore del riciclo è talmente dinamico che inventa il modo per riconvertire qualsiasi materiale. Andiamo con ordine. Fino a qualche anno fa i vetri dei vecchi televisori, che rappresentano il 50 per cento del peso totale degli apparecchi, erano riciclati e tornavano a essere vetri per altre tv sempre a tubo catodico (Crt). Ma il boom degli schermi piatti al plasma (Pdp) e a cristalli liquidi (Lcd), ha messo in crisi il sistema e prodotto nel 2011 una mole di 75 mila tonnellate di vetri da vecchie tv scartate e finite nei rifiuti Raee, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

EDILIZIA - «Dal confronto tra due settori apparentemente lontani, quello dell’edilizia e quello dei rifiuti elettronici, abbiamo sviluppato l’idea», spiega Danilo Bonato, direttore generale di ReMedia, consorzio per la gestione di tutte le tipologie dei rifiuti Raee, dalle pile agli accumulatori agli impianti fotovoltaici. È così che quelle 75 mila tonnellate di vetro, separate dagli altri materiali delle tv, sono state prima frantumate e ripulite e poi inviate a un gruppo emiliano che opera sul mercato mondiale dei pavimenti e rivestimenti in ceramica. È in questi stabilimenti che avviene la fase chiamata di atomizzazione, cioè la preparazione dell’impasto tra il 20% di vetro e le sabbie che costituiscono il materiale delle future eco-piastrelle.

GLASS PLUS - «Il progetto Glass Plus, come l’abbiamo chiamato, è davvero innovativo: è stato anche premiato con l’inserimento in Eco-Innovation, programma che supporta piani di innovazione eco-compatibile di rilevanza europea. Si tratta della prima fornitura di piastrelle realizzate con impasto ceramico derivante da materiali post-consumo conformi ai requisiti Leed (Leadership in Energy and Environmental Design): l’utilizzo di piastrelle contenenti fino al 20% di vetri provenienti da materiale riciclato permetteranno al progettista dell’edificio di ottenere fino a 2 punti Leed, il massimo per quanto riguarda il contenuto di materiale riciclato», spiega ancora Bonato. L’azienda che ha immesso sul mercato le piastrelle contenenti i vetri delle tv, ha stanziato un grosso investimento in tecnologia e ricerca, perché la parte più complessa della procedura per arrivare a posare il primo pavimento è stata la fase di omogeneizzazione del vetro con la sabbia: la ceramica di solito è prodotta di sabbie.


RIUTILIZZO - La fine dell’era delle tv a tubo catodico non significa dunque smaltimento in discarica, ma riutilizzo per la produzione di piastrelle in gres porcellanato. «Trattato correttamente, quel vetro significa riduzione delle emissioni di CO2, dei consumi energetici e della diffusione in atmosfera di polveri inquinanti, e va anche a sostituire parzialmente le materie prime tradizionalmente utilizzate nel settore edilizio riducendo i costi per la produzione dell’impasto», conclude Bonato. «Considerato l’andamento del mercato delle tv a schermo piatto, la stima della raccolta di vetri per quest’anno sarà pari circa a 75 mila tonnellate di tv e monitor, pari a circa 25 mila tonnellate di vetro pannello. Se l’intero quantitativo venisse utilizzato nel progetto, potremmo rivestire 83 mila appartamenti con un risparmio del 20% di materie prime rispetto all’utilizzo di piastrelle tradizionali e una riduzione delle emissioni di anidride carbonica pari all’81%».


Anna Tagliacarne
25 gennaio 2012 | 13:22




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Ma l'illegalità è intollerabile

Corriere della sera


Fra le proteste siciliane e quelle degli autotrasportatori corrono molte differenze. Il movimento siciliano è il risultato di un malumore diffuso, alimentato forse anche da infiltrazioni mafiose, diretto principalmente (o almeno così dovrebbe essere) contro le autorità dell'Isola. La Sicilia ha uno statuto speciale e gode di un regime fiscale che consente ai suoi governanti di affrontare autonomamente almeno alcuni dei suoi problemi. Se questo non è accaduto, le ragioni della protesta sono anzitutto locali.

Quello degli autotrasportatori, invece, è un problema collegato in buona parte alla crisi del Paese ed è quindi interamente nazionale. Stiamo parlando di una categoria composta in gran parte da piccolissime aziende in cui il padrone è al tempo stesso un dipendente, investe il proprio denaro, contrae debiti con le banche, paga se stesso ogni mese con il frutto del proprio lavoro, ha un reddito che può essere drasticamente ridotto dal prezzo del gasolio e dei pedaggi.

In condizioni normali, tuttavia, le due proteste dovrebbero coinvolgere i partiti politici e le organizzazioni sindacali. Non è facile dare risposte politiche a un movimento difficilmente interpretabile come quello dei «forconi» e dare risposte sindacali alla protesta di una categoria composta da «padroncini». Ma questo dovrebbe essere, in una democrazia, il compito dei partiti e dei sindacati, soprattutto se vogliono continuare a essere nazionali. Gli uni e gli altri, invece, sembrano essere in queste due vicende sostanzialmente assenti. Il governo è composto da tecnici, ma è sostenuto da una maggioranza che ricorda per molti aspetti quella delle grandi coalizioni tedesche. I camionisti sono difficilmente sindacalizzabili, ma i sindacati amano considerarsi interlocutori totali del governo per tutte le questioni che abbiano ricadute economiche e sociali. Perché partiti e sindacati sembrano comportarsi come se le responsabilità fossero esclusivamente del governo?

