domenica 22 gennaio 2012

Fiori funebri alle sedi Equitalia "No allo strozzinaggio"

Il Giorno

Manzi difende le vittime


L'iniziativa è partita da Frediano Manzi, coordinatore nazionale dell'associazione ma anche indagato dalla Procura per aver simulato atti d'intimidazione a suo danno



Sondrio, 20 gennaio 2012



Mazzi di fiori funebri inviati a tutte le sedi lombarde e piemontesi di Equitalia. A fianco la scritta, semplice quanto lapidaria: "In memoria delle vostre vittime". L'iniziativa è partita da Frediano Manzi, coordinatore nazionale dell'associazione "Sos racket e usura", ma anche indagato dalla Procura per aver simulato atti d'intimidazione a suo danno. Il suo obiettivo, nei prossimi giorni, sarà quello di mandare fiori in tutta Italia, tant'è che una pagina Facebook dell'associazione invita chiunque a depositare "fiori e lumini davanti alle sedi Equitalia" per iniziare "la rivolta contro gli strozzini legalizzati".


Questa azione di protesta ha mobilitato la Procura di Sondrio e i carabinieri di Bollate e Garbagnate milanese per individuare chi fosse il mittente dell'invio. "Ovviamente - scrive Manzi - è questa una pacifica rivoluzione che stiamo diffondendo in tutta Italia, rivoluzione fatta non con le bombe, i proiettili, facendo esplodere le sede Equitalia, ma una rivoluzione pacifica, fatta con i fiori, per protestare contro questo strozzinaggio legalizzato. L'associazione Sos racket e usura continua a difendere vittime che per pagare le more stratosferiche emesse da Equitalia, sono finite in mano agli usurai".


Redazione




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Dopo quasi tre anni le macerie dell'Aquila attendono gli escavatori donati dalla Fiat

Corriere della sera

Misteriosamente spariti sei mezzi donati alla Protezione civile



L'AQUILA - Sei mezzi per lo sgombero e la rimozione delle macerie, donati dalla Fiat alla Protezione civile a maggio del 2009, non sono mai arrivati a l’Aquila o nei territori colpiti dal terremoto. E nessuno sa ufficialmente dove si siano fermati (o siano stati “temporaneamente” parcheggiati) nel tragitto che da Torino li doveva portare in Abruzzo. Di questi mezzi per il movimento terra (un escavatore cingolato, un escavatore gommato, un miniescavatore, una pala gommata, una minipala compatta e un sollevatore telescopico, valore totale circa 860 mila euro) si sarebbe forse persa memoria se non fosse arrivata la denuncia del Conapo (il sindacato dei vigili del fuoco) dell'Aquila che, in una lettera indirizzata al responsabile di Case construction equipment (l’azienda del gruppo Fiat che ha donato le macchine) e inviata per conoscenza alla Protezione civile, al commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi e allo stesso Dipartimento nazionale dei vigili del fuoco, lamenta il mancato perfezionamento dell’operazione.




Una delle immagini dei mezzi scattata con un telefoninoUna delle immagini dei mezzi scattata con un telefonino

MEZZI MAI ARRIVATI - «Le macchine operatrici che Case ha così generosamente donato, e che tanto sarebbero utili ai vigili del fuoco – scrive il segretario provinciale del Conapo, Elio D’Annibale -, non sono mai giunte nei territori colpiti dal sisma e non abbiamo, quindi, mai avuto il piacere di vederle all'opera. Ci chiediamo che fine abbiano fatto questi mezzi, in quale autorimessa sono desolatamente parcheggiati o quale uso se ne sia fatto». D’Annibale avanza l’ipotesi che i mezzi non siano arrivati perché il Dipartimento della Protezione Civile, responsabile del coordinamento dei soccorsi e dell'assistenza alla popolazione durante i mesi immediatamente successivi all'evento sismico del 6 aprile 2009, oltre a non essere mai stato impiegato nelle operazioni di demolizione edifici e smaltimento macerie, ha lasciato il cosiddetto "cratere sismico" a decorrere dal 1° febbraio 2010, data in cui il presidente della Regione Abruzzo ha assunto l’incarico di commissario per la ricostruzione.

FIAT CONFERMA LA DONAZIONE - Cosa sia accaduto realmente, però, resta un mistero. Il gruppo Fiat, interpellato, ha confermato di aver proceduto alla donazione (a cui peraltro fu data ampia pubblicità in occasione di una cerimonia tenutasi nel mese di settembre del 2009 a L’Aquila) e alla consegna alla Protezione civile che, successivamente, avrebbe affidato i mezzi ai vigili del fuoco con un contratto di comodato d’uso. «Le macchine saranno presto impegnate in importanti progetti di ricostruzione dell’aquilano», annunciava a suo tempo la Fiat. «No, qui non le abbiamo mai utilizzate» ribattono oggi in Abruzzo i vigili del fuoco che, in collaborazione con il personale dell'Esercito Italiano, hanno il compito di conferire in discarica le macerie dei crolli e dalle demolizioni.


RESTANO VECCHIE ATTREZZATURE - Eppure, a due anni e 9 mesi dal sisma che ha devastato L’Aquila, quei mezzi sarebbero ancora utilissimi per gestire il problema dello sgombero e la ricostruzione. I vigili del fuoco, invece, come ha dichiarato D’Annibale in altre occasioni, sarebbero costretti a lavorare «con attrezzature vecchie di 20 anni, mentre mezzi che valgono quasi 900 mila euro non sono mai stati usati». Da indiscrezioni, rimbalzate alcuni giorni fa sul dal Tg regionale dell'Abruzzo, sembra che una parte delle macchine, riconoscibili dalla scritta “Fiat con l’Abruzzo” (e di cui il sono state diffuse immagini scattate con il cellulare) si trovi in un garage del Corpo a Roma. Ma al momento il dipartimento dei vigili del fuoco non ha fornito alcuna risposta, neppure per smentire questa ipotesi. Dunque il mistero resta come le macerie del terremoto che attendono nuovi e più efficienti mezzi.



Nicola Catenaro
22 gennaio 2012 | 15:03




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Andrea l'anti-rivoluzionario «Minacciati se lavoriamo»

Corriere della sera

Un piccolo imprenditore agricolo denuncia le intimidazioni dei movimentisti che hanno paralizzato la Sicilia



La protesta che ha messo in ginocchio la Sicilia
MILANO - «Produco e vendo agrumi. Sono facilmente deperibili, lo sanno tutti. A gennaio di solito vendiamo le arance tarocco. Non possiamo farlo, ci viene impedito. Questo sciopero mi è già costato decine di migliaio di euro, ma i danni più grossi li farà nel lungo periodo, se continua», Andrea Valenziani, 31 anni, piccolo imprenditore agricolo di Carlentini, provincia di Siracusa, il movimento dei forconi lo vede così.

LA PROTESTA - Che cos'è per lui la protesta che sta paralizzando la Sicilia? «Anche stamattina sono stato fermato a un blocco. Ti chiedono “Che stai facendo?” Tu devi rispondergli che non stai andando a lavorare. Va avanti da giorni e non si sa quando finirà», racconta Andrea. Ma non sono solo economiche le ragioni che portano l'imprenditore a contestare il movimento. Dietro i forconi Andrea vede ombre più preoccupanti. «Volete sapere come ottengono le cosiddette adesioni agli scioperi? Guardate le denunce dei commercianti di Lentini. Sono stati minacciati, costretti a chiudere. Vanno avanti con le intimidazioni». Solo nella provincia di Catania le segnalazioni raccolte da Confcommercio sono state una trentina, i danni stimati intorno ai 500 milioni, come riferisce il quotidiano locale online Ctzen. «Non si capisce neanche quali siano i loro obiettivi – continua Andrea - Sembrano le prove generali di qualcosa di più grande che potrebbe avvenire. Di sicuro questo disordine organizzato si presta alle strumentalizzazioni». A sentirlo parlare, l'accento non tradisce l'origine.



