lunedì 23 gennaio 2012

Ingroia dai comunisti Il Csm bacchetta il pm: "Presenza inopportuna"

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La prima commissione del Csm ha proposto l'archiviazione perché trattasi di un caso isolato, ma ha riconosciuto la partecipazione del pm al congresso dei comunisti “inopportuna”, rinviando il fascicolo alla commissione che si occupa della valutazione di professionalità dei magistrati


Archiviato, ma bacchettato. Ricordate l'intervento del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia al congresso del Partito dei comunisti italiani, con tanto di "confessione" di fede politica? Bene, la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha approvato a maggioranza la proposta di archiviazione del fascicolo aperto nei suoi confronti.


Il pm Antonio Ingroia

Ma oltre alla carota, è arrivato anche il bastone da parte del Csm. Che ha giudicato comunque "inopportuna" la presenza di Ingroia a quel consesso. A salvarlo, c'è il fatto che si sia trattato di un caso isolato, non ritenuto sufficiente a configurare l’incompatibilità ambientale e dunque il trasferimento d’ufficio.


La proposta della commissione è stata votata da tre componenti della commissione, il laico per il Pdl Niccolò Zanon, quello del Pd Guido Calvi e il togato indipendente Paolo Corder. Hanno votato contro i due consiglieri di Magistratura democratica, Vittorio Borraccetti e Roberto Rossi e si è astenuto Riccardo Fuzio, di Unicost.

La proposta, che sarà poi al vaglio del plenum nelle prossime settimane, ha anche disposto l’invio delle carte alla quarta commissione del Csm, quella che si occupa della valutazione di professionalità dei magistrati che, eventualmente, potrebbe inserire la documentazione nel fascicolo personale di Ingroia e tenerne conto nelle valutazioni successive, quelle alle quali è sottoposta la carriera di ogni magistrato.


Era il 30 ottobre scorso quando a Rimini, dal palco dei comunisti italiani con tanto di falce e martello al fianco di Oliviero Diliberto, il pm palermitano si era esibito in un monologo che aveva fatto infuriare il Pdl, ma anche l'Associazione nazionale dei magistrati.



Il pm Antonio Ingroia


"Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni - e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è - ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare", aveva dichiarato il magistrato, conscio delle polemiche che avrebbe scatenato il suo intervento.


"Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui - aveva infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci - ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche".


Polemiche che non si erano infatti fatte attendere. Con esponenti del Pdl, come Cicchitto e Gasparri che avevano tuonato contro Ingroia, accusandolo di non essere imparziale. Anche l'Anm prese le distanze dalle affermazioni del pm. Proprio i magistrati più esposti con inchieste delicate "dovrebbero avere particolare prudenza nell’esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese", aveva bacchettato il segretario Giuseppe Cascini.


Il pm palermitano aveva poi cercato di limare le spigolature del suo intervento dai comunisti, precisando che "la mia è stata intenzionalmente un’affermazione forte, provocatoria. Evidentemente definirsi "partigiano della Costituzione" è diventata una bestemmia".


La sua giustificazione non ha convinto del tutto la Prima Commissione del Csm che ha fatto presente a Ingroia che il diritto insopprimibile a esprimersi anche criticamente in pubblico va coniugato con lo status di magistrato, che impone un onere di sobrietà e compostezza più elevato di quello richiesto a un comune cittadino.


In realtà, quello di Rimini non è proprio l'unico caso in cui Ingroia abbia avuto una certa liasion con pezzi della politica italiana. Infatti, il procuratore aggiunto di Palermo ha presenziato alla manifestazione dell'Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga, ha parlato dal palco della festa bolognese della Fiom, per non citare poi le comparsate alla trasmissione di Annozero, accanto a Ciancimino.


Il vizietto diciamo che c'è sempre stato. Ma mai come a Rimini c'era stata una presa di posizione così ferma e dichiarazioni così suscettibili di critiche.



E pensare che lo stesso pm ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”.




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Camera, stop ai portaborse in nero: arriva il ddl

Quotidiano.net

Depositata la proposta su richiesta del presidente Fini

 

Si lavora a una norma per dare dignità e riconoscimento al ruolo dei portaborse, spesso registrati come colf o autisti. Secondo il relatore tutti i partiti sono d’accordo e si arriverà a una decisione unanime


Roma, 23 gennaio 2012



Per dare dignità e riconoscimento al ruolo dei portaborse, eliminare il lavoro in nero e anche razionalizzare uno dei cosiddetti costi della politica, alla Camera si lavora a una proposta di legge per far emergere anche contrattualmente la figura dell’assistente parlamentare.
Lo anticipa il deputato questore del Pdl, Antonio Mazzocchi, che sottolina che l’Ufficio di presidenza della Camera, presieduto da Gianfranco Fini, ha dato alla commissione Lavoro, e quindi al suo presidente, Silvano Moffa (Popolo e territorio) il compito di mettere a punto la proposta, che è stata già depositata, tesa a ‘tipizzare' il rapporto di lavoro tra il collaboratore e il parlamentare.