Sbagliano per almeno due ragioni. In primo luogo le proteste, se affrontate distrattamente, potrebbero, soprattutto in questo particolare momento, contagiare altre categorie. Le liberalizzazioni hanno suscitato forti reazioni, ma i gruppi colpiti, con l'eccezione dei tassisti, sembrano comprendere che le misure adottate dal governo non spiacciono alla maggioranza degli italiani e che una reazione emotiva sarebbe inopportuna. In alcuni di questi gruppi, tuttavia, vi è un'ala che potrebbe cogliere l'occasione per alzare il livello della protesta.

In secondo luogo esiste un problema di legalità. Sappiamo che ogni categoria, per meglio farsi vedere e ascoltare, usa quando sciopera le armi, più o meno efficaci, del suo mestiere. Ma quando un gruppo si serve del proprio strumento di lavoro e della propria funzione per interrompere le comunicazioni sulle maggiori strade della penisola, il danno sofferto dall'economia nazionale è intollerabilmente superiore ai motivi della protesta. Nessuno ha il diritto di strangolare il proprio Paese per meglio risolvere i propri problemi. E nessun partito o organizzazione sindacale ha il diritto di considerare queste vicende come problemi del governo a cui è lecito voltare le spalle. Sui problemi di legalità, anche se spetta soprattutto all'esecutivo intervenire con fermezza, il silenzio dei partiti e dei sindacati sarebbe ingiustificabile.





25 gennaio 2012 | 10:21




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Come sono diventati ansiogeni i nostri tassisti

Corriere della sera

Un tempo si pregustava il viaggio sull'auto bianca come un piccolo lusso, ci si sentiva a casa. Oggi bisogna stare attenti a quel che si dice. Pena: invettive e sgradevoli discussioni

di MARIA LAURA RODOTA'



ROMA - «Mi prendo un ricco taxi», si diceva una volta, insistendo sull'aggettivo «ricco»: lo si pregustava come un piccolo lusso. Chi viveva in esilio o tornava a Roma dopo un viaggio si godeva anche Radio Radio a palla e le battute dei tassinari, e si sentiva a casa. Ora si sale, e ci si sente nel mezzo di un conflitto sociale.

Dopo blocchi e proteste, un tassista su due, di qualunque orientamento e sigla, vuole evangelizzare il passeggero. Appena messo in moto, attacca: «Ha visto quante macchine ferme al parcheggio? E dicono che semo pochi». Se si annuisce, continua, con invettive varie. Se si obietta «ma in periferia, ma la sera, non si trovano mai», si arrabbia e controbatte «se vede che lei chiama quelli dell'XY (numero a piacere), quelli nun so' affidabili».

Se poi il passeggero ha in mano un quotidiano
, il taxista se la prende con i media tutti: «L'altro ieri a 'na giornalista gli ho detto: sa dove se lo deve mette quel microfono?». Segue descrizione. Pazienza. Il Tassista Rivendicativo-tipo è in genere un brav'uomo, non fa deviazioni per guadagnare, ha un tassametro impeccabile. Ma è esasperato. Non si rende più conto che il cliente occasionale-tipo vive il tragitto come un trauma, e perciò evita i taxi, ora, se può. Anche perché a volte s'imbatte nel FascioTaxi; per il quale la protesta violenta è stata un tana-liberi tutti della (diciamo) scorrettezza politica. Per dire, durante una breve tratta Esquilino-Prati si arrabbia a Santa Maria Maggiore perché «è piena de negri» e poi a piazza Cavour perché «in du' giorni diventerà uno schifo, ce staranno gli extracomunitari sulle panchine» (piazza Cavour fa già abbastanza schifo col cantiere infinito, e non ci sono ancora le panchine).

Poi, certo, c'è un tipo di tassista silenzioso. Tace e ha il tassametro taroccato. L'ultimo che ho incontrato, Viminale-piazza Verdi alle 14 di due sabati fa, tempo di percorrenza minuti quattro, mi ha detto solo «lei non è di Roma, vero?» (invece sì), e poi «ma secondo lei funziona male?» perché il display segnava 15 euro (più del doppio del normale). Così il taxi diventa ricco solo per la tariffa. Poi, va da sé, i colleghi interpellati durante altri tragitti polemici s'indignano e assicurano «gli imbroglioni sono una minoranza». Ma i taxisti dovrebbero prendersela con la minoranza truffaldina, non con gli utenti, vittime come loro del traffico e dello stress da congestione romana. Perché gli utenti, a furia di venir trattati come controparti, ormai considerano il taxi un luogo ansiogeno; e preferiscono guidare negli ingorghi o pigiarsi nei bus. E si vive peggio, così, tutti.



