mercoledì 7 dicembre 2011

Zagaria trascinato fuori dal bunker di Casapesenna

Il Mattino

CASERTA - Ecco il video di Michele Zagaria trascinato fuori dal bunker. Alla sua destra Vittorio Pisani, ex capo della Squadra Mobile che ha partecipato al blitz della polizia.

Appena è spuntata dal sottosuolo la testa del boss Michele Zagaria è esplosa la felicità di una cinquantina di poliziotti che si trovavano davanti al bunker. Si sono abbracciati, hanno alzato le braccia al cielo e fanno il segno della vittoria. Qualcuno - come si sente nel video ha urlato 'vittoria' altri hanno urlato 'abbasso la camorra, viva la polizia, viva la legalità'.
Nell'altro video, la trivella utilizzata dalle forze dell'ordine per spaccare il cemento del covo sotterraneo.




Mercoledì 07 Dicembre 2011 - 17:44    Ultimo aggiornamento: 19:46



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Vitalizi e favori: il deputato-spia filma i colleghi

La Stampa


Il video esclusivo è stato registrato con una micro-telecamera da un deputato che ha carpito le conversazioni poco "onorevoli" dei suoi colleghi nell’aula, con spezzoni di colloquio da cui emerge la scioccante realtà di parlamentari che siedono a Montecitorio solo per conquistare il vitalizio o per ottenere favori in cambio di un voto pro o contro il governo.  Il filmato completo andrà in onda stasera alle 23,10 nel programma condotto da Gianluigi Nuzzi su LA7  e affronterà l’argomento della compravendita dei parlamentari (che nell’occasione si definiscono "precari").


Dopo 16 anni, in manette Michele Zagaria Il superboss dei Casalesi: ha vinto lo Stato

Corriere della sera

Stanato in un'operazione della polizia. Durante il blitz la primula rossa della cosca è stata colta da malore


Nel 2006 Saviano scrisse: è nella sua Casapesenna




CASERTA - Alle 11.30 di questa mattina, mercoledì, un'operazione della polizia coordinata dal pool di magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha posto fine alla latitanza del superboss del clan dei Casalesi, Michele Zagaria.

L'ultimo capo della cosca casertana è stato scovato all'interno di un covo individuato sin dai giorni scorsi in un fondo agricolo di via Mascagni, una traversa di via Crocelle nel cuore della sua Casapesenna (Caserta), dove gli investigatori erano sicuri si nascondesse la primula rossa della feroce organizzazione criminale, latitante dal 1995.

NEL BUNKER - Zagaria era nascosto in un bunker all'interno della casa. Tra il bunker sotterraneo e il pavimento dell'abitazione vi erano cinque metri di cemento armato. L'operazione è stata condotta dalla Squadra Mobile di Napoli, insieme a quella di Caserta e al Servizio Centrale Operativo della polizia.
 
 
LE PRIME PAROLE: AVETE VINTO - Le prime parole che il boss ha rivolto ai magistrati della Dda che l'hanno raggiunto nel bunker (Cafiero de Raho, Catello Maresca e Raffaele Falcone, Marco Del Gaudio) sono state ironiche: «Avete vinto voi, ha vinto lo Stato». «Come mi ha insegnato il mio maestro Franco Roberti, è finita». Il pm Maresca si era rivolto così, nel bunker di Casapesenna, al boss Michele Zagaria, appena arrestato, ricordando l'ex capo dei magistrati antimafia di Napoli, oggi alla guida della procura di Salerno. «È finita», ha convenuto il boss.

 
L'INTERVENTO DELL'AMBULANZA - Gli agenti hanno dovuto scavare per raggiungere il covo del boss, colto da malore al momento dell'arresto al punto da richiedere l'intervento di un'ambulanza. Scene di giubilo e di entusiasmo tra le forze dell'ordine, che hanno cominciato ad abbracciarsi e a scandire slogan.
 
 
LA BOTOLA DIFETTOSA - Il boss assediato avrebbe tentato un ultimo disperato tentativo di fuga dal bunker sotterraneo. A tradirlo un meccanismo difettoso della botola in cui era nascosto che gli ha impedito di scappare dal suo stesso rifugio. Gli agenti, infatti, avevano già bloccato tutte le possibili vie di fuga alla primula rossa casalese.
 
