martedì 31 gennaio 2012

Addio, splendido Splinder

Corriere della sera


Quando i grandi iniziano a giocare… beh, purtroppo spesso accade che i più piccoli sono costretti a lasciare il campo. E così dopo (poco) più di dieci anni di onoratissima carriera chiude oggi un pezzo del Web italiano, la piattaforma per blog Splinder, sviluppata nel 2001 dalla Tipic Inc, acquisita poi nel 2006 dal gruppo Dada. Dopo l’annuncio del 21 novembre che ha lasciato sbigottita la Rete italiana, arriva oggi l’ultimo giorno. Decine di migliaia di blog, parole digitali scritte negli anni, non avranno più un server. Chi aveva ancora un account attivo su Splinder, che già da giugno non accettava più nuove iscrizioni, ha per lo più già provveduto a migrare la propria creatura in altri lidi. WordPress principalmente, oppure Blogspot, Blogger, anche Tumblr o altri. I grandi, appunto.




Per dare un’idea delle dimensioni della biblioteca digitale che scompare si torna indietro nel 2008, quando gli amministratori snocciolavano i ricchi dati di Splinder: oltre 400 mila blog ospitati per un totale di 600 mila iscritti (dati non ufficiali dell’anno scorso parlavano quindi di 500 mila blog e 745.000 utenti). Una bella fettona appunto degli italiani che pubblicavano in Rete pensieri e notizie. Varie sono state le offerte, forse anche per affetto al marchio, per rilevare il servizio, ma Dada non ha voluto saperne. E adesso inizia il conto alla rovescia per l’addio definitivo. Chi ancora deve provvedere a migrare i propri contenuti deve sbrigarsi: sulla home page campeggia ancora l’avviso in rosso (vedi sopra). Google, sempre attento agli umori e amori della Rete, ha messo a punto un tool per fare l’import su Blogger del proprio diario online ospitato su Splinder. Ma i sistemi – e le guide online – per farlo su altre piattaforme si sono moltiplicate nelle ultime settimane. Perché, come detto, quello che scompare oggi è pezzo di Rete storico e che ha generato grandi numeri. E i grandi numeri fanno gola a tutti.





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Tracciabilità, se il protestato diventa clandestino

Quotidiano.net


Russi e cinesi? Refrattari alle carte di credito

Chi ha la fedina bancaria macchiata di fatto non ha più accesso al sistema bancario e da oggi ha la certezza di finire ai margini del sistema. Federcontribuenti: "Conto corrente di base per tutti". E nel frattempo "moratoria delle sanzioni"



Roma, 31 gennaio 2012


Fino ad oggi si sono mimetizzati o arrangiati, coprendosi dietro la temporanea mancanza di sanzioni in caso di violazioni delle nuove norme sulla tracciabilità, che dal 6 dicembre 2011 vieta i trasferimenti in contante delle somme superiori a mille euro, ma da domani, 1° febbraio 2012, come se la caveranno le centinaia di migliaia di cittadini italiani che in banca non possono di fatto mettere piede perché protestati per vicende individuali o delle società che rappresentavano?

MONTI IN DIFETTO - La questione era stata sollevata, non più tardi di otto giorni fa, dall'avvocato Roberto Vassalle (partenza video a 7'17'') in un documentato contributo a in 1/2 Ora, trasmissione domenicale di Lucia Annunziata. Ma il premier Mario Monti - preso in contropiede dall'urticante contestazione - si era ben guardato dal rispondere.  

Anche perché avrebbe dovuto ammettere una distrazione non da poco: quella di aver dimenticato, nella fretta della manovra, tutti i reietti e gli appestati dell'economia reale. Nella stagione della tracciabilità assoluta, in cui l'Iban si fa codice genetico e quasi soppianta il codice fiscale nella rilevabilità telematica del cittadino, chi tutelerà i connazionali dalla fedina bancaria macchiata?



RISCHIO CLANDESTINITA' - Tuona Federconribuenti: "Almeno un milione di soggetti si trovano in queste condizioni". Per cui, guai ad indurli "alla clandestinità" o a impedirne il rientro "nel tessuto lavoratuivo e fiscale". "Il governo - chiede il presidente di Federcontribuenti, Carmelo Finocchiaro - deve garantire a questi cittadini l'apertura di conti semplici o carte prepagate con iban risolvendo un serio problema nato da un obbligo legislativo". Altrimenti "milioni di imprese, imprenditori e altrettanti cittadini non potranno adeguarsi alle norme sulla tracciabilità dei movimenti bancari perché privi di conti correnti, carte di credito o addirittura privi delle carte prepagate con iban avendo avuto nel passato problemi di protesti o di iscrizione nell'elenco dei cattivi pagatori».

INTERVENTI D'URGENZA - Nessuna norma vieta l'apertura di conti correnti a soggetti segnalati dalla Centrale allarmi bancari, ma nella vita reale gli istituti preferiscono cautelarsi e sono inflessibili nel fare muro. Autodifesa, secondo le banche. Inaccettabile tagliafuori, secondo i discriminati. Perché la nuova legge sulla tracciabilità ha sparigliato i giochi. E senza le 27 cifre dell'Iban centinaia di migliaia di cittadini rischiano di finire nelle spire dell'illegalità. Con conseguenze persino paradossali nell'Europa etero-diretta dalla Bce. Che fare, allora? Nell'attesa di interventi governativi, Federcontribuenti ha pronte due proposte: "una moratoria per i soggetti coinvolti" e "la non punibilità sui movimenti effettuati senza il rispetto delle nuove norme di legge".

RISCHI LIMITATI - La palla torna quindi in mano al governo e all'Abi (l'associazione delle banche italiane) cui spetterà il compito di convincere le associate a una specie di 'amnistia' creditizia che garantisca "l'apertura di conti correnti semplificati o carte prepagate con Iban". Provvedimenti che secondo Federcontribuenti "non creeranno alcun problema, ma anzi porteranno altre ingenti somme al sistema".

di GIOVANNI ROSSI

Celentano Ora fa marcia indietro e a sinistra: cachet di Sanremo ai comunisti di Emergency

Libero

Il direttore artistico del Festival Mazzi tenta di spegnere le polemiche: "I 350mila euro di Adriano in beneficenza"





Il furbo Celentano, annusata l'aria che tira, ha deciso di fare retromarcia. Il suo esagerato compenso, che aveva fatto gridare allo scandalo anche i pensionati italiani e a chi il canone lo paga ogni anno, verrà devoluto interamente ad Emergency e a sette famiglie bisognose. A scacciare ombre maligne dalla Rai è stato il direttore artistico del Festival di Sanremo, Gianmarco Mazzi, che ha affermato "Si è scatenata intorno al suo compenso una polemica dal tono rabbioso e un pò ipocrita. Mi viene il dubbio ci sia paura che Celentano parli oltre cantare". Mazzi ha cercato di buttare acqua sul fuoco delle polemiche circa il compenso elargito al Molleggiato. "Se Celentano farà una sola serata, il suo compenso sarà di 350 mila euro, se due di 700 mila euro, se tre, quattro o tutte e cinque di 750 mila euro".

Beneficenza - Celentano, una settimana fa, ha iniziato a contattare sette sindaci di tutte le aree politiche per avere informazioni su nomi di famiglie in assolutà povertà. Tra i destinatari delle chiamate ci sono il sindaco di Milano Pisapia, quello di Verona Tosi, quello di Roma Alemanno, quello di Napoli De Magistris, quello di Firenze Renzi e quelli di Bari e Cagliari. Mazzi ha voluto assicurare che "Celentano si farà anche carico del pagamento delle imposte dovute allo stato quando la somma devoluta in beneficenza è molto alta".
31/01/2012




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Un hacker saudita in possesso di tutte le email di Bashar Assad

La Stampa


Il presidente siriano Bashar Assad
federico guerrini


Un hacker saudita sarebbe riuscito a forzare l'account di posta elettronica del presidente siriano Bashar Assad, e a sottrarre quattro gigabyte di messaggi e allegati vari. Lo scrive il giornale Al Madina, ripreso poi dall'agenzia di stampa tedesca Dpa e dalla tv satellitare Al Arabya.

Nei file ripescati da Osama Salman Al-Ansi, questo il nome dell'intruso, ci sarebbe parecchie materiale imbarazzante per la presidenza; per esempio, le prove dell'appoggio iraniano alla repressione delle rivolte popolari in Siria.

L'hacker avrebbe minacciato di immettere online tutti i messaggi, a mano che Assad non cessi di usare il pugno di ferro con il suo stesso popolo. Per il momento non ci sono conferme ufficiali dell'attacco che, se davvero avesse avuto luogo sarebbe l'ennessimo atto di cyber guerra in Medio Oriente nelle ultime settimane. All'inizio dell'anno, un altro giovane smanettone saudita, nome di battaglia oxOmar aveva pubblicato online decine di migliaia di numeri di carte di credito israeliano, a quanto pare trafugate dai database di un'ottantina fra i siti più popolari fra i navigatori del paese ebraico.

Un altro attacco aveva avuto come oggetto il sito della Borsa di Tel Aviv e quello delle linee aeree El Al. Era seguita la risposta di un gruppo di hacker israeliani, l'Idf-Team, accanitisi sulla Borsa Saudita (Saudi Stock Exchange) e su quella di Abu Dhabi. Una piccola dimostrazione di forza, “solo l'inizio”, secondo il team che aveva minacciato ulteriori azioni se non fossero cessate le incursioni di oxOmar e compagni.

