mercoledì 18 gennaio 2012

Costa Concordia e la sfilata al Giglio

Corriere della sera

Una mappa mostra come anche in passato la nave era vicino all'isola senza mantenere le distanze di sicurezza


WASHINGTON - Una mappa che può aiutare a capire. Un tracciato che dimostra come la Concordia, anche in passato, è «sfilata» vicino al Giglio senza mantenere una distanza di sicurezza. È il precedente - noto - del 14 agosto 2011. L'inchino davanti all'isola. Un momento chiave documentato dai rilevamenti dell'Ais, il sistema che segnala la posizione delle navi. Nella cartina (guarda) - diffusa dai Lloyd's di Londra - si confrontano la rotta seguita dal comandante Schettino in estate e quella della tragica notte.


LA MAPPA- Dalla mappa si vede chiaramente che il 14 agosto la nave si avvicina al Giglio: la sua posizione è a 230 metri dalla riva, un percorso dunque non così diverso da quella che la porterà a urtare lo scoglio pochi giorni fa. Dopo il naufragio il sindaco del Giglio ha sostenuto che il famoso «inchino» avvenuto in estate era stato concordato con la compagnia Costa e alcune fonti avevano affermato che la Concordia, avrebbe incrociato tenendosi a circa 500 metri dall'isola. Dunque in una situazione ritenuta di sicurezza. Per un esperto dei Lloyd's i dati dell'Ais potranno avere un impatto sull'inchiesta in quanto le responsabilità di quanto è accaduto non sarebbero solo del comandante. E non si può escludere che in queste ore vengano esaminati i tracciati riferiti a passaggi di navi da crociera in luoghi turistici. Magari - come confermano diverse segnalazioni emerse in queste ore - spunteranno altre manovre ritenute pericolose o comunque azzardate. Anche se tollerate.

Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it18 gennaio 2012 | 20:52

Vigile ucciso, per la radiografia al polso il giovane fermato ha almeno 18 anni

Corriere della sera

Il controllo ai raggi X durante un fermo per un furto. Rischia l'ergastolo. Concessa l'estradizione



MILANO - Una radiografia del polso disposta dall'autorità giudiziaria nel corso di un precedente controllo su Goico Jovanovic - il nomade fermato con l'accusa di aver travolto e ucciso, a Milano, il vigile Niccolò Savarino - aveva dato l'esito di un maggiorenne. Il particolare emerge dai precedenti del ragazzo fermato tre giorni fa in Ungheria per omicidio, e porta la data del 24 dicembre scorso, quando venne denunciato per un furto. «Non abbiamo elementi, allo stato, per dire che sia minorenne». Così fonti qualificate della Procura di Milano confermano che in base agli elementi acquisiti finora, il giovane nomade è maggiorenne. E intanto è arrivato dall'Ungheria il parere positivo alla richiesta di estradizione in Italia del fermato, la cui consegna dovrà avvenire entro il 27 gennaio prossimo, sulla base del mandato di cattura europeo delle autorità milanesi. Lo ha reso noto il Tribunale di Budapest.

RISCHIA L'ERGASTOLO - Se è maggiorenne, il giovane potrebbe essere condannato all'ergastolo anche se scegliesse di essere giudicato con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Secondo il codice di procedura penale, infatti, la Procura, se rimarranno «fermi» i reati a lui contestati (l'omicidio volontario pluriaggravato e la resistenza a pubblico ufficiale), dovrà formulare una richiesta di condanna all'ergastolo anche in abbreviato, perché lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito si applica sull'isolamento diurno. Se però fosse provato che ha 17 anni, la vicenda passerebbe al Tribunale dei Minori.



LA RADIOGRAFIA - All'arresto della vigilia di Natale, il giovane aveva fornito il nome di Remi Nicolic (uno dei suoi mille alias) e per data di nascita il 15 maggio 1994, quindi 17 anni. Una radiografia aveva però rivelato un’età ossea di «almeno 18 anni». Gli investigatori, grazie al Cui (il Codice unico di identificazione) sanno una cosa importante: a livello fisico, la persona identificata quel giorno, e sottoposta alla radiografia, è per le impronte indubbiamente la stessa fermata in Ungheria, alla frontiera con la Serbia. Lì, peraltro, Goico aveva fornito le generalità di tale Boban Salievic, dicendo di avere 17 anni. Per questo motivo, secondo quanto riferito dalla Squadra mobile di Milano, era stato trattenuto dagli agenti ungheresi.


I MOLTI NOMI - La famiglia, assistita dall’avvocato, punta a farlo riconoscere come minorenne. Ha prodotto infatti un documento francese in cui il giovane risulterebbe chiamarsi Goico Nicolic, nato a Parigi il 24 maggio 1994. Il documento è già stato inviato in Francia in attesa degli accertamenti da parte delle autorità d’oltralpe. Quello francese, però, non è il solo certificato giunto agli investigatori, ai quali è stato inviato anche un documento d’identità rilasciato da un Comune della provincia di Padova in cui risulterebbe chiamarsi Remi Nicolic, di 17 anni. Con un altro alias era stato identificato in passato come 16enne, mentre alla stazione di polizia ungherese dove è stato bloccato sabato scorso si era dichiarato ancora 17enne. Le generalità fornite inizialmente in fase di arresto lo identificavano invece come Goico Jovanovic, di 24 anni.

La vittima, il vigile Niccolò Savarino
L'AUTOPSIA - Intanto è stata disposta per giovedì l’autopsia sul cadavere di Niccolò Savarino, il vigile urbano travolto e ucciso dal Suv lo scorso giovedì in via Varè. Dopo l'esame autoptico, il pm di Milano Mauro Clerici potrà dare l'autorizzazione a che la salma sia consegnata ai familiari per i funerali, che dunque potrebbero tenersi nel fine settimana. L'autopsia inizialmente doveva essere effettuata lunedì scorso, ma è stata poi rinviata per aspettare i tempi tecnici necessari per la nomina di un avvocato da parte del giovane slavo dai mille nomi.


Redazione Milano online18 gennaio 2012 | 17:17



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La casta si fa la sanatoria per i poster elettorali abusivi

Libero

L'emendamento contenuto nel decreto milleproroghe "condona" tutte le violazioni commesse fino al 29 febbraio 2012




Provate voi, a fare pubblicità alla vostra azienda o al vostro negozio, appendendo cartelloni e poster pubblicitari qua e là: sulle pensiline dei mezzi pubblici, sui pali della luce, sui acssonetti e sui cestini dei rifiuti, sui muri in giro per la città. Vi arriverebbe una bella multa per affissione abusiva. Per la casta, tutto questo non vale: a ogni tornata elettorale assistiamo all'imbrattamento delle città con le foto e gli slogan di candidati e partiti. Poi, basta una bella sanatoria e ciao multe. Come quella contenuta nel decreto legge milleproroghe, che  riguarda le violazioni commesse fino al 29 febbraio 2012.


L'emendamento, a firma dei relatori, è stato presentato nelle commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera e proroga la sanatoria sulle violazioni in materia di affissioni di manifesti politici o striscioni prevista dal decreto legge milleproroghe del 2008. Il mini-condono, consente di sanare le violazioni versando per il complesso mille euro «per anno e per provincia.
18/01/2012




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Casa di riposo-lager a Sanremo

Il Mattino


SANREMO - Violenze inaudite e ripetute. Botte e insulti. Anziani, nonni e nonne non autosufficienti, abusati, legati, malmenati, insultati, denutriti e abbandonati a se stessi in condizioni igieniche indecenti. La casa di cura dell'orrore si trova a Sanremo. Sette persone sono state arrestate. Tra loro ci sono alcuni infermieri e la presidente della fondazione Casa di riposo Borea, Rosalba Nasi, moglie del senatore Pdl Gabriele Boscetto. Gli aguzzini sono stati inchiodati dalle telecamere delle Fiamme Gialle.




Violenze. Sono state documentate per tre mesi le violenze su anziani incapaci e senza la possibilità di difendersi. I militari stanno anche verificando l'esistenza di eventuali violazioni fiscali della casa di cura lager, ma quello che scorcerta è la brutalità usata contro gli anziani.

Mercoledì 18 Gennaio 2012 - 14:02    Ultimo aggiornamento: 14:11




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Sfere di cemento sopra i treni «Così combattiamo chi viaggia sui tetti»

Corriere della sera

Il provvedimento delle autorità di Giacarta. Ma i viaggiatori: «Vagoni sempre sovraffolati, non cambieremo la nostra prassi»



MILANO - A prima vista sembrano delle porte di calcio giganti, ma a ben guardare la loro funzione è assai diversa. Non hanno reti; le traverse poste sopra i binari ferroviari sorreggono delle grosse sfere di cemento. Che servono a fare cadere a terra gli abusivi dei treni. Succede in Indonesia. Il radicale (e contestato) sistema adottato dalle autorità del Paese vuole impedire che i più poveri viaggino sul tetto dei treni senza pagare il biglietto. Per i pendolari il viaggio può essere fatale.

