domenica 15 gennaio 2012

Tragedia al Giglio, parla l'eroe Manrico «36 ore da incubo, ma ho sempre sperato»

Corriere della sera

Il commissario di bordo estratto dalla Costa Concordia. «La notte dell'incidente ha aiutato molte persone a salvarsi»



MILANO - Ha una frattura alla gamba ma non è in pericolo di vita Manrico Giampedroni, il 57enne capo commissario di bordo della Costa Concordia, la nave naufragata al Giglio. L'uomo, originario di Ameglia (La Spezia), è stato tratto in salvo con una operazione spettacolare: messo su una barella e immobilizzato, Manrico è stato quindi caricato su un elicottero dei vigili del fuoco con un verricello. «Ho sempre sperato nella salvezza, ho vissuto 36 ore di incubo», le sue prime parole una volta arrivato all'ospedale di Grosseto. È la terza persona tratta in salvo, dopo la coppia di sudcoreani soccorsi nella notte tra sabato e domenica.

«HA AIUTATO MOLTE PERSONE» - Venerdì sera il capo commissario di bordo si è adoperato per ore a bordo della nave dei sogni naufragata per aiutare la gente a salire sulle scialuppe. Poi dal ponte, Giampedroni è sceso al piano sottostante per verificare se ci fosse ancora qualcuno. Ma è scivolato e si è rotto una gamba, per questo è rimasto bloccato nel ristorante del terzo ponte. A raccontarlo è stata la madre dell'ufficiale di bordo, la signora Giampetroni raggiunta al telefono dall'emittente locale ligure
 
Primocanale. «Ci tengo a dire una cosa - ha raccontato la donna -: oggi l'ho sentito, mi ha detto di avere aiutato molte persone a salire sulle scialuppe di salvataggio. Era mezzanotte. Poi è andato a cercare nelle cabine se era rimasto qualcuno. Ma è scivolato e si è rotto una gamba, rimanendo bloccato». Giampedroni lavora con la Costa a da quando aveva 18 anni. È stato macchinista, poi è diventato «hotel director» con la qualifica di capo commissario.
 
Redazione Online 15 gennaio 2012 | 16:44

Turno in fabbrica dalle 5 del mattino Alla Luxottica i lavoratori dicono sì

Corriere della sera

Decisione maturata dopo una consultazione interna. Poi l'accordo sindacale. Cinque milioni di occhiali con un giorno di anticipo



Andrea Guerra, ad di LuxotticaAndrea Guerra, ad di Luxottica

Un accordo che prevede l'ingresso in fabbrica alle 5 del mattino, realizzato non solo senza un minuto di sciopero ma con una stretta cooperazione tra azienda e lavoratori per scegliere insieme la soluzione più giusta. E' successo a Sedico in una fabbrica del gruppo Luxottica ed è la dimostrazione che dovremo abituarci a guardare sempre di più a Belluno per capire l'evoluzione delle relazioni industriali.

Dal gruppo che fa capo a Leonardo Del Vecchio - una multinazionale da 62 mila dipendenti e 6 miliardi di euro di ricavi - continuano ad arrivare esperienze-pilota destinate a cambiare merito e metodo della negoziazione sindacale. Dopo il lancio del welfare aziendale la novità di questi giorni viene dall'intesa sugli orari che è stata raggiunta per 600 lavoratori del Centro distributivo di Sedico dove arrivano tutti gli occhiali prodotti nei 6 stabilimenti italiani. Lì vengono confezionati e ripartono per essere distribuiti in tutto il mondo, tranne la Cina servita dalle fabbriche in loco.

La Luxottica aveva la necessità di aumentare la produttivitàdi Sedico facendo girare gli impianti non più solo dalle 8 alle 17 ma dalle 5 del mattino alle 20. Con l'ok dei sindacati confederali si è deciso di iniziare una consultazione tra i lavoratori. Sono state così avviate due sessioni di workshop (anche il lessico sindacale cambia!) per coinvolgerli e raccogliere indicazioni sugli orari e le esigenze personali.

Al termine della prima i lavoratori hanno ricevuto un questionario con il menù degli orari formulati in base alle prime indicazioni e condivisi con Cgil-Cisl-Uil. Il secondo workshop è servito per esaminare i risultati del questionario e andare avanti nel confronto. Circa cento lavoratori addetti alla logistica hanno scelto l'orario dalle 5 alle 13, altrettanti hanno preferito la fascia dalle 12 alle 20. Il risultato per l'azienda è stato che la distribuzione è attiva dalle 5 del mattino alle 20, come da programma.

Per quanto riguarda gli addetti al confezionamento degli occhiali i lavoratori hanno scelto di dividersi su due turni, il primo dalle 8 alle 17 e il secondo dalle 12 alle 20,30. L'esito di tutta la consultazione si è poi tradotto in un accordo formale sottoscritto con i sindacati. In virtù di questa intesa l'azienda di Del Vecchio potrà far arrivare 5 milioni di occhiali sul mercato un giorno prima rispetto al passato.


I sindacati di categoria accettando il percorso proposto loro dalla Luxottica hanno dimostrato pragmatismo e maturità. Hanno scelto un metodo che porta alla consultazione preventiva dei lavoratori, alla costruzione di una soluzione condivisa dentro uno schema di collaborazione tra azienda e sindacato che può far invidia all'osannato modello tedesco. E' vero che alla fine è stato stipulato un accordo tradizionale ma il percorso è stato innovativo e costituisce un precedente di grande valore.

