venerdì 13 gennaio 2012

Caso vacanze, Malinconico si è dimesso

Corriere della sera

Il sottosegretario lascia dopo un incontro a Palazzo Chigi con Monti, per «difendersi e salvaguardare l'esecutivo»


MILANO - Il presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti ha ricevuto questa mattina a Palazzo Chigi il sottosegretario alla presidenza del consiglio per l'editoria, Carlo Malinconico. Il sottosegretario si è dimesso perchè avrebbe soggiornato in un albergo lussuoso a spese di un imprenditore della «cricca», secondo la ricostruzione degli inquirenti pubblicata su alcuni giornali.


LE DIMISSIONI - Nell'incontro, il sottosegretario ha riferito al Presidente, affermando la correttezza della propria condotta, dopo le polemiche scaturite dalla notizia che le spese per un suo soggiorno all'Argentario erano state pagata da Francesco Maria De Vito Piscicelli, l'imprenditore coinvolto nell'inchiesta sugli appalti del post terremoto in Abruzzo. Malinconico ha lasciato l'incarico «per poter meglio difendere la propria immagine e onorabilità in tutte le sedi, nonchè per salvaguardare la credibilità e l'efficacia dell'azione del Governo», si legge in un comunicato di palazzo Chigi.

Il presidente del Consiglio, nell'accettare le dimissioni, ha manifestato al sottosegretario Malinconico il suo apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato nell'anteporre l'interesse pubblico ad ogni altra considerazione. Il Presidente Monti ha inoltre ringraziato il sottosegretario per il suo contributo al lavoro del Governo, pur nella brevità del suo incarico. Carlo Malinconico non è indagato: non è infatti reato accettare favori se non si fa nulla in cambio.


ATTENZIONI SPECIALI - Il proprietario del Pellicano in realtà parla di un ospite al quale erano riservate «attenzioni speciali»: «Piscicelli chiedeva tante attenzioni per questo cliente. Capii che stava facendo un regalo di taglio speciale», ha detto il titolare, Roberto Sciò, ricordando le richieste dell'imprenditore per Carlo Malinconico nell'estate del 2007, quando era segretario generale della presidenza del Consiglio. «Preferirei non avere questa pubblicità, non è nel nostro stile - ha detto Sciò -. Da noi regna una privacy estrema».
 
L'INCONTRO - L'incontro - fanno notare fonti vicine al sottosegretario - sarebbe stato chiesto la scorsa settimana dallo stesso Malinconico. L'ex presidente della Fieg ha spiegato di non aver «mai fatto favori ai personaggi coinvolti» e di aver appreso «solo ora che Piscicelli avrebbe pagato di propria iniziativa e per ragioni a me del tutto ignote alcuni dei miei soggiorni presso la struttura alberghiera».  Malinconico era stato segretario generale di Palazzo Chigi fino al 7 maggio 2008 ed è il primo membro del governo a lasciare l'esecutivo guidato da Monti a meno di due mesi dalla sua formazione.
 
LE REAZIONI - Dalle prime ore di martedì mattina si sono rincorsi commenti sull'opportunità che il sottosegretario presentasse le dimissioni. «Credo che Malinconico sia da Monti per le dimissioni. Conviene a lui e al governo», aveva detto ai giornalisti il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, a colloquio in corso. A notizia confermata, il primo commento è quello del deputato di Futuro e Libertà, Aldo Di Biagio: «Appena poche ore dopo l'inizio delle polemiche sulla vacanza del sottosegretario, ecco che arrivano rapide e puntuali le dimissioni.
 
Un segnale inequivocabile di serietà e compostezza a cui siamo onestamente poco abituati», ha detto Di Biagio. «Apprezzo le dimissioni di Malinconico. Certo, un atto dovuto. Ma che conferma lo stile nuovo di questo governo», scrive su Twitter Paolo Gentiloni del Pd. Su Twitter il caso è stato molto dibattuto per tutta la mattina negli hashtag #asuainsaputa e #malinconico. La Rete non perdona il sottosegretario del governo Monti. E se i tweet erano caratterizzati da una massiccia dose di ironia una richiesta era però corale: «si dimetta».
 
Redazione Online10 gennaio 2012 | 15:41

Stefano Cucchi, l'ira della famiglia: «Il giudice non ascolta i nostri consulenti»

Il Messaggero

Il pm Vincenzo Barba si è opposto all'audizione in quanto non ancora completato l'esame dei testimoni

 

ROMA - «La famiglia Cucchi ha sopportato e sta sopportando un onere e un impegno economico al di sopra delle loro possibilità: credo che quanto sta accadendo possa essere difficilmente compreso e accettato». E' lo sfogo del difensore di parte civile, Fabio Anselmo, legale della famiglia di Stefano Cucchi, tra i corridoi di piazzale CLodio dove oggi l'udienza è durata poco meno di mezz'ora. A scatenare le polemiche la mancata audizione dei consulenti della famiglia Cucchi sulla morte di Stefano, il 31enne fermato il 15 ottobre 2009 per droga e per la cui morte una settimana dopo all'ospedale Sandro Pertinì di Roma sono sotto processo, davanti alla III assise, dodici persone (sei medici, tre infermieri e nonchè tre agenti penitenziari).

Il pm Vincenzo Barba è opposto all'audizione dei consulenti della parte civile in quanto non ancora completato l'esame dei testimoni inseriti nella lista della pubblica accusa (manca l'audizione del tossicologo Iacoppini e del direttore dell'Ufficio detenuti e trattamento del Prap, Claudio Marchiandi, già condannato a due anni dopo il rito abbreviato per la stessa vicenda). Unici due testimoni sentiti: il giornalista Pietro Suber (sul contenuto di alcuni servizi televisivi fatti all'epoca) e un agente della polizia che accompagnò alle celle del tribunale romano un detenuto gambiano, ritenuto testimone oculare della vicenda.

«È inaccettabile quanto successo - ha detto il difensore di parte civile, Fabio Anselmo - Era già noto da dicembre che noi avremmo portato oggi i nostri consulenti. Il pm non ha citato i testi che residuavano della sua lista venendo a dire di aver avuto poco tempo a disposizione per farlo, e ha addirittura negato il consenso a che potessero essere sentiti i nostri medici sollevando i difensori degli imputati dal farlo»

Venerdì 13 Gennaio 2012 - 13:06    Ultimo aggiornamento: 16:07

Cartelloni abusivi, la tivù francese attacca: «Scandalo a Roma, la pubblicità uccide»

Corriere della sera

L'emittente France2 ricorda i due motociclisti morti a causa di un impianto illegale. E conta «50mila cartelloni, metà abusivi, vicino alle carreggiate o nel mezzo della strada»




ROMA - I cartelloni pubblicitari che deturpano Roma e le sue periferie diventano un caso internazionale. Se è evero che, per molti amministratori locali vale la regola de «i panni sporchi si lavano in famiglia», da oggi per il Campidoglio non sarà più possibile limitare il danno d'immagine derivante dalle polemiche sugli impianti pubblicitari.

Ci ha pensato l'emittente France 2 a mettere in piazza - su scala europea - lo scandalo cartellone selvaggio già ripreso sotto Natale dal quotidiano britannico «The Guardian». Il secondo canale della televisione pubblica francese dedica infatti un dettagliato servizio all'«affaire panneaux pubblicitarie» («billboards jungle», l'avevano definito gli inglesi) che sta scuotendo la giunta capitolina con una serie di denunce penali arrivate dopo indagini interne e mobilitazioni (esterne).


PUBBLICITA' CHE UCCIDE - Il servizio dal titolo «La pub qui tue» (la pubblicità che uccide), firmato dal corrispondente Renaud Bernard e Gianclaudio Calderara spiega che romani devono convivere con «50mila cartelloni, di cui la metà abusivi, piazzati vicino alle carreggiate o anche nel mezzo della strada. E questo danneggia il paesaggio, ma soprattutto provoca incidenti: ci sono già stati due morti, due giovani motoclisti», sottolinea ricordando l'incidente di inizio novembre sulla Tuscolana. Di fronte a questa situazione, spiega Bernard, i romani hanno deciso di di dire "basta". Nel servizio si spiega come i cartelloni pubblitari deturpino ogni scorcio della Città Eterna, persino le aree da cartolina del centro.
 