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Morire al volante sfidando il regime

Corriere della sera

A 32 anni si ribellava al divieto di guida per le donne



MILANO - Ha sfidato la legge e per questo è morta. Era al volante di un’auto la donna saudita rimasta vittima di un incidente stradale sabato scorso nella provincia di Hael: la ragazza aveva voluto seguire la strada tracciata a maggio scorso da Manal al-Sherif, la 32enne consulente informatico sbattuta in prigione per 10 giorni per aver postato un video su Youtube nel quale la si vedeva guidare per le strade di Khobar , contravvenendo così al divieto di guida imposto alle donne dall’ultraconservatore regime islamico. Ma il gesto di coraggio della sfortunata automobilista è stato punito da un destino davvero beffardo, che l’ha fatta finire fuori strada e morire sul colpo, mentre l’amica che era in macchina con lei è stata ricoverata in ospedale a causa delle ferite riportate, come ha poi detto il portavoce della polizia saudita, Abdulaziz al-Zunaidi, alla AFP.


VIDEO SUL WEB - Dopo la pubblica denuncia della al-Sherif, che ha aperto anche una pagina su Facebook per spingere le autorità ad eliminare il divieto per le donne di fare la patente e permettere così loro di imparare a guidare (onde evitare incidenti come quello capitato sabato scorso), è cresciuto in maniera esponenziale il numero di intraprendenti saudite che ha deciso di provare ugualmente a mettersi al volante, filmando poi l’impresa con il cellulare e mettendo il video sul web.

FRUSTRATE A CHI TRASGREDISCE - La mobilitazione femminile non sembra aver però scalfito la rigida imposizione islamica: è di settembre infatti la notizia delle dieci frustate inflitte ad una donna di Jeddah (Shayma Jastaniah) che, sebbene in possesso di una patente internazionale, è stata beccata a guidare per le strade della città. Ma non è solo per l’arcaico divieto ancora vigente che le donne saudite faticano ad andare in giro per il paese: gli stessi tassisti si rifiutano infatti di farle salire sulle vetture, a meno che non siano accompagnate da uno chaperon (di solito il marito o un parente maschio). Tornando all’incidente mortale, c’è però chi non è del tutto convinto che si sia trattato di una semplice fatalità e proprio dalla pagina facebook della al-Sherif chiede di indagare sulle cause, anche se la polizia locale pare intenzionata a chiudere il caso senza ulteriori accertamenti.



Simona Marchetti
25 gennaio 2012 | 13:30




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Parcheggiare lo scooter in stazione? Costa più di un viaggio in Frecciarossa

Corriere del Mezzogiorno

Denuncia di un avvocato: 2 giorni di sosta 139 euro nell'area predisposta dalle Fs accanto alla Feltrinelli



Il salatissimo ticket
Il salatissimo ticket


NAPOLI - Due giorni di parcheggio dello scooter, nell’area di sosta gestita da Metropark ad un passo dalla stazione in piazza Garibaldi, gli sono costati sei euro in più del biglietto di prima classe in alta velocità da Napoli a Milano. Centotrentanove euro per il motorino; 133 per il viaggio in treno. Protagonista della disavventura Eugenio D’Andrea, un avvocato napoletano, che lo scorso 16 gennaio aveva la necessità di raggiungere il capoluogo lombardo. Racconta: «Alle 6.30 di mattina sono entrato con lo scooter nell’area di sosta sulla destra della libreria Feltrinelli. Una zona scoperta, piuttosto ampia, ad un passo dalla stazione. Quando sono andato a recuperare il mio mezzo, alle 14.30 circa del 18 gennaio, sono rimasto di sale, leggendo la ricevuta: 139 euro. Ho creduto che ci fosse un errore, mi sono rivolto al personale di Metropark, ma alla fine ho dovuto pagare».

Come è possibile che il parcheggio per due giorni allo scoperto, sia pure in un’area custodita, di un mezzo a due ruote, 300 di cilindrata, costi più di un biglietto ferroviario Napoli – Milano di alta velocità? «Il fatto è - dice il legale napoletano - che la società che gestisce quello spazio non prevede alcuna tariffa forfettaria. Neppure si fa distinzione tra chi lasci in sosta un mezzo a due ruote o una utilitaria o magari un fuoristrada. Vale solo il criterio del costo orario: 2 euro per i primi sessanta minuti, due euro e mezzo dalla seconda ora in avanti. Risultato: ho pagato per il motorino la stessa cifra di quando parcheggiai per una settimana la mia Bmw in un garage nei pressi dell’aeroporto di Capodichino».

Condizioni di sosta alquanto sfavorevoli per gli utenti, insomma, quelle praticate da Metropark. Sono peraltro debitamente indicate nella tabella all’ingresso. «È vero - dice il professionista partenopeo - ed infatti non dico che mi hanno truffato, sebbene io non avessi fatto caso a quella tabella, la mattina di lunedì. Dico invece, anzi ne sono certo, che il sistema è assolutamente illogico e vessatorio. Soprattutto se si considera che quel parcheggio, per sua stessa natura, dovrebbe essere dedicato a soste medio – lunghe. Non si tratta, infatti, né di un’area in prossimità di un centro commerciale, né di un garage nelle vie dello shopping». Sarà anche per le tariffe praticate, sottolinea il legale, che quell’area, in teoria così comoda, così vicina alla stazione, è tanto poco utilizzata. «Colleghi che partono spesso da piazza Garibaldi”, dice D’Andrea, “si guardano bene dal lasciare i propri mezzi privati in sosta lì».


Il 23 gennaio ha scritto una lettera di protesta a Metropark, indirizzandola alla sede romana della società. “Non che speri in un rimborso”, conclude, “ma mi piacerebbe almeno che riflettessero su quanto mi è capitato ed adottassero una differente gestione di quel parcheggio”.