Il sindacato avrebbe potuto rivendicare i suoi diritti di primogenitura organizzativa, negoziare «da solo» e invece ha capito che la consultazione preventiva avrebbe comunque rafforzato il suo radicamento e il clima di fabbrica. «L'intesa - commenta Nicola Pelà, direttore risorse umane del gruppo Luxottica - riflette un senso di adesione e vicinanza all'azienda non comuni, anche quanto, come in questo caso, si chiede di entrare in fabbrica alle 5 di mattina».



15 gennaio 2012 | 13:55




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Guerra commerciale: la Cina vuole bloccare il cibo italiano

Libero

La capitale del falso ci accusa di falso e scende in battaglia contro gli alimenti made in Itali. Già fermato l'olio perché "non è del Belpaese"




È il bue che dà del cornuto all’asino. La Cina, che è il paese delle contraffazioni, ci mette sotto inchiesta per colpa dell’olio d’oliva taroccato. Secondo lo Shangay daily e l’ufficiale Quotidiano del Popolo,  le dogane cinesi «hanno avviato ispezioni sull’olio di oliva importato dall’Italia dopo che un’organizzazione degli agricoltori ha dichiarato che produttori senza scrupoli avrebbero spacciato miscele di olio a basso costo provenienti da Grecia, Spagna, Marocco e Tunisia come olio extravergine superiore».

Un danno d’immagine così forte che il nostro ambasciatore si è precipitato a chiarire e ha assicurato le autorità cinesi «che la nostra produzione è controllata». Sta di fatto però che sull’olio d’oliva in Italia ci sono molte perplessità. La legislazione è lacunosa, la produzione deficitaria dal punto di vista delle quantità (ne facciamo 6 milioni di quintali, ne consumiamo nove, ne esportiamo circa 3) e da anni ormai i grandi marchi italiani sono in mani spagnole. Non è un caso che le organizzazioni agricole hanno chiesto più tutela per i nostri oli extravergine di oliva e più severità nei controlli a cominciare dalla Puglia che è la regione del mondo dove se ne fa di più: un milione e mezzo di quintali.

Ma lo scivolone sulla macchia dell’olio mette in rilievo la totale sottovalutazione che c’è in Italia rispetto all’agricoltura e all’agroalimentare di qualità. Appena ieri il ministro per l’agricoltura Mario Catania ha annunciato con un qualche (giustificato) orgoglio che proprio l’olio d’oliva Vulture ha ottenuto la Dop ed è la numero 238 del nostro Paese che conta il 21% delle produzioni comunitarie a marchio di garanzia: più di tutti.

Da una parte continuiamo a produrre eccellenze, dall’altra ci facciamo beccare con le dita nella marmellata da chi nel mondo campa alle spalle della nostra agricoltura. L’Italia ha il record di tentativi di imitazione. Si stima che il giro d’affari legato ai falsi prodotti agroalimentari made in Italy valga 60 miliardi (poco meno della metà del fatturato di settore) e che 3 su 4 prodotti venduti nel mondo come italiani siano in realtà delle volgari imitazioni.

Con un doppio danno: concorrenza sleale e appannamento dell’immagine. Ma mentre noi facciamo pochissimo per contrastare i falsi – anzi li finanziamo pure come il pecorino rumeno o la bresaola uruguaiana prodotti da un caseificio e un salumificio di cui è socio il nostro governo attraverso la Simest – ancor meno per promuovere gli originali, gli altri ci invadono (è il caso della Cina con il miele, con l’ortofrutta, con un milione di tonnellate di concentrato di pomodoro e un incremento di export del 227% tale da avere messo in ginocchio la nostra industria conserviera) con prodotti dubbi – mozzarelle blu, ortaggi all’escherichia coli, maiali alla diossina -  e alzano contro di noi barriere doganali più o meno occulte.

È il caso dei dazi russi e indiani sui nostri vini, dei controlli cinesi che dall’olio pare si estenderanno a tutto il food&wine italiano, del Canada e dei Paesi scandinavi che gestiscono l’import di vino attraverso i monopoli,  dei dazi brasiliani e dei severissimi controlli che gli Usa stanno imponendo al made in Italy.

Proprio gli americani che hanno,insieme all’Australia, il record di imitazioni dei nostri prodotti in un catalogo dove spiccano dal Parma ham (Usa) all’Asiago del Wisconsin (Usa), dal Tinboonzola (Australia) al Parmesao (Brasile) o al Reggianito (Argentina), e che vendono il 97% della pasta, il 94% dei prodotti sott’olio e il 76% delle conserve di pomodoro false ci stanno imponendo un nuovo dazio camuffato da controlli di qualità a spese delle nostre aziende.

Pensare che basterebbe recuperare il 10% del mercato dei falsi per dare ai nostri campi e alle nostre industrie una vera prospettiva di sviluppo. Ma noi facciamo i compiti che l’Europa, quella stessa Europa che concede le Dop ai prodotti cinesi senza pretendere la reciprocità, che non ha fatto nulla per difendere i nostri marchi in sede di Wto, ci impone tirando la cinghia e ci facciamo dare lezioni di correttezza commerciale dai cinesi. È tutto dire!


di Carlo Cambi
14/01/2012




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Com'è l'Unione Europea? Peggio dell'Unione Sovietica

Libero

Il dissidente russo Bukovsky lo aveva predetto: "Un mostro come l'Urss guidato da burocrati autoeletti e fondato sulle minacce finanziarie"




Eravamo da sempre il Paese più europeista. Fino a un anno fa. In dodici mesi la fiducia degli italiani nell’Unione europea è precipitata.  Secondo l’ultimo rilevamento dell’Ipsos ha perso addirittura 21 punti percentuali (passando dal 74 per cento al 53).

Un crollo che dovrebbe far riflettere i politici e soprattutto le tecnocrazie europee a cui gli italiani sono sempre più ostili. Anche perché il crollo della fiducia degli italiani non è un fatto emotivo passeggero, né uno stato d’animo superficiale. Al contrario. Il loro europeismo era a prova di bomba.

