giovedì 19 gennaio 2012

I consiglieri regionali più ricchi d'Italia sono i sardi

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Secondo una tabella pubblicata dal giornale altoatesino Tageszeitung, i consiglieri regionali più ricchi sono quelli sardi con 11.417 euro. Seguono i calabresi, i campani e i siciliani. Ma il governatore Cappellacci: "Ho rinunciato da tempo alla mia indennità"


I consiglieri regionali più ricchi d'Italia? Si trovano in Sardegna e guadagnano un'indennità mensile di 11.417 euro. A svelarlo è il giornale in lingua tedesca di Bolzano Tageszeitung, che ha stilato una tabella che annovera stipendi base e diarie.


Ugo Cappellacci
Ugo Cappellacci


In seconda posizione ci sono i consiglieri regionali calabresi (con 11mila e 316 euro), seguono i campani (11mila e 126 euro) e i siciliani (con 10mila e 946 euro). In coda alla classifica ci sono le Marche, l’Umbria e la Toscana, fanalino di coda con 5mila e 288 euro al mese.


Lo stesso quotidianao altoatesino ha tenuto a precisare che il governatore altoatesino Luis Durnwalder, il cui stipendio nella scorsa settimana è finito sulla stampa nazionale, guadagna meno di otto suoi omologhi italiani.


"Mi accusano - aveva detto Durnwalder pochi giorni fa - di guadagnare più della cancelliera tedesca Merkel o del presidente Usa Obama, ma il mio stipendio è nella media degli stipendi degli altri governatori italiani". Con 11.800 euro netti al mese Durnwalder è infatti in nona posizione, poco prima del governatore lombardo Roberto Formigoni con 11.739 euro.


Secondo il giornale, guadagnano di più Ugo Capellacci (Sardegna) 14.664 euro, Nichi Vendola (Puglia) 14.595, Raffaele Lombardo (Sicilia) 14.329, Giuseppe Scopelliti (Calabria) 13.353, Luca Zaia (Veneto) 12.615, Renata Polverini (Lazio) 12.548, Stefano Caldoro (Campania) 12.388 e Angelo Michelo Ioro (Molise) 12.038 euro netti al mese.


La tabella però ha suscitato la reazione del governatore della Sardegna che, tramite il suo portavoce Alessandro Serra, ha fatto sapere: "In seguito a quanto riportato da un quotidiano altoatesino Tageszeitung, si precisa che il presidente Cappellacci ha già da tempo rinunciato all’indennità di presidente della Giunta per dare un segnale personale, concreto e diretto sul tema dei costi della politica". Ha precisato in una nota . "Non può pertanto essere indicato al secondo posto della classifica dei compensi percepiti dai governatori. Il presidente Cappelalcci, oltre ad avere dato via a un piano di riduzione delle auto di servizio, ha personalmente rinunciato all’uso della auto blu".




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Un «sasso hi-tech» spiava i russi E Londra ammette: «Era nostro»

Corriere della sera

Una finta pietra con all'interno apparati elettronici. Scoperta dai servizi segreti di Mosca era stata collocata dall'MI6



La pietra-spia (Afp)La pietra-spia (Afp)

WASHINGTON - Finalmente i britannici lo hanno ammesso. Una misteriosa pietra - falsa e contenente un apparato elettronico - era un sistema usato dalle sue spie in Russia. La storia risale al 2006 quando servizi segreti russi diffondono le immagini di un cittadino britannico che passa più volte vicino alla pietra in un parco moscovita. In un’altro video si vede un uomo che prende a calci la pietra, quindi un secondo che la raccoglie e la porta via. Un terzo filmato svela l’intrigo. La pietra cela un apparato in grado di ricevere dati trasmessi da un palmare.

Un agente britannico , filmato dai servizi russi, preleva la pietra per scaricarne i dati (Afp)Un agente britannico , filmato dai servizi russi, preleva la pietra per scaricarne i dati (Afp)

IL METODO - Gli informatori degli inglesi si avvicinavano, "lanciavano" elettronicamente i loro messaggi e se ne andavano. Poi gli 007 di Sua Maestà, in un secondo momento, recuperavano i dati. Una versione moderna della "dead letter drop", il luogo dove le spie lasciavano un messaggio scritto, un piccolo oggetto o altro. Quando Mosca ha rivelato di aver smascherato il trucco, Londra ha reagito sostenendo che era solo "fantasie" dei russi. Adesso un collaboratore dell’allora premier Tony Blair ha riconosciuto che era tutto vero. "Un episodio imbarazzante per noi", ha aggiunto.