LE PRESSIONI - Dopo una sua telefonata a Rai News in cui denunciava le pressioni, c'è stato chi ha dubitato della sua sicilianità e della sua stessa esistenza. «Hanno detto anche che ero un attore, non un vero imprenditore. Sarà perchè per un periodo sono andato a studiare fuori. A Milano, da fisioterapista». Lì Andrea entra in contatto con alcune associazioni, conosce i primi gruppi di acquisto solidali. Saranno i suoi futuri clienti. «Adesso vendiamo le nostre arance a gruppi in Veneto, Lombardia, Lazio e Abruzzo. Sono giorni che aspettano i nostri prodotti e non li ricevono. Siamo bloccati. Ma si stanno mobilitando per far conoscere la nostra situazione. È la fortuna di avere una rete di questo tipo». Cinque anni fa Andrea ha preso in mano l'azienda che il padre gestiva da quasi trent'anni. La gestisce con la sorella. «Lei si occupa dell'amministrazione», dice.



IL MERCATO DEL LAVORO - Per la raccolta assumono di solito intorno ai cinque stagionali, da ottobre a maggio. Raccolgono anche 600mila chili di agrumi. «Clementine, primosole, sanguinelli, mori e altre varietà. Abbiamo diversificato la produzione. E puntiamo sulla qualità, lavoriamo a progetti sperimentali di agricoltura sostenibile, nel rispetto dell'ambiente e della legalità», spiega Andrea. L'inattività forzata avrebbe potuto vanificare gli sforzi. «È un mercato concorrenziale. Se c'è domanda e noi non ci facciamo trovare pronti, veniamo subito sostituiti. Ora da produttori calabresi, più avanti saranno gli spagnoli», dice Valenziani. Ora la protesta sembra andare verso una sospensione. «Speriamo sia così, abbiamo un bisogno disperato di lavorare, c'è tutto un comparto che sta soffrendo».



Di sicuro Valenziani in questi giorni non si è sentito solo. «No, so che sono in tanti a pensarla come me. A pensare che i forconi non avevano nulla di rivoluzionario». Per Andrea i veri rivoluzionari sono altri: «La Sicilia è piena di persone che la rivoluzione vera la fanno ogni giorno. In realtà è una cosa facilissima da fare, basta rispettare le regole. Lo si fa in silenzio, non con gli schiamazzi. É una cosa facilissimo da fare: basta rispettare le regole». Alle volte non sembra di essere solo una minoranza? «Forse è vero», risponde Andrea. «Ma è una minoranza che vale la pena difendere»


Antonio Sgobba
twitter@AntonioSgobba
21 gennaio 2012 (modifica il 22 gennaio 2012)



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Giacomo: il bambino che sognava la tuta blu

La Stampa

L'attore tra i ricordi del lavoro in fabbrica e i timori per gli eccessi di finanza e consumi
GIACOMO PORETTI

Sono nato nello stesso paese, Villa Cortese, dove è nato un certo Franco Tosi. Lui è venuto al mondo nel 1850, io un secolo dopo. Lui ha fondato un’azienda pionieristica che negli Anni 70 impiegava 6000 lavoratori. Mio nonno, mio papà, il fratello di mio papà ed io, abbiamo tanto desiderato di essere assunti alla Franco Tosi negli stabilimenti di Legnano, a 15 minuti di bicicletta dal nostro cortile. Perché se venivi assunto alla Tosi la tua vita prendeva la strada della sicurezza: 13 mensilità assicurate, due tute blu all’anno e la colonia marina sull’Adriatico per i figli.

A Legnano c’è stato un periodo che il Curato fungeva da ufficio di collocamento, e se proprio non gli eri antipatico, al Curato, un posto alla Tosi saltava fuori. Benché mio padre cantasse nel coro della parrocchia, lo zio pure e il nonno non avesse mai mancato una messa domenicale delle 11, nessuno della mia famiglia è mai stato assunto alla Franco Tosi.

Niente di personale, pura casualità; mio nonno ha poi fatto lo stradino, teneva pulite le strade e le aiuole del paese, mio papà e mio zio sono stati assunti in un’altra fabbrica che faceva macchine da cucire per l’industria: la Rimoldi, poi Rockwell, 1100 dipendenti a 18 minuti di bicicletta, 13 mensilità, due tute blu all’anno e colonia marina in Liguria e in Valle Imagna.

Ho odiato entrambi i posti, le colonie intendo, in particolare quella di Pietra Ligure. Ma se non era per gente come i Tosi e i Rimoldi, milioni di bambini in quegli anni non avrebbero mai visto il mare. C’è stato un periodo che Legnano era solo un’enorme estensione di fabbriche. Tu nascevi e quando ti battezzavano il prete era in grado di indicarti il tuo destino: Cotonificio Cantoni, officine Pensotti, De Angeli Frua. Il prete mi guardò, poi guardò mia madre e disse: suo figlio ha la faccia da terziario, mi piace poco...

La prima volta che ho conosciuto la fabbrica è stato intorno ai quattro anni. Mamma e papà erano operai. La mamma lavorava alla Giulini & Ratti, tra i telai: gliene avevano affidati 25, tra il primo e il venticinquesimo c’erano 60 metri di distanza e per poterli governare le avevano dato una bicicletta. La mamma mi diceva che la cosa brutta della tessitura non era la fatica, ma il rumore assordante. La mamma dopo quasi 30 anni di rumore non ci sentiva tanto bene, è andata da diversi dottori e adesso ogni due mesi riceve 280 euro, si chiama pensione parziale di invalidità. Il papà invece faceva l’operaio metalmeccanico. Era un fresatore e per otto ore al giorno dava forma ad un pezzetto di ferro, lo ha fatto per 35 anni, sempre la stessa forma. Lui diceva che in quella fabbrica si stava bene, non c’era rumore ma in compenso in mensa si mangiava male.

Quando mamma e papà dovevano fare il turno dalle 6 fino alle 14, allora ci svegliavano a me e a mia sorella, ci vestivano, e poi mia sorella veniva sistemata nel seggiolino ancorato al manubrio della bicicletta della mamma, io invece mi sedevo su quello sistemato sopra la ruota posteriore: abbracciavo i fianchi della mamma e appoggiavo la guancia sulla sua schiena e così riuscivo a dormire ancora un pochino mentre la mamma pedalava fino alla casa di una delle nonne e lì stavamo fino a che non veniva a prenderci il papà a fine turno.

Quando io e mia sorella eravamo piccoli non c’erano le tate e le badanti, quindi i bambini quando i genitori andavano in fabbrica stavano con i nonni. Per cinque giorni della settimana io chiedevo sempre alla mamma perché ci si svegliava così presto, lei diceva «perché dobbiamo andare in fabbrica», «anch’io mamma ci devo andare?», «no, tu non andrai mai in fabbrica, tu devi andare in banca!», «adesso mamma ci devo andare in banca? Ma io ho sonno», «non adesso, andrai in banca quando sarai cresciuto!». Mi sono sempre chiesto se non sono cresciuto per paura di finire in banca, o perché mi svegliavo troppo presto al mattino.

La seconda volta che ho conosciuto la fabbrica avevo finito da poco terza media e sono andato a lavorare in un capannone dove facevano delle pesantissime cancellate in ferro. I miei genitori per un mese non mi hanno rivolto parola: il preside aveva detto che ero un allievo dotato e che sarei stato un bravo avvocato. Io semplicemente mi vergognavo: nessuno nella mia famiglia era andato oltre la quinta elementare, qualcuno ci era arrivato con fatica, qualcun altro si era fermato in terza, ed io che dovevo fare? Istituto per geometri o ragionieri?