«INQUINATA» VIA VENETO - Seguono le immagini degli innumerevoli cartelloni pubblicitari su via Veneto, «un inquinamento visivo» che dà fastidio anche al fotografo della Dolce Vita Rino Barillari. Intervistato da Calderara, Barillari ricorda una strada senza pannelli pubblicitari dove passeggiavano i divi del cinema. «Basta confrontare le immagini di ora con quelle del film di Fellini per rendersi conto dell'invasione - spiega Calderara - I cartelloni sono ovunque: 50mila in tutta Roma, per la metà installati illegalmente».
 
CEMENTO PER FERMARE GLI ILLECITI - I romani come Roberto Tomassi (dell'Associazione Basta Cartelloni a Roma ) hanno deciso però di reagire alla giungla di cartelloni, spiega il giornalista, e di sera vanno a tappare i buchi sull'asfalto, segnale evidente che un nuovo impianto sarà installato tra qualche giorno. «Con il cemento riempiono i buchi. Un'operazione di cinque minuti e il gioco è fatto. Ma è una battaglia da Davide contro Golia».
 
Lotta dura contro chi commette illeciti con impianti non autorizzati, ma i comitati non sono teneri neppure nei confronti del Campidoglio: «Dopo la morte dei due motociclisti finalmente la giunta capitolina ha deciso di regolamentare il settore - spiega Bernard - Ma si deve confrontare con una lobby potente. A Roma le ditte autorizzate a installare cartelloni sono 400, a Parigi sono solo quattro».
 
CENTINAIA DI DENUNCE - Da più di un anno le associazioni si battono per mettere fine alla giungla di cartelloni e hanno anche elaborato una delibera popolare che il Consiglio comunale ha però bocciato. Nell'attesa di un nuovo Piano Regolatore degli impianti, che tarda ad essere approvato, sono arrivate anche le denunce. Come ha riportato un quotidiano romano, sono 44 le persone iscritte nel registro degli indagati su richiesta del nucleo della polizia municipale diretto da Antonio Di Maggio, incaricato dal sindaco Alemanno di fare luce sullo scandalo dei cartelloni selvaggi.
 
LE OMISSIONI DEL CONTROLLORE - Tra i denunciati figura anche il dirigente dell’ufficio affissioni e pubblicità del Campidoglio che, secondo gli investigatori, avrebbe omesso «di emettere atti di decadenza delle autorizzazioni» alle ditte che risultavano «avere tre o più impianti installati in violazione di norma».
 
I vigili hanno riscontrato abusi, negligenze e licenze sospette e omessi controlli. La maggior parte delle persone denunciate opera nel settore della cartellonistica tramite imprese private, persone che avrebbero «presentato false dichiarazioni sostitutive di atto notorio, attestanti la proprietà degli impianti pubblicitari, nonché la loro regolarità».
 
Carlotta De Leo6 gennaio 2012 | 11:03

Cina: automobilista devasta decine di auto in coda

Corriere della sera

Voleva sfuggire alla polizia



Io, cresciuta a Rosarno

Corriere della sera

La storia di Giovanna
Mtv News – CorriereTv



La Rai usa Wojtyla nello spot del canone L'Idv insorge: «È strumentalizzazione»

Corriere della sera

«Idea fuori luogo e contestabile per far pagare tassa detestata». L'Api: «Quanto è costato?»


MILANO - «Usare le immagini di un Papa amato come Giovanni Paolo II, beato e per giunta in odore di santità, per sponsorizzare il canone Rai è una vera e propria strumentalizzazione». Lo ha affermato in una nota Antonio Borghesi, vicepresidente dei deputati dell'Italia dei Valori.
 


«IDEA FUORI LUOGO» - «Un'idea fuori luogo e contestabile - ha aggiunto - per spingere gli italiani a pagare una tassa da essi detestata, un orpello che ricade su di loro per finanziare quello che più che un servizio pubblico, un poltronificio nelle mani della politica».

 
L'API - «Quanto è costato alla Rai lo spot per il pagamento del canone con Papa Wojtyla?» si chiede il parlamentare Donato Mosella di Alleanza per l'Italia. «Se è vero quanto riportato da organi di informazione che tale spot sia stato realizzato da un'agenzia esterna, ci chiediamo - prosegue Mosella - chi abbia autorizzato tale iniziativa e quali siano stati i costi sostenuti dal servizio pubblico».
 
«Non solo è di dubbio gusto usare le immagini di un Papa beato, probabilmente prossimo alla santità e amato come è Giovanni Paolo II per sponsorizzare il pagamento del canone, ma in un momento di grande crisi economica che colpisce pesantemente anche le casse della televisione di Stato, ci si aspetterebbe un uso maggiore delle risorse interne all'azienda», conclude Mosella.
 
Redazione Online9 gennaio 2012 | 15:05

Prova lo scivolo di sicurezza, panico

Corriere della sera

Reporter urla terrorizzata e diventa star sul web


La Curia sfratta 16 famiglie dal palazzo del benefattore. «Cardinale Sepe, aiutaci»

Corriere del Mezzogiorno


In largo Ecce Homo, via gli inquilini di uno stabile lasciato alla Chiesa per i bisognosi alla fine dell'800


NAPOLI — «Questa è la casa del buon Gesù: chi entra non esce più». Con questa frase un amministratore di condominio rassicurò anni fa le 16 famiglie sottoposte oggi a sfratto nel civico 7 di vicoletto Ecce Homo, centro storico di Napoli. Solo grazie al decreto milleproroghe i condomini potranno rimanere nello stabile fino al prossimo 31 dicembre.

Sembra una storia come tante altre, se non fosse che entra in ballo la Chiesa. Gli immobili sono di proprietà di una onlus, la Fondazione Dentale di San Giorgio a Cremano, il cui Cda è espressione della Curia Arcivescovile di Napoli nella persona del cardinale Sepe. I proventi servono a garantire la sopravvivenza degli anziani indigenti ospiti nel nosocomio dell'istituzione.

E finora, a detta della onlus, gli introiti sono stati molto al di sotto di quelli in analoghi e limitrofi immobili; adesso ci sarebbe bisogno di maggiore liquidità per far funzionare la clinica di San Giorgio a Cremano. «Noi, però, siamo disposti a pagare anche di più - si sfogano gli abitanti di largo Ecce Homo - purché non ci buttino in mezzo a una strada. Non siamo stati mai morosi e abbiamo pagato di tasca nostra tutti gli interventi straordinari e le ristrutturazioni nel palazzo. Non possiamo fare questa fine: ci appelliamo alla bontà del cardinale Sepe perché intervenga e faccia in modo che non ci ritroviamo senza dimora».

Ma partiamo da lontano: nel 1891 muore Leopoldo Dentale, facoltoso partenopeo che decise di lasciare molti suoi averi alla Chiesa per opere caritatevoli. Tra questi, proprio il palazzo di vicoletto Ecce Homo, in cui abitò per un periodo Matilde Serao, che ai poveri e ai bisognosi dedicò numerosi racconti e articoli.

La maggior parte dei condomini dello stabile è al di sopra dei 65 o è affetta da handicap. Nonostante le antiche volontà del Dentale, la fondazione sangiorgese ha fatto sapere che tutte le locazioni di via Ecce Homo furono rinegoziate nel 2001 con i vecchi conduttori, che la durata contrattuale è terminata nel 2009 e che i giudici del Tribunale di Napoli e della Corte d'Appello hanno accertato la scadenza legittima dei contratti. Inoltre, la onlus si è offerta ad accogliere gli anziani indigenti di vicoletto Ecce Homo e a offrire loro vitto e alloggio presso la struttura di San Giorgio a Cremano. «Ma noi non vogliamo andare via da qui — implorano i condomini — e ci appelliamo al buon cuore di Sepe: siamo in largo Ecce Homo e ci ritroviamo nelle stesse condizioni dei bisognosi che Gesù beatificava nel Vangelo».

Marco Perillo
27 ottobre 2011

Bastardi, la pagherete!" D'Addario a giudizio per oltraggio

Quotidiano


Bari, 25 novembre 2009

La Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per violenza e oltraggio a pubblico ufficiale (art. 336 c. p.) e calunnia (art. 368 c. p.) a carico di Patrizia D'Addario, la prostituta al centro della vicenda sulle feste a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi.

