martedì 29 novembre 2011

Complotto delle banche Il video choc di Monti che spopola sul web

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In un'intervista di febbraio, riportata anche da Roberto Castelli, il premier sostiene: "Serve cedere parti di sovranità per avere un'Europa unita". E la Rete si scatena. 

"L'Europa ha bisogno di gravi crisi per fare passi in avanti", cioè di "cessioni di parti di sovranità a livello europeo". A parlare è il premier Mario Monti quando era il presidente della Bocconi. 

 


Il video integrale è stato pubblicato a febbraio sul canale YouTube dell'università Luiss, ma il passo "incriminato" è stato isolato dall'utente Romaunita e sta avendo molta risonanza sul web tanto da essere rilanciato anche da Roberto Castelli, ex viceministro alle Infrastrutture e trasporti, sulla sua pagina Facebook.


L'ipotesi quindi è che la crisi sia stata creata ad hoc dai banchieri per avere un'Europa più unita. Del resto, Monti lo dice chiaramente: "Quando la crisi sparisce rimane un sedimento per cui non è pienamente reversibile". 

Inoltre il presidente del Consiglio solo qualche mese fa era convinto che nel Vecchio continente ci fossero "troppi governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata, la capacità di azione, le risorse e l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale". Questo prima che la pressione dei mercati portasse a un cambiamento in Grecia, Spagna e Italia.


Queste frasi - ascoltate a mesi di distanza e estapolate dal contesto - fanno riflettere e non sono pochi quelli che, nei commenti al video originale, nei post su Facebook o su blog e siti di controinformazione, stanno urlando al complotto. Altri, più pacatamente, rimettono in discussione l'idea stessa di Unione europea, un tema che diventa sempre più centrale da quando la crisi dell'euro ha iniziato ad essere più pressante.


Il latitante Max Leitner «chiede la grazia» sul web

Corriere della sera

Il re delle evasioni si appella a Napolitano: «Io sono vittima di ingiustizie»

Breivik non responsabile della strage di Oslo

Corriere della sera

Secondo gli psichiatri, l'uomo «non è capace di intendere e di volere» e quindi non può essere imputato della carneficina


MILANO- Nonostante abbia confessato, Anders Behring Breivik non può essere considerato responsabile della duplice strage del 22 luglio in Norvegia. Perché al momento del'attacco era «incapace di intendere e di volere». Lo sostengono i due psichiatri incaricati dalla corte distrettuale di Oslo di valutare il giovane fanatico di estrema destra, reo confesso di aver piazzato un'autobomba nel centro di Oslo e di essersi poi recato sull'isola di Utoya, dove si teneva il campo estivo dei giovani laburisti, aprendo il fuoco sulla folla. Nei due attacchi morirono in tutto 77 persone. Lo riporta il quotidiano Verdens Gang sul suo sito Internet.
 
 
IN TRIBUNALE- Il 14 novembre Breivik era apparso di fronte al giudice Torkjel Nesheim che aveva prorogato la detenzione preventiva nel carcere di massima sicurezza di Ila, a pochi chilometri dalla capitale. Breivik aveva ammesso di essere l'autore del duplice attacco ma si è rifiutato di dichiararsi colpevole, sostenendo che le sue azioni sono state «atroci ma necessarie». Se questa la perizia fosse confermata, ciò significherebbe che l'estremista di destra che ha ucciso 77 persone quattro mesi fa non può essere condannato a una pena detentiva, ma deve essere internato in una struttura psichiatrica.

 
GLI ESPERTI - I due psichiatri, Synne Serheim e Torgeir Husby, hanno consegnato la loro relazione oggi al tribunale di Oslo. Le conclusioni devono ufficialmente essere rivelate dalla procura durante una conferenza stampa. Secondo questi esperti, Breivik soffriva di «psicosi», una condizione mentale che avrebbe alterato la sua capacità di giudizio prima e al momento degli attacchi.
La loro relazione di 240 pagine deve essere esaminata da una Commissione medico-legale che dovrà assicurarsi che abbia rispettato tutti i requisiti professionali. L'ultima parola sulla responsabilità penale di Behring Breivik spetterà comunque al tribunale, che però generalmente segue le raccomandazioni degli esperti.
 