Siii, imploravano gli occhi della mamma, neanche per sogno dissi io, fabbrica e al massimo scuole serali! C’è stato un periodo in cui indossare quella tuta blu sporca di olio e di grasso, tornarsene a casa alla sera esausto e cercare di lavarsi le mani che non venivano mai pulite per davvero, avere quelle mani ancora sporche di nero anche il sabato e la domenica, era un segno di orgoglio, un orgoglio che nasceva dalla povertà e che chiedeva dignità e risarcimento. Quell’orgoglio di indossare la tuta blu chiedeva alla vita di essere risarciti per averci fatti partire un quarto d’ora dopo il via. Dopo due settimane che lavoravo in quella fabbrichetta (tre padroni e quattro operai di cui due apprendisti), mi ero già pentito: non si poteva parlare, se smettevo di battere il martello sulla lamiera il principale mi chiedeva se ero stato colto da una paralisi, io in silenzio lo mandavo a quel paese e mi dicevo che prima o poi sarei andato a lavorare in una fabbrica seria.

A volte la vita in fabbrica era dura, tornavo a casa alla sera e mi dicevo che dovevo inventarmi qualche cosa per rendermi autonomo, avere un’idea. Una volta ho pensato di fare il calzolaio: avrei risuolato le scarpe al vicino, in cambio della riparazione del carburatore del motorino, visto che lui faceva il meccanico. Poi sarei andato a scambiare una cotoletta dal macellaio in cambio della sostituzione dei tacchi delle scarpe della moglie. Ma poi iniziavano i problemi: se mi viene voglia di mangiare un gelato al pistacchio e il gelataio non ha scarpe da risuolare? Quanti tacchi devo cambiare per avere in cambio un televisore Lcd da 42 pollici? Per almeno due-tre anni ho aspettato che arrivasse una lettera dalla Tosi, ma niente, anzi cominciavano a non assumere più nessuno e a proporre i prepensionamenti, non solo alla Tosi ma in tutte le fabbriche del Legnanese.

E in quel momento è come se fosse iniziata una nuova fase in cui il lavoro manuale dava fastidio, era meglio farlo fare all’estero, in quei Paesi dove costava tutto meno, noi eravamo stanchi di fare i soliti lavori e finalmente, liberandoci della fatica della fabbrica, avremmo vissuto di alto valore aggiunto nei servizi, avremmo tutti fatto dei lavori fighissimi: dall’account, al chief manager, all’executive assistant to president, fino all’executive assistant to drink to president, passando dal make up artist to wife of president, al vice boy lift to president, all’assistant buyer e tra un happy hour, un lunch, un brunch e un punch qualcuno sarebbe diventato un Supreme Superior Super President.

Non ci sono più le fabbriche di una volta, così come non ci sono più i comandanti di navi di una volta; una volta c’erano le fabbriche che facevano gli oggetti, ora ci sono quelle che fanno la finanza; una volta prendevi una nave per andare in America, adesso prenoti una nave lunga 200 metri e ti portano a vedere la luna sugli scogli.

Una volta la classe operaia pensava al suo orgoglio e a come riscattarsi e gli imprenditori con i loro capitali e la loro creatività avevano come compito quello di dare ad ogni famiglia il frigorifero, la tivù, la lavatrice e il benessere. Ora che l’operaio ha gli stessi iPhone del suo datore di lavoro, come la mettiamo? Adesso abbiamo l’ossessione del Pil, dei consumi che non possono diminuire altrimenti il Paese va a rotoli. Nel 2002 siamo andati a N.Y. per girare un film e sui taxi a Manhattan Bloomberg aveva fatto affiggere una targhetta che diceva: spendete i vostri soldi, il Paese è in recessione. Mio padre avrebbe detto: risparmia i tuoi soldi, domani potresti averne bisogno. Chi ha ragione, il sindaco di N.Y. o mio padre?

Mi spiego: per liberismo, secondo me che non ho fatto studi in economia e potrei sbagliarmi, è da intendersi quella visione del mondo per cui il Mercato deve essere libero di agire, non deve avere eccessivi vincoli, anzi nessun vincolo. La Libertà d’impresa deve essere appunto libera di creare. Anche se, per caso, le venisse voglia di elargire dei mutui a centinaia di migliaia di persone, che hanno scarsissime probabilità di rimborsare il debito, anzi nessuna possibilità di rimborsare il debito, in molti casi uguale al 102% del valore della loro casa.

Sì, perché le banche del Liberismo sono generose e, oltre alla casa, sanno che avrai bisogno delle tende a pacchetto e del parquet in rovere naturale e loro, le banche generose, ti finanziano anche quello perché ti vogliono felice nella casa che hai appena comperato. Se alle banche viene voglia di dare una bella casa a tutti gli americani, anzi ad alcuni una bellissima casa con piscina e alla maggior parte una casa con l’ipoteca, ecco, le banche devono poterlo fare. Se poi a quelle banche venisse voglia di girare ad altre banche quei mutui sotto forma di obbligazioni e di venderle ai clienti garantendo che sono investimenti redditizi e sicuri, se questo è il desiderio delle banche devono poterlo fare. Perché al Liberismo sta a cuore, come dice la parola stessa, la Libertà.

Se poi, per ragioni oscure, ai guru di Wall Street, i proprietari delle case nel Missouri o del Tennessee, i famosi intestatari dei mutui al 102%, scoprono non solo di non possedere denaro sufficiente per pagare la tinteggiatura, ma nemmeno la metà del necessario per coprire la prima rata di interessi, alcuni proprietari di mutui, anzi tutti i proprietari di mutui, vanno in banca e dicono di non poter pagare, che succede? Don’t worry, be happy: l’impiegato di banca ritira il mutuo e consegna all’insolvente un kit di sopravvivenza composto da tenda ad igloo color verde speranza e un sandwich vegetariano, perché le banche si preoccupano della salute dei propri clienti. Poi l’impiegato, dopo essersi licenziato da solo, telefona al Direttore, ma trovando la segreteria telefonica lascia questo messaggio: «Ve lo avevo detto che questi mutui erano una pirlata...».

Ora che un sacco di persone vivono in tende color verde speranza, che molti impiegati di banca si sono licenziati e che molti Direttori, anzi quasi nessuno, ha perso il posto, possiamo tirare la morale: il Mercato deve essere libero, anche di sbagliare. E quand’anche sbagliasse e molte banche in giro per il mondo (sì, perché i mutui del Tennessee e del Kansas sono finiti in tutto il pianeta) fallissero in ragione della libertà e della creatività d’impresa, le banche fallite dovrebbero avere la Libertà di chiedere allo Stato di rifinanziare il disastro. E lo Stato non può rifiutarsi perché la prerogativa dello Stato non è la Libertà ma il servizio e il soccorso dei cittadini, anzi di alcuni cittadini.

L’unione commercianti di Milano ha fatto proprio uno degli ultimi studi sulla psicologia del compratore: i negozi dovranno avere sempre la porta aperta, anche in inverno, altrimenti la porta chiusa verrebbe vissuta come un ostacolo al desiderio dell’acquisto. Di questo passo l’Associazione dentisti farà promulgare una legge che consentirà al dentista di poter passare una volta ogni sei mesi a casa per casa per effettuare la pulizia dentale; e al tappezziere di rinnovarti la carta da parati di sua iniziativa una volta all’anno perché se dipendesse dal proprietario di casa il Paese piomberebbe in recessione.

Mi vengono in mente le parole di Robert Kennedy, non proprio un nemico del mercato, nel famoso discorso sul Pil, 1968: «Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Finisco con l’ultima banalità: che nostalgia la Franco Tosi che costruiva le case, le scuole e gli asili per le famiglie degli operai. Certo non tutta, ma quella classe imprenditoriale sentiva dentro sensibilità particolari, la finalità della sua avventura imprenditoriale non si esauriva nel profitto personale ma si estendeva sino ad assumersi responsabilità sociali.