Sfere di cemento sopra i treni. Contro chi viaggia sui tetti

CAVALCARE IL TRENO - Nella popolosa provincia di Jawa Barat (sull'isola di Giava) i treni passeggeri sono notoriamente sovraffollati. Nelle ore di punta i vagoni sono stracolmi di pendolari, molti dei quali viaggiano sui tetti, per l’assenza di spazio all’interno ma anche per non pagare il biglietto. La pratica di «cavalcare i treni» è estremamente pericolosa: negli ultimi anni il numero delle persone rimaste ferite o uccise perché viaggiavano sul tetto di un vagone è drammaticamente salito. Per scoraggiare il fenomeno, le ferrovie indonesiane hanno adottato molteplici metodi, perlopiù fallimentari: la minaccia con i cani, le prediche in moschea, il filo spinato sul tetto, ma anche le pistole caricate con vernice rossa indelebile da spruzzare sui temerari della strada ferrata.



IL PROGETTO - «Non pensavamo di dover arrivare a questo punto perché c‘è già una legge che proibisce di viaggiare sul tetto del treno, cosa che è molto pericolosa sia per chi lo fa, sia per gli altri che si trovano sul convoglio», ha raccontato Mateta Rizahulhaq, portavoce delle ferrovie dello stato PT Kereta Api. Le prime palle di cemento sono già state posizionate ad un centinaio di metri da una stazione nei pressi della capitale Giacarta. Se il progetto dovesse avere successo, verrà esteso, spiega Rizahulhaq.
I sostenitori del «surf sui treni» hanno già annunciato di voler continuare con la loro pratica: «Il governo dovrebbe pensare piuttosto a migliorare il servizio e la puntualità. Così i passeggeri sarebbero incitati a non infrangere i regolamenti», dice un passeggero. Il 27enne negoziante Mulyanto, che viaggia quasi regolarmente dalla sua città Bogor a Giacarta, ribatte: «Le autorità hanno tentato di tutto per impedirci di viaggiare sui tetti, alla fine però l’abbiamo sempre vinta noi. Ci piace stare lassù, c'è vento, è davvero piacevole».


Elmar Burchia
18 gennaio 2012 | 14:16




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Quei sassi da Marte che valgono più dell'oro

Corriere della sera

Gli scienziati: i frammenti di meteoriti caduti in Marocco provengono dal Pianeta Rosso. Venduti a 20mila$ l'oncia




Un frammento di «meteorite marziano»
MILANO - Quei sassi piovuti dal cielo in Marocco nel luglio dell’anno scorso e rinvenuti in dicembre vengono proprio da Marte. La caduta era stata avvistata ma poi sono occorsi mesi per raccoglierli e collegarli all’evento di cui erano stati testimoni anche numerosi turisti. La conferma arriva ora dalla Nasa che li ha esaminati in questi mesi giungendo all’interessante conclusione. Il lavoro non è stato facile e ha coinvolto specialisti di varie discipline e università americane oltre a quelli dell’ente spaziale ma il risultato è inequivocabile. I diversi frammenti pesano complessivamente 6,8 chilogrammi e il pezzo più consistente è di 907 grammi. L’ultima volta accadde nel 1962 e allora il bottino era stato più consistente raggiungendo i 108 chilogrammi.

IL PIANETA ROSSO - Queste meteoriti marziane battezzate Tissint dalla International Socitey for Meteoritics and Planetary Science, sono preziose sotto ogni aspetto. Prima di tutto quello scientifico perché finora soltanto cinque volte i ricercatori hanno confermato la natura marziana di meteoriti raccolte: quindi i campioni sono davvero pochi, in tutto appena 99. Molti però erano già sulla Terra da milioni di anni e per questo potenzialmente alterati. I pezzi invece appena raccolti e ben conservati nello spazio possono raccontare meglio e con maggior precisione la natura del vicino Pianeta Rosso. Le analisi chimiche compiute in laboratorio, infatti, sono paragonate a quelle condotte dalle sonde su Marte (dalle Viking a Sojourner, Spirit e Opportunity) e che hanno determinato le loro caratteristiche (ad esempio, la composizione isotopica dell’ossigeno). Il confronto stabilisce l’origine e l’inserimento nella classe nota come SNC (Shergottiti, Nakhliti, Chassigniti, derivazioni dai nomi delle località del primo ritrovamento)


PIÙ DELL'ORO - La più famosa meteorite marziana è l’ALH 84001 perché sembra contenere addirittura forme di vita fossilizzate. Scoperta in Antartide, il risultato venne addirittura annunciato in una conferenza stampa nell’agosto 1996 dal presidente americano Bill Clinton. Le pietre marziane si ritiene siano state sparate nello spazio dalla caduta sul Pianeta Rosso di un corposo asteroide o cometa. Quando l’orbita della Terra incrocia i frammenti vaganti questi finiscono per cadere nell’atmosfera come accade con le «stelle cadenti» d’agosto. Ovviamente c’è anche un lato venale nella scoperta in Marocco: i frammenti sul mercato oggi valgono una decina di volte più dell’oro con prezzi variabili da 11 mila 22.500 dollari a oncia. Nonostante ciò sembra siano stati quasi tutti venduti. In attesa di andare a raccogliere pietre vere su Marte e di riportarle sulla Terra con sonde automatiche la scienza si deve quindi accontentare di questi campioni. Ma per il momento basta.Giovanni Caprara

18 gennaio 2012 | 15:03



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Quando Schettino omaggiò Procida

Corriere della sera

Nell'agosto 2010 la Concordia salutò da vicino l'isola campana

Schettino torna a casa, il paese lo difende

Corriere del Mezzogiorno

I cittadini di Meta di Sorrento: «Ha sbagliato, ma a giudicarlo deve essere la giustizia e non i programmi tv»


NAPOLI - Stavolta è approdato facendo la manovra giusta, senza scontrarsi con lo «scoglio» di giornalisti, fotografi e curiosi che lo attendevano sul portone di casa Il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino è arrivato in nottata nella sua abitazione di Meta di Sorrento. Scortato da polizia e carabinieri, e accompagnato dalla moglie Fabiola Russo e dal fratello, ha evitato fotografi e cineoperatori che lo attendevano entrando nella sua abitazione di via San Cristoforo 10 da un ingresso secondario. Poche ore prima il gip di Grosseto, Valeria Montesarchio non aveva convalidato il fermo del comandante Schettino e lo ha scarcerato applicandogli gli arresti domiciliari.


«NON SONO SCAPPATO» - Schettino è apparso provato ma anche combattivo. Agli amici, che lo hanno incrociato dopo il rientro, ha detto: «Ho fatto il mio dovere, non è vero che sono scappato». Un errore, nella manovra, ammette di averlo fatto - raccontano i vicini di casa - ma, e lo ha ripetuto spesso, non è vero che non ha aiutato le persone che erano a bordo della Costa. E a Meta di Sorrento sono in tanti a descriverlo così: «Una brava persona, solare, che aiuta gli altri». L'incidente? «Una tragedia», dice il signor Antonino che il comandante lo conosce da oltre dieci anni. «Le pare che se non fosse stata una persona in gamba gli facevano fare il comandante di una nave così grande?», spiega.

«HA SBAGLIATO, MA NO ALLA GOGNA» - Molte anche le parole di biasimo che i compaesani: «Ha sbagliato - dice Antonio, un marinaio - ma a giudicarlo deve essere la giustizia, spero equa, e non i programmi televisivi. Quello che stiamo vedendo in tv è un gioco al massacro che non tiene conto di tutti gli aspetti della vicenda». I compaesani di Schettino non minimizzano sulla gravità del suo comportamento ma chiedono che l'attenzione venga posta anche sul tentativo di arginare il danno decidendo di traghettare la nave in secca, nelle vicinanze del porto. «Se non avesse tentato quella manovra avremmo contato centinaia di vittime, - aggiungono alcune persone - non è certo un'attenuante ma questa circostanza deve essere tenuta presente». C'è anche chi, innervosito dalla presenza dei giornalisti e dei fotografi, inveisce contro di loro: «Noi gente di mare non meritiamo tutto questo fango che ci sta piovendo addosso. Lasciate in pace lui e la sua famiglia».

Redazione online
18 gennaio 2012

Euroburocrati come vampiri: se ne fregano della crisi e ora pretendono l’aumento

di -

Insoddisfatti dell’adeguamento salariale, minacciano di trascinare davanti alla Corte di giustizia i Paesi membri. Pure "l'ambasciatrice" Ashton bussa a soldi e ottiene 26 milioni


L’Unione Europea vacilla, l’Euro è sull’orlo del tracollo e le agenzie di rating fanno a gara nel bacchettarci, ma a Bruxelles nessuno ci fa caso. Politici, burocrati e funzionari dell’Unione continuano a scialare le poche risorse rimaste.






Per capirlo basta esaminare due surreali contese. La prima riguarda i salari, non propriamente da fame dei circa 50mila funzionari di Bruxelles. Per tutti questi euro- burocrati la Commissione, ovvero il governo dell’Unione e il loro datore di lavoro, esige un aumento. E minaccia di rivolgersi alla Corte di Giustizia se i paesi membri non accondiscenderanno all’esosa richiesta. La seconda riguarda il cosiddetto Servizio Europeo di Azione Esterna. Nel 2012 i costi di gestione di questa rete di rappresentanze diplomatiche europee, sforeranno di 26 milioni il già astronomico budget da 461 milioni di euro.