Redazione Online29 novembre 2011 | 15:39

I Beagle e il terrore della «libertà»

Corriere della sera

Primi passi sul prato dopo anni in gabbia. Difficoltà e coraggio
di 72 cani da laboratorio

Suicidio assistito in Svizzera Il triste addio di Lucio Magri

La Stampa

Il fondatore de "Il manifesto"sovvriva da anni di depressione


È stata una scelta radicale quella di Lucio Magri, 79 anni, fondatore del Manifesto e storico leader della sinistra: il suicidio assistito in Svizzera, per uscire per sempre dalla terribile depressione che lo aveva colpito dopo la morte della moglie.

Il suo giornale, "il Manifesto", racconta  l’ultima scelta: «La vita gli era diventata insopportabile, sia sul piano politico che su quello personale, specialmente dopo la scomparsa della sua compagna». Magri se ne è andato così ieri sera, a 79 anni (era nato a Ferrara il 19 agosto del 1932), venti anni dopo la fine del Pci, il "Gran Partito" che nel 1970 lo aveva radiato insieme allo storico drappello de "Il manifesto".


 Di quel gruppo dissidente Magri era tra i più intellettualmente raffinati. Il suo ultimo atto pubblico è stato, pochi mesi fa, proprio ricordare i venti anni dalla morte del Pci, partito a cui aveva dedicato una personalissima ricostruzione storica che prende il titolo da una poesia di Bertold Brecht: «Il sarto di Ulm». Lo aveva concluso, con fatica ma con una scrittura densa, meditata e alta, come ultimo atto d’amore verso il partito e verso la sua amatissima Mara, la compagna morta tempo fa.

«Il sarto di Ulm» è infatti un bilancio d’amore verso l’idea centrale della vita di Magri - il comunismo - e come tutti i bilanci contiene le ragioni dell’altro filtrate dalla densità regalata dagli anni. Ma non si tratta di una autobiografia. La scelta di quel titolo non fu né casuale né senza un preciso significato: il celebre apologo di Brecht era stato evocato da Pietro Ingrao quando Achille Occhetto, nel novembre del 1989, volle dissociare il Pci dal comunismo che stava crollando proprio in quelle settimane.

Il sarto di Ulm era un artigiano di nome Albert Ludwig Beblinger che già nel 1592 sosteneva di aver inventato un apparecchio che permetteva ad ogni essere umano di volare. Il vescovo della città lo invitò a provare pubblicamente la sua scoperta lanciandosi dal campanile della città. Lo schianto fu mortale e il vescovo sentenziò: «Mai l’uomo volerà». L’apologo-titolo utilizzato da Magri per raccontare il contrastato amore con il comunismo era polemicamente chiaro dato che l’essere umano, tre secoli dopo l’avventura solitaria del sarto di Ulm, era riuscito a volare.

Un modo per dire che se il comunismo del XX secolo, così marchiato dalle stigmate del secolo, si è schiantato al suolo, il futuro dell’ideale e di quel nome non è esaurito con la fine di una esperienza storicamente determinata. Per raccontare questa metafora però Magri stila il suo personale bilancio non nei cieli delle idee o attraverso ripensamenti teorici ma riattraversando con tanti episodi, nodi, date, fatti, volti e grazie ad una rigorosa «disciplina della memoria». Si tratta di una serie di «nodi», di «biforcazioni» che se valutate adeguatamente all’epoca avrebbero evitato lo schianto del 1991.

Un esempio: nel 1962 Magri si prese i duri rimbrotti dei vertici del partito per aver richiamato l’attenzione, ben prima di Pasolini, sulla forza della «rivoluzione passiva» avviata dalla diffusione del consumismo neo capitalista. Il fascino di quel complessivo bilancio che è insieme politico ed umano è che è condotto in mare aperto non avendo più porti dove tornare, rotte da seguire, approdi da raggiungere. Magri venne emarginato dal Pci dopo l’XI Congresso, quello del 1966 insieme a quel piccolo gruppo di giovani che ruotavano attorno a Pietro Ingrao e e che rappresentavano la ’sinistrà del partito.