LA MINISTRA CANCELLIERI: SUCCESSO - «È un grandissimo successo dello Stato». Sono queste le prime parole del ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, all'arresto del boss. Il Viminale sottolinea che si tratta di un colpo «non solo al clan dei casalesi ma all'intera organizzazione camorristica», grazie «allo straordinario lavoro di forze dell'ordine e magistratura».

È stato il pm della Dda Antonello Ardituro a dare l'annuncio «in diretta» della cattura di Michele Zagaria al ministro della Giustizia, Paola Severino. Ardituro, vicesegretario nazionale dell'Anm, si trovava a Roma per un incontro dell'associazione magistrati con il guardasigilli e ha comunicato la notizia al ministro ed agli altri partecipanti all'incontro, accolto da un lungo applauso.
 
IL RE DEI CASALESI - Michele Zagaria, 53 anni, detto «capastorta», considerato il capo dei capi dei Casalesi, era l'ultimo dei boss storici del clan ancora latitante. Un anno fa, nel novembre del 2010, in manette finì Antonio detto «'o ninno» Iovine, nascosto a Casal di Principe, nella villetta di un incensurato. Prima di lui, il 14 gennaio del 2009, dopo un rocambolesco inseguimento sui tetti a Mignano Montelungo, i carabinieri catturarono Peppe Setola, boss dell'ala stragista del clan facente capo a Francesco «Sandokan» Schiavone, in carcere dal 1998.
 
Piero Rossano
07 dicembre 2011

Tartassati, che pianto

Corriere della sera

La pignolata: Monti e i sacrifici del Paese
di Luca Gelmini e Nino Luca


Settant'anni fa Pearl Harbor, le immagini dell'attacco

Corriere della sera

Il bombardamento giapponese alla base navale Usa delle Hawaii


Telefonini: tra disinformazione e precauzione

Corriere della sera

Dopo la classificazione delle onde emesse dai cellulari come "possibili cancerogene" (OMS) passata quasi inosservata a maggio, l'inchiesta di Report riapre il dibattito e il giorno dopo spunta un parere del Consiglio superiore di sanità (atteso da mesi).

 

Sabrina Giannini



Nell’arco di una notte siamo passati dal principio di precauzione a tutela delle aziende telefoniche al principio di precauzione a tutela dei bambini. Molti quotidiani hanno ipotizzato un nesso tra il parere del Consiglio superiore della Sanità sulle precauzioni da prendere per chi usa il cellulare e l’inchiesta che ho realizzato per Report (L’onda lunga).

Tuttavia, l’unico nesso causale interessante è quello “possibile” tra cancro al cervello e uso del cellulare e la comunicazione del rischio che è stata posticipata per sei lunghi mesi, offuscata da banalizzazioni e strategie marketing tese a confondere e, se possibile, dimenticare.

Quando il 31 maggio l’Agenzia della ricerca sul cancro con sede a Lione, che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità, ha inserito nella categoria 2B le radiazioni non ionizzanti emesse dal telefono cellulare, il ministro della salute (e medico) dell’epoca, Ferruccio Fazio, aveva dichiarato: "Anche la bistecca alla brace è cancerogena, mica diamo indicazioni di non cuocerla più'.

Parallelismo improprio, poiché non c’è una proporzione nei consumi e le braciole alla brace non sono la merenda negli zaini dei bambini e, dispiace sottolineare l’ovvio, sui cellulari la stessa IARC invita a “prendere misure pratiche per ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici, per esempio l’utilizzo di auricolari o vivavoce oppure di SMS” (comunicato stampa IARC del 31 maggio 2011).
Ma il ministro Fazio evidentemente non si fidava della IARC, cioè dell’OMS.