Dal monologo di ieri dell’attore al convegno della Fondazione Italcementi Carlo Pesenti




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Dai rottami di Kabul al museo: il volo del biplano bianco. Unico esemplare al mondo

Corriere della sera


Fu trovato dai nostri soldati in Afghanistan: ora l'aereo da ricognizione è diventato un pezzo pregiato di Volandia




MALPENSA - A Volandia è rinata una pagina di storia. Un biplano tutto bianco è entrato da ieri mattina nella ricca galleria di ali che anima il museo del volo di Malpensa. La sua sigla è Ro.37bis ed è l'unico esemplare esistente al mondo. Intorno ci sono curiosità ed è difficile immaginare quanto sia stata turbolenta la sua storia incominciata ottant'anni fa quando, nel 1932, gli ingegneri della società napoletana Romeo completavano il progetto. L'anno successivo compiva i primi voli ed era pronto per i tanti cieli nei quali sarebbe stato protagonista: dalla Grecia all'Albania, dall'Ungheria all'Ecuador, dall'Austria all'Uruguay. Concepito come un velivolo da ricognizione, era noto per essere molto maneggevole non creando problemi ai piloti. Diventava insomma un aeroplano di successo nell'esportazione. Un gruppo di 16 esemplari veniva venduto nel 1938 anche in Afghanistan ed è stato proprio li, alla periferia di Kabul, che è stato trovato l'esemplare che ora brilla a Volandia.

Il biplano Ro.37bis


LA MESSA A PUNTO - I nostri soldati in missione avevano trovato nel 2006 un campo zeppo di rottami. Scrutando fra le strane forme si erano resi conto che si trattava di pezzi di aeroplano, anzi dalle etichette erano addirittura riconoscibili relitti di aerei italiani. L'Aeronautica si attivò subito per recuperare ciò che era possibile, portando il tutto in Italia. «Così abbiamo potuto metterci all'opera per far rinascere un esemplare», racconta il capitano Antonio Menni, che ha coordinato l'operazione tra i reparti "Manutenzione velivoli" di Galatina e Cameri per il propulsore. «Noi ci siamo occupati delle ali di legno, alluminio e cotone mako e del motore - aggiunge - mentre altrove si affrontavano parti diverse». Il restauro infatti ha coinvolto la società Celin Avio, Finmeccanica, Piaggio Aero e Volandia ed è costata complessivamente 200 mila euro. Ora il biplano è a Malpensa per raccontare la sua storia, come ha sottolineato il generale di Squadra aerea Giuseppe Bernardis, capo di stato maggiore dell'Aeronautica, presentando il nuovo gioiello alato.

«Qui rimarrà alcuni mesi in esposizione - precisa Francesco Reale, direttore del Museo - e poi sarà trasferito al Museo dell'Aeronautica militare di Vigna di Valle. Ma questa operazione, alla quale abbiamo contribuito con 40 mila euro, è solo l'inizio di un rapporto di collaborazione avviato con la forza armata. Si è infatti sottoscritto un accordo che porterà altri nuovi aeroplani come un Tornado e un "Cacciatore di stelle" F-104. E in aprile quando apriremo i nuovi padiglioni il primo a entrare sarà un caccia AM-X».


Giovanni Caprara
22 gennaio 2012 | 11:35




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Sposato, 6 figli, ha già tenuto 16mila prediche nelle piazze

di -

Arrestato o fermato 30 volte dai poliziotti. "A Tunisi volevano uccidermi. E a Montecarlo mi hanno fatto cadere tre volte, come Gesù sul Golgota"


Il gatto di Vincenzo Robbi è privo di un orecchio. Forse una forma di autodifesa. La moglie Beatrice s’è stabilita da qualche tempo a Imperia per aiutare la figlia Angelica che ha un bimbo piccolo. Forse una scusa. Non dev’essere per niente facile convivere con un uomo che in camera s’è costruito un altarino sormontato dalla propria foto col microfono in mano, circondata dalle iscrizioni «Ego sum maximus orator» e «Sono io il seme dell’immortalità», mentre il Nazareno incoronato di spine deve accontentarsi della cornice alla sua destra.




Si proclama «il più grande predicatore cristiano di tutti i tempi, con oltre 16.000 omelie tenute sulle pubbliche piazze, più di San Gaspare del Bufalo, più di San Francesco d’Assisi, più di Sant’Annibale Maria di Francia, più di San Leonardo da Porto Maurizio, più di padre Giovanni Semeria conosciuto come fra’ Galdino, che non superarono le 3.000».


Un mistico che vive da clochard? O un clochard che vive da mistico? Difficile inquadrare la personalità del mite Robbi. Ma va tenuto conto che Giovanni il Battista, precursore dei predicatori d’ogni tempo, vestiva con peli di cammello e si cibava di locuste. A giudicare dallo stato in cui ha ridotto l’alloggio popolare ottenuto a suo tempo dall’Iacp di Imperia, la frugalità evangelica deve avergli preso la mano. Bocconi di pane sparsi intorno alla stufetta elettrica.



Un’arancia usata come fermacarte sopra due banconote da 20 e 10 euro. Una sedia da invalido col fil di ferro a tenere insieme lo schienale ricavato da una cassetta della frutta. Un telefono per terra, un altro telefono che spunta da sotto un ombrello. Una matassa di cenci per letto. Un muro di coperte e gommapiuma a formare una barricata che in camera chiude per metà la portafinestra priva di vetri, segno che dorme al freddo. Cartacce sul pavimento. Fili elettrici e lampadine volanti. Appunti scritti a matita sui muri. Insomma uno sconvolgente, inestricabile, cosmico caos. Da cui emerge come se nulla fosse, vestita con appropriata eleganza, la figlia Elena, 37 anni, per portare a spasso il cane che abbaia disturbando l’intervista.



Fra il 1963 e il 1981 di figli ne ha messi al mondo sei, tre maschi e tre femmine. Cinque, per loro fortuna, abitano altrove: uno è sposato, quattro convivono. La penultima manda avanti un negozio di casalinghi e porta la croce del padre. È tornata a vivere con lui dopo una sfortunata vicenda sentimentale. Robbi, 80 anni, è originario di Boffalora d’Adda. Si sposò nel 1962 dopo aver tentato invano di percorrere la via del sacerdozio. Da una vita abita a Sanremo, nel suo caso più che mai San Remo, visto che il patrono della cittadina ligure visse in una bauma, una spelonca. E da qui, soprattutto nella buona stagione, parte per andare a predicare il Verbo sulle strade del mondo.



L’Italia, città e paesi, l’ha battuta a palmo a palmo, isole comprese: da Bolzano a Palermo, «dove mi sono fermato per un mese», da Aosta a Trieste, da Porto Torres a Potenza. Ma è stato per settimane anche in Gran Bretagna, Spagna, Francia, Corsica, Svizzera, Austria, Germania, ex Jugoslavia e persino in Tunisia. Per documentare i luoghi che hanno beneficiato della sua evangelizzazione espone al pubblico ingenue pezze d’appoggio: una polaroid mentre predica a Speaker’s Corner, l’angolo degli oratori aperto a tutti in Hyde Park, a Londra, dove concionarono anche Karl Marx e Vladimir Lenin; 100 pesetas e un biglietto ferroviario da Port Bou a Barcellona; il visto d’ingresso in Tunisia; foto di curiosi radunati intorno a lui davanti al Duomo di Milano o sulle spiagge. Tra arresti, fermi e fogli di via, la sua predicazione è già stata interrotta una trentina di volte.



Robbi è arrivato a tenere 600 sermoni l’anno, «da maggio a settembre anche 5-6 al giorno». La sera li trascrive in un libro rilegato in similpelle. Ha già riempito 16 volumi. «Ora le mostro come faccio». Va in camera, torna in cucina con un trolley nero sfondato, tira fuori un «potente amplificatore», una batteria da 12 volt fasciata col nastro adesivo da pacchi e un paio di altoparlanti, che lui chiama «le due trombe», ignoro se con riferimento a quelle che convocheranno l’umanità nella Valle di Giosafat il giorno del Giudizio. «Con queste possono sentirmi da una collina all’altra, sino in fondo a via Lamarmora». Gli credo sulla parola e con fatica riesco a rinviare a data da destinarsi l’omelia casalinga.