Cominciamo dagli euro boiardi. Le loro buste paga non sembrano proprio quelle d’una categoria di lavoratori sottopagati. I loro stipendi partono dai 2300 euro di un laureato neo-assunto per arrivare ai 16 mila euro mensili dei funzionari di massimo livello con più di 4 anni di anzianità. Ma la vera differenza sta nel livello d’imposizione fiscale. A differenza dei comuni mortali gli euro boiardi di Bruxelles non fanno i conti con gli uffici fiscali dei paesi d’appartenenza, ma solo con quelli assai più indulgenti dell’Unione Europea. Chi a Bruxelles incassa 10 mila euro al mese se la cava versando alla Ue poco più di 1200 euro.


Nonostante quest’indubbio vantaggio gli euro-boiardi sono in perenne agitazione. L’ultimo privilegio da difendere a tutti i costi,è l’indennità sul costo della vita. L’anno scorso si erano visti proporre un aumento dell’1,7% calcolato sulla base dell’inflazione registrata nella capitale belga. Quell’aumento, inferiore a quanto previsto originariamente nel contratto europeo, era stato concordato sulla base della difficile situazione economica. Quest’anno, visto il peggiorare dei bilanci, il Consiglio dei 27 paesi membri ha chiesto di annullare anche quell’1,7%. Apriti cielo.


Da novembre i 50mila euro-burocrati sono sul piede di guerra. A sentir loro l’1,7% deciso in precedenza era solo un compromesso visto che a Bruxelles l’inflazione galoppa su valori superiori al 3 per cento. Ma l’aspetto più surreale della contesa è l’atteggiamento della Commissione, ovvero del datore di lavoro dei funzionari di Bruxelles.


Invece di comportarsi da assennato e oculato amministratore il governo europeo veste i panni di sfegatato sindacalista e minaccia di trascinare davanti alla corte di Giustizia i paesi contrari agli aumenti. «La Commissione Europea ha deciso di portare il Consiglio degli Stati davanti alla Corte di Giustizia per il suo rifiuto di adottare il regolamento sull’aggiustamento annuale riguardantei salari e le pensioni del personale europeo» – recita un comunicato dello scorso 11 gennaio. Non paga di bruciare i 130 miliardi di Euro introitati annualmente grazie alle tasse dei propri cittadini la Commissione sembra decisa, insomma, a fare il possibile per aumentare le spese. Dietro alla minaccia di rivolgersi alla Corte di Giustizia si nasconde l’ombra di un altro imminente salasso.



Nonostante la difficile situazione economica e l’incertezza sul destino della moneta europea la Corte di Giustizia potrebbe dare ragione alla Commissione e ai suoi boiardi mettendo a dura prova i conti della Ue. Il ricorso della Commissione si fonda sull’articolo 263 del Trattato Ue che, come sottolinea la puntigliosa Commissione,è stato approvato dal Consiglio d’Europa ovvero dall’organo di rappresentanza dei 27 paesi membri. Quel regolamento determina le percentuali d’incremento delle remunerazioni mediante un complesso sistema d’ indicizzazione basato sugli stipendi dei funzionari pubblici in otto Stati membri e sull’aumento del costo della vita in quel di Bruxelles. Secondo la Commissione non esistono margini proporre ai dipendenti una percentuale di aumento diversa da quella calcolata in base ai parametri elencati nell’articolo 263.




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L'ex militare: "Sono un uomo migliore in mezzo ai miei 150 amici cani"

La Stampa

La zampa.it

Dalle missioni all’estero con gli alpini al rifugio nel torinese



CRISTINA INSALACO
Torino



«Ho visto così tanta malvagità umana, che ho scelto di dedicare il resto della mia vita agli animali». Davino Fazia, ex ufficiale degli alpini, classe 1943, è oggi il responsabile del rifugio di Cavour. Nei suoi occhi è rimasto attaccato così tanto odio, si sono fissate così tante immagini di violenza e meschinità, che ha deciso di puntare tutto su di loro, i cani. Dal 2000 le giornate di Davino sono lì, in mezzo agli abbai dei 150 cani del rifugio.

Dopo gli studi all’accademia militare, nel 1990 è addetto militare a Beirut durante la guerra civile libanese. «Ho vissuto nei campi palestinesi, sono stato rapito per ventiquattr’ore dagli hezbollah - racconta lui -, ho visto la paura della gente in fuga, l’avidità di potere che logora e distrugge». Nel 1995 arriva l’incarico più importante: monitorare il genocidio e le rappresaglie in Ruanda. «Ero il responsabile per l’alto commissariato dei diritti dell’uomo della comunità europea, nelle province di Rilima e Butare», spiega. A quelli come Davino spettava il compito di gestire la riappacificazione tra le due etnie dei Tutsi e Hutu, risistemare il sistema giudiziario, far sì che iniziassero i processi.

«In Ruanda c’era una crudeltà bestiale consumata a colpi di machete - continua lui -, per questo, tornato in Piemonte, mi sono chiuso in una baita in Val Chisone. Avevo bisogno di stare da solo».
Davino fino al 2006 fa il boscaiolo. Lontano da tutti. Finché un giorno nel cortile della sua baita incontra Black, un meticcio nero randagio. «È stato la scintilla della mia vocazione. Grazie a lui mi sono innamorato dei cani». Un amore che l’ha portato fino a Cavour. Prima come volontario, adesso come responsabile del rifugio.

Da quando c’è Davino le dimensioni del canile si sono quadruplicate (15.000 metri quadrati), è stato costruito un padiglione riscaldato per i cani anziani, un altro per le pensioni temporanee, due infermerie. Insieme ad uno staff di quindici persone investe senza sosta il suo tempo per dedicarsi alla vita degli abitanti del rifugio, «nel 2011 sono entrati a Cavour circa 300 cani - dice soddisfatto-, quasi tutti sono andati in adozione».

«I cani regalano eterna fedeltà, ti sono riconoscenti, sempre. Mica come l’uomo», continua Davino Fazia. «A volte la mattina entro in canile triste, arrabbiato. Ma mi basta guardare i loro occhi brillanti corrermi incontro per sentirmi già bene. La giornata si aggiusta, è come una magia». Perdersi nella semplicità dei suoi amici a quattro zampe dice che lo rende «ogni giorno migliore».

Nell’estate 2012 fuori dal canile sarà realizzata un’aula didattica per mostrare ai bambini delle scuole la natura, il cane e il canile. E tra i tanti progetti, spera di riuscire a costruire presto un ambulatorio veterinario gratuito. Oggi Davino vive a Castellazzo, non distante da Cavour, con cinque cani. «Tornassi indietro rifarei tutto. Sono felice, la vita nel rifugio ha completato la mia esistenza».


(Articolo tratto da "Animalia", le pagine sugli animali della cronaca di Torino)


Videoadozioni:
Canile Cavour



Videoadozioni:
Canile Cavour




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Come siamo diventati umani

La Stampa

Un giorno di 77 mila anni fa, in Sud Africa, inventammo i simboli



IAN TATTERSALL
american museum of natural history


Gli esseri umani sono inconsueti tra gli organismi e non solo per numerose caratteristiche anatomiche, che hanno a che fare con la locomozione bipede, ma anche per i modi in cui il loro grande cervello elabora le informazioni.

Le altre specie, infatti, vivono nel mondo seguendo la Natura e rispondendo in modo più o meno complesso o sofisticato agli stimoli sensoriali. Al contrario, gli esemplari moderni della nostra specie Homo sapiens decifrano i segnali da tutti gli ambienti, interni ed esterni, e li trasformano in vocabolari di simboli. Questi, poi, possono essere mescolati per produrre una varietà infinita di affermazioni non solo sul mondo così com’è, ma anche su come potrebbe essere. Il risultato, in un senso molto concreto, è che noi umani viviamo soprattutto in mondi che ci costruiamo individualmente. Questa esclusiva propensione umana è inseparabile dalla nostra creatività. E poiché - com’è ovvio - è costruita sulle fondamenta di una storia evolutiva molto antica, è interessante indagare quando, in questa vicenda, una simile caratteristica sia emersa, e come.

L’antenato comune
La stirpe umana ha cominciato a differenziarsi dall’antenato che ci accomuna con gli scimpanzè e con i bonobo all’incirca 7 milioni di anni fa e le testimonianze fossili che documentano le numerose fasi dell’evoluzione umana sono oggi piuttosto vaste. I primi ominidi (i generi Sahelanthropus, Orrorin e Ardipithecus) erano notevolmente diversi tra loro, dimostrando che fin dagli inizi la storia della famiglia degli ominidi è stata segnata dalla sperimentazione evolutiva piuttosto che da un miglioramento lineare. Questo modello di differenziazione è evidente anche nelle successive manifestazioni del gruppo Australopithecus-Paranthropus (i famosi australopitechi), nel periodo compreso tra 4,2 e 1,5 milioni di anni fa.

