martedì 31 luglio 2012

Pellerossa in festa «Ritorna l'era del bisonte bianco»

Oscar Grazioli - Mar, 31/07/2012 - 10:17

In migliaia arrivano da tutti gli States per rendere omaggio al cucciolo immacolato. La sacerdotessa: "È un segno divino"


I bisonti e gli indiani (pellerossa). Un connubio immortalato nelle pagine dei libri, nelle immagini dei film (si pensi a Balla coi lupi) e non certo per amore di fantasia, ma perché la storia delle popolazioni indigene d'America, prima dell'arrivo del Grande Distruttore «viso pallido», è permeata da questa specie di simbiosi, sacralizzata dall'enorme rispetto che si dovrebbe alla principale fonte di cibo. Non furono certo gli indiani a distruggere le mandrie selvatiche di «buffalo» del Far West, ma, come la storia c'insegna, l'avidità e la stupidità dei vari Buffalo Bill che si vantava (ed era vero) di avere ucciso, da solo, 4.000 bufali in quattro anni.



L'avanzata della ferrovia pretendeva il suo tributo di sangue: di bisonti e d'indiani.

Sabato scorso, centinaia d'indiani hanno vestito nuovamente i loro abiti cerimoniali e hanno battuto, ancora una volta sui vecchi tamburi dei nonni, per onorare la nascita di uno dei più rari animali del mondo: il bisonte bianco. Lo hanno chiamato con un lunghissimo nome (Yellow Medicine Dancing Boy), com'è consuetudine degli indiani ed è nato, in una fattoria del Connecticut occidentale, lo scorso 16 giugno. Molti indiani pellerossa considerano la nascita di un bufalo bianco un evento sacro agli dei e un simbolo di speranza e unione da loro inviato in terra. Altri lo considerano un avvenimento sacro tout court.

Secondo la scienza ufficiale la nascita di un bisonte bianco può essere stimata attorno a un esemplare ogni dieci milioni. Mister Fay, il fortunato contadino nella cui fattoria è nato Yellow Medicine, assicura che la prova del DNA (i contadini sono molto più pragmatci degli indiani) conferma che non c'è stato alcun incrocio con le mucche, quindi il bisonte è di linea pura e non è semplicemente un albino, ma un vero e proprio «buffalo» bianco. Il che probabilmente vorrà dire un bel po' di dollari garantiti nel prossimo futuro. E così, mentre i membri della tribù dei Lakota muovevano dal sud Dakota, altre centinaia di pellerossa, dai Mohawk ai Cayuga, s'incamminavano verso la fattoria del prodigio, dove Mister Fay si fregava le mani molto paganamente, osservando con ossequio religioso le donne dalle tuniche colorate e i bambini attendere il loro turno di visita oltre lo steccato.

Alcune donne, oltre alle tuniche, indossavano i braccialetti, le piume e gli stivali dei leggendari Lakota Sioux, orgogliose discendenti di quel Cavallo Pazzo che, seppure alla fine sconfitto, impartì una lezione storicamente indimenticabile a Custer, nella celeberrima battaglia del Little Big Horn. Nel frattempo arriva anche la stampa e Mister Fay, che ha un bisonte tatuato sulla spalla destra, si concede volentieri: «Sono un po' sacro anch'io per loro, perché sono colui che ha cura di Dancing Boy». Così Fay ha praticamente officiato la cerimonia, nella giornata di venerdì, assieme ai più anziani e ai maggiori rappresentanti delle tribù, facendosi interprete presso gli dei nel chiedere di riparare ai danni subiti dai corpi e dalle menti di uomini, donne e bambini venuti a vedere il sacro evento. Sabato, mentre la pioggia batteva il terreno, Marian White Mouse, della tribù Oglala, ha detto alla folla che la nascita del bisonte bianco è un segno del profeta, in questo caso la Donna Bufalo Bianca, che concederà il suo aiuto per tenere lontani conflitti e carestie.

Gli animali resi sacri dalla religione o dalla credenza popolare sono numerosi, nel passato e nel presente. Nell'antico Egitto è noto a molti il culto del bue Apis (in realtà un toro), simbolo di fertilità. Quando questi animali morivano venivano mummificati e sepolti in tombe speciali. Si credeva infatti che potessero recare messaggi e preghiere alla divinità. Si sono trovati mummificati animali di molte specie, dai coccodrilli, ai gatti, agli ibis, tutti considerato sacri ai faraoni e quindi al popolo. Meno noto, ma altrettanto sacro agli egizi, era il falco che, volando alto nel cielo, vede tutte le cose sulla terra e diviene poi il simbolo del sole.

Per l'induismo i bovini sono sacri, e in particolare lo è la vacca il cui archetipo celestiale è Kamadhenu, la «Vacca che realizza i desideri». Nella vacca si identifica una sorta di alter ego del brahmano; l'uccisione di un brahmano è il crimine più grave per le antiche leggi hindu, e così pure viene concepita come colpa gravissima l'uccisione di una vacca.

Curiosity in arrivo su Marte

La Stampa

Il Rover della Nasa esplorerà la superficie del pianeta

Un disegno dell'azione che Curiosity compirà su Marte

 

Roma

Lo shuttle contenente Curiosity raggiungerà Marte lunedì prossimo, ponendo fine a un viaggio iniziato lo scorso novembre. Il rover della Nasa inizierà poi a esplorare la superficie del pianeta, portando avanti la missione da 2,5 miliardi di dollari finalizzata a cercare vita sul pianeta rosso. Il robot, che pesa una tonnellata, è stato lanciato da Cape Canaveral, in Florida, lo scorso 26 novembre e percorrerà in totale 570 milioni di chilometri per raggiungere Marte. Ma la parte più delicata del viaggio, ovvero l’atterraggio, deve ancora arrivare. «Sono più tranquillo ora rispetto al momento del lancio - ha detto John Grunsfeld della Nasa - anche se bisogna ricordare che questa è la missione robotica più complessa mai portata a termine dalla Nasa».

Prima la visita, poi l’aggiornamento telefonico: irregolare comunque il certificato medico

La Stampa

Scienza, coscienza, esperienza e affidamento sulle parole della persona in cura non possono essere sufficienti a liberare da responsabilità il medico.  Prima la visita a domicilio, poi, a distanza di quattro giorni, la proroga della prognosi, alla luce delle indicazioni fornite telefonicamente dalla paziente. Tutto fatto secondo esperienza, scienza e coscienza. Ma ciò – come da Cassazione, sentenza 18687/12 – non basta a salvare il medico dall’accusa di ‘falsa certificazione’. L'episodio ‘incriminato’ è quello relativo al rilascio di un certificato medico di proroga della diagnosi: per arrivare a tale decisione, però, il medico si limita a una visita ‘telefonica’, basandosi sulle indicazioni fornite dalla paziente in merito ai sintomi della sua malattia. Certificazione da considerare falsa? Non è così scontata la valutazione.

Non a caso, in primo grado il medico si salva, grazie all’assoluzione decisa dai giudici, ma, in secondo grado, la situazione cambia: condanna non solo per il professionista, ma anche per la paziente. Una visita non basta. A contestare il pronunciamento è, innanzitutto, il medico – a cui si lega indissolubilmente anche la posizione della paziente –: il ricorso in Cassazione, difatti, è finalizzato a rivendicare la legittimità dell’operato. Elemento centrale, secondo il legale, è quello psicologico: il medico «avrebbe concesso la proroga sulla base di quanto accertato nella visita effettuata quattro giorni prima» e i sintomi «comunicatigli telefonicamente dalla paziente» sarebbero stati compatibili con la malattia «accertata pochi giorni prima»: ciò alla luce di un’«esperienza pluridecennale». Peraltro, «l’intera durata della prognosi», sostiene ancora il legale, «era già contenuta nel primo certificato medico».

Quindi, il medico non aveva «consapevolezza» di «certificare fatti non veri», e, alla peggio, potrebbe essere contestato solo «l’elemento colposo». Tale visione, però, non viene assolutamente condivisa dai giudici della Cassazione. Per questi ultimi, difatti, va tenuto presente che «la falsa attestazione attribuita al medico» è fondata sul certificato emesso «senza effettuare una visita e senza alcuna verifica» sulle condizioni di salute del paziente, essendo irrilevante, come in questo caso, la «sussistenza della malattia» verificata a priori. Di conseguenza, è assolutamente illogico ipotizzare che il medico possa essere «non consapevole» della certificazione di una patologia senza provvedere alla visita. Assolutamente fondato, per i giudici, quindi, l’addebito mosso al medico, e, a catena, fondata anche la sanzione rivolta alla paziente.

Prigionieri della democrazia Gli italiani deportati in Usa

Matteo Sacchi - Mar, 31/07/2012 - 07:26

Un saggio ricostruisce per la prima volta in modo completo le vicende delle decine di migliaia di soldati che gli alleati internarono oltreoceano


Tanti, tantissimi. Sconfitti, a volte anche in modo umiliante, ma pure in un certo modo salvati. Messi ai margini, che si trattasse dei deserti del Texas o delle spianate vulcaniche delle Hawaii poco importa, eppure miracolosamente estratti da quel gigantesco tritacarne da settantuno milioni di morti che fu la Seconda guerra mondiale.Ecco il destino dei prigionieri italiani deportati negli Stati Uniti d'America a seguito delle tremende sconfitte dell'Asse in Nord Africa e in Sicilia. Il lungo viaggio in nave verso «l'Arsenale delle democrazie» toccò a quasi 125mila uomini che, approdando sul suolo americano, andarono incontro ai destini più diversi.

Decine di campi ognuno con la sua storia, la divisione (dopo l'otto settembre) tra irriducibili, non cooperanti e cooperanti, l'aiuto per molti della comunità italo-americana, il lavoro nelle aziende o nei porti per certi, la solitudine del deserto per altri... Il sogno del ritorno in patria per quasi tutti (ci fu anche chi si intestardì, a guerra finita, per restare negli Usa tra le ire del dipartimento immigrazione). Insomma, un'odissea dove le storie dei singoli si intrecciano, sino quasi a formare un lieto fine a stelle e strisce, però un lieto fine amaro e un po' stracciato, come una vecchia divisa consumata dal tempo.Forse è per questo che gli storici della vicenda dei prigionieri in America hanno parlato poco. Dopo la guerra il tema non andava di moda, gli ex reclusi forse volevano dimenticarsene, provavano quel senso di vergogna (irrazionale e ingiustificato) che provano tutti quelli che sono finiti dietro un filo spinato dopo aver alzato le mani.