La pietra ai raggi X (Afp)La pietra ai raggi X (Afp)

ANCHE IN ALTRI PAESI - Gli inglesi non sono certo gli unici ad usare le pietre spia. Recenti casi hanno mostrato come le unità speciali della Marina americane le abbiano impiegate sulla costa somala. Ancora più sofisticate quelle israeliane. Il Mossad ne ha nascoste moltissime nel Libano sud per controllare i movimenti dell’Hezbollah. Le pietre nascondono videocamere e sensori. Alcune sono anche dotate di un sistema di autodistruzione.


 

Guido Olimpio
twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
19 gennaio 2012 | 14:40



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I burocrati? Dei tiranni Favori e aiuti per tenere i privilegi

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Malinconico legale di Patroni Griffi sulla casa Entrambi ex del Consiglio di Stato, lo stesso organo che ha avallato il «rischio sismico»


La tecnica del ministro Filippo Patroni Griffi per conquistare la casa a prezzi stracciati è tipica del «partito romano » cui appartiene. Il partito romano è quello dei «gabinettisti », ossia i grand commis che sono nei ministeri come capigabinetto, capi uffici legislativi (Filippo lo è stato per lustri), ecc.



Filippo Patroni Griffi



Escono dagli stessi sinedri, Avvocatura e Consiglio di Stato, magistrature contabili e ordinarie, e sono distaccati al governo, a Palazzo Chigi, al Quirinale. Una compagnia di giro più che mai in auge oggi che Monti ne ha tratto alcuni dei suoi ministri e sottosegretari.


In tutto, alcune centinaia di personaggi con un background in comune: i concorsi vinti insieme, l’eccellenza tecnica,la condivisione di privilegi, la volontà reciproca di conservarli, dandosi mutuo soccorso. Tengono un piede nell’amministrazione, uno nella politica, le mani in pasta e le dita sui bottoni della nota stanza. In sella da decenni, si scambiano poltrone e prebende, sono la quintessenza dello Stato e il panorama permanente del Palazzo. L’opposto dei politici, altalenanti nelle fortune, precari nel potere, in balia dei capricci elettorali. In una parola, il partito romano è l’unico vero clan della Repubblica.


Un politico per accaparrarsi vantaggi proibiti deve nascondersi, trescare, violare la legge. Il partito romano, al contrario, ottiene ciò che vuole alla luce del sole. Egli «è» la Legge, incarna lo Stato, distribuisce ragione e torti,ha l’ultima parola. Se gli adepti puntano a qualcosa di precluso ai comuni mortali, rifuggono dalle scorciatoie illegali dei politici, ma imboccano ostentatamente la via maestra della più assoluta legalità: il ricorso al giudice, l’istanza all’autorità, le procedure trasparenti e formali. È infatti lungo questo itinerario che troveranno i loro pari grado, colleghi e amici in toga e in tocco, che sapranno piegare sapientemente le regole consentendogli di raggiungere l’obiettivo con i crismi, bolli e ceralacche delle persone virtuose. Il partito romano ha questo supremo privilegio e invidiabile paravento: poter usare la legalità per ottenere vantaggi immorali.


Inforcando questi occhiali, riesaminiamo la storia esemplare della casa al Monte Oppio pagata un ottavo del suo valore. I protagonisti sono due: Patroni Griffi, consigliere di Stato; il suo legale, Carlo Malinconico, ex avvocato dello Stato ed ex consigliere di Stato. L’Inps, proprietaria dello stabile, decide di venderlo come immobile di pregio, cioè a prezzo pieno. Gli inquilini, facendosi scudo del più ammanicato tra loro, Patroni Griffi,ricorrono per ottenere il declassamento dell’abitazione e pagarla una miseria. Il Tar dà ragione ai ricorrenti in base a una provvidenziale perizia del ministero delle Infrastrutture che, classificando come sismica l’area dove sorge la casa, la deprezza al punto desiderato da Patroni Griffi e del patrocinatore, Malinconico. Una barzelletta: la strapresunta sismicità di un palazzo, anziché portare alla dichiarazione della sua inagibilità e uscita dal mercato, ne facilita l’acquisto a prezzi di saldo da parte di un gruppo di navigati borghesi benestanti. È teatro alla Ionesco.