Prontamente ha richiesto “ un parere al Consiglio superiore di sanità in merito all’allarme lanciato dall' Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) sull’uso dei telefoni cellulari con particolare riferimento alle misure precauzionali da intraprendere” ( comunicato stampa del 1 giugno 2011).
Il gruppo di esperti ha aperto l’istruttoria con calma, a settembre. Ci saranno state valide ragioni se la decisione non fu affidata al direttore del dipartimento alla prevenzione e comunicazione Fabrizio Oleari, alto funzionario del ministero della salute pagato per prendere decisioni sulla prevenzione e, appunto, comunicarle.

Agli inizi di novembre ho inoltrato invano la richiesta di intervistare Oleari: “Il ministro” rispose il capo ufficio stampa, “attende il parere del Consiglio superiore di Sanità prima di esprimersi”. Nel frattempo Susanna Lagorio dell’Istituto superiore di sanità (organo tecnico del ministero) aveva già espresso il suo di parere e senza fare riferimento alle misure precauzionali consigliate dalla stessa IARC (posizione peraltro ribadita nel corso dell’intervista rilasciata a me per Report).

Ma neanche l’organo tecnico del ministero, l’ISS appunto, fu interpellato dall’allora ministro. Dunque, chi erano gli esperti del CSS ai quali affidare un parere tanto importante? Il gruppo era presieduto dal Prof. Gualtiero Walter Riccardi (il suo settore disciplinare è Igiene Pubblica). Gli altri otto sono docenti di medicina dello sport, geriatria, ortopedia (traumatologia) otorinolaringoiatria, ginecologia (rectius fecondazione assistita) e igiene pubblica.

Dunque non un solo esperto di oncologia, epidemiologia e neurologia, ossia i settori attinenti alla questione legata al rischio da esposizione alle radiazioni non ionizzanti correlato al glioma (tumore maligno del cervello) e neurinoma acustico (tumore benigno). Sarà per questo che ci hanno messo tanto a formulare un parere che è una sintesi di quanto scritto dalla IARC il 31 maggio (sei mesi prima) con l’aggiunta di un consiglio che sostanzialmente è un invito ad applicare il principio di precauzione?

Ora spetta al neo ministro Renato Balduzzi avviare la campagna di informazione. Sarebbe un errore (e un piacere all’industria) se la campagna si focalizzasse solo sui bambini, sebbene siano i più fragili ed esposti al rischio. Infatti ogni giorno che passa milioni di adolescenti continuano a tenere il cellulare acceso sotto il cuscino la notte (il 60%) o sul comodino, incollato alla testa, e riposto nelle tasche per ore mentre ascoltano musica.

“Il cervello si sviluppa fino all’età di 20-25 anni, durante la crescita il cervello e’ probabilmente più sensibile alle onde”, ha dichiarato l’oncologo svedese Lennart Hardell. L’oncologo Umberto Veronesi con un parere cui è stato dato come sempre grande risalto (ma non si intendeva di cancro al seno?), ha commentato sul punto: "Non credo che i cellulari facciano molto male, possono dare un lieve aumento della temperatura a una piccola parte dell'apparato cerebrale, ma senza effetti importanti" (La Repubblica online, 28 novembre).

Veronesi crede per proprio personale convincimento o si è preso la briga di leggere tutti gli studi epidemiologici sugli uomini, le centinaia di ricerche di laboratorio sugli animali e in vitro; ha forse valutato come sono stati predisposti i protocolli, gli studi di coorte? Non essendo epidemiologo, c’è da dubitarne.

E’ opportuno che i giornalisti lo interpellino visto che ha ricevuto donazioni per la Fondazione che porta il suo nome dai gestori della telefonia (e anche elettriche)? Inoltre, il suo parere può valere tanto quanto quello dei trenta esperti della IARC che, nonostante l’ombra dei conflitti di interesse più o meno dichiarati (riguardanti sedici di loro), erano autori di ricerche epidemiologiche pertinenti con la materia in oggetto?

Il conflitto di interesse dei ricercatori è un’ombra sulla ricerca in tutti i settori. Dove trovare i soldi? E quanto può essere onesta una ricerca finanziata da chi non ha interesse a fare emergere i rischi, quindi le proprie responsabilità? Il dubbio amletico: lo studio danese e il conflitto di interessi. Il 21 ottobre scorso i quotidiani di tutto il mondo commentano lo studio epidemiologico danese pubblicato sull’autorevole British Journal of Epidemiology.