“Occorre regolarizzare la figura dell’assistente parlamentare- spiega Mazzocchi- e dargli una dignità sul modello del Parlamento europeo. Se si vuole istituzionalizzare questa figura occorre dargli delle qualifiche e uno stipendio determinato per legge, che poi verrà erogato direttamente dalla Camera. Ci sono alcuni deputati - continua il questore - che spesso registrano quelli che definiamo nel gergo politico portaborse come colf o autisti”.
Del tema si era parlato in un Ufficio di presidenza la scorsa settimana. Ora toccherà ai gruppi politici concretizzarla. “Tutti i partiti sono d’accordo- dice Mazzocchi- e credo che si arriverà a una decisione unanime”. Lunedi’ 30 ci sarà, comunque,una riunione dell’Ufficio di presidenza per definire altri dettagli sui tagli ai costi della politica della Camera.




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Donna ubriaca prende a calci il suo cane per strada: a processo per maltrattamenti

Corriere della sera


La 34enne rischia una condanna fino a un anno di reclusione o una pena pecuniaria da 3 a 15 mila euro



Un cane Basset
MILANO - È finita alla sbarra davanti al Tribunale di Milano, e rischia una condanna fino a un anno di reclusione, una donna di 34 anni che per strada a Milano ha preso a calci il suo cane ed è poi stata denunciata da un passante che assisteva alla scena. La padrona dell'animale è stata rinviata a giudizio davanti al giudice monocratico della terza sezione penale per aver maltrattato l'animale «tanto da farlo guaire», come recita il capo di imputazione.

I CALCI - Il fatto è accaduto il 20 novembre 2010. Secondo l'accusa la donna, Nina L., «in stato di ebbrezza alcolica e da sostanza stupefacente, strattonava violentemente con il guinzaglio il cane di sua proprietà di razza Basset, di piccola taglia, colpendolo ripetutamente, senza necessità, con calci all'addome tanto da farlo guaire».



LE PENE - Un passante, che non poteva sopportare il trattamento che la donna riservava al suo cane, ha deciso di sporgere denuncia in Procura e così è stato incardinato un processo per il reato di maltrattamento di animali, introdotto nel codice penale nel 2004. Le pene per questo reato vanno dai 3 mesi all'anno di reclusione. Il carcere può essere comunque sostituito da una pena pecuniaria che va dai 3 mila ai 15 mila euro.


Redazione Milano online
23 gennaio 2012 | 15:08




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La statua di un gallo per ricordare il boss ucciso

Corriere della sera

Proteste a Reynosa per l'omaggio al capozona dei narcos. Da gennaio a settembre 2011 registrati 2276 omicidi



La foto di Samuel Flores Borrego dal sito del DeaLa foto di Samuel Flores Borrego dal sito del Dea

WASHINGTON - Una statua a forma di gallo. L'hanno appoggiata su una piattaforma lasciata ad un incrocio nella città messicana di Reynosa. Un gesto attribuito ai narcos che hanno voluto ricordare un loro boss, Samuel Flores Borrego, ucciso in settembre da una banda rivale su un'autostrada non troppo distante dall'incrocio. Il nome del «narco» - membro del cartello del Golfo - compare, infatti, sulla corona deposta ai piedi della statua. Il gallo ha suscitato molte speculazioni in città e c'è chi lo ha collegato ad altri episodi violenti. Nella zona è stato ucciso nel 2006 Valentin Elizalde, detto anche El Gallo, una figura mitica dei narcocorridos, le ballate popolari dedicati alle organizzazioni criminose. Altri ancora hanno ricordato che all'incrocio ha perso la vita il lottatore Jorge Cantu, coinvolto in una sparatoria. Qualche cittadino si è indignato perché la statua, di notte, si illumina grazie ad un allaccio elettrico. E si chiedono anche perché le autorità non siano intervenuto per distruggerla.

FOTO RICORDO - Ma non è mancato chi ha colto l’occasione per farsi una foto ricordo sotto il Gallo. I narcos marcano spesso le loro esecuzioni lasciando segni macabri e messaggi irridenti che vengono poi rilanciati su Internet. Mix di fantasia e horror che fa da sfondo ad un conflitto feroce. Basta soffermarsi su un dato appena diffuso. Nel solo stato messicano di Chihuahua, al confine con il Texas, da gennaio a settembre 2011 sono stati registrati 2276 vittime legate alla narco-guerra. In Afghanistan nel periodo gennaio-ottobre le vittime civili sono state 2177.



Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
23 gennaio 2012 | 13:20



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Troppi estranei in plancia Schettino era distratto"

La Stampa




Il terzo ufficiale Silvia Coronika: Domnica e gli altri non dovevano stare lì

grazia longo
inviata a grosseto


Di sicuro la Compagnia di navigazione autorizzava la manovra dell’inchino «nell’isola sorrentina, a Capri, in tutto il mondo». Altrettanto certo è che la sera di venerdì 13 l’avvicinamento all’isola del Giglio - come consueto spot pubblicitario e nel caso specifico per salutare il comandante in pensione Mario Palombo - era «stata prevista e registrata sul sistema di navigazione integrato già prima della partenza da Civitavecchia». Ma c’è più di un ma in questo disastro e non è escluso che nei prossimi giorni altre persone vengano iscritte nel registro degli indagati. Emerge dalle sei pagine del verbale dell’interrogatorio di Silvia Coronika, 29 anni, terzo ufficiale addetta «al controllo della navigazione».