L’Inps dunque,sentendosi buggerata, ricorre al Consiglio di Stato. Lo fa da sola, perché l’Avvocatura di Stato che dovrebbe darle una mano nella tutela dei suoi interessi non si muove. Noteremo per inciso che il legale degli inquilini, Malinconico, è un ex avvocato dello Stato e ci permettiamo perciò di immaginare che gli ex colleghi si siano detti: «Ma perché dobbiamo rompere le scatole al nostro Carletto? » e si siano appisolati con le mani in grembo. Giunta la pratica in Consiglio di Stato, tra polpe ed ermellini, tanto Patroni Griffi che Malinconico sono finalmente casa. Lì siedono gli amici di una vita, i colleghi dalle radici comuni con i quali siedono a banchetto da lustri. Risultato: il giudizio del Tar è confermato e diventa definitivo lo sconto dei sette ottavi per la casa stregata che, unica in tutta Roma, è soggetta a eventi tellurici. A firmare la sentenza del trionfo finale, Roberto Chieppa, rampante consigliere, allora (2005) neanche quarantenne. Unmese fa, il governo ha nominato Chieppa segretario generale dell’Antitrust, che è così entrato al galoppo nel giro del partito romano.


C’è una coda. Allarmata dalla svendita cui l’Inps era stata costretta, il sottosegretario all’Economia del Pdl, Maria Teresa Armosino, bloccò la liquidazione dell’immobile con legge 248/2005. Alcuni mesi dopo, la Consulta, tradizionalmente lumaca, dichiarò illegittimo il blocco consegnando definitivamente la bicocca terremotata al combattivo Patroni Griffi. Per inciso, il padre di Roberto Chieppa, l’estensore della sentenza,è presidente emerito della Consulta che guidò dal 2002 al 2004. Nessun sottinteso. Solo per dire che il partito romano, affratella le generazioni, unendo contemporanei, avi e posteri nel meraviglioso gioco di farsi i fatti loro alla faccia nostra.



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Indagini anche sulla Costa Il giallo della moldava in plancia

Corriere della sera

La compagnia di navigazione avvisata un'ora prima dell'«abbandonate la nave»: esitò per evitare i rimborsi?


GROSSETO — I misteri che segnano le fasi del naufragio della nave Concordia coinvolgono direttamente i vertici della Costa. Perché l’azienda fu avvisata ben 68 minuti prima della dichiarazione di evacuazione che c’era un problema a bordo, ma non risulta che il comandante Francesco Schettino sia stato sollecitato a dichiarare immediatamente lo stato di emergenza. Ci fu soltanto una sottovalutazione del problema causata dalle omissioni dello stesso Schettino a rivelare la gravità di quanto stava effettivamente accadendo? Oppure i responsabili della compagnia pensavano di poter evitare gravi conseguenze economiche e in questo modo si sono resi complici del comandante nel causare il disastro? Su questi interrogativi si concentrano le verifiche disposte dalla Procura di Grosseto, tenendo conto di un dettaglio emerso nelle ultime ore: ai crocieristi che hanno subito un trauma durante il viaggio, per esempio lo sbarco notturno su un’isola a bordo di scialuppe, la procedura marittima assegna un risarcimento di 10.000 euro a testa. Tenendo conto che a bordo c’erano circa 3.000 persone, vuol dire che l’indennizzo complessivo avrebbe potuto sfiorare i 30 milioni di euro.


La donna al fianco di Schettino

Sono numerose le circostanze che appaiono tuttora inspiegabili. L’ultima riguarda la presenza in plancia di una ragazza moldava di 25 anni che non risulta inserita in alcuna lista. Era ospite del comandante? E perché non era stata registrata? Lavorava senza contratto? Di lei hanno parlato alcuni testimoni sostenendo che si chiama Domnica e il procuratore Francesco Verusio ha chiesto ai carabinieri di rintracciarla visto che compare anche in una fotografia scattata poco dopo la partenza da Civitavecchia. Bisogna verificare perché fosse a bordo e dove si trovasse al momento dell’impatto, visto che secondo alcuni si era sistemata nel salottino attiguo alla sala comandi. Ha visto o sentito dettagli utili a ricostruire quanto è accaduto? Possibile che sia rimasta lì anche nelle fasi concitate che sono seguite all’impatto con lo scoglio?