Tuttavia, nessuno di questi attacchi aveva come oggetto un bersaglio così importante e teoricamente inavvicinabile come il presidente di una delle nazioni dell'area mediorientale. E nessuno di essi potrebbe avere ripercussioni diplomatiche paragonabili, se davvero venissero alla luce tutti i carteggi di Assad con i governi stranieri. Al-Ansi afferma di aver hackerato anche alcuni siti governativi siriani, ma al momento tutti sembrano funzionare normalmente.




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Guerra al phishing dai giganti del Web

La Stampa

Allo studio nuove tecnologie per bloccare le email fasulle


NEW YORK

I colossi della rete mettono da parte i rancori e dichiarano insieme guerra al phishing, ovvero le email che ingannano gli utenti convincendoli a fornire informazioni personali sensibili come, per esempio, le coordinate bancarie.

Le società, insieme ad altri partner tra cui Bank of America e PayPal, hanno creato Dmarc.org con l'obiettivo di rendere più sicure le caselle di posta elettronica. Nuove tecnologie identificheranno i mittenti in modo di smascherare le email fasulle. PayPal, come spiega il Wall Street Journal, utilizza già tecniche simili con i servizi di posta elettronica di Google e Yahoo!, bloccando oltre 200.000 email al giorno provenienti da chi finge di essere un'azienda o una banca per rubare dati preziosi agli utenti.

Ma il pericolo phishing non sarà ancora scongiurato definitivamente. "Anche se il sistema di autenticazione bloccherà tutte le email trappola, i truffatori potranno comunque provare a ingannare gli utenti con indirizzi email differenti come, per esempio, paypalpayments.com", spiega Brett McDowell, manager di PayPal e responsabile di Dmarc.org. Se il progetto darà risultati convincenti sarà un passo avanti importante per le società, che potranno comunicare più facilmente con i clienti tramite email. "E' essenziale per banche e grandi aziende avere la massima fiducia dei clienti", ha confermato Michael Osterman, presidente della società di ricerca Osterman Research.




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La rimozione dell'Italia

Corriere della sera

I partiti italiani ce la faranno a uscire dalla condizione di irrilevanza - vorrei dire d'inutilità - in cui li sta precipitando la presenza del governo Monti?



I partiti italiani ce la faranno a uscire dalla condizione di irrilevanza - vorrei dire d'inutilità - in cui li sta precipitando la presenza del governo Monti? Questa è la domanda cruciale da qui alla prossima scadenza elettorale, qualunque essa sia.

Rispondere è impossibile essendo troppe le variabili in gioco. Ma di una cosa però mi sentirei sicuro. Che essi non potranno mai riacquistare un senso e un ruolo se nella loro identità politica non tornerà ad avere posto un elemento da troppo tempo assente: e cioè il discorso sull'Italia. Intendo dire la consapevolezza di che cosa è stato ed è il nostro Paese e di quali sono i suoi grandi e sempre attuali problemi: l'antica tensione tra pluralità dei luoghi e dissolvimento localistico, l'abisso multiforme tra Nord e Sud, la perenne e generale scarsa educazione alla legalità e alle virtù civiche, la forza degli interessi, delle corporazioni e delle camarille, sempre pronti a diventare dietro le quinte gli attori concreti di ogni realtà sociale e pubblica. Infine l'egoismo di chi ha e la triste condizione dei troppi che non hanno.


Questa è l'Italia vera con la quale i partiti e le loro culture e i loro programmi dovrebbero sentirsi chiamati a fare i conti. E con la quale per la verità ci fu un tempo in cui cercarono di farli. Accadde all'incirca fin verso gli anni 70-80 del secolo scorso quando ancora tenevano il campo le culture politiche del nostro Novecento: tutte nate, per l'appunto, da un'analisi approfondita della vicenda del Paese, da una radiografia dei suoi problemi, dei suoi vizi e delle sue virtù. Da qui non solo programmi, ma soprattutto un'idea dell'interesse generale della collettività nazionale e di conseguenza una loro ispirazione autentica, e quindi la voglia e la capacità di darle voce venendo presi sul serio.


Ma con la fine della cosiddetta Prima Repubblica le culture politiche del nostro Novecento si sono disintegrate. Qualunque discorso sull'Italia è scomparso dalla vita pubblica italiana. Si è diffusa una sorta di stanchezza per il pensare in generale e magari in grande. Abbiamo provato come una noia, quasi un disgusto, per noi stessi e per una nostra storia che sembrava averci portato solo a Tangentopoli e al grigiore un po' torbido e inconcludente della stagione successiva. È accaduto così che ci siamo buttati a corpo morto sull'Europa. Per quindici anni e più il solo avvenire che è apparso lecito augurare al nostro Paese è stato quello di «entrare» in Europa, o, per restarci, di «avere i conti in ordine», di adottare le sue direttive, di «fare i compiti» a vario titolo assegnatici. Giustissimo, per carità, ma troppo ci è sembrato che a tutto dovesse (e potesse!) pensare l'«Europa»; che nel frattempo, peraltro, stava diventando sempre più evanescente. Troppo ci è sembrato che per essere europei fosse necessario buttarsi dietro le spalle l'Italia e il fardello della sua storia.


Superficialmente persuasi che ormai essa avesse fatto il suo tempo abbiamo guardato con sufficienza alla dimensione statal-nazionale. Non si decideva, tanto, tutto «in Europa»?


L'europeismo è diventato l'ideologia radio-televisiva del potere italiano, il pennacchio di ogni chiacchiera pubblica, il prezzemolo di tutte le minestrine dei Convegni Ambrosetti. Oggi ci accorgiamo che le cose stavano - e soprattutto stanno - un po' diversamente. La crisi paurosa del debito pubblico, e insieme la manifestazione di tutte le nostre innumerevoli inadeguatezza che essa ha causato, ci hanno ricordato, infatti, che esiste una cosa chiamata Italia, e che, ci piaccia o meno, tanta parte della nostra vita individuale e collettiva dipende da essa (e forse è servito a questo ricordo anche il concomitante anniversario della nascita del nostro Stato).


Ora è giunto il momento che se ne accorgano e se ne ricordino pure i partiti. L'origine della loro afasia degli ultimi anni, della loro perdita di senso e dunque di ascolto presso l'opinione pubblica, nasce per tanta parte dall'aver escluso dal loro orizzonte l'Italia e la sua vicenda, la sua realtà più intima. Nasce dall'aver cancellato ogni riflessione, ogni proposta di vasto respiro, ma credibile, capace di tener conto di quella vicenda parlando al cuore, alla mente, ma soprattutto alle speranze degli italiani. Siamo pieni di discorsi su ciò che è fuori dei nostri confini, su dove va il mondo, ma non abbiamo un'idea di dove vada o voglia andare l'Italia. Di che cosa essa debba volere. Nessuno ci dice, non sappiamo, a che cosa essa possa ancora servire. Sono i partiti che devono ricominciare a dircelo. Non ricordo più dove Antonio Gramsci ha scritto che si può essere realmente cosmopoliti solo a patto di avere una patria. Bene: è tempo che la politica, facendo sentire di nuovo la propria voce, torni a parlarci della nostra.



31 gennaio 2012 | 9:35




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Guerra ai copioni. Nei college Usa arriva il software anti-plagio

Celentano a Sanremo, compensi in beneficenza

Corriere della sera


Mazzi: «Non solo non si terrà un euro, ma pagherà di tasca propria le spese e le trattenute fiscali»


MILANO - «Noi il nostro Tevez lo abbiamo ingaggiato, a differenza di altri. Il Tevez di quest'anno è Adriano Celentano». Probabilmente Mauro Mazza, direttore di Raiuno, non ha pensato alla possibile associazione di idee che avrebbe potuto scatenare la sua battuta, il parallelo tra le quotazioni del fuoriclasse del Manchester City e il superingaggio che verrà corrisposto al «Molleggiato» per la sua partecipazione al Festival della Canzone italiana. Le polemiche che hanno accompagnato il ritorno del cantante a Sanremo sono riaffiorate anche nel corso della conferenza stampa. Ma è stato Gianmarco Mazzi, il direttore artistico della manifestazione, a sgombrare subito il campo da ogni dubbio: «Celentano distribuirà tutto il suo compenso in beneficenza». Non solo: «Si farà personalmente carico degli oneri fiscali legati ai compensi e saranno a carico suo anche tutte le spese di permanenza all'Ariston. Tanto per essere chiari: venire a Sanremo a lui costerà un sacco di soldi».

CIFRE E BENEFICENZA - Mazzi ha chiarito quali saranno le cifre in campo e come saranno poi redistribuite. Qualora partecipasse ad una sola serata, Celentano percepirà 350 mila euro. Nel caso di due serate, la somma salirà a 700 mila. E salirà ulteriormente a 750 mila qualora alla fine l'artista decidesse di partecipare a quattro o a tutte le serate. Quanto alla beneficenza, Celentano destinerà i compensi a uno o due ospedali di Emergency (a seconda di quanto sarà effettivamente il compenso finale, comunque si parla di 100 mila euro ciascuno) e a 20-25 famiglie bisognose che saranno indicate dai sindaci di Milano, Roma, Firenze, Napoli, Verona, Cagliari e Bari e a cui saranno corrisposti assegni da 20 mila euro. Mazzi ha parlato di i una polemica «scatenata in modo rabbioso», forse «perché c'è sempre la paura che Celentano parli anche e non si limiti a cantare».

