giovedì 10 novembre 2011

Autista Atac ferma il bus e compra la pizza

Corriere della sera


L'episodio a Torrevecchia: un unico passeggero ha atteso sul mezzo; 5 minuti di sosta fuori programma


 Nella tempesta per il bilancio in crisi tanto da sospendere l'erogazione dei salari (problema risolto solo mercoledì), l'Atac torna ad affrontare un altro dei suoi problemi più gravi: quello dell'immagine. Non bastassero i disservizi, ecco un novo singolare episodio segnalato da un lettore di Corriere.it: un lettore che ha