Fabrizio Geremicca
25 gennaio 2012




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Ecco i confetti che uccisero Leopardi Al Suor Orsola la collezione Ruggiero

Corriere del Mezzogiorno

Hanno finalmente trovato casa gli 8000 pezzi del poeta o dedicati a lui. Il prof: «Comprai i cannellini dai discendenti del portinaio del palazzo dove morì Giacomo»



I cannellini di Sulmona che Leopardi non riuscì a finire
I cannellini di Sulmona che Leopardi non riuscì a finire


NAPOLI - Nicola Ruggiero compirà tra pochi giorni 90 anni, 85 dei quali trascorsi nel culto di Giacomo Leopardi. «Me lo trasmise mio padre, segretario comunale a Vico Equense, allorché incominciò a trascrivere su certi quaderni i versi più famosi del Poeta perché li mandassi a memoria. A Natale e a Pasqua venivano a trovarci i parenti, io salivo su una sedia e recitavo Leopardi». Nel casale di Arola («l’unico di Vico che guardi verso Sorrento»), la vita poteva essere dolcissima ma anche durissima. Tale divenne quando il padre, antifascista, finì in carcere per sei mesi e perse il posto di lavoro. «Che tempi! Quando di domenica c’era in casa una fetta di mortadella, per noi era festa nazionale!».

ALL'UNIVERSITA' LA CONTESA CON NAPOLITANO - Ruggiero poté continuare gli studi in scuole non irregimentate, e il liceo lo fece alla badia di Cava. Andò poi all’università, a Napoli, laureandosi in Lettere classiche non con una, ma con due tesi. «La prima era quella che il professor Toffanin mi aveva assegnato, sulla religiosità di Silvio Pellico. La seconda l’avevo scelta io. Era una tesi sui Paralipomeni alla Batracomiomachia». Leopardi, appunto. Restava non l’unica, ma certo la principale passione di Ruggiero. «All’Università ero il capo degli studenti cattolici, e Giorgio Napolitano, di poco più giovane, quello degli studenti comunisti. Avevamo scontri continui, non soltanto verbali. L’ho rivisto all’inaugurazione della villa di De Nicola, pochi anni fa, e mi ha ricordato che quello che tirava più calci era però un altro studente, di orientamento anarchico. Era vero». Cattolico, Ruggiero lo è sempre stato. E se gli si fa notare come sia strana, per lui cattolico, la passione per il «materialista» Leopardi, taglia corto: «L’amore per Leopardi non è discutibile sul piano religioso. E poi me l’ha trasmesso mio padre».

TRE MESSE ALL'ANNO PER LEOPARDI - Ancor oggi, del resto, Ruggiero gli fa dire tre messe all’anno: una nella ricorrenza della nascita (29 giugno 1798), una nella ricorrenza della morte (14 giugno 1837), la terza il giorno di San Giacomo (25 luglio). L’amore per Leopardi ha fatto sì che gli abbia dedicato, finora, 500 articoli.

UNA COLLEZIONE DI 8MILA PEZZI - E che, soprattutto, abbia messo insieme una poderosa collezione di ottomila pezzi, fra libri, oggetti, riviste, giornali, fotografie, manoscritti e altro, che ha donato all’Università Suor Orsola Benincasa, dove sta per essere inaugurata dopo che per mesi lo stesso Ruggiero l’ha personalmente ordinata. «Incominciai a raccogliere materiali al tempo della laurea. Il ritmo crebbe quando iniziai a lavorare. Ho insegnato per cinquant’anni latino e greco nei licei, dal 1946-47 al 1996-97, gli ultimi dieci anni facendo il preside in istituti parificati. Come dono di laurea chiesi di fare un viaggio a Firenze per conoscere il mio idolo Giovanni Papini, la cui conversione mi aveva molto toccato. Possiedo 73 delle 75 edizioni della sua Storia di Cristo».

L'ALTRA PASSIONE: PAPINI - Papini è per l’appunto un’altra passione di Ruggiero, come Torquato Tasso. «La collezione papiniana la donerò a Firenze, la greca e latina l’ho già data alla badia di Cava, la tassiana a Sorrento. Leopardi sta qui al Suor Orsola, per il resto vedremo». Casa Ruggiero rigurgita di libri e non solo. Come la collezione leopardiana. Per settant’anni e forse più, Ruggiero ha raccolto di tutto, andando alle aste, rovistando sulle bancarelle, spendendo a volte cifre risibili per pezzi fantastici, altre volte investendo somme cospicue.




Nicola Ruggiero
Nicola Ruggi
QUANDO COMPRO' LA PRIMA POESIA DI LEOPARDI ALL'ASTA DI CHRISTIE'S - Due esempi: centomila euro gli costò, a un’asta londinese di Christie’s, un manoscritto della prima poesia (conservato nel caveau di una banca, qui ce n’è una riproduzione) scritta da Leopardi a 12 anni. Pagò invece venti lire, nel 1971, per una copia dell’edizione Piatti dei Canti (1836) trovata su una bancarella di via Costantinopoli, e scoprì poi che al volume erano state legate cinque pagine autografe del Poeta col testo del canto L’Italia agli italiani.