«ADRIANO E' LA STORIA» - Anche Gianni Morandi, per il secondo anno consecutivo in veste di presentatore, ha tagliato corto sulle polemiche, prendendosela con una classe politica «che non ha titolo di parlare di moralità» e che «scarica sugli artisti i propri fallimenti». Poi il presentatore ha aggiunto: «Portare Celentano a Sanremo è un sogno che abbiamo da sempre: lui è Sanremo, proprio qui iniziò le sue provocazioni nel 1961 cantando '24 mila baci». E ancora: «Celentano è la storia, è la musica, non si discute averlo. Celentano è l'Italia. Lo conosco da 49 anni e la cosa che mi sorprende è come riesca sempre a creare una rivoluzione ogni volta che arriva, ad attrarre l'attenzione. È come se il festival di Sanremo fosse il festival di Celentano, all'insegna di Celentano, e questo ci aiuterà».



Al. S.
31 gennaio 2012 | 13:56




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Casale pensa al rifiuto dei risarcimenti milionari per i morti di amianto

Corriere della sera

Il sindaco: siamo orientati a dire no. Il 18 dicembre scorso la maggioranza aveva accettato la bozza d'intesa




Dal nostro inviato  MARCO IMARISIO


CASALE MONFERRATO (Alessandria) - «Quando si arriva all'ultimo minuto bisogna giocare con prudenza». La premessa è di natura cestistica, perché da buon appassionato di basket, Giorgio Demezzi conosce bene l'importanza delle fasi finali di una partita, quando il cronometro scorre inesorabile verso la fine.

«Esistono però le condizioni
per un nostro ripensamento. La decisione definitiva non è ancora presa, ma siamo orientati a non accettare l'offerta di transazione fatta al Comune dall'imputato Stephan Schmideiny per la vertenza sull'amianto». Quasi un tiro da tre punti a fil di sirena. Ogni domenica il sindaco di Casale Monferrato siede sui gradoni del Palaferraris, il palazzetto che ospita la Novi Più, matricola e rivelazione del campionato di seria A, non fosse per la propensione a perdere molto spesso in volata.

Ci vuole prudenza, anche per le trattative, soprattutto quando sembravano ormai chiuse. Lo scorso 18 dicembre la maggioranza del Consiglio comunale aveva accettato la bozza d'intesa spedita dai legali di Stephan Schmidheiny, ex proprietario dello stabilimento Eternit nel quartiere Ronzone che per oltre cinquant'anni ha diffuso nell'aria e nei polmoni il micidiale polverino. Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offriva una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune al processo sui morti d'amianto che il 13 febbraio andrà a sentenza.

Era una proposta indecente, ma erano anche tanti soldi. Maledetti e subito, dall'incasso sicuro. Fu una brutta notte, quella. Qualche consigliere della maggioranza di centrodestra invocò la forza pubblica per far sgomberare le centinaia di persone che aspettavano nella piazza di fronte. Non erano facinorosi, ma un pezzo importante di una città di 35 mila abitanti martoriata da almeno 1.700 morti di mesotelioma, il tumore della pleura indotto dall'amianto.

In poco più di un mese possono accadere tante cose, persino da noi. Per una volta si è mossa la politica, seppur tecnica. Il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, è nato a venti chilometri da qui. Conosce bene questo infinito rosario di morti. Ha contattato Demezzi, gli ha mostrato un'altra strada per evitare la firma su un accordo destinato a creare una lacerazione profonda in una città così segnata dal dolore, che avrebbe cancellato anche trent'anni di lotta per giungere alla verità. Non parole, ma opere di bene, con il coinvolgimento diretto del ministro dell'Ambiente Corrado Clini. Nuovo accordo di collaborazione tra Stato, Regione ed Enti locali. La conferma dei 9 milioni di stanziamento che finanzieranno le spese per il prossimo biennio. L'impegno a trovare il denaro per una nuova discarica di Eternit.

«Si sono presi a cuore il problema in maniera seria, attivando un canale di dialogo quasi quotidiano. Ci hanno permesso di trovare lo stimolo e l'appiglio per ripensare la nostra decisione. La stiamo riconsiderando, finalmente sulla base di atti concreti». Giorgio Demezzi è un ingegnere prestato alla politica, a un Pdl che aveva bisogno di un nome nuovo per riprendersi Casale Monferrato. Ha sempre rivendicato la bontà della decisione iniziale, che ancora oggi definisce «pragmatica», ma come essere umano ne ha sofferto. «Sono avvenuti fatti che mi hanno fatto capire quanto la decisione di Casale fosse una questione nazionale».

Il sì all'offerta dello «svizzero» ha avuto l'effetto collaterale di un ritorno del dramma dell'amianto al centro dell'attenzione. Petizioni, assemblee, mobilitazioni. Libri in uscita, da segnalare «Eternit, dissolvenza in bianco» opera a fumetti di Gea Ferraris e Assunta Prato che racconta la storia della fabbrica della morte. Persino una pièce teatrale, Malapolvere, ispirata al libro omonimo di Silvana Mossano che questa sera apre in prima nazionale al teatro Gobetti di Torino. C'è stato l'esempio dei piccoli comuni dell'alessandrino, da Coniolo a Morano Po, che hanno avuto la forza di respingere al mittente la stessa offerta.

Demezzi ha visto le reazioni dei suoi concittadini. Forse ha anche valutato il danno che subirebbe l'immagine di Casale. «Abbiamo il dovere di riconsiderare la nostra decisione» dice. Non può aggiungere altro. L'ultima parola spetta alla giunta, che si riunisce giovedì. La decisione non dipende solo da lui. C'è da convincere una parte del suo partito, dove alcuni non vogliono recedere da quel sì e ne fanno ormai una questione di principio.

Manca poco, ormai. «L'impegno diretto di un ministro non è cosa da poco» dice Demezzi. La Novi Più ha finalmente vinto una partita all'ultimo secondo e sabato torna a giocare nel palazzetto che porta il nome dell'assessore regionale Paolo Ferraris. Uno degli uomini che più ha lottato per far avere alla città i soldi necessari a fronteggiare il dramma dell'amianto. È morto nel 1997, ucciso dal mesotelioma.


31 gennaio 2012 | 11:22



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L'ufficiale medico: « Schettino non era lucido»

Corriere della sera

«Il coordinamento dei soccorsi da parte del capitano non c'era». E aggiunge: «Siamo salvi per miracolo»


MILANO - Il «perché» del comportamento di Schettino «lo vedrà la magistratura. Io so soltanto che tutto l'equipaggio era già sui ponti accanto alle scialuppe pronti allo sbarco già da oltre mezz'ora» quando fu lanciato l'ordine di abbandonare la nave da una voce che «al 90%» non era quella del capitano. «Come so per certo che ad arenarsi su quel benedetto scoglio la nave ce l'ha portata la Madonna. È stato un miracolo. Siamo vivi per miracolo. Potevamo essere morti tutti e 4mila. Bastavano 10 metri più al largo». È il racconto di Gianluca Marino Cosentino, tenente di vascello e secondo ufficiale medico sulla Costa Concordia la notte del naufragio.

«IN BORGHESE SUL MOLO» - Intervistato da Il Mattino, l'ufficiale ricorda che Schettino «da medico mi è sembrato scosso e non più lucido» e che ha mancato «completamente» il suo ruolo: «Il coordinamento dei soccorsi da parte del comandante non c'era. Personalmente mi ha molto sorpreso vedere Schettino in borghese sul molo verso mezzanotte e mezzo. In più quando ho sentito dai telegiornali che aveva avuto il tempo di prendere effetti personali nella sua cabina ed anche un computer, e finanche di scivolare sfortunatamente in una scialuppa, beh, è stato il massimo».


«IL MIO RUOLO» - «Quando si cercava il sangue di Schettino che, però, era stato arrestato e non era a portata di mano, ci sono finito di mezzo io. Senza riuscire a raccontare tutta la verità su quella notte. Mi sono sentito lapidato». «Io ero a terra alle 23.20 - prosegue - Ma non ci sono rimasto. Dopo aver portato a terra le persone della scialuppa 19, a me assegnata dal ruolo di appello (i posti e i ruoli assegnati dal comandante ai membri dell'equipaggio in caso di abbandono), sono salito su un'altra scialuppa e sono tornato indietro. Per tornare a prestare soccorso dove occorreva. Sì, con un altro ufficiale, Flavio Spadavecchia, abbiamo accostato a dritta. Il mare brulicava di soccorritori e persone in fuga. Si trattava di capire che fare nel panico e nella confusione». «Una coppia si è gettata in mare - prosegue -. L'abbiamo ripescata, portata a terra, consegnata all'ambulanza. Durante i soccorsi a terra ero chiaramente identificabile per via della divisa. Così venivo continuamente fermato da qualcuno che sperava di aver trovato il comandante o un ufficiale di coperta. Prima il comandante dei vigili, poi quello dei carabinieri, infine il sindaco. Tutti cercavano il comandante».

Redazione Online
31 gennaio 2012 | 10:53

Quel Molleggiato che straparla di operai e incassa da padrone

di -

In un grottesco dialogo a distanza con l’artista Maurizio Cattelan, Celentano (milionario) si erge a paladino di poveri e indifesi


Esilarante e spericolato scambio epistolare tra due finti ingenui che s’interrogano su grandi temi: Adriano Celentano e Maurizio Cattelan che si sono scambiati sperticati complimenti sul nuovo numero della versione tedesca di Interview, la rivista creata da Andy Warhol.


