sabato 12 novembre 2011

Alla guida con il telefonino: pizzicato un altro autista dell’Atac

Il Messaggero


di Elena Panarella

ROMA - Non è davvero un buon periodo per gli autisti dell’Atac. I passeggeri scrutano, osservano con attenzione tutti i loro comportamenti. E i filmati finiti sul web negli ultimi mesi sembrano non essere serviti a nulla: un altro conducente, infatti, è stato beccato mentre guidava al telefono nel traffico della Capitale. La linea questa volta è la 116, il piccolo autobus elettrico che parte da Porta Pinciana per attraversare il Centro storico. Nel video l’autista è impegnato a conversare al cellulare mentre percorre via Veneto. Fa una sosta per caricare i passeggeri a bordo (alla fermata Piazza Barberini) e poi riparte. www.ecoseven.net ha ripreso tutto.



«Visto che siamo affezionati alla mobilità sostenibile spessissimo saliamo a bordo degli autobus alimentati a elettricità o metano - spiegano dal portale ambientalista - Di fronte a video del genere non smetteremo di indignarci. Non smetteremo di indignarci di fronte a chi guida i mezzi pubblici senza pensare alla incolumità altrui. Come se fosse seduto sul divano di casa invece che stare sul posto di lavoro». Eppure le regole ci sono, e parlano chiaro: «È severamente vietato per i conducenti fare uso di dispositivi mobili mentre si è alla guida, salvo se collegati a un auricolare ed esclusivamente per impellenti ragioni di servizio, esclusivamente per un tempo limitato e senza pregiudizio per la sicurezza». Basterebbe solo rispettarle.

In questi giorni si parla molto di Atac a Roma. L’aumento delle tariffe, così come è successo già a Milano, sta toccando anche la Capitale. Il biglietto costerà 1,50 euro e le polemiche, da quando questa notizia è diventata ufficiale, sono dilagate in tutta la città. «A giudicare dal servizio che si offre, difficile essere propensi ad un aumento del prezzo del biglietto», dicono alcuni passeggeri.

Alcuni mesi fa un altro autista, sulla stessa linea, è stato aggredito per essere andato in bagno. «Interruzione di pubblico servizio», gli hanno gridato. L’uomo, arrivato al capolinea di Porta Pinciana per iniziare il suo turno con alcuni minuti di anticipo, si era recato alla toilette. Al suo ritorno è stato accusato da alcuni passeggeri di «essersela presa comodamente». I passeggeri che hanno insultato l’autista non sono voluti salire nemmeno sul bus giunto dopo circa 15 minuti, ma hanno atteso un terzo veicolo. Una settimana prima un altro autista, sempre del piccolo bus elettrico 116, era stato al centro dell’attenzione per aver fatto scendere i viaggiatori e essere andato a prendere la fidanzata con il mezzo pubblico. «L’uomo - riferì un testimone - aveva giurato al telefono a una donna, chiamandola amore, che sarebbe andato a prenderla. Subito dopo ci ha fatto scendere».

Sabato 12 Novembre 2011 - 11:36    Ultimo aggiornamento: 14:57




Powered by ScribeFire.

Nadia Comaneci, i 50 anni della farfalla che stregò la ginnastica e il mondo

Il Mattino

Suo il primo “10” nella storia delle Olimpiadi, a Montreal: «Realizzai che la mia vita poteva cambiare per sempre»




di Roberto Faben

ROMA - Lei, forse, era già consapevole da tempo di aver raggiunto un controllo pressoché completo dei propri movimenti e un’eleganza nel volo e nel volteggio, incredibilmente simili a quelli di una delle creature più leggiadre, la farfalla. Ma ciò che non sapeva, in quel 18 luglio 1976, mentre si apprestava a compiere la prova alle barre asimmetriche, ai Giochi olimpici di Montréal, Canada, era che quel suo esercizio, e molti altri che seguirono, non solo erano destinati ad eleggerla come la più grande ginnasta di tutti i tempi, ma avrebbero lasciato, come un graffito in una roccia, una traccia incancellabile nella memoria generazionale, oltre che nella storia dello sport.

All’epoca, fratelli, cugini, amici, si lasciavano andare alla moda dell’eskimo e degli Inti-Illimani, la disco-music dilagava fra Bee Gees, Donna Summer e il Johnny Wakelin di In Zaire, e l’Italia era scossa dal tremendo sisma del Friuli, dalle mitragliette Skorpion delle Br, dalle Molotov e dai sampietrini nelle nascenti rivolte studentesche. L’eskimo, oggi, l’hanno scordato più o meno tutti, mentre i Bee Gees e Donna Summer tornano come surreali in trasmissioni di broadcast radiofonici sull’archeologia del pop-rock in orari antelucani. Per Nadia Comaneci però, la ragazzina prodigio venuta dalla Romania, la libellula dell’oltre-cortina, è diverso.




Come si possono dimenticare le immagini nelle tivù in bianco e nero, provenienti dal lontano nord-America in Mondovisione, che, in quei pomeriggi di luglio del 1976, mentre i nonni attendevano il Telegiornale delle 17 e le zie cucivano una gonna con una macchina Singer a pedali, mostravano una poco più che bambina di 14 anni, dell’altezza di 1 metro e 56 e del peso di 39 chilogrammi, con frangetta scura e tutina bianca (numero 73), che eseguiva avvitamenti, capriole e salti all’indietro dalla circonferenza impeccabile come un cerchio di Giotto, con la naturalezza di un lepidottero in cerca di polline sulle dalie del giardino? Anche chi, come la maggior parte dei telespettatori generalisti, di ginnastica ne sapeva poco, capiva che stava assistendo ad un evento memorabile.

Quel 18 luglio 1976 fu un giorno storico nella storia delle Olimpiadi: i giudici di gara, esterrefatti di fronte all’esibizione della ginnasta alle parallele asimmetriche, attribuirono alla sua prestazione il massimo punteggio. Sui display, il pubblico, commosso, comprese presto che quell’“1.00” in numeri al quarzo arancio, era in realtà un “10.00”, valutazione mai prima conferita ad un’atleta ai giochi olimpici. Quando il “perfect ten” fu replicato, per altre 6 volte, la World Gymnastic Federation decise di sostituire i segnapunti ufficiali, che fino ad allora neppure contemplavano l’assoluta perfezione, fermandosi a tre cifre (9.99).



Ai giochi olimpici di Montréal, blindati dopo l’attentato del 1972 dei fedayn palestinesi alla squadra israeliana a Monaco, per Nadia Elena Comaneci, furono tre medaglie d’oro (individuale, parallele e trave), insieme ad una d’argento (competizione a squadre) e una di bronzo (corpo libero). Seguirono altri due ori (corpo libero e trave) a Mosca nel 1980 (le Olimpiadi boicottate dagli Stati Uniti in piena guerra fredda), 2 ai campionati mondiali di ginnastica artistica, 9 a quelli europei e 5 alle Universiadi di Bucarest del 1981, l’anno del suo addio all’agonismo.

La storia di Nadia – nome scelto dalla madre Stefania, dal russo Nadezhda,
che significa “speranza” – che oggi festeggia il suo cinquantesimo compleanno, essendo nata il 12 novembre 1961, poco meno di 3 mesi dopo l’avvio della costruzione del Muro di Berlino, s’intreccia, inevitabilmente, con quella del blocco comunista. Nel 1965, quando Nadia aveva 4 anni, la cittadina nella quale venne alla luce, Onesti, nella regione della Moldavia rumena, distretto di Bacau, assunse la denominazione di Gheorghe Gheorghiu-Dej, tiranno vicino a Stalin. Nello stesso anno, Nicolae Ceausescu, fu nominato Segretario generale del Partito comunista rumeno, succedendo allo stesso Gheorghiu-Dej e diventando, nel 1967, dominatore assoluto della Romania. Mentre ciò accadeva, Nadia, bambina, era attratta da giochi aerei e volteggi: fu notata dal coach Béla Karolyi, che ne aveva decifrato il talento, e con il suo consenso iniziò ad allenarla.