LA MASCHERA FUNEBRE DEL POETA - Altri mirabilia della collezione? Beh, c’è la maschera funebre di Leopardi. «Domenico Morelli fece l’originale, ora al Centro Studi di Recanati. Ma se ne fecero tre o quattro copie. Quella che ho io la volle Antonio Ranieri per Villa delle Ginestre a Torre del Greco, da dove probabilmente sparì prima del 1962, anno in cui lo stabile fu acquisito dallo Stato». C’è una lettera autografa del padre Monaldo allo zio Francesco Mosca in cui il conte gli annuncia la nascita di Giacomo e lo prega di correre a Recanati per il battesimo.

LA COLLEZIONE STARITA - Ruggiero è poi giustamente orgoglioso della preziosissima edizione Starita del 1835 dei Canti e delle Operette morali. «Il tipografo napoletano ne tirò 1800 esemplari, cinque dei quali spettarono per contratto a Leopardi. La censura delle Due Sicilie, affidata ai gesuiti, sequestrò i libri in tipografia, e provvide poi a bruciarli nel bosco di Capodimonte. Si salvarono solo le copie già recapitate a Leopardi. Due non si sa che fine abbiano fatto, una sta alla Biblioteca Nazionale di Napoli, una a Recanati, e la terza eccola qua». Ciascuno degli ottomila pezzi è accompagnato da una scheda dattiloscritta che lo descrive: in tutto, sedicimila pagine vergate da Ruggiero.

I CANNELLINI «ASSASSINI» DI LEOPARDI - E, tra le cose più curiose, ci sono i 116 («per la verità un po’ di meno, perché qualcuno l’ho regalato») confetti «cannellini» di Sulmona che, secondo lui (ma la questione è controversa), furono responsabili del coma diabetico che uccise il Poeta il 14 giugno 1837. Ruggiero racconta la storia così: «Leopardi e Ranieri avevano deciso di recarsi a Torre il 13 giugno. Per Giacomo, soggiornarvi era un toccasana: l’aria era ottima, e lui soffriva d’asma. Ma quella volta fu lui a rinviare la trasferta, perché il 13 era l’onomastico di Ranieri e c’era una festa a casa del padre di questi, in via San Giacomo a Napoli. Allora si usava donare dei cartocci (li chiamavano così) che contenevano una libbra e mezzo, cioè 850 grammi, di confetti di Sulmona.

Leopardi era ghiottissimo di dolci, ogni mattina prendeva da Pintauro almeno due sfogliate frolle. E insomma, finita la festa, se ne tornò a casa al vico Pero a Santa Teresa degli Scalzi, ma fino alle 2 di notte, malgrado la mattina dopo la carrozza sarebbe stata pronta fin dalle 7 per portarlo a Torre, indugiò alla finestra per godersi lo spettacolo delle devozioni per Sant’Antonio. Si svegliò solo alle 10 e, sentendo il profumo dei confetti, incominciò a mangiarne. Fece fuori un cartoccio, poi un altro. Aveva appena aperto il terzo che ebbe un mancamento. Aveva già divorato un kilo e mezzo di confetti, una quantità micidiale per un diabetico. Ranieri si precipitò a largo di Palazzo, prelevò il medico Niccola Mannella, ma questi poté solo constatare il decesso.

IL «TESORO» DEL PORTINAIO DI VICO PERO, DOVE MORI' IL POETA - Quando si fece lo sfratto di casa, il portinaio raccolse un po’ di quei confetti in un fazzoletto damascato che, lui morto, passò a suo figlio, pure lui portinaio di quello stabile, e da questi a una figlia che faceva lo stesso mestiere ed è morta una decina d’anni fa. Io l’ho conosciuta, si chiamava Elvira Dell’Aversano. Ogni volta che andavo a vico Pero passavo a trovarla. Le portavo i cioccolatini e, inutile dirlo, puntavo ai confetti. Finché un giorno mi chiese: ‘‘Ma vuje, chi site?’’. Mi qualificai e confessai le mie mire. Lei ci pensò su e poi disse: ‘‘V’’e voglio dà’’. La seguii fino alla chiesa della Santissima Annunziata a Fonseca, cuore del quartiere Stella. Andò in sacrestia e disse al parroco, cui aveva dato in custodia quel fazzoletto, che voleva darlo a me».


Francesco Durante
25 gennaio 2012




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In lutto per Lola, il dolore che unisce gli elefanti

Corriere della sera

A turno la famiglia dei pachidermi tocca il corpo della cucciola morta a tre mesi


Questa è una storia antica ma è pure una storia moderna. È antica come il mondo (si fa per dire) perché racconta d'un naturale amore materno, ma è moderna perché ogni evento ha avuto luogo entro la civiltà più avanzata. Protagoniste l'elefantessa indiana Panang, una mamma di 22 anni, e sua figlia Lola, nata tre mesi fa nello zoo di Monaco di Baviera. E fin qui, volendo, tra loro tutto naturale: lo svilupparsi cioè di quell'amore che sempre lega una madre a sua figlia. Ma poi, drammaticamente, subentra prepotente la modernità. Perché i guardiani, che adorano Lola, si accorgono che l'elefantina deperisce, non cresce bene, e difatti le viene diagnosticata una grave patologia cardiaca. Lola viene dunque, necessariamente, operata - è la prima della sua specie - ma l'intervento purtroppo finisce male e l'elefantina muore.