C’è l’eccessiva velocità, «15 nodi», prima della collisione. Poi, al momento dell’impatto contro lo scoglio, c’è il clima «di allegre chiacchierate sulla plancia che disturbavano le manovre con un conseguente calo di attenzione», per la presenza di «estranei» come la moldava di 25 anni, Domnica Certoman, il capo commissario Manrico Giampedroni e il capo maître Antonello Tievoli originario del Giglio. E non è finita: c’è anche la sorpresa nell’apprendere che, dopo l’ordine di evacuazione della nave, Schettino non è l’unico ufficiale ad abbandonarla mentre a bordo ci sono ancora oltre 200 persone. Lo ammette lui stesso al gip durante l’interrogatorio di garanzia.

Certo, il personale deve eseguire gli ordini del capitano della Concordia. Ed altrettanto certa è la discesa degli ufficiali per aiutare i passeggeri a raggiungere l’isola con le scialuppe. Tuttavia quando la Coronika arriva a nuoto agli scogli, «insieme a 20-30 persone, vi ho trovato Ciro Ambrosio e il comandante in seconda Christidis Dimitros. Quando poi sono salita sullo scoglio in alto ho visto il secondo ufficiale di coperta Ursino Salvatore e l’allievo Iannelli Stefano che erano asciutti e mi riferivano di aver guadagnato terra con una scialuppa.

Non ho invece visto il comandante». Che probabilmente si era allontanato. «Sono con Christidis sulla scialuppa» aveva dichiarato a Gregorio De Falco nella telefonata che ha fatto il giro del mondo per il categorico «Risalga a bordo c...». In realtà due testimoni sostengono che durante quella conversazione telefonica Schettino fosse già sullo scoglio del Giglio. Quando arriva Silvia Coronika lui si è già allontanato.

La giovane - imbarcata sulla Concordia dal 21 novembre scorso - ricostruisce l’incidente di fronte al pm Stefano Pizza. «A 4/5 miglia dal Giglio - spiega - il comandante è salito in plancia e ha quasi subito disposto l’inserimento della navigazione manuale perché bisognava eseguire un’accostata a dritta (destra, ndr) per cambiare rotta». Salito sul ponte di comando Schettino dà istruzioni all’addetto alla cartografia Stefano Canessa e dice alla Coronika: «Vieni qua che dobbiamo fare un inchino».

Il comandante ordina al timoniere Jacob Rusli (accanto a lui il primo ufficiale Ciro Ambrosio, indagato a piede libero) «di accostarsi 10 gradi a dritta, successivamente a sinistra poi tutto a dritta. Erano le 21.40-21.50 e c’è stata la collisione. Non ricordo se le prime vibrazioni le ho sentite prima della prima accostata a dritta o dopo. E’ accaduto tutto nell’arco di 1 minuto, forse anche meno. La nave aveva una velocità di 15 nodi perché questo era l’ultimo comando che ricordo dato, però credo che avesse diminuito qualcosa per poi mettere le leve a zero».

A quel punto scatta il black out e scoppia il caos più totale. «Il comandante ha appreso dalla sala macchine che vi erano delle vie d’acqua con ingresso di acqua di mare dentro lo scafo». Si cerca di capire la gravità dell’emergenza, intanto - su indicazione di Schettino - le hostess annunciano agli altoparlanti «di stare tranquilli, perché la situazione è sotto controllo».

Peccato che non sia così. «In due minuti ci accorgiamo che la situazione era grave, due generatori non funzionavano e poi altri tre hanno smesso di funzionare, i sistemi di navigazione non funzionavano così come il quadro di emergenza». E l’armatore viene informato di quanto sta accadendo. Ma la Coronika non è in grado di fornire il contenuto di queste conversazioni, come di quelle con la capitaneria di porto perché Schettino «andava da una parte all’altra della plancia per il panico che c’era tra di noi». Condizione che può essere verificata con l’esame della scatola nera.

Peccato però che fosse rotta, come ha confermato lo stesso Schettino di fronte al gip. «Da 15 giorni si era rotto il back up del sistema Vdr e avevamo chiesto all’ispettore di aggiustarlo ma non era successo». Perse dunque tutte le concitate conversazioni? Non è detto, perché, sempre in base alle parole di Schettino «sulla parte più alta della nave c’è il Voyage data recorder che registra a prescindere». Lo strumento, però, non è stato ancora recuperato dal relitto.

Al momento il quadro di quelle drammatiche ore viene delineato dalle testimonianze dei presenti. Da quella di Silvia Coronika si evince l’intenzione di ridimensionare l’accaduto. Quando la capitaneria di Civitavecchia - allertata dai carabinieri a cui aveva telefonato la figlia di una passeggera - chiede spiegazioni, «il comandante ordinava all’addetto alla radio Canessa di riferire che vi era un black out. Alla domanda se avessimo bisogno di assistenza diceva "al momento no"». Più tardi però, Schettino «diceva a Canessa e altri presenti che gli servivano dei rimorchiatori. Senza spiegare il perché». Lo stesso comandante, a verbale di fronte al gip Montesarchio, dichiara di aver chiesto «rimorchiatori ed elicotteri anche alla Costa. Ferrarini mi ha risposto "Ok te li mando"».