Che la situazione fosse grave, Schettino lo aveva certamente intuito. Però le decisioni che prende in seguito appaiono inspiegabili e si rafforza il sospetto che non fossero completamente autonome ma concordate con la compagnia. E che anche adesso, nonostante le prese di distanza del presidente e amministratore delegato Pier Luigi Foschi, ci si muova di pari passo, prova ne sia che non risulta cambiata la decisione di «garantire assistenza legale a Schettino» come lo stesso Foschi ha confermato tre giorni fa quando ha denunciato «l’errore umano commesso dal comandante». Del resto venerdì sera c’erano le condizioni per riparare a quello sbaglio, ma i responsabili di Costa non diedero alcuna disposizione immediata di evacuazione che avrebbe consentito di salvare tutti i passeggeri visto che per quasi un’ora la nave è rimasta «in asse» e l’impiego delle imbarcazioni di salvataggio avrebbe scongiurato ogni rischio.


Invece si sono persi 68 minuti preziosi: esattamente il tempo trascorso dall’allarme dato alle 21.50 dall’ex comandante Mario Palombo proprio a uno dei manager della Costa alle 22.58 quando i sette fischi di emergenza decretano l’abbandono della nave. Finora è stato accertato che Schettino parla per tre volte al telefono con il responsabile dell’unità di crisi della compagnia Roberto Ferrarini. Ma gli elementi raccolti accreditano adesso l’ipotesi che le consultazioni di quei momenti abbiano coinvolto anche altre persone della compagnia. E soprattutto che ci siano stati contatti con altre persone che erano a bordo della Concordia. Non a caso i controlli delegati a carabinieri e Guardia di Finanza riguardano pure la divisione dei compiti assegnati a ufficiali e sottufficiali perché al momento risulta che alcuni possano aver svolto mansioni non adeguate al proprio ruolo. L’obiettivo è evidente: ricostruire la catena di comando e così scoprire quali «consigli» furono dati a Schettino, ma anche a chi ne aveva preso il posto dopo che lui aveva abbandonato la nave, dai responsabili di Costa. Soltanto quando il quadro delle verifiche sarà completato si chiederà conto a Ferrarini e agli altri responsabili della sicurezza di una serie di eventi che alla fine si sono rivelati scellerati e che — ormai questa appare la convinzione degli inquirenti— non possono essere addebitati soltanto al comandante di bordo.
Fiorenza Sarzanini19 gennaio 2012 | 11:22

Palermo, «capitale» senza speranza Ora impugna i forconi

Corriere della sera

La caccia ai politici e la cronaca di un fallimento


La protesta del «Movimento dei forconi»
PALERMO — Palermo è fallita. E non per i debiti. Per la mancanza di prospettive, di speranze. Restano rabbia e dolore, cui un capopopolo scaltro e disperato ha dato un simbolo: i forconi.

Prendiamo il sindaco, Diego Cammarata, che si è dimesso lunedì scorso. Ha governato per dieci anni la quinta città italiana, la capitale di un’isola-nazione conosciuta nel mondo intero, e nessuno se n’è accorto. Sui quotidiani nazionali finì solo quando Striscia intervistò il dipendente pagato dal Comune per tenergli la barca.

Una città un Paese - Palermo, «capitale» senza speranza



«Il peggior sindaco di tutti i tempi» ha sentenziato il presidente della Regione, Lombardo. Ma no, Cammarata non è stato neppure il peggiore. Semplicemente, non è stato. Fu eletto in quanto famiglio di Micciché, famiglio di Dell’Utri, famiglio di Berlusconi. «Nuddu ammiscatu cu’ nenti» lo definisce un ambulante al mercato del Capo: il Nulla. Poi ride spalancando la bocca sdentata.

La prima azienda è la Regione: 28 mila dipendenti, precari compresi. La seconda è il Comune: 19 mila. Un apparato produttivo da Nord Africa, costi burocratici da Nord Europa. La Palermo del 2012 ha angoli di bellezza struggente e altri da Terzo Mondo. Impossibile restituire con le parole l’incanto dei mosaici della Cappella Palatina appena restaurati; poi esci, entri nei vicoli, e a duecento metri dalla sede del Parlamento più antico e più pagato al mondo ti inoltri tra le macerie dei bombardamenti del ‘43, entri in una stalla con abbeveratoio, biada e tutto, cammini su selciati da asfaltare, avanzi a zigzag per evitare l’immondizia. Oggi la città è strozzata da una nuova emergenza: la jacquerie, la rivolta spontanea, senza partiti né sindacati, che ha preso il nome immaginifico di «Movimento dei forconi» e firma comunicati come questo, scritto tutto maiuscolo:

«È INIZIATA LA RIVOLUZIONE IN SICILIA! STANOTTE TUTTI I TIR AI PRESIDI! GRIDIAMO FORTE L’INDIGNAZIONE CONTRO UNA CLASSE POLITICA DI NEPOTISTI E LADRONI! ».