Che mestiere faceva?
«Il falegname, come Gesù».

Un predestinato.
«Ho iniziato a 11 anni, presso la bottega di un certo Costa a Crespiatica, nel Lodigiano. Sono diventato caporeparto alla Arca di Cantù, arredi per negozi, comandavo 12 operai».

Il tempo per predicare dove lo trovava?
«Poi ho lavorato in proprio per 25 anni. Almeno un giorno la settimana, oltre alla domenica, lo dedicavo a questa missione».

Quando s’è scoperto la stoffa del Savonarola?
«A 16 anni, dopo aver ascoltato un missionario che predicava a Crespiatica per la festa di Sant’Antonio. Tenni la mia prima omelia ai contadini, sull’aia della cascina Caselette. Volevo diventare prete. Mi rivolsi ai barnabiti di Lodi. Mi risposero: “Prima devi studiare, studiare, studiare e poi potrai predicare dal pulpito”. Ma io volevo farlo subito per strada e nelle piazze, come Gesù. Rimasi in bilico una decina d’anni, alla fine mi sposai. Certo che il matrimonio è più faticoso del sacerdozio».

E ora fa concorrenza ai sacerdoti veri.
«No, perché io vado a predicare nel pericolo. La mia parola è dimostrata e quando la Parola è dimostrata la gente crede. Oggi in chiesa ci vanno solo quelli che non vogliono rischiare, un 5-10 per cento dei cattolici, sempre gli stessi. Mentre io vado di città in città, come il Maestro, e affronto le grane che ne derivano. Non si accende una lucerna per metterla in un luogo nascosto, dice il Vangelo».

Nessuna frizione con i preti, è sicuro?
«No, mai. Anzi, è stato qui il parroco di Nostra Signora della Mercede, padre Piotr Wach. Mi ha portato il pacco natalizio. Gli ho detto che voglio fondare un ordine religioso e lui mi ha insegnato come si fa».

Come si fa?
«Capo primo: rivolgersi al vescovo, senza il cui benestare non si fa nulla. Capo secondo: scrivere a una quarantina di ordini, a cominciare dai cappuccini, che sono i più attivi».

Perché dovrebbero aiutarla?
«Chi è che non t’aiuta? È la strada per diventare santo».

Vuol diventare santo?
«Penso di esserlo già, a dire il vero. Il 26 novembre mi trovavo a Porto Maurizio, stava per cominciare la processione di San Leonardo. Ho piazzato le due trombe e mi sono messo a predicare tra la folla. È venuta una guardia e mi ha strappato i fili. In quel momento è uscita la statua del patrono dalla chiesa e ho sentito una voce: “Non temere, tu sei santo come me”».

I suoi figli vanno a messa?
«No, mai, anche se sono tutti battezzati e cresimati. Qui nel quartiere saremo in 6.000 ma in chiesa non ci va nessuno».

Come predicatore ha fallito in casa.
«Però sono ragazzi di sani princìpi. Né bestemmie né droga. Mai il male per il bene: è questo che gli ho insegnato. D’altronde non vado quasi mai a messa neppure io. Sono troppo impegnato con la predicazione. Non bisogna esagerare con la religiosità. Altrimenti diventa una fissazione».

Da quanto tempo non fa la comunione?
«Non glielo so dire. Un anno, forse due».

Alla barba del «fate questo in memoria di me».
«La messa in latino era un’altra cosa. Quella in italiano mi pare una chiacchierata».

E si confessa?
«Non lo faccio da 25 anni».

Complimenti.
«Eeeh, non ci credo più. Con la Chiesa cattolica bisogna tenere gli occhi aperti. Non tutte le sue parole provengono da Gesù. Molte sono dei teologi. Me l’ha confermato anche un prete».

Quanti sono i sacramenti?
«Sette».

E le virtù teologali?
«Mmh... Non me lo ricordo».

Come sceglie i luoghi di predicazione?
«Vado dove c’è più gente. La Costa Azzurra d’estate è frequentatissima. L’ultima volta che i gendarmi mi hanno cacciato sono stati chiari: “Prova a ripresentarti e ti facciamo dormire per una settimana sullo sgabello”. Nel Principato di Monaco non sono più tornato dopo essere stato circondato da dieci poliziotti. Mi hanno caricato su un cellulare. Frenavano forte all’improvviso per farmi andare a sbattere e rompermi il naso. Tre volte mi hanno fatto cadere, come Cristo sul Golgota. Una sera mi hanno scaricato in un luogo collinare deserto, al buio, con la valigia in mano. Piangevo. Tre ore per trovare una casa».

In Tunisia com’è andata?
«Sbarcato a Tunisi, ho cercato un posto dove dormire alla Goulette, vicino al porto, dov’è nata l’attrice Claudia Cardinale. Lì in molti parlano ancora italiano. Dopo un po’, mentre predicavo, sono arrivati tre figuri in divisa: “Se ne vada subito o finisce con un linciaggio”. Sono rimasto una settimana, mangiavo pane e arance».

Altre disavventure?
«A Lubiana, quando ancora c’era Tito. Tre ore chiuso dentro una gabbia in una caserma e altre due d’interrogatorio. A Londra, a Speaker’s Corner, sono stato interrotto da un prete anglicano: “Via, via, italiani traditori!”. Nessun problema invece sulla Marienplatz a Monaco di Baviera, e sì che i tedeschi sono cattivi».

Viaggiare costa.
«Non fumo, non bevo, non ho vizi, non ho l’auto. Mangio solo mozzarella, pane e banane. Pernotto nei dormitori pubblici, al massimo negli ostelli».

A 80 anni dev’essere faticoso.
«Grazie a Dio sto bene. Mai avuto malattie. Solo l’asiatica nel 1957».

Sta lontano da casa per molti giorni?
«Anche un mese».

Moglie e figli che ne pensano?
«I miei figli non lo dicono, ma sono orgogliosi di me. Mia moglie non tanto, perché la lascio a casa da sola».

Come sceglie le prediche da tenere?
«Le so tutte a memoria. Comincio sempre nello stesso modo: “Auxilium christianorum, ora pro nobis. Sto girando di città in città per portare un messaggio di speranza”. E finisco col testamento di Gesù: “Ego sum resurrectio et vita. Un caro saluto da Robbi Vincenzo”».

Quanto dura un sermone?
«Un quarto d’ora».

François Mauriac diceva che al mondo non v’è nulla di più inespressivo del volto di un fedele durante l’omelia.
«Ci vuole un po’ di musica. Metto Piemontesina bella, ma solo un pezzettino. Oppure “Muore l’estate, torna settembre e senza di te non è vita per me”. La canta una ragazza di Radio Zeta».

Gli astanti reagiscono? Le fanno domande? La offendono?
«Il miracolo consiste proprio in questo. “Vada avanti”, mi spronano, e mi difendono se i vigili urbani tentano di farmi smettere. Mi ascoltano volentieri, poi si avvicinano, mi confidano i problemi di salute. Allora prendo le loro mani fra le mie e li guardo fisso negli occhi. Quando, l’anno dopo, ripasso dagli stessi luoghi, vengono a ringraziarmi perché stanno meglio. Seguo il comandamento di Cristo: “Andate, predicate, guarite gli infermi”».

Raccoglie offerte?
«Non le raccolgo, perché non me le danno. Durante le prediche non chiedo mai soldi. Alla fine mi sposto altrove e mi siedo per terra. Racimolo i quattrini per il viaggio e un panino, non più di 100 euro al mese. Anche Gesù e gli apostoli tendevano la mano. E i frati vivono di elemosina».