A formulare l’accusa, sulla quale dovrà pronunciarsi il Gip, è stato il Pm, Renato Nitti. "Tutto nasce da una circostanza banale - racconta Il Giornale - Una Lancia Y parcheggiata in divieto di sosta lungo via Sparano, elegante via dello shopping barese. Visto che il veicolo blocca il traffico, una pattuglia della polizia municipale decide di procedere con la rimozione forzata dell’auto.

Ma appena il mezzo sta per essere tirato sul carro attrezzi, ecco spuntare carica di pacchi e pacchetti la bionda Patrizia D’Addario. La fashion victim del Tavoliere ci mette poco a perdere le staffe. Dopo aver tentato invano di fermare gli agenti, parte subito con le minacce: «Adesso vi faccio vedere come mi sento male e vediamo poi cosa fate, lasciatemi andare via, è meglio per voi».

E ancora: «Chiamo i giornalisti e ve la faccio pagare cara, bastardi». Espressioni che non abbiamo rielaborato noi, ma che sono tratte dalla richiesta di rinvio a giudizio firmata dal sostituto procuratore barese. Il Pm scrive, nero su bianco, di «tono molto concitato e minaccioso». Sul posto interviene anche un’ambulanza del 118, ma la D’Addario rifiuta ogni cura. Fine della prima parte.

Ma il meglio viene nella seconda parte. La scena si trasferisce presso gli uffici della squadra volanti e polizia di quartiere del commissariato di P.S. di Bari Nuova Carassi, dove la D’Addario «era stata convocata al fine di eleggere domicilio e nominare il difensore di fiducia in ordine ai fatti di cui al capo 1 di imputazione».

Presso il pronto soccorso dell’ospedale Di Venere dove era stata trasportata da un'autolettiga del 118, la signora D’Addario dichiarava quanto segue: «Il mio stato di agitazione ed il mio malore sono dovuti al fatto di essere stata portata e trattenuta in una stanza del posto di polizia contro la mia volontà da persona sconosciuta e non in divisa».

Annota il sostituto procuratore Nitti: «Tale affermazione veniva riportata nel “referto per l’autorità di polizia redatto da quella struttura sanitaria dove le veniva riscontrato “agitazione psico motoria reattiva” con prognosi di giorni tre salvo complicazioni». Una ricostruzione che, a giudizio del Pm, configura il reato di calunnia. Reato per il quale il codice penale prevede pene severissime".


Stipendio dei manager, dietrofront alla Camera Sparisce tetto massimo

di Redazione

Dietrofront sul tetto allo stipendio dei manager di spa e banche: passa in commissione Finanze l'emendamento al ddl che poneva un tetto agli stipendi  e vietava di includere le stock option tra le indennità

 


Roma - Dietrofront sul tetto allo stipendio dei manager delle società quotate e delle banche. La commissione Finanze della Camera ha approvato l’emendamento al ddl Comunitaria cancellando dal testo i due commi che prevedevano che il "trattamento economico onnicomprensivo" dei manager degli istituti di credito e delle società quotate non potesse superare il trattamento annuo lordo spettante ai parlamentari e che vietavano di includere tra gli emolumenti e le indennità le stock option.


Niente tetto agli maxi-stipendi La commissione Finanze della Camera ha approvato l’emendamento al ddl comunitaria del relatore Gerardo Soglia (Pdl) che elimina il tetto agli stipendi dei manager delle società quotate e che vieta l’assegnazione delle stock option ai vertici del settore bancario. Il parlamentare ha fatto sapere che resta intatta invece la previsione secondo cui i sistemi retributivi devono essere "in linea con le politiche di prudente gestione del rischio della banca e con le sue strategie di lungo periodo". Ora la Commissione Finanze trasmetterà alle Politiche europee sia la sua relazione al disegno di legge comunitaria, sia gli emendamenti approvati. Emendamenti che, come spiegano i funzionari di Montecitorio, dovranno essere recepiti dalla commissione Politiche europee.




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Dona i beni ai ciechi: ma mobili e ville li prende la Regione

di Massimo Malpica

sabato 07 marzo 2009, 09:34


Napoli -Una storia di nobili, immobili, mobili, soprammobili ed eredità contese. Giocata sulla pelle di una struttura che, da decenni, è il punto di riferimento per i non vedenti del centro e sud Italia, l’istituto «Paolo Colosimo» per non vedenti. È la storia dell’eredità di Giovanni Paolo Quintieri, barone romano di origini calabresi, che prima di morire, nell’agosto dell’ormai lontano 1970, decise che le sue fortune potevano andare a quanti con la fortuna erano in credito.

E così lasciò al «Colosimo», che oggi assiste e forma una cinquantina di non vedenti e ipovedenti, la villa di famiglia di Carolei, in provincia di Cosenza, il palazzo di Roma, in via Panama, e le tenute agricole di Passerano (con annesso castello, a Gallicano del Lazio) e di Montecoriolano, a Potenza Picena, nelle Marche. Devolvendo in beneficenza anche qualcosa come 4-500 beni mobili.
L’elenco varia dalle semplici bilance a un Rembrandt, dai divani agli armadi d’epoca, dalle collezioni d’armi ai lampadari in cristallo, dai tappeti ai vasi cinesi. Il problema è che le ultime volontà del barone non si sono mai realizzate, o almeno non del tutto.

E così l’asta che lui aveva ordinato di bandire per liquidare i beni mobili e versare il denaro ottenuto nelle casse dell’istituto Colosimo non è mai stata fatta. L’istituto Colosimo è divenuto regionale. E la «collezione Quintieri» è finita sparsa tra i caveau e le sedi della Regione Campania. Con l’effetto, piuttosto prevedibile, che gli eredi insoddisfatti del mancato rispetto dell’intento del nobile avo sono ora in causa con la Regione «gravemente inadempiente» e chiedono la revoca della donazione.
L’elenco dei beni è davvero vario.

Censito per la prima volta dall’ex presidente Rastrelli, e allegato ogni anno al bollettino ufficiale della Campania, indica anche i valori stimati dei singoli oggetti, per un totale superiore ai 3,2 milioni di euro. Il pezzo più pregiato della lista è una Madonna con bambino di Domenico Puligo, pittore fiorentino del Rinascimento, valutata con inquietante precisione contabile esattamente 232.405,60 euro. Ma il consigliere regionale dell’Mpa Salvatore Ronghi in un’interrogazione a Bassolino dell’ottobre 2007 chiedeva conto della mancanza nell’elenco di alcuni pezzi originariamente censiti. Tra questi il gioiello, un autoritratto attribuito a Rembrandt. Attribuzione incerta, ubicazione pure. Finché non salta fuori nascosto in un caveau della Regione.

Giallo risolto. Almeno uno. Quello che non si risolve è la destinazione di questi beni, che come detto non vengono messi all’asta. La spiegazione da parte dell’amministrazione sarebbe che, essendo l’istituto Colosimo (e dunque anche il contenuto dell’eredità) passato sotto il controllo della Regione, ora è quest’ultima a provvedere ai fabbisogni finanziari della struttura, rendendo nuovamente «patrimonio disponibile» quei mobili e immobili ormai divenuti di proprietà regionale. Tanto che, di quegli oggetti, molti sono finiti assegnati a varie sedi della Regione e non solo. E seguendoli a ritroso, sorge qualche dubbio sulla gestione di questo patrimonio da parte dell’amministrazione ora guidata da Bassolino.

Un caso? Eccolo. C’è una Onlus internazionale, la Fondazione Mediterraneo, che ha sede in un bel palazzo affacciato sul Maschio Angioino. Si occupa di rapporti internazionali con il mondo arabo, e ha ottenuto quella sede in comodato d’uso gratuito dalla Regione (per un piano) e dal Demanio (per due piani). Nella sua sede fanno bella mostra di sé lampadari, divani, cassapanche e mobili. Provenienti dalla fondazione Quintieri. Come ci siano finiti lo spiega il presidente della fondazione, Michele Capasso. «Ce li ha concessi in comodato Bassolino, e così ora abbiamo una quarantina di pezzi, che restano ovviamente di proprietà della Regione.