La sue scelte, influenzate fortemente dal contesto internazionale con l’emergere della esperienza cinese, lo portarono alla rottura insieme a Rossanda, Natoli, Pintor, Castellina ed altri. Si spese prima per la nascita del quotidiano (che era la non scontata evoluzione del mensile teorico-politico) e poi nella nascita del Pdup, fondato nel 1974. Nel 1984 tutto il partito era rientrato nel Pci.

Quando nel 1991 Occhetto cambiò il Pci in Pds Magri aderì al Partito di Rifondazione comunista, fondando una piccola corrente interna. Nel giugno del 1995 la sua corrente lasciò il partito per sostenere il governo Dini e divenendo Movimento dei Comunisti italiani. Negli ultimi tempi ai più intimi dichiarava solo una volontà: raggiungere M

Sono già 30 gli italiani che nel 2011 hanno bussato alle strutture svizzere che offrono la dolce morte, cioè un’assistenza al suicidio. Diciotto di questi sono stati "convogliati" alla clinica Dignitas di Zurigo dall’associazione Exit Italia, che si pone come tramite tra gli italiani che hanno deciso di ricorrere al suicidio assistito e la struttura sanitaria svizzera dove questo è permesso, con l’assistenza dei medici.

La scelta eutanasica di Magri ha scatenato inevitabili polemiche tra chi chiede di rispettare comunque la sua volontà e chi attacca la strada della «dolce morte». Critica Paola Binetti (Udc): «Rispetto la persona, ma mi auguro che questa scelta non diventi un modello». Resta, dice, «il mistero della libertà umana», ma «mi auguro che non ci sia il fenomeno del contagio di quando certe scelte sono compiute da un uomo pubblico». Per Gaetano Quagliarello (Pdl), «non è possibile pretendere che scelte personali, che ritengo in contrasto con il diritto naturale, le compia lo Stato».

Si dice «molto addolorato» l’ex ministro Gianfranco Rotondi, che però aggiunge: «Onestamente non riesco a nascondere il rammarico per una scelta che non posso comprendere, ma della quale è opportuno non parlare per evitare che il dibattito ideologico si sovrapponga al doveroso omaggio che la democrazia italiana deve a questo protagonista assoluto della vicenda democratica italiana».

Difendono invece la scelta di Magri Mina Welby e Beppino Englaro, protagonisti a loro volta di scelte drammatiche: per la moglie di Piergiorgio Welby «la scelta dell’individuo è l’unica cosa che conta», quindi «non ci sono critiche da fare, solo massimo rispetto». È d’accordo il papà di Eluana: «Nessuno può entrare nella coscienza di una qualsiasi persona. Questo signore evidentemente ha esercitato il primato della sua coscienza. È tutto lì. E tutto si riassume in queste parole, nel primato della coscienza personale, che non può essere messo in discussione da nessuno sulla faccia della terra».

E se Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, dice di provare «un profondo sentimento di pietà per la drammatica decisione di Lucio Magri di togliersi la vita», la radicale Antonietta Farina Coscioni attacca: «Magri riteneva intollerabile vivere, per porre fine al suo dolore, ha però dovuto "emigrare", un viaggio con un biglietto di sola andata, in Svizzera. Questo perchè viviamo in un Paese dove vige una regola ipocrita, quella del "si fa ma non si deve dire"».

Messaggi tra clan sulla via derackettizzata

Corriere del Mezzogiorno

La scritta comparsa su una panchina all'esterno del Mav in via IV Novembre, strada simbolo della lotta al pizzo



NAPOLI - «Birra merda». È scritto con uno spray nero sulle panchine all'esterno del Mav, sede della locale associazione antiracket. Il museo, che da poco ha inaugurato le installazioni in 3d, si affaccia su via IV Novembre di Ercolano, strada meglio nota come «derackettizzata». Si tratta della via in cui i commercianti si sono ribellati ai signori del pizzo e si sono costituiti parte civile contro gli estorsori.
 