Sono camionisti, contadini, pescatori. Bloccano i rifornimenti alla città: vuoti e quindi chiusi i distributori di benzina, nei supermercati cominciano a mancare frutta e verdura. Ce l’hanno con tutti, da Lombardo a Sarkozy, da Cammarata alla Merkel, con Roma e con Bruxelles. I camionisti, molti con il ritratto di Padre Pio sul cruscotto, chiedono aiuti per il gasolio. I contadini vogliono più controlli sui prodotti stranieri e più sussidi per i propri: «Vendiamo il grano a 23 centesimi il chilo, paghiamo il pane a 3 euro e 50». I pescatori hanno occupato l’ingresso del porto per denunciare che le norme europee impediscono il lavoro, il pescespada è specie protetta, il novellame neanche a parlarne, «intanto i giapponesi che avrebbero due oceani a disposizione vengono qui a pescarci sotto gli occhi il tonno migliore». Il capopopolo che si è inventato il logo si chiama Martino Morsello, ha 57 anni, gira con un forcone di legno in pugno e firma mail come questa:

«IL SISTEMA ISTITUZIONALE È AL COLLASSO! I POLITICI RUBANO A DOPPIE MANI, E LO STESSO FANNO I BUROCRATI. LA RIVOLTA DEI SICILIANI È NECESSARIA E URGENTE. A MORTE QUESTA CLASSE POLITICA COME SI È FATTO CONTRO I FRANCESI CON IL VESPRO!».

Anche se su Facebook lancia proclami sanguinosi, nella realtà Morsello è un ex assessore socialista di Marsala, fondatore di un allevamento di orate finito male. Vive in camper con la moglie. Tre figli, tutti disoccupati. Esposti al prefetto e processi in corso contro le banche e la Serit, versione isolana di Equitalia. Una passione per la storia siciliana, in particolare per le rivolte che, sostiene, scoppiano quasi sempre tra gennaio e marzo: i Vespri appunto, ma anche i Fasci siciliani. «Nel 1893 qui vicino, a Caltavuturo, cinquecento contadini che avevano occupato le terre furono attaccati dai carabinieri. Tredici morti. Esplose una rivolta nazionale. E sa che giorno era? Il 20 gennaio! Oggi in Sicilia, domani in Italia!». Boato dei camionisti del presidio. I carabinieri li guardano con aria interrogativa. Sul camper c’è anche Rossella Accardo, vedova del capocantiere Antonio Maiorana, madre di Stefano, entrambi scomparsi, forse uccisi dalla mafia. L’altro figlio, Marco, è caduto dal settimo piano, non si sa come. Ecco l’ultimo proclama:

«NELLE PROSSIME ORE I MANIFESTANTI AGIRANNO CON MANIERE FORTI PER CHIEDERE AL GOVERNO REGIONALE I PROVVEDIMENTI ADEGUATI. IL 70% DEL COSTO DEL CARBURANTE È TASSA CHE ALIMENTA GLI STIPENDI DI POLITICI CORROTTI E MAFIOSI. LA RIVOLTA DIVENTERA’ NAZIONALE».

Ai blocchi sono partite le prime coltellate, un venditore ambulante di carciofi ha sfregiato un camionista. Più che i forconi, la Palermo borghese teme però gli ex carcerati della Gesip, la società che riunisce le cooperative sociali: duemila dipendenti, molti reduci dall’Ucciardone, che finora campavano di lavori socialmente utili. I soldi finiscono a marzo, loro minacciano di «mettere la città a ferro e a fuoco». L’espressione in questi giorni si spreca, ma loro hanno già mostrato di intenderla alla lettera, incendiando i cassonetti dei rifiuti che l’Amia fatica a smaltire: dopo i fasti delle consulenze d’oro e dei funzionari in vacanza a Dubai, la municipalizzata è inmano a tre commissari e sull’orlo del fallimento. L’Amat, l’azienda dei trasporti, attende 140 milioni dal Comune e da tempo non garantisce la revisione dei bus, come segnala la velenosa nuvola nera che si alza a ogni fermata come dalla coda di uno scorpione. La linea di pullman per l’aeroporto ha gasolio per una sola settimana. I tassisti non lavorano. Pure il museo di arte contemporanea, nuovo di zecca, è già a rischio chiusura.