«Ed ecco come erano quando siamo andati a prenderceli nella villa in Calabria», spiega, aprendo un album fotografico. Dentro, le immagini di mobili marci, incompleti, mangiati dalle tarme. La Regione, dopo aver «ereditato l’eredità», li aveva abbandonati. Capasso li mostra ora, impeccabili dopo il restauro, «che ci siamo pagati noi, per un costo riportato in bilancio di 350mila euro». Almeno sono stati salvati dalla rovina. Ma perché la Regione li aveva lasciati morire invece di metterli all’asta appena ricevuta la donazione? Mistero non risolto.

O forse spiegato dalla proverbiale lentezza della burocrazia del «proprietario», che quando indossa le vesti di un’istituzione pubblica difficilmente mette in mostra la meticolosità e la passione del collezionista d’arte. Eppure, per quanto in piena attività e, come spiega uno dei suoi convittori, in salute passabile, una visita all’ingresso dell’istituto Colosimo lascia pensare che qualche risorsa in più, lì, farebbe comodo. Non foss’altro per rispettare lo spirito del nobile gesto di Quintieri, il valore reale di quei beni andrebbe messo a disposizione dei ragazzi non vedenti della struttura partenopea. E la storia, almeno, avrebbe un lieto fine.

Il dossier su Di Pietro che il tribunale nasconde

di Gian Marco Chiocci


Se a pensar male si fa peccato, le premesse per peccare ci sono tutte. L’oggetto dei cattivi pensieri è ancora una volta Antonio Di Pietro e la corposa informativa, depositata agli atti del processo d’appello sul Banco Ambrosiano, sul misteriosissimo blitz che da pubblico ministero a Bergamo si ritrovò a fare nel 1984 alle Seychelles nel tentativo di catturare il faccendiere Francesco Pazienza, latitante nell’isola dell’oceano Indiano. La storia è nota, gli interrogativi pure.

Cosa ci facesse dall’altra parte del mondo il Di Pietro magistrato nelle vesti del Di Pietro detective, non s’è mai capito. Così come nel mistero è avvolta l’attività di segugio di Tonino in costume da bagno (sconosciuta persino al procuratore capo di Bergamo) che a chiunque, persino in spiaggia, chiedeva notizie del creatore del Supersismi nascosto laggiù. Quanto poi alle allusioni di Pazienza sui rapporti di Tonino con i Servizi e alla circostanza che il futuro eroe di Mani pulite deve la vita al faccendiere che lo salvò dai sicari dell’intelligence locale, Di Pietro ha sempre svicolato.

Ecco perché, forse, sarebbe stato interessante dare una sbirciatina a quel rapporto, cui si fa esplicito riferimento nella sentenza sull’Ambrosiano, vista anche quella frase riportata da uno dei tanti magistrati che si sono occupati del crac: «Si trattò di indagini irrituali di un allora sostituto procuratore della Repubblica».

Incuriosito dal riferimento a Pazienza e dagli ampi servizi che il Giornale ha dedicato al giallo delle Seychelles, l’avvocato Gianfranco Lenzini, storico difensore dei piccoli azionisti dell’Ambrosiano, nell’interesse dei suoi assistiti s’è recato come sempre in archivio a prendere copia dell’atto. Ma per la prima volta, in anni e anni di attività difensiva, s’è trovato davanti un muro di gomma: il documento su Di Pietro alle Seychelles, custodito in archivio, (in teoria), a disposizione delle parti processuali, è stato negato dai magistrati di Milano.

Avvocato Gianfranco Lenzini, ancora a caccia del famoso dossier Di Pietro-Seychelles?
« (ride). È un mese e mezzo, che praticamente ogni giorno, mi reco in tribunale per prendere copia. È diventata una questione di principio. In tutti questi anni non ho mai avuto problemi a tirare via un documento. Andavo, chiedevo, tempo due, tre, massimo quattro giorni, e la copia era pronta. Stavolta invece no. Problemi a non finire, una cosa mai vista, mai vista...».

E come se la spiega?
«Non me la spiego».
Una coincidenza che quel documento imbarazzante, custodito dal tribunale di Milano, riguardi Di Pietro?
«Io non lo so. Prendo solo atto che mai, prima d’ora, mi era stato negato un atto».

Come nasce l’interesse per il dossier Seychelles?
«Premessa: a me del signor Antonio Di Pietro non interessa niente. A me interessa solo recuperare i documenti dall’archivio centrale del tribunale di Milano dove sono conservati tutti i faldoni del processo per il crac dell’Ambrosiano (un centinaio in tutto) perché nell’interesse dei piccoli azionisti devo avviare cause civili contro Pazienza, Gelli, Tassan Din, Ciarrapico e altri. Quelle carte mi servono per ricostruire determinate vicende e avviare le cause per un risarcimento del danno. Tra le vicende che sto ricostruendo c’è anche questa di Pazienza e Di Pietro che è citata, descritta, nella sentenza del Banco Ambrosiano. Fra l’altro l’interesse nasce anche dal fatto che in un colloquio con Francesco Pazienza, nell’intervallo di un’udienza del processo sull’Ambrosiano, costui mi raccontò che l’aveva chiamato il pm Di Pietro per ringraziarlo per avergli salvato la vita alle Seychelles. La vicenda, lì per lì, non la approfondii. Poi però... ».

Con le motivazioni della sentenza, nel ’94, la vicenda di Antonio Di Pietro alle Seychelles e del «rapporto» inviato ai giudici dell’Ambrosiano diventa ufficiale.

«Appunto. E torna d’attualità nel febbraio scorso. E siccome nella sentenza questo passaggio delle Seychelles è indicato chiaramente con il numero del faldone e con le pagine precise non ho fatto altro che andare come al solito in archivio e dare indicazioni per estrarre copia. Una cosa semplice, direi quasi banale. Ma per la prima volta è iniziata una trafila burocratica allucinante, assolutamente inspiegabile. La prima istanza è di oltre un mese fa, quasi ogni giorno ho perso ore e ore in tribunale, sbattuto da una stanza all’altra. Ogni volta ce n’era una, mi rimandavano da un cancelliere a un segretario, da un giudice al responsabile dell’archivio fino a quando non sono andato a protestare direttamente dal presidente del tribunale».

Il primo intoppo dove l’ha trovato?
«Guardi. Il direttore dell’archivio a sorpresa mi dice che no... , guardi avvocato, bisogna fare un’istanza al presidente. Poi si scopre che costui ha delegato a trattare la pratica al dottor Tranfa, presidente di una sezione del tribunale del Riesame. Va be’. Vado al Riesame e i cancellieri giustamente mi dicono... “guardi avvocato, non è qui che deve rivolgersi”. Così vado via, cerco in altri uffici finché mi dicono che devo parlare nuovamente con Tranfa. Riesco a parlarci a fatica e, un po’ seccato, mi dice: “Guardi che l’archivio è in condizioni insalubri”, i faldoni sono tutti in disordine e dunque non si può rintracciare ciò che l’avvocato chiede. Poi si accommiata così: “Le darò una risposta”».

E la risposta è arrivata subito?
«Macché. Passai diverse volte ma dall’ufficio del giudice Tranfa ma la risposta non arrivava. Così non mi è rimasto altro da fare che bussare alla porta del presidente del Tribunale, Livia Pomodoro. Alla segretaria ho fatto presente quel che stava accadendo, che non riuscivo a capire quest’insolito accavallarsi di problemi, che dovevo parlare direttamente con il presidente Pomodoro perché lei, e non altri giudici delegati, mi dovevano dare spiegazioni. Niente. Nessuna risposta. Ho dovuto fare ben due solleciti per avere finalmente una risposta che mi ha lasciato di sasso».
Cioè?

«Al sottoscritto che ha partecipato più di qualsiasi altro avvocato ai tanti processi collegati al crac Ambrosiano, il presidente del Tribunale ha spiegato che io non sono legittimato a chiedere copia di un atto che dorme in archivio e che dovrebbe essere pubblico! È ridicolo questo trincerarsi dietro scuse formali davvero incomprensibili, come quella che l’archivio non è accessibile “perché i fascicoli processuali assumono denominazione e ripartizioni sempre nuove e diverse”. L’archivio è un archivio, ho diritto ad accedervi a nome dei tantissimi piccoli azionisti che soffrono per tutto quel che è successo. Perché fino a ieri mi si dava la possibilità di fare copia di qualsivoglia atto inserito nel processo e oggi, improvvisamente, viene sostanzialmente posto un divieto?».
Che spiegazioni si è dato?