E per quel poco che invece è stato raccontato, di norma, ci si è attenuti a due vulgate. La prima maggioritaria e democratica sintetizzabile così: chi finì negli Usa fu relativamente fortunato, andò lontano dalla guerra in un Paese che, anche per farsi propaganda, trattava i prigionieri in modo più che umano. Insomma una sorta di lunga vacanza. La seconda, schierata nella militanza di destra. che racconta soprattutto dei prigionieri del campo di Hereford che come irriducibili fascisti (molti non lo erano affatto - c'era anche un nutrito drappello che si dichiarava comunista - ma si sa che gli statunitensi non sono adatti alle sottigliezze della politica italiana) vennero sottoposti ad un trattamento molto duro, che culminò nell'affamamento e in una feroce bastonatura. In mezzo tra questi estremi però c'è un mondo variegato.

Lo racconta bene nel suo nuovo volume lo storico Flavio Giovanni Conti: I prigionieri italiani negli Stati Uniti (il Mulino, pagg. 542, euro 28). Contemporaneista che si occupa da anni del tema della prigionia di guerra, Conti traccia per la prima volta un affresco completo sul tema, mettendone a nudo tutti i chiaroscuri. Da un lato, dal suo corposo saggio emerge con chiarezza che in generale i prigionieri italiani negli Usa furono trattati, dal punto di vista delle condizioni materiali, meglio di quanto fossero trattati i prigionieri in qualsiasi altra nazione. Merito di tre fattori: gli States erano lontani dal fronte, molto più ricchi degli altri belligeranti, e la comunità italo americana vigilò sul trattamento dei prigionieri.Dall'altro, risulta con evidenza che Washington decise di fare a modo suo con i prigionieri, infischiandosene della convenzione di Ginevra.

Secondo la Convenzione alla firma dell'armistizio prima, e ottenuta l'Italia la condizione di «coobelligerante» poi, i prigionieri avrebbero dovuto essere restituiti, dietro la stipula di un preciso percorso concordato. Gli italiani se ne «dimenticarono», gli americani preferirono tenersi in casa quella che era una forza lavoro a basso costo quasi indispensabile. E così moltissimi italiani si trasformarono in lavoratori semiliberi con la divisa dell'U.S. Army, le stellette dell'esercito del Regno, e la scritta «Italy» appiccicata al braccio.Conti insiste sul fatto che a finire nei campi punitivi fu anche chi, pur non essendo fascista, non accettò questo strambo accordo non scritto che faceva di soldati, ormai alleati, manodopera sostitutiva (anche ben pagata e ben nutrita, ma gestita in un regime che con la legalità internazionale aveva poco a che fare).

Molto ben raccontato è anche il complesso rapporto tra la situazione dei prigionieri e la stampa, gli umori popolari. Il trattamento dei prigionieri peggiorò drasticamente, un vero paradosso, verso la fine della guerra. Un po' perché per la prima volta ci furono delle penurie nel mercato interno degli Usa, ma soprattutto perché venne scoperto l'orrore dei lager nazisti. L'opinione pubblica pretese a quel punto un inasprimento delle condizioni dei prigionieri dell'Asse visti come «colpevoli». Toccò anche, ingiustamente, agli italiani. Quando però si ebbero degli episodi di violenza grave, ne accadde uno a Fort Lawton nel 1944 dove venne linciato il soldato Guglielmo Olivotto, non ci fu premeditazione dall'«alto».

I soldati neri della base irruppero armati di bastone nella zona italiana. Erano furiosi perché gli sembrava che i prigionieri fossero trattati meglio di loro. Il bilancio: tra gli italiani un morto e 24 feriti di cui alcuni gravi. Ai soldati di colore un totale di 200 anni di prigione.Insomma non fu l'inferno e non fu una vacanza. Fu la prima volta che centomila italiani venivano imprigionati nella democrazia e nel melting pot. E questo li cambiò, ci cambiò, per sempre.

Morto un beagle di Green Hill altri due in gravi condizioni

Corriere della sera

Lav e Legambiente diffidano un veterinario Asl: «Vuole mettere i cip i cani, ma ritarda le operazioni di affido»


Non ce l’ha fatta. È morto in una clinica veterinaria della zona uno dei due cuccioli di quattro mesi usciti da Green Hill e immediatamente ricoverati. Ieri i veterinari si erano accorti subito che le loro condizioni erano gravi. Dopo la visita preliminare avevano disposto subito di trasferire i due beagle con l’ambulanza dell’E.n.p.a. per poterli salvare. Erano in due cuccioli, ma uno non ce l’ha fatta. A stroncarli forse una malattia in corso. «Erano molto gracili – confida una volontaria –, avevano quattro mesi ma sembravano di 30 giorni». Sono stabili invece le condizioni degli altri due beagle ricoverati nel pomeriggio di lunedì in un'altra clinica, seguendo le richieste dei medici veterinari delle associazioni.

DIFFIDA AL VETERNIARIO ASL -«Una diffida a non ostacolare» gli affidi, che rappresentano «l’esecuzione di un ordine della Procura della Repubblica». Lav e Legambiente, hanno inviato una diffida al veterinario Asl Enrico Stretti, dirigente del Distretto di Lonato che comprende anche Montichiari. In tre giorni sono stati affidati più di 500 cani, ma martedì 31 luglio le operazioni ai piedi della collina di Green Hill sono iniziate con ritardo, alle 10,30.

OPERAZIONI RALLENTATE – Il dirigente Asl «ha ritenuto di presentarsi senza alcun atto scritto – scrive la Lav –, comunicando ai custodi giudiziari di dover eseguire la microchippatura dei cani usciti dall'allevamento». Una fase «non prevista né dovuta, considerando che i cani hanno comunque un tatuaggio di riconoscimento e sono oggetto di un formale atto che li pone sotto la responsabilità dei custodi giudiziari». I microchip avrebbero dovuto applicarli prima. In altre parole, a questi animali non si può fare nulla, né applicargli dispositivi né, per esempio, sterilizzarli. Si tratta di un affido, non di una proprietà. Non si può quindi fare nessuna “modifica”, si tratta solo di curarli e prendersene cura.

MICROCHIP – Dentro l’allevamento di Montichiari, al momento del sequestro, sono stati trovati oltre 400 cani privi di microchip. Asl e azienda Green Hill avrebbero dovuto applicare a tutti i cani il dispositivo elettronico, ma sapevano di poter “contare” su una deroga concessa dalla direzione veterinaria regionale a partire dal 2007. Finché non verrà accertata l’illegittima della deroga che dentro Green Hill permette di tatuare i beagle sembra che non gli si possa applicare il dispositivo elettronico. Quei cani sono usciti dall’allevamento per l’affido e, ricordiamolo, sono sotto sequestro.

SOSPENSIONE AFFIDI – Domani, mercoledì 1 agosto, il Tribunale del Riesame si pronuncerà, confermando o meno il sequestro della struttura e dei beagle. Lav e Legambiente sono fiduciose dell’esito, ma hanno stabilito di sospendere per domani gli affidi, che – in caso – riprenderanno giovedì. Lav, Legambiente e le altre associazioni «ringraziano il Corpo Forestale dello Stato, la Polizia di Stato, i Carabinieri, che stanno svolgendo con grande impegno un'attività eccezionale, nel rispetto di tutte le formalità dovute»..


Matteo Trebeschi
31 luglio 2012 | 17:30

Sicilia, le dimissioni di Lombardo Elezioni anticipate il 28 e 29 ottobre

Corriere della sera

Il presidente attacca: «Su di me, fuga di notizie ben orchestrata. E lancia propositi secessionisti: «Perchè non separarci dall'Italia?»

Come nel suo stile è uscito di scena con un discorso a effetto annunciando una sorta di ritiro dalla politica. Ipotesi tutta da verificare visto che appena qualche ora prima non aveva rinunciato a fare le ultimissime nomine della sua prolifica presidenza, piazzando all'assessorato agli enti locali un fedelissimo al quale, da assessore agli enti locali, toccherà gestire la macchina che porterà alle elezioni anticipate.

SI VOTERA' IL 28 E IL 29 OTTOBRE- «Lascio la Regione e tutte le cariche politiche senza rimpianti -ha detto parlando all'Assemblea regionale siciliana- Abbiamo fatto tanto, molte riforme. Lascio all'apice, perchè la presidenza della Regione siciliana è l'apice di una carriera. Lascio con serenità. E vi auguro a tutti voi di poter continuare a servire al meglio la Sicilia». Raffaele Lombardo si dimette dalla presidenza della regione siciliana aprendo la strada alla fine anticipata della legislatura. Subito dopo ha infatti preso la parola il presidente dell'Assemblea Regionale Francesco Cascio che ha annunciato il voto in Sicilia per il prossimo 28 e il 29 ottobre.

PERCHE' NON SEPARARCI DALL'ITALIA? -«Ma se continuano a dirci che siamo brutti, sporchi e cattivi, che abbiamo i conti in disordine, che spendiamo male, che siamo un peso, che ci stiamo a fare insieme in Italia? Tanto vale che ci si separi consensualmente» ha attaccato poi il presidente dimissionario. «Penso all'isola di Malta ad esempio - ha detto - che riesce anche ad offrire importanti opportunitá economiche, una tassazione agevolata. È un modello per molti aspetti» E ha continuato: «Mi auguro che dopo di me la Regione abbia un interlocutore forte che faccia i conti con lo Stato e recuperi lo spirito pattizio. Oggi questo spirito è sfumato, come dimostra anche la vicenda del commissario dello Stato che non ha mai impugnato le leggi dello Stato. È messo lì a vigilare sulle nostre cose e nient'altro».

LE DIMISSIONI - Nel suo intervento Lombardo ha anche fatto cenno alla sua vicenda giudiziaria che lo vede indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. «Assistiamo a una vera e propria aggressione nei confronti della nostra Regione, della sua autonomia e vediamo affermarsi un serrato centralismo con tagli che vengono imposti da continue manovre finanziarie - ha detto- con grande disagio ho affrontato questa situazione, un disagio che ho cercato di nascondere con grande sofferenza. Non è così per una vicenda giudiziaria che sto subendo. Una vicenda giostrata abilmente sul piano mediatico, con una orchestrata fuga di notizie».

I CONTI IN ROSSO - Ha anche parlato dei conti in rosso della Sicilia. «Siamo consapevoli che l'Italia e la Sicilia vivono un momento molto critico -ha detto- Questo avviene nel contesto di una crisi finanziaria che non risparmia nessun continente. Abbiamo fatto i conti in questi quattro anni con i vincoli imposti dal governo nazionale. Il debito dell'Italia è cresciuto fino a duemila miliardi di euro 120% del Pil, mentre la Sicilia lo ha in rapporto al 7% del proprio Pil». Ma le dimissioni, ha voluto chiarire, sono «una scelta lucida e ragionata» in quanto «l'anticipazione delle elezioni consentirà alla politica siciliana di determinarsi più autonomamente». Quindi l'augurio che «si possa aprire nuova fase governata da uomini liberi e non intruppati che lavorino contro l'ascarismo e il trasformismo».