Anche se gli australopitechi potevano camminare eretti e possedevano numerosi adattamenti della parte inferiore dello scheletro per condurre un’esistenza almeno in parte terrestre, combinavano volti di grandi dimensioni con piccole scatole craniche. E nemmeno gli esemplari più tardi dovevano essere dotati di facoltà cerebrali significativamente superiori rispetto a quelle delle grandi scimmie attuali. Inoltre, sebbene abbiano avuto abitudini dietetiche più generaliste, non c’è motivo di credere che, almeno nelle fasi iniziali, gli australopitechi fossero cognitivamente più sofisticati degli scimpanzé di oggi, i quali, benché in grado di decifrare i simboli, non sono però in grado di rielaborarli come fanno gli esseri umani.

E’ ormai provato che gli ominidi usavano pietre taglienti per macellare le carcasse di animali già 3,4 milioni di anni fa. Questo comportamento implica capacità cognitive superiori a quelle di qualunque scimmia moderna, ma, sebbene le prove di una produzione intenzionale di strumenti di pietra risalga già a circa 2,5 milioni di anni fa, è difficile trovare delle prove che queste prime creature avessero la capacità mentale di «ricreare» il mondo. E, infatti, le tecniche di scheggiatura della pietra possono essere acquisite semplicemente attraverso l’imitazione e si può suppore che nessuna forma nota di tecnologia del Paleolitico rappresenti una testimonianza dei moderni processi del pensiero simbolico.

L’apparizione - 1,78 milioni di anni fa - di asce a mano, deliberatamente intagliate a forma di goccia, rivela l’emergere di un progresso cognitivo, ma questa innovazione sembra essersi verificata nell’ambito di una specie fisicamente avanzata, l’Homo ergaster (il primo vero bipede), e non è dimostrabile che abbia richiesto anche la presenza di processi mentali di tipo simbolico. Questo vale anche per l’invenzione successiva delle tecniche di lavorazione della pietra e per la realizzazione di strumenti complessi e anche per la scoperta del fuoco come fonte di calore e per la costruzione di rifugi: tutti comportamenti, questi, apparsi durante l’era dell’Homo heidelbergensis, una specie dal cervello non troppo grande e assai diffusa nel Vecchio Mondo, in un periodo tra 600 mila e 200 mila anni fa.

Reperti significativi
Con la comparsa dell’Homo neanderthalensis, poi, circa 200 mila anni fa, siamo di fronte a una specie di ominidi che non soltanto possedeva un cervello grande quanto quello degli umani moderni, ma che ha lasciato reperti archeologici significativi. Eppure, per quanto importanti siano queste testimonianze, non contengono nulla che possa indiscutibilmente essere interpretato come un artefatto di tipo simbolico.
Lo stesso si può dire per i primi fossili di Homo sapiens, provenienti da siti etiopi datati tra 195 e 160 mila anni fa. Il Sapiens è anatomicamente diverso da tutti gli altri ominidi e a tutt’oggi mancano nei reperti fossili esempi antecedenti morfologicamente simili. Questa realtà suggerisce che l’anatomia moderna sia nata da un cambiamento rapido nella regolazione dei geni, con effetti a cascata sullo sviluppo dell’organismo.

E’ solo dopo decine di migliaia di anni da questo evento biologico altamente significativo che cominciamo a individuare le testimonianze di un radicale cambiamento cognitivo, nel mesolitico africano. Il più antico artefatto generalmente accettato come simbolico è una superficie di pietra levigata, che porta inciso un motivo geometrico e che proveniene da uno strato risalente a 77 mila anni fa nella grotta di Blombos in Sud Africa. All’incirca appartenenti allo stesso periodo, sempre a Blombos, sono stati trovati gusci di lumaca marina forati per essere infilati in serie, mentre piccoli oggetti simili sono emersi anche nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Nelle società umane etnicamente documentate l’ornamento del corpo ha quasi invariabilmente significati simbolici (di status, classe d’età e così via) e lo stesso è stato dedotto, anche se indirettamente, per i ritrovamenti del Paleolitico.

Dal complesso di grotte nella zona di Pinnacle Point, poi, nello stesso periodo, arriva la prova del «trattamento termico» della creta silicea. Questo complesso processo di trasformazione di un materiale inerte grezzo per creare utensili richiede una sofisticata serie di fasi di lavorazione che, quasi certamente, implica una pianificazione di tipo simbolico. Altre testimonianze suggeriscono che ulteriori trasformazioni del comportamento si svilupparono nel mesolitico, a partire da 100 mila anni fa e prima che si verificassero nell’Europa occupata dai Neanderthal: ma la prima e definitiva prova della fioritura della moderna creatività umana proviene proprio dall’Europa, in seguito all’invasione del continente da parte dell’Homo sapiens, noto anche come CroMagnon, poco più di 40 mila anni fa.

Nessuno, osservando con attenzione l’arte portatile e quella parietale del Paleolitico superiore, può ragionevolmente dubitare che fosse il prodotto di una vera e propria sensibilità moderna. Ma queste manifestazioni dello spirito moderno sono in ritardo rispetto all’arrivo della specie Homo sapiens anatomicamente riconoscibile. Qual è, allora, il motivo di questo significativo scarto temporale tra il manifestarsi della nuova anatomia e l’emergere dei comportamenti simbolici? Lo scenario più semplice è che le basi neurali del pensiero moderno (che, come dimostra l’esempio di Neanderthal, non erano solo le conseguenze passive dell’aumento delle dimensioni del cervello) sono nate dall’evento che ha dato origine all’anatomia caratteristica dell’Homo sapiens.

Questo potenziale, tuttavia, non fu sfrutttato finché non venne sollecitato da uno stimolo culturale. Non si sa con certezza quale sia stato, ma il candidato più plausibile è l’invenzione del linguaggio. E’ questo, sotto molti punti di vista, il massimo dell’attività simbolica umana ed è documentato che il linguaggio strutturato può essere inventato in modo spontaneo da gruppi umani dotati di un’«attrezzatura cognitiva» di base.

Se lo scenario è corretto, ciò significa che lo spirito creativo e simbolico dell’umano è emerso solo di recente e in un contesto estemporaneo piuttosto che adattativo. Per di più, è apparso in una popolazione (di Homo sapiens) che già possedeva un tratto vocale in grado di produrre i suoni necessari per esprimersi tramite un discorso articolato.

Dato che gli immediati precursori dell’Homo sapiens dovevano essere già cognitivamente sofisticati, è probabile che possedessero qualche forma espressiva simile alla capacità discorsiva. Come abbiamo visto, in linea di principio, non c’è niente di insolito in questo processo: dopo tutto, ogni grande innovazione comportamentale nell’evoluzione degli ominidi sembra essersi verificata all’interno di una popolazione già preesistente. Per quanto radicali possano essere, mutamenti come i processi simbolici dell’uomo moderno sono il prodotto di processi evolutivi routinari.


Traduzione di Carla Reschia




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Tre inediti di Carlo Fruttero

La Stampa

L'ultimo lavoro incompiuto sulle letture fondamentali

MARIO baudino




I tre medaglioni che pubblichiamo, di Carlo Fruttero, dovevano fare parte d’un libro a quattro mani con Fabio Fazio. L’idea era venuta al conduttore: tentare, in forma di intervista televisiva, un giro del mondo in 83 libri. E perché proprio 83 rimane al momento un mistero. Il progetto iniziale prevedeva una scena con Fazio sulla scala di una libreria, e Fruttero che gli porgeva i tomi. Si rivelò irrealizzabile per ovvie questioni di salute, e si ripiegò così su un testo scritto, che purtroppo non è stato completato. Rispetto al progetto iniziale, le schede completate sono una trentina. La prima, mai scritta, doveva essere dedicata a Topolino, lettura che lo scrittore considerava fondamentale. Ma ne erano previste anche sui libri non letti, per interrogarsi sul perché di un rifiuto o di un’omissione. Fruttero dettava alla figlia Carla. Lo faceva senza consultare nulla, a memoria, senza esitazioni; con un filo di voce e «a velocità supersonica».


GLI INEDITI

Le fiabe italiane di Calvino: quanta ricchezza e quanta bravura
Di Italo Calvino mi è difficile parlare. Siamo stati colleghi (nella stessa stanza), amici, vicini di casa e io ho sempre ammirato i suoi scritti (meno quelli politici) senza mai dubitare di lui: divertente, intelligente, pungente e dotato di quella sua insuperabile fantasia. Ma il libro a me più caro resta sempre Le fiabe popolari italiane , per scrivere il quale Italo si prese un anno sabbatico, lavorò con tremenda concentrazione e cedette poi i diritti al suo editore (anche mio) Einaudi per il 2%, insomma, si fece fregare. Appoggiandosi alle raccolte di vari studiosi locali Calvino colse più di chiunque il senso di quella storia, di quel proverbio, di quella invenzione, miracolosamente riuscì anche a mantenere certe iridescenze dialettali che fanno di questo libro un gioiello linguistico degno della Crusca. Come lettura serale per i bambini che vanno a dormire non c’è assolutamente niente di meglio né di più utile. Falegnami e grandi re, principesse e ochine, maialini e asini, l’infinita ricchezza delle tradizioni popolari non è mai stata trattata con tanta bravura.