«Ma che ne so io. C’è la legge sulla trasparenza dei dati amministrativi che parla chiarissimo. Ma vi sembra normale che per avere questo benedetto documento adesso mi debba rivolgere al Tar? Ma dove siamo? Al presidente ho anche detto che se proprio c’erano problemi con gli impiegati e con la ricerca nei tantissimi faldoni sarei andato a fare ricerche personalmente insieme a un mio collaboratore. Niente, nemmeno questo: “All’archivio non possono accedere estranei”, mi è stato risposto. Va benissimo. Ma se non si possono consultare i faldoni dell’Ambrosiano allora tanto vale bruciarli. O no?».



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Il vero motivo della frattura: Gianfranco vuole più poltrone

di Francesco Cramer

Roma


Solo, a rosolare al piano nobile della Camera, Fini ha deciso di minacciare lo strappo. Le vere motivazioni tuttavia non sono il partito caserma, lo strapotere della Lega, la generazione Balotelli, il voto agli immigrati, gli innamoramenti delle coppie di fatto o i temi etici ma la consapevolezza di una sua lenta e inesorabile perdita di potere personale.

Poco prima della fusione nel Pdl si stabilirono le quote del 70 e 30 per cento. Ma il 30 per cento ex aennino oggi fa più riferimento a Berlusconi che non a Fini. Il quale s’è visto perso, emarginato, destinato a fare il neo Bertinotti, cioè a sparire. Non contare, non avere peso, non controllare più gli ex «suoi»: ecco l’incubo di Gianfranco.

Non comanda nel partito, non influenza il governo, non riesce a esser un faro neppure in periferia visto che persino la neo governatrice del Lazio, Renata Polverini, per sciogliere i nodi della composizione della sua giunta è corsa a Palazzo Grazioli e non a Montecitorio. Non conquista neppure le masse o le massaie un tempo attratte dal «come parla bene a braccio quello lì». Una sorta di burattinaio che, nel teatrino della politica, s’è accorto di avere in mano sempre meno fili da muovere. Un’emorragia di potere logorante, implacabile, iniziata ben prima della fusione pidiellina, cui sta cercando di porre rimedio con la consueta tattica dello strappo, a lui congeniale.

Nella sua personalissima strategia per non affogare definitivamente, l’eterno delfino nuota ma assieme ad un branco decisamente piccolo. Accanto a lui non ci sono più i pesci grossi che ora sguazzano a loro agio nel nuovo grande acquario del Pdl. Non va nella stessa direzione di Gianfranco il ministro della Difesa Ignazio La Russa, «berluscones» della prima ora, pontiere e pompiere di professione, che ha sempre sudato sette camicie per evitare la separazione tra Fini e Berlusconi.

Stesso discorso per il capo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri e per il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli che ha già fatto sapere di non voler seguire l’ex pupillo di Almirante. Ma neppure Alemanno e gli alemanniani se la sentono di spalleggiare l’ex capo e, anzi, il sindaco di Roma ieri s’è speso tantissimo per scongiurare il divorzio da Silvio. Scettico pure il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, fortemente voluta al ministero proprio da Fini.

E persino la Polverini, la candidata inizialmente sponsorizzata da Fini, ha più volte dimostrato di essere maggiormente grata al Cavaliere che non al presidente della Camera: se infatti l’ex sindacalista siede sulla poltrona che fu di Marrazzo lo deve soprattutto alla forsennata campagna elettorale del premier e non certo all’ex capo di An.

Così, il generale Fini è rimasto isolato, appartato, privo dei vecchi «colonnelli», se si esclude una schiera di fedelissimi che vanno dal vicepresidente dei deputati Italo Bocchino al ministro per le Politiche Ue Andrea Ronchi passando per il sottosegretario Adolfo Urso. In mezzo vecchi amici come Donato Lamorte e Carmelo Briguglio e nuovi sostenitori come Giulia Bongiorno, Luca Barbareschi, Alessandro Rubens, Fabio Granata e Flavia Perina.

Poi la schiera di intellettuali riuniti attorno alla fondazione Farefuturo come Alessandro Campi e Angelo Mellone. Pure le antiche correnti post-missine non ci sono più, squagliate all’interno del Pdl meglio del loro capo. Negli anni Fini ha pure perso controllo e feeling con le sacche del suo elettorato storico: sia quello nostalgico, sia quello cattolico, sia quello dellaw and order, sia quello che chiedeva il pugno duro contro l’immigrazione.

È rimasto ben poco a Fini: c’è il quotidiano Secolo d’Italia, guidato dalla fedele Perina; ci sono i teorici del neofinismo in salsa antiberlusconiana raccolti nel think tank Farefuturo; c’è il laboratorio politico di Generazione Italia, associazione lanciata da Fini in alternativa ai Promotori della Libertà voluti da Berlusconi e la Fondazione Alleanza nazionale, presieduta da Donato Lamorte che conserva l’archivio di An e ha in gestione il patrimonio immobiliare del vecchio partito. Un giornale, una fondazione, un laboratorio politico. Stop.



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Spagna, arrestato l’uomo che voleva uccidere il re

Il Secolo xix


L’uomo più ricercato dall’ antiterrorismo di Madrid è caduto in un blitz congiunto franco-spagnolo in un villaggio della Bassa Normandia, Cahan, nemmeno 300 abitanti: Ibon Gogeaskoetxea Arronategi, 54 anni, considerato il capo militare e l’attuale `numero 1´ dell’Eta. Con lui sono finiti in manette altri due `etarra´ attivamente ricercati dalla Spagna, e ritenuti `molto pericolosi´: Bernat Aginagalde, 26 anni, presunto assassino nel 2008 del socialista basco Isaias Carrasco - ucciso pochi giorni prima delle politiche spagnole - e dell’imprenditore Uria Mendizabal, e Gregorio Jimenez, 55 anni, accusato di avere voluto assassinare nel 2001 l’allora premier spagnolo José Luis Aznar, colpendo con un missile il suo aereo.

I due uomini erano venuti a salutare il capo e ricevere le ultime istruzioni, secondo il ministro degli interni spagnolo Alfredo Rubalcaba, prima di partire in missione in Spagna «con le peggiori intenzioni», cioè per compiere un attentato. Nella casa in cui sono stati arrestati la polizia ha trovato tre pistole, una piccola quantità di esplosivi, documenti falsi, danaro e materiale informatico. Rubalcaba ha definito di «grande importanza» il blitz di Cahan, giunto al termine dei «due mesi peggiori nella storia dell’ Eta», con 32 arresti in Francia, Spagnha e Portogallo, lo smantellamento di una base logistica portoghese e il sequestro di quasi due tonnellate di esplosivo. Gogeascoetxea è il quarto capo del gruppo armato basco arrestato in Francia in due anni.

Secondo l’antiterrorismo spagnolo Gogeaskoetxea era assistito alla guida dell’apparato militare Eta dal fratello minore Eneko. Per Rubalcaba era di fatto il «massimo responsabile» dell’Eta perché nell’organizzazione i `militari´ hanno preso il sopravvento sui `politici´. Nella `cupola´ Eta si ritiene ci sia oggi anche una donna, Iratxe Sorzabal, madre di un bambino. Per gli spagnoli Gogeaskopetxea, ricorda Abc, è l’uomo «che voleva uccidere il re». È infatti accusato di avere fatto parte con il fratello del commando che nell’ottobre 1997 cercò di assassinare Juan Carlos di Borbone durante l’inaugurazione del museo Guggenheim di Bilbao. Avevano imbottito tre fioriere di granate anticarro e di mine antiuomo che avrebbero dovuto saltare al passaggio del monarca.

Ma vennero intercettati e costretti a fuggire dopo uno scontro a fuoco con la polizia basca senza riuscire a portare a termine l’attentato. L’arresto di Gogeaskopetxea interviene in un momento delicato per il gruppo armato - iscritto nella lista Ue del terrorismo internazionale, responsabile in mezzo secolo di violenza della morte di oltre 800 persone - che secondo l’antiterrorismo spagnolo sta cercando di realizzare un attentato spettacolare durante il semestre di presidenza Ue della Spagna, e mentre nei Paesi Baschi la sinistra indipendentista radicale sta riorganizzandosi e sarebbe pronta per la prima volta a scegliere la strada solo della politica ed a dissociarsi dalla violenza dell’Eta.