Maurizio Cattelan
Maurizio Cattelan

Cattelan è attanagliato dal dubbio sul vero significato del testo della canzone Chi non lavora non fa l’amore . Una questione urgente, alla quale Celentano risponde con straordinario senso di responsabilità e atteggiamento grave e solenne: «Il mio intento era lanciare una provocazione ai datori di lavoro facendo un parallelo con gli operai che, senza lavoro, perdevano anche la serenità. Come potrei io, con la mia storia familiare, essere contro gli scioperi,l’unica arma democratica per fare rispettare i diritti delle persone più deboli e dare loro voci? ». E per essere più convincente aggiunge: «Sono figlio di emigranti, poveri, onesti e allegri».

Finalmente il dubbio che ci tormentava da anni, è sciolto. Celentano ci tiene a farci sapere che è anche una persona alla mano. E che non è vero che «esce di rado e parla ancora meno». Sappiamo tutti, infatti, che se gli diamo 300mila euro per mezz’ora di conversazione, egli è pronto a esprimere il suo «misero pensiero ». E che vuole che si comprenda: «Parlo in modo semplice, è vero, comprensibile, e a volte questo può spaventare. Non c’è nulla di più pericoloso che farsi capire».

Possiamo ritenerci soddisfatti. Un milionario scrive a un milionario, parlando di operai, di persone deboli, di studenti, senza alcuna demagogia, per carità, con parole semplici. Non ci risparmia neppure la storia di suo padre per il pudore di non dovere di fare riferimento alla propria.

Adriano Celentano



Si ha la sensazione che non sappia bene il significato delle parole e che scambi per semplice un pensiero inutile, per comprensibile una considerazione banale, per chiaro quello che è ovvio.


Cattelan se ne sta rispettosamente a distanza, ammirando le gesta del suo idolo democratico; non si espone, ma ricorda momenti indimenticabili come l’apparizione di Celentano «in sostegno a Tony Renis». È veramente commovente. Felice come un bambino invoca, ancora «qualche minuto di libera imprevedibilità ».

Ma non perde occasione per farci una rivelazione: quella di aver seguito il consiglio di Celentano, durante un Fantastico , di spegnere il televisore. Quel consiglio fu così convincente che ancora oggi Cattelan non ne possiede uno. E qui si espone a una, pur veniale, contraddizione. Infatti, dichiara, ispirato, di non vedere l’ora che arrivi Sanremo. Ovviamente per rivedere Celentano.
Ma come potrà, se ha dichiarato di non avere il televisore, proprio su suggerimento di Celentano? Chiederà ospitalità a qualche semplice operaio?

In questo florilegio di insensatezze, molto semplici e dignitose, non poteva mancare la conclusione: sbagliata se espressa da qualunque cittadino onesto, vomitevole se «rivelata» da Celentano: «È vero che diffido della classe politica: ha creato impunemente i disastri che stanno affondando la vita delle persone, negandogli la dignità di un lavoro, il diritto allo studio uguale per tutti, il diritto di curarsi tutti allo stesso modo. Forse i politici dovrebbero essere affiancati da filosofi e poeti per sperare la cultura dell'onestà e della sapienza.

Per tentare di ricostruire un mondo serio e illuminato». Non voglio fare l’analisi logica di queste affermazioni, ma ricordare al compiaciuto «re degli ignoranti», Michel de Montaigne, che per parlare dell’uomo riteneva opportuno parlare di se stesso, che era l’uomo che conosceva meglio. E dunque, Celentano, «figlio di emigranti poveri, onesti e allegri », può onestamente dichiarare che i politici gli hanno negato, anche in tempi più difficili di questi, «la dignità di un lavoro», «il diritto allo studio», «il diritto di curarsi »?

Può dire che gli è stato negato tutto questo? E che è ignorante per colpa della classe politica?
Chiede e ottiene 300mila euro al giorno, e forse 750mila, con lo sconto,in tre giorni (l’equivalente di un miliardo e mezzo di lire) dalla televisione di Stato amministrata da politici, e ha il coraggio di parlare di negazione della «dignità del lavoro»?


Ma con che faccia? E perché non dice il suo «misero pensiero » (non misero) gratis? Ovvero, per rispetto degli operai che guadagnano 1.200 euro al mese (e non 300mila euro in mezz’ora) per 30 o 40mila euro a puntata, pertinente e ben remunerato compenso per una buona prestazione canora in cui egli, anche come interprete, eccelle? Perché non si accontenta di 120mila euro che sono cento volte di più dello stipendio del, quello, sì, «misero», operaio, della sua canzone?

È forse perché ignorante che auspica «un mondo serio e illuminato », grazie a filosofi e poeti, contrariamente al pensiero di Benedetto Croce, che era filosofo e politico, e trascurando di riflettere al fatto che la politica è una espressione del pensiero, un modo di essere della filosofia, da Platone ad Aristotele a Machiavelli, già giù fino a Croce, Gentile, Gramsci, Gobetti, e per arrivare fino ai nostri contemporanei, Volponi, Calasso, Cacciari, Colletti. Persino Gino Paoli fu parlamentare. E non risulta che la politica sia migliorata con la sua presenza.


Ma se Celentano è convinto che la soluzione sia questa, invece di parlare, invece di prendere 750mila euro in tre ore, si candidi. Scoprirà allora che i politici, per andare in televisione a dire il loro «misero» pensiero, non prendono un euro. E hanno il pudore di non parlare dei poveri. In fondo, i disprezzati politici si accontentano, «vituperati e vilipesi », di 12mila euro al mese. Celentano li prende in un minuto. Cattelan, silenzioso, lo osserva.



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E' il telefono il nuovo obiettivo dei cyber-criminali

La Stampa


Ecco come può essere usato per spiarci e come proteggersi
FEDERICO GUERRINI

Abituati a tenerlo sempre accanto, come un amico fedele, non ci accorgiamo di come anche il telefonino abbia i suoi lati oscuri, come la capacità di spiarci a nostra insaputa. Qualche tempo fa, l'esperto di cyber sicurezza Christopher Soghoian scrisse un articolo per il New York Times stigmatizzando la scarsa attenzione dei giornalisti a proteggere le proprie fonti: il cellulare, in particolare, è spesso un ricettacolo di messaggi, numeri di telefono, immagini compromettenti. Il suo contenuto dovrebbe essere protetto con cura, perlomeno con la stessa cura con cui custodiamo il portafogli.

Molto spesso così non è. Ma il discorso non vale solo per i giornalisti: uomini d'affari, politici, e tutti coloro che tengono alla sicurezza delle loro conversazioni dovrebbero stare un guardia; tanto più oggi, che il numero degli smartphone ha superato quello dei Pc e che sempre più persone si connettono a Internet tramite il loro cellulare. Nel 2011, per la prima volta il tempo speso a usare applicazioni dispositivi mobili è stato superiore a quello passato a navigare con il computer. I cyber criminali hanno captato la tendenza e iniziato a costruire virus e software nocivi pensati per i più diffusi sistemi operativi per cellulare.

A farne le spese, affermano alcune fra le maggiori società di sicurezza It come Symantec e Kaspersky Lab, è soprattutto Android, la piattaforma di Google, più “aperta” di quella di Apple e quindi più vulnerabile. Con il diffondersi dei pagamenti in mobilità, grazie alla tecnologia che Nfc, che consentirà di “strisciare” il cellulare come se fosse una carta di credito, il problema è destinato ad acuirsi e il tema è sempre più oggetto di indagine da parte dei media, specializzati e non. Vediamo alcuni consigli di esperti su come proteggersi:

Disattivare la connessione automatica a hotspot wi-fi e il bluetooth
Spesso i moderni smartphone sono preimpostati per connettersi alla rete senza fili più vicina. Per gli hacker è facile creare un falso punto di accesso e simulare una connessione sicura, trafugando invece tutti i dati. Conviene disabilitare questa opzione, così come il bluetooth, quando non utilizzato.

Usare carte Sim prepagate e cambiarle regolarmente
Questo impedisce ai criminali di associare facilmente la vostra identità reale a una certa utenza. È comunque possibile, ma più complesso che con un abbonamento.

Non scaricare app non ufficiali o aprire link dubbi
Esistono versioni non ufficiali di popolari applicazioni come Angry Birds o Fruit Ninja: spesso però contentono al loro interno delle sorprese poco piacevoli. Lo stesso vale per gli allegati alle email: così come avviene con il Pc, spesso messaggi contraffatti servono a spargere infezioni e virus.

Controllare i permessi concessi alle applicazioni
Al momento dell'installazione, alcuni programmi chiedono permessi aggiuntivi che ne estendono il raggio d'azione ben oltre il necessario. Diffidare.

Usare di preferenza le connessioni 3G rispetto a quelle Wi-Fi
Le connessioni wireless sono meno sicure, e più facili da penetrare.

Installare un antivirus
Così come è necessario averlo sul computer, un antivirus è indispensabile anche per il telefonino, anche se rischia di limitare la durata di carica della batteria. Sia quello di Avg che quello di Symantec, sono gratuiti per piattaforma Android.