A quanto ammontino i debiti del Comune non lo sa nessuno, neppure il sindaco dimissionario, che annuncia una ricognizione definitiva. Fino a qualche mese fa, una pezza la metteva il governo Berlusconi. A ogni Finanziaria qualche decina di milioni arrivava, magari per intercessione di Schifani che, come già i Borboni, ogni Natale distribuisce ai poveri il pane con la milza della focacceria San Francesco, marchio esportato in tutta Italia. Ora i soldi sono finiti, la manovra di agosto ha tagliato i contratti, migliaia di precari perderanno anche quei 500 euro al mese che non garantivano futuro, crescita, dignità, ma almeno sopravvivenza. E Morsello col forcone ha buon gioco a dettare alle agenzie:

«IL MOVIMENTO CHIAMA A RACCOLTA TUTTI I SICILIANI PER LIBERARE LA SICILIA DALLA SCHIAVITU’ DI QUESTA CLASSE POLITICA!».

Un’occasione ci sarebbe già a maggio: Palermo elegge il nuovo sindaco. Ma la confusione è massima. Per dire, l’emergente Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia, è dato ora come candidato di Pd e Lombardo, ora di Pdl e Udc. In realtà, il centrodestra punta sul rettore dell’università, Roberto Lagalla. Ci proverebbe volentieri pure Ciccio Musotto, ex presidente della Provincia incarcerato per mafia e assolto, figlio di un grande personaggio della Palermo borghese, la pittrice Rosanna, discendente di garibaldini («il Generale è per me persona di famiglia, ho ancora il suo portaocchiali, quando scendeva Craxi a Palermo dovevamo nascondergli i cimeli»).

Il Pd, che qui non tocca palla da quindici anni — «la sinistra siciliana è più debole che ai tempi del fascismo» ama dire Calogero Mannino —, si divide tra chi vorrebbe un candidato centrista, appoggiato da Lombardo e Terzo polo, e chi vorrebbe risolvere la questione con le primarie del prossimo 26 febbraio: Rita Borsellino contro il trentenne Davide Faraone, allievo di Matteo Renzi. Poi ci sarebbe Giuseppe Lumia, ex presidente dell’Antimafia. Ma di mafia a Palermo nessuno parla volentieri. Al più, ci si scherza. Come l’albergatrice che racconta: «I clienti stranieri mi chiedono sempre se nel quartiere c’è la mafia. All’inizio rispondevo di no, per tranquillizzarli. Loro però ci restavano malissimo, e uscivano delusi. Ora ho imparato a dire che sì, certo che c’è la mafia. Così escono con l’aria circospetta, strisciando lungo i muri, e si sentono davvero in un altrove».

Un altrove resta Palermo, di cui è giusto denunciare ogni guaio ma anche ricordare la commovente bellezza, gli stucchi del Serpotta più elaborati di quelli di Versailles, i fregi liberty del Basile degni dell’art nouveau parigina. Una terra da sempre produttrice di miti, oggi inaridita. Ci sarebbe Camilleri, che però ha quasi novant’anni e da sessanta vive a Roma; qui non tutti lo amano, se Lombardo lo voleva assessore Micciché lo definì «grandissimo nemico, prezzolato ideologico, assassino del Polo». Più che da miti, Palermo sembra abitata da fantasmi. La grande editrice Elvira Sellerio. I grandi preti: il cardinale Pappalardo, che si ritirò a contemplare la città dall’alto dell’eremo, e padre Pintacuda, che salì sulla montagna di fronte, nel Castello Utveggio, a dirigere per conto di Forza Italia il centro studi della Regione. Anime morte, come don Turturro, cugino dell’attore americano, il parroco antimafia che faceva innamorare popolane devote e giornaliste straniere: condannato per pedofilia.