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Usa, il razzismo va a canestro Ecco il campionato per soli bianchi

Quotidianonet


A giugno prenderà il via l'All-American Basketball Alliance’, il campionato professionistico di basket riservato solo ed esclusivamente a giocatori di razza bianca. Le accuse di razzismo non mancano, ma sembrano essere inutili.

Il commissioner infatti si giustifica: "Il problema e’ che in America, ed in particolare nello sport, i veri americani, e quindi i bianchi, stanno cominciando ad essere una minoranza.
Ecco allora che noi diamo loro la possibilita’ di giocare"

New York, 21 gennaio 2010

Prende via a giugno il discusso ‘All-American Basketball Alliance’. In America le polemiche e commenti di vario tipo non mancano perché si tratta del primo campionato professionistico di basket riservato solo ed esclusivamente a giocatori di razza bianca. Che, come e’ scritto in un comunicato diffuso dal direttivo della nuova lega, e pubblicato (anche nell’edizione online) dal quotidiano statunitense ‘The Augusta Chronicle’, ‘’per diventare eleggibili dalle nostre squadre devono essere nati negli Usa ed avere entrambi i genitori di razza bianca caucasica’’.

La questione e’ approdata ad Augusta, perche’ questa citta’ della Georgia (contea di Richmond), era stata scelta come sede di una delle dodici squadre della All-American Alliance (Aaba).

Ma il sindaco Deke Copenhaver ha bocciato la proposta spiegando di essere ‘’un grande sostenitore della validita’ delle leghe professionistiche minori. Pero’, in tutta coscienza, non posso appoggiare un’iniziativa che va contro lo spirito di integrazione per promuovere il quale stiamo lavorando duramente’’.

Il ‘commissioner’ della Aaba Don Lewis ha replicato sostenendo che ‘’non c’e’ spazio per l’odio e il razzismo in cio’ che stiamo facendo. Il problema e’ che in America, ed in particolare nello sport, i veri americani, e quindi i bianchi, stanno cominciando ad essere una minoranza. Ecco allora che noi diamo loro la possibilita’ di giocare in un campionato di basket, quello dei fondamentali che a loro piace, che e’ ben diverso dallo ‘street ball’ praticato dalla gente di colore’’.

I neri, sempre secondo Lewis, sono ormai padroni della Nba e per questo succede che (il riferimento e’ ad alcune risse in campo del recente passato e al caso Arenas, giocatore dei Washington Wizards che teneva delle armi nell’armadietto dello spogliatoio) ‘’uno va alla partita e deve aver paura di essere minacciato e perfino attaccato sugli spalti. La cultura dominante di oggi e’ questa, ma dobbiamo avere il diritto di muoverci verso una direzione migliore. I bianchi nel basket sono una minoranza, e bisogna dare una nuova chances a queste persone’’.

Ogni squadra che accettera’ di entrare a far parte della Aaba dovra’ pagare una tassa d’ingresso di diecimila dollari, sede degli uffici della lega sara’ Atlanta. Il ‘commissioner’ ha anche rivelato di aver ricevuto delle minacce a causa dell’iniziativa che sta portando avanti, ma non molla: la Aaba, il campionato per soli bianchi, partira’ a giugno come previsto. ‘’La gente capira’ e appoggera’ un prodotto nel quale puo’ identificarsi. Parlo di una minoranza, ma vedrete che funzionera’’’. Parola di Don Lewis



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L'assalto al treno dei ladri di sigarette Far West sulle linee dei Monopoli

Corriere della Sera

Roma


Da Viterbo a Roma, notte con la Polizia ferroviariadi scorta a convogli merci da 30 milioni di euro


ROMA - Nebbia. Un muro di nebbia attorno alla strada ferrata. In lontananza i fanali di un treno merci. «Dobbiamo stare attenti, possono saltare fuori da un momento all’altro...», sussurra un poliziotto appostato vicino allo scambio mentre il convoglio si avvicina. È lungo più di 400 metri, il macchinista riesce a vederne solo la metà. Un «serpente» d’acciaio che fila via silenzioso nella notte. Nei mesi scorsi di furti nei vagoni ce ne sono stati. In Toscana, nel Lazio, in Campania.

È un «merci» senza nome, che non compare nemmeno sulle tabelle degli orari ferroviari. E un motivo c’è: nei suoi 32 vagoni piombati nasconde un tesoro di oltre 30 milioni di euro. Casse di sigarette partite dall’Olanda e dirette in Italia. Nel casertano, dove vengono smistate in tutto il Meridione. Hanno già impresso il marchio dei Monopoli. «È denaro contante», spiegano gli agenti della Polfer, che scortano il convoglio, proteggendolo da minacce che possono materializzarsi ovunque.

Il «serpente» è una preda molto ambita dai contrabbandieri di «bionde», che un tempo si arricchivano sbarcando sigarette con i gommoni. Ora, a notte fonda, aspettano da Viterbo al Casilino, pronti a colpire.

Manomettono i segnali, sbucano dai cespugli accanto ai binari, salgono sui carri e gettano di sotto, una dopo l’altra, scatole piene di stecche con i tabacchi. Giù, fra i binari e la strada, dove i complici attendono con i furgoni. Come nel far west, solo che ad agire sono banditi con gps e staffette. «È il business di questi tempi. Lanciandosi dal treno in corsa possono farsi male, ma è l'unico rischio, perché poi, quando li prendiamo, per il codice penale è pur sempre solo un furto...», aggiungono gli investigatori.

Nelle ultime settimane gli agenti della Ferroviaria, coordinati dal dirigente Carlo Casini, hanno neutralizzato due bande di trafficanti: una italiana, l’altra, forse, straniera. La prima a Bassano in Teverina, sulla tratta «lenta» che costeggia Orte, sfiora Roma nord e fa tappa a Villa Spada, l’enorme deposito romano fino a qualche mese fa «dormitorio» per immigrati romeni.

Oltre ai ladri, nel gruppo, c’erano un ferroviere in pensione che faceva il basista e un tabaccaio di Centocelle: era il ricettatore delle sigarette. «Otteneva un guadagno netto del 50 per cento - spiega Casini -, di solito un tabaccaio onesto non arriva a più del tre per cento. Quindi fatevi un’idea...». Casini è un poliziotto esperto, con un passato da dirigente della Omicidi e poi da capo di gabinetto della questura. Ama il mare e le sfide. E questa con i contrabbandieri è una di quelle da vincere.




Intanto il treno scorre veloce verso Roma, lasciandosi alle spalle la stazione di Poggio Mirteto, i binari e gli scambi deserti avvolti nella nebbia. I semafori sono fissi sul «verde»: via libera a oltranza per un treno a rischio, che però deve sempre dare la precedenza a quelli passeggeri. Veloce in campagna, lento in città. Ed è proprio a Roma, fra Montesacro e Casilino, che le maglie della sorveglianza si stringono. L’assalto al merci può avvenire in qualsiasi momento, in qualunque luogo.

Bastano pochi istanti, una sosta imprevista, magari provocata dai banditi, per tagliare il sigillo di piombo sulla maniglia, abbassare la leva del portellone scorrevole del vagone. «Sono dei pazzi - commenta il dirigente - si lanciano dal treno in corsa dietro agli scatoloni. Ogni confezione può valere 2mila euro. E sul cassone non ce ne sono meno di 700».

Nonostante l’arresto della gang italiana, i tentativi di furto sono sempre in agguato: proprio al Casilino, vicino all'acquedotto romano del Mandrione, gli investigatori hanno scoperto di recente i piombi segati e sostituiti con altri falsi. C’è anche chi li incolla, con il mastice a presa rapida, sperando che gli ispettori delle Ferrovie non si accorgano del cambio. I trucchi di una sfida continua, notturna. Una partita a scacchi nel buio, che si ripete da mesi. Poliziotti da una parte, fantasmi dall’altra.