Hanno accettato di fare sacrifici per entrare nella moneta unica, hanno accettato perfino di farsi spennare da un cambio lira/euro estremamente penalizzante e poi hanno subito - senza fiatare - il sostanziale raddoppio di tutti i prezzi con l’inizio dell’euro (un impoverimento di massa).

La loro fiducia è crollata solo davanti alla scoperta che la sospirata moneta unica - che tanto ci era costata - realizzata in quel modo (senza una banca centrale e un governo come referenti ultimi) era una trovata assurda e fallimentare di tecnocrazie incompetenti e arroganti. Grazie a questo incredibile esperimento, l’Italia - un Paese solvibilissimo e che ha la sesta economia del pianeta - sta ora rischiando il fallimento (del tutto ingiustificato visti i suoi fondamentali).


LA PROFEZIA
Quello che gli italiani ignorano è che tale disastro era stato previsto. E pure che la china antidemocratica che l’Ue sta imboccando da venti anni a questa parte era evidente ed era stata denunciata. L’affievolimento della democrazia e dei diritti individuali, la dittatura del «politically correct», è qualcosa a cui purtroppo facciamo meno caso - come si vede in queste settimane in Italia - ma è perfino più grave del fallimento politico ed economico della Ue.

Una delle voci nel deserto che videro in anticipo è quella di un eroico dissidente russo, Vladimir Bukovsky, uno così temerario e indomabile che già a venti anni era inviso al regime comunista sovietico il quale lo rinchiuse nei manicomi politici e nel gulag, torturandolo (infine - pur di disfarsene - lo cacciò via nel 1976 in cambio della liberazione in Cile del leader comunista Luis Corvalan). Ebbene, Bukovsky, in una conferenza nell’ottobre del 2000, riportata di recente su Italia oggi, se n’era uscito con affermazioni che sembrarono allora esagerate, che forse lo sono, ma che - alla luce degli ultimi eventi - rischiano di essere semplicemente profetiche.


Non mi riferisco solo a eventi come il commissariamento dell’Italia e della Grecia e il tentato commissariamento (in corso) dell’Ungheria, ma anche alle cessioni di sovranità dei diversi stati mai sottoposte ai referendum popolari o alle bocciature di tali cessioni (nei referendum o nei parlamenti) che sono state sostanzialmente ignorate.  «Per quasi 50 anni», disse Bukovsky «abbiamo vissuto un grande pericolo sotto l’Unione Sovietica, un paese aggressore che voleva imporre il suo modello politico a tutto il mondo.

Diverse volte nella mia vita ho visto per puro miracolo sventare il sogno dell’Urss. Poi abbiamo visto la bestia contorcersi e morire davanti ai nostri occhi. Ma invece di esserne felici, siamo andati a crearci un altro mostro. Questo nuovo mostro è straordinariamente simile a quello che abbiamo appena seppellito». Si riferiva all’Unione europea. Argomentava: «Chi governava l'Urss? Quindici persone, non elette, che si sceglievano fra di loro. Chi governa l'Ue? Venti persone non elette che si scelgono fra di loro».


Bisogna riconoscere che oggi abbiamo addirittura governi non eletti (come quello italiano) con un programma dettato dalla Bce. Diceva ancora Bukovsky: «Come fu creata l'Urss? Soprattutto con la forza militare, ma anche costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. Come si sta creando l'Ue? Costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente.

Per la politica ufficiale dell’Urss le nazioni non esistevano, esistevano solo i “cittadini sovietici”. L’Ue non vuole le nazioni, vuole solo i cosiddetti “europei”. In teoria, ogni repubblica dell’Urss aveva il diritto di secessione. In pratica, non esisteva alcuna procedura che consentisse di uscirne. Nessuno ha mai detto che non si può uscire dall’Europa. Ma se qualcuno dovesse cercare di uscirne, troverà che non è prevista nessuna procedura».


Bukovsky arrivava fino a giudizi pesantissimi, sicuramente esagerati, ma chi ha subito ciò che lui ha subito in difesa della libertà di coscienza ha tutto il diritto di essere ipersensibile a ogni violazione della libertà di pensiero e dei diritti individuali: «L’Urss aveva i gulag. L’Ue» aggiungeva Bukovsky «non ha dei gulag che si vedono, non c’è una persecuzione tangibile. Ma nonostante l’ideologia della sinistra di oggi sia “soft”, l’effetto è lo stesso: ci sono i gulag intellettuali. Gli oppositori sono completamente isolati e marchiati come degli intoccabili sociali. Sono messi a tacere, gli si impedisce di pubblicare, di fare carriera universitaria ecc. Questo è il loro modo di trattare con i dissidenti».

Un’esagerazione certamente, ma è la sua stessa vicenda personale a far riflettere sulla libertà del pensiero e della cultura in Europa occidentale. Quanti in Italia conoscono Vladimir Bukovsky, il leggendario dissidente, l’eroico difensore della libertà di coscienza? Eravamo pochissimi isolati che nei primi anni Sessanta ne seguivamo le peripezie (nei manicomi politici e nei lager): i miei coetanei - specie quelli che oggi pontificano dai giornali come giornalisti, opinionisti e intellettuali - avevano come loro mito i vari Mao, Fidel Castro e perfino Stalin. Oggi molti di loro - dopo essersi autoassolti - impartiscono lezioni di liberaldemocrazia dai mass media, ma senza mai aver fatto un vera «mea culpa», infatti continuano a cantare in coro. E continuano ad avere in gran dispetto le voci libere come Bukovsky.