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Per mamma Panang però Lola è solo come se fosse scomparsa, se si fosse persa. Non riesce a trovarla e così non si dà pace, soffre le pene dell'inferno. La direzione dello zoo decide pertanto di restituire alla madre il corpicino di Lola, sperando così che con ciò si renda conto dell'accaduto e almeno possa soffrire in pace, consapevolmente. Il che in effetti avviene, perché gli elefanti sono assai intelligenti e sanno sviluppare la consapevolezza della morte. Ma sono anche assai sociali ed empatici, e Lola era adorata, oltre che dai guardiani e dai visitatori, anche da tutto il gruppo di elefanti dello zoo. Ed è così che s'è potuto assistere all'avverarsi d'una sorta di rito funebre animale, dove ogni elefante, a turno, toccava Lola con la proboscide.

Poi tutti insieme gli elefanti si sono stretti intorno a Panang. Anche gli elefanti di uno zoo, così, per una volta hanno potuto mettere in atto il loro funebre rituale naturale. Occorre dire che molto si sa sulla consapevolezza della morte negli elefanti, ma soprattutto di quelli africani, che appartengono a un'altra specie rispetto agli asiatici.

Trattandosi però di specie evolutivamente assai vicine, è verosimile ritenere che non cambi molto per quanto concerne questi comportamenti legati alla morte di uno di loro. Ricordo, a titolo informativo, che i cugini africani manifestano sempre uno strano interesse per i resti, in particolare per le ossa, dei loro morti, mettendo in atto comportamenti esplorativi e rituali di vario tipo. Quanto alle madri, mostrano chiari segni di sofferenza dinanzi alla morte del loro piccolo.

Riporto, a titolo esemplificativo, il breve rendiconto offerto da Joyce Poole, una specialista dell'etologia degli elefanti dell'Amboseli Elephant Project: «Il mattino dopo Cyntia Moss e io andammo a piedi dall'accampamento fino al limitare del palmeto, da dove potevamo osservare Tonie che ancora vegliava il cadavere del suo piccolo. Intorno a lei si aggiravano quindici avvoltoi e uno sciacallo; lei caricava ed essi si disperdevano per qualche secondo, ma solo per ritornare.

Essa si mise fra loro e il corpicino e, fronteggiandoli, toccava dolcemente con la zampa posteriore il corpo senza vita. Osservando la sua veglia funebre, per la prima volta ebbi l'impressione fortissima che gli elefanti conoscevano il lutto. Non potrò mai dimenticare l'espressione del viso, degli occhi, della bocca, il portamento delle orecchie, della testa, del corpo. Ogni parte esprimeva dolore». Tratto da Ritorno in Africa , Mondadori 1997.

Danilo Mainardi
25 gennaio 2012 | 12:38

Google unifica i dati personali degli utenti e cambia regole sulla privacy

La Stampa


Le informazioni personali presenti su uno dei servizi Google saranno trasferite anche sugli altri: una semplificazione, ma anche per il controllo su contatti e preferenze
CLAUDIO LEONARDI

Aria di cambiamenti in casa Google, per quanto riguarda le sue politiche di privacy e trattamento dei dati personali dell'utenza. La società ha annunciato martedì che avrebbe reso più sintetici e leggibili i termini di adesione, ma non solo. Dal primo marzo cambierà anche il modo in cui il motore di ricerca usa le informazioni in suo possesso, ma l'azienda non vuole dare l'impressione di agire alle spalle dei propri iscritti.

Google annuncia il più grande sforzo di comunicazione al proprio “popolo”, sfruttando l'e-mail e reiterando l'annuncio su diversi siti.

Solo due settimane fa, il motore di ricerca aveva dovuto incassare dure critiche sul tema della privacy in seguito alla decisione di includere, nei risultati di ricerca, messaggi pubblicati sul social network Google+. Sebbene si possano visualizzare esclusivamente i post di persone che si è deciso di seguire (e di cui dunque si potrebbero leggere i messaggi sfogliando il proprio account su Google+), non è piaciuto il fatto che la novità non fosse adeguatamente preannunciata e spiegata.

Da Mountain View fanno sapere che non c'è alcun collegamento tra le modifiche annunciate martedì e le polemiche recenti.

Il risultato è, comunque, che per gli utenti connessi in un account Google, l'azienda potrà usare le informazioni, condivise nell'ambito di uno dei servizi usati, anche in altri servizi di Google.

"Se avete effettuato un accesso, possiamo combinare le informazioni che avete fornito a un servizio con quelle provenienti da altri servizi" ha precisato su un blog aziendale  Alma Whitten, responsabile sulla privacy che ha già girato l'Europa, in passato, per spiegare a tutti le politiche di trattamento dei dati personali. "In pratica, vi trattano come un singolo utente attraverso tutti i nostri prodotti, il che si traduce in una esperienza più semplice e intuitiva".

Nel documento pubblicato  da Google si specifica che “il nome fornito per il Google Profile potrà essere usato per tutti i servizi che richiedono un Google account”, quindi “noi potremo sostituire i precedenti nomi associati ai Google account, in modo che siate rappresentati coerentemente attraverso tutti i nostri servizi”.