Dal carcere sono usciti i killer del dodicenne Di Matteo sciolto nell’acido, ed è entrato—lontano, a Roma—Totò Cuffaro, cui non è bastato collezionare crocefissi, santi, ritratti di don Bosco e immagini della Bedda Madri (dell’Atto di affidamento della Sicilia al Cuore Immacolato di Maria stampò un milione di copie, «e le assicuro che l’Atto funziona, lo sa che abbiamo avuto due terremoti senza un solo morto?»). Dal carcere è uscito Mannino — «al terzo mese cominciai a pisciare sangue» —, dopo anni di processi per stabilire se il suo soprannome fosse Lillo, come lo chiamano i parenti, o Caliddu, come dicevano i pentiti. Leoluca Orlando, che vorrebbe candidarsi a sindaco per l’ennesima volta, colleziona invece nella sua villa liberty statuette di elefanti e ceramiche Florio («il massimo sarebbe un elefante in ceramica Florio. Lo cerco da sempre. Mai trovato»). Sotto la camicia, porta una mano di Fatima e la piastrina che lo certifica come affetto dalla sindrome di Kartagener, «siamo in quattro in tutto il mondo, stampati al contrario, il cuore a destra il fegato a sinistra». Ma in tutto il mondo non si trova una città come questa, nel bene e nel male.

Palermo (pan-ormos: tutto porto) è città madre, tonda, avvolgente, che accoglie ogni cosa come in un abbraccio, e ogni cosa racchiude: i mosaici come a Bisanzio, i suq come a Fes; il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis è più bello di qualsiasi danza macabra germanica; nella chiesa della Catena, gotico catalano, sembra di essere a Barcellona; San Domenico, barocco coloniale spagnolo, pare Cuzco. All’apparenza basta a se stessa, i calabresi disprezzati, i napoletani ignorati, i padani compatiti. In realtà, è figura dell’intero Paese.

Di una città come Palermo, di una Palermo risanata, l’Italia ha bisogno. Oggi si impugnano i forconi e si grida di rabbia; domani una soluzione si deve cercare. Perché non possiamo dire: se la cavi da sola. Se Palermo fallisce per sempre, è un fallimento nostro.

Aldo Cazzullo19 gennaio 2012 | 11:36

Posto fisso in banca, fine del mito

La Stampa


Basta lavoro sicuro e orari leggeri, crescono le assunzioni a tempo determinato e col nuovo contratto sportelli aperti fino alle 20. Tramonta il sogno piccolo borghese di tante famiglie: impiego per tutta la vita e buoni stipendi



MARCO ALFIERI
milano




E' stato il sogno piccolo borghese di tante famiglie: posto fisso e buoni stipendi nell’Italia contadina entrata nel boom economico, quando un bancario poteva comprarsi una utilitaria o una lavatrice Ignis ultimo grido con il solo premio di produzione. Il massimo per chi sgobbava in fabbrica e vedeva nel salto impiegatizio dei figli la quintessenza dell’ascensore sociale. Ambizioni non di rado sbertucciate, simbolo di un’Italietta arricchita e conservatrice, da canzoni e film entrati nel costume. Dai Gufi di Io vado in banca («stipendio fisso, così mi piazzo, e non se ne parla più») al Venditti «sessantottino» di Compagni di scuola («ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?») fino al Nanni Moretti di Sogni d’oro che ironizza sul mestiere sicuro, senza preoccupazioni di bancario. In effetti. Rimborso vestiario, 16 mensilità, a casa presto, permessi orari e contratti integrativi che negli anni ‘80 valgono altri 3mila euro. Da qualche tempo per i circa 340 mila bancari italiani la musica è cambiata.


Il posto fisso non è più tanto fisso se è vero che dal 2009 (Fonte: Fabi) solo il 30% dei nuovi ingressi avviene con contratto a tempo indeterminato. Anche nel riparato mondo del credito si entra con formule a termine (29%), apprendistato (13%), somministrazione (11%), inserimento (9%) tirocinio (6%). L’assunzione «a vita» arriva dopo e non è scontata. Nel frattempo il mestiere si è aperto alle donne: se nel 1997 il rapporto era 69 a 31, nel 2010 i maschi sono scesi a 57 contro 43. Non basta. Dal 2000 ad oggi, grazie a meccanismi di pensionamento/prepensionamento volontario e incentivato, dal sistema sono usciti 55mila bancari. Quasi sempre compensati da nuove assunzioni che costano meno e da stabilizzazione precari. Altri ne seguiranno: tutti i big prevedono una seconda infornata di esuberi, da smaltire in 2-3 anni. Unicredit 7.500, Intesa Sanpaolo 5.000, Banco Popolare 1.700, Ubi Banca e Bnl 1000 ciascuno, da definire quelli di Mps. Ma basterà? L’industria bancaria uscita dalle grandi fusioni è un modello maturo che la crisi sta frustando. L’innovazione tecnologica applicata ai servizi finanziari sta cambiando le abitudini e insieme le scelte distributive centrate su filiali spesso obsolete.