AUTOASSOLUZIONI
Il motivo semplice. Perché mette sotto accusa le élite culturali europee (e anche quelle politiche). Perché è un uomo che - dopo aver sfidato il Kgb e la cappa di piombo del regime sovietico - ha sfidato la cappa di piombo del conformismo «politically correct» occidentale. È uno che nei suoi libri scrive: «Il comunismo è una malattia della cultura e dell’intelletto... Le élite occidentali penso non capissero l’universalità di quel male, la sua natura internazionale e quindi il carattere universale della sua pericolosità».

La sua ha continuato ad essere una voce scomoda e isolata perché - dopo il crollo delle feroci nomenclature comuniste - non ha chiesto vendetta, ma ha pure rifiutato che si autoassolvessero e restassero al potere. Ha scritto in un suo libro: «Noi siamo pronti a perdonare i colpevoli, ma loro non devono assolversi da sé». È chiaro perché uno così, in un paese come l’Italia, è sconosciuto e continua ad essere una voce silenziata. Infatti quante volte è stato fatto parlare in tv o sui giornali italiani?

Parla in Gran Bretagna, in America… Ma in Italia è una voce silenziata. Quali case editrici hanno pubblicato i suoi libri? Prendiamo il volume che ha scritto, dopo il crollo dell’Urss, quando poté tornare a Mosca e pubblicare i documenti degli archivi del Cremlino: chi ha tradotto quel libro in Italia? La piccolissima editrice Spirali. Infatti «Gli archivi segreti di Mosca» è pressoché sconosciuto e ben pochi ne han parlato sui giornali.

Eppure riguardava anche noi italiani. Voci profetiche come quella di Bukovsky devono far riflettere soprattutto in un Paese come il nostro dove ha sempre scarseggiato la sensibilità per i diritti dell’individuo e ha sempre abbondato il conformismo culturale, la prevaricazione delle nomenklature e quella dello stato. L’allarme del dissidente russo sull’Europa ci riguarda e ci deve far riflettere. Oggi più che mai. Ma ancora una volta sono poche le voci che sono sensibili all’allarme sulla libertà.


di Antonio Socci
www.antoniosocci.com




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Acqua, la denuncia dei referendari: "Traditi da Vendola"

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Il governatore pugliese sotto accusa. Dopo essersi battuto per l'acqua pubblica, ha aumentato le tariffe


Vatti a fidare dei sodali politici. Il popolo dell’acqua e Nichi Vendola, ai tempi del referendum compagni di aspre battaglie, ora si fanno la guerra tra di loro.






O meglio, sono i movimenti che hanno sostenuto la causa dell’acqua bene pubblico che si accorgono di essere stati sedotti e abbandonati dal governatore della Puglia. E gli scatenano contro un vendicatore perfetto. Si tratta di Riccardo Petrella, ex presidente dell’Acquedotto Pugliese (Aqp), il più grande acquedotto «pubblico» d’Europa, che torna in Puglia la prossima settimana per mettere in mora Vendola.

Il leader di Sel è infatti giudicato colpevole dai comitati di aver razzolato esattamente al contrario di quanto aveva predicato non solo in occasione dei referendum del giugno 2011, ma anche durante le sue due campagne regionali. Quando, appunto, avrebbe cavalcato la battaglia per l’acqua pubblica solo per scopi elettorali.

L’acqua pugliese infatti non è nel frattempo diventata bene comune, le tariffe non si sono abbassate, anzi sono salite. «Siamo al paradosso - attacca Margherita Ciervo, responsabile pugliese di Acqua Bene Comune - perché le bollette dell’acqua potabile in Puglia aumenteranno nonostante la volontà popolare abbia abrogato la “remunerazione del capitale” in tariffa».

Il ritorno in Puglia dal Belgio di Petrella è una nemesi per Nichi. Il professore è uno dei più noti teorizzatori dell’acqua pubblica e gratuita e parteciperà a un seminario organizzato dai movimenti, anche e soprattutto per ricordare le promesse non mantenute dal governatore. Che ne risentirà in credibilità, visto che fu proprio lui a chiamare Petrella alla guida dell’Aqp e poi a costringerlo a dimettersi per qualche dissidio di troppo.

Già all’indomani della vittoria dei «sì» (cioè del «no» alla privatizzazione), - definita allora da Vendola «la vittoria di una vita» - il popolo dell’acqua aveva criticato l’ex alleato. Il governatore annunciò che l’Aqp da Spa (87% alla Regione Puglia, 13% alla Basilicata) sarebbe diventato ente pubblico. Così non è stato e associazioni e movimenti di sinistra scesero sul piede di guerra. «Vendola prende in giro chi ha votato “sì” al referendum», denunciò l’Aduc.

A far arrabbiare l’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori la seguente dichiarazione del presidente pugliese: «È indispensabile fare i conti con la realtà per non precipitare nei burroni della demagogia: sull’Acquedotto abbiamo intrapreso la strada dell’efficientamento e su quella proseguiamo. Per questo non abbasseremo le tariffe».

Nel mirino di «Sinistra critica» la decisione di lasciare la gestione dell’Aqp nelle mani della presidenze della Regione e quindi «saldamente in mano ai partiti - sottolinea il movimento - con tutti i dirigenti nominati dal governatore, sentita la giunta. Leggi: spartizione delle poltrone». Proprio ieri Nichi è tornato a promettere tariffe più basse.

Con qualche se e qualche ma, spiegati in perfetto lessico vendoliano: «La complessità giuridica degli esiti del referendum sull’acqua, la sua difficile lettura, l’incertezza delle conseguenze finanziarie sugli enti di gestione corrono il rischio di mettere la sordina all’indicazione elettorale».