Le scritte apparse sono chiaramente contro il clan Birra, a firmarle, però, sono i «simpatizzanti» del clan rivale. Sulla panchina accanto, infatti, si legge «Rione Ponte», roccaforte degli Ascione-Papale. Stesse parole sulle parti del Mav, da poco tinteggiate e sui cartelli pubblicitari.
 
Rachele Tarantino
28 novembre 2011

Faccio il deputato, una vita da cani Si guadagna poco: 4400 euro al mese»

Corriere del Mezzogiorno

Pisacane (Pid): «Per ascoltare gli elettori troppe spese. Se tornassi a fare il medico avrei redditi più alti»



Michele Pisacane
Michele Pisacane

 
NAPOLI – «Lo stipendio è troppo basso, è poco». Michele Pisacane, deputato e sindaco di Agevola, lamenta scarsi redditi per la sua attività politica. Fondatore con Saverio Romano del Pid, dopo essere passato per l’Udeur, Udc, un tentativo di avvicinamento fallito al Pd, e nel Misto, Pisacane dice, nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24, di guadagnare come deputato «solo» 4.412 euro.
 
Troppo pochi a suo dire, anche perché spiega: «Per ascoltare gli elettori si hanno delle spese, bisogna avere segreterie politiche, segretari, accendere la luce, usare il telefono. Se io tornassi a fare il mio mestiere di medico guadagnerei di più». «Certo, - aggiunge - con le indennità si arriva a circa 12 mila euro al mese ma con uno stipendio così, se devi sottrarre i soldi che dai ai tuoi figli, i contributi per la mia professione e le spese per la politica, alla fine ne rimangono solo la metà, seimila euro».
 
«VITA DA CANI» - «Mi sento penalizzato - insiste Pisacane - prendo poco, io lavoro veramente. Vado avanti e indietro, faccio una vita da cani. Per portare a casa che cosa? Per ricevere certe telefonate ed essere additati come la Casta? Provate a chiamare al telefono la vera Casta, quella che ha sobillato il Parlamento, distrutto la politica e il Parlamento, quelli che sono adesso al governo...». Al suo di reddito Pisacane può sommare tuttavia quelli di sua moglie, Annalisa Vessella, consigliere regionale in Campania, e da luglio, su nomina dell’ex ministro dell’Agricoltura Romano, presidente dell’Isa (l’istituto per lo sviluppo agroalimentare).

 
«TRA ME E MIA MOGLIE ENTRANO 30MILA EURO» - «Sì, io e mia moglie (consigliere regionale in Campania, ndr) insieme prendiamo circa 30 mila euro di stipendio netti al mese - dice ancora Pisacane - ma non vedo qual è il problema. Io non prendo nè finanziamenti nè tangenti e dunque questi soldi che io guadagno se devo poi investirli nella politica sono – aggiunge ancora - pochi».
 
A proposito invece della vicenda che vede coinvolta proprio sua moglie, nominata a capo di un istituto statale sebbene fosse già consigliere regionale, Pisacane non vede alcuna incompatibilità. «Finchè la legge lo consente...», dice. Anche perché, aggiunge: «fino a quando le cose sono giuridicamente a posto, è tutto a posto».
 
Fr. Par.
28 novembre 2011
(ultima modifica: 29 novembre 2011)

Siria, documento choc sulla repressione «Bambini torturati fino alla morte»

Corriere della sera

Da Usa e Ue appello congiunto al governo di Damasco: «Fermare subito le violenze»

 
MILANO - Bambini torturati, anche fino alla morte, abusi sessuali, detenzioni arbitrarie, uso eccessivo della forza e altri atti «inumani»: è questo l'inferno della repressione in Siria ad opera delle forze militari e di sicurezza descritto nel rapporto presentato lunedì i a Ginevra dalla Commissione internazionale di inchiesta indipendente, istituita in agosto dal Consiglio diritti umani dell'Onu. Per gli autori del rapporto - incaricato di indagare sulle violazioni in Siria dal marzo 2011 - le forze di sicurezza e militari hanno commesso «crimini contro l'umanità» nella repressione che secondo l'Onu ha fatto oltre 3.500 morti.
 