Il motore di ricerca prova sempre a giustificare la proprie scelte in ragione di una maggiore efficienza dell'offerta al pubblico. In questo caso, Google sarà in grado, per esempio, di avvertire un utente che si attarda su Google+ che è in ritardo per un incontro fissato sul calendario, o correggere l'ortografia del nome di un amico in una ricerca su Google.

L'azienda di Mountain View ha voluto sottolineare che i principi di base a cui si ispirano le politiche per la privacy restano immutate. Il motore di ricerca continuerà a non vendere informazioni personali né a distribuirle all'esterno, salvo interventi della magistratura. Prosegue anche la campagna (abbastanza solitaria, occorre ammetterlo) per la “liberazione dei dati”, che consente agli utenti Google di esportare tutte i propri dati su altri servizi, anche concorrenti, o di cancellarli in modo rapido e semplice dai database.

L'altro grande cambiamento annunciato riguarda, come si è accennato, la documentazione che spiega agli utenti termini e modalità dell'uso e della conservazione dei loro dati. Invece di leggere un documento dedicato a ogni servizio, che significava oltre 70 contratti diversi, sarà possibile avere tutte le informazioni relative a 60 prodotti in un singolo file. Malgrado ciò, saranno conservate alcune differenze di trattamento per alcuni prodotti (una dozzina) tra cui Chrome, Wallet e Google Books.

Tanta cura e anticipo nell'informare il pubblico non deve stupire. Nel 2010, Google era stata raggiunta, in patria e in Europa, da severe critiche riguardo al servizio Google Buzz, primo esperimento di social network del gigante di Mountain View, che spiazzò letteralmente l'utenza.

Il Garante italiano per la privacy e altre Autorità di protezione dei dati, avevano chiesto a Google più rigore “nel rispetto delle leggi sulla privacy in vigore nei Paesi in cui immettono nuovi prodotti on line”.

In una lettera  firmata dai presidenti delle Autorità di protezione dati di Italia, Canada, Francia, Germania, Irlanda, Israele, Olanda, Nuova Zelanda, Spagna e Gran Bretagna, si esprimeva profonda preoccupazione per il modo in cui Google aveva affrontato “le questioni legate alla privacy, in particolare per quanto riguarda il recente lancio del social network, Google Buzz”.

"Siamo rimasti profondamente turbati – si leggeva nel documento - dalla recente introduzione dell'applicazione di social networking Google Buzz, che ha purtroppo evidenziato una grave mancanza di riguardo per regole e norme fondamentali in materia di privacy”.

A questo proposito, Google ha aderito alla US-EU Safe Harbor Program, un protocollo nato per facilitare i rapporti tra le imprese americane e le istituzioni e le leggi dedicate alla privacy degli Stati membri della Comunità europea.

La prima impressione, in ogni caso, è che Google, che già sapeva tutto o quasi di noi, ora ha uno strumento più organizzato per usare queste informazioni. Da un lato, sarà come abitare in una casa dove si sa esattamente dove trovare le cose. Dall'altro, lo saprete voi, ma anche Google...




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I documenti personali scadranno nel giorno del compleanno

La Stampa

Decreto semplificazione in consiglio dei ministri già venerdì




FRANCESCA SCHIANCHI
roma


Ci sono misure più vistose, come la digitalizzazione completa dell’Università o il «commissario» che deve intervenire quando un ufficio si perde in lungaggini. E altre di pratico buonsenso: come quella di far scadere i documenti il giorno del compleanno, «così da ricordarsi la scadenza», spiega il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi. Tanta concretezza arriva direttamente da un cittadino: nella bozza di decreto sulle semplificazioni, a cui sta lavorando il governo per riuscire a portarla in versione definitiva dopodomani sul tavolo del Consiglio dei ministri, tutti possono «collaborare» con una consultazione telematica dal sito del ministero (al link Burocrazia diamoci un taglio).

La scadenza il giorno del compleanno «è un’idea, forse banale ma estremamente utile, che ci è stata suggerita da un cittadino svela il ministro - come anche tutte le velocizzazioni e l’uso della telematica per quanto riguarda anagrafe e stato civile, per esempio per cambi di residenza on line, trascrizioni di nascita, matrimonio».

Tecnologia da impiegare «per semplificare la vita a cittadini e imprese», per far sì che «le pratiche abbiano tempi certi: è meglio un no subito, in modo che uno possa correggere il tiro, che un ni o nessuna risposta», con un maggiore scambio di informazioni fra gli uffici: «Se un’amministrazione ha dei dati e un’altra li cerca, dobbiamo fare in modo che i due enti comunichino direttamente», commenta Patroni Griffi intervistato da Baobab su Radio 1, «le amministrazioni devono parlarsi fra loro: a questo proposito abbiamo emanato una circolare applicativa». E anticipa un altro dato: «Il nostro provvedimento abroga 350 vecchie leggi», annuncia, e per rendere gli italiani consapevoli delle novità e «dei diritti che hanno» - perché «altrimenti la semplificazione viene fatta ma non percepita e meno che mai utilizzata» - verrà fatta «una campagna informativa».

Delle 350 leggi che verranno abrogate (molte già superate da norme successive), ci sono ancora articoli di un regio decreto del giugno 1931, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza: per esempio, diremo addio alla prescrizione prevista all’articolo 12, per cui, per ottenere autorizzazioni di polizia, bisogna ottemperare all’«obbligo di provvedere all’istruzione elementare dei fanciulli». Si spera che il concetto di mandare i figli alla scuola dell’obbligo sia stato ormai assimilato.