Ha la pensione?
«La sociale: 610 euro al mese. Potrei lanciare un appello?».

Prego.
«Se esistesse un regista televisivo intelligente, verrebbe a cercarmi di corsa».

E per quale motivo?
«Tutti i film su Gesù, a cominciare da quello di Franco Zeffirelli, hanno avuto un enorme successo. Ma lì c’era un attore che interpretava la figura di un morto, mentre io interpreto me stesso da vivo».

L’unica differenza è che lei non è Gesù.
«Però credo d’aver percorso più strada di Lui. Almeno 13.000 chilometri a piedi solo calcolando la distanza fra le stazioni ferroviarie e i centri cittadini».

Perché tutti dicono di approvare il messaggio di Cristo ma pochi lo mettono in pratica?
«Per vivere abbiamo bisogno di mangiare. Lo stesso vale per la vita spirituale: se non la nutri, l’anima muore. Aiutare il prossimo è il nutrimento dello spirito. Vuoi vivere dopo morto? Devi scegliere. Sento in me l’immortalità. Vuol dire che ho già conquistato il paradiso».

«Presunzione di salvarsi senza merito». Uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo.
«È un po’ da discutere. Mi vedo la strada davanti sicura al 100 per cento».

Le sue debolezze quali sono?
«Mia moglie mi rimprovera su tutto. Basta una goccia d’acqua per terra».

Capisco. Non sarà che lei predica bene ma razzola male?
«Be’, siamo uomini, no? Tutti uguali: imperfetti».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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I politici all’asciutto: costretti a mettere in vendita le barche

di -

Lo status symbol va in soffitta. L'ex ministro Galan: "Come faccio senza stipendio?". Prima di lui il governatore Illy e lo skipper D'Alema



Roma - Finché la barca va, poi vendila. E non chiamatelo effetto Concordia. I politici italiani stringono la cinghia e rinunciano al più amato dei loro status symbol, la barchetta (il diminutivo è un modo per sottolineare il possesso: poteri e stranezze dell’understatement).



L’ultimo è l’ex ministro Giancarlo Galan, che trovandosi disoccupato dal momento della caduta del governo Berlusconi, confessa che sta meditando di dare via la sua barca. Quella a bordo della quale aveva peraltro immaginato di trovare non solo svago ma anche salvezza. «Se avessi avuto la consapevolezza che era l’ultimo giorno a Pompei forse sarei uscito in barca», disse bizzarramente da ministro dei Beni Culturali in visita agli scavi della città campana.

Il fatto è che Galan attualmente non ha uno stipendio proprio. Eletto al Senato nel 2008 e subito dimesso per incompatibilità con la carica di presidente della Regione Veneto allora rivestita, Galan subì la decisione del Pdl di non ricandidarlo a Venezia ma venne ricompensato con la guida del ministero dell’Agricoltura e poi, dopo un rimpasto, ai Beni Culturali. Caduto il governo, zeru tituli. E quindi - forse - niente barca. «Pesa non avere entrate, un stipendio, pesa moralmente e psicologicamente - confessa - io credo di poter sopportare questa situazione per un po’ di mesi ma poi la situazione deve cambiare. Spero che si facciano le elezioni prima o poi in questo paese per tornare a fare il politico».

In attesa delle urne che potrebbero voler dire uno stipendio riconquistato, può un disoccupato, seppure di lusso, permettersi di mantenere un vecchio ma veloce Boston Whaler di 7,5 metri ormeggiato a Rovigno, in Croazia? Un dubbio che tortura anche chi un lavoro ce l’ha ma è preoccupato dalle troppe tasse. Come Riccardo Illy, imprenditore del caffè e anche lui ex presidente di Regione, il Friuli-Venezia Giulia. Illy ha recentemente confessato l’intenzione di dare via il suo tredici metri, ad acquistare il quale però nessuno sembra al momento interessato. L’ex governatore ha affidato la pratica a un’agenzia nautica della per lui vicina Slovenia, anche se ha smentito di avere portato via dall’Italia l’imbarcazione scegliendo uno dei più economici porti dall’altra parte dell’Adriatico, come Pirano o Portorose in Slovenia o Umago, Pola e Dubrovnik in Croazia.

Ma la barca più famosa della politica italiana è certamente l’Ikarus di Massimo D’Alema. Un Baltic di 18 metri con quattro cabine e tre bagni acquistato assieme al cugino e varato nel 2002 da un cantiere navale di Fiumicino, con la quale l’ex presidente del consiglio si tolse perfino lo sfizio di vincere nel 2009 una regata da Civitavecchia a Lipari e ritorno, il più importante successo di Baffino politica compresa. Qualche mese fa l’annuncio di D’Alema: vendo la barca. In questo caso non fu tanto la crisi galeotta, quanto la nuova passione di D’Alema per il vino, che lo ha condotto a intestare ai suoi figli Giulia e Francesco, di 25 e 21 anni, un’azienda agricola a Otricoli, in Umbria, nella quale conta di produrre nel giro di qualche annata vini di grande pregio. Da qui il diktat della moglie Linda: o la barca o la vite.





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La pummarola diventa made in Japan

La Stampa

L’azienda leader italiana passa a Mitsubishi. Sos di Coldiretti: «Una task force per evitare che l'agroalimentare diventi
terreno di conquista»



MAURIZIO TROPEANO
Torino




In principio ci furono la pasta e l’olio. Poi latte e spumante. Adesso tocca alla pummarò. Nei prossimi giorni la maggioranza della società (Ar Alimentari) che produce i pomodori pelati passa nelle mani della società anglo-nipponica Princes controllata dal gigante Mitsubishi. Una multinazionale già in società con Antonino Russo, il padre dell’azienda prima produttrice italiana dei pelati.

«Purtroppo finisce sotto il controllo straniero uno dei simboli a tavola del made in Italy. Il terzo colpo in meno di un anno. E’ arrivata l’ora che la politica intervenga non per metterci una pezza ma per prevenire questo assalto», attacca Sergio Marini, presidente nazionale di Coldiretti. E spiega: «Serve una task force, una struttura di pronto intervento che, nei limiti delle leggi di mercato, cerchi di fermare la trasformazione del nostro settore agroalimentare in terreno di conquista».

La ditta di Antonino Russo fa pelati dall’inizio degli Anni Sessanta dell’altro secolo. Da allora la ditta individuale è cresciuta (il primo accordo con la Princes è del 2001) con tre stabilimenti (due a Napoli e uno a Foggia) e uno scatolificio nel salernitano, fino a diventare leader della produzione in Italia ma con un mercato orientato soprattutto verso l’estero. Il 30% del giro d’affari è l’Inghilterra, il 20% per la Germania, il 10% per l’Africa, l’8% per la Francia. Quote minori di export viaggiano verso la Grecia, gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, l’Austria e il Sud America. Solo il 20% delle vendite sono realizzate in Italia.

Numeri che secondo Marini, dimostrano «l’appetibilità economica di questa grande realtà produttiva italiana», la grande «attenzione delle multinazionali» per società di questo tipo e l’assenza di «una strategia di contenimento di questa espansione». Del resto è difficile scordare le polemiche nate intorno alla cessione di Parmalat ai francesi di Lactalis. Allora il tentativo di creare una cordata italiana fallì di un soffio. Nessun soccorso tricolore, invece, nel caso della cessione della maggioranza della Gancia (Asti spumante) al magnate russo Rustam Tariko.

La preoccupazione di Coldiretti è che l’acquisizione dei marchi agroalimentari italiani da parte delle multinazionali possa diventare un fatto strutturale, «perché sul mercato globale il made in Italy va forte, come provano anche le contraffazioni dei nostri prodotti». Insomma «chi governa dovrebbe interrogarsi sulla necessità di mantenere italiana la governance di queste imprese». E dovrebbe farlo soprattutto in un momento di crisi come questo: «Per la crescita economica del paese, infatti, non bastano solo le liberalizzazioni ma anche pianificare quali settori possono garantire la crescita. L’industria agroalimentare è uno di questi e si porta dietro la possibilità di creare l’occupazione non solo nel campo della t r a s f o r m a z i o n e ma anche in agricoltura».