I promessi sposi, un romanzo da tenere sul comodino
Chi voglia scrivere un romanzo che ha per protagonista una figura femminile dovrebbe leggere o rileggere il ritratto di Gertrude, la monaca di Monza dei Promessi sposi . Sono pagine assolute: o così o niente. L’educazione della bambina spinta fin dai primi mesi verso il convento appartiene al tragico: vediamo la piccola vittima correre dibattendosi verso il suo destino ma non possiamo far nulla per fermarla. Il celebrato «la sventurata rispose» che chiude il ritratto è il massimo che si possa chiedere alla letteratura. Per questo il romanzo è da tenere sul comodino: rileggi la notte dell’Innominato, rileggi la fuga di Renzo verso l’Adda, rileggi la carestia e poi la peste e la musica della prosa manzoniana non ti lascia mai. Manzoni era un letterato coinvolto in tutti i movimenti e i sussulti della sua epoca, scrisse poesie, saggi, migliaia di lettere ma sarebbe oggi un oggetto di studi e basta se non avesse scritto «Carneade, chi era costui?».


Collodi, stiamo tutti con l'anarchico burattino
“S crivo una bambinata», così Collodi definì uno dei capolavori della letteratura mondiale. Era giornalista, autore di numerosi libri e libretti per l’infanzia, allegro e stimato polemista di provincia. Pinocchio uscì a puntate su un giornale amico e quando Collodi si stufò del suo personaggio il pubblico dei suoi piccoli amici si infuriò, lo implorò di continuare. Un buon successo, ma niente di più. Collodi portò a termine il romanzo in pochi mesi e passò ad altro. Nessuno, nemmeno lui, aveva idea di aver creato un eroe indimenticabile. Tutti i bambini, ma naturalmente anche i grandi, parteggiano d’istinto e subito per l’anarchico burattino, che è sempre consapevole dei suoi doveri e puntualmente li ignora uno dopo l’altro. Essere libero di fare quel che gli pare sul momento, questa la spinta che lo fa precipitare da disastro a disastro. Tenero di cuore, generoso, immensamente ingenuo, si pente in continuazione e tuttavia al primo bivio prende di slancio la strada sbagliata. Tutti gli attori di questa travolgente cavalcata hanno del resto una vivacità che va ben oltre i loro limiti, dal grillo alla lumachina, dalla fatina all’omino dei ciuchi. Il libro ebbe buona diffusione ma dovettero passare più di trent’anni perché il mondo letterario si accorgesse della sua miracolosa ricchezza.



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Ecco l'Italia degli sfacciati e dei paradossi: il pluri-indagato Penati diventa investigatore

di -

Milano - Filippo Penati, l’ormai ex uomo forte del Pd in Lombardia, il braccio destro del segretario Pier Luigi Bersani e oggi indagato per corruzione e concussione, è stato nominato nella commissione d’inchiesta del Consiglio regionale sul sistema di accreditamento dell’ospedale San Raffaele. Oltre ai 10mila euro al mese prende anche la paga da membro unico del Misto. E, nonostante i guai giudiziari, adesso la sinistra non si scandalizza



Milano - Filippo Penati, l’ormai ex uomo forte del Pd in Lombardia, il braccio destro del segretario Pier Luigi Bersani e oggi indagato per corruzione e concussione, è stato nominato nella commissione d’inchiesta del Consiglio regionale sul sistema di accreditamento dell’ospedale San Raffaele.




Capito bene, un consigliere indagato per corruzione e concussione, invece di dedicarsi a dimostrare in tribunale la propria estraneità ad accuse infamanti e magari dimettersi visto che si tratta di reati contro il pubblico patrimonio, finisce - senza che a sinistra ci sia nessuno scandalo - in una commissione chiamata a far luce su una faccenda complicatissima. Che intreccia politica e affari in quello che comunque resta un gioiello della sanità, creato dal nulla da don Luigi Verzè. Prima convocazione lunedì con insediamento ed esame degli accreditamenti concessi dalla Regione alla Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor e relativi finanziamenti e contributi, nonché i controlli e la vigilanza effettuati e l’appropriatezza delle prestazioni erogate dalla Fondazione stessa.

Roba da non credere. Poi dicono e si chiedono perché gli italiani si allontanino dalle istituzioni. E l’homo politicus diventi la specie più odiata tra chi per arrivare a fine mese e mantenere moglie e figli è costretto ad andare a lavorare. Loro, invece, cadono sempre in piedi. E a fine mese continuano ad andare tranquillamente a incassare i loro euro. Che nella fattispecie, trattandosi del pingue stipendio da consigliere regionale, sono più di 10mila. Ovviamente netti. E poco importa se da mesi Penati sia inseguito dalle accuse di corruzione e concussione per l’edificazione dell’ex area Falck di Sesto san Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia di cui al tempo era sindaco.

Poco importa se il sospetto è che Penati sia l’artefice di un sofisticassimo sistema di «ingegneria della mazzetta» con cui secondo le accuse dei pm insieme alla «banda dei sestesi» avrebbe rifornito le sue casse. Ma forse anche quelle del partito. Fa nulla se da presidente della Provincia di Milano comprò a prezzi pazzeschi le azioni dell’autostrada Serravalle dall’imprenditore Marcellino Gavio che poi ricompensò il partito mettendo a disposizione parte della plusvalenza (50 milioni di euro) per la «sinistra» scalata di Unipol a Bnl. Perché fu proprio Penati a essere promosso capo della segreteria di Bersani, dopo aver organizzato la sua campagna vincente alle primarie del Pd. Con quali fondi, stanno cercando di accertarlo i magistrati Walter Mapelli e Franca Macchia.

Per ora ci sono le accuse messe a verbale dagli imprenditori monzesi che da Penati raccontano di essere stati taglieggiati. E soprattutto c’è il crollo della presunta superiorità morale della sinistra, sempre pronta a strillare per le nefandezze altrui, senza mai occuparsi delle proprie. Perché a partire dal coinvolgimento degli assessori della giunta Vendola negli scandali per la sanità pugliese e risalendo lo stivale fino alla Lombardia presidiata da Penati, la situazione a sinistra sembra ben poco raccomandabile.

E perché a Penati nessuno ha chiesto di dimettersi da consigliere, facendo magari a meno dello stipendio. Solo un’ovvia rinuncia al ruolo di vicepresidente e le dimissioni dal gruppo del Pd. Per passare però al gruppo misto, di cui Penati è capo. Anche perché unico componente. Scelta solo apparentemente nobile perché, beffa nella beffa, comporta un ulteriore aggravio per le tasche del contribuente, quantificabile in 215mila euro. Visto che il gruppo, come tutti gli altri, ha diritto a un proprio budget per le spese di funzionamento, rappresentanza e pubbliche relazioni. Solo queste, le spese di rappresentanza di Penati capo e unico componente del gruppo misto, ci costano 26mila euro. All’anno, ovviamente. A cui vanno aggiunti i 143mila per i dirigenti e i 46mila per il personale.

Il tutto da aggiungere ai 10mila euro di stipendio al mese. Poi ci saranno buonuscita e vitalizio, per potersi godere una vecchiaia serena. Ammesso che a sinistra non decidano di ricandidarlo e regalargli magari altri cinque anni di stipendi d’oro. Un bel tesoretto a cui ora Penati aggiunge anche il prestigioso incarico nella nuova commissione a fianco di Stefano Carugo e Margherita Peroni (Pdl), Stefano Galli e Massimiliano Orsatti (Lega Nord), Gian Antonio Girelli e Franco Mirabelli (Pd), Stefano Zamponi (Idv), Enrico Marcora (Udc), Giulio Cavalli (Sel), Elisabetta Fatuzzo (Pensionati). Senza che nessuno a sinistra sollevi la benché minima obiezione.



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Quei poteri in mare tra regole severe e guida di 1000 uomini

Corriere della sera

Radar e scandagli per aiutare il capitano. «Ma la scelta finale è sua»



È come la plancia di Star Trek: una «U» rovesciata costellata da decine di luci e figure colorate, il linguaggio con cui parlano radar, ecoscandagli e Gps vari. Tutt’intorno, al di là delle vetrate che corrono per cent’ottanta gradi, l’abbraccio tra cielo e mare: perché, come dicono gli inglesi, quello umano è il primo occhio nella plancia di comando. E al centro lui, l’uomo che arriva dopo Dio, il comandante con i suoi ufficiali a cui è affidato il compito di leggere ogni segnale e condurre la nave sulla buona via.


Il codice della navigazione è chiaro: «Al comandante della nave, in modo esclusivo, spetta la direzione della manovra e della navigazione». E il suo equipaggio, gli deve obbedienza: ufficiali, marinai, team alberghiero. «Un esercito che sulle grandi navi da crociera si aggira intorno aimille e più uomini, ma ogni compagnia ha le sue tabelle di armamento. Dipende dalle dimensioni e dalle finalità», spiega Elda Turco Bulgherini, docente di diritto della navigazione all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Di questi sono poco meno di un centinaio quelli che fanno camminare la nave: dagli ufficiali ai macchinisti, fino ai manutentori.

Ecco la plancia di comando in coperta: «Il comandante non deve essere sempre lì fisicamente — fa da guida un esperto comandante di navi passeggeri— ma a lui fa capo ogni operazione ». La formazione base, durante la navigazione, prevede che ci siano: «Uno o due ufficiali di guardia (il primo ufficiale è responsabile anche della sicurezza e del team alberghiero). Un timoniere e un osservatore». Durante un’operazione di manovra: «Il comandante e il comandante in seconda, i due ufficiali di guardia (complessivamente ce ne sono sei), il timoniere (tre in tutto) e due osservatori». Completano il quadro, sempre in manovra, un ufficiale di prua, uno di poppa e il nostromo: il responsabile della manutenzione delle attrezzature in coperta.