Extrema ratio: togliere la batteria
Se si ritiene che la sorveglianza sia già in corso e si vuole avere una conversazione riservata, per stare tranquilli al 100 %, l'unico sistema è togliere la batteria del cellulare. Se controllato dall'esterno, l'apparecchio può essere usato per ricevere suoni e immagini tramite la fotocamera e il microfono incorporati, anche se è apparentemente spento.



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Filo spinato e guardie, ecco il «ghetto» dorato dei miliardari parigini

Corriere della sera

Villa Montmorency, il quartiere residenziale a più alta densità di super ricchi della capitale, dove nessuno può entrare


Dal nostro corrispondente Stefano Montefiori


PARIGI - L'autobus della linea 52 ferma a pochi metri dalla sbarra e dai divieti di ingresso, e a due passi c'è la fermata del métro. La città intorno vive a un ritmo un po' più rallentato rispetto ai quartieri turistici (la Tour Eiffel non è lontana) o a quelli multietnici come Barbès, ma ci sono pur sempre i soliti tabacchini e supermercati. Villa Montmorency, la più insospettabile delle gated community (comunità chiusa) europee, si è ricavata uno spazio inviolabile proprio qui, all'interno della Parigi già malinconica e alto borghese del XVI arrondissement, quella fotografata con maestria e benevolenza da Vittorio Storaro in «Ultimo Tango», e bollata dai parigini più inclini all'invidia sociale come «il quartiere dei ricchi»: ambasciate, consolati, sedi di rappresentanza delle grandi società (Eads, per esempio), condomini per famiglie molto benestanti, scarsa diversità sociale e zero vita notturna. Un mortorio, insomma.

Villa Montmorency, Parigi (Stefano Montefiori)Villa Montmorency, Parigi (Stefano Montefiori)

Ma all'interno del mortorio del «XVI» c'è una zona ancora più riparata e protetta, sorvegliata 24 ore su 24 da tre turni di due guardiani all'ingresso, e poi guardie private di notte, e telecamere, cancelli e - sembra un cliché ma è vero - anche un po' di filo spinato. «La Villa Montmorency non è pubblica», si legge sui cartelli, anche se le sei avenue che la compongono sono regolarmente indicate nelle cartine della città e fanno parte a tutti gli effetti del comune di Parigi.

Nella Francia che da sempre vede la ricchezza con sospetto, che ha cominciato a crocifiggere Dominique Strauss-Kahn quando salì su una Porsche Panamera (ben prima dello scandalo del Sofitel) e che ancora non perdona a Nicolas Sarkozy le vacanze sullo yacht di Vincent Bolloré nel 2007, c'è una «città proibita» nel cuore della capitale che è fisicamente inaccessibile ai cittadini comuni, e che si batte contro il progetto del sindaco Delanoë di costruire, dall'altra parte del boulevard, le case popolari imposte dalla legge, che darebbero ospitalità a 200 persone meno abbienti.

I residenti di Villa Montmorency, poco propensi al protagonismo, hanno fondato una specie di associazione di copertura - «Porte d'Auteuil environnement» - per impedire con petizioni e proteste la costruzione di «Hlm» (abitazioni ad affitto moderato) che finirebbero per snaturare la natura esclusiva - è il caso di dirlo, visto che esclude gli altri - della zona.


Lontanissima dal clima politico ed economico di questi giorni, tutto «aumento dell'Iva» e «Tobin Tax» a destra come a sinistra, non sfiorata dal vento di sobrietà obbligata che soffia in tutta Europa, Villa Montmorency esibisce i cartelli «divieto di accesso» e «proprietà privata» arroccandosi nella sua fortuna. Sembra impossibile perché le strade in teoria sarebbero spazio pubblico, eppure i due guardiani sono irremovibili e non fanno entrare nessuno che non sia stato invitato dall'interno.

Qui si trova forse la più impressionante densità di miliardari di Francia. Il più ricco è Vincent Bolloré (la decima fortuna del Paese, 3,8 miliardi di euro) che ha comprato due case anche per due dei suoi figli, e ha conosciuto a Villa Montmorency il vicino di casa Tarak Ben Ammar, produttore; poi Arnaud Lagardère, presidente del consiglio di amministrazione di Eads, Antoine Arnault (figlio di Bernard e capo della comunicazione di Louis Vuitton), il fondatore di Free e proprietario (con Pierre Bergé e Mathieu Pigasse ) di Le Monde , Xavier Niel.

Ha casa dentro Villa Montmorency anche Dominique Desseigne, patron dell'impero di alberghi e casinò Barrière e amico intimo del presidente Nicolas Sarkozy, che preferì farsi ospitare qui da lui nei momenti più duri della separazione con Cécilia. Davanti ai confini della residenza, nella via privata Pierre Guérin, c'è anche la casa di Carla Bruni-Sarkozy, che spesso tralascia l'Eliseo per passare qualche serata domestica in compagnia del marito. E poi i personaggi dello spettacolo Sylvie Vartan e Céline Dion (casa da 47 milioni di dollari), il presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob, e (fino a qualche anno fa) Gérard Depardieu e Carole Bouquet.

Il regolamento condominiale prevede che ogni albero morto o tagliato debba essere immediatamente sostituito, proibisce i barbecue e i tagliaerba troppo rumorosi, limita a due le automobili concesse a ogni famiglia, e piccoli veicoli elettrici portano la spazzatura fino all'entrata per evitare il rumore del camion della nettezza urbana. Nato in America Latina perché la classe media potesse proteggersi dalla violenza delle favelas, il fenomeno urbanistico delle gated community ha prosperato negli Stati Uniti e nel resto del mondo anglosassone ma trova qui a Parigi, nella Francia dell' égalité , la sua applicazione più contraddittoria. E dire che la nascita della «città proibita» dei ricchi si deve alla Rivoluzione francese.

Rovinata dal 1789, la figlia della marchesa Marie-Charlotte de Boufflers vendette nel 1822 il suo parco alla famiglia di Montmorency che, trent'anni dopo, lo passò a sua volta alla compagnia della ferrovia Parigi-Saint Germain. Usata una parte del terreno per costruire i binari, la compagnia si mise d'accordo con lo Stato per permettere la costruzione di «case di campagna e ornamentali» negli ettari restanti, in base a una disciplina giuridica speciale che ha resistito da metà Ottocento fino a oggi.


«Si tratta di una sorta di confisca dello spazio pubblico», dice lo storico Claude Quétel che a Villa Montmorency dedica un capitolo del libro appena uscito « Murs - Une autre histoire des hommes ». Domenica sera, in onda su nove reti televisive, il presidente Nicolas Sarkozy ha denunciato il persistente problema degli alloggi come una delle maggiori difficoltà dei francesi, annunciando misure urgenti per la costruzione di case accessibili, nuova priorità del governo di centrodestra. A Villa Montmorency, dove gli appartamenti più modesti in affitto costano 4.000 euro al mese, e le ville con giardino sono in vendita per non meno di 15 milioni di euro, non la pensano così.


twitter @Stef_Montefiori31 gennaio 2012 | 7:55


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Il promotore finanziario scappa coi soldi del risparmiatore? Ne risponde la banca

La Stampa


In materia di intermediazione finanziaria sussiste la responsabilità solidale dell’intermediario, in caso di appropriazione indebita da parte del promotore finanziario di somme del cliente, anche se quest’ultimo ha pagato in contanti. E’ il principio espresso dalla Cassazione con la sentenza 24004/11.

Il caso

Dopo aver sottoscritto alcuni moduli relativi a vari fondi e aver versato un consistente importo a un promotore finanziario di un noto gruppo bancario, un risparmiatore scopre che la banca non ha mai ricevuto quei soldi: si rivolge, quindi, al Tribunale per ottenere la restituzione della somma versata. La Banca, condannata in primo e secondo grado, propone ricorso per cassazione. Il cliente ha pagato in contanti, ma ciò non costituisce un concorso di colpa. La banca censura la sentenza impugnata per non aver accolto la richiesta di riduzione del risarcimento, in relazione a un ipotetico concorso di colpa del risparmiatore: sostiene, in particolare, che quest’ultimo ha pagato il promotore in contanti, con ciò contravvenendo alle disposizioni contenute nei moduli di sottoscrizione dei fondi.

La normativa mira a rafforzare la garanzia del risparmiatore, non a imporgli un onere di diligenza. Essa, infatti, mira a rafforzare la garanzia del risparmiatore, imponendo ai promotori di seguire determinate regole, tra cui appunto quella di non poter ricevere pagamenti in contanti. In proposito la Cassazione osserva che non è possibile trasformare quelle regole «da obbligo di comportamento del promotore in un onere di diligenza gravante sul risparmiatore, il cui mancato assolvimento si tradurrebbe in un addebito di colpa concorrente».

Il divieto di pagare in contanti costituisce un obbligo di comportamento per il promotore ed è teso a responsabilizzare l’intermediario. Se così fosse si finirebbe per stravolgere il senso della normativa stessa, concedendo alla banca la possibilità di scaricare sul risparmiatore le conseguenze negative derivanti dalla violazione delle regole in esame che, invece, sono finalizzate, come detto, «a responsabilizzare l’intermediario in relazione ai comportamenti, anche illeciti» dei suoi promotori, che egli medesimo sceglie «e della cui opera si avvale per il perseguimento dei suoi interessi imprenditoriali».

Sussiste la responsabilità solidale della banca. Insomma, secondo giurisprudenza ormai pacifica, in caso di appropriazione indebita di somme dei risparmiatori, da parte del promotore finanziario, l’intermediario è responsabile in via solidale anche se i pagamenti sono stati effettuati in contanti.