NIENTE SPENDING REVIEW - Ma nell'ultima seduta l'assemblea regionale siciliana non si è voluta smentire facendo saltare la spending review che appena qualche giorno fa il governatore siciliano aveva presentato al Presidente del Consiglio Mario Monti per rassicurarlo che la Sicilia non è a rischio default come temono molti osservatori. Il testo della revisione della spesa in Sicilia per far fronte ai buchi di bilancio era stato predisposto dagli assessori all'economia Gaetano Armao e alla salute Massimo Russo e prevedeva tagli per 150 milioni già nel 2012 e 300 milioni a partire dal prossimo anno. Ma all'interno del parlamento siciliano non è stato trovato l'accordo.

NIENTE PENSIONAMENTI - Per la verità tutto si è fermato ancor prima di arrivare in aula. La commissione Bilancio non sarebbe nemmeno entrata nel merito del provvedimento presentato sotto forma di emendamento. Tra gli interventi previsti per mettere in sicurezza i conti della Sicilia c'era anche una riduzione dell'organico con duemila pensionamenti. Dopo una riunione dei capigruppo il presidente dell'Ars Francesco Cascio ha annunciato che l'aula avrebbe esaminato un assestamento tecnico del bilancio regionale per il 2012 che prevede solo la copertura del disavanzo di 2 milioni e mezzo, mentre tutti gli altri articoli vengono cassati. Una decisione che ha scatenato una bagarre per l'annuncio di voto contrario all'assestamento di bilancio di molti parlamentari. Alla fine comunque l'assestamento è stato approvato.

NOMINE IN EXTREMIS - Qualche ora prima di lasciare la poltrona il governatore siciliana ha fatto le sue ultime nomine. Dopo aver riunito la giunta ha affidato al compagno di partito Nicola Vernuccio l'assessorato alle autonomie locali in sostituzione di Caterina Chinnici, mentre un altro fidatissimo, Mario Zappia, è stato scelto come commissario straordinario dell'Asp di Siracusa.

C'E' CHI FESTEGGIA - Per salutare le dimissioni di Lombardo c'è addirittura chi festeggia. Il comitato provinciale del Pdl di Catania, la città dell'ex governatore, ha organizzato una festa di piazza. «Con le dimissioni di Lombardo si chiude definitivamente una stagione politica che ha avuto poche luci e tante ombre» afferma invece il segretario siciliano dell'Udc Gianpiero D'Alia. Mentre per il sindaco di Palermo Leoluca Orlando «si chiudono undici anni di malgoverno e mala amministrazione che hanno mortificato il popolo siciliano e pervertito la speciale autonomia».


Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it31 luglio 2012 | 20:25

Tutti i buchi nei conti leghisti Il giallo delle bici non ritirate

Corriere della sera

Assegni per 880 mila euro emessi non si sa perché, 410 biciclette pagate 82 mila euro e lasciate in fabbrica



MILANO - Più di 880 mila euro di assegni emessi nel 2011 a favore di non si sa chi e non si sa perché, almeno 417 mila euro di prelievi in contanti o assegni tratti dall'ex tesoriere Francesco Belsito senza adeguati giustificativi, poi due crediti da 350 mila euro l'uno ormai salutati, 885 mila di rinuncia a crediti verso la controllata Fin Group spa, e altri 384 mila tra storno di registrazioni non documentate, ammanchi di cassa e poste ormai inesigibili in 140 sezioni locali: sono i rilievi degli analisti della PricewaterhouseCoopers , incaricata l'11 aprile dalla Lega del dopo-Bossi di valutare alcune poste patrimoniali nel bilancio 2011 tutto di responsabilità di Belsito.

«TRADIZIONE ORALE» - La società ha svolto un rapporto, non una revisione contabile (infatti non emette giudizi sulla bontà delle operazioni) perché si è basata su documenti e informazioni fornite dalla segreteria amministrativa leghista (e spesso dalla segretaria Nadia Dagrada). Inoltre il rapporto Price , che il partito di Maroni ha consegnato anche alla Procura di Milano, più volte evidenzia nella Lega «made in Belsito» la gestione raffazzonata e il livello di confusione, tanto che di alcune operazione Price rimarca di essere venuta «a conoscenza per tradizione orale». Vale, paradossalmente, persino nei rari casi positivi: se ad esempio i 100 camion-vela per la pubblicità elettorale comprati nel 2009 per 2 milioni fossero stati messi a bilancio in modo non pasticciato, la Lega a fine 2011 avrebbe potuto contare su mezzo milione in più di avanzo d'esercizio, comunque a quota 6,5 milioni. Sarà anche per questo che, dopo il rapporto Price , i revisori dei conti della Lega (Andrea Bignami, Adelino Brunelli e Alberto Penna) danno una «considerazione tecnica positiva» del rendiconto di esercizio al 31 dicembre 2011 e lo giudicano «redatto in conformità alla normativa» per il deposito in Parlamento.

ASSEGNI-ENIGMA - Price addita le registrazioni contabili di 1,7 milioni erogati dalla Lega tramite assegni per i quali non è stata rintracciata documentazione a supporto del servizio o della prestazione resi in teoria alla Lega: e i colloqui con il personale amministrativo hanno mostrato che gli assegni riportano spesso nomi di beneficiari per i quali nessuno sa associare fornitori conosciuti e motivazioni plausibili. L'analisi dei conti bancari della Lega rileva anche 36 assegni per 543 mila euro e 29 prelievi per 174 mila incassati da Belsito e contabilmente registrati come prelevamenti da conto bancario e successivo versamento in cassa: solo che nella documentazione disponibile non c'è prova che questi 717 mila euro siano stati davvero versati nella cassa del partito.

Stando a Degrada, 284 mila sarebbero stati usati da Belsito per pagare ad esempio 30 mila euro a due avvocati di cui non sono noti i «servizi legali»; 27.500 per «servizi di consulenza» a una signora che negli archivi dei giornali compare come collaboratrice di Belsito; 27.400 all'infermiera di Bossi; 33 mila a un autista senza contratto; 51 mila allo stesso Belsito come «compenso» da tesoriere (ma si ignora con quale delibera). E comunque senza giustificativi e destinatari finali restano 433 mila euro. Poi c'è la carta di credito di Belsito, dove 19.700 euro hanno pagato negozi di abbigliamento (Louis Vuitton, Hermès), di elettronica e fotografia (Apple e Unieuro), gioiellerie (Tiffany), armerie e la Spa di un hotel.

Se alla voce «crediti verso associati» finiscono i 19 mila euro di spese mediche a favore di Umberto Bossi per le quali la Lega Nord non avrebbe richiesto la restituzione, forfettari rimborsi spese in contanti a dipendenti e collaboratori occasionali sfondano i 275 mila euro, di cui 35 mila in contanti sarebbero stati usati da Riccardo Bossi, uno dei figli: affitto di casa, ristoranti, multe, meccanici dell'auto, ma anche il veterinario del cane, l'abbonamento alla tv satellitare, e persino anticipi in contanti all'ex moglie.

BICI CAOS - In magazzino la Lega conta giacenze per 395 mila euro. Sono gadget di propaganda, ma la cosa buffa è che 410 biciclette, del valore di 82 mila euro, sono ancora depositate presso il produttore: ed è curioso che la fabbrica le abbia vendute per 145 euro l'una a «La Bicicletta Padana» (società della finanziaria di partito Fin Group), e che essa l'abbia poi rivenduta alla Lega per 165 euro. Ulteriori rispetto a queste giacenze esisterebbero altri 36 mila gadget nella sede federale per una stima di 90 mila euro, ma anche qui il caos era totale: è bastata una mini verifica a campione per trovare 3.447 orologi invece dei 15 sul tabulato, o 250 teli mare invece dei 13 annotati.

Luigi Ferrarella Giuseppe Guastella
31 luglio 2012 | 10:48

Se gli alberghi della Liguria contestano i voti della Rete

Corriere della sera

«C'è chi offre recensioni false per guadagnarci»

La poetessa Vivian Lamarque a Celle Ligure La poetessa Vivian Lamarque a Celle Ligure

Gli ultimi in ordine di tempo sono gli albergatori di Celle Ligure: arrabbiati, compatti, sono tornati ad attaccare Tripadvisor, il portale dove sono i clienti consigliare o sconsigliare hotel e ristoranti ai nuovi viaggiatori. Anche questa volta la polemica è nata in seguito ad alcune recensioni negative postate da ex ospiti degli hotel di Celle (strutture datate, aria condizionata a pagamento...) e rilanciate dalla stampa locale. Ma anche sulla scia di quella che sulle pagine del Secolo XIX ieri è stata definita dagli albergatori «l'ultima moda» delle aziende fornitrici degli hotel: «offrire in omaggio 100 pareri positivi su Tripadvisor».

Il giorno dopo gli albergatori cellesi aggiustano il tiro, più che di moda parlano di un caso, magari più di uno ma limitati a piccole aziende fornitrici. Un rischio che è stato confermato anche dai vertici di Tripadvisor durante un incontro. Del resto è già successo ai colleghi della Riviera romagnola: la scorsa primavera gli albergatori di Rimini e dintorni si sono visti proporre forniture di ciabatte da camera con il logo dell'hotel in cambio di false recensioni positive su siti come Tripadvisor e Zoover.

Il metodo è stato spiegato dal quotidiano online dei consumatori Il Salvagente : tale Delta System («agenzia promozionale on web») contattava l'albergo di turno facendo dicendo che la struttura non era posizionata ai vertici della graduatoria Tripadvisor, quindi proponeva di mettersi in contatto con la società www.lineadicortesia.com: l'acquisto di uno scatolone di ciabatte dava diritto a due recensioni in diverse lingue.

Il presidente Federalberghi dell'Emilia Romagna Alessandro Giorgetti ricorda i volantini lasciati negli alberghi e anche i commenti positivi che d'improvviso avevano iniziato a figurare vicino al nome di un hotel «così così»: «Abbiamo denunciato il moltiplicarsi di quelle offerte agli associati capendo che il meccanismo andava oltre il commento negativo del dipendete licenziato o del cliente mordi e fuggi che ci può anche stare». Stessa cosa hanno fatto i vertici di Tripadvisor Italia che, oltre a mettere in guardia gli albergatori, hanno allertato il gruppo londinese antifrode.

Bernabò Bocca, presidente nazionale di Federalberghi ma anche proprietario di due hotel premiati con l'eccellenza da Tripadvisor, ricorda i ricatti fatti a molti associati («o mi fai uno sconto o ti stronco»), ma anche la proposta ricevuta dal direttore generale della sua associazione da un albergatore scandinavo: sconto del 15% in cambio di una bella recensione. «Quei commenti - dice - ormai hanno un valore economico: più sali nelle graduatorie, più lavori». Così si chiede un «aiutino» all'amico, si stronca il rivale. «Il rischio è di creare un mercato nero. Solo la tracciabilità di chi posta il commento può aiutare».