Rinaldo Frignani
l'articolo oggi sul Corriere della Sera in edicola
26 settembre 2009(ultima modifica: 27 settembre 2009)

Gb, polemica sulle nonne-mamme Sue, 59 anni: "Si è vecchie a 65"

Quotidianonet

I medici non hanno ancora dato l’ok al trattamento della donna, un’insegnante in pensione, che dice: "Io mi sento ancora così in salute, non vedo perché non dovrei essere inseminata”. la Bbc: pronti a registrare l'evento

Roma, 18 gennaio 2010  -

In Gran Bretagna si è riaperto il dibattito sui limiti di età per le donne che chiedono l’inseminazione artificiale: nel caso specifico una donna di 59 anni, Sue Tollefsen, è in procinto di concluedere l’iter per l’inseminazione alla London Women’s Clinic di Harley Street, riporta il Times.
I medici non hanno ancora dato l’ok al trattamento della donna, un’insegnante in pensione, che dal canto suo riconosce: “Sono d’accordo che debba essere fissato un limite massimo. Forse a 65 anni si è troppo vecchie, ma io mi sento ancora così in salute, non vedo perché non dovrei essere inseminata”.

Il servizio sanitario pubblico britannico non consente trattamenti di inseminazione artificiale per donne sopra i 40 anni e le cliniche private generalmente si fermano a 50 anni. Ma, in passato, due donne di 58 anni sono state trattate e la stessa Sue Tollefsen, due anni fa, ha dato alla luce una bambina dopo essere stata inseminata artificialmente in una clinica russa.

Se la sua attuale richiesta dovesse essere accolta, il neonato nascerà allo scoccare del suo sessantesimo anno di età. La Bbc è pronta a seguire l’evento con un documentario.




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Per la Befana Buontempo in auto blu con la famiglia

Corriere della sera

L'assessore: “Faccio degli incontri istituzionali con persone che non gradiscono farlo sapere



Il regolamento della regione Lazio parla chiaro: “E' vietato trasportare sui mezzi persone estranee all’amministrazione regionale”. In questi giorni di feste, l'assessore per la Casa della Regione Lazio Teodoro Buontempo ha deciso di passare il giorno della Befana anche con la famiglia.
 
Così venerdì 6 gennaio è partito per Perugia dal paese dove risiede a sud di Roma, Montecompatri, con la moglie, la figlia e l'autista che la Regione gli mette a disposizione per il suo ruolo istituzionale. Il problema è che di istituzionale nella trasferta in auto blu a spese dei contribuenti sembrava ci fosse ben poco, e infatti si trincera dietro un generico: “devo vedere delle persone con le quali devo parlare di lavoro”.
 
Chi fossero le persone però non ce l'ha detto, né ci ha consentito di documentare i suoi incontri. Poco prima delle 17 ci richiama al cellulare informandoci che si trova fuori la sede della Regione – chiusa per le feste – in compagnia del consigliere regionale Pdl Rocco Valentino. I due si conoscono da una vita, visto che il consigliere umbro in passato ha fatto parte del comitato centrale del Movimento sociale in cui per anni ha militato Buontempo.
 
Dopo una mezz'oretta il solerte assessore ci chiama nuovamente per ulteriori aggiornamenti. Sta ripartendo con l'autista della Regione in direzione di Roma perché l'altro appuntamento non è andato bene. Più che di incontri istituzionali o di rappresentanza, ci sono parsi appuntamenti improvvisati al solo scopo di giustificare il viaggio di famiglia con auto blu e autista nel giorno della befana.
 
Abruzzese di nascita, Teodoro Buontempo è stato quattro volte deputato della Repubblica e dopo esser confluito dal Msi i in Alleanza Nazionale ne fuoriesce nel 2007 per partecipare alla fondazione de La Destra di Francesco Storace. Nel 2010 dopo la vittoria della Polverini all'elezioni regionali, Buontempo è stato nominato assessore alla Casa e alla tutela Consumatori nella giunta regionale del Lazio, diventando uno dei 14 assessori esterni della giunta Polverini, cioè quelli non eletti ma nominati direttamente dalla Presidente.
 
Mentre in questi giorni in parlamento si discute sui compensi della politica, a Natale nella regione Lazio è arrivato un dono inaspettato: nella finanziaria approvata dal consiglio regionale è stato esteso il vitalizio anche agli assessori esterni, come Buontempo. “Pensioni” che fino a ieri non sarebbero spettate a chi non è stato eletto ma solo nominato. Considerando che 14 su 15 non sono eletti, sembra proprio una norma confezionata su misura.
 
Luca Chianca e Francesca Mannocchi
9 gennaio 2012 | 10:48

Così la cricca pagò l'hotel al vice di Monti

Libero

Libero lo scrisse il 17 febbraio 2010: "Malinconico in vacanza gratis a 500 euro a notte". Ecco l'audio dell'intercettazione tra Piscicelli e Anemone

 

Era il 17 febbraio 2010 e Libero, a pagina 8, scriveva: "Il segretario di Prodi in vacanza gratis a 500 euro a notte". L'(ex) segretario dell'allora premier era Carlo Malinconico, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Mario Monti. 

 

Quello scoop oggi è riesploso e potrebbe portare alle dimissioni del vice Monti. Ecco l'audio esclusivo della conversazione tra Francesco Piscicelli, l'imprenditore che pagò il soggiorno al Pellicano all'Argentario, e Diego Anemone, l'esponente della cosiddetta Cricca che avrebbe disposto il pagamento a favore di Malinconico.

 

 


L’hotel Il Pellicano di Porto Ercole è stato definito dal Sunday Telegraph “uno dei più deliziosi piccoli hotel di lusso del mondo”. Tra gli ospiti, dal1965, sisono avvicendatipersonaggi come Charlie Chaplin, i reali di Grecia e di Spagna, Agnelli, Picasso, la Principessa Soraya.

Più di recente è stato avvistato anche Carlo Malinconico, ex segretario generale alla presidenza del Consiglio sotto Romano Prodi e attuale presidente della Fieg. A darne notizia non sono le cronache rosa di qualche rotocalco, ma i verbali delle intercettazioni contenute nei voluminosi faldoni dell’inchiesta sugli appalti del G8.

Delle vacanze del professor Malinconico parlano infatti ripetutamente gli imprenditori Diego Anemone eAngelo Piscicelli, il primo arrestato, il secondo indagato. I due sarebbero stati incaricati dal comune amico Angelo Balducci (il capo del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, in manette pure lui) di agevolare il soggiorno del sottosegretario. Il servizio è chiavi in mano. Nel senso che Piscicelli eAnemone si fanno carico sia di prenotare sia di pagare.

La prima vacanza di cui si parla (ma i magistrati sostengono che la circostanza fosse già avvenuta l’anno precedente) va dal 1 al 5 maggio del 2008. Anemone telefona il 28 aprile a Piscicelli e lo incarica di organizzare il tutto. Le camere vanno dai 515 euro ai 576 euro (con vista mare). Ma i soldi non sono un problema. La vera difficoltà è trovare una stanza libera. Ancora meglio, dice Piscicelli sempre il 28 al gestore dell’albergo Roberto Sciò, se è «la sua camera».

Macché. È tutto prenotato. Ci sono due camere opzionate, matroppo brutte per “Carlo”. «La meno peggio... è carina... ma sta sopra la cucina». «Si sentirà il rumore delle pentole», risponde Piscicelli, «ma meglio quello che dirgli no». Quanto al saldo, dice Piscicelli secondo i pm, «è tutta una cosa che ci penso io comunque». Sempre il 28 Piscicelli richiama Anemonee lo rassicura.Masui soldi nascono problemi. Piscicelli non ha liquidità e chiede ad Anemone 5mila euro in contanti.

«Più o meno», dice in una telefonata del 30 aprile, «ho fatto il conto questo è». Nel frattempo, però, Anemone informa Piscicelli che «il programma si è intergrato con tutto fino ad agosto... sempre a nome del capo», che sarebbe Balducci. Lo stesso giorno Malinconico chiama Balducci per ringraziarlo. Per agosto la situazione si complica. Il “programma” prevede una serie di week end, ma Malinconico la camera bella, dice Sciò a Piscicelli, «la becca soltanto una volta perché è stragettonata».

Poi Piscicelli si assicura che il professore vada «tranquillo» sui pagamenti. In realtà, a maggio sorgono un po’ di problemi. Il 13 Piscicelli viene chiamato da Andrea Balladori dell’hotel Il Pellicano il quale gli fa presente che manca un codice fiscale in un assegno girato.