Nel 1970 fu la più giovane ginnasta a vincere i campionati nazionali rumeni
, e, in un crescendo entusiasmante, vinse molti ori anche in varie competizioni internazionali negli anni a seguire, fino ad ottenere il primo “10.00”, nel marzo 1976, al Madison Square Garden di New York (evento, anche questo, senza precedenti), e ad essere nominata dall’United Press International, “Atleta dell’anno 1975”. La massima consacrazione, tuttavia, avvenne a Montréal 1976. Indimenticabili restano i suoi duelli con le altre grandi della specialità, la Mukhina, la Shaposhnikova, la Davydova. Poi, venne l’inevitabile utilizzo strumentale, da parte del regime di Ceausescu, della nuova icona nazionale, nominata “Eroina del Lavoro Socialista”. Il mito si espanse, dalla segretissima e spartana Bucarest, a tutto il pianeta. Ma i tentacoli del Conducator e dei suoi più stretti congiunti vollero, in pieno e truce stile “soviet”, legare le ali di una farfalla che, attraverso una fuga rocambolesca attraverso il confine magiaro, riuscì a riprendere il suo volo, verso l’America.

Ciò accadde, paradossalmente, nel novembre 1989, poche settimane prima della caduta di Ceausescu, poi drammaticamente giustiziato, con la consorte Eléna, a Targoviste, il giorno di Natale. Poté così abbracciare Bart Conner, l’atleta olimpionico (anche lui pluri-decorato nella ginnastica) con cui si unì in matrimonio, a Bucarest, il 27 aprile 1996, dal quale ebbe un figlio, Dylan Paul. La favola moderna della libellula meravigliosa riuscita a sopravvivere ai labirinti neri della nomenklatura, ebbe così un felice compimento. Fu l’unica atleta ad essere insignita per due volte dell’Ordine olimpico (1984 e 2004) e in Romania è una stella ancor più brillante di quelle del tennista Nastase e del calciatore Hagi. I suoi metafisici volteggi riappaiono talvolta in qualche spezzone televisivo, ora depurati dalla propaganda comunista, metti in un’area di servizio sull’autostrada Bucarest-Costanza, mentre mettono Natalie di Julio Iglesias. Oggi Nadia Comaneci vive a Oklahoma City, negli Stati Uniti. Attraverso la gentile intercessione dell’amico Paul Ziert, Ceo della Paul Ziert Associates, ha risposto alle nostre domande.



Mrs Comaneci, rivedendo il suo primo “10” a Montréal 1976, continuiamo ad essere rapiti e a commuoverci per l’incredibile grazia dei suoi volteggi. Cosa ricorda di quel giorno?

«Quando lessi “1.00” sul segnapunti, davvero non pensavo che quel punteggio nell’esercizio alle barre asimmetriche della routine obbligatoria, in realtà, fosse il primo “10.00” nella storia dei Giochi olimpici. Poi, immediatamente, realizzai che quel risultato poteva cambiare la mia vita per sempre. All’epoca avevo solo 14 anni e credevo semplicemente che, per me, coltivare la ginnastica sarebbe stata un’ottima cosa per gli anni che sarebbero seguiti. Ero giovanissima e adoravo quello sport. Quel giorno, tuttavia, non avrei nemmeno lontanamente immaginato che il 10 sarebbe rimasto nella memoria futura e per questo sarei stata ricordata in futuro».

A dire il vero, Nadia, il 10 sarebbe giunto altre 6 volte. Cosa suggerisce alle giovani ginnaste di oggi, per le quali, le sue imprese, continuano a rimanere il punto di riferimento assoluto?
«Oggi è davvero difficile diventare una “stella”, anche perché le regole attuali sui punteggi, sono completamente diverse rispetto a quelle di allora, e così è, di fatto, impossibile realizzare un punteggio che rimanga scolpito nella memoria. Consiglio però alle giovani atlete di impegnarsi al massimo per manifestare la propria personalità al pubblico e, se così sarà, potranno imporsi all’attenzione generale ed essere ricordate per questo».

Sabato 12 Novembre 2011 - 14:46    Ultimo aggiornamento: 14:54




Powered by ScribeFire.

Mia figlia investita da un'auto Io multata per omesso controllo»

Corriere della sera

La bimba di cinque anni era stata urtata sul marciapiede davanti a casa. La madre: storia incredibile




La bambina di cinque anni
La bambina di cinque anni
Via Cirillo 16, zona Sempione, la famiglia Ranieri si trova nella casella della posta una raccomandata inattesa. Aperta la busta, lo stupore: 40 euro di multa. Motivo? «Non accompagnare e custodire minore in un luogo pubblico» recita la contravvenzione, che con il suo italiano un po' così sembra intendere l'esatto opposto del suo significato. Ma cos'era successo il 4 settembre, giorno del verbale? Realdo Ranieri esce di casa assieme alla figlia Anita, 5 anni e poco più. Doveva essere un'innocua passeggiata. Ma la bambina inizia a correre, e all'altezza del portone successivo, direzione via Melzi d'Eril, dal garage interno del civico 18 sbuca un'auto. La piccola viene investita. E il suo piedino rimane incastrato sotto la ruota anteriore della Panda, con al volante una donna di mezza età.

Tragedia sfiorata. I vicini accorrono, allarmati dai pianti della piccola. Il piede è ancora lì, perché nella concitazione del momento la donna non sa cosa fare. L'uscita dal garage è in salita e lei non può vedere ciò che accade. Papà Realdo, allora, la fa arretrare di quel tanto che basta per liberare la piccola. Disperata, la donna scende dalla macchina. Arriva l'ambulanza. Anita viene portata al Fatebenefratelli con il piede gonfio a causa dello schiacciamento. Dopo due settimane di riposo, tutto sarebbe tornato alla normalità. Niente constatazioni amichevoli né assicurazioni, perché la signora alla guida «era più sconvolta della figlia», giura la madre di Anita, Federica Santambrogio. Mentre la bimba è al pronto soccorso, arrivano i vigli urbani. «Non ce la siamo presa con la signora - precisa Federica - perché investire un bambino è un evento traumatico anche per chi lo compie».


La multa recapitata alla madre della bambina
La multa recapitata alla madre della bambina
Il fattaccio era stato quasi dimenticato, fino all'arrivo dell'infausta raccomandata: in luogo pubblico, i minori andrebbero tenuti per mano. «È una follia» attacca mamma Federica. Che ha così deciso di scrivere al sindaco, riportando anche le parole della stessa Anita, a suo dire molto partecipe, nonostante l'età, durante la campagna elettorale tinta di «arancione»: «Pisapia aiutaci tu. Perché il mio papà ha preso una multa? Il marciapiede è per i pedoni!». Un ragionamento che non fa una grinza, nella mente di una bimba. «Al di là della sicurezza - aggiunge la madre -, è un problema di liceità: è corretta questa multa? I bimbi non possono muoversi liberamente sul marciapiede? Se avrò risposte convincenti, pagheremo». Per ora, invece, «c'è soltanto l'indignazione».


Giacomo Valtolina
12 novembre 2011 12:21



Powered by ScribeFire.

Rapporti "parenti-serpenti"? Non è revocabile la casa in dono

La Stampa


La casa ricevuta in dono da un parente non può essere revocata «per ingratitudine» se la persona a cui è stata donata non si prende cura della persona autrice della donazione. Lo rileva la Cassazione sostenendo, in buona sostanza, che i rapporti tesi tra parenti "serpenti" non costituiscono «grave ingiuria» tale da determinare la revoca di una donazione.

In questo modo la seconda sezione civile (sentenza 23545) ha bocciato il ricorso di una 85enne barese, Eusepia I. che, una volta rimasta vedova, aveva donato alla nipote Maria Gabriella C. la nuda proprietà di una casa a Bari, riservando l’usufrutto per sè e, per il tempo successivo alla sua morte, per il coniuge Marcello C.

Cinque anni dopo la donazione, il marito di Eusepia morì così l’anziana signora aveva preso carta e penna e si era rivolta alla nipote con due lettere chiedendo di essere «moralmente e fisicamente assistita» per la solitudine in cui versava, per la sua infermità e per i pochi redditi. Evidentemente le cose non sono andate come sperava l’anziana che ha citato la nipote, chiedendo indietro la donazione per «grave ingiuria» visto che la nipote l’aveva abbandonata a se stessa.