LE TESTIMONIANZE - La diffusione e la natura sistematica delle violazioni è tale che non sarebbe stata possibile senza il consenso delle più alte sfere dello Stato, ha affermato il presidente della Commissione, il professore brasiliano Paulo Pinheiro. Il documento di 39 pagine denuncia l'uso eccessivo della forza contro i manifestanti scesi in piazza contro il regime. Testimonianze riferiscono di ordini di sparare per uccidere, della presenza di cecchini, mentre diversi disertori hanno assistito all'uccisione di commilitoni che rifiutavano di eseguire gli ordini. Altri disertori hanno raccontato di aver ricevuto l'ordine di sparare senza preavviso.

 
STUPRO E MASSACRO DI BAMBINI - Un totale di 256 bambini e minori sarebbero stati uccisi dal 9 novembre, afferma il rapporto che riferisce anche il caso di una bambina di due anni uccisa a Al Ladhiqiyah, in agosto, da un ufficiale per «evitare che da grande diventasse una manifestante». La tortura, anche letale, è stata inflitta a civili sospettati di simpatizzare con la protesta, senza tenere conto del loro genere o età, ha detto Pinheiro.
 
«Anche i bambini sono stati torturati, alcuni fino alla morte», si legge nel rapporto che riferisce testimonianze di uomini che hanno affermato di aver subito stupri anali con manganelli e di aver assistito a stupri di ragazzini. Un uomo di 40 anni ha detto di essere stato testimone dello stupro di un undicenne da parte di tre uomini dei servizi di sicurezza.
 
«PROTEGGERE LA POPOLAZIONE» - Il rapporto chiede al governo siriano di porre immediatamente fine alle gravi violazioni di diritti umani, di avviare un'inchiesta rapida, indipendente e imparziale, garantire l'accesso ad osservatori e alla Croce rossa internazionale. E alla comunità internazionale di appoggiare gli sforzi per proteggere la popolazione siriana e «sospendere la fornitura di armi ed altro materiale militare a tutte le parti». Le autorità di Damasco non hanno mai autorizzato la Commissione a recarsi in Siria, malgrado le ripetute richieste. Informazioni di prima mano sono state raccolte presso vittime e testimoni, 223 in tutto, tra cui anche disertori.
 
L'APPELLO - Gli Usa e l'Ue hanno chiesto insieme al governo siriano di «porre fine immediatamente alle violenze» nel Paese, in una dichiarazione congiunta al termine dell'incontro alla Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e i vertici europei Herman Van Rompuy e Jose Manuel Barroso «Abbiamo chiesto al governo siriano», anche di «consentire l'immediato ingresso di osservatori per la difesa dei diritti umani e di consentire una pacifica e democratica transizione».
 
28 novembre 2011 (modifica il 29 novembre 2011)

Quirinale, una grande mostra racconta i 150 anni dell'Unità d'Italia visti dai presidenti

Corriere della sera

Immagini e oggetti come icone della memoria collettiva: il quadro della regina, la Lancia 335, il potere in abito di gala


ROMA - Nel Cortile d'Onore c'è la famosa Lancia Flaminia modello 335 presidenziale del 1961, decappottabile, un'icona della memoria collettiva degli italiani, legata com'è all'immagine di tutti i capi di Stato. E poco prima ecco la berlina dorata di gala del 1877 usata dai sovrani Savoia. Parte da quei due mezzi di trasporto, usati da re e da presidenti, il viaggio della mostra «Il Quirinale. Dall'Unità d'Italia ai nostri giorni» che si apre domani, 30 novembre, per chiudere il 17 marzo e allestita tra il Cortile d'Onore e le sale del Piano Nobile del Palazzo più famoso d'Italia.