Poi tutto si risolve e il 2 giugno Piscicelli chiama di nuovo l’hotel per «ricordare a Balladori di tenermi... il mio conticino lì da parte». Tutt’altra ovviamente la versione di Malinconico, che alcuni giorni fa ha detto di avere «sempre pagato per i soggiorni al Pellicano» di non avere «mai avuto rapporti con Anemone» e di essere «in grado di recuperare le ricevute fiscali».


09/01/2012

Quando Monti prometteva trasparenza

di -

Il 16 novembre, scorso, giorno dell'insediamento a Palazzo Chigi, Mario Monti ostentava trasparenza da parte della compagine del suo governo. A distanza di due mesi, i casi Patroni Griffi e Malinconico, così come la mancata pubblicazione dei redditi dell'esecutivo, smentiscono il premier e la dichiarazione di due mesi fa sembra ormai una barzelletta

 

Quando si tratta di predicare trasparenza sono tutti fuoriclasse. Al momento di applicarla invece vanno fuori pista. Nella conferenza stampa di insediamento a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Mario Monti aveva ostentato trasparenza cristallina. 

 

 Aveva rigettato ogni accusa di conflitti di interesse all'interno della sua compagine di governo e promesso la pubblicazione dei patrimoni di ministri, viceministri e sottosegretari. 

 

A distanza due mesi, le promesse non sono state mantenute.

 

Non solo. I casi di Patroni Griffi e Carlo Malinconico offuscano i propositi di trasparenza dell'esecutivo. Il primo, oltre a incassare il doppio stipendio (è titolare della Funzione pubblica e presidente di sezione del consiglio di stato, in aspettativa da una vita) e ad aver pagato 177.754 euro nel 2008 per 109 metri catastali al primo piano di uno stabile con spettacolare vista sul Colosseo, in tema di trasparenza raggiunge persino il paradosso.

Perché se quando era consulente aveva online il suo compenso, da quando è ministro ha pensato bene di eliminarne ogni traccia. Il secondo invece è andato in vacanza in un hotel a cinque stelle del’Argentario. Costo: 9800 euro. Una vacanza pagata a sua insaputa, come lui stesso ha dichiarato: "Volevo pagare, ma qualcuno l’aveva già fatto e quando mi sono rivolto al direttore per sapere chi fosse, mi ha risposto che non poteva dirlo per rispetto della privacy". Giustificazioni che vanno a sbattere con le contraddizioni nelle sue dichiarazioni.

Il benefattore del sottosegretario fu l’imprenditore Francesco de Vito Piscicelli, come lui stesso ha raccontato al Fatto quotidiano. Piscicelli è uno degli amici di Balducci e della solita cricca. Sia in un caso che nell'altro ci sono impressionanti analogie con la vicenda Scajola (la casa davanti al Colosseo e i conti pagati "a sua insaputa"), ma c'è anche una differenza esiziale: Scajola si dimise, Malinconico sembra non abbia intenzione di farlo.

 

L'imprenditore di Rho che ha fatto affari con la 'ndrangheta

Corriere della sera

La storia, le contraddizioni e le reticenze di Maurizio Luraghi (in foto) che si è messo a fare affari con le ndrine di Platì fino a perdere tutto, anche la libertà «Così fan tutti: per lavorare bisogna associarsi con la 'ndrangheta»
di Ruben H.Oliva
 


Messico, ecco il ponte sospeso più alto del mondo

Corriere della sera

E' sospeso nel vuoto a 403 metri di altezza, il ponte mozzafiato inaugurato in Messico nei giorni scorsi e subito entrato nel Guinness dei primati

(Reuters/Guerrero)




Australia-choc: tir impazzito

Corriere della sera

Sfonda due abitazioni, uccide 11enne



Quei capolavori dipinti con le dita

Corriere della sera

L' artista di strada e le sue straordinarie realizzazioni


Il 2011 visto dai reporter amatoriali

Corriere della sera

I 100 video più visti dell'anno




Abbiamo catturato uno Yeti» Lo scherzo del ministro dell'Inguscezia

Corriere della sera

Una balla per raccogliere fondi per gli orfani




MILANO - L'annuncio della cattura dello yeti è una balla. A dirlo è Bagaudin Marshani, politico della Inguscezia che aveva annunciato il leggendario ritrovamento. Si è trattato però di una bugia a fin di bene, in quanto è servita a raccogliere fondi per gli orfani e i bambini meno fortunati, come riporta il sito internet dell'emittente locale 'Rt'.

«Si è trattato di evento promozionale», ha detto Marshani. «Uno scherzo di fine anno per dare risalto alle condizioni degli orfani e dei bambini che provengono da famiglie 'anomale' o a basso reddito». La creatura che si trovava allo zoo della Inguscezia infatti non era altro che un uomo travestito da yeti. Nonostante questo, molte persone sono arrivate nella regione per vedere dal vivo la leggendaria creatura, e i soldi che sono stati raccolti verranno utilizzati in favore dei bambini meno fortunati.
 
28 dicembre 2011 (modifica il 29 dicembre 2011)

Usa, un matrimonio inusuale

Corriere della sera

Convolare a nozze con i Lego



Paolo Villaggio choc: insulta i sardi

Corriere della sera

I Sardi non fanno figli perchè preferiscono le pecore...»


Soldati esaltati per band al femminile

Corriere della sera

L' arrivo a sopresa di nove ragazze in un campo militare


Tanzi in manette al Tribunale. Poi un malore

Corriere della sera

Detenuto nel carcere di Parma, è visibilmente dimagrito. I difensori: «Temiamo per la sua vita»


 
BOLOGNA - Calisto Tanzi è arrivato in aula in Corte d'appello a Bologna, dove è cominciato il processo d'appello per il crac della Parmalat, visibilmente dimagrito. L'ex patron, attualmente detenuto nel carcere di Parma, è stato portato da un cellulare della polizia penitenziaria ed è sceso dal mezzo con le manette ai polsi. Poi ha avuto un lieve malore e il processo ha subito una breve interruzione.
 
IL MALORE - Verso le 11,30, mentre era seduto in aula in mezzo ai suoi difensori, Tanzi è parso flettere il capo in avanti. Per questo il presidente Francesco Maddalo ha accordato una pausa di dieci minuti. Tanzi è uscito dall'aula accompagnato dagli agenti, che lo hanno aiutato a camminare, e poi è tornato in aula.
 
I DIFENSORI: «ECCO PERCHÈ È PREVISTA LA DETENZIONE DOMICILIARE» - I difensori hanno ribadito con i cronisti la preoccupazione per le condizioni di salute del loro assistito. «Non si è sentito molto bene - ha spiegato Gianpiero Biancolella, uno dei difensori - questa è la prova evidente dei motivi sociali e umanitari per cui il legislatore ha previsto che un ultrasettantenne, ove non vi fossero motivi ostativi, e nel caso di Tanzi non ci sono, potesse scontare in detenzione domiciliare il residuo della pena».
 
«Per motivi di riservatezza non possiamo rivelare quali siano state le cure e gli interventi a cui è stato sottoposto - ha aggiunto - credo che vedendolo ci si renda conto di quali siano le sue reali condizioni». Il legale ha spiegato che Tanzi è voluto intervenire all'udienza perchè «uno dei motivi per cui non è stata concessa la detenzione domiciliare dal Tribunale di sorveglianza è che si è scritto che Tanzi non si era presentato in udienza. Nonostante i difensori avessero detto che le condizioni di salute in quei giorni non lo consentivano. Tant'è che due giorni dopo è stato ricoverato in ospedale per un intervento molto serio e grave».
 
«ABBIAMO TIMORE PER LA SUA VITA» - I difensori hanno spiegato di aver presentato una nuova istanza per ottenere i domiciliari per il loro assistito, ma che sarà discussa solo a marzo. «Abbiamo timore per la sua vita - ha detto Biancolella - non è un problema di adeguatezza della cura. È evidentemente il regime carcerario che crea questa situazione».
 
IL RIENTRO IN CARCERE - Calisto Tanzi ha lasciato l'aula attorno a mezzogiorno e mezzo. Finito l'intervento di uno dei suoi difensori, l'avvocato Filippo Sgubbi, Tanzi è uscito accompagnato da due agenti della polizia penitenziaria ed è stato fatto salire sul cellulare per fare rientro in carcere.
 
Redazione online
09 gennaio 2012