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Il prof antisprechi consuma gli yogurt scaduti da 4 mesi

di -

Andrea Segrè: "Lo sperpero è diventato il valore aggiunto del mercato. Siamo in crisi perché non diamo più peso a nulla. Basta, abbiamo superato il limite"

 

Volendo prepararmi spiritualmente all’incontro con Andrea Segrè, qualche sera prima d’incontrarlo ho consumato 80 grammi di alici in salsa piccante Rizzoli, quelle con i tre gnomi sulla scatoletta, che erano scadute il 28 settembre 2011. Squisite. «Anch’io, da sei anni preside di Agraria all’Università di Bologna, sono scaduto. Per la precisione il 31 ottobre scorso», se la ride il professore a fine mandato.




Con le scadenze Segrè ha un conto in sospeso da quando, come economista, ha capito che le diciture «Da consumarsi entro» e «Da consumarsi preferibilmente entro» sono una iattura per il mercato, espedienti commerciali inventati unicamente allo scopo di garantire la rotazione delle merci sugli scaffali, e, come agronomo, ha scoperto di poter mangiare tranquillamente vasetti di yogurt scaduti da 4 mesi e pacchi di spaghetti stagionati da 6.

Ora si sta preparando a un’impresa che riteneva impossibile: l’invecchiamento del tonno in scatola. «Mi ha scritto un signore garantendomi che lui lo mangia passati cinque anni dal termine ultimo per il consumo e che è buonissimo perché così si frolla. Ho messo da parte anch’io un po’ di scatolette. Sono proprio curioso di assaggiarlo».

Non si tratta di spericolatezza fine a se stessa. Il docente bolognese si è servito del suo palato, nonché della sua capacità di analisi e di ricerca, per individuare le falle nella grande distribuzione. Dopodiché ha creato Last minute market, una società spin-off dell’Università di Bologna, allo scopo di recuperare i prodotti alimentari invenduti che i supermercati ritirano dal commercio. Li dirotta dall’inceneritore alle mense degli enti caritativi in tempo utile per il consumo, prima che scadano. Da Torino a Ferrara, da Verona a Cagliari, sono ormai 43 le città che hanno aderito al progetto.

Applicandolo su scala nazionale, l’Italia risparmierebbe 12 miliardi di euro l’anno, l’equivalente dei tagli contenuti nella manovra Monti. Vale a dire che Segrè, senza far scorrere né lacrime né sangue, è diventato il profeta della sobrietà, quella vera, e un paladino della battaglia contro gli sperperi. È lui il promotore della campagna Un anno contro lo spreco patrocinata dalla Ue con un obiettivo ogni volta diverso: nel 2010 era il cibo, nel 2011 è stata l’acqua, nel 2012 sarà l’energia. E giovedì prossimo, 19 gennaio, il Parlamento europeo approverà una risoluzione, di cui è stato l’ispiratore, contro lo spreco alimentare.

Il professore ha avuto parecchie occasioni per allenarsi il palato. Prima della caduta del Muro di Berlino ha infatti studiato i sistemi economico-agricoli nei Paesi comunisti e compiuto numerose missioni sul campo - è il caso di dirlo - in Unione Sovietica, in Albania e in altre aree rurali dei Balcani, dove la fame non bada al calendario, trattandosi di un’esperienza che da quelle parti è di stretta attualità tutti gli anni.

«Diciamo che ero diventato la mascotte d’un gruppo di agrosovietologi foraggiati dalla Cia, quasi tutti scienziati dissidenti scappati dall’Est, in particolare dalla Ddr, e rifugiatisi negli Stati Uniti». Al loro fianco, fresco di laurea, era il più giovane delegato italiano presso l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi. Dopodiché ha lavorato per la Banca mondiale, per la Fao e per la Commissione europea.

Segrè, nato a Trieste nel 1961, sposato, tre figli di 15, 13 e 5 anni, scelse di frequentare Agraria a Bologna «perché questa facoltà nella mia città non c’era, e io volevo andarmene», confessa. È andato molto al di là dell’obiettivo iniziale: master in Francia e dottorato alla Cornell University negli Usa. Ha preso sia dal padre Guido, imprenditore, che dalla madre Marina, figlia dello statistico Pierpaolo Luzzatto Fegiz, fondatore della Doxa, e sorella di Mario, critico musicale del Corriere della Sera.

Invece la curiosità per le condizioni di vita oltrecortina gli è venuta frequentando la nonna materna, Ivetta Tarabocchia Martinolich. Originaria di Lussinpiccolo, discendeva da un’antica famiglia di capitani de mar e armatori nata con la Serenissima, prosperata con l’impero austroungarico, passata sotto il Regno d’Italia e infine fuggita dai titini. Nella propria villa di Trieste ospitava lo scrittore James Joyce, allora sconosciuto e squattrinato, perché desse lezioni d’inglese a una cognata.

Che c’entrano gli sprechi con l’Est europeo, dov’è sempre mancato il necessario?
«Sono stato consigliere del ministro dell’Agricoltura albanese, quindi ho visto come funziona. La Banca mondiale dona 100 milioni di dollari per sviluppare l’irrigazione in Albania? Il 65 per cento di questa somma se ne va in consulenze. Mettiamo che i principali sostenitori del progetto siano Regno Unito e Olanda. Da dove vengono secondo lei i consulenti?».

Dal Regno Unito e dall’Olanda?
«Esatto. E dove spendono il rimanente 35 per cento del finanziamento? Non certo in Albania, dove non c’è nulla da acquistare. Compreranno pompe idrauliche, tubature e tecnologia varia nel Regno Unito e in Olanda. Se fossero italiani, in Italia. E dove impiegheranno i ricchi stipendi che guadagnano? Nei loro Paesi d’origine, ovvio. Risultato: il 100 per cento di ciò che i governi versano alla Banca mondiale ritorna indietro ai singoli Stati donatori nella misura del 103, 104, 105 per cento. Tutte queste cose le ho scritte in un libro, I signori della transizione, che prendeva di mira gli sperperi della cooperazione internazionale. Appena è uscito, nel 1999, l’Ocse e la Fao hanno smesso di chiamarmi».