Lorenzo Brufani rappresenta Tripadvisor in Italia. La sua premessa è fatta di numeri: «75 milioni di recensioni al mondo, 50 ogni minuto, il 98% degli intervistati che ritiene le recensioni soddisfacenti: tutto questo non si spiegherebbe se il sistema fosse un flop. Al contrario è un ambasciatore per l'Italia: il giudizio medio è buono, 3,87 su 5». Quindi entra nel merito della polemica: «Nessuna moda, il caso di Rimini ci è noto ma noi siamo i primi ad essere vittime e rispondiamo con la tolleranza zero. Quello della tracciabilità è un falso problema: c'è la privacy, ma tanti mettono foto, email, rimandano a Facebook».

E sugli albergatori di Celle aggiunge: «Il problema non sono i commenti negativi ma le poche recensioni che non forniscono un reale giudizio: è interesse dell'hotel avere tanti commenti, possono rispondere». Quello del viaggiatore «è prendere in considerazione solo strutture con almeno 30 commenti e di dare più credibilità a quelli firmati da recensori esperti. Tripadvisor non è una pagella: bisogna imparare a leggerlo come nel mondo».


Alessandra Mangiarotti
31 luglio 2012 | 7:46

L'appello della madre di Assange a Quito «Temo che negli Usa sia giustiziato»

Corriere della sera

L'Ecuador chiede alla Svezia di interrogarlo presso la propria ambasciata (dove è rifugiato) a Londra

Ha mostrato le foto del figlio da piccolo per tutto il tempo, una dopo l'altra. La madre del fondatore di Wikileaks, l'australiano Julian Assange teme che se il figlio, attualmente rifugiato nell'ambasciata di Quito a Londra, venisse estradato negli Usa «potrebbe essere torturato o giustiziato». Christine Assange lo ha raccontato ai giornalisti al termine di una riunione con il ministro degli esteri Ricardo Patino, specificando, tra le lacrime, di vivere «preda del terrore», poiché, a suo dire, in Virginia, si starebbe riunendo in segreto un gran giurì che «non permette alcuna documentazione a difesa» del figlio.

A sua volta, Patino, dopo essersi detto «sorpreso» per quanto affermato dalla madre di Assange, ha reso noto che l'ambasciata di Quito in Svezia ha dato il via alla procedura per sollecitare le autorità locali affinchè interroghino il fondatore di Wikileaks nella sede diplomatica del Paese a Londra. «Stiamo facendo tutto quello che ci è possibile per proteggere la vita di Assange», ha sottolineato il ministro rendendo noto che la madre sarà ricevuta anche dal presidente Rafael Correa.

 L'appello della madre di Assange L'appello della madre di Assange L'appello della madre di Assange L'appello della madre di Assange L'appello della madre di Assange


SALUTE PEGGIORATA - Julian Assange soffre di stress psicologico estremo dopo aver passato più di un mese all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, ha detto la madre del fondatore di WikiLeaks, che si trova in Ecuador per colloqui con le autorità locali riguardo alla richiesta di asilo politico presentata dal figlio al governo di Quito. La donna ha detto a un'emittente televisiva che lo stato di salute dell'attivista è peggiorato a causa della mancanza di spazio e impossibilità di fare esercizi fisici.

LA VICENDA - Assange si è rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra lo scorso 19 giugno per evitare l'estradizione in Svezia, dove è ricercato per essere interrogato in relazione alle accuse di molestie sessuali avanzate da due donne. L'uomo respinge le accuse e sostiene che l'estradizione potrebbe essere il primo passo verso il suo trasferimento negli Stati Uniti, dove teme di essere incriminato per la diffusione di circa 250mila documenti segreti del governo di Washington. Le autorità ecuadoriane hanno fatto sapere che la decisione sulla richiesta di asilo presentata da Assange sarà annunciata dopo la fine dei Giochi olimpici a Londra, che termineranno il 12 agosto.


Redazione Online31 luglio 2012 | 10:24

I miei primi 60 anni

Corriere della sera
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Io da bambino, avevo 6 anni

 

di Franco Bomprezzi


Ho trovato in un cassetto alcune vecchie foto. Ne ho scelte due, eccole qui sopra. A sinistra mi si vede tutto intero, sulla spiaggia di Viareggio. Avevo sei anni. A destra un anno di più e in primo piano. La disabilità delle mie ossa scompare, ma sono quasi identico. Mi colpisce lo sguardo di questo bambino: mi sembra di vederlo contento, abbastanza sereno. Forse dimostra qualcosa di più dei 7 anni che ha. Un filo di malinconia? Non so, non ci giurerei. Sta guardando lontano, non si preoccupa dell’obiettivo della macchina fotografica. A sinistra invece lo vedo indaffarato, su quella strana carrozzina, un passeggino adattato via via alla sua crescita sbilenca, con un gesso che lo protegge dalla punta del piedino sinistro fino al torace.

Ma quel Franco sta giocando, costruisce castelli di sabbia, si inventa storie. Gli hanno messo tanta sabbia su un piccolo tavolino fissato alla carrozzina. E così lui gioca come gli altri bambini, sulla spiaggia di tutti. Compio sessant’anni, adesso. Il primo di agosto. Sono nato a metà del ’900. Per la precisione nel 1952. Tutto rotto, venti fratture. Storia vecchia, molti la conoscono, ad altri può non interessare affatto. Dopo qualche anno c’è stato anche un nome per questa fregatura iniziale: osteogenesi imperfetta. Rivedendo quelle foto mi emoziono un po’. Mi sembra di avere ancora più o meno lo stesso sguardo.

Certo, i capelli sono imbiancati, la pelle non è quella liscia e rosea di un bambino. Ho attraversato decenni di battaglie, di sfide, di vittorie e di sconfitte, facendo i conti con questo corpo che il destino mi ha assegnato, ma anche cercando di trarre il meglio dalle opportunità che il cervello e la vita mi hanno posto davanti. Se in quelle foto sembro sereno lo devo sicuramente alla famiglia. Due genitori stupendi, che purtroppo non ci sono più. Un fratello appena più grande, che mi ha accompagnato e protetto fin oltre l’adolescenza, sacrificando molto della sua.

Sto abusando – perdonatemi – di questo spazio, un blog nel quale cerchiamo di parlare degli InVisibili. Mi rendo conto di non essere mai stato “invisibile”. In tempi nei quali chi non mi conosceva mi chiamava “poverino”. Poi sono arrivate le parole giuste, e le leggi. Ma dopo, molto tempo dopo. Il prima – l’infanzia, la giovinezza -, l’ho costruito come quel castello di sabbia. Un po’ si andava in su, un po’ cadeva tutto e si disfaceva.

Ma pazienza. L’importante era ricominciare. Una frattura dopo l’altra. Prima di arrivare a costruire l’autonomia, l’indipendenza, un progetto di vita. La scuola, gli amici, l’università, l’impegno sociale, persino la politica, e infine il lavoro di giornalista. Normale, senza sconti, senza neppure essere stato assunto in quanto “invalido civile”. Ora, paradossalmente, in tempi di crisi sarebbe ancora più difficile.

Sessant’anni e non sentirli. Mi fa un po’ effetto, ma è così. Mi sembra di dover percorrere ancora tantissima strada: ho troppo da imparare, da costruire, da realizzare. Ho vissuto bene sin qui. Ventuno anni di matrimonio, prima che mia moglie mi lasciasse per una malattia lenta e inesorabile. Una vita normale, dunque, con i dolori e le gioie, come tutti.

Oggi sono di nuovo insieme a una giovane compagna, con la quale condivido molte cose, e soprattutto un’idea di futuro. Ma come mai adesso sento il bisogno di scrivere in modo così personale? Forse è perché vedo tanta incertezza, intorno a me. Chi è più giovane ha meno memoria delle battaglie e dei miglioramenti che invece sono stati tanti, e importanti, in questi decenni. Ho la sensazione che si dia tutto per scontato, oppure che si pensi a un presente immodificabile.

Ho battuto strade assai più sconnesse e inaccessibili di quelle tuttora scomode delle nostre città. Sono entrato in ascensori antidiluviani, pur di non rinunciare a fare il mio dovere, nella prima redazione di cronaca, a Padova. Ho affrontato sguardi scettici, ma anche sorrisi e strette di mano. Ho cambiato città, luoghi di lavoro, abitazioni. Ogni volta ricominciando da capo.

Ho viaggiato e confrontato, ho incontrato migliaia di persone, disabili e non. Ho avuto la fortuna di avvicinare teste lucide e coraggiose, che mi hanno spronato a dedicarmi, per quanto possibile, a diffondere una buona e onesta cultura dei diritti e della normalità di vita. Sono una persona fortunata, e forse per questo vivo con leggerezza un traguardo anagrafico che qualche decennio fa mi avrebbe collocato di peso fra gli anziani. Oggi no, non mi sento affatto anziano.

L’ho dichiarato anche al Comune che sta per passare il mio fascicolo da un settore all’altro. Mi spiace, grazie no. Se ne riparlerà fra qualche anno, forse. C’è troppo da fare, ancora. Ad esempio raccontare le storie di coloro che si battono per il lavoro, per la mobilità, l’istruzione, il tempo libero, gli affetti, la vita indipendente. E poi c’è da sfruttare al meglio la rete che nasce dalle nuove tecnologie, per me che ho cominciato battendo i tasti di una Olivetti lettera 22, uno dei primi regali di mia madre.
Cerco di usare le parole, uno strumento leggero che non ha età, ed è probabilmente l’unica cosa che so fare, in qualche modo.

La soddisfazione più grande è scoprire, ogni tanto, che le mie, le nostre parole, hanno aiutato qualcuno a vivere meglio. Vorrei tanto, nei prossimi sessant’anni, trovare lo sguardo di altri bambini come quel piccolo Franco del 1959. Il mondo sarà nelle loro mani, e i loro castelli di sabbia saranno progetti di vita. Passerò volentieri il testimone, e sono certo che la pensano così tutti quelli che, come me, sono ancora in trincea, testardi e consapevoli che la battaglia più importante è quella che dobbiamo ancora combattere. Auguri, giovane vecchio Franco.

Minacciati di morte perché hanno 13 figli

Elena Gaiardoni - Lun, 30/07/2012 - 08:14

Scritte intimidatorie sotto casa, sabotaggi all’auto, un proiettile spedito. E il Comune fa finta di nulla


Bene. Siamo il Paese della famiglia che si indigna per le coppie di fatto. Che storce il naso sui matrimoni gay. Bene. Siamo di più del Paese della famiglia: siamo in realtà il Paese della mamma. A noi italiani, quanto ci piace la mamma! Ma se una mamma partorisce e alleva tredici figli, come Alessandra Calò di Padova, con prole dai tre a ventun anni, e ha il marito Ferruccio che fa lavori saltuari, che facciamo? La lasciamo sola.