O, ancora, dallo stesso decreto, la necessità della licenza del questore «per lo spaccio al minuto o il consumo di vino, di birra o di qualsiasi altra bevanda alcoolica presso enti collettivi o circoli privati» o per «aprire agenzie per la raccolta di informazioni a scopo di divulgazione». Da un regio decreto del maggio 1940, si supera l’obbligo di comunicare all’autorità di pubblica sicurezza «il regolamento di giuoco» prima di gare sportive «di ogni specie, eseguite a scopo di trattenimento pubblico» come il «giuoco della palla, del pallone, del calcio, del tiro a volo, del pugilato (boxe), di lotta e simili».

Ma ci sono molte altre norme da sfoltire, anche più recenti, rimaste appese nelle maglie della burocrazia anche quando l’occasione della loro nascita è passata da un pezzo (tipo la norma che disciplina l’ora legale per l’anno 1971 o il decreto legge che rinvia l’elezione dei rappresentanti degli studenti negli organi universitari relativi all’anno accademico 1978-79). «Togliere leggi inutili è comunque utile», sospira Patroni Griffi. Un paio di giorni di analisi e verifiche e il testo definitivo sarà approvato.




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Manager e banchieri, gli stipendi d'oro

Corriere della sera

Dai 40 milioni di Profumo a 1,5 di Malacalza. Stretta sulla trasparenza: da quest'anno in vigore le nuove misure Consob



MILANO

La polemica sulla bolla degli stipendi d'oro dei manager è uno di quegli argomenti ciclici che anche in Italia tende ad accendere gli animi per poi scomparire dalle agende fino al nuovo giro di boa. La prossima, peraltro, si avvicina: le società quotate hanno l'obbligo di comunicare le politiche di remunerazione dei vertici nei bilanci e così tra marzo e inizio aprile, con la pubblicazione dei bilanci 2011, si alzerà il sipario su emolumenti e premi dell'anno appena chiuso. Rispetto alla classifica 2010, quella degli ultimi dati disponibili, le novità non mancheranno.

Un anno fa Alessandro Profumo con 40,59 milioni doppiava ampiamente tutti i colleghi alla guida di grandi aziende in virtù della liquidazione monstre da 38 milioni ricevuta in uscita da Unicredit il 20 settembre 2010. In seconda posizione, per dire così, figurava Luca Cordero di Montezemolo con 8,713 milioni, ma anche qui nel 2010 si è chiuso il pluriennale legame con la Fiat che ha presieduto fino al 21 aprile. A seguire figuravano Marco Tronchetti Provera con 5,95 milioni, Cesare Geronzi con 5,088, Paolo Scaroni con 4,42 e Pier Francesco Guarguaglini con 4,314 milioni.

IL GAP - Insomma, alcune pedine si sposteranno visto il valzer di poltrone realizzatosi nel frattempo, anche se a non cambiare sarà la sostanza. E in tempi di austerity per tutti e di messa in discussione dello stesso sistema capitalistico-finanziario occidentale questo dovrebbe spingere ad affrontare in un'ottica più strutturale il dibattito sui tetti agli stipendi d'oro. Quando basta? E quando è «immorale», termine démodé ma efficace, una busta paga faraonica con un multiplo astrale tra il capoazienda e il suo dipendente tipo? Proprio nel 2011 dentro il frullatore del dibattito era finito Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat, non perché fosse il caso «peggiore» ma perché il gruppo era in piena ristrutturazione.

Nel 2010 il manager ha guadagnato 3,473 milioni ma mettendo in fila le sue buste paga dall'arrivo alla guida del Lingotto fino all'ultimo dato disponibile era stato calcolato che il suo stipendio medio giornaliero lordo (15.500 euro) poteva essere confrontato con quello annuale di un metalmeccanico di fascia media. Il che corrisponde a un multiplo tra il capoazienda e l'operaio, considerando anche bonus e premi (ma non stock option), pari a circa 365. Eccessivo anche per chi è famoso per il superlavoro. Peraltro Marchionne scivolò su un'infelice battuta il cui senso era: un operaio non farebbe a cambio, visto la vita che faccio.



TRASPARENZA - Qualche cambiamento è in arrivo: da quest'anno con le nuove regole Consob le società dovranno pubblicare più ampi dettagli sui guadagni dei top manager. Un esempio è l'oggettività degli obiettivi con il clawback (con la restituzione dei super-gettoni se un anno dopo gli obiettivi che sembravano raggiunti in realtà non lo sono). Almeno, un pizzico di trasparenza in più.

Certo la bolla delle buste paga dei vertici non è una specificità italiana. Non a caso se ne discute in Inghilterra come a livello europeo. Anzi, il fenomeno è occidentale: l'industria delle banche d'affari Usa ha scritto pagine vergognose nel «pre» ma anche nel «post» crac-Lehman. Basterebbe leggere il best seller «Too Big To Fail», del giornalista del New York Times , Andrew Ross Sorkin. Per ora a prevalere resta il diffuso malinteso tra liberismo e assenza totale di regole.


Twitter: @massimosideri

Massimo Sideri25 gennaio 2012 | 8:57



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