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Basta polemiche»: Clini e Profumo rinunciano al loro doppio incarico

Corriere della sera

Il ministro dell'Ambiente si dimette da «Area Science Park», quello dell'istruzione lascia la presidenza del Cnr



MILANO - I loro doppi incarichi avevano suscitato vivaci polemiche e, soprattutto, erano in evidente distonia con il rispetto delle regole «costi quel che costi» che sembra essere la linea guida del governo tecnico. Così il ministro dell'Ambiente Corrado Clini e il collega dell'istruzione Francesco Profumo hanno deciso di affrontare il problema alla radice lasciando rispettivamente la presidenza di «Area Science Park» di Trieste e la presidenza del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche.



Il ministro Corradoo CliniIl ministro Corradoo Clini

CLINI - Il titolare dell'ambiente ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Mario Monti, spiegando che «in questi giorni è stata sollevata una polemica pubblica sulla mia presunta incompatibilità». «Desidero informarti - aggiunge - che ho "congelato" la mia posizione-funzione di presidente dalla data del giuramento come ministro. Ritengo che la mia decisione di "autosospendermi" corrisponda a quanto richiesto dalla legge». Insomma, il ministro sente di avere già fatto tutto quel che doveva in termini di solzione del suo conflitto di interessi. «Tuttavia - aggiunge - le polemiche sollevate in sede politica e sulla stampa indicano che la questione non può essere affrontata in modo sereno e razionale». Da qui la decisione di dimettersi Il ministro conclude esprimendo «grande dispiacere» per le sue dimissioni.


Il ministro Francesco Profumo
PROFUMO - «Mi dimetto dalla carica di presidente del Consiglio nazionale delle ricerche per ottemperanza agli obblighi di legge, rispetto delle istituzioni e senso di responsabilità nei confronti del Governo e dello stesso Cnr, dal quale peraltro mi sono immediatamente autosospeso». È quanto afferma in una nota il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo. «Nel momento in cui il presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, mi ha onorato della designazione a ministro - ha aggiunto Profumo - avevo appena avviato in qualità di presidente del Cnr un complesso processo di modernizzazione organizzativa e gestionale dell'ente.

Naturalmente la scelta di autosospendermi e non dimettermi immediatamente aveva la sola finalità di preservare la continuità di azione del Cnr, in una fase particolarmente delicata, evitando in quel momento uno stallo amministrativo che avrebbe rischiato di pregiudicare il processo avviato». Profumo ha ricordato come «da subito in qualità di ministro pro-tempore dell'Istruzione, Università e Ricerca, non mi sono più occupato del Cnr, avendo delegato i miei poteri al vicepresidente Maria Cristina Messa, e affidato l'esercizio dei poteri di vigilanza del ministero al sottosegretario Marco Rossi Doria». La decisione di Profumo di dimettersi da numero uno del Cnr segue una serie di polemiche venute da più parti politiche, a iniziare dall'ex ministro dell'Istruzione, il Pd Giuseppe Fioroni.


Redazione Online

30 gennaio 2012 | 23:07




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Deputati, taglio di 1.300 euro lordi allo stipendio dei deputati

Corriere della sera

Le figure «apicali» avranno un ulteriore taglio del 10%. Vitalizi, si passa al contributivo. Fissato un tetto agli stipendi dei manager della Pubblica amministrazione

 

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MILANO - L'ufficio di presidenza di Montecitorio ha deciso di ridurre lo stipendio dei 630 deputati «di 1.300 euro lordi», circa 700 euro netti. Lo ha annunciato il vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione, al termine della riunione durata più di due ore. Il provvedimento, ha spiegato l'esponente dell'Udc, sarà «immediatamente esecutivo» e non subirà cambiamenti anche «dopo la riunione di martedì in Senato».


«FIGURE APICALI» - L'ufficio di presidenza della Camera ha anche deciso che verrà tagliata del 10 per cento l'indennità di carica. Si tratta di quelle indennità percepite da «figure apicali», come il presidente della Camera, i vicepresidenti, i questori e i presidenti di commissione. Si tratta dell'indennità di carica (ossia quella voce di stipendio in più derivante dal maggiore carico di lavoro).


Fini annuncia il taglio su TwitterFini annuncia il taglio su Twitter

I VITALIZI - Buttiglione ha aggiunto che è stato inoltre stabilito che per i vitalizi si passa al sistema contributivo, che varrà anche per i dipendenti. «Idv e Lega Nord, ha chiosato Buttiglione, sono state in disaccordo sulla fine dei vitalizi e il nuovo sistema pensionistico». In realtà l'Italia dei Valori ha votato contro sulla questione dei vitalizi ritenendo che si sarebbe potuto fare anche di più. La Lega, sempre sul tema vitalizi, si è astenuta ritenendo che non si è intervenuti su alcuni aspetti come il cumulo dei doppi vitalizi (per esempio per chi ricopre anche un incarico anche sul territorio) e che alcune questioni sul calcolo andrebbero ancora approfondite. E, curiosità, il presidente della Camera Gianfranco Fini, lo scrive su Twitter: «Vitalizi deputati e dipendenti Camera: si passa al contributivo. Come tutti i cittadini».

PORTABORSE - Una proposta di legge per disciplinate la figura del collaboratore parlamentare. L'Ufficio di Presidenza della Camera si è impegnato a predisporre i deputati questori per arrivare ad un provvedimento da approvare nel corso dell'attuale legislatura in modo da poter essere applicato a partire dal prossimo mandato parlamentare. «I parlamentari potranno disporre per il 50% del trattamento forfettario e per il restante 50% si dovrà documentare come spende il denaro - ha detto Buttiglione -: o assumendo un collaboratore (attenendosi però a delle regole che verranno stabilite) oppure pagando convegni e l'attvità politica rendendo conto nel dettaglio le spese che sostiene.

Questa è una soluzione provvisoria - ha proseguito Buttiglione - perché contiamo di approvare una legge con cui si potrà definire lo statuto del collaboratore parlamentare». «C'è il disegno di dire che nel momento in cui si chiedono sacrifici al Paese, chi ha posizioni apicali, se vuole essere credibile, deve essere il primo a farli» ha concluso Buttiglione. I deputati fino a oggi ricevevano, senza alcuna certificazione, un rimborso spese «per il rapporto tra eletto ed elettori» di 3.690 euro mensili erogate a forfait. Da adesso in poi, circa 1.800 euro rimarranno forfettarie, vale a dire che continueranno ad andare direttamente nella tasca dei parlamentari; l'altra metà verrà rimborsata, dietro presentazione di giustificativi, dall'amministrazione di Montecitorio.

MANAGER - Tempi rapidi anche per un limite agli stipendi dei manager della pubblica amministrazione. A lavorare su questo fronte questa volta è il Governo. «In tempi considerevolmente inferiori a quelli indicati dal decreto-legge approvato dal Parlamento lo scorso dicembre, e fissati in novanta giorni, il Presidente Mario Monti ha trasmesso al Presidente del Senato, Renato Schifani, e al Presidente della Camera, Gianfranco Fini, lo schema di provvedimento concernente il limite massimo retributivo dei dipendenti pubblici, previsto nel "Salva Italia"». Lo evidenzia una nota di Palazzo Chigi. Lo schema di decreto del presidente del Consiglio, prosegue la nota, verrà sottoposto al preventivo parere delle competenti commissioni di Senato e Camera.

LA NOTA - «Dal buon esito dell'operazione dipendono sia il successo dei programmi di risanamento dell'economia, sia quello degli stimoli alla crescita e competitività. Il contenimento dei costi della burocrazia contribuirà cosi a rafforzare il credito di fiducia che i Paesi dell'Eurozona e gli investitori internazionali decideranno di accordare all'Italia nei mesi a venire. Per questo motivo, in tempi considerevolmente inferiori a quelli indicati dal decreto-legge approvato dal Parlamento lo scorso dicembre.

I PRINCIPI - Il provvedimento si fonda su due principi: «1) Il trattamento economico complessivo del primo Presidente della Corte di Cassazione diventa il parametro di riferimento per tutti i manager delle pubbliche amministrazioni. In nessun caso l'ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite. 2) Per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, presso altre pubbliche amministrazioni, la retribuzione per l'incarico non potrà superare il 25% del loro trattamento economico fondamentale. Resta valido il tetto massimo indicato in precedenza».

(fonte: Italpress)
30 gennaio 2012 | 22:21

lunedì 30 gennaio 2012

Sisde e il triplo stipendio Ombre su Oscar Luigi

Libero

Scalfaro e una carriera politica dai molti volti: "Io non ci sto", il ribaltone, la simpatia per la sinistra e l'avversione al Cav




Oscar Luigi Scalfaro, luci e ombre. il segretario della Destra Francesco Storace lo ha definito, anche dopo la morte, "il peggiore presidente della storia dell'Italia". Forse esagera, puntando il dito sul ribaltone del 1994 avallato da Scalfaro con cui il potere passò dal premier Berlusconi al "tecnico" Lamberto Dini, senza far tornare la parola agli elettori dopo l'uscita della Lega Nord dalla maggioranza. Un momento cruciale nella storia italiana e in quella politica del presidente, non l'unica però al centro di polemiche.