Cambiano gli idiomi ma i titoli richiamano tutti lo stesso concetto: “Telefonini assolti per il tumore al cervello”. Lo studio guidato da Christoffer Johansen si focalizza su un campione consistente: 420.095 abbonati alle compagnie di telefonia cellulare danesi. C’è un però. L’esposizione è stata calcolata sulla base della durata dell’abbonamento e non dei consumi reali.

Non c’è dunque una “dose” di esposizione certa all’agente inquinante. Gli epidemiologi danesi ammettono il limite del loro studio: “Non abbiamo potuto esaminare il rischio limitato al sottogruppo degli utenti pesanti”. Tra l’altro hanno escluso gli abbonamenti aziendali. Dunque chi erano gli abbonati se non i professionisti? Le casalinghe che usano più il fisso di casa che il cellulare?
La ricerca si è basata sulla durata media settimanale delle chiamate in uscita di 23 minuti per abbonati nel 1987-95 e 17 minuti nel periodo 1996-2002.

Quindi gli utilizzatori pesanti, secondo il gruppo di studio danese, sarebbero quelli che in media chiamano 23 minuti a settimana, cioe’ tre minuti e 17 secondi al giorno! Ecco come si assolve il cellulare dall’accusa di essere cancerogeno.

Per la cronaca: Johansen ha realizzato numerosi studi grazie ai finanziamenti delle compagnie telefoniche danesi (TeleDanmarkMobil e Sonofon). L’alleanza avrebbe potuto fruttare di più se oltre ai soldi Johansen avesse chiesto i tabulati da cui si poteva estrapolare il dato fondamentale: il tempo passato con il cellulare appoggiato alla testa per almeno dieci anni.

Non si può volere tutto. Perché i governi non chiedono ai gestori di mantenere i tabulati in memoria per almeno vent’anni e consegnare su richiesta quelli di chi si ammala di cancro al cervello? Sarebbe troppo facile, vero? Dalle cronache è evidente che i giornalisti non hanno rilevato le contraddizioni della ricerca. Questo va a beneficio di chi ha interesse ad alimentare il dubbio.

L’incertezza va a beneficio dell’industria che non ha ostacoli e limiti da superare (e problemi legali da affrontare). Il dubbio scientifico è stato inventato negli Stati Uniti per portare avanti all’infinito la discussione sulla cancerogenicità del fumo, la madre di tutte le strategie marketing.
La conseguenza? Molti anni di ritardo e milioni di morti che potevano essere salvati. Negli anni Cinquanta negli Stati Uniti fumavano sette uomini su dieci, oggi la proporzione è invertita proprio perché c’è la consapevolezza del rischio. Soltanto la conoscenza può distinguere tra gli esseri umani autolesionisti e quelli che ignorano (perché indotti dalla disinformazione).

Le ricerche e i finanziamenti dell’industria. Singolare che il 71,9 per cento delle ricerche finanziate totalmente o parzialmente arrivino ad assolvere i cellulari mentre accade solo nel 33% dei casi se i fondi sono pubblici. Le ricerche di Lennart Hardell (che non ha mai preso un soldo dall’industria) sono state determinanti per formulare la classificazione della IARC.

Hardell ha dichiarato che a suo parere le onde emesse dal cellulare si sarebbero potute includere nella categoria più elevata del “probabile” cancerogeno ma che per raggiungere l’obiettivo minimo ha dovuto cedere al compromesso del “possibile” e questo perché qualcuno spingeva verso la classe più bassa: “non classificabili come cancerogeni per l'uomo”.

Lo studio multicentrico Interphone (rimasto misteriosamente chiuso in un cassetto per cinque lunghi anni mentre le compagnie incrementavano in modo esponenziale gli affari e parallelamente finanziavano lo studio stesso con 5,5 milioni di euro attraverso la GSMA, l’associazione mondiale dei gestori e la MMF, l’associazione dei produttori di telefonini) è giunto a conclusioni simili a quelle di Hardell ma soltanto quando sono stati eliminati le ricerche che diluivano il dato.