E lei s’è messo a studiare gli sprechi di casa nostra.
«Sono andato in un ipermercato e ho chiesto al direttore del reparto ortofrutta, che aveva dato la tesi di laurea con me, di mostrarmi che cosa accadeva dietro le quinte. Yogurt ritirati dai banconi con tre giorni di anticipo sulla scadenza. Cachi scartati perché, sui quattro contenuti nel vassoio, uno era diventato marron. Confezioni di pasta ammaccate. Finiva tutto nel container del rusco, come diciamo a Bologna. Il tasso di ricambio delle merci è direttamente proporzionale alla produzione di spazzatura. Ma lo smaltimento dei rifiuti ha costi elevati, a cominciare dal trasporto, che il rivenditore mette in conto a noi. Incenerirli inquina. E badi bene che gli spreconi siamo io e lei, non i supermarket, per i quali l’invenduto rappresenta meno dell’1 per cento del fatturato».

Gli italiani sono così spreconi?
«Non più di altri. Il fenomeno è planetario. Dal 30 al 50 per cento di ciò che la catena agroalimentare produce sulla Terra va perso. Tradotto in calorie, darebbe di che vivere a 3 miliardi d’individui. Tenga conto che le persone malnutrite nel mondo sono 2 miliardi. In Italia vengono gettati via ogni anno 20 milioni di tonnellate di alimenti, che potrebbero sfamare 44 milioni di persone per 12 mesi. Non parliamo degli sprechi in agricoltura.

Nel 2010 abbiamo lasciato marcire nei campi 14 milioni di tonnellate di ortofrutta, o perché non aveva il calibro adatto, o perché il mercato non la richiedeva, o perché avrebbe dato una remunerazione troppo bassa all’agricoltore, o perché frutta e ortaggi di provenienza estera erano più convenienti. Sa quanta acqua abbiamo sprecato per produrre questo bendidio che poi non abbiamo neppure raccolto? Il calcolo è virtuale, ovviamente: 12,6 miliardi di metri cubi. Un decimo del mare Adriatico».

Dal 1974 gli sprechi alimentari sono cresciuti nel mondo del 50 per cento e il trend negativo s’aggrava. Perché?
«Perché questa economia in crisi è costruita sul debito. Noi dobbiamo comperare, comperare, comperare, indebitandoci, altrimenti il sistema non cresce, si ferma. Quindi c’è un’accumulazione di merci. Lo spreco è diventato il valore aggiunto del mercato. È costruito sullo spreco, il mercato. Siamo in crisi perché non diamo più valore a niente. È venuto il momento di dire basta. Abbiamo superato il limite».

Adesso sembra Savonarola.
«Sto parlando da economista. Il mio obiettivo non è recuperare l’avanzo del ricco per donarlo al povero. Ridurre gli sprechi vuol dire riparare a un fallimento del mercato».

In pratica come si fa?
«Intanto funziona solo dove si crea lo spreco. Se ci sono di mezzo anche solo 15 chilometri, non è più vantaggioso. Gli alimenti devono offrire garanzie igienico-sanitarie, quindi prossimi alla scadenza però mai scaduti. È una catena all’inverso, un chilometro zero dello spreco».

La convenienza per il supermercato qual è, a parte il risparmio delle spese di smaltimento?
«Ha detto niente. Il primo a sperimentare il sistema fu il Leclerc-Conad, a tre chilometri da questo ateneo: 170 tonnellate di cibo che nel 2003 hanno sfamato ogni giorno circa 400 persone e un numero imprecisato di animali. Vale a dire 17 Tir che non sono finiti in discarica.

L’anno scorso dallo stesso ipermercato abbiamo recuperato solo 80 tonnellate. Significa che la direzione è riuscita a ridurre lo spreco perché ha capito dove sbagliava. Tenga conto che può esserci un caporeparto che fa il furbo e butta via tanta roba per lucrare un premio di produzione più alto sul venduto: ogni scarto, infatti, esce dal budget. E poi il supermercato recupera l’Iva sulla merce regalata, che finisce nel bilancio sociale».

E quando avviene questo miracolo?
«Ogni giorno. È un sistema che si autogestisce a patto che funzioni come un orologio svizzero. Alle 10 il descafalatore, si chiama così, toglie dalle corsie del Leclerc-Conad gli yogurt che scadono fra tre giorni e li porta in un locale refrigerato. Alle 10.20 arriva Luigi, dipendente della cooperativa sociale La Rupe, ubicata a 750 metri di distanza, che se li porta via gratis: verranno consumati dagli ex tossicomani e alcolisti ospiti della comunità di recupero.

Luigi va anche due volte al giorno negli ospedali Maggiore e Sant’Orsola. Ritira i pasti non consumati, dai 60 ai 90 al giorno sui 5.000 che vengono preparati, perché purtroppo ci sono anche pazienti che non hanno fame o, peggio, che non arrivano a consumarli. Alle 10.50 si presenta all’ipermercato don Giovanni Nicolini, parroco di Sant’Antonio da Padova alla Dozza, un discepolo di Giuseppe Dossetti che è stato direttore della Caritas diocesana e assiste le ex carcerate. Mi telefona un po’ contrariato: “Come mai non c’è più roba?”. E io non ho mai il coraggio di dirgli che quello è esattamente il mio obiettivo».