Tangentopoli
- Dopo una vita da democristiano convinto e durissimo, Scalfaro si trovò eletto prima presidente della Camera e, dopo un mese, presidente della Repubblica per, parola di Indro Montanelli, "disgrazia ricevuta". Momento peggiore, in effetti, non poteva esserci: le stragi di mafia, il debito pubblico alle stelle e soprattutto una classe politica, quella della Prima repubblica, già scricchiolante. Era maggio, e i mesi successivi sarebbero stati una strage politica: ministri e segretari inquisiti, funzionari di partito in carcere, suicidi. Era il ciclone Tangentopoli e Scalfaro lo cavalcò convinto: da ex magistrato, appoggiò la "pulizia" del pool milanese di Borrelli e Di Pietro. Si mise, insomma, contro i suoi ex compagni di governo e di partito.

Lo scandalo SISDE
- La sera del 3 novembre 1993, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro interrompe la diretta della partita di Coppa Uefa tra Napoli e Trabzonspor con un discorso a reti unificate. Passerà alla storia come quello del "Io non ci sto", una durissima reazione alle inchieste sullo "scandalo SISDE" e a fondi neri al tempo del suo incarico al Ministero degli Interni. L'ex direttore dei Servizi Riccardo Malpica lo aveva accusato di aver intascato 100 milioni di lire ogni mese dal Sisde. Era, secondo Scalfaro, "un gioco al massacro", una rappresaglia dei politici della Prima repubblica nei suoi confronti, colpevole di aver sposato la causa di Mani Pulite. Nel 1994 i funzionari coinvolti furono poi condannati, scagionando di fatto Scalfaro.


Scalfaro e la sinistra - Nel 1994 la Lega rompe con Berlusconi, decretando la fine del primo governo del Cavaliere. Scalfaro, invece di sciogliere le camere e ridare la parola agli elettori, verifica l'esistenza di una nuova maggioranza e chiama a Palazzo Chigi Lamberto Dini, con l'appoggio dell'allora Pds. Una scelta criticatissima a destra, che decreterà la rottura definitiva con Forza Italia e Berlusconi. L'asse tra Scalfaro e gli esponenti dell'ex Pci si rafforzerà nell'ultima parte di mandato, dopo la caduta di Romano Prodi nel 1998, quando ripetè l'operazione del 1994: niente scioglimento delle Camere, ma potere passato nelle mani di Massimo D'Alema.

Dopo il Quirinale - Che i rapporti con il centrosinistra fossero più che buoni, lo conferma l'attività di Scalfaro dopo la fine del suo mandato, nel 1999. L'ex democristiano diventa il nume tutelare dei Ds e, infine, del Partito Democratico. Lo stesso segretario Pier Luigi Bersani lo ha ricordato commosso, definendolo simbolo "di equilibrio": "Non abbandoneremo mai le sue battaglie", ha sottolineato Bersani.

Il triplo stipendio - L'ultima ombra su Scalfaro deriva dal suo vitalizio d'oro da senatore a vita: 15mila euro al mese, anche se le presenze a Palazzo Madama del presidente si contavano sulle dita di una mano. E a quei 15mila euro mensili si dovevano aggiungere quelli da ex parlamentare e i 4.766 euro maturati per aver superato i 30 mesi da magistrato, carica ricoperta tra 1943 e 1946 e in virtù della quale condannò a morte due fascisti dopo la Liberazione.

30/01/2012




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Scandalo Rai: paghiamo spot per il canone 300mila euro

Libero

Viale Mazzini affida la pubblicità a una società esterna anche se ha un team di creativi che avrebbe potuto realizzarla




Il canone, ovvero il più odiato dei balzelli. "Pagarlo è un obbligo", ricorda la Rai. Peccato che pagarlo tre volte sia una follia. Già, perché come scrive ilfattoquotidiano.it, a Viale Mazzini si buttano soldi anche dove potrebbero essere risparmiati. Si sta parlando proprio dello spot che ricorda all'Italia intera di pagare l'abbonamento entro il 31 gennaio. Viale Mazzini infatti ha appaltato la pubblicità all'agenzia McCann Erickson per la bellezza di 300mila euro.

Ma la Rai dispone di strutture interne che avrebbero potuto produrre lo spot, ma queste stesse strutture vengono sottoutilizzate a vantaggio di onerose commesse esterne. E quindi, l'abbonato che ha "l'obbligo" di corrispondere la tassa, è costretto a una triplice spesa: quella per il canone, quella per i costi dello spot ma anche quella per corrispondere lo stipendio a chi lo spot avrebbe potuto produrre internamente a basso prezzo.

Forse anche per questo motivo Viale Mazzini, per il 2012, ha alzato la richiesta per il canone, portato a 112 euro (o forse anche perché deve coprire i 2,8 milioni di spese che l'emittente deve sostenere per il recapito dei bollettini postali per il pagamento a 16 milioni di italiani).

30/01/2012




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Hai famiglia, non rompere più con l'ecomafia»

Corriere della sera

Giornalista freelance denuncia da quindici anni i reati ambientali. Lasciato senza scorta, subisce ora nuove minacce



Il fotoreporter Gianni Lannes durante un'inchiesta di Rainews24Il fotoreporter Gianni Lannes durante un'inchiesta di Rainews24

MILANO - «Hai una famiglia. Non rompere più i coglioni con le stronzate di ecomafia». Il messaggio non lascia molti dubbi. Difficile non interpretarlo per quello che è. A Gianni Lannes, giornalista freelance che ha fatto delle inchieste scomode la cifra di tutta la sua carriera, è stato recapitato venerdì sotto forma di bigliettino lasciato nell'auto della moglie, in bella vista sul seggiolino di sicurezza del figlio piccolo.

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che il reporter riceve minacce o subisce attentati - nel 2009 prima l'auto della moglie poi la sua furono date alle fiamme, poi qualcuno entrò nel suo appartamento e rubò un personal computer; e, ancora, una lunga serie di minacce telefoniche anonime -, tanto che dal 22 dicembre 2009 al 22 agosto 2011 lui e la sua famiglia hanno vissuto sotto protezione: il cronista costantemente scortato da due agenti di polizia, moglie e figli sotto la vigilanza dei carabinieri.

Ma l'estate scorsa la tutela è stata revocata, malgrado non siano venute meno le ragioni che l'avevano giustificata. Come dimostra l'ultimo episodio. O, forse, il penultimo: nella notte di domenica il suo videocitofono, solo il suo in tutto il palazzo, è infatti finito fuori uso e dall'interno dell'abitazione non è più possibile vedere chi c'è alla porta. Anche questa vicenda è andata ad aggiungersi alla quindicina di denunce in Procura presentate dal giornalista per le intimidazioni subite negli ultimi due anni.

IL SOPRALLUOGO A CAORSO - La cancellazione della protezione, denuncia Lannes, ha avuto una tempistica sospetta: è arrivata infatti dopo la presentazione di un esposto formale sulle attività di bonifica del sito della centrale nucleare di Caorso, la cui attività non è mai ripresa dopo il referendum del 1987 con cui gli italiani avevano pronunciato il proprio no all'energia atomica. Giornalista investigativo specializzato in inchieste sui reati ambientali, Lannes era riuscito a penetrare nel sito della centrale nel 2008, dimostrando così quanto fosse relativamente semplice accedere ad un impianto che potrebbe essere un obiettivo sensibile, bersaglio di eventuali azioni terroristiche.

Nessuno lo aveva fermato. E lui era riuscito a gironzolare tranquillamente all'interno del sito facendo fotografie e raccogliendo documentazione sull'attività di bonifica dell'area. In particolare, aveva scoperto la presenza di camion di una società genovese, la Ecoge, a cui la Sogin - la società di Stato incaricata della bonifica ambientale degli impianti nucleari italiani, che prevede di concludere i lavori a Caorso nel 2025 - avrebbe appaltato una parte delle operazioni di smantellamento. «Il problema - sottolinea Lannes - è che la società appaltatrice, secondo alcuni rapporti della Direzione investigativa antimafia, è di proprietà di una famiglia considerata organica alla 'ndrangheta. Ho chiesto spiegazioni alla Sogin. Prima hanno negato, poi quando hanno visto la foto che avevo inviato loro mi hanno suggerito di non parlarne troppo e di tenere un basso profilo».

LA DENUNCIA E LA PROTEZIONE REVOCATA - La vicenda è dunque poi sfociata in una denuncia alle autorità. Come spiega lo stesso Lannes anche nel suo blog: «Il 13 luglio 2011 ho prestato la mia collaborazione raccontando, alla presenza del mio legale e dei miei due agenti di scorta, al tenente Vincenzo Scarfogliero del Noe carabinieri di Roma, specializzato nel nucleare, ciò che avevo scoperto a Caorso. (...) Sei giorni più tardi, il 19 luglio, mi è stato comunicato telefonicamente che di lì a poco mi sarebbe stata revocata la protezione. Così è stato». Una revoca annunciata telefonicamente, mai motivata e mai formalizzata con un atto ufficiale, a cui il suo avvocato si sarebbe potuto eventualmente appellare. «Penso che sia la prima volta che in Italia accade una cosa del genere» commenta Lannes.