Alcuni protocolli di studio infatti avevano escluso fattori di rischio determinanti quali, per esempio, i dieci anni di utilizzo. E’ come se per valutare l’associazione tra cancro al polmone e fumo si includesse anche un campione di neo fumatori.

Il gruppo coordinato da Lennart Hardell ha evidenziato fattori di rischio molto più alti: per ogni 100 ore di uso il rischio di gliomi e neuromi aumenta del 5 per cento; dopo 10 o più anni del 280 e, per quelli che hanno cominciato ad adoperarlo da giovanissimi, addirittura del 420 per cento.
Il dato più importante che emerge dalla valutazione della IARC non è stato divulgato. Ovvero l’associazione tra uso del cellulare e un aumento del rischio per gli utilizzatori che hanno la media di utilizzo per 10 anni e un uso totale di più di 1640 ore, circa 30 minuti al giorno di telefonate.

C’è dunque una significatività statistica già a partire da trenta minuti al giorno in quel gruppo che viene definito di “forti utilizzatori”. Se questi sono i forti, i deboli sono quelli che hanno il cellulare ancora avvolto nell’imballaggio. Anche il comunicato del Ministero della salute inciampa nell’errore ridimensionando il dato: “le conoscenze scientifiche oggi non consentono di escludere l’esistenza di causalità quando si fa un uso molto intenso del telefono cellulare”.

Trenta minuti al giorno non è utilizzo intenso ma ordinario. Questo comunicato stampa è comunque un sasso nello stagno melmoso delle minimizzazioni. A partire dai comunicati tranquillizzanti della GSMA e dell’Assotelecomunicazioni (associazione di Confindustria che rappresenta i 45 operatori della telefonia presenti in Italia): “La classe 2B è la terza classe di classificazione su cinque e contiene altre sostanze di uso comune come ad esempio il caffè e i sottaceti” (dal comunicato stampa del 31 maggio 2011).

E’ un disco rotto che ripetono tutti (si guardi a proposito le dichiarazioni riportate nel servizio video allegato) a partire da alcuni funzionari delle autorità sanitarie. Kurt Straif, responsabile delle monografie IARC, a proposito del malefico vegetale precisa: “A volte i cetrioli sottaceto sono immersi in una miscela di conservanti chimici, quindi non si tratta del cetriolo”.

A proposito del caffé Straif precisa: “ Il caffè è una vecchia valutazione 2B, ma è arrivato il momento di rivedere la valutazione. E’ datata e ci sono valide ragioni per credere che questa valutazione sia condizionata da numerosi errori”. E poi la quantità “potenzialmente” pericolosa è di venti tazzine al giorno.

Dose che beve l’1% della popolazione, e sicuramente non c’è tra questi un solo giovane. Se il parallelismo deve essere fatto che almeno non sia ridicolo. Le compagnie telefoniche spendono tanto in pubblicità ma risparmiano evidentemente nelle campagne di banalizzazione. Fino ad ora era bastato il finanziamento alla ricerca.

La fortuna era anche girata bene: lo studio Interphone dimenticato nel cassetto per cinque anni. Poi si è messo di mezzo Lennart Hardell, lo svedese che non vuole i soldi dell’industria, e sono cominciati i dubbi. Il dubbio, per la prima volta, non assolve il cellulare ma il danno economico ormai è relativo per l’industria che in vent’otto anni ha raggiunto cinque miliardi di persone. Il mercato è saturo e manca soltanto un target da raggiungere: i bambini sotto gli undici anni.
 
Sabrina Giannini
6 dicembre 2011(ultima modifica: 7 dicembre 2011 | 9:14)

Famiglia Cristiana "scomunica" Fiorello: «Sul profilattico show di cattivo gusto»

Corriere della sera

«Mancanza di rispetto per le famiglie e i ragazzi». Lo showman replica su Twitter: «Non ho parole»


MILANO - «Chiamatelo come vi pare, l'importante è che lo usiate». Polemico, irriverente, divertente, nell'ultima puntata del suo show, «Il più grande spettacolo dopo il weekend», Fiorello ha messo in scena un vero e proprio inno al profilattico. Non solo lo ha nominato più volte - contro il diktat interno alla Rai che, in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids, il primo dicembre, aveva reso tabù il termine - ma ne ha fatto uso per gag esilaranti, ha incitato la platea a scandire in coro «Pro-fi-lat-ti-co» e ci ha fatto un rap con Jovanotti.