E’ la verità? E soprattutto, se è così, la Costa era stata informata dell’entità dei danni? Suona un po’ strano che per affrontare una falla di 70 metri che blocca una nave di 110 mila tonnellate, si pensi ai rimorchiatori. Come se un topolino potesse trainare un elefante. E’ anche vero, tuttavia, che lo sbarco per un falso allarme sarebbe costato all’armatore 10 mila euro a passeggero, per un totale di 30 milioni. E’ per questa ragione che Schettino ritarda l’allarme? Ha avuto istruzioni dalla Costa in tal senso?

Quanto all’abile manovra che Schettino sostiene di aver effettuato dopo lo scontro «gettando le ancore in movimento e avvicinando la nave al Giglio e far scendere i passeggeri», viene smentito dalla Coronika. «Ricordo che quando il nostromo Sclafani Vincenzo e il primo ufficiale di coperta Iaccarino Giovanni si sono recati per l’ammaino dell’ancora, su indicazione del comandante, la nave era già sbandata a destra con la prua diretta verso l’ingresso del Giglio. Tale posizione l’ha assunta senza che io sentissi ordini del comandante a riguardo».

Drammatica l’atmosfera evocata nella pagina e mezzo di verbale dell’interrogatorio del primo ufficiale Roberto Bosio. «Al momento della collisione ero in cabina perché il mio servizio era terminato a Civitavecchia. Quando sono salito nella plancia ho visto il comandante e un gruppo di ufficiali». Ci sono Coronika, Pellegrini, Ambrosio, Canessa, Scarpato, Iaccarino, Christidis. La carta nautica rivela che, prima di incagliarsi, il fondale è di 100-150 metri. Bosio esce e si dirige ai ponti 3 e 4, sul lato destro «per verificare l’altezza dell’acqua. Le scialuppe erano state calate in mare e io dopo poco mi sono ritrovato completamente immerso nell’acqua». Anche Bosio, quindi, è costretto a salvarsi a nuoto, «mentre raggiungevo l’isola ho perso di vista il comandante».




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Iraq, presi i responsabili dell'attentato contro la base italiana di Nassiriya

La Stampa

In manette sette terroristi


A Nassirya la strage più grave contro i militari italiani dal 1945
Baghdad

La polizia irachena ha arrestato sette persone facenti parte di una cellula terroristica, i quali hanno ammesso la loro diretta responsabilità nell’attentato del 12 novembre 2003 contro la base italiana di Nassiriya, costato la vita a 28 persone, di cui 12 carabinieri, 5 militari dell’esercito, 2 civili e 9 iracheni e il ferimento di 58 persone di cui 19 italiani.

È quanto ha dichiarato all’agenzia di stampa indipendente Aswat-al-Irak un alto funzionario della provincia meridionale di Dhi Qar spiegando che si è giunti agli arresti dopo le indagini sugli ultimi attentati intorno a Nassiriya costati la vita a 50 fedeli e il ferimento di altri 80, mentre erano diretti a Kerbala, seconda città sacra per i sciiti, per fare visita alla tomba dell’imam Hussein, nipote del profeta Maometto. La cellula terroristica qaedista, ha riferito agli investigatori che l’autocisterna esplosa era guidata da un attentatore di nazionalità marocchina di nome Abu al-Kacem abu Leile.

Il funzionario ha inoltre fatto sapere che la cellula operava in modo autonomo senza nessun collegamento con le altre cellule di al-Qaeda presenti nella zona. Già nel febbraio del 2007, le indagini dei carabinieri del Ros sulla strage di Nassiriya erano giunte all’identificazione delle persone coinvolte nell’organizzazione e nell’attuazione dell’attentato. Tra loro spiccava Abu Mussab al Zarkawi capo dell’organizzazione qaedista «Anasr al-Islam» fedele a Osama Bin Laden, ucciso in un conflitto a fuoco nel giungno del 2006 e il giordano Abu Anas al-Shami, emiro del «Consiglio della shura» l’organo supremo ideologico-religioso dell’organizzazione terroristica «Al Tawhid wal Jihad» che ha compiuto la strage.




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Hook, il cane che fa la lavatrice

Corriere della sera

Assiste i disabili, li sveste, accende la luce e porta le fedi ai matrimoni. E’ La storia un border collie, impiegato anche nel giallo dei fratellini Ciccio e Torre e in Abruzzo



Il cane Hook (Marco Bergamaschi)
Il cane Hook (Marco Bergamaschi)

PADOVA — Per anni il suo fiuto l’ha guidato in mezzo a catastrofi e gialli di ogni genere: dalla tragedia di Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina di Puglia trovati morti, al terremoto in Abruzzo, dai tre piccoli Rom rapiti da una casa-famiglia nelle campagne veronesi agli escursionisti imprudenti dispersi sui colli, a Trento e a Brunico, solo per citare qualche caso. Ora però, raggiunta la meritata pensione, Hook lascia l’azione per dedicarsi ai disabili. E con lo stesso impegno e amore segue il paraplegico in sedia a rotelle, gli raccoglie il portafoglio se cade o gli porta il telefono, apre la cerniera di giacconi e pantaloni da togliere, accende la lavatrice e quando il ciclo di lavaggio è finito spalanca l’oblò e tira fuori il bucato, porge bevande fresche e cibi presi dal frigo, che poi diligentemente chiude. Azioni normali per un pensionato comune, eccezionali se quel pensionato è un cane. Hook è un border collie di 11 anni che vive a Polverara (Padova) ed è stato addestrato da Sandro D’Alò, responsabile del gruppo cinofilo «Il Gelso» della Protezione civile, operativo a Ponte San Nicolò.