Sia il Tribunale di Bari che la Corte d’Appello della stessa città, nel settembre 2005, hanno bocciato le richieste di Eusepia di avere indietro la casa, ritenendo che l’ingratitudine mostrata dalla nipote in realtà andava inquadrata nella «antica acrimonia» che l’anziana «nutriva verso i parenti del marito». Stesso esito in Cassazione.

Piazza Cavour ha infatti bocciato il ricorso di Eusepia I. e ha rilevato che «il giudice di appello ha ritenuto che l’indisponibilità della donataria ad assistere la donante e a venire incontro alle sue esigenze di assistenza lasciandola così in una situazione di abbandono e di solitudine non configuravano gli estremi dell’ingiuria grave prevista dall’art. 801 c.c., non sostanziandosi in alcun atto di aggressione al patriomonio morale dell’anziana, e che d’altra parte il comportamento della nipote doveva essere inquadrato nel degrado dei rapporti personali intercorrenti tra la donante e i familiari del marito, tra cui la donataria, contrassegnati da antica acrimonia e disaffezione».

Insomma, la Suprema Corte rileva che il comportamento della nipote «non integra gli estremi dell’ingiuria grave quale presupposto necessario per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, essendo al riguardo necessario un comportamento suscettibile ledere in modo rilevante il patrimonio morale del donante ed espressivo di un reale sentimento di avversione da parte del donatario tale da ripugnare alla coscienza comune».



Powered by ScribeFire.

Anche la Danimarca implicata nei voli delle rendition

Corriere della sera

di Riccardo Noury


Mi scuso con le lettrici e i lettori di questo blog se insisto a parlare delle complicità dell’Europa nelle rendition, il programma segreto diretto dalla Cia durante la “guerra al terrore” lanciata dall’ex presidente degli Stati Uniti George Bush all’indomani dei crimini contro l’umanità commessi alle Torri gemelle di New York, l’11 settembre 2001.

È che ogni settimana c’è un fatto nuovo e stavolta riguarda la Danimarca. Dopo la Finlandia e la Lituania, in un altro paese membro dell’Unione europea tornano di attualità i voli segreti che nello scorso decennio hanno trasferito illegalmente da un centro di detenzione all’altro del pianeta presunti terroristi di al-Qaeda, utilizzando massicciamente scali aerei europei.




Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri di Copenhagen, Villy Soevndal, ha annunciato una revisione indipendente sull’operato del paese nell’ambito delle rendition. La revisione, però, sarà affidata all’Istituto danese per gli studi internazionali e riguarderà solo il territorio della Groenlandia.
L’Istituto tuttavia potrà riesaminare solo la documentazione emersa da un’indagine del 2008 per verificare se e come le autorità nazionali danesi e locali groenlandesi abbiano davvero riferito quanto fosse a loro conoscenza.

Non potrà ascoltare testimoni né acquisire nuove informazioni, come quelle relative, per esempio, al ruolo svolto dalla Finlandia e dalla Lituania nei programmi segreti della Cia.
C’è di buono che l’Istituto potrà esaminare i contenuti di alcuni cablogrammi resi noti da Wikileaks che fanno intendere in modo esplicito che Danimarca e Stati Uniti si misero d’accordo affinché l’inchiesta del 2008 non rivelasse la verità sull’estensione della complicità danese nel programma delle rendition.

Adesso, la cosa interessante è che nei cinque anni in cui sono stati all’opposizione, i tre partiti che ora fanno parte della coalizione di governo (Partito socialdemocratico, Partito socialista e Partito social liberale) avevano reclamato costantemente un’indagine indipendente sulle complicità della Danimarca nelle rendition.

Avevano buoni motivi per chiederla. I rapporti del Consiglio d’Europa, del Parlamento europeo e delle organizzazioni non governative indicano che aerei della Cia potrebbero essere atterrati a Copenhagen o in altri scali danesi e che in tutto questo la Groenlandia ha avuto un ruolo determinante, a quanto pare senza che la cosa fosse risaputa dalle autorità locali.
Al governo da ottobre, i tre partiti paiono avere meno pretese. Per quanto l’Istituto possa fare, chi ha dei segreti da mantenere li manterrà. Secondo il ministro Soevndal, un’indagine a tutto campo sarebbe  troppo costosa.

A gennaio, la Danimarca assumerà la presidenza dell’Unione europea. Sarebbe opportuno che prima di allora le autorità danesi si scrollassero di dosso la patina di omertà, avviassero un’indagine davvero approfondita, indipendente ed efficace e che dicessero una cosa chiara: indagare sui diritti umani non è mai troppo costoso, rispetto alla ricerca della verità e della giustizia.



Powered by ScribeFire.

L’Italia salvata dai terroni? Solo nel mondo dei sogni

di -

Il nuovo pamphlet filoborbonico di Pino Aprile porta sul banco degli imputati i polentoni, che non sarebbero secondi a nessuno quanto a corruzione e malcostume Ma le cose non stanno così




Pino Aprile, autore del fortunatissimo Terroni, diventato «un vessillo della nuova fierezza meridionale», licenzia ora un libro che s’intitola Giù al Sud (Piemme, pagg. 472, euro 19,50). Il sottotitolo recita Perché i terroni salveranno l’Italia.

Sull’onda di revanscismo emotivo creata dal successo di Terroni, Aprile ha partecipato, appunto, giù al sud, a innumerevoli convegni, presentazioni, dibattiti. Quel vagabondare, e quei contatti con luoghi e con uomini, gli hanno fornito ampia materia per un secondo saggio sulla questione meridionale.
Nelle prime pagine Aprile sembra volersi dedicare a positive realtà meridionali che sono state e sono ignorate o sminuite. «C’è un sud che sta perdendo la subalternità...

C’è una generazione di meridionali che non vuole più andarsene e, conoscendo il mondo, vuol saperne di più sul suo Sud e viverci: e, per viverci bene, migliorarlo, migliorando la propria condizione; e pensa di poter fare molto con poco e che quel poco a Sud valga più del molto altrove». Un incipit incoraggiante.

Dopo il quale, a mio parere, anche Giù al Sud riprende, sulla scia di Terroni, le caratteristiche d’un pamphlet scritto benissimo, ricco di informazioni preziose, ma aderente a una tesi preconcetta secondo la quale un sud opulento e progreditissimo è stato stuprato dalla ferocia dei rozzi piemontesi. Stuprato a tal punto che ancor oggi, centocinquant’anni dopo, la vergogna dura.

Leggendo dobbiamo convincerci, ad esempio, che la criminalità organizzata non inquini particolarmente il meridione, ma furoreggi tra i polentoni. Milano - punta l’indice Pino Aprile - è la quarta città italiana per sequestri di beni mafiosi, la capitale del traffico di cocaina, la principale base operativa per ’ndrangheta e mafia.

Non ne dubito. Osservo però che gli arrestati e incriminati, a Milano, perché coinvolti nell’azione delle cosche mafiose o camorriste difficilmente hanno per cognome Brambilla o Galbusera. Leggendo dobbiamo convincerci che le nostre impressioni e convinzioni sugli scandali siciliani erano frutto di malanimo, che gli studi - Luca Ricolfi - secondo cui il settentrione è drenato dal sud sono basati su dati falsi, che l’isola non succhia risorse dello Stato ma anzi gliene elargisce a dismisura: insomma virtuosa non è la Lombardia, è la Sicilia. Sarà.

Continuo tuttavia a non capire perché la regione Sicilia debba avere un numero di dipendenti che è sei volte quello della Lombardia, e in forza di quali insensate leggine regionali un funzionario sia andato in pensione con 30mila e passa euro al mese. Aprile - che non può vedere Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione - liquida come diffamatoria la persuasione diffusa che al Sud i voti scolastici siano più alti che al nord, così da agevolare i ragazzi nei concorsi.