I SILENZI DEL GOVERNO - La vicenda del sopralluogo a Caorso è stata anche al centro di un'interrogazione presentata nell'aprile del 2010 da alcuni deputati di Pd e Radicali - prima firmataria Elisabetta Zamparutti - a cui però non è mai stata data risposta dal ministro dell'Interno allora in carica, Roberto Maroni. Gli stessi deputati il 2 agosto 2011, hanno chiesto spiegazioni sulla revoca annunciata della scorta a Lannes, anche in quel caso senza ottenere una risposta precisa. Ci riproveranno in questi giorni, appellandosi al ministro Anna Maria Cancellieri, salita al Viminale con il governo Monti. Perché dopo mesi di silenzio un avvertimento come quello fatto ritrovare sul seggiolino del bimbo non può passare in secondo piano.

«NON SONO UN EROE» - Lannes ha denunciato per anni reati ambientali e infiltrazioni della criminalità nel business degli smaltimenti, ha raccontato delle navi dei veleni, ha denunciato la presenza di almeno un migliaio di container con rifiuti affondati nei mari italiani. «Quando un giornalista si espone rischia di ritrovarsi in situazioni come quella in cui mi trovo io - dice ora Lannes -. In questo Paese è difficile lavorare con serenità, ma io non cerco una tutela per me, vorrei che lo Stato garantisse almeno l'incolumità della mia famiglia». Lo ha scritto anche sul suo blog, «Su la testa»: «Venticinque anni fa ho fatto una scelta di vita - commenta Lannes -: non sono un eroe da seppellire!».



Alessandro Sala
30 gennaio 2012 | 16:43




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Cogne: dieci anni dopo il delitto non si ferma il turismo macabro

Il Messaggero


ROMA - Dieci anni fa fu ucciso Samuele Lorenzi, il piccolo di tre anni per il quale sta scontando condanna definitiva la mamma Annamaria Franzoni. A Cogne continua il turismo macabro sui luoghi del delitto. Una processione di gente nella casa di Montroz, magari in forma più contenuta, che continua nonostante siano trascorsi dieci anni. È ancora l’allora sindaco Osvaldo Ruffier, memoria storica della comunità, a trovarsi a dover indicare il percorso da seguire per raggiungere la villetta di Annamaria e Stefano Lorenzi.




L’ex sindaco: una ferita che non sarà cancellata.
«Quella vicenda resterà per noi una ferita incancellabile - afferma l’ex sindaco - Dopo dieci anni va registrato che ci sono ancora persone che arrivano a Cogne e chiedono indicazioni per andare a vedere di persona la casa dove è stato ucciso il piccolo Samuele. Una pratica che, credo, non si interromperà mai». Il tempo, come racconta l’allora sindaco, ha contribuito a fare decantare la vicenda ma dalle sue parole si capisce che ci sono ancora ferite aperte: «chi ha vissuto la vicenda non potrà mai archiviare le infamanti accuse che ci si è sentiti rivolgere. Ad un certo punto è stata messa sotto accusa mezza Cogne, ma la giustizia ha messo da tempo la parola fine alla vicenda. A noi resta la macchia».

La mamma in carcere, libera nel 2014. Annamaria Franzoni, nel carcere bolognese della Dozza dove sta scontando la condanna definitiva a 16 anni per l’uccisione del figlio, uscirà presumibilmente tra qualche anno, nel 2014. Lei si è sempre dichiarata innocente, mai nessuna confessione. «Se mi capitasse tra qualche tempo di incontrarla - ipotizza Osvaldo Ruffier - la continuerei a guardare con gli stessi occhi: è lei la colpevole, è l’opinione della comunità tutta. La giustizia ha chiuso ogni battaglia tra innocentisti e colpevolisti».

La casa del delitto ancora chiusa. L’ex sindaco racconta che nella casa del delitto continuano ad esserci ancora le travi messe a sbarramento delle porte finestre subito dopo il delitto. Intorno, invece, a pochi metri dalla villetta dei Lorenzi, l’edilizia ha seguito il suo corso. «La casa dei Lorenzi oggi non è più isolata - racconta Ruffier -. A pochi metri sono state edificate altre case dove sono venute ad abitare persone da fuori. Si tratta per lo più di abitazioni destinate alle vacanze».

La lettera sul corvo. Osvaldo Ruffier custodisce ancora in casa le lettere che regolarmente si vedeva recapitare in Comune da innocentisti e colpevolisti. «Si tratta di cinquecento missive - racconta - nelle quali ognuno dava una sua chiave di lettura del delitto. Indimenticabile quella in cui qualcuno parlava dell’uccisione di Samuele, attribuendola ad un corvo entrato nella casa».

Domenica 29 Gennaio
2012 - 18:25    Ultimo aggiornamento: Lunedì 30 Gennaio - 12:07




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L'Italia non è un paese per bimbi Pochi servizi e nessun incentivo

di -

Meno servizi per i giovani e le famiglie uguale meno bambini. Questa la denuncia che emerge dal primo "Libro Bianco 2011. La salute dei bambini"



Meno servizi per i giovani e le famiglie uguale meno bambini. Questa la denuncia che emerge dal primo «Libro Bianco 2011. La salute dei bambini». Si tratta di un’ analisi dello stato di salute della popolazione pediatrica italiana fino ai 18 anni di età, con una valutazione della qualità dell’assistenza sanitaria offerta dalle regioni italiane.   Il Libro Bianco è pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell’Università Cattolica di Roma, in collaborazione con la Società Italiana di Pediatria (SIP), presieduta dal professor Alberto Ugazio, e coordinato dal professor Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia.   Tra i tanti temi affrontati la ricerca mette anche in luce una nuova realtà che negli ultimi dieci anni ha assunto contorni sempre più definiti.

Libro bianco 2011


In Italia è in atto un’inversione di tendenza: regioni in passato ad alta natalità, ovvero tradizionalmente quelle del Sud, sono ora le meno prolifiche. Quelle che offrono più servizi per i giovani e le famiglie, come ad esempio la Provincia Autonoma di Bolzano, sono passate invece da bassi ad alti tassi di natalità. Non è vero dunque che le donne che lavorano non fanno più figli. Anzi sono le casalinghe “disperate“ e con meno possibilità economiche quelle che oggi devono rinunciare pure alla maternità.  

Purtroppo la verità che emerge con chiarezza è che il nostro non è un paese a misura di bambino. Non esistono incentivi a metter su famiglia e le politiche del welfare ignorano, semplicemente, i bisogni dell’ infanzia.   A confermare quello che è comunque già evidente a tutte le famiglie italiane ci sono i dati Istat del 2010. La spesa per la protezione sociale sostenuta è pari al 29,9 per cento del Prodotto interno lordo, Pil. Alla previdenza vengono destinati i due terzi della spesa (66,4), alla sanità un quarto (25,6). Per le politiche per la famiglia si spende soltanto un ventesimo (4,7) mentre in Francia ad esempio lo stanziamento è doppio.

Soltanto lo 0,3 per cento del Pil è utilizzato per contrastare l’esclusione sociale e la povertà e favorire le politiche per gli alloggi. .   Tra le note dolenti come già accennato c’è la bassa natalità. L’evoluzione della natalità, nei due periodi temporali presi in esame dalla ricerca, 2002-2004; 2008-2009, è rimasta, a livello nazionale, costante e pari al 9,5 per cento. Nascono 9,5 bebè ogni 1000 abitanti. Il primato positivo spetta alla Bolzano, 10,7 mentre quello negativo al Molise, 7,6.

Dal triennio 2002-2004 al biennio 2008-2009 la natalità è comunque pure diminuita nelle regioni dove era più alta (provincia autonoma di Bolzano, Campania, provincia autonoma di Trento e Sicilia) e nelle regioni meridionali, a eccezione dell'Abruzzo che presenta un lieve incremento (più 0,2 punti percentuali) e della Sardegna il cui valore è rimasto costante. L’Italia dunque rischia di rimanere un Paese di “nonni senza nipoti”, tanto sono bassi natalità e ricambio generazionale. Basti pensare che dal 1871 al 2009 la natalità si è quasi dimezzata (meno 74,25 per cento ) e attualmente si assesta al 9,5 contro, ad esempio, il  12,8 della Francia, il 10,8 della Spagna, il 12 della Svezia e 12,8 del Regno Unito.

Tra i servizi di cui usufruiscono i bambini anche l’assistenza pediatrica  appare a rischio. Le famiglie italiane possono contare su una fitta rete di pediatri territoriali. Il numero dei pediatri a livello nazionale nel periodo 2001-2008 è aumentato del 6,3 per cento, passando da 7.199 a 7.649. Il loro numero però è destinato a calare. Nell'indagine si calcola che, già a partire dal 2015, i pediatri disponibili per l'assistenza primaria ai bimbi italiani diminuiranno in modo drastico in quanto una grande quota di questi andrà in pensione e dato che l'accesso alle scuole di specializzazione prevede il numero chiuso, non sarà possibile assicurare il turn over.  Insomma i pediatri denunciano: non ci sarà numero sufficiente di nuovi specialisti pediatri che possano sostituire quelli che andranno in pensione perchè non è stata fatta una programmazione intelligente per gli ingressi nelle scuole di specializzazione di pediatria.

Una recente indagine della Società Italiana di Pediatria, la progressiva riduzione di pediatri, già in atto dal 2010, porterà dagli attuali 15 mila professionisti ai 12 mila nel 2020, che scenderanno a quota 8000 nel 2025. La soluzione proposta dal governo come già denunciato nei giorni scorsi è quella di fermare l'assistenza pediatrica a 6 anni, affidando le cure da 7 anni in poi al medico di medicina generale. Soluzione pessima, denunciano i camici bianchi, a tutto danno della salute dei bambini.




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