Anche i ricavi medi per cliente si sono contratti del 40% rispetto a un costo del lavoro unitario (74.600 euro) tra i più alti d’Europa (56.800 euro). Certo la busta paga del bancario medio resta di un terzo più alta di quella del commercio o dei metalmeccanici. Un impiegato alla prima esperienza guadagna 1.200 euro per 13 mensilità, ha diritto a 20 giorni di ferie (25 dopo 10 anni di anzianità), usufruisce di un’ottima cassa sanitaria, tassi di interessi scontati su mutui e prestiti e, magari, della staffetta generazionale padre-figlio. «Ma il punto vero è che da metà anni ‘90 è proprio cambiato il mestiere», spiega Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi. Il big bang è coinciso con la fine del vecchio direttore di agenzia. «Una volta aveva in mano la filiale e conosceva il territorio, oggi deve organizzare il lavoro degli addetti ma non ha più autonomia sulle erogazioni e conoscenza della clientela». Le filiali sono divise in segmenti: «famiglie e aziende rispondono direttamente al capo area - continua Sileoni - che a sua volta riporta alla direzione generale». E i tanti giovani neo assunti? Molti finiscono allo sportello. «Se una volta prevaleva la specializzazione, oggi il bancario proletarizzato e universale, che esegue e piazza prodotti e polizze», rincara un sindacalista della Fisac Cgil. «E’ una catena di montaggio terziaria». Questo il modello prevalente nell’ultimo decennio, enfatizzato dalle fusioni.


E non fa nulla se nei primi 5 gruppi bancari del paese il personale under 40 rappresenti il 48% dei dipendenti e il 44% sia laureato. Un vissuto confermato da una ricerca Ispel sui lavoratori del credito: il 48% degli intervistati si dichiara insoddisfatto del proprio lavoro e il 25% ha la percezione di avere poche opportunità di crescita. Ma per Sileoni non è una deriva inarrestabile. Con la crisi «i principali gruppi si rendono conto che occorre tornare a coltivare il rapporto con la clientela». Selezionare il credito presidiando il territorio resta la parte più difficile per chi vuol far bene il mestiere. Un po’ sul modello delle banche locali. Famoso il metodo del Costantino Gava, storico direttore della filiale di Orsago della Bcc della Marca trevigiana, quando deve aprire un nuovo sportello. Per 2 mesi va a vedere tutte le partite che si giocano in paese. Dopo che si è fatto amico tutti quelli che girano intorno al calcio passa alle associazioni. Infine le messe, mattutine e vespertine. «Perché se vai fuori e conosci la gente, è difficile sbagliare...».



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Penati si ritira dalla commissione d'inchiesta sul San Raffaele: «Non l'ho mai chiesto»

Corriere della sera

La sua nomina era stata un atto dovuto in quanto unico componente del Gruppo Misto


MILANO - In seguito alle polemiche scoppiate per la sua nomina nella Commissione d'inchiesta sul San Raffaele, Filippo Penati ha chiesto al presidente del Consiglio regionale della Lombardia di revocare la propria nomina. «Come dichiarato nella nota diffusa dal Consiglio regionale, la mia nomina nella Commissione d'inchiesta sul San Raffaele è stato un atto dovuto. Io non ho mai chiesto di parteciparvi. Per questo già oggi ho chiesto formalmente in una lettera al presidente Davide Boni di revocare la mia nomina», ha dichiarato Penati.

LA COMMISSIONE - La Commissione d'inchiesta sul San Raffaele è stata istituita nel corso della seduta del Consiglio regionale lombardo di martedì e terrà la sua prima riunione il prossimo 23 gennaio. Gli Uffici del Servizio commissioni del Consiglio regionale avevano subito evidenziato che «la sua composizione è avvenuta nel rispetto dell'articolo 52, comma 3 del Regolamento generale che prevede l'obbligo di garantire la presenza di almeno un rappresentante per ciascun gruppo consiliare presente in Consiglio, quindi anche il Gruppo Misto». E Penati risulta essere l'unico componente del suddetto gruppo consiliare, pertanto «la sua designazione all'interno della Commissione d'inchiesta è obbligatoria».


Redazione Milano online18 gennaio 2012 | 19:13



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