Il timore di Marini è legato a un ragionamento generale che esula dal caso specifico: «Prima o poi queste aziende che stanno sul mercato hanno interesse a delocalizzare l’approvvigionamento delle materie prime, poi quello degli stabilimenti di produzione ma continuano ad utilizzare il marchio made in Italy, quello che segna la differenza». Tocca al governo fare le mosse giuste perché «i produttori possono solo accelerare il processo di costruzione di una filiera agricola tutta italiana, che attraverso gli agricoltori può garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi».




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Tutto come previsto La Primavera araba dà l'Egitto agli imam

di -

I risultati ufficiali arrivano a quattro giorni dall'anniversario della rivoluzione del 25 gennaio. E i numeri non riservano sorprese


In Egitto, i risultati ufficiali della prima parte del lungo processo elettorale iniziato a novembre sono arrivati a soli quattro giorni dall'anniversario della rivoluzione del 25 gennaio.





I numeri rivelati dalla commissione elettorale nazionale raccontano senza sorprese il robusto successo non soltanto dei Fratelli musulmani. I partiti islamisti hanno conquistato il 70% dei seggi della Camera bassa, spingendo la primavera araba dei giovani e dei movimenti laici e liberali di piazza Tahrir in un ristretto angolo del Parlamento e confermando una tendenza già iniziata in Tunisia, dove alle urne ha vinto il partito islamico moderato Ennahda.

I Fratelli musulmani, da sempre l'opposizione più organizzata, hanno ottenuto il 47,18% dei voi, conquistando 235 dei 498 seggi dell'Assemblea popolare. Il nuovo presidente dell'Assemblea, Mohammed Saad Al Katatny, si è dimesso ieri da segretario del partito Giustizia e Libertà, espressione politica dei Fratelli musulmani, per assumere la nuova carica. La vera sorpresa, però, è stato il risultato di Al Nour, partito dei salafiti, musulmani ultraconservatori: A loro vanno 121 seggi.

Il primo dei partiti laici e liberali ad arrivare dietro ai movimenti religiosi non è neppure un movimento originato dalla rivoluzione, ma è uno dei gruppi più antichi della politica egiziana: lo storico Wafd - che nei decenni di dominio del Partito nazional democratico di Hosni Mubarak era diventato un guscio vuoto - ha ottenuto il 9%. Il Blocco egiziano, una coalizione di partiti rivoluzionari, ha preso soltanto il 7%. Il resto delle forze rivoluzionarie, che a gennaio 2011 hanno riempito piazza Tahrir fino alla caduta del rais Hosni Mubarak, resta quasi senza voce.

La rivoluzione della piazza, la primavera araba, non ha saputo tradursi in vittoria elettorale e ha aperto la porta al successo dei gruppi islamisti, più organizzati e con un'esperienza politica e sociale più robusta. A preoccupare gli osservatori occidentali ma anche gli egiziani più laici, il fatto che a febbraio, al termine delle elezioni della Camera Alta, sarà un Parlamento a maggioranza islamica a eleggere un consiglio di 100 membri che si occuperà di scrivere le nuova Costituzione.

Le capitali internazionali si stanno già adattando al nuovo ordine. In una prima assoluta per la regione, pochi giorni fa Ann Peterson, ambasciatore americano in Egitto, ha incontrato Mohammed Badie, Guida suprema dei Fratelli musulmani. Venerdì, in televisione, Badie ha chiamato all'unità nazionale, chiedendo a tutti gli egiziani di partecipare alle celebrazioni che i militari stanno organizzando per il 25 gennaio. Le forze giovanili rivoluzionarie, però, si oppongono alla parata militare. Per 56 movimenti e gruppi politici, mercoledì l'appuntamento sarà ancora una volta a piazza Tahrir, per portare avanti quella che considerano una rivoluzione incompiuta.




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Ecco il video della Concordia Dimostra che la manovra è stata un vero salvataggio

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Nelle immagini il naufragio minuto per minuto. Dopo l’urto contro lo scoglio una virata porta la nave a riva, lontano dai fondali profondi


Il disastro di nave Concordia si poteva solo immaginare, ma vederlo, come in un drammatico filmato, grazie all’Ais, il sistema di identificazione satellitare, fa venire i brividi e racconta una verità un po’ diversa da quella spacciata fino a oggi.



La rotta della Concordia

La nave rischiava di inabissarsi su un fondale di 107 metri a 660 metri dalla costa. Il disastro ecologico era quasi assicurato e nessuno può sapere quante delle quattromila persone scese a terra la notte del 13 gennaio sarebbero sopravvissute. A bordo, probabilmente su richiesta della Costa, il comandante Francesco Schettino ha deciso la manovra pazzesca. La nave ha fatto una giravolta di almeno 180 gradi ed è andata ad arenarsi a Punta Gabbianara, ben più a nord rispetto al fatale scoglio delle Scole.


Si può vedere tutto sul sito del Giornale, attraverso il tracciato satellitare raccolto in un filmato di quasi 4 minuti che con sagome, rotte e carta nautica mostra l’agonia di Costa Concordia. Un documento eccezionale reperibile sui siti internazionali che monitorano i movimenti delle navi. All’inizio il tracciato Ais mostra un triangolino verde, che simboleggia la nave passeggeri, in avvicinamento all’isola del Giglio a una velocità sostenuta di 15,4 nodi. In alto a destra una finestra indica l’ora di Greenwich, le 20.25 del 13 gennaio, le 21.25 in Italia. Il comandante Schettino vuole fare il famigerato «inchino» passando davanti al porto del Giglio. «Una pratica consolidata e spesso tollerata dalle compagnie, ma pure dalle capitanerie, che solo ultimamente hanno cominciato ad agitarsi - spiega una fonte del Giornale con una lunga esperienza sulle navi Costa -. Sul giornalino di bordo distribuito ai passeggeri si indica l’ora e i luoghi della navigazione turistica, ovvero vicino alla costa».


Schettino però è troppo vicino agli scogli e solo alle 21.44, un minuto prima dell’impatto sembra rendersi conto del tragico errore. La sagoma della nave vira di scatto a dritta. Un puntino marrone, il fatidico scoglio delle Scole, si vede benissimo. La nave sembra riuscire a passare per un soffio, ma alle 21.45 lo urta sulla fiancata sinistra verso poppa. Poi sembra andare alla deriva verso nord diminuendo subito la velocità. «A questo punto il capitano deve aver lanciato l’allarme Delta X-Ray per la squadra, con il secondo in comando, da far scendere in sala macchine a rendersi conto della situazione» spiega la fonte del Giornale. Schettino deve essere stato subito informato della gravità della falla e si è attaccato al telefono, come da procedura, per chiamare a terra il coordinatore di crisi della flotta (Fcc), Roberto Ferrarini.


Nel frattempo il tracciato satellitare mostra che la nave passa davanti al porto del Giglio e dopo circa un miglio viaggia a 3,4 nodi, ma dirige pericolosamente verso il largo. Alle 22.05 ha concluso il lungo abbrivo. Avanza a 0,8 nodi e si trova 600 metri dall’isola su un fondale di 107 metri. Schettino avrebbe potuto ordinare l’abbandono nave in quel momento, ma la nave si sarebbe inabissata. Per chi non riusciva a evacuare velocemente sulle lance non ci sarebbe stata speranza. E piombando sul fondo lo scafo poteva spezzarsi, provocando un disastro ecologico. «Per le emergenze più delicate gli stessi messaggi da impartire a bordo vengono approvati dall’ufficio crisi a terra», spiega il veterano del mare contattato dal Giornale. Solo il «Voyage record data», ovvero la scatola nera, che in realtà è di colore arancione, potrà dire cosa è accaduto veramente. Ci sono anche delle telecamere di sicurezza e dei microfoni direzionali che captano le voci, anche se non si utilizzano gli strumenti di bordo. Schettino per non farsi «registrare» avrebbe dovuto parlare con il cellulare uscendo dalla plancia.