Davvero è solo una calunnia? La smentita arriva proprio dalla biografia della Gelmini la quale, dovendo sostenere l’esame per l’abilitazione alla professione forense, ha evitato le severe commissioni giudicanti del nord e s’è rifugiata in un accogliente diplomificio meridionale. Il nord si guardi dal far prediche al sud, si intima, perché ha avuto la Parmalat e il Banco Ambrosiano. Mi guardo bene dal negare che al nord vi siano corruzione, scandali, mala amministrazione. Ma il sud che fa prediche al nord, addebitandogli perfino lo sconcio della monnezza, è un paradosso.

Aprile liquida come razzista e fascista la Lega, che personalmente ho in forte antipatia. Ma quell’accusa sbrigativa fa torto a un movimento che con tutte le sue grossolanità e le sue pulsioni xenofobe ha avuto un’importante dimensione politica. Diciamo del bossismo tutto il male possibile, ma riconoscendo che alcuni sindaci del Carroccio sono stati e sono ottimi. Ne avessero di così bravi nei disastrati comuni del sud.

Forse sono troppo puntiglioso nel sostenere alcuni miei punti di vista che giù al Sud saranno bollati come biecamente padani. Ma avrei preferito che Pino Aprile, uomo fine e intelligente, non mettesse sul banco degli imputati il nord - personificato dal governo dell’epoca - per il terremoto di Messina del 1908. L’immane disastro ebbe (in grande), le conseguenze che ogni calamità naturale ha in Italia.Disorganizzazione, confusione, corruzione, scandali, brutalità, sciacallaggio. È possibilissimo che innocenti familiari delle vittime, aggirantisi tra le macerie, siano stati fucilati come sciacalli.

«Sembrava quasi - scrive Pino Aprile - che il governo italiano avesse colto l’occasione del disastro per punire Messina, piuttosto che aiutarla. E a ben guardare il sospetto potrebbe non essere infondato, perché la rocca messinese, con quella di Civitella del Tronto, fu l’ultima a cedere all’assedio delle truppe piemontesi. La città aveva dimostrato, in maniera plateale, la sua disistima al nuovo governo, alle elezioni del 1866». Vale a dire che quando i militari o funzionari inviati a Messina si comportarono in maniera deplorevole lo fecero perché quasi mezzo secolo prima le truppe sabaude avevano espugnato la città. Che memoria.




Powered by ScribeFire.

L'ultima follia di Burlando: i soldi arrivati per l’alluvione saranno dirottati ai partigiani

di -

Genova travolta dal fango, ma il governatore ligure pensa a celebrare la Resistenza. Il Pdl: scelta indegna




Genova Tatticamente magari è anche una mossa astuta. Perché in questi giorni gli angeli del fango pensano a ripulire Genova, chi ha perso tutto non guarda certo a cosa approva il consiglio regionale, e tutta Italia punta l’indice accusatorio sul sindaco Marta Vincenzi.

Dovendolo, anzi volendolo fare, dal punto di vista puramente politico è persino il momento ideale. E così Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, ha deciso di farlo subito, 11 giorni dopo la devastazione di Genova: dimezzare i fondi per il «Piano regionale per la difesa del suolo», togliendo altri 400mila euro dal capitolo «Interventi inerenti la difesa del suolo e la tutela delle risorse idriche». Che un anno fa era già passato da 2 a 1 milione di euro. E che nel luglio scorso, quattro mesi prima dell’alluvione, era stato già ridotto a 700mila euro. Soldi, per essere subito chiari, totalmente «discrezionali», cioè che la Regione poteva mantenere perché non collegati ai risparmi imposti dal governo, che riguardano un altro capitolo.

Martedì mattina il governatore chiederà al consiglio regionale di votare il taglio di risorse destinate alla sicurezza dei liguri minacciati dal rischio di nuove esondazioni. Lui, che da sette anni è anche il Commissario straordinario delegato alla messa in sicurezza del rio Fereggiano (quello che ha provocato la catastrofe), chiede di risparmiare laddove bisognerebbe spendere semmai di più per ridurre il rischio idrogeologico. Una scelta tutta politica, perché contemporaneamente martedì Burlando proporrà di spendere invece tanti soldi in più per altre iniziative.

Quali? L’«affermazione dei valori della Resistenza», ad esempio, che sarà garantita grazie a iniziative della Regione, per le quali usciranno 100mila euro in più. Per non scontentare troppo l’opposizione, ci saranno anche 50mila euro per la «memoria dei giuliano-dalmati». E poi via con elargizioni ad «associazioni che svolgono attività di interesse regionale» e maggiori costi di missione, spese di viaggio e rimborsi agli assessori. Botte da decine di migliaia di euro a capitolo.

Spiccioli? «Macché - interviene duramente Raffaella Della Bianca, consigliere regionale del Pdl, che alla lettura del pacchetto di variazioni al bilancio ha avuto una reazione sdegnata - Intanto va detto che in questo momento anche un solo euro tolto a questa emergenza sarebbe una follia. Bisogna ragionare come un padre di famiglia. Prima di andare al cinema, occorre pensare a mettere insieme pranzo e cena per i figli. Ma soprattutto, con quale spirito, proprio adesso, Burlando risparmia su certe cose?».

Non solo. Anche andando a vedere bene i bilanci, le variazioni avvenute nel corso dell’anno dimostrano come la Regione Liguria faccia finta di tirare la cinghia, ma poi su certe spese si lasci subito andare appena l’attenzione svanisce un po’. «Sul bilancio di previsione 2011, un anno fa Burlando disse di risparmiare 30mila euro sulle indennità di missione della giunta - snocciola le cifre Della Bianca

Già a luglio però ne aveva riaggiunti 20mila, e martedì aumenteranno di altri 15mila. Alle associazioni che stavolta ottengono 38mila euro in più, un anno fa in fase di previsione, erano stati ridotti fondi per 20mila euro, reintegrati però a luglio di ben 50mila. In totale ne prenderanno 68mila in più». Mentre Genova andava sott’acqua la quinta commissione regionale stanziava 7.000 euro in più per «corsi di attività velica d’altura». Le coincidenze a volte sono capaci di aggravare il cattivo gusto.




Powered by ScribeFire.

Dopo Costamagna, l'Annunziata i rossi occupano di nuovo Rai tre

Libero




Più spazio all’informazione, non solo di approfondimento. Ruota attorno a questo nodo il braccio di ferro fra il direttore di Rai Tre, Antonio Di Bella, e i vertici di viale Mazzini, nella consapevolezza che l’era Berlusconi sia arrivata al termine. E pur di ottenere ciò che vuole il timoniere della ritrovata Telekabul sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni nel caso non venisse accettato il suo piano editoriale. 

Tra le proposte irrinunciabili la striscia d’informazione quotidiana al posto di Blob, da affidare a Lucia Annunziata, già conduttrice del settimanale “In Mezz’ora”, alcune seconde serate da affidare a Luisella Costamagna e il lunedì sera a Fabio Fazio. Di Bella sarebbe deciso ad andare fino in fondo perché il suo piano sull’informazione possa essere preso in considerazione. E qui nasce il giallo. Lorenza Lei, direttore generale della Rai, avrebbe già autorizzato la striscia quotidiana della Annunziata, in modo da far concorrenza al Tg di Enrico Mentana su La7, mentre  su Fazio ci sarebbe un no grosso come una casa.

 Al settimo piano di viale Mazzini si ritiene che la minaccia di dimissioni possa rientrare, ma sono diversi gli scogli da superare, in primis la difficoltà che la maggioranza opporrebbe alla striscia quotidiana dell’Annunziata visto che potrebbe creare problemi al Tg1 e a Raiuno. E in tempi in cui il riposizionamento politico è l’attività principale, prima di movere una pedina occorre valurare gli effetti della mossa. Anche perché il cda è  scade i primavera.

di Enrico Paoli
12/11/2011




Powered by ScribeFire.

Spunta casa Tulliani nell'inchiesta Bpm

Il Tempo


La banca avrebbe concesso con criteri anomali 148 milioni a un'azienda di gioco d'azzardo. Nell'Atlantis c'è Walfenzao, proprietario dell'abitazione a Montecarlo.