La città galleggiante è in navigazione. La rotta è stata calcolata attraverso carte nautiche, coordinate elettroniche inserite in un plotter. Per evitare le collisioni le norme internazionali (il regolamento Colreg) prevedono anche diversi strumenti. Radar per segnalare ostacoli sopra il mare, ecoscandagli per leggere quello che sta sotto. L’incrocio di radar e cartografia elettronica dice quello che sta sulla rotta rispetto alla posizione. Ogni strumento poi è interfacciato con l’altro in modo da avere sempre un sistema ridondante di sicurezza. «Ma l’insieme degli strumenti così come la singola macchina non può fermare la mano dell’uomo cui spetta la scelta del gesto finale».


E la mano dell’uomo può anche sbagliare. Anche quella del comandante. «È il responsabile della spedizione e, come l’imprenditore, risponde penalmente dei suoi errori e di quelli altrui », afferma l’avvocato marittimista Antonio Oppicelli. I sottufficiali sono suddivisi per gerarchie e turni. Hanno diverse funzioni (dal coordinamento della navigazione alla manutenzione, fino all’intrattenimento dei passeggeri). «Ma la responsabilità di ogni gesto, 24 ore su 24, fa capo al comandante ». E se a sbagliare è lui? Un ufficiale può fermarlo? E se non lo fa: è lui stesso responsabile dell’errore? «Il primo problema è che l’ufficiale si accorga dell’errore — dice l’avvocato Oppicelli —: ci sono regole internazionali e interne. E il loro rispetto spesso è il risultato del lavoro di più persone e strumenti ». Prendiamo la norma che dice di non navigare in acque basse: «Il rispetto della regola è l’insieme del lavoro, al di là del comandante, dell’ufficiale di guardia, di un timoniere e di un responsabile all’ecoscandaglio.

La comprensione dell’errore richiede un minimo di collaborazione tra due o tre soggetti ». Una volta riconosciuto lo sbaglio: «L’ufficiale ha il dovere di segnalarlo, anche perché nella marina commerciale la gerarchia non è rigida come quella militare». Ma se non lo segnala: «E viene individuato tra quei soggetti che non potevano non sapere, è riconosciuto a sua volta responsabile ». Anche perché sono le norme della navigazione a prevedere che il comandante si consulti con i suoi ufficiali di coperta. «L’articolo 303 prevede che lo si faccia in caso di abbandono nave. Una decisione molto impegnativa per le conseguenze, anche economiche», ricorda la professoressa Turco Bulgherini che cita: «Il comandante non può ordinare l’abbandono della nave in pericolo se non dopo esperimento senza risultato dei mezzi suggeriti dall’arte nautica per salvarla, sentito il parere degli ufficiali di coperta».

L’abbandono nave è sempre preceduto da un may day (dal francese «venez m’aider!»). È il messaggio internazionale con cui una nave, rappresentata da un comandante che risponde a un armatore (non sempre il proprietario), dice «siamo davvero nei guai» e chiede un immediato aiuto ad altri: all’autorità marittima, la Guardia Costiera, ma anche alle imbarcazioni che si trovano nelle acque più vicine. «Per loro c’è l’obbligo di prestare soccorso — dice Oppicelli —. La regola aveva più senso al tempo del Titanic quando non c’erano mezzi di comunicazione e soccorso di oggi». Ora forse ha un senso per un naufragio nel Mare di Barents. «Ma per esigenze di tutela anche ambientale nell’89 è stata stipulata la Convezione di Londra», afferma Elda Turco Bulgherini.



Convenzione che all’articolo 12 dice: «Le operazioni di assistenza portate a termine con successo danno diritto a un compenso». Una regoletta che sta alla base di molte scene da comica, se non fosse che di mezzo c’è la sicurezza in mare, in cui si vede un diportista nei guai rilanciare una cima a un soccorritore per non doverlo ricompensare della cortesia. «Una cosa — dice la docente — che succede anche quando di mezzo ci sono grandi navi: si preferisce minimizzare, magari in attesa di un soccorso già contrattato». Forse. «Un comandante però—continua Oppicelli — non può rifiutare gli ordini legittimi dell’autorità marittima, che però attengono solo alle operazioni di salvataggio». Resta un fatto: «Che può prendersi il tempo che serve per valutare l’emergenza senza creare panico: il responsabile è lui».



Fino all’abbandono della nave, in senso tecnico ma non giuridico. «Perché un comandante può coordinare i soccorsi anche da una scialuppa. Deve essere l’ultimo ad abbandonare la nave ma non nel senso che deve starci con i piedi sopra». Quando però la nave è abbandonata a tutti gli effetti diventa di nessuno e dopo Dio, a quel punto, c’è solo l’autorità marittima.



Alessandra Mangiarotti18 gennaio 2012 | 8:11


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Lepore: «La politica sceglie solo i pm che fanno indagini famose»

Corriere del Mezzogiorno


«C'è chi approfitta dei processi per finire in televisione e invece di essere punito dal Csm è chiamato dai partiti»



Giovandomenico Lepore
Giovandomenico Lepore

NAPOLI



Giovandomenico Lepore, ha ascoltato l'appello del presidente della Cassazione? Dice che servono magistrati più preparati e autonomi.
«Ha perfettamente ragione».



Pensa che quelli di oggi siano poco competenti?
«Le nuove leve mi fanno ben sperare. Ma gli altri...».



Gli altri?
«Be', basti pensare che non si riescono a coprire tutti i posti messi a concorso. E anche quelli che passano non è che siano proprio dei geni».



Condivide anche l'invito ad essere più super partes?
«Certo. Chi ha fatto il magistrato è cresciuto nel culto dell'autonomia, come può poi accettare di entrare in politica e sottostare alle sue regole?».



C'è chi lo fa.
«Sì, ma chi? Si tratta, nel 99% dei casi, di magistrati che hanno cavalcato l'onda di un grande successo, la ribalta mediatica. C'è chi approfitta della notorietà di un processo per finire in tv o sui giornali. E che invece di essere punito va in politica».



I suoi (ex) colleghi non la prenderanno molto bene.
«Ma la colpa è proprio della politica, che sceglie i magistrati famosi. Perché nessun pm o giudice di provincia è mai stato chiamato?».



Perché?
«Semplice, perché non è mai finito sui giornali, dunque non era un nome famoso da presentare agli elettori». Giovandomenico Lepore, ex procuratore di Napoli in pensione da un mese, sabato era seduto nell'aula «Pessina» della facoltà di Giurisprudenza durante la presentazione del libro di Luigi Labruna. E ha ascoltato il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, sottolineare i due paradossi della magistratura. Il primo, tecnico, fa riferimento all'abbassamento del «livello minimale» di preparazione, proprio quando per effetto della complessità sociale sarebbe necessaria la massima capacità tecnica. Il secondo, professionale, è relativo alla circostanza che, proprio quando è chiamata a manifestare il massimo grado di indipendenza, la magistratura risulta invece molto più coinvolta nell'azione politica, e cresce il numero dei suoi esponenti eletti o chiamati ad esperienze amministrative.



Lepore, cos'è quello del presidente della Cassazione: un rimprovero, un invito, un allarme eccessivo?
«Eccessivo certamente no. È, piuttosto, la presa d'atto di una situazione».



Davvero i magistrati sono così impreparati?
«Oddìo, mo' torniamo agli asinelli e agli stalloni citati da Vincenzo Galgano in un'intervista rilasciata a lei?».



Può iniziare dai puledri...
«Ecco, quelli sono le ultime leve. Ho la sensazione che siano migliorati, e questo mi conforta».



Addirittura?
«Abbiamo avuto un periodo di magistrati non all'altezza, in cui c'erano più posti a disposizione che promossi».



La colpa?
«Una preparazione universitaria del tutto insufficiente. Escono da lì pieni di teoria, ma gli mancano due qualità fondamentali per un magistrato».



La prima?
«La pratica. Ma quella, al limite, possono farla con il tirocinio».



La seconda?
«Il buonsenso. E quello, se non l'hai imparato, nessuno te lo insegna più».



Rimedi?
«Ora stanno varando scuole, accademie. Vediamo se porterà benefici».



I nuovi magistrati dovranno imparare anche a star lontano dalle tentazioni della politica?
«Il presidente della Cassazione segnala un paradosso reale: i magistrati devono essere super partes, però poi certi alla fine parteggiano per una parte politica, qualunque essa sia».



Una spiegazione ce l'ha?
«Si deve ritenere che o sono stati fulminati dall'impegno politico nel corso della loro esistenza oppure, circostanza che non si può escludere, che abbiano fatto politica mentre svolgevano le funzioni di magistrato».



Le sembra normale?
«Scusi, ma se nel Csm esistono correnti che sono espressione delle idee politiche di questo Paese, di che vi meravigliate? Non chiamate Mi la corrente di destra ed Md quella di sinistra?».