Affamare le ex carcerate?
«Lo spreco zero. La nostra frontiera. L’articolo 1 dello statuto punta all’autodistruzione di Last minute market: eliminare la sua ragion d’essere».

Da che anno esistono le scadenze sui cibi?
«Da quando è cominciata la dittatura dell’Haccp, il metodo di autocontrollo igienico inventato dalla Nasa americana per proteggere gli astronauti da contaminazioni di origine alimentare che avrebbero potuto mettere a repentaglio le missioni spaziali».

Prima d’allora come ci si regolava?
«Col buonsenso. Bastava osservare e annusare. Io mi regolo ancora così. Guardo il coperchio degli yogurt conservati in frigo: finché non si gonfia, sono commestibili. Ho fatto compiere analisi in proposito: a mano a mano che passano le settimane, c’è solo un lento decadimento del Lactobacillus bulgaricus e un aumento dell’acidità, che del resto è la caratteristica tipica dello yogurt. Niente comunque di pericoloso per la salute».

Che altro ha testato?
«Pane, biscotti, scatolette, formaggi. Sono rimasto al Decalogo dei lussignani, un manifesto ottocentesco contro lo spreco che mi è stato tramandato da mia madre: no’ sta’ viziar i fioi; nel vestir e nel magnar, l’utile ma non el superfluo; i fioi devi finir quel che se meti nei piati; in casa no’ se ga mai niente de butar via. Mi faccio la barba ogni due o tre giorni. Riposo la pelle e risparmio sulla bolletta idrica. Ma non sono un talebano. Anche se non dimentico che per produrre una bistecca da 300 grammi servono 4.000 litri d’acqua».

Così finirà come Fulco Pratesi, il fondatore del Wwf che non tira lo sciacquone e fa la doccia solo il sabato.
«Peggio per lui. Non vorrei stargli vicino».

Con quale spirito bisogna entrare in un supermercato?
«Vigile. Basta attenersi alla lista della spesa. E avere ben presente la legge fissata dall’economista tedesco Ernst Engel, il quale già nell’Ottocento aveva scoperto che l’incidenza della spesa per l’alimentazione tanto più diminuisce quanto più aumenta il reddito di una popolazione. Dovremmo ricordarci d’essere in Italia, dove su 100 euro ne destiniamo al mangiare dai 15 ai 18. Non siamo nel Burkina Faso, dove il 90 per cento delle entrate se ne va in cibo perché non hanno nient’altro».

C’è tanto spreco, eppure l’Italia fino a 15 anni fa era al primo posto in Europa per il risparmio. Com’è che da formiche siamo diventati cicale?
«Siamo passati dall’economia di guerra all’economia dell’accumulo. Altro che accumulazione primaria di Karl Marx: qui si è arrivati a quella secondaria e terziaria. Ci riempiamo di cose che non servono. Io accarezzo il frigo, quando torno a casa, dico sul serio. È una parte importante della mia vita. A patto di non riempirlo troppo».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Vigile ucciso, un arresto in Ungheria E' un venticinquenne nato in Germania

Corriere della sera

E' accusato dell'omicidio del 42enne vigile urbano Nicolò Savarino. Fermato in un paese al confine con la Serbia, stava per scappare






Nicolò Savarino, Nicolò Savarino

MILANO - È stato fermato in Ungheria nelle scorse ore uno dei due slavi sospettati di essere gli autori dell'omicidio di Nicolò Savarino, il vigile travolto e ucciso a Milano. Si chiama Goico Jovanovic, del 1987, nato in Germania, di origine slava. Ha numerosi precedenti in Italia per reati contro il patrimonio e ufficialmente risulta residente a Busto Arsizio. Il fermo è stato eseguito in un paesino al confine tra Ungheria e Serbia dove lo slavo si era recato riuscendo ad eludere le prime ricerche. Il fermato sarebbe la persona che si trovava alla guida del Suv che ha travolto Savarino. E' accusato di omicidio e resistenza a pubblico ufficiale. Secondo la polizia al momento non c'è un secondo ricercato.

MOLTE IDENTITA' - L'uomo fermato dalla polizia in Ungheria risulta essere un personaggio dall'ampio curriculum criminale. Al suo attivo vi sarebbero anche altri reati e svariate identità false. Aveva grosse disponibilità di denaro e, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto intenzione di scappare in Sud America.
Redazione Milano online 15 gennaio 2012 | 12:21



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E' morta la baby programmatrice di 9 anni premiata da Gates

Il Messaggero


ISLAMABAD - Arfa Karim Randhawa, la ragazza divenuta famosa per essere un genio dell'informatica e diventata a nove anni la più giovane «programmatrice certificata» da Microsoft, è morta ieri in un ospedale di Lahore per le conseguenze di un attacco epilettico con conseguente arresto cardiaco. Lo ha appreso l'ANSA da fonti della famiglia. Delle condizioni di Arfa, che aveva 16 anni, si era interessato giorni fa lo stesso Bill Gates che si era offerto di coprire il costo del suo trasferimento in un ospedale degli Stati Uniti. I medici tuttavia l'avevano dichiarata intrasportabile.

Domenica 15 Gennaio 2012 - 01:02




ARCast - 11 Year Old Programmer Arfa Karim Randhawa



Arfa Karim Randhawa, Youngest MS Certified post by zagham



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Quando Leibniz e Stahl litigavano sulla definizione di «vivente»

Corriere della sera

Nel 1700 un feroce carteggio fra il filosofo e l'allora illustre clinico anticipava un tema oggi di grande attualità



Correva l’anno 1708. Nel mondo erano successe un sacco di cose, ma la storia ama ricordare Carlo XII di Svezia che trovò un accordo con i cosacchi di Mazeppa, o quel lento e inesorabile tramare dei Gesuiti che consigliavano Luigi XIV di Francia di perseguitare concretamente i giansenisti. Certo, sempre in quel 1708 l’olandese Herman Boerhaave pubblicò le sue Institutiones medicae, indiscutibile punto di riferimento per la clinica.