Non solo. Imbrattiamo il muro di casa con un proclama vigliacco: «A morte le famiglie numerose», tagliamo le gomme della loro unica macchina per due volte in un anno, e se il cospicuo nucleo chiede aiuto a un Comune che si prodiga in politiche di solidarietà agli extracomunitari, dal Comune arriva una raccomandata di rifiuto.Che succede? «Sono senza parole - dichiara Alessandra Calò -. Per me l'auto è fondamentale, quando la mettono fuori uso è un dramma. Una scritta così atroce è un proiettile per i miei bambini che mi chiedono: «Stanotte verranno ad ucciderci?».

Per non infastidire i vicini, porto i piccoli a giocare al parco. Non so quale problema possa costituire essere una famiglia di tredici figli». Di fronte alla minaccia apparsa in vernice rossa sul muro della casa patavina in zona Montà, soltanto Massimiliano Barison, sindaco della limitrofa Albignasego, spedisce una lettera di solidarietà.«Nemmeno una riga invece da parte del nostro primo cittadino, Flavio Zanonato, e la cosa mi ha amareggiata.

Credo che se questa scritta fosse apparsa contro una famiglia extracomunitaria, ci sarebbe subito stata una dichiarazione politica di sdegno verso tanta inciviltà». I Calò sono stati per anni la famiglia più prolifica d'Italia. Ora il record è detenuto dagli Scalco, che poco tempo fa anno avuto Angelica, quindicesimo fiocco. Nei giorni passati molti messaggi di congratulazioni sono giunti ai Calò da parte di persone che li confonde con gli Scalco.

Quando si tratta di applaudire ai record della cicogna, la gente è sempre pronta, ma quando si deve salvaguardare il decoro di bimbi che devono diventare adulti la società si defila.«Ci sarà pur da qualche parte un lavoro per mio marito o per i miei figli più adulti?» si chiede Alessandra. Osservando il più adulto dei Calò, che fa da padre ai fratelli con un senso di responsabilità ignoto a molti altri giovani della sua età sballanti in movida, la risposta potrebbe essere positiva.

E' pronta anche a cambiare città la tribù padovana. Intanto Alessandra ha sporto denuncia in Questura contro ignoti per quella frase. «A morte le famiglie numerose». E se aggiungessimo: soprattutto se sono italiane, sarebbe troppo provocatorio? Recentemente degli amici hanno donato un panda di peluche alla supermamma per i suoi quarant'anni compiuti il primo luglio. Alessandra Calò non esclude, vista l'età, di chiamare ancora la cicogna.

E come si chiamerà il peluche? Abbiamo chiesto a uno dei piccoli Calò: «Confù Panda», hanno gridato con gioia. Bella risposta. In Italia anche la cicogna deve imparare l'arte del confù. Per difendersi da coloro che amano la famiglia, ma lasciano una mamma da primato in mezzo a un nido di dignitosa povertà e di minacce.

Anche la memoria del Caudillo per ripianare i conti della Spagna

Corriere della sera

Il governo Rajoy incasserà due milioni di euro per far visitare il mausoleo di Franco, chiuso per restauri dal governo Zapatero
Anche la memoria di Franco può servire al risanamento dei conti spagnoli. Esemplare è la storia del mausoleo del generalissimo. Tre anni fa l'esecutivo di Zapatero lo dichiarò pericolante, dopo che un blocco marmoreo si era staccato dal complesso scultoreo della Pietà e, causa lavori di ristrutturazione, limitò l'accesso dei visitatori alla sola Basilica della Santa Croce, gestita dai padri Benedettini. Ora, il governo conservatore presieduto da Mariano Rajoy, non solo ha riaperto la Valle del los Caidos al pubblico, dallo scorso 1 giugno, ma si appresta a farne un'attrazione turistica dalla quale, stretto fra la crisi del debito e la recessione, prevede di guadgnarci qualcosa.

Giovani franchisti nella Basilica  della Santa Croce, presso la Valle dei cadutiGiovani franchisti nella Basilica della Santa Croce, presso la Valle dei caduti

DUE MILIONI IN BIGLIETTI - Oltre due milioni di euro l'anno, tanto è stimato l'introito dei biglietti di ingresso a 5 euro l'uno che Patrimonio Nazionale ha in programma di introdurre per gli oltre 500.000 visitatori che visitano il mausoleo, nella Valle dell'Escorial a 58 km da Madrid. Costruita in pieno franchismo, fra il 1940 e il 1958, utilizzando come mano d'opera i detenuti repubblicani, per «perpetuare la memoria dei caduti» che si sollevarono contro la Repubblica, dando inizio alla Guerra Civile (1936-1939), la Valle de los Caidos raccoglie oltre 30 mila caduti di entrambe le parti. Conserva le spoglie dell'ex dittatore e del fondatore della Falange, Primo de Rivera. Col monastero dell'Escorial e col Palazzo Reale di Madrid, è fra i monumenti più visitati della Spagna.


Un'immagine di Franciso Franco a cavallo.Un'immagine di Franciso Franco a cavallo.


LA RIMOZIONE DEI SIMBOLI FRANCHISTI
L'intenzione di rilanciarlo per richiamare turisti (e soldi) era stata anticipata ad aprile dal sottosegretario alla Presidenza, Jaime Perez Renovales. Ma ora, Patrimonio Nazionale, secondo quanto riferisce la stampa iberica, va oltre e prevede, oltre al ticket di ingresso, anche l'apertura di uno shop di souvenirs e una caffetteria-ristorante. La decisione di fare del mausoleo un business turistico va contro le raccomandazioni della Commissione di esperti, istituita dalla legge di memoria storica approvata dal governo Zapatero nel 2007, che stabiliva fra l'altro la rimozione in tutto il paese dei simboli del franchismo e l'apertura della fosse comuni nel Paese per censire le vittime della dittatura e della repressione. Il mausoleo, voluto da Franco a imperitura memoria della sua vittoria, doveva essere trasformato - secondo la legge di Memoria storica - in un memorial "bipartisan" in cui onorare i 34.000 caduti per la Patria, miliziani del regime e repubblicani, che vi sono sepolti.

TRASFERIRE LA SALMA DI FRANCO - Al primo posto delle raccomandazioni della Commissione c'era la richiesta di trasferire le spoglie del caudillo «in un luogo indicato dai familiari» o anche in altro «più degno ed adeguato». Una decisione, subordinata all'autorizzazione della Chiesa, ma alla quale la figlia di Franco, Carmen Polo, si è opposta da subito. Fra le altre richieste, anche quella di non trasferire dalla Valle la salma di Primo de Rivera, togliendo però al fondatore della Falange un rango preferenziale rispetto alle altre vittime. Raccomandazioni che, dopo il cambio di governo e la svolta di centro destra alle elezioni di 8 mesi fa, restano rinchiuse nel cassetto, proprio come temevano e avevano denunciato le Associazioni di Memoria Storica.

Fonte: Ansa30 luglio 2012 | 20:20

La madre bianca di Obama aveva un antenato nero

La Stampa

Ann Dunham discende da un ramo della famiglia di uno schiavo africano


Obama con la madre Stanley Ann Dunham, originaria del Kansas

PAOLO MASTROLILLI
inviato a new york

«Il presidente Obama discende dal primo africano reso schiavo a vita in America». Così proclamava ieri il sito Ancestry.com, provocando un dibattito che ha subito coinvolto i grandi media americani. Se confermata, infatti, la notizia sarebbe molto significativa per almeno due motivi: primo, la comunità nera degli Stati Uniti ha sempre rimproverato a Barack di venire da un’esperienza storica diversa, perché suo padre era keniano e la sua famiglia non aveva patito le sofferenze dello schiavismo negli Usa; secondo, perché il collegamento viene dalla madre, la bianca Ann Dunham. Ancestry è una compagnia dello Utah, che fa ricerche genealogiche per profitto.

Un’attività molto popolare negli Usa, dove tutti sono immigrati e pochi conoscono a fondo la propria storia. Se uno vuole sapere da dove viene s’iscrive, paga, manda le proprie informazioni e il test del dna, e poco dopo riceve una risposta. Nel caso di Obama la ricerca è cominciata due anni fa, senza richiesta da parte del presidente e senza soldi, per fare pubblicità ad Ancestry. Gli studiosi della compagnia dello Utah sono arrivati ad avere la ragionevole certezza, anche se non la prova definitiva, che la madre di Barack discende da una ramo della famiglia di John Punch. Questo nero africano faceva il servo a contratto in una piantagione della Virginia, ma nel 1640 era fuggito in Maryland.

Catturato, era stato processato e condannato alla servitù a vita. In sostanza venne privato della libertà, e siccome allora in Virginia non esistevano ancora leggi precise che consentivano lo schiavismo, viene considerato dagli storici come il primo, o comunque uno dei primi schiavi documentati. Qualche tempo dopo, però, Punch aveva cominciato una relazione con una donna bianca, da cui erano nati dei figli, a cui lei aveva passato il suo status di persona libera e il nuovo cognome Bunch. Una parte di questi figli si era stabilita in North Carolina, dove erano stati classificati come mulatti, e un’altra era rimasta in Virginia, dove erano stati accettati come bianchi ed erano diventati proprietari terrieri. Un ramo poi si era trasferito in Tennessee e in Kansas, dove era nata Ann Dunham.

La prova definitiva non c’è, ma due specialisti assunti dal «New York Times» per verificare il lavoro di Ancestry sono arrivati alla conclusione che ha buone probabilità di essere corretto. I discendenti bianchi di John Punch, infatti, hanno cromosomi riconducibili all’Africa subsahariana, e una storia di migrazioni che accredita la connessione con la mamma di Barack. Sul piano politico sarebbe un fatto significativo, perché rimuoverebbe l’ultimo ostacolo per la completa assimilazione genetica del presidente all’esperienza dei neri americani. La gente si chiede ancora se Obama ha migliorato le relazioni razziali negli Usa e uno studio pubblicato in questi giorni lo mette in dubbio: solo il 33% ha visto progressi. In questo clima difficile prima del voto di novembre, la ricerca di Ancestry quanto meno riavvicina Barack agli elettori neri, che minacciano di abbandonarlo.

Un Giudice all'avvocato: "Non hai le palle". Condanna in Cassazione

Luca Fazzo - Lun, 30/07/2012 - 11:45

Un giudice non può dire pubblicamente ad un avvocato "non hai le palle": neanche se per una coincidenza il magistrato e il legale sono cugini


Un giudice non può dire pubblicamente ad un avvocato "non hai le palle": neanche se per una coincidenza il magistrato e il legale sono cugini. Lo ha stabilito la Cassazione, annullando la sentenza con cui un giudice di pace di Brindisi era stato assolto dall'accusa di ingiurie. Per assolvere il magistrato, i suoi colleghi del tribunale di Potenza, cui il caso era stato trasmesso per competenza ( una toga non può essere giudicata nella stessa sede giudiziaria dove presta servizio) si erano rifatti ad una vecchia sentenza della Cassazione, secondo cui l'espressione " non mi rompere le palle" non é un insulto ma una colorita esortazione.