Il preparatore, istruttore di unità cinofile specializzate nella ricerca di dispersi sotto le macerie e in superficie, gli ha insegnato anche ad aprire e chiudere le porte con muso o zampina, accendere e spegnere la luce, raccogliere oggetti da terra, portare l’agenda o il cellulare al padrone. Quasi un gioco per una bestiola intelligente, dolce e molto socievole, che però richiede anni di addestramento. «Ho iniziato a insegnargli tutto questo cinque anni fa — racconta D’Alò, che segue anche la figlia di Hook di 7 mesi, un’altra cagnetta della stessa razza di 10 anni e un pastore belga di 2 — un po’ per gioco e un po’ per fargli fare qualcosa di diverso dalla ricerca, anche se resta la sua preferita. Ho appeso corde e trecce di stoffa a maniglie, frigo e zip, in modo che se ne servisse per aprirli: per lui erano prede, ha eseguito con il solito entusiasmo. Poi ho perfezionato l’operazione con esercizi specifici, che gli hanno consentito di aprire una porta o un cassetto, prendere oggetti, porgerli al padrone e richiudere. Ora, per esempio, se gli chiedo di portarmi una birra lui corre al frigo e obbedisce».



Con l’allenamento Hook è diventato talmente bravo e disinvolto con gli umani da essere scelto da una sposa come paggetto al quale affidare il cuscino con le fedi. Si è fatto venti metri di passerella in chiesa ed è arrivato davanti agli sposi nel momento giusto e senza esitazioni. Sono ormai lontani i tempi del suo quarto piazzamento al Campionato internazionale per cani da catastrofe del 2002, del posto da titolare nella «Nazionale » di genere occupato dal 2006 al 2011, dei Mondiali 2010. Ma la nuova carriera è altrettanto importante. Per lui— un «investigatore» del suo calibro non può passare bruscamente da un’attività tanto intensa a cuccia e cappottino —, ma soprattutto per i più deboli. Già diversi privati e qualche Comune hanno chiesto a D’Alò di preparare altri esemplari all’assistenza ai disabili, ma il costo tra acquisto del cane, un anno e mezzo di addestramento e relativo mantenimento si aggira sui 20/25 mila euro. Tanti, soprattutto in un momento di crisi. E così Hook rischia di rimanere una felice eccezione.



Michela Nicolussi Moro
23 gennaio 2012



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Il figlio di Varenne corre per lo Stato

Corriere della sera

Lo stallone era stato sequestrato tre anni fa nell'ambito di una indagine per evasione fiscale. Si chiama Mustang Grif e ha fatto guadagnare all'Erario 150mila euro



Mustang Grif (web)
Mustang Grif (web)


PADOVA - Sequestrato tre anni fa nell'ambito di una indagine per evasione fiscale, Mustang Grif, cavallo figlio del mitico Varenne, ogni volta che gareggia e vince, cosa che accade spesso, porta migliaia di euro nella casse dell'erario. Mustang Grif, infatti, dall'atto del sequestro, fa parte temporaneamente della scuderia della Guardia di finanza di Padova che lo fa correre a tutto vantaggio delle casse dello Stato alle quali ha portato già 150 mila euro. Mustang Grif è sotto sequestro nell'ambito di un'indagine che ha portato alla scoperta di due milioni di euro di evasione fiscale, oltre a un giro di riciclaggio internazionale la cui indagine si è conclusa nelle scorse settimane. Gli uomini delle fiamme gialle hanno contestato ad un presunto evasore padovano, attivo nell'ambito della logistica, l'omesso versamento di Iva e ritenute Irpef per 1,5 milioni di euro e di contributi previdenziali per oltre 2,2 milioni nonchè il riciclaggio internazionale, la bancarotta fraudolenta e l'impiego di beni di provenienza illecita. (Ansa)

23 gennaio 2012




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Ecco la cricca di carta che "protegge" Nichi Vendola

di -

Il racconto di un giornalista attaccato e diffamato dal governatore Tutte le sue querele contro il presidente pugliese sono state archiviate


Caro direttore, il vostro articolo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «incroci pericolosi» che vedono protagonista il governatore pugliese.


Nichi Vendola

A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di questo incrocio. Due vicende esemplari aiuteranno a capire meglio.


La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera , scrivo che la giunta Vendola incarica un consorzio guidato dal gruppo Marcegaglia di realizzare in Puglia alcune discariche, tra le quali una a ridosso di un sito neolitico. Non vengo querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi viene trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola coglie al balzo l’occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fatwa » gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un esposto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la legge, il caso venga avocato dal procuratore generale a causa dell’inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del pm a cui era stato assegnato.



Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astenersi perché lei (è una signora) è molto amica di Vendola. Il pm è Romana Pirrelli in Carofiglio (pm anch’egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marzano (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l’archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir poco fantastica: «È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio dice il procuratore - ma Vulpio lo ha provocato».


Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costituzione è diventato «provocazione». La seconda vicenda si svolge nel pieno dell’inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che avevo scritto sull’argomento.Ma poiché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ragione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che sono incensurato, mi definisce «noto diffamatore professionale». L’atto giudiziario viene pubblicato da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, oltre a querelarlo, poiché pure lui è un giornalista, lo deferisco anche all’Ordine dei giornalisti della Puglia.


Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello presieduto dalla moglie del capo di gabinetto di Vendola.L’Ordine,esaminati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professionale »? Ah, saperlo... In ogni caso, c’è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, Annamaria Tosto. La quale chiede l’archiviazione con un’altra,meravigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamatorie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffamazione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un dettaglio), dando così a Vendola «licenza di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pronuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all’archiviazione.


Intanto, tacciono tutti. Dai «paladini » della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bavaglio, dall’Ordine dei giornalisti nazionale alla Federazione nazionale della stampa, il cui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’ Istituto Luce , al confronto, è il New York Times .




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Scandalo dipendenti Coop spiati, la difesa: "Tentativo di ricatto"

Il Giorno

Indagato il vicepresidente Ferrè


L'inchiesta riguarda un presunto spionaggio dei dipendenti del punto vendita di Vigevano. Le accuse contestate sono  "interferenza illecita nella vita privata" e "cognizione illecita di conversazioni telefoniche"




Milano, 22 gennaio 2012



"Un vero e proprio tentativo di ricatto nei confronti di Coop Lombardia". Ipotizzano questo le indagini difensive svolte dai legali di Daniele Ferrè, vicepresidente della stessa Coop Lombardia e indagato nell’inchiesta del pm di Milano Francesca Celle su un presunto spionaggio dei dipendenti del punto vendita di Vigevano.


Al centro dell’inchiesta, chiusa qualche mese fa in vista della richiesta di rinvio a giudizio anche di Massimo Carnevali, l’allora capo della sicurezza del supermercato della cittadina (chiuso nella primavera 2006), e di Alberto Rancarani, titolare di una società di tecnologie investigative, ci sono le registrazioni ‘illegali’ delle telefonate fatte, per una ventina di giorni, nel maggio 2004, dai dipendenti.


Le accuse contestate ai tre sono "interferenza illecita nella vita privata" e "cognizione illecita di conversazioni telefoniche". Per la vicenda rischiano anche il processo un cronista e il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, per aver pubblicato, due anni fa, le conversazioni. Ma le indagini difensive, svolte dagli avvocati Tomaso Pisapia e Giacomo Lunghini, che chiedono l’archiviazione per Ferrè, offrono una ricostruzione ben diversa da quella della Procura.


Per il pm Celle, Carnevali, otto anni fa avrebbe studiato, per conto di Coop Lombardia, un piano per registrare la chiamate dei dipendenti in entrata e in uscita. Il progetto, affidato per la parte tecnica a Rancarani (che nel 2009 emise a Coop una fattura mai saldata) e di cui anni dopo sarebbe stato portato a conoscenza anche Ferrè, prevedeva il ‘controllo’ di una cinquantina di punti vendita.


Sebbene non divenne del tutto operativo per gli inquirenti, il piano avrebbe permesso per meno di un mese alla dirigenza Coop di ascoltare le telefonate.
I legali di Ferrè, invece, nella memoria depositata di recente al pm, anche in base a una serie di testimonianze e alla rilettura degli atti, adombrano una storia di ricatti che sarebbe stata architettata, a loro avviso, da Fabio Quarta e Gianluca Migliorati, titolari (non indagati) di una piccola azienda che operava nel Varesotto, che riuscirono ad ottenere, grazie a Carnevali, "una serie di servizi di sicurezza per tutto il territorio di Coop Lombardia".


Quando l’azienda cooperativa tagliò i contratti per contenere le spese, i due, hanno evidenziato gli avvocati, che avevano anche manifestato "forte risentimento e acredine" nei confronti del loro cliente, "hanno architettato e studiato - è scritto nella memoria - tutti i particolari e i singoli giustificativi anche per le fatture emesse" prima per tentare di mantenere il lavoro a condizioni vantaggiose e poi per cercare di mettere nei guai il dirigente Coop.


I difensori, che hanno chiesto al pm di fare istanza di archiviazione della posizione del loro assistito e di individuare "ulteriori profili di responsabilità", hanno cercato di mettere in luce, a loro avviso, l’illogicità dell’ipotesi accusatoria. "Non si comprende perchè Ferrè avrebbe dovuto, dopo anni e senza alcun interesse porre a carico dell’azienda una cosi’ rilevante cifra (la fattura di 350 mila euro, ndr), per ascoltare intercettazioni telefoniche che già nel 2007 non rivestivano alcuna utilità".


Anno in cui, per l’accusa, Ferrè avrebbe chiesto a Rancarani di ripulire il cd con le conversazioni registrate perchè non chiare.