Altri nemici in vista: vorrebbe l'abolizione delle correnti?
«Vorrei che il magistrato manifestasse le sue idee solo quando vota, non aderendo a correnti o, peggio, entrando in politica».



Guardi che nell'ultimo anno lei è stato accusato di «politicizzazione» e «spettacolarizzazione delle inchieste». Marco Pannella su «Radio radicale» l'ha attaccata aspramente...
«Neppure gli rispondo. E poi attenzione a distinguere tra capo e pm. Il procuratore è l'unico che risponde di ciò che fa l'ufficio, ma spesso si verificano casi in cui un soggetto che fa un'inchiesta eclatante vuole che il suo nome esca sul giornale o cerca spazi in televisione. La vetrina attira molti».



Scusi, ma non è il capo che deve controllare?
«Sì, e sono previste pure sanzioni».



E allora?
«E allora quelle sanzioni si riducono a poco. Basta premettere nella dichiarazione o nell'intervista che si parla in generale: sui giornali o in tv ci finisci lo stesso, davanti al Csm no».



È sufficiente fare un'inchiesta da copertina per assicurarsi un futuro in politica?
«È il meccanismo di selezione della politica che è perverso. I partiti scelgono i magistrati solo in base alla fama e alla risonanza mediatica della loro attività. Chissà perché la stragrande maggioranza viene da uffici grandi, come Roma, Napoli e Milano, o particolarmente esposti».



Prevede che un pm di provincia non lo eleggeranno mai?
«Ha meno occasioni di diventare famoso. Pensiamo ai magistrati bravi: Giancarlo Caselli e Luciano Violante sarebbero stati mai cooptati se fossero stati ignoti e non avessero combattuto mafia e terrorismo? E Giuseppe Narducci perché ha fatto notizia? Perché era il pm di Calciopoli: avesse seguito le inchieste sui furti d'auto, magari non l'avrebbero considerato».



Quindi lei che è stato procuratore della Repubblica potrebbe...
«Potrei. Ma non voglio».



È il suo no ufficiale ai partiti?
«L'ho sempre detto: mai in politica. Certo che se però mi nominassero senatore a vita...».


Gianluca Abate
17 gennaio 2012




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Giglio, pubblicato l'elenco dei dispersi Trovati altri cinque corpi

Il Messaggero

Le vittime individuate sono 4 uomini e una donna. I morti salgono a 11. Rintracciato un tedesco. 22 mancanti all'appello






ISOLA DEL GIGLIO - I sommozzatori della Guardia Costiera hanno individuato nel relitto della Concordia altri cinque cadaveri, quattro uomini e una donna. Avrebbero tra i 50 e i 60 anni. I corpi sono stati trovati nella parte di poppa sommersa ed estratti dopo cinque ore di lavoro. Nel frattempo l'unità di crisi presieduta dal prefetto di Grosseto Giuseppe Linardi ha fatto sapere che un passeggero tedesco inserito nella lista dei mancanti all'appello è stato rintracciato in Germania e ha pubblicato i 28 nomi inseriti nella lista dei dispersi. Se da questi si sottraggono i sei cadaveri non ancora identificati (gli ultimi recuperati) il numero scende a 22, ma sulle cifre rimane incertezza. I morti finora accertati sono 11. Della sesta salma recuperata nella serata di ieri al momento si sa solo che è di un cittadino tedesco. Questi i nominativi dei dispersi suddivisi per nazionalità:


6 italiani:

Dintrono Maria
Girolamo Giuseppe (membro equipaggio)
Trecarichi Maria Grazia
Virzì Luisa Antonia
Arlotti Dayana
Arlotti Williams

13 tedeschi:

Bauer Elisabeth
Ganz Christina Mathi
Ganz Norbert Josef
Goergens Gertrud
Grube Gabriele
Hoer Egon
Neth Margarethe
Schall Inge
Stumpf Siglinde
Werp Brunhild
Werp Josef
Galle Horst
Schroeter Margrit

4 francesi:

Blemand Michael
Gannard Jeanne
Gregoire Pierre
Litzler Mylene

Un ungherese:

Feher Sandor (membro dell'equipaggio)

Un indiano:

Rebello Russel Terence (membro dell'equipaggio)

Una peruviana:

Soriamolina Erika Fani (membro dell'equipaggio)

2 americani:

Heil Barbara e Heil Gerald


Aperti varchi con l'esplosivo. Per la prima volta la notte tra lunedì e martedì le operazioni di ricerca erano state momentaneamente sospese: i leggeri movimenti della nave di ieri avevano infatti convinto i soccorritori a interrompere i lavori. Poi le ricerche sono ripartite. E' una corsa contro il tempo, quella degli uomini della Marina Militare, che stanno utilizzando anche delle microcariche esplosive per aprire dei varchi sulla chiglia della nave per riuscire ad accedere in maniera più rapida alle parti sommerse.

Le ricerche. Prima dei cinque corpi recuperati oggi, tutti con indosso il giubbetto di salvataggio e di un'età compresa tra i 50 e i 60 anni, domenica i sommozzatori alpino-fluviali del vigili del Fico avevano individuato il sesto corpo senza vita, un altro anziano, al ponte due, in una zona sommersa dall’acqua. Sono riusciti a recuperarlo soltanto sedici ore dopo, ormai a sera, alla fine di una giornata infernale. I cadaveri vengono portati all'obitorio di Orbetello per l'autopsia.

La nave rischia di scivolare. I lavori di recupero sono complessi. Martedì le condizioni meteo sono state ottimali ma il giorno prima, a causa del mare mosso e del Libeccio, alle 11.38 era scattato l’allarme: la Costa Concordia si sta muovendo, sta scivolando verso quel maledetto scalone che potrebbe farla sprofondare, se solo il mare lo volesse, al doppio del punto in cui si trova, e cioè a 70 metri. Ordine di evacuazione immediato per i dodici sommozzatori dei Vigili del fuoco che in quel momento stavano esplorando le sale e i corridoi invasi dall’acqua, le viscere della nave (guardale foto dell'interno della nave). Nove centimetri in orizzontale un centimetro e mezzo in verticale, di tanto si era spostata: quei sub stavano rischiando la vita. Fino a giovedì le condizioni climatiche dovrebbero rimanere stabili. Poi è previsto un peggioramento della situazione meteo, con venti molto forti. I soccorritori devono fare in fretta.

Le operazioni. Lo sa bene il comandante Gioino Di Rocco, 44 anni, di Tivoli, che s’è alzato in volo con il suo Drago 57, l’elicottero dei Vigili del fuoco pronto sulla banchina. E’ stata un’operazione da manuale: ha fatto calare sei verricelli e poi altri sei, e nello spazio di cinque minuti cinque tutti e dodici i sommozzatori che l’aspettavano già posizionati a poppa sono stati portati al sicuro. Con quel mare così, con la Costa Concordia che sembrava disposta ad assecondarlo, sono stati i momenti più difficili. Quando al comandante generale dei Vigili del fuoco Alfio Pini, arrivato da Roma a rendersi conto della situazione, è stato chiesto se davvero il peggio poteva accadere, lui sinceramente ha risposto: «Sì, c’è anche il rischio di perdere la nave».

Pericolo sciacallaggio. Intanto al Giglio sono arrivati i Gis, le teste di cuoio dei carabinieri, uomini specializzati, pronti a tutto. Lo si può immaginare anche dall’ultimo allarme che è stato lanciato, quello sul tesoro che comunque la Concordia ancora custodisce: una banca, una gioielliera, le casse dei negozi, le casseforti nelle cabine e tutti i contanti che i naufraghi non sono riusciti a portar via. Per scoraggiare qualsiasi spericolato sciacallo la Guardia di Finanza ha organizzato un pattugliamento speciale.

Martedì 17 Gennaio 2012 - 08:51    Ultimo aggiornamento: 23:48




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Assedio a casa di Patroni Griffi Ex ministro sotto la finestra

Libero

Cori e gli attivisti di Actioni protestano davanti al portone di via Monte Oppio. E spunta un nuovo caso-appartamento




Un centinaio di manifestanti di Action ieri ha protestato sotto la casa comprata a un prezzo stracciato da Filippo Patroni Griffi. Alle 15.30 si sono riuniti con gli striscioni davanti al portone di via Monte Oppio 12, dove (nel 2008) il ministro della Funzione pubblica comprò un appartamento di 109 metri quadrati con vista sul Colosseo per soli 170mila euro.

Un affare ottenuto grazie alle cartolarizzazioni degli immobili degli Enti. In questo caso dell’Inps. Ed è da lì che parte la reazione di sdegno di Unioneinquilini, Action, Comitato Inquilini senza  titolo X e IV Municipio e Point break. Perché, secondo loro, come «vip» Patroni Griffi non avrebbe dovuto avere diritto di prendere casa in affitto attraverso un Ente. Quindi, di conseguenza, l’allora presidente di sezione del Consiglio di Stato non avrebbe dovuto avere la possibilità di accedere alle svendite immobiliari decise nel 2001. 


Anche su questo la procura di Roma ha già deciso di indagare. L’aggiunto Alberto Caperna ha delegato il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza del  Lazio di svolgere i primi accertamenti sulla base dei quali si deciderà se approfondire l’inchiesta. Per ora, però, il fascicolo sulla compravendita della casa è ancora vuoto. Non ci sono né indagati né ipotesi di reato, ma gli investigatori stanno lavorando per scoprire se l’affare immobiliare del ministro sia lecito.