Come giustamente fa notare la Cassazione, tra le due espressioni c'è in realtà in abisso di significato, perchè dire a qualcuno "non hai le palle" significa accusarlo di essere privo di quei requisiti fisici e caratteriali che ("a torto o a ragione", specificano i giudici dela Suprema Corte) sono considerati indispensabili per fare bene il proprio lavoro. Purtroppo, come spesso accade, la sentenza della Cassazione si limita a ragionare in termini giuridici, e non entra nel dettaglio più appassionante della vicenda: cosa diavolo sarà successo, perchè il giudice accusasse così platealmente di mollezza il parente avvocato, incontrandolo davanti a tutti nel tribunale di Taranto?

Ecco il testo della sentenza, così come pubblicato sul sito www.diritto.net.
"Il Triibunale di Potenza, in riforma della sentenza del giudice di pace della stessa città, ha assolto G.A. dal delitto di cui all’articolo 594 cp per aver rivolto al cugino G.V., nel tribunale di Taranto, la frase “non hai le palle”. Secondo i giudici di appello, certa essendo la materialità dell’episodio, manca un’effettiva carica offensiva alla espressione utilizzata dall’imputato, perché inquadrabile nell’ambito di una contesa familiare. Di qui la formula assolutoria “il fatto non sussiste”.

Ricorre per cassazione il difensore della parte civile e deduce illogicità della motivazione.
Il tribunale, citando giurisprudenza non in termini, ha ritenuto non offensiva la grave espressione adoperata. Ebbene la giurisprudenza citata è relativa a diversa frase (“non rompere le palle”), frase che, nel caso allora in esame, era equivalente ad un invito a non intralciare la condotta di chi la pronunziò, a lasciarlo proseguire nella sua opera, a non frapporsi alla stessa. Nel caso, viceversa, oggi in esame, la frase sta a significare “non hai gli attributi”, vale a dire che essa consiste consiste nell’affermazione che il destinatario vale meno degli altri uomini. L’espressione è ancora più grave perché pronunziata in ambiente di lavoro (...)

Il ricorso è fondato. La sentenza impugnata va annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello. In tema di delitti contro l’onore, il giudice di legittimità può e deve apprezzare se il decidente di merito abbia assunto la corretta determinazione con riferimento al valore sociale delle espressioni utilizzate. Orbene, la giurisprudenza citata nella sentenza impugnata non è pertinente; essa invero si riferisce all’utilizzo di espressione volgare, ma non necessariamente offensiva nei confronti del destinatario.

Nel caso in esame, viceversa, a parte la volgarità dei termini utilizzati, l’espressione ha una evidente e obiettiva valenza ingiuriosa, atteso che con essa si vuole insinuare non solo, e non tanto, la mancanza di virilità del destinatario, ma la sua debolezza di carattere, la delmancanza di determinazione, di competenza e di coerenza, virtù che, a torto o a ragione, continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile.

L’inutile digressione sulla causale dell’insulto nulla può aggiungere alle obiettiva valenza dello stesso. Manca viceversa qualsiasi considerazione circa il luogo nel quale si svolsero i fatti e dei ruoli che in detto ambiente rivestivano i protagonisti. Invero, per quanto si apprende, l’imputato era giudice di pace in Brindisi e la persone offesa è un avvocato. La frase fu pronunziata in contesto lavorativo (ufficio giudiziario), a voce altra ed era udibile anche da terze persone. In tali circostanze il pericolo di lesione della reputazione di G.V. non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base una pretesa “evoluzione” del linguaggio e volgarizzazione delle modalità espressive". Pertanto la assoluzione viene annullata, e il giudice dal linguaggio colorito dovrà affrontare un nuovo processo.

lunedì 30 luglio 2012

Troppi sei turisti sulla botticella» Protesta e rischia il linciaggio ai Fori

Il Messaggero

 

Il vetturino si è scagliato contro l'attivista e ha chiamato rinforzi. Venerdì un cavallo è svenuto per il caldo

 

Botticelle in via dei Fori Imperiali (foto Caprioli - Toiati)

ROMA - Segnala ai vigili urbani una botticella troppo carica, con sei turisti a bordo, in via dei Fori Imperiali. Ne nasce una bagarre, con i turisti che voglio restituiti 600 euro della corsa e il vetturino che chiederinforzi e minaccia un linciaggio. È la disavventura denunciata stamani ad un'attivista del Partito Animalista Europeo. Venerdì un cavallo è stramazzato a terra per il caldo: c'è stata una semirissa tra vetturino e turisti che reclamavano maggiore assistenza per l'animale.

La segnalazione ai vigili. A raccontare la bagarre che si è scatenata è la stessa organizzazione spiegando che l'attivista aveva segnalato agli agenti della Polizia Municipale «una violazione al Regolamento comunale sulla tutela degli animali, nel caso specifico ai danni di un cavallo attaccato ad una botticella, con un carico eccedente di persone», per la precisione sei.

Bagarre ai Fori. L'associazione spiega che «stamani, solo dopo una perseverante insistenza da parte dell'attivista, ravvisando un'omissione d'atti d'ufficio qualora non fossero intervenuti, gli agenti hanno fermato la carrozza interrompendo la corsa. I turisti, furibondi, hanno preteso la restituzione del denaro, 600 euro, mentre il vetturino - prosegue la denuncia - imbestialito per l'accaduto si è scagliato contro l'attivista ed ha chiamato rinforzi. La situazione è degenerata all'arrivo di altri vetturini». L'attivista del Pae - prosegue il comunicato - è stata costretta a fuggire. Inseguita, nella fuga passando sui marciapiedi per evitare il tallonamento, è caduta riportando delle lesioni personali e danni alla bicicletta.

La denuncia. Il Partito animalista europeo annuncia una denuncia per maltrattamento di animali, una diffida al sindaco di Roma Capitale affinché sia rispettato il regolamento delle botticelle e l'avvio di ronde private per un controllo diretto di quanto accade per le strade di Roma.

Domenica 29 Luglio 2012 - 18:14
Ultimo aggiornamento: 20:26

Usa, medaglia d'oro a Raoul Wallenberg

Corriere della sera

 

Eroe della Seconda guerra mondiale: ha salvato 20mila ebrei ungheresi

 

L'allevamento delle «bufale»

Corriere della sera

 

La storia dell'arte viene snaturata per ragioni di marketing

 

Uno dei disegni attrubuiti a CaravaggioUno dei disegni attrubuiti a Caravaggio

Cinque luglio 2012, ore 17.35: l'Ansa batte, in esclusiva mondiale, una notizia clamorosa: «Caravaggio, trovati cento disegni mai visti». Peccato che i disegni fossero ben noti e, soprattutto, peccato che non siano di Caravaggio. Ma questa è solo l'ultima delle «bufale» storico-artistiche propalate negli ultimi mesi: il Sant'Agostino «di Caravaggio», la «vera» Visione di Ezechiele di Raffaello, l'Autoritratto «di Bernini», il «Guercino» esposto a Castel Sant'Angelo e la seconda Gioconda del Prado. E, naturalmente, il discusso Cristo «di Michelangelo» comprato da Sandro Bondi: per non parlare della ricerca delle ossa del solito Caravaggio o della povera Monna Lisa o della tragicomica caccia al fantasma della Battaglia di Anghiari.

 Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano

Cosa è successo alla storia dell'arte? Perché la rigorosa disciplina di Roberto Longhi ed Erwin Panofsky si è trasformata in un simile allevamento di bufale? Da una parte questa mutazione è uno dei sottoprodotti del ruolo che la storia dell'arte gioca nel discorso pubblico, specialmente in Italia. Essa è ormai, per il pubblico, sinonimo di «grandi mostre», anzi di «grandi eventi». E nella logica dell'intrattenimento spettacolare è assai difficile mantenere vive le regole, anche le più elementari, del sapere critico. Assai più che nella storia o nella filosofia, nella storia dell'arte si è così verificata una frattura verticale tra l'autoreferenzialità di chi studia seriamente, ma non ha né l'interesse né la possibilità di trasmettere la sua ricerca al grande pubblico e l'improvvisazione di chi ha invece accesso ai media, ma solo per fare «marketing» degli eventi.

Ma, d'altra parte, bisogna riconoscere che l'involuzione investe ormai i meccanismi intimi della disciplina. In altri termini, l'incredibile vicenda dei «cento disegni di Caravaggio» è il sintomo (in sé assai poco serio) di una malattia che si sbaglierebbe a non prendere sul serio. Si stenta ormai perfino a dirlo, ma la storia dell'arte è una scienza storica e l'attribuzione (cioè la capacità di riconoscere gli autori delle opere d'arte) non è una dote innata, ma il frutto di un lungo e faticoso esercizio, una tecnica che si impara e che si insegna, un metodo del quale si può dar conto razionalmente e i cui risultati si possono verificare e falsificare.

Ma, perché tutto questo funzioni, occorre che la comunità scientifica si autogoverni e si autocontrolli: per esempio attraverso riviste autorevoli dotate di comitati di studiosi che vaglino preventivamente e trasparentemente le proposte e che in base a tutto ciò siano poi valutate. Invece, nella storia dell'arte di oggi le riviste sono troppo spesso legate a circoli chiusi e «parrocchiali». Peggio: le sedi completamente autoreferenziali e slegate da ogni controllo preventivo (come i cataloghi delle troppe, e spesso dannose, mostre, le strenne bancarie, i libri a vario titolo autofinanziati) sono importanti quanto, e più, delle riviste o delle collane dotate di vaglio scientifico. La storia dell'arte sta così rinunciando ad esercitare il giudizio critico su se stessa e rischia oggi di trasformarsi in uno «studio della domenica» assolto da ogni rigore.

Una situazione che si è man mano sfilacciata fino ad arrivare alla moda delle «scoperte» pubblicate sui quotidiani e ora addirittura ai cento disegni di Caravaggio lanciati in due ebook di Amazon, a cui altri hanno risposto (seppur in buona fede) non attraverso recensioni scientifiche, ma attraverso l'istituto, non particolarmente scientifico, del comunicato stampa. La comunità degli storici dell'arte ha dunque una ragione tutta speciale per accettare di buon grado i meccanismi di valutazione e autocontrollo della qualità scientifica, che (seppur con molte contraddizioni) l'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca sta cercando di introdurre anche in Italia e anche nei refrattari studi umanistici. È vero che un controllo troppo stretto può, alla lunga, indurre al conformismo e rallentare il progresso della ricerca, ma in questo momento la storia dell'arte ha bisogno di iniezioni massicce di serietà e credibilità: se non vogliamo trasformarci in guardiani delle «bufale» dobbiamo provare a chiuderne l'allevamento.

Tomaso Montanari

30 luglio 2012 | 9:26

Solai trasformati in abitazione, le norme del condominio vanno sempre richiamate

La Stampa

 

Nel regolamento condominiale, per rendere opponibili al terzo le clausole limitative sui beni di proprietà esclusiva, serve l'esplicita e specifica indicazione della clausole incidenti, non bastando ilrichiamo delle stesse nella nota di trascrizione dall’atto di acquisto. Lo ribadisce la sentenza 7396/12.