La settimana del ricordo

Corriere della sera

Il mondo arabo e l'Olocausto
Antonio Ferrari


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Salvi per caso

Annunziata Donna Lucia prende due stipendi per fare un solo lavoro. E insulta gli studenti

Libero

La giornalista ha ottenuto il programma in mezz'ora con una doppia paga: una per averlo creato, l'altra per averlo ideato come format originale





Che Lucia Annunziata non fosse imparziale lo sapevamo già. Ma che negasse la verità appurata da un tribunale lo scopriamo adesso. Il 19 gennaio la conduttrice di «In mezz’ora» incontra gli studenti di una scuola di giornalismo. Alla fine della relazione, il sottoscritto fa cenno alla superliquidazione che l’Annunziata avrebbe percepito dopo la sua esperienza come presidente Rai nel 2004. A quel punto, la giornalista perde le staffe. «Quella volta Libero prese una sòla. E lei ha fatto una figura di merda, si dovrebbe informare prima di fare domande».

Fedele al suo monito, mi sono informato. Il 30 luglio 2004 mio zio, Marcello Veneziani, consigliere uscente della Rai, pubblica su “Libero” un articolo in cui accusa Lucia Annunziata, presidente uscente, di aver stretto un patto segreto con Rai Holding, che le avrebbe garantito dopo le dimissioni un’indennità e una liquidazione di 1 milione e duecento mila euro in due anni. La Annunziata querela l’ex consigliere Rai.

Poi, nella commissione Commissione parlamentare del 7 ottobre 2004, fornisce la sua versione. Il suo trattamento di fine rapporto, dice, è pari a “soli” 48 mila euro. In realtà però, «essendo tale impegno a non dimettersi se non per giusta causa previsto per la retribuzione come Presidente, a lei spetterebbe l'equivalente di 10/12esimi di tale retribuzione». Tradotto: la giornalista avrebbe percepito una liquidazione di almeno 600 mila euro in due anni (i 5/6 del suo stipendio di allora), purché il ministero del Tesoro avesse ritenuto le sue dimissioni motivate da giusta causa. Le cose non vanno così, solo perché «il Tesoro si rifiuta di riconoscere la giusta causa».

In compenso Lucia ottiene il programma “In mezz’ora” con una doppia paga: una per averlo creato, l’altra per averlo ideato come format originale. Ma soprattutto la Annunziata non ricorda che il 26-03-2008 il tribunale civile di Roma ha dato ragione a Marcello Veneziani perché «esercitava legittimamente il suo doppio ruolo di giornalista e consigliere d’amministrazione» e «ha respinto la richiesta di risarcimento della Annunziata». Il giornalista, dunque, non si era inventato nulla, “Libero” non aveva preso una sòla e chi scrive non ha fatto una figura di merda.


di Gianluca Veneziani




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I pirati del Web si autocensurano: FileSonic sospende la condivisione

La Stampa


Dopo la chiusura di MegaUpload, il "fratello minore" disabilita le funzioni e cancella file illeciti per non finire nella trappola dell'FBI
GABRIELE MARTINI

La chiusura di MegaUpload sembra aver lasciato il segno e FileSonic disabilita la funzionalità di condivisione. Temendo di essere colpito dalla nuova offensiva anti-pirateria, il "fratello minore" del file-sharing corre ai ripari.

Il servizio «può essere usato solo per caricare e recuperare i file caricati di persona», si legge nella nota pubblicata sulla home page del sito. FileSonic ha anche sospeso gli abbonamenti, mentre alcuni utenti sostengono che il portale ha cominciato a eliminare file "sospetti". Probabilmente l'iniziativa è una risposta alle notifiche di illecito che piovono quotidianamente dai detentori del copyright . La differenza è che finora le richieste non erano mai state ascoltate.

FileSonic tenta quindi di sottrarsi alla bufera che soffia sui furbetti della rete. L'obiettivo è quello di non cadere nella trappola dell'FBI. Dopo il pesce grosso e l'arresto di "Kim Dotcom" ora potrebbe toccare infatti ai siti minori. Il re del file-sharing, finito in manette in Nuova Zelanda, rischia parecchi anni di carcere. Le accuse sono durissime: non solo violazione del copyright, ma anche associazione a delinquere, riciclaggio e altri reati connessi. C'è da credere che gli amministratori di siti analoghi vogliano evitare di restare impigliati nelle maglie della giustizia. Negli Stati Uniti, ad esempio, anche Uploaded.to ha chiuso baracca, restando però operante in altri Paesi.

La blogosfera è in subbuglio. Filesonic è uno dei siti di file-sharing più frequentati di Internet, con 250 milioni di pagine viste al mese. Il sito per ora non ha offerto una spiegazione ufficiale alla svolta. Una volta ripulito il proprio spazio di "storage", il servizio potrebbe trasformarsi in una semplice “Dropbox”, priva delle funzioni di scambio. Insomma, l'ennesima nuvola per i file personali. Un servizio di scarsa utilità per gli internauti, ma un'altra piccola vittoria nella battaglia delle autorità americane.