È il contributo concreto e visibile della presidenza della Repubblica alle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Come spiega il presidente Giorgio Napolitano nell'introduzione, questa mostra «vuole rendere l'immagine e il senso dell'impulso e dell'influsso che dal Quirinale si sono trasmessi al corpo vivo delle istituzioni e della società nell'età monarchica e nell'età repubblicana». Un racconto che segue, sottolinea Napolitano, «il succedersi dei re e dei presidenti che da capi di Stato hanno vegliato, nella buona e nella cattiva sorte, sul farsi e sul crescere del nostro Stato nazionale unitario».
 
La mostra, esplicitamente destinata al vasto pubblico popolare e soprattutto alle scuole e ai più giovani, propone un corposo apparato di audiovisivi con materiali d'epoca (per esempio, a ciascun presidente della Repubblica è dedicata una tappa multimediale con schermi che mostrano foto e filmati accanto a riproduzioni di pagine di giornali). Ma non rinuncia ad accontentare la curiosità dei visitatori, proponendo momenti anche spettacolari: per esempio il grande ritratto della regina Margherita, consorte di Umberto I, con l'abito da Corte del 1880. O il cannocchiale usato da Vittorio Emanuele III durante la Prima guerra mondiale. L'incredibile olio su tela affollatissimo di personaggi riconoscibili e identificati che ricostruisce la visita di Vittorio Emanuele III e della regina Elena a Parigi nel 1904.
 
O le bandierine che sventolavano sulle auto per indicare la presenza del sovrano così come accade oggi con i presidenti della Repubblica. La mostra - promossa dal Segretariato generale del Quirinale e organizzata in collaborazione con l'associazione Civita - è allestita da Luca Ronconi e curata dal professor Louis Godart, Consigliere del presidente della Repubblica per gli Affari culturali, e da Paola Carucci. In tutto, 1550 documenti sulla storia del palazzo del Quirinale, dalla sua costruzione a oggi. Squisito, nella sua precisione, il progetto per il Torrino del 1584, che porta la firma del Mascarino, ovvero Ottavio Nonni.
 
Poi la benedizione notturna di Pio IX nella tempestosa stagione del 1848, e che descrive l'entusiasmo popolare per la concessione dello Statuto da parte del pontefice. Mobili rarissimi, quasi tutti provenienti dalle regge preunitarie delle altre dinastie italiane restate senza trono (Pio IX lasciò il Quirinale vuoto a Vittorio Emanuele II alla fine del 1870): davvero stupefacente il cassettone in legno, avorio, madreperla, tartaruga, ottone e bronzo di quell'autentico genio dell'ebanisteria che fu Pietro Piffetti. Quindi un Palazzo che racconta la propria vicenda perché «Casa comune degli italiani», e non come un luogo dove abita un potere lontano.
 
Paolo Conti29 novembre 2011 | 12:00

Usa: morta l'unica figlia di Stalin

Corriere della sera

Svetlana Stalina è deceduta a 85 anni a Richland Center nel Wisconsin dove viveva sotto il nome di Lana Peters


MILANO - Svetlana Stalina, unica figlia femmina di Josif Stalin, è morta negli Stati Uniti all'età di 85 anni il 22 novembre. Lo ha reso noto il New York Times citando le autorità dello stato del Wisconsin, dove la donna viveva, a Richland Center.
 
LA VITA - Lo stesso giornale nota come la morte di Svetlana, che da anni si faceva chiamare Lana Peters, sia avvenuta lontano dall'attenzione pubblica. Alcune indiscrezioni erano comparse nei giorni scorsi su internet, ma avere la conferma è stato difficile. Persino le pompe funebri che con ogni probabilità hanno organizzato il funerale si sono rifiutate di confermare o smentire la notizia. Svetlana lasciò l'Urss nel 1967. Prima andò in India e poi negli Usa, dove sposò un architetto americano, Wesley Peters, morto nel 1991, dal quale, all'età di 46 anni, ebbe una figlia, Olga.