«E’ un errore sicuramente – ha spiegato Fiorello davanti al direttore di Raiuno, Mauro Mazza, riferendosi alla censura – Perché in Rai si può dire profilattico». E ancora: «Ma pensate che con questa cosa, facile facile, non si prendono le malattie. Non si prende l'Aids. Incredibile eh?». Il tono è ironico, l’argomento serio. E Fiorello ci scherza sopra, ma mette a fuoco l'essenziale: «Il profilattico salva la vita! E’ come il "Salva la vita Beghelli". Potremmo chiamarlo "Salvalavita Pischelli"».


«CATTIVO GUSTO» - Non ha apprezzato Famiglia Cristiana. Che boccia il «finale di cattivo gusto». Insieme alla performance sul preservativo, Famiglia cristiana ha attaccato sul suo sito web, anche «l'Inno del corpo sciolto» di Benigni. «Certo - scrive Famigila Cristiana - ci voleva del coraggio. Ma senza coraggio non c'è trasgressione. E dalla capacità di trasgredire si giudica la statura di un artista. Così anche Fiorello, finalmente, si adegua. Già accusato di fare una tv nazional popolare, perfino adatta alle famiglie - l'imputazione è grave, non sottovalutiamone il peso - porta adesso la trasgressione alle alte vette dello share».

Quindi l'articolo prosegue: «Non solo fa cantare a Benigni l'elogio della cacca e dei suoi modi di produzione, creando una breccia nel conformismo imperante. Ma pronuncia la parola vietata, profilattico, e per di più ne fa una tematica da coro, coinvolgendo un pubblico che davvero non sapeva di dover osare tanto. E la domanda infernale al direttore Mazza, brividi in platea: l'ha mai usato, lei, il profilattico? Lo sventurato piegò il capo».

GOLIARDIA RETRODATATA - «Trasformare la dialettica sull'Aids, sulla prevenzione, sui mali dell'Africa - si legge sul sito - in cori ridanciani, invitare il pubblico a sghignazzare, tirarla lunga con battute e allusioni, scivolare sul pruriginoso, questa non è trasgressione. È goliardia retrodatata, cattivo gusto. E mancanza di rispetto per le famiglie, a cominciare da quei tanti ragazzi che d'abitudine non seguono la tv ma accorrono quando c'è Fiorello. Che non sa di essere in cattedra e, per una volta che fa lezione, straparla». A fine serata lo showman replica su Twitter: «Non ho parole».

«GRAZIE A FIORELLO» - Di tutt'altro tenore i commenti delle associazioni Nsp, Equality Italia e Gay Center, che ringraziano Fiorello e insieme a lui a Luciana Littizzetto, Roberto Benigni e Jovanotti. Le performance di artisti che «hanno espresso il loro parere», parlando dell'uso del profilattico, «valgono ben più di centinaia di campagne d'informazione di prevenzione all'Aids e alle malattie sessualmente trasmissibili», sottolinea Rosaria Iardino, presidente di Nps e responsabile salute Equality Italia.

«Ora tutta la Rai - conclude - deve impegnarsi a fondo al tema di una corretta e diffusa informazione rispetto a questo tema, da anni colpevolmente dimenticato» «Il messaggio degli artisti arriva soprattutto ai giovani, fascia che di più ha bisogno d'informazione sul tema dell'Aids - ricorda Fabrizio Marrazzo portavoce del Gay Center.


La citazione di Fiorello del preservativo come "Salvalavita Pischelli" è geniale - conclude - perché rimarrà come tormentone e permetterà a noi operatori sociali di veicolare un messaggio in modo scherzoso e diretto, utile a salvaguardare la salute di molti ragazzi».
 
Antonella De Gregorio6 dicembre 2011 | 19:57