Il caso

Con una sentenza del Tribunale di Milano – in accoglimento della  domanda avanzata da una donna nei confronti del condominio – è dichiarata non opponibile una clausola del regolamento del fabbricato che vietava la trasformazione dei solai in abitazione. La decisione è confermata in seconda istanza: si rileva a proposito che il regolamento condominiale era stato soltanto richiamato nella nota di trascrizione dell’atto di acquisto, mentre sarebbe stato necessario indicare espressamente le clausole incidenti in senso limitativo sui beni di proprietà esclusiva. Il condominio si rivolge alla Cassazione, osservando che la trascrizione ha rilievo soltanto nel caso di conflitto tra più acquirenti dello stesso diritto.

Si appella al principio per cui sono opponibili ai terzi acquirenti di un bene immobile a titolo particolare gli oneri reali gravanti sull’immobile stesso, quali risultano da atto di provenienza regolarmente depositato e trascritto in precedenza (anche se la precisazione degli oneri viene richiamata nel solo atto di acquisto e non nella nota di trascrizione). La tesi non viene accolta poiché attiene a un tema del tutto estraneo al ricorso, vertente piuttosto ad accertare un errore di percezione della Corte d’Appello. Analogamente si respinge la doglianza con la quale si afferma che, se la nota di trascrizione dell’atto di originario acquisto e di approvazione del regolamento «è redatto come unico atto composto da diversi allegati», i terzi aventi causa dovrebbero far riferimento per relationem a tale originario atto. Questo assunto, però, non trova accoglimento per le stesse ragioni espresse circa il primo motivo gravame.

Non riscontra miglior sorte, infine, il terzo tassello del ricorso, basato sulla prospettazione per cui non costituisce omissione o inesattezza il fatto che una clausola limitativa di diritti dominicali sia riportata integralmente nel regolamento condominiale sotto forma di allegato alla originaria nota di trascrizione di assegnazione del bene immobile e di costituzione del condominio. Si presuppone di nuovo che la Corte d’Appello abbia commesso un errore non di percezione in fatto, bensì di giudizio di diritto, avendo preteso – per l’opponibilità della clausola in esame – requisiti diversi da quelli normativamente richiesti. Ancora una volta il ricorrente insiste in deduzioni pertinenti non alla sentenza impugnata, ma semmai a quella di cui aveva chiesto la revocazione, prospettando anche argomenti estranei a quelli avanzati nel gravame. Il ricorso finisce così nel dimenticatoio, anzi in soffitta.

Francia, la difesa del foie gras diventa una questione di Stato

La Stampa

 

Il presidente Hollande contro ,il bando imposto dalla California. «L'export non è in discussione»

 

Il foie gras è uno dei prodotti più famosi della cucina francese

 

alberto mattioli

corrispondente da parigi

 

La Francia? Toglietele tutto, ma non il suo foie gras. Eppure il resto del mondo ha molte perplessità sui metodi per ottenerlo, la famigerata pratica del «gavage», l’alimentazione forzata di anatre e oche, e si chiede se il paradiso dei palati valga l’inferno dei palmipedi. Recentemente ci sono stati dei grossi grassi problemi con la Germania (la fiera di Colonia ha bandito il foie gras) e soprattutto con la California, dove dal 1° luglio una legge vieta la produzione e la vendita del prodotto, indignando i francesi. Le tivù tricolori si sono già esibite in una serie di reportage dalla costa del Pacifico in cui si assicurava che gli irriducibili del foie gras non avrebbero deposto le forchette e che già organizzano il mercato nero e la resistenza in attesa dell’immancabile ritorno nei supermercati al grido di libero foie gras in libero stato.

Adesso per il fegato grasso scende in campo lo sponsor più autorevole possibile. Sabato, François Hollande è andato a visitare un’azienda agricola nel Gers, nel sud-ovest, la zona del Paese dove anatre e oche rischiano di più. Come Maria Antonietta pastorella al Trianon, anche i politici francesi democraticamente eletti adorano giocare agli agricoltori, categoria peraltro coccolatissima sia da destra che da sinistra. Quindi Hollande ha indossato prima gli stivaloni e poi, metaforicamente, i panni di crociato del fegato grasso: «Il foie gras - ha dichiarato solennemente - è una grande produzione francese che onora gli allevatori che le si consacrano. Non lascerò mettere in discussione le esportazioni di foie gras, in particolare in certi Paesi o certi Stati in America». E ogni riferimento alla California è puramente voluto. Anche perché «non possono difendere il libero scambio e poi impedire la vendita di un buon prodotto come il foie gras».

Hollande ha anche assicurato che «gli allevatori francesi hanno fatto dei grandi sforzi per mettersi a norma, per rispettare tutte le regole che sono state imposte dall’Europa per il benessere degli animali». Resta da capire come far cambiare la legge ai politici californiani. L’idea è quella di prenderli per la gola: «Se sarà necessario, ne farò arrivare loro quanto sarà necessario, e per loro sarà un piacere». Ma lo stesso Président ha poi ammesso che, a parte «convincere» gli americani a toglierlo, non c’è niente di concreto che si possa fare per spezzare l’embargo.
In ogni caso, poiché Hollande è sempre Hollande anche quando assume pose da de Gaulle e non rinuncia mai alla sua tipica ironia da timido, ha concluso la sua arringa con una battuta: «Comunque, visto che il foie gras vorremmo consumarlo tutto qui in Francia ma talvolta la mancanza di potere d’acquisto ce lo impedisce, non vorremmo mai privarne gli americani!».

Diaz, la verità del "duro" Canterini "Fu un errore, volevamo vendetta"

La Stampa

 

G8, l'ex dirigente della Mobile condannato a cinque anni racconta il blitz in un libro

Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto Mobile di Roma

 

FRANCESCO GRIGNETTI

roma

 

Sui fatti della Diaz, esiste ormai una verità giudiziaria cristallizzata dalla Cassazione. Esiste poi un’altra verità, quella delle convinzioni. E qui continua, come nulla fosse, il muro contro muro. Di qui i buoni, di là i cattivi. Uno dei «cattivi» per definizione è Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto Mobile di Roma, il capo dei celerini. Ebbene, Canterini, che s’è beccato cinque anni al processo, ha appena licenziato un libro-intervista (Gianmarco Chiocci, Simone Di Meo - «Diaz» - Imprimatur editore) per raccontare la «sua» Diaz. Ed è una sorpresa perché il duro Canterini si dimostra molto più indulgente per i manifestanti che per i suoi ex colleghi. Racconta così la carica che guidò personalmente in piazza Alimonda subito dopo che si era sparsa la notizia che un giovane, Carlo Giuliani, era stato ucciso e si stava concentrando lì una moltitudine di contestatori animati da propositi di vendetta. «La carica fu obiettivamente pesante. L’immensa processione di via Tolemaide arretrò per la prima volta, le ambulanze raccattarono i percossi, diedi l’ordine di retrocedere».

Canterini ha una sua versione da difendere. I suoi settanta uomini entrarono alla Diaz assieme a centinaia di altri poliziotti sconosciuti, lì confluiti non si sa come e perché, in una confusione inverosimile. «Facce stanche, affaticate, assetate di sangue e di vendetta. Gente in fibrillazione, completamente alla frutta per quei due giorni d’inferno, che scalpitava. Un’accozzaglia di divise blu». Era di questa folla impazzita di poliziotti che parlò al processo il braccio destro di Canterini, il funzionario Michele Fournier. Erano loro che diedero vita alla «macelleria messicana» nel corso dell’irruzione. Per quelle parole coraggiose, il celerino Fournier è diventato paradossalmente un’icona dei no global.

Allo stesso tempo è odiato dai colleghi. Ebbene, giunti al momento della verità, Canterini difende il suo vice con parole che piaceranno molto ai no global e meno all’istituzione. «In questa storia l’unico che ha portato la croce trovando la forza di rompere la consegna al segreto è stato Fournier. Non sto qui a giudicare, a dire se ha fatto bene, se ha fatto male, se doveva dirlo prima, se il segreto se lo doveva portare nella tomba perché siamo tutti una famiglia e i panni sporchi non si lavano all’aperto. Per alcuni colleghi quel funzionario è diventato un Giuda. Ma non è un Giuda».


E conclude, Canterini, con un giudizio lapidario su come un’operazione nata male finì malissimo: «La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti».

L'ex Nar al Campidoglio e l'ipocrisia della sinistra

Stefano Filippi - Lun, 30/07/2012 - 08:37

 

Scoppia la polemica per la consulenza a un ex terrorista finita nel 2010. I "compagni" senza ritegno dimenticano i vari Negri, D’Elia, Azzolini...

 

Ci risiamo con il doppiopesismo della sinistra. Scandalo e orrore perché un ex esponente dei Nar poi affiliato alla banda della Magliana, Maurizio Lattarulo detto «Provolino», figura tra i consulenti del comune di Roma, all'assessorato delle Politiche sociali. Repubblica, che ha dato la notizia anticipando una indignata interrogazione urgente che il presidente del XVII Municipio capitolino invierà oggi, ricorda che il sindaco Gianni Alemanno ha già sistemato in due municipalizzate vari estremisti di destra tra cui Stefano Andrini e Francesco Bianco.È tutta gente che ha chiuso da tempo i conti con la giustizia, compreso Lattarulo.

 

Cattura

Il vicesindaco Sveva Belviso precisa che «Provolino» fu prosciolto in fase istruttoria 20 anni fa per il reato di banda armata legata ai Nar e che nel 2008, quando iniziò a collaborare con il Campidoglio, stava svolgendo un percorso di riabilitazione concluso nel 2010 con una sentenza definitiva. La Belviso, che è assessore alle Politiche sociali, lo inserì nel suo staff «a tempo determinato, con uno stipendio di 1.500 euro mensili e l'incarico di occuparsi del reinserimento degli ex detenuti e dei rapporti con il garante regionale dei detenuti Angiolo Marroni, padre del capogruppo Pd in consiglio comunale Umberto Marroni. Lattarulo ha lasciato spontaneamente l'assessorato nel 2010, dicendo che aveva trovato una soluzione lavorativa più stabile». Pd e Italia dei Valori si sono lanciati in un coro avvelenato contro il Campidoglio, diventato «una succursale lavorativa per ex terroristi di destra, fascisti e boss della malavita».