Alle 22.05, venti minuti dopo l’impatto, la nave ha percorso un miglio (circa due chilometri) verso nord ed è quasi ferma al largo. A questo punto la sagoma gialla di Costa Concordia, registrata dal satellite, comincia a muoversi con una manovra incredibile. Probabilmente grazie a particolari eliche laterali l’enorme hotel galleggiante, che imbarca acqua, ruota su se stesso. Gira di almeno 180 gradi e torna indietro verso il Giglio.


Sul tracciato satellitare si vede la linea nera della rotta che fa una specie di cappio sul mare a soli 1,2 nodi di velocità.


Secondo il capitano Giovanni Luca Barbera, interpellato dall’Ansa, nave «Concordia puntava al largo - spiega il capitano -. Il comandante ha effettuato la migliore manovra di salvataggio per evitare l’affondamento della nave e salvare così molte vite umane». Sul filmato del tracciato Ais, la nave procede di lato, in direzione di Punta Gabbianara, praticamente parallela all’isola, con la prua rivolta a sud est. Ci vuole quasi un’ora dopo l’inizio dell'ardita manovra per arenare la nave. Alle 22.56 un ingrandimento mostra i drammatici momenti in cui il gioiello della Costa crociere si incaglia definitivamente ad un passo da terra, dove si trova ancora oggi. Due minuti dopo viene dichiarato l’abbandono nave.


www.faustobiloslavo.eu




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Sposa una donna molto più giovane e le dona tutto; lei lo tradisce e scappa: revocabili le donazioni

La Stampa

Gli elementi sintomatici dell’ingratitudine, quale causa giustificatrice della revocazione della donazione, possono essere individuati nella relazione adulterina della beneficiaria, così come nella mancanza di qualsiasi solidarietà e riconoscenza, da parte sua, nei confronti del donante, tale da manifestare un malanimo che si traduce in ingiuria grave. E’ il principio espresso dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22936/11.

Il caso

L’amore non ha età, dicono. Verrebbe da aggiungere, però, che spesso quando nella coppia c’è un’eccessiva differenza di età, oltre all’amore c’è di più... Sicuramente è il caso della vicenda in esame, nella quale un uomo maturo sposa una donna molto più giovane, condivide con lei gran parte dei suoi averi e si ritrova solo, abbandonato e impoverito. L’uomo non si rassegna e ottiene, parzialmente, giustizia dalla Corte d’appello che, riformando la decisione di primo grado, ravvisa nella condotta della ex moglie gli estremi dell’ingratitudine, su cui fondare la revoca di una parte delle donazioni. Cosa abbia spinto la donna a sposare un uomo di 40 anni più vecchio è indagine speculativa che non può trovare risposta nelle carte processuali. Certo, la prospettiva di diventare l’intestataria di un appartamento e di titoli di Stato per un valore di circa 730 milioni di lire può essere stato un considerevole incentivo.

Oltre all’amore, si intende. Anche se, a guardare com’è finita la storia, l’amore, se c’era, era tutto rivolto altrove, a un terzo incomodo: la donna, infatti, ha mantenuto una relazione extraconiugale con un altro uomo, dal quale in seguito ha anche avuto un figlio. E alla fine, quando il marito è diventato troppo vecchio e malato, lo ha abbandonato definitivamente, privilegiando l’amante. La relazione adulterina costituisce elemento di ingratitudine che giustifica la revocazione della donazione. E proprio la relazione adulterina della donna, secondo la Corte d’appello, costituisce elemento sintomatico della ingratitudine, su cui fondare la revoca delle donazioni. O per lo meno, di quella relativa all’appartamento. Per i 730 milioni, invece, niente da fare: non sono stati revocati perché il trasferimento «poteva rappresentare, più che una donazione, una particolare forma di gestione delle comuni risorse».

Non ha mai dimostrato solidarietà e riconoscenza per la condizione economica acquisita: sono altri elementi da cui può desumersi l’ingratitudine. Dalla posizione economica acquisita dalla donna, anche a seguito dell’intestazione dei citati titoli di Stato, e dal suo complessivo comportamento, caratterizzato da una mancanza di solidarietà e riconoscenza, la Corte territoriale ha ravvisato quel «malanimo», che può assurgere ad ingiuria grave, rilevante ai fini della revocazione della donazione dell’appartamento. La Cassazione non può che confermare le decisioni dei giudici di merito: viene, così confermata la revoca dell’atto di liberalità compiuto troppo generosamente. Persa la moglie e un’ingente somma di denaro, insomma, l’anziano marito riottiene almeno l’appartamento.




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Grana e salami tarocchi rubano incassi al made in Italy

Il Giorno

Lotta alla contraffazione alimentare


I falsi prodotti generano una perdite del 40% del fatturato delle aziende nostrane. E' il fenomeno dell'"italian sounding". Nel mirino il salame Milano e il grana. Il finto formaggio sottrae ogni anno a quello vero 600 milioni di euro




Milano, 22 gennaio 2012



Ci sono il salame Milano fatto in Brasile e il provolone Made in Usa mentre il gorgonzola si trasforma in cambozola nel Nord America. È pesante l’assedio dei «tarocchi» ai veri prodotti lombardi messo in luce dalla Coldiretti con una vera e propria esposizione nel corso della presentazione dei risultati della contraffazione elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta.


Si moltiplicano i “furbetti della scaglia” che usano nomi italiani per prodotti fatti all’estero o con materia prima straniera, falsando la concorrenza sia sul fronte dell’immagine che su quello dei costi. È il fenomeno dell’italian sounding, ovvero prodotti spacciati per italiani attraverso confezioni sulle quali sono stampate lo stivale o la bandiera tricolore e le nostre denominazioni.

«Nella famiglia degli insaccati, il salame Milano è il più copiato all’estero – sottolinea Francesco Pizzagalli, amministratore della Fumagalli, industria alimentare che produce il famoso salame Milano e che ha sede a Tavernerio, nel Comasco.

Questo significa che i produttori stranieri rubano il 40% del fatturato annuo agli italiani. Potremmo insomma esportare un 40 per cento in più dando non solo un prodotto controllato e certificato ai consumatori stranieri ma anche più opportunità di manodopera alle industrie italiane». Il falso non conosce confini all’estero. Sui banchi dei supermercati stranieri il cambozola è venduto al posto del vero gorgonzola, il quartirolo lombardo prodotto in Brasile e il cueso provolone confezionato negli Usa spopolano in Canada e negli Stati Uniti.


La parte del leone sono però il Grana - Gran formaggio — confezionato in Brasile e soprattutto i “similgrana” (con nomi e forme che ricordano il vero grana padano o il vero parmigiano) venduti anche in Italia che però nascono in Stati dove si pagano gli operai un decimo rispetto al nostro Paese e dove la materia prima costa la metà. I similgrana – spiega la Coldiretti - sottraggono quasi 600 milioni, il 24 per cento, ai due miliardi e mezzo di euro del valore del mercato del vero Grana Padano.


Il Grana Padano Dop raccoglie quasi la metà delle 4 milioni e mezzo di tonnellate di latte munte in Lombardia. Il vero Grana nasce dalla materia prima fornita da 5.800 stalle italiane e viene distribuito in 4 mila punti vendita, con investimenti di 7 milioni di euro. Nel frattempo i similgrana prodotti in Polonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Ucraina e Ungheria continuano a sfruttare l’assonanza con il nome originale.



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