 
IN GRAN BRETAGNA - Nel 1982 con la ragazza di trasferì in Gran Bretagna, poi tornò per un breve periodo a Mosca ed, infine, nel 1987, ottenne un permesso permanente di residenza nel Regno Unito, dove ha vissuto anche in un ostello per poveri a Londra. In diverse occasioni, dopo la fuga da Mosca, affermò di odiare il suo passato e di sentirsi schiava di circostanze straordinarie.
 
Per tagliare definitivamente i ponti con il passato, e con il famigerato nome del padre, scrisse due autobiografie, che hanno avuto grande successo. «Non puoi rammaricarti per il tuo destino», disse una volta, aggiungendo «ma io mi rammarico del fatto che mia madre non abbia sposato un falegname».
 
Redazione Online29 novembre 2011 | 12:04

Orrore in Francia , padre uccide figlio di tre anni mettendolo nella lavatrice. Per punizione

Corriere della sera

Il genitore assassino in manette. Arrestata anche la moglie per non aver impedito la violenza. Non era la prima volta


MILANO - Si era comportato male all'asilo, per questo il piccolo Bastien, tre anni, è stato chiuso nudo in lavatrice da suo padre Christophe Champenois, 33 anni, che ha poi avviato la macchina. Il piccolo è stato recuperato dalla madre Charlene ormai senza vita. Un orrore che si è consumato nella cittadina di Germigny-l'Eveque nella Seine-et-Marne. Entrambi i genitori sono stati immediatamente arrestati, lui per assassinio di minore, lei , 25 anni, per non aver impedito la tragedia.


LA SORELLINA MAUD - Secondo quanto riportano i vicini la madre sarebbe corsa con il bimbo in braccio ormai morto a chiedere aiuto dicendo che era caduto per le scale. A raccontare la verità è stata invece la figlia Maud di cinque anni che aveva visto il fratellino mentre veniva tirato fuori, già morto, dalla lavatrice. La ragazzina aveva cercato di parlare a Bastien e il padre l'aveva aggredita. Secondo i racconti di Maud non era la prima volta che Bastien veniva punito in questo modo: questa volta però il castigo della lavatrice è risultato fatale.
 
Redazione Online28 novembre 2011 (modifica il 29 novembre 2011)

Londra, insulti razziali sul bus: arrestata

Corriere della sera

Giovane madre britannica attacca immigrati di colore e non, la scena filmata e mandata su You Tube


MILANO - «Cosa è successo a questo Paese? Pieno di persone di colore e pieno di m..... polacchi». «Tu non sei inglese, sei nero. No, nemmeno tu sembri inglese. Lei non è inglese. Nessuno di voi è inglese. (...) Tornate da dove siete venuti». Queste frasi, condite da epiteti volgarmente dispregiativi, escono dalla bocca di una giovane madre inglese seduta col suo bambino su un tram londinese affollato di passeggeri ai suoi occhi «non inglesi». Lo scioccante video di due minuti e mezzo è diventato un caso; la donna è stata nel frattempo arrestata.


ESTERNAZIONI RAZZIALI - Cronache di ordinario razzismo: la scena è stata catturata col cellulare da un passeggero sulla linea di superficie Croydon-Wimbledon, a sud di Londra. Pubblicato domenica sera su YouTube col titolo «My Tram Experience» il video è stato già cliccato oltre 2 milioni di volte. Protagonista della sequenza è la 34enne Emma West di New Addington, seduta sul mezzo pubblico con suo figlio in grembo.

Visibilmente infastidita dai tanti lavoratori stranieri a bordo inizia ad insultare tutti ad alta voce. «Tornate nei vostri Paesi», brontola la giovane madre sotto gli occhi inorriditi dei pendolari. In un primo momento nessuno sembra prestarle attenzione, poi qualcuno reagisce alle esternazioni xenofobe e razziste.
 