Che cosa bisognerebbe dire, allora, dei governi e delle giunte rosse che hanno arruolato ex brigatisti condannati per omicidi a pene pesanti? È un ritornello triste questa polemica ricorrente sulle fedine penali, dove gli ex estremisti di destra sono malviventi assoldati da politici in malafede mentre gli ex terroristi rossi si sono trasformati in galantuomini redenti pronti a servire lo Stato al fianco dei sinceri democratici.Rinfreschiamoci la memoria, allora. Alcuni nomi sono molto conosciuti. Toni Negri, leader di Potere operaio condannato a 17 anni di carcere, fu eletto deputato dal Partito radicale, il che gli consentì di uscire di prigione e fuggire in Francia. In Parlamento è approdato anche Sergio D'Elia, ex dirigente di Prima Linea, condannato a 25 anni per omicidio (successivamente dissociato e riabilitato nel 2000 dal tribunale di Roma): fu eletto nel 2006 a Montecitorio sempre nelle liste radicali e nominato segretario dell'allora presidente della Camera, Fausto Bertinotti.Personaggi noti, casi eclatanti.

L'ultimo è Maurizio Azzollini, l'extraparlamentare immortalato in una foto famosa con il passamontagna e una Beretta calibro 22 puntata verso la polizia durante la manifestazione del 14 maggio 1977 a Milano in cui morì l'agente di polizia Antonino Custra. Azzollini è capo di gabinetto del vicesindaco di Milano, Maria Grazia Guida. Per il primo cittadino, Giuliano Pisapia, egli «ha espiato la pena» e dunque «può ricoprire incarichi di responsabilità». Perché per un ex estremista di destra e un ex autonomo non vale la stessa misura?Non sono gli unici episodi. Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti a 43 anni per associazione sovversiva, rientrata in Italia nel 1999 (premier D'Alema, Guardasigilli Diliberto) per scontare il resto della pena, divenne consulente della giunta di Roma guidata da Walter Veltroni: lo stesso comune che dovrebbe vergognarsi per il contratto a «Provolino».

Sempre sotto l'amministrazione Veltroni, la terrorista Claudia Gioia, esponente delle Unità comuniste combattenti condannata a 28 anni per il delitto del generale Licio Giorgieri e il ferimento del giuslavorista Antonio Da Empoli, è stata responsabile dell'allestimento mostre al Macro, il Museo comunale di arte contemporanea al Testaccio, e fu consulente di Francesco Rutelli al ministero dei Beni culturali.Ave Maria Petricola, arrestata nel 1981 con un membro della colonna romana delle Br, condannata per il sequestro Moro a tre anni e cinque mesi, pentita e amnistiata nel 1987, lavora alla Provincia di Roma presieduta da Nicola Zingaretti e ne dirige il centro per l'impiego. Roberto Del Bello, condannato per banda armata, è stato consigliere provinciale a Venezia per Rifondazione comunista e segretario particolare di Francesco Bonato, sottosegretario agli Interni (sempre Prc) nell'ultimo governo Prodi. Esecutivo che chiese la collaborazione anche dell'ex brigatista rossa Susanna Ronconi, condannata a 12 anni per l'omicidio di due missini padovani. Era tra i consulenti del ministro Paolo Ferrero, anch'egli di Prc.

L'invasione degli Zombies in Facebook

La Stampa

Gianluca Nicoletti

 

Per paradosso gli utenti più antichi e fedeli sforano i 5000 ed eliminare gli Zombies è quasi impossibile

Facebook ci ha riempito i profili personali di Zombies, questo significa in molti casi di non poter più accettare nuovi amici. Per paradosso i più antichi e fedeli utenti sono proprio le persone più danneggiate dal bug che, da metà giugno circa, ha improvvisamente fatto levitare nel giro di un istante il numero delle persone che ognuno aveva scelto come friend. Chi infatti già viaggiava sul filo del numero massimo di 5000 amici poteva destreggiarsi, con piccoli movimenti di cancellazione/acquisizione, per mantenersi sotto la soglia di rischio (impossibile accettare nuove amicizie per superamento numero massimo). Questa è d'altronde la funzione per cui ci s’iscrive a Facebook, poter allargare e gestire con strumenti di social networking la propria cerchia di conoscenze, relazioni, contatti, amicizie o amori. Insomma chi s’iscrive deve poter essere libero di scegliere se, come, quando e per quanto tempo si voglia mantenere attivi i privilegi di interscambio sociale con il resto del mondo.

Ora Facebook in questo è inadempiente, lo è in maniera particolare con chi si trova come me, da un giorno all'altro 5337 amici, a occhio e croce almeno 500 di più di quelli con cui aveva scelto di interagire. Apparentemente nessun problema perchè l'esubero è costituito unicamente da un bug che, con la nuova interfaccia utente chiamata "diario", ha richiamato a vita apparente tutti gli zombies degli utenti che nella lunga vita del mio profilo, cinque anni, ho via via cancellato o mi hanno a loro volta cancellato. Infatti se vado cercare con cura tra gli amici ogni tanto ne trovo qualcuno senza foto, se tento di interagire con lui il sistema mi avverte che è un fantasma e che non siamo più in contatto tra noi. Naturalmente tutti questi fantasmi ci impediscono di accettare nuovi amici a meno che ce li togliamo tutti di torno. Ebbene qui il vero problema: l’upgrade di Facebook impedisce le eliminazioni di massa. Meno crudamente espresso il concetto, significa che per fare fuori gli zombie occorre cercarli uno a uno e toglierli con tre click. Anche la lista degli amici con possibilità di "spunta" veloce da una semplice casella è stata eliminata (motivi umanitari?). Per ogni eliminazione effettuata, ora il nuovo sistema ci riporta in testa alla pagina degli amici, dove i primi sono quelli da noi più frequentati, quindi quelli che mai vorremmo eliminare.

Con pazienza si scende schermata dopo schermata nel profondo dell'elenco fino a che si rintraccia uno zombie senza volto. Lo si elimina e si ricomincia da capo. Ho calcolato per difetto che occorrano almeno due minuti a zombie, per terminarlo secondo la procedura e ritrovarsi nelle condizioni di sparare sul successivo. Moltiplicando il tempo per il numero di zombie che dovrei eliminare, per avere le funzionalità di Facebook di cui avrei diritto, non mi basterebbero sedici ore di lavoro ininterrotto. Pare che al momento non ci sia alternativa, chi come me è over 5000 se li deve tenere, a meno abbia molto tempo libero e certosina pazienza. Questo comporterà che se non si risolverà il bug sarà impossibile accettare persone nuove già in lista d'attesa, o con le quali si abbia desiderio o necessità di interagire. L’ alternativa potrebbe essere di aprire ex novo un altro profilo. Facendo così però si perde tutto il valore dello storico di anni di permanenza, che tra l’altro dovrebbe essere il vero senso dell’ introduzione del “diario” di Facebook. Ammesso che il bug sia al momento irrisolvibile, almeno ci venga restituita la funzione di sterminio rapido del contatto indesiderato. Vorrà dire che agli zombies che ci precludono nuovi amici su Facebook penseremo noi.

Suicida ex dirigente della Rinascente Lascia due milioni di euro ai Carabinieri

Corriere della sera

 

L'82enne, malato da tempo, si è gettato dalla finestra. Il testamento assegna l'ingente patrimonio all'Arma

 

MILANO - Solo, anziano, ammalato da tempo, domenica ha deciso di farla finita nel modo più tragico, gettandosi dalla finestra del suo elegante appartamento del centro di Milano. L'anziano ex dirigente della Rinascente non aveva figli né parenti vicini, ma soltanto un caro amico, un maresciallo dei carabinieri di Roma. E forse proprio in quel legame c'è la spiegazione del singolare testamento dell'uomo: tutto il patrimonio, oltre due milioni di euro, andrà infatti all'Arma dei Carabinieri.

IL SUICIDIO - Il tragico gesto è avvenuto alle 13.50 di domenica. Sergio G., 82 anni, ex-dirigente della Rinascente, si è gettato dalla finestra di casa sua, in corso Garibaldi 72. L'anziano aveva problemi di salute, e negli ultimi tempi risiedeva 9 mesi all’anno in Spagna con la moglie Franca Maria Antonella, 80enne di origini romane.

IL TESTAMENTO - L’uomo ha lasciato una lettera in cui indica l’avvocato a cui rivolgersi per il testamento: ha lasciato 2 milioni e 145mila euro al Fondo assistenza previdenza e premi per il personale dei Carabinieri. A quanto risulta, Sergio G. aveva legami con Antonio O., un maresciallo dei carabinieri di Roma.

 

Redazione Milano online30 luglio 2012 | 12:03

Io e la banda della Magliana: un abbaglio Ho avuto incarichi anche alla Regione

Corriere della sera

 

Parla Maurizio Lattarulo: per il gruppo di De Pedis gestivo sale d'azzardo, ma pensavo fossero reati da Pretura

 

ROMA - «Sono stati 18 mesi della mia vita e li ho strapagati...». Parla l'ex estremista di destra protagonista nei giorni scorsi di una dura polemica contro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, accusato dalle opposizioni di aver fatto assumerein Comune un uomo che era stato coinvolto nelle indagini sui Nar e sulla Banda della Magliana.

 

Maurizio Lattarulo Maurizio Lattarulo

Maurizio Lattarulo, braccio destro di De Pedis...
«Lo conoscevo, ma non così bene».

Faceva parte della banda della Magliana, o no?
«Gestivo i circoli per il gioco d'azzardo. Ma pensavo di avere a che fare con reati da Pretura».

Non era a conoscenza delle attività della banda?
«No, e di certo non le raccontavano a me, un ragazzino».

Nel periodo 1987-'89, aveva quasi trent'anni. Un uomo
«Sarà che sono passati tanti anni, per questo dico che ero giovane. E comunque sempre str... ero».

Vecchie foto segnaletiche di alcuni membri della Banda della Magliana Vecchie foto segnaletiche di alcuni membri della Banda della Magliana

Ma andò ai funerali di «Renatino» nel '90?
«Sì, ero presente. Fu un atto di pietà umana».

È pentito del suo passato?
«È stato un abbaglio, un errore. Poi ho capito che quel mondo non era così brillantoso . Per la giustizia sono riabilitato. La sentenza è del 2011, il percorso è iniziato nel 2004».

Nel 2008 non era riabilitato
«Nella condanna a 30 mesi non avevo l'interdizione ai pubblici uffici».

Al Comune aveva un incarico di responsabilità
«Rispondevo al telefono, aprivo la porta all'assessore. E i brigatisti al governo?».

Ha avuto incarichi anche con l'assessorato Ambiente alla Regione Lazio?
«No, ma a Sviluppo Lazio».

È ancora amico di Massimo Carminati?
«Non lo frequento da vent'anni».

Ha curato la campagna elettorale della Belviso?
«No. La conoscevo dal Municipio XII, quando è diventata assessore mi sono proposto. Sono andato via per andare a guadagnare di più. Ora faccio l'imprenditore».

Tredicine?
«Un buon conoscente. Ma non ci ho mai lavorato».

L'arresto dell'81 dopo Acca Larentia?
«Mi presentai per dire che Giacquinto non era armato. Venni spedito in prigione e cominciarono i miei guai...».

E i Nar?
«Mai fatto parte, assolto in istruttoria».

 

Ernesto Menicucci
Corriere della Sera30 luglio 2012 | 11:38