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Delinquenti comuni

La Stampa


YOANI SANCHEZ
In memoria di Wilman Villar Mendoza


Un paio d’anni fa, il mio amico Eugenio Leal (http://vocescubanas.com/veritas/) decise di richiedere un estratto dei suoi precedenti penali, documento indispensabile per ottenere qualsiasi impiego. Credeva di ritirare un certificato dove c’era scritto che non era mai stato condannato per alcun delitto, ma ebbe una spiacevole sorpresa: risultava autore di una “rapina” commessa nel paese natale, sebbene non avesse mai violato neppure un semaforo rosso. Eugenio protestò, perché sapeva che non era un caso né un errore burocratico. La sua attività come dissidente lo aveva già reso vittima di meeting di ripudio, arresti e minacce, ma adesso gli procurava persino una macchia sulla fedina penale. Era diventato un oppositore con un passato da “delinquente comune”, definizione utile alla polizia per gettare discredito su un cittadino.

Se diamo credito alla propaganda governativa, a Cuba, tra chi si preoccupa per il futuro della nazione non c’è una sola persona onesta, così come tra gli oppositori al sistema nessuno ha la fedina penale pulita. Chi si lascia andare a una semplice critica viene subito definito terrorista, nemico della patria, delinquente, persona priva di morale. Accuse difficili da “smentire” in un paese dove ogni giorno la maggior parte dei cittadini deve compiere diverse illegalità per sopravvivere.

Siamo 11 milioni di delinquenti comuni, ma alcuni dei nostri reati sono comprare latte al mercato nero e possedere un’antenna parabolica. Siamo profughi da un codice penale che ci asfissia, fuggiamo dal “tutto è proibito”, evadiamo da una prigione che fonda le sue basi nella stessa Costituzione della Repubblica. Siamo una popolazione semicarcerata in attesa che la lente del potere si posi su di noi, indaghi nelle nostre esistenze e scopra l’ultima infrazione commessa.

Adesso, con la morte di Wilman Villar Mendoza torna a ripetersi il vecchio schema dell’insulto statale. Un articolo sul quotidiano Granma ha descritto Wilmar come un volgare delinquente e forse presto un programma televisivo - di tipo stalinista - presenterà le presunte vittime dei suoi reati. L’obiettivo è quello di sminuire l’importanza politica della morte di un cittadino di 31 anni condannato a novembre per oltraggio, attentato e resistenza alla forza pubblica.

La propaganda ufficiale tenterà di ridurre l’importanza di uno sciopero della fame e infangherà il suo nome con ogni possibile aggettivo dispregiativo. Vedremo le testimonianze dei medici che si sono presi cura di lui - non importa se violeranno il giuramento d’Ippocrate - e probabilmente anche la madre farà dichiarazioni contro il figlio defunto. Tutto questo perché il governo cubano non può permettersi di lasciare il minimo dubbio nella mente dei telespettatori. Sarebbe molto pericoloso che la gente cominciasse a credere che un oppositore possa sacrificare la sua vita per una causa, essere un buon patriota e persino un uomo onesto.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi



Nota del traduttore: I sospetti di Yoani si stanno già avverando, perché l’ambasciata cubana in Italia ha già diramato una nota nella quale afferma che “Wilman Villar Mendoza non era un prigioniero politico, ma un delinquente comune” e che “non è morto come conseguenza di un prolungato sciopero della fame ma “per l’aggravarsi di una malattia polmonare”.




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Bastona il cane di sua moglie: il gip sequestra l'animale

La Stampa


Sequestro preventivo di due cani, anche se uno è di proprietà della moglie di colui che ha maltrattato i due animali. La donna, in pratica, non ha impedito all’uomo di bastonare i cani e, sussistendo il pericolo di reiterazione della condotta, la Corte di Cassazione - con la sentenza n. 38946/11 – ha confermato la misura.

Il caso

Oggetto del sequestro preventivo, nel caso in esame, non sono degli immobili o dei conti correnti, ma due cani. Uno di proprietà di un uomo, imputato per il reato di maltrattamenti di animali (art. 544 ter c.p.), e l’altro di proprietà di sua moglie. Il sequestro, disposto dal gip e confermato dal Tribunale del Riesame, aveva come oggetto anche il cane della moglie, perché, quest’ultima, aveva concorso moralmente col marito nel reato di maltrattamenti di animali, non impedendogli di bastonare il cane per farlo tornare nella cuccia posta in balcone.

Ma la donna non si è arresa all’idea di non avere il cane con sé e ha proposto ricorso per cassazione. La ricorrente sostiene che i video, riguardanti i maltrattamenti e registrati da persona anonima, siano inutilizzabili perché effettuati mediante un’illegittima introduzione nel domicilio dell’indagata, visto che il balcone era protetto da un sistema avvolgente di tendaggi, che, al momento della ripresa, erano chiusi. A suo parere, le riprese erano state effettuate «verosimilmente da altra abitazione privata con l’utilizzo di un teleobiettivo».

La ripresa video, quindi, integrerebbe il reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c.p.). Il rischio è che i cani vengano maltrattati nuovamente. La Corte Suprema però, pur ammettendo la mancanza di motivazione sotto alcuni profili, afferma che questi non sono idonei a determinare il dissequestro dei cani. Il Collegio, infatti, afferma che, sia il fumus - di cui non è stata contestata l’esistenza - sia il periculum in mora (presupposti del sequestro preventivo) sono pienamente sussistenti. Sottolinea altresì la Cassazione che, se i cani dovessero rimanere nell’abitazione, vi è un concreto pericolo che l’uomo reiteri la sua condotta illecita. Quindi, il ricorso della donna viene rigettato.



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