Anche se questo formidabile dottore, che era pure chimico e botanico, sovente si celebra per la sindrome che reca il suo nome: quella che comporta la rottura spontanea dell'esofago. Sempre in quel 1708 il titolare della cattedra di medicina dell’Università di Halle, Georg Ernst Stahl, dà alle stampe un’opera dal titolo altisonante: Theoria medica vera. Oggi, quasi sicuramente, la prenderebbero in considerazione soltanto gli antiquari se di essa non si fosse occupato uno dei filosofi sommi, Gottfried Wilhelm Leibniz.

Cosa successe? Innanzitutto una polemica tra i due. Ma non si trattò di una disputa sterile, perché dall’incrocio intellettuale dei fioretti e poi delle sciabole, oltre il contrasto tra vitalismo (Stahl) e meccanicismo (Leibniz), venne messa in gioco la stessa definizione di «vivente». Anche il vocabolo «organismo», termine che come desidera il suo etimo riguarda i corpi organici, già rintracciabile in Aristotele e che nella filosofia cartesiana si spiegava ricorrendo a una macchina, ritrova in questa polemica nuove coordinate.

Si arriverà anche a mettere meglio in luce quella che oggi si chiamerebbe l’«auto-organizzazione» di questo benedetto «organismo». Insomma, disputa feconda. Utile. Fascinosa. E, tutto sommato, divertente. Vediamone qualche aspetto ora che Antonio M. Nunziante ha pubblicato, con testo originale e traduzione, le «Obiezioni contro la teoria medica di Georg Ernst Stahl» di Leibniz «sui concetti di anima, vita, organismo» (Edizioni Quodlibet).



Dobbiamo immaginarci un giorno qualunque del 1709, quando il filosofo tedesco, a cui non sfuggiva nulla, alcuni mesi dopo la pubblicazione comincia a compulsare le pagine del ponderoso tomo contenente la Theoria medica vera del professor Stahl. Mentre a quest’ultimo giungono plausi e approvazioni, che creati, sottoposti o colleghi meno potenti si affrettano a inviargli, Leibniz è intento a stilare annotazioni critiche, precisazioni, punzecchiature.

Ne nasce, come ricorda Nunziante, un primo manoscritto con osservazioni critiche animadversiones che il pensatore spedisce il 29 luglio di quel 1709 al barone Karl Hildebrandt von Canstein. E questi, com’era abitudine, lo gira al diretto interessato. Stahl, dopo essersi crogiolato tra lodi e giudizi proni e supini, accusa il colpo; fa finta di nulla. Leibniz, del resto, in quell’anno è noto più per la fama riflessa che non per le opere. Per esempio, la Teodicea non ha ancora visto la luce, i «Nuovi saggi sull’intelletto umano» sono finiti ma verranno pubblicati soltanto nel 1765, la «Monadologia» la scriverà nel 1714 (e uscirà nel 1720); insomma, perché un potente accademico avrebbe dovuto replicare a un personaggio noto ma non illustre?

Gli aveva ricordato che «l’azione propria dell’anima è distinta dal movimento» (XXX obiezione), ma si era permesso qualche insolenza. Come nel finale dell’VIII obiezione: «Io ero solito collocare la vita nella percezione e nell’appetito. Il celebre autore la individua piuttosto nella capacità del corpo di conservarsi contro la tendenza al disfacimento, perché altrimenti i corpi viventi sarebbero assolutamente instabili, di modo che la vita finirebbe per essere l’equivalente del sale, come un tale diceva per scherzo riferendosi all’anima del maiale».



Poi si sa come andavano queste faccende. L’impassibilità iniziale era incalzata da solleciti, dalle domande di qualcuno che conosceva Leibniz per i saggi sul movimento o sull’ottica usciti sugli «Acta eruditorum» o su riviste del genere, senza contare che von Canstein non era tenuto al silenzio. Stahl, in altre parole, risponde. La distanza tra i due però resta e l’accademico non riesce, in oltre cento pagine, a rintuzzare l’avversario. Per esempio, il colpo del filosofo nella IX obiezione, in cui esamina la concezione della vita ridotta a funzione vegetativa ed esercitata da una forza meccanica, prelude a un vero e proprio attacco contro la nozione di anima di Stahl, ma l’accademico non capisce e ritiene superfluo controbattere.


Quando Leibniz riceve la risposta si rende conto di essere stato frainteso. Si irrita. E un certo suo nervoso traspare nella seconda replica che invia al clinico nel 1711. I punti della polemica restano sostanzialmente invariati, ma cadono talune osservazioni metodologiche e si rafforzano quelle teoretiche. Stahl lavorerà ad altre risposte e soltanto nel 1720 — Leibniz era sepolto da quattro anni pubblicherà tutti i documenti del litigio sotto il titolo Negotium otiosum.

Ma il rivale era ormai ridotto al silenzio eterno. Louis Dutens nel 1768, curando per la prima volta gli scritti di Leibniz, partì da quest’opera per ricostruire la querelle. In essa, comunque, spicca ancora la lucida argomentazione del pensatore, secondo cui ogni «organismo» è un «meccanismo»; difficilmente si può riproporre quanto asseriva il clinico, cioè che ogni meccanismo «si sostiene su» un meccanismo o «presuppone» un meccanismo. Leibniz, da buon logico, sottolinea che non è sufficiente. Come dargli torto?



Armando Torno
15 gennaio 2012 | 11:13




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