L'edificio in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo, dove si trova  l'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani C'è una foto, circolata nell'estate 2010, che immortala il presidente della Camera Gianfranco Fini e la sua compagna Elisabetta Tulliani. La coppia sta uscendo da un locale. Sullo sfondo si scorgono il di lei fratello, Giancarlo e un altro signore incravattato: Amedeo Laboccetta. Il deputato del Pdl, nonché membro della commissione Antimafia, che mercoledì - approfittando dello status di parlamentare - davanti ai finanzieri impegnati a perquisire gli uffici di Francesco Corallo nell'ambito di una inchiesta che vede indagato l'ex presidente della Bpm Massimo Ponzellini, è uscito dall'abitazione portando con sé un computer.

Sottraendolo dunque agli accertamenti giudiziari: «È mio personale, lo avevo dimenticato qua e sono venuto a riprendermelo», ha dichiarato il parlamentare che fino al 2008 fu procuratore legale di Atlantis in Italia nonché «ottimo amico di Corallo da anni» (amico che ieri l'ha smentito sostenendo che il pc è di una sudamericana).

Fini, Tulliani, Laboccetta, Corallo. Quella vecchia foto torna d'attualità oggi con l'inchiesta che farà tremare molti santuari del potere, non solo finanziario, e che porta il nome della Bpm e del suo ex presidente, il bolognese Ponzellini, perquisito insieme ad altre persone dalla Guardia di Finanza su ordine della Procura di Milano per un'ipotesi di associazione per delinquere e ostacolo all'esercizio delle autorità di vigilanza bancaria.

L'accusa riguarda infatti un finanziamento per 148 milioni di euro concesso dalla Bpm con criteri «di anomalia e scarso approfondimento», alla società Atlantis/Bplus Giocolegale Ltd, vero gigante del gioco d'azzardo legale in Italia ma con sede alle Antille Olandesi. Corallo ne detiene la maggioranza con il 20% ma restano misteriosi gli altri soci, proprietari di tre casinò a Saint Marteen, due a Santo Domingo e uno a Panama. Tra i consulenti e amministratori di alcune società per conto di Corallo c'è un certo James Walfenzao. Lo stesso che amministrava la società off-shore cui risultava essere stato venduto l'appartamentino lasciato in eredità a An (ma abitato da Tulliani) dalla contessa Colleoni.

Oggi l'Atlantis è difesa da Giulia Bongiorno, che sempre nell'estate 2010, seguiva in prima linea il suo assistito Fini alle prese con «casa Tulliani» imponendogli la linea: «Dichiarare soltanto quello che sappiamo». Non solo. Lo scorso 26 ottobre, in una lunga interrogazione parlamentare al ministro del Tesoro, il senatore Elio Lannutti (Idv) ricostruisce la vicenda della Atlantis World Ltd, operante anche in Italia dove ha ottenuto la concessione dei Monopoli di Stato per le slot machines.

Al centro della scena c'è il ruolo di Giancarlo Lanna, consigliere di Farefuturo (fondazione vicina al presidente della Camera) che in passato avrebbe messo la propria competenza legale a servizio della Atlantis World. Nel 2004 il settimanale L'Espresso associa il nome di Lanna alla Atlantis World e a Corallo che, si legge, «ha deciso di avvalersi della consulenza di un professionista napoletano di eccezione: l'avvocato civilista Lanna, fino al '98 commissario della locale federazione di An, poi per 4 anni vice-coordinatore regionale del partito e consigliere di amministrazione con delega per il Mediterraneo della Simest, la società pubblica incaricata di finanziare le imprese italiane che vanno oltre frontiera».

La Simest, di cui ora Lanna è presidente, fa capo al ministero dello Sviluppo economico. Sempre secondo L'Espresso, la Atlantis avrebbe aperto una sede proprio nello studio romano del legale, in via Cola di Rienzo. A ottobre, Lannutti chiede dunque al ministro dell'Economia di sapere se, alla luce dei fatti esposti, il Governo intenda adottare le opportune iniziative per accertare chi c'è dietro la gestione delle slot machine in Italia. La risposta deve ancora arrivare.


Carla Lorenzini
12/11/2011




Powered by ScribeFire.

Numeri e croci uncinate su muri e torri i segreti del codice aragonese

Il Mattino


di Pietro Treccagnoli

NAPOLI - Le parole sono pietre, ma pure le pietre sono parole. A Napoli, soprattutto. Parlano, raccontano e fanno sognare. La città e i segni, sintetizzerebbe Italo Calvino. E sì, CantaNapoli, Napoli semiologica. All’ombra del Vesuvio è tutto un fiorire di simboli che spinge a una caccia al tesoro seguendo tracce disseminate nei secoli, anche inconsapevolmente. E la Storia e gli abusi hanno fatto il resto. Per tacer dell’oblio.

Così, ecco spuntare racconti dovunque volgi gli occhi, magari per caso. Come è accaduto a Lucio Paolo Raineri, medico, appassionato di storia, al quale è bastato il riflesso di uno specchio, un’insolita luce estiva radente per scovare i frammenti di un discorso misterioso sulle pietre nere della Torre San Michele, una delle tante che costellano Napoli e si affollano sul limite di quella che era la città aragonese, una delle torri di via Cesare Rosaroll, la meglio conservata.

Raineri abita proprio di fronte all’edificio medievale. «È stata una scoperta casuale» racconta. «Un particolare taglio di luce sul piperno mi fece scorgere delle incisioni regolari». La mente subito volò alle seducenti teorie magico-alchemico che fanno impazzire tutti i cultori dell’esoterimo. «Un medico non è un archeologo, né uno scienziato» butta acqua sul fuoco Raineri. «Così ho dovuto procedere in maniera impropria, criticabile da qualsiasi esperto». Ovvero fotografando e andando a caccia di qualsiasi «graffio» sulle antiche mura e torri che da via Marina arrivano, nascondendosi e emergendo, come un nero fiume carsico, fino a via Foria.




E di scoperte ne ha fatte tante altre. Alcune sono già note agli studiosi e ai maniaci della Napoli segreta. Siamo sempre nella città del principe di Sansevero. Ma Raineri sgombra subito il campo da spiritualismi a buon mercato: «Sono quasi tutti segni lapicidi, marchi di fabbrica dei cavatori, segni di posa, di allestimento».

Per lo più si tratta di lettere dell’alfabeto, numeri o simboli astrologici e anche una croce uncinata, segno di antica tradizione indiana (molti simile a quelli trovati anche sul bugnato della facciata del Gesù Nuovo). In altri casi sono segni che richiamano l’alchimia o alla massoneria, perché le logge segrete originariamente erano composte da fratelli muratori.
Poi si è arrivati a Licio Gelli, ma è un altro discorso.

I segni su Torre San Michele sono stati soltanto il punto di partenza. Armato di taccuino e macchina fotografica, il medico-Indiana Jones, s’è fatto tutto il percorso aragonese. «Naso all’aria» racconta «confrontandomi con le supposizioni di chi mi vedeva in giro, cominciai a rivisitare i massi di piperno di altre torri, con i soli limiti di penetrazione del mio sguardo e della loro dislocazione e accessibilità». Perché gran parte della fortificazione è ormai all’interno di palazzi privati o è stata abbattuta o è stata sommersa da superfetazioni architettoniche.

L’anamnesi di Raineri è stata scrupolosa e ha partorito una relazione documentatissima, nella quale si legge il resoconto delle sue esplorazioni nella metropoli dei segni che avrebbe fatto la felicità di un Roland Barthes in cerca del grado zero della testimonianza operaia. «Niente scorsi sui massi della piccola Torre Duchesca a vico Santa Maria a Formiello» scrive «né sulla vicina Torre Sant’Anna. Porta Capuana e il tratto di mura sino tra Torre Onore e Torre Gloria fu ricchissimo di reperti, visibili a occhio nudo e ad altezza d’uomo. La stessa scarsezza di risultati l’ebbi per Porta Nolana, anche se la grafia di quello che può sembrare un’intera parola sconosciuta, alla base della Torre Fede, mi ha lasciato sconcertato».

Segni lapicidi si trovano in tantissime costruzioni dell’epoca medievale. Il Sud ne è pieno. Tra gli anni Ottanta e Novanta, in tutt’Italia, sono stati rintracciati almeno 171 edifici con simboli apparentemente misteriosi. E sono stati descritti ben 2800 segni. A Napoli non è mai stato fatto un censimento dei segni. Neanche altrove, del resto. Ma in una metropoli perennemente affollata e costruita su se stessa, ogni angolo racchiude un segreti, un messaggio, una pietra parlante. «L’importante è cominciare a capirne la lingua» commenta Raineri. Che molto probabilmente è solo quella del lavoro.

Sabato 12 Novembre 2011 - 10:45




Powered by ScribeFire.

Lascia l'auto nell'area di sosta. Quando torna trova il cartello di divieto e la multa

Corriere del Mezzogiorno


Curiosa disavventura di un automobilista napoletano che aveva parcheggiato nei pressi della Stazione Centrale


NAPOLI - La viabilità a Napoli? Assomiglia in qualche caso a quella raccontata nelle commedie di Totò. Ecco, di seguito, cosa ci scrive - con toni amari e ironici - un malcapitato automobilista, I.D., alle prese con la segnaletica che cambia. Troppo in fretta.


Gentile Direttore,

in un film a episodi degli anni ‘60 - “Le motorizzate” – Totò veste i panni di un falso vigile che intasca indebitamente i soldi di multe appioppate agli automobilisti “creando” ad arte le situazioni per elevare la contravvenzione. Si trova facilmente anche su youtube la scena in cui Totò appende furtivamente a un palo un cartello di divieto di sosta proprio dove ignari utenti della strada avevano tranquillamente parcheggiato, convinti di essere in regola. E alle rimostranze della malcapitata di turno, risponde: “…cosa vuol farci? La segnaletica stradale cambia da un momento all’altro. Pare che le studino la notte per fare patire gli automobilisti…”.
 
Ebbene, a distanza di mezzo secolo il Comune di Napoli deve aver pensato che la trovata avrebbe potuto realmente funzionare. Così, avendo lasciato la mia auto regolarmente in sosta nell’area adiacente il cancello di uscita della stazione Centrale, al Corso Meridionale, l’ho ritrovata il pomeriggio del giorno 9 c.m. con tanto di multa sul parabrezza per la presenza di un cartello con divieto di sosta installato nel frattempo. Lascio a Lei e ai lettori considerazioni e commenti.

Redazione online
11 novembre 2011

Se traslochi ti sposo: la riserva mentale sulla residenza è illegittima

La Stampa

Con la sentenza n. 12738/11 la Cassazione ha affermato che, per dichiarare l’efficacia nel nostro ordinamento di una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario, pronunciata in relazione all’esistenza di una riserva mentale di un coniuge sulla residenza, la Corte d’Appello non può accogliere acriticamente le valutazioni del Tribunale ecclesiastico, ma deve verificare, rigorosamente e in piena autonomia, che l’altro coniuge fosse a conoscenza della condizione, altrimenti la sentenza è contraria all’ordine pubblico.

Il Caso


Un cittadino italiano chiede al Tribunale di Reggio Calabria che venga dichiarata l’efficacia della sentenza, emessa dal Tribunale Ecclesiastico, di nullità del matrimonio concordatario, per esistenza di una condizione relativa alla residenza familiare, da lui apposta e conosciuta dalla moglie. La Corte d’Appello accoglie la domanda e l’ex moglie fa ricorso, sostenendo che la Corte d'Appello si è appiattita su un’acritica condivisione della decisione del giudice ecclesiastico. Sostiene, inoltre, che subordinare la validità del matrimonio alla residenza in una località precisa scelta dal coniuge sia contrario all’ordine pubblico.

La Cassazione ritiene condivisibili queste osservazioni e, di conseguenza, censurabile la decisione impugnata, che si rivela, quindi, contraria alle norme di diritto e all’ordine pubblico interno, principalmente per non aver accertato che la condizione apposta dal marito fosse effettivamente conosciuta dall’altro coniuge. La Corte ricorda il favore particolare al riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche che lo Stato Italiano si è imposto con il Nuovo Concordato, ma ciò non esime la Corte d’Appello dal condurre una verifica della conoscenza, o dell’oggettiva conoscibilità, della condizione da parte dell’altro coniuge, in piena autonomia rispetto al Tribunale ecclesiastico.

I giudici territoriali, pertanto, avrebbero dovuto accertare che la riserva mentale sulla residenza da parte del marito fosse conosciuta dalla ricorrente; che, cioè, ella fosse al corrente che il coniuge non intendeva perseguire finalità solo programmatiche, ma voleva «effettivamente subordinare il vincolo matrimoniale ed il suo mantenimento alla fissazione della residenza coniugale nel luogo da lui prescelto».

Dall’esame delle motivazioni, la verifica manca: al contrario, emerge una sostanziale identità con il giudizio espresso dal Tribunale ecclesiastico, scaturita da una acritica condivisione dell’apprezzamento degli elementi esaminati in quella sede, senza il doveroso autonomo vaglio critico. Per questi motivi, la sentenza deve essere cancellata, con rinvio alla Corte d’Appello per una nuova decisione.



Powered by ScribeFire.

Cassazione, la casalinga che si fa male va risarcita come qualsiasi lavoratore

Nella guerra con la droga stanno vincendo i narcos

La Stampa

Ucciso il capo delle Farc, guerriglie e governi corrotti si dividono il Sud America

FEDERICO VARESE


Alfonso Cano, il comandante delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) ucciso il 4 novembre, aveva l’aspetto del professore: gli occhiali spessi, la barba curata, il corpo non proprio atletico, insaccato nella tuta mimetica, e la dialettica appassionata. Era il più eloquente portavoce di un sogno rivoluzionario che negli anni si è legato in maniera indissolubile con il traffico di droga e i rapimenti di uomini politici e di civili. Un Che Guevara colombiano che aveva abbracciato, nel 1968, il «dio che ha fallito», come è stato definito il marxismo-leninismo. Braccato nelle montagne del Cauca, è stato venduto da spie governative che, sembra, erano in grado di riferire anche cosa mangiasse a colazione.

La morte di Guillermo Vargas (il vero nome di Cano) è solo l’ultimo di una serie di colpi inferti al movimento rivoluzionario fondato nel 1964. La politica del pugno di ferro di Alvaro Uribe, presidente dal 2002 al 2010, ha costretto l’organizzazione a ritirarsi da gran parte dei suoi territori tradizionali, mentre gli effettivi sono calati dai circa 17.000 degli anni ‘90 a poco più di 7.000 oggi. Non a caso i possibili successori di Cano si nascondono in campi al di là del confine, in Venezuela. Ma cosa verrà dopo le Farc? Nell’ultimo decennio, i territori controllati dalla guerriglia marxista sono passati nelle mani di nuovi gruppi paramilitari, eredi diretti delle Unità di Autodifesa della Colombia (Auc), le squadre della morte che hanno terrorizzato il Paese negli anni ‘90.

Mentre le Farc si sono rifiutate di deporre le armi, i 37 gruppi paramilitari di destra riuniti sotto la sigla Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) si sarebbero arresi nel 2006 e circa 30.000 militanti avrebbero consegnato le armi. Questa è la versione del governo. La realtà è molto diversa, come documentato di recente da un rapporto di Human Rights Watch. Innanzi tutto il processo di demilitarizzazione è stato caratterizzato da frodi: dei civili venivano fatti passare per ex combattenti, mentre la struttura di comando di molti gruppi rimaneva intatta. L’apparato statale si è poi rivelato incapace di smantellare la rete criminale, le strutture di supporto e le coperture politiche dei gruppi paramilitari.

Ad esempio, anche se Freddy Rendón, il capo di un gruppo affiliato alle Auc, ha deposto le armi, suo fratello ne ha preso immediatamente il posto, continuando a praticare l’estorsione e trafficare in droga a Urabá. Gli eredi delle Auc continuano a fare morti. Due nuove formazioni - i Rastrojos e gli Urabeños - sono in conflitto nelle regioni di Córdoba e Antioquia per il controllo di un’importante rotta per esportare la cocaina e importare i precursori chimici. Questa guerra ha fatto 600 morti nel 2009. Secondo la polizia, le nuove formazioni paramilitari sono responsabili di circa il 40% degli omicidi in Colombia, e possono contare su almeno 4.000 membri (altre stime dicono 10.500), ma il governo si ostina a classificarli come criminalità comune e lascia ad una polizia corrotta e mal equipaggiata il compito di fronteggiare questa nuova emergenza, mentre l’esercito si concentra sulle Farc.

Non è un caso che la politica colombiana, rappresentata da Uribe prima e ora dal suo ex ministro della Difesa Juan Manuel Santos, preferisca combattere il movimento marxista. Una serie di scandali ha mostrato come una fetta dell’élite andata al potere con Uribe sia implicata nelle attività della Auc: 33 deputati, tra cui il presidente della Camera e cugino di Uribe, sono sotto processo in quello che è passato alla storia come «lo scandalo della parapolitica». Indagini recenti hanno rivelati i rapporti tra alti esponenti dei servizi segreti interni (Das) e i gruppi paramilitari. La situazione era talmente grave che il Presidente Santos si è visto costretto a sciogliere l'intero servizio, ma la quasi totalità di funzionari e agenti continuano a lavorare negli apparati di sicurezza.

Non solo i colpi inferti alle Farc non fanno altro che rafforzare i gruppi paramilitari, ma i «successi» degli anni ‘90 in Colombia sono alla base della violenza che si è scatenata in America Centrale nel nuovo secolo. Negli anni ‘80-90 Pablo Escobar e gli altri capi dei cartelli colombiani erano i principali organizzatori della produzione e del traffico di coca, che arrivava in Florida attraverso i Caraibi. La sconfitta dei cartelli ha ridotto la capacità dei produttori colombiani, ma solo per un breve periodo: ben presto, i trafficanti messicani hanno preso il posto dei cartelli colombiani. Il Messico è oggi uno «Stato fallito» e l’epicentro di una violentissima guerra per il controllo delle rotte: quasi 40.000 morti dal 2006 a oggi.

Dapprima la violenza era concentrata nelle regioni al confine, ma poi si è diffusa nel Paese e nell’America Centrale. Solo nel 2010 sono morte 3.100 persone a Ciudad Juarez, una cittadina messicana al confine col Texas. Il triangolo che comprende Guatemala, Honduras e El Salvador è oggi uno dei posti più violenti sulla terra. Come ha scritto un giornale americano, «la guerra con la droga è finita: hanno vinto le droghe». Il giovane studente di antropologia che, nel 1968, abbracciò il «dio che ha fallito», sarà presto sepolto nel cimitero di Bogotà. La sua non è l’unica illusione a venire sepolta nei cimiteri dell’America Latina.



Powered by ScribeFire.

Allarme Colosseo: ha 3mila lesioni»

Corriere della sera

Sopralluogo del sottosegretario Giro all'Anfiteatro Flavio: entro primavera 2012 via ai restauri grazie ai 26 milioni di euro di Della Valle. «Isola pedonale nel 2020»





ROMA - A furia di essere uno spartitraffico, dove, secondo i dati di Legambiente passano duemila veicoli e 67 pullman turistici ogni ora, il Colosseo «ha 3mila lesioni – afferma il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro, nel suo blitz di controllo dello stato del monumento dell’11 novembre - e uno stato fessurativo abbastanza diffuso ma non allarmante, su cui stiamo monitorando con le fibre ottiche applicate in quattro dorsali e su cui si interverrà durante il restauro».

«RESTAURO IN PRIMAVERA» - La cura, però, è già pronta. E grazie alla famosa «sponsorizzazione» di Diego Della Valle di 26 milioni di euro «i lavori di restauro partiranno nella primavera dell’anno prossimo». La visita al monumento insieme a un gruppo di anziani. «In seguito al bando internazionale sono arrivate circa 43 proposte per il centro servizi esterno al Colosseo – spiega Francesco Giro - e circa 47 per gli interventi sulle facciate nord e sud del monumento. Stiamo ora valutando le proposte in modo da poter aprire i cantieri nell’aprile del 2012». E così come richiesto da anni dagli ambientalisti, arriverà anche l’isola pedonale: ma ci vorranno ancora più di otto anni.




«ISOLA PEDONALE» - Perché per Roma 2020, per le Olimpiadi «avanzerò anche l'idea del progetto dell'isola del Colosseo che prevede la chiusura dell'area del monumento con la realizzazione di una cancellata elegante e un grande ingresso su via di San Gregorio – prosegue il sottosegretario ai Beni culturali – E bisognerà dare una risposta anche agli ambulanti: la loro presenza va resa più compatibile con la bellezza del luogo, si può trovare un accordo».

Un progetto dell’isola pedonale al Colosseo che «sarà spinto anche da Della Valle, perché i nuovi servizi, che saranno spostati secondo il progetto del restauro, impongono anche la modifica degli spazi esterni». Si tratta, osserva infine il sottosegretario, di «operazione possibile. Ne parlerò con il sindaco. Ma credo ci sia la disponibilità di Alemanno perché non si può restaurare un monumento e poi lasciarlo al degrado».




IL PROBLEMA TRAFFICO - E tutto il traffico? Potrebbe essere deviato su via Cavour, secondo l’ipotesi del sottosegretario. Ma per Legambiente, che da anni si batte per eliminare il traffico intorno all’anfiteatro Flavio e che, secondo i dati riportati all’inizio ha effettuato diversi monitoraggi «nel 2020 è troppo tardi – afferma il presidente di Roma e del lazio Lorenzo Parlati – L’isola pedonale va fatta in contemporanea con l’inizio dei lavori per non rovinare gli effetti del restauro. Altrimenti – aggiunge – si ripulisce, si rinforza e con il traffico e l’inquinamento da polveri sottili tutto torna come prima in breve tempo».




IL CASO DELLA DOMUS AUREA - E dal Colosseo alla Domus Aurea, a Pompei. «Serviranno almeno 10 anni per il completamento dei lavori per il restauro della Domus Aurea – spiega Francesco Giro- ma speriamo di farcela per Roma 2020». Tutto per le eventuali Olimpiadi. Perché per quella data, ha aggiunto, «cercheremo di aprire un settore della domus Aurea, quello dalla Sala ottagona verso est, dove si stanno concentrando adesso i lavori». E per quanto riguarda lo stato di salute del monumento, il sottosegretario spiega che il «crollo è stato un fenomeno caratterizzato dall'immediatezza, non era necessariamente prevedibile».

Ma i particolari monitoraggi effettuati sul Colosseo e per la Domus Aurea con le fibre ottiche sono un «sistema che potrebbe essere utile anche a Pompei». Si tocca di sfuggita il nuovo Governo e «se, come immagino accadrà, avrà una rimodulazione importante al suo interno, il ministro deciderà anche per quanto riguarda la carica di sottosegretario». Quasi un commiato, così, questa visita di Francesco Giro, che pur continua a guardare al futuro.

ROMA 2020 - Per le Olimpiadi «presenteremo un grande pacchetto culturale su Roma e sull'Italia che ci distingua dalle altre città contendenti, perché questo ci chiede il Cio». Tra le proposte, spiega Francesco Giro, ci saranno «archeologia, Appia Antica e Domus Aurea». Poi, la riqualificazione dei musei, la conclusione del restauro delle facciate esterne di Palazzo Barberini, quello di Castel Sant'Angelo e di molte strutture monumentali. Senza dimenticare il Tridente mediceo, di cui nel 2013 festeggeremo il cinquecentenario». Un altro progetto che sarà inserito nel pacchetto è la grande fondazione di Villa Borghese. Ma «questo è un polo che deve essere condiviso con i privati – spiega - una grande fondazione, come ha suggerito Croppi, collegata con il distretto della musica dell'Auditorium, dell'arte con il Maxxi e con il distretto sportivo al Foro Italico».



Lilli Garrone
11 novembre 2011 18:26



Powered by ScribeFire.

L'ufficio stampa è solo per le donne» Consigliera di Parità esclude gli uomini

Corriere del Mezzogiorno

La selezione on-line per mezza giornata: poi ritirata. Lorusso: «La Molendini ora legga la Costituzione»



Lorusso e Molendini
Lorusso e Molendini

BARI - È rimasto online, per mezza giornata, l'avviso di selezione pubblica per un addetto stampa voluto da Serenella Molendini, consigliera di Parità della Regione Puglia. Un bando che è stato ritirato dopo una contestazione lampo del sindacato dei giornalisti. Il motivo? Scorrendo il testo, infatti, è emersa subito una particolarità alquanto vistosa.

Tra i criteri previsti dalla selezione, pubblicata l'8 novembre scorso, c'era un requisito indicativo delle finalità del concorso: «Il presente bando è rivolto solo a donne in quanto trattasi di un'azione positiva della Consigliera di Parità nei confronti delle donne della Regione Puglia, considerando il gap occupazionale tra donne e uomini in Puglia e tra donne del centro nord e sud Italia». Una sorta di paletto posto dalla consigliera per realizzare un torto: discriminare di fatto gli uomini.

La vicenda è emersa per via di un carteggio tra l'Assotampa, il settore Organizzazione del personale della Regione e la Consigliera. Quest'ultima in una lettera chiarisce l'obiettivo dell'iniziativa in risposta alla messa in mora del sindacato. «L'avviso pubblico per una risorsa esperta in comunicazione di genere, informazione e ufficio stampa a supporto della Consigliera di parità - è riportato nella lettera - è un avviso rivolto alle donne perché trattasi di azione positiva, come da Direttiva europea 54/2006, e dal Dlgs. 5/2010».



Bando sospeso anche online
Bando sospeso anche online
L'ASSOSTAMPA - Secca la replica, riportata in una comunicazione, dell'Assostampa: «Le azioni che lei cita - scrive Raffaele Lorusso, presidente del sindacato dei giornalisti - non possono mai tradursi nella discriminazione di un genere. Nella fattispecie, lei intende promuovere un'azione positiva a favore del genere femminile, discriminando quello maschile. Il richiamo a quella norma è fuori luogo, almeno nel caso in esame, in quanto le misure e le azioni di cui alla citata legge si riferiscono al "sesso sotto rappresentato". Tale norma potrebbe essere invocata per le nomine in organismi di rappresentanza (ad esempio, consigli d'amministrazione o giunte di enti pubblici), ma una selezione pubblica per l'accesso a un posto di lavoro nella pubblica amministrazione non può essere sottratta al rispetto dei principi generali previsti negli articoli 3 e 51 della nostra Carta costituzionale».

L'ALTRA CONTESTAZIONE - Nel bando viene anche indicato il requisito dell'iscrizione, da almeno un anno, all'albo dei giornalisti - elenco pubblicisti. Anche questa prescrizione viene contestata. «Così vengono esclusi - conclude Lorusso - i giornalisti professionisti, gli unici professionalmente abilitati, come da disposizioni di legge, a esercitare la professione». Sull'argomento il direttore dell'area Personale, Bernardo Notarangelo, fa sapere che sarà avviato un tavolo di confronto su tutte le assunzioni che interessano la figura professionale dei giornalisti.


Vito Fatiguso
11 novembre 2011




Powered by ScribeFire.

Eicma: sequestrato scooter cinese troppo simile al Piaggio Mp3

Corriere della sera


La Guardia di finanza irrompe al salone delle moto


MILANO- Guerra dei cloni all'Eicma il salone delle due ruote. La Guardia Di Finanza di Rho sequestra uno scooter cinese perché troppo simile al Piaggio Mp3, il modello a tre ruote. E il bello è che si trovava a 20 metri dall'originale nello stesso padiglione, il numero 10. Prodotto dalla Kaitong Motor con il marchio Yben lo scooter si chiama YB 250 ZKT ed effettivamente soprattutto nella parte anteriore sembra riprende le linee e le soluzioni meccaniche del tre ruote della casa di Pontedera.
Il sequestro dello scooter cinese all'Eicma

La Guardia di Finanza ha rilevato infatti che il disegno del prodotto si presenta assai simile al modello comunitario relativo allo scooter «MP3» di esclusiva titolarità di Piaggio e che, come tale, può costituire contraffazione. In una nota «Piaggio coglie l'occasione per ringraziare la Guardia di Finanza per l'attività svolta a tutela dei diritti di proprietà industriale e del design delle aziende italiane».


Tutte le foto

Elisa Claps, la sentenza per l'omicidio: Danilo Restivo condannato a 30 anni

Corriere del Mezzogiorno


L'uomo si era trasferito in Inghilterra dove nel 2010 è stato condannato all'ergastolo per aver ucciso la vicina


SALERNO - Dopo 18 anni arriva la prima verità giudiziaria sul giallo dell'omicidio di Elisa Claps. I giudici del tribunale di Salerno, accogliendo la richieste dell'accusa, hanno riconosciuto Danilo Restivo colpevole dell'omicidio della studentessa potentina 16enne, condannando il 39enne a una pena di 30 anni di reclusione. La massima condanna possibile nel processo celebrato con rito abbreviato davanti al gup Elisabetta Boccassini.

LA STORIA DI ELISA - Elisa Claps, ultima di tre figli, sparisce nel nulla il 12 settembre del 1993. È domenica, Elisa, che frequenta il primo liceo classico, lascia casa dei genitori al mattino per andare in chiesa e da allora non dà più notizie. Un'amica riferisce che Elisa le ha detto di dover incontrare una persona nella Chiesa della Santissima Trinità e da lì la madre, Filomena, e il fratello, Gildo, cominciano le ricerche della giovane scomparsa, chiedendo vanamente che si proceda a una perquisizione dell'edificio.



I manifesti affissi in memoria di Elisa
I manifesti affissi in memoria di Elisa
IL RITROVAMENTO - Dopo 17 anni di appelli caduti nel vuoto da parte dei familiari e l'interessamento della trasmissione Chi l'ha visto, il cadavere di Elisa viene ritrovato. È il 17 marzo del 2010 e il corpo della studentessa viene scoperto per caso da un operaio impegnato in lavori di manutenzione proprio all'interno del sottotetto della chiesa. Sono ancora riconoscibili gli occhiali, i sandali, l'orologio e una maglia fatta a mano dalla madre, su misura per lei. Secondo i dettagli dall'autopsia svolta sul cadavere, Elisa Claps fu colpita più volte mortalmente al torace con un’arma da taglio, forse un coltello, e poi finita per soffocamento.

IL CARNEFICE: RESTIVO - Danilo Restivo, che ha 21 anni all'epoca della scomparsa, è l'ultima persona ad aver incontrato la giovane quella domenica. A Potenza sono in molti a conoscerlo per la sua mania di tagliare ciocche di capelli a giovani donne incontrate per caso sugli autobus. Restivo, il giorno della sparizione, si presenta al pronto soccorso dell'ospedale per farsi medicare alcune ferite che dice di essersi procurato cadendo. Ma nonostante su di lui si addensi sin da subito una nube fatta di vaghe insinuazioni e più fondati sospetti, riesce a sottrarsi a tutte le accuse. Gli investigatori, del resto, sono ancora impegnati a risolvere il rebus della sparizione di Elisa quando Restivo, passato il clamore iniziale sul caso, decide di emigrare trasferendosi nel Dorset, in Inghilterra.

LA SVOLTA - Nel 2010, quando il cadavere di Elisa torna alla luce, Danilo Restivo è già imputato nel Regno Unito per aver mutilato e ucciso la sua vicina di casa, Heather Barnett. In giugno quando la corte del Winchester lo condanna all'ergastolo in Inghilterra, viene accusato e rinviato a giudizio anche per l'omicidio di Elisa. Dopo un anno e mezzo, l'11 novembre 2011, arriva la sentenza di colpevolezza, mentre restano in piedi i dubbi sollevati in sede processuale sulle complicità e i silenzi di cui si sarebbe avvalso Restivo per sfuggire alla giustizia italiana per quasi vent'anni.

Sandro Di Domenico
11 novembre 2011