L'ARRESTO - La tensione sale quando la 34enne si scaglia contro una passeggera di colore dicendole di «tornarsene in Nicaragua». Questa replica: «Se non fossimo venuti qui, voi non avreste gente per lavorare, noi dobbiamo fare il vostro lavoro». Il filmato ha fatto subito il giro della Rete, rilanciato da Twitter e poi ripreso dagli organi d'informazione. Prontamente è intervenuta la polizia ferroviaria britannica (BTP) che ha avviato un’indagine. Nel frattempo ha fatto sapere di «aver identificato e fermato la donna sospettata di reato contro l'ordine pubblico aggravato da discriminazione razziale».
 
Elmar Burchia29 novembre 2011 | 13:09

Conflitto d'interessi? Saremo trasparenti»

Corriere della sera


Giurano viceministri e sottosegretari, completata la squadra di governo. Monti: «Siamo un gruppo snello e forte»



MILANO - «Bisogna stare attenti a parlare di conflitto di interessi, in ogni caso noi saremo di una trasparenza assoluta». Il presidente del Consiglio, Mario Monti, a margine del giuramento dei viceministri e dei sottosegretari - passaggio che di fatto completa la squadra di governo - ha scelto di non girare attorno ad una delle questioni più volte sollevate nei confronti dell'esecutivo.
 
Ha spiegato che le precedenti esperienze nella società civile non devono essere viste negativamente e che anzi molti di coloro che hanno deciso di accettare gli incarichi lo hanno fatto mettendo da parte trattamenti economici superiori alle indennità ministeriali e le proprie occasioni di carriera. Molti, ha evidenziato il professore, hanno accettato l'incarico di governo «per spirito di servizio» nei confronti del Paese.
 
Trattandosi poi di un governo tecnico, ha spiegato Monti, per far entrare in squadra alcune personalità «ho dovuto esercitare opera di convincimento, e questo vale anche per alcuni ministri». In ogni caso, ha sottolineato ribadendo che il suo è «un governo di impegno nazionale», «cercheremo di essere al servizio del Paese, del Parlamento e delle forze politiche».

«AIUTEREMO L'ITALIA» - Quanto all'attività dell'esecutivo, ha precisato Monti, il governo «si pone al servizio del Parlamento» che «sarà un punto di riferimento costante». «Aiuteremo l'Italia ad uscire da questa situazione difficile - ha detto ancora - e aiuteremo le forze politiche» a ritrovare un clima «di riconciliazione con l'opinione pubblica». Monti ha poi spiegato che il ritardo nella definizione del governo è dovuto al fatto che «le condizioni di emergenza non mi hanno consentito di dedicarmi 24 ore su 24 alla composizione della squadra».

D'ANDREA E GRILLI - Sulle polemiche per la nomina di un ex parlamentare all'interno di un esecutivo tecnico, Monti ha evidenziato che aveva lasciato alle forze politiche la possibilità di indicare, per gli incarichi di sottosegretari per i Rapporti con il Parlamento, sia tecnici sia persone con esperienze parlamentari pregresse e che le due principali forze politiche hanno compiuto due scelte diverse.
 
L'intervento ha fatto seguito alle polemiche riportate dalla stampa e legate alle proteste del Pdl, che ha polemizzato sulla nomina di Giampaolo D'Andrea, ex deputato della Margherita e già sottosegretario nel governo Prodi. Ha infine precisato che il vice ministro all'Economia, Vittorio Grilli, sarà «permanentemente invitato ad assistere al Consiglio dei ministri». Grilli è di fatto il vice dello stesso Monti nel dicastero di via XX Settembre di cui il premier ha mantenuto la gestione ad interim.

IL RAPPORTO CON I PARTITI - In generale, ha poi concluso Monti, va rimarcato che con le forze politiche c'è «un rapporto costruttivo, con una innovazione statico-dinamica». «Abbiamo la fiducia di forze politiche che fino a ieri erano in perenne dissenso - ha commentato -. Apprezziamo il loro sforzo. Con loro in ogni momento ci sarà un rapporto essenziale, costruttivo. Abbiamo veramente molto rispetto per le forze politiche».

 
Redazione Online29 novembre 2011 | 12:05