E anche per capire se i legami con la Cricca del G8 vadano oltre la conoscenza comune di Carlo Malinconico, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dimesso una settimana fa dopo il clamore per le vacanze che gli furono pagate da Francesco Piscicelli, imprenditore dei Mondiali di nuoto, intercettato al telefono con il cognato che rideva del terremoto in Abruzzo.


Il sospetto è che la pratica di via Monte Oppio, rimbalzata dal Tar del Lazio al Consiglio di Stato (perché l’Inps considerava quel palazzo un immobile di pregio e non intendeva svenderlo), sia stata velocizzata. A questo punto, però, almeno secondo il centinaio di persone riunite ieri in protesta, non questo l’unico problema. A parte i tempi brevi, che hanno insospettito anche gli addetti ai lavori, per Patroni Griffi si parlerebbe di privilegi inspiegabilmente ottenuti a monte. Cioè negli anni ’80, quando entrò nell’immobile come inquilino.


Secondo Action e gli altri «la vicenda del ministro Patroni Griffi, simile a quella di altri inquilini vip dell’Inps e di altri enti previdenziali, va indagata fino in fondo per gettare un cono di luce su uno scandalo colossale». Non solo, dalla protesta a due passi dal Colosseo, dove campeggiava lo striscione «Inps, case svendute ai ricchi; diritti negati ai cittadini», denunciano quello che secondo loro è «uno scandalo rappresentato dalla gestione degli immobili da parte degli Enti previdenziali e sulla vicenda della loro dismissione».

«Mentre a Patroni Griffi e altri venivano svendute a quei prezzi  le case al centro di Roma», si legge anche in una nota, «in periferia sono ancora circa 10 mila le famiglie, inquilini dei medesimi enti previdenziali, che attendono invano il rispetto del propri diritti di prelazione (malgrado ci sia una legge che lo prevede esplicitamente). A queste si aggiungono almeno altre mille famiglie, con redditi bassissimi, formalmente senza titolo, che aspettano una regolarizzazione da anni e che sono a rischio di sgombero».


Roberta Catania
17/01/2012




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Le case in saldo alla Casta: tremano pure Veltroni e Bindi

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Bechis su Libero: tra i privilegiati spuntano molti esponenti della sinistra vip: da Bonanni alle figlia di Ingrao e Chiaromonte





Il mistero ancora oggi non è stato sciolto. Ci sono tre palazzi fantasma a Roma che fra il 16 settembre 2004 e la stessa data del 2005 sono scomparsi. Alla prima data erano sulla lista più temuta dagli inquilini degli enti previdenziali di tutta Italia: quella degli immobili di pregio della Scip da vendere se non a prezzi di mercato (questo mai), comunque senza sconti.

Alla seconda data i tre palazzi, tutti nel cuore di Roma nell’esclusiva zona del Sallustiano, quartiere Pinciano a due passi da Via Veneto, non erano più in quella lista. Il periodo era parallelo a quello in cui Filippo Patroni Griffi tentava (ci sarebbe riuscito con successo), insieme a tutti i suoi coinquilini di Monte Oppio di fare togliere dalla stessa lista la sua casa con vista sul Colosseo.


Misteriosamente i tre palazzi, due in via Augusto Valenziani (al n.12 e al n.16) e uno in via Raffaele Cadorna 13, sono scomparsi dalla lista degli immobili di pregio per decisione del venditore e prima ancora che fossero cartolarizzati sono stati venduti agli inquilini con il 45% di sconto su una valutazione già assai più bassa del valore di mercato.

Il Tesoro ha così incassato 22 milioni di euro meno del previsto. In Via Cadorna l’Agenzia del Territorio anni prima aveva fatto una stima di 9,1 milioni di euro per 23 appartamenti, del valore medio di 396.790 euro. Sono stati venduti a 4,5 milioni di euro a un valore medio di 197mila euro.


In via Valenziani la valutazione era stata di 29 milioni di euro per 79 appartamenti al prezzo medio di 373.922 euro. Sono stati incassati 12,1 milioni di euro a un prezzo medio di 154.154 euro per appartamento. Il flop fu così macroscopico per le Finanze pubbliche che la Corte dei Conti aprì un procedimento per danno erariale, condannando in primo grado a 300mila euro di risarcimento due dirigenti del Tesoro, Maria Cannata e Tiziana Mazzarocchi. In appello la Cannata è stata assolta, mentre la Mazzarocchi ha patteggiato un risarcimento di 30mila euro.

La vicenda lì è finita. Ma nessuno ha mai scoperto perché fu fatto quel grande favore solo agli inquilini di quei tre palazzi (per altro un quarto, praticamente inglobato nello stesso isolato, ne fu escluso). C’erano inquilini vip a cui fare il maxi-sconto? La risposta è ovvia: sì. All’epoca si disse di due alte funzionarie ministeriali che ottennero il favore. Ma a beneficiarne non furono solo loro.

L’inquilino più noto del palazzo di via Valenziana 12 era Chiara Ingrao, ex deputato del Pci-Pds ed ex consulente dei governi di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Figlia di due icone della sinistra, Pietro Ingrao e Laura Lombardo Radice. Chiara con il marito Paolo Francesco Franco ha acquistato un appartamento di 5 vani proprio in via Valenziani il 28 aprile 2005, in quell’anno misterioso in cui i tre palazzi scomparvero dalla lista degli immobili di pregio.

Comprò a 1.700 euro al metro quadrato contro i 7mila che oggi vengono chiesti nella stessa via. Per altro se ne accorse anche il venditore, visto che i due appartamenti restati inoptati dagli inquilini furono messi in vendita solo per la nuda proprietà e andarono via addirittura a 100mila euro più della valutazione della Agenzia del Territorio su cui la Ingrao ebbe lo sconto del 45%.


Un regalone vero e proprio. Il più alto (75,71% di sconto) che si ricordi nella pur lunga e generosa storia delle vendite Scip. Certo in quei palazzi non fu la sola vip a sbancare il Tesoro. Ebbero lo stesso vantaggio Umberto Cicconi, il fotografo più amato da Bettino Craxi, Enrico Angelani, vicepresidente della Commissione provinciale tributaria di Roma, due professoresse della Sapienza, una quotata psicologa di Verona, la segretaria amministrativa della Melampo di Roberto Benigni. E poi ancora un giovane architetto che va per la maggiore (Marco Maria Sambo), una giornalista ceca corrispondente de L’Express e di Le Soir (Vanja Luksic, che affrontò molte polemiche per un suo dizionario pungente sull’era berlusconiana), e perfino qualche artista abbastanza quotato.


Quei tre palazzi fanno scalpore, ma sono stati molti nell’era delle cartolarizzazioni gli immobili pubblici sottratti alle regole del mercato per essere venduti a pochi euro ad inquilini vip. Ebbero un supersconto nel 2004 pari al 73,68% rispetto ai prezzi oggi chiesti dalle agenzie immobiliari altre due figlie d’arte della sinistra italiana, come Franca Chiaromonte e Maura Cossutta, che conquistarono a 1.500 euro circa al metro quadrato due appartamenti in via della stazione di San Pietro. Più piccolo quello della Chiaromonte: 4 vani catastali con ingresso, disimpegni, due camere, cameretta, cucina, bagno e due balconi andati via per 113mila euro. Un po’ più grande quello della Cossutta: 6 vani catastali con ingresso, disimpegni, 3 camere, cameretta, cucina, due bagni e due balconi, andati via per 165mila euro. Fa una certa impressione vedere le tre donne in testa alla classifica dei maggiori sconti ottenuti dai vip per acquistare case di Stato: tre «figlie di» a cui evidentemente si è aggiunto qualche vantaggio.


Patroni Griffi da neo-ministro è sbarcato in politica e così si è inserito in classifica dei vip superbenficiari degli sconti di Stato al primo posto assoluto: 71% di sconto per i 109 metri quadrati davanti al Colosseo. Supera di un nulla il beneficio (sconto del 70%) ottenuto da Franco Marini che ha comunque sborsato un milione di euro per il suo super appartamento nel cuore dei Parioli. Appena sotto in classifica Valter Veltroni, che a due passi da piazza Fiume è riuscito a prendere dalla Scip una bella casa a meno di 2mila euro al metro quadrato, contro i 5.700 che chiedono oggi nella stessa via dove abita l’ex sindaco di Roma.


Sconto simile a quello conquistato dal leader della Cisl Raffaele Bonanni nel quartiere Flaminio, a due passi dal Tevere. Sconto alto, ma tutt’altre cifre impegnate per Ciriaco De Mita che ha speso 3,4 milioni di euro per avere il superattico diviso poi in tre appartamenti dietro Fontana di Trevi. Segue Sergio D’Antoni, ex sindacalista Cisl e già viceministro dell’Ulivo che ha pagato meno della metà la sua bella casa ai Parioli, in via Civinini. Decimo sconto Scip in classifica per il vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, che ha pagato 421mila euro una bella casa dietro piazza del Popolo risparmiando rispetto a quanto viene chiesto oggi sul mercato per la stessa via il 47,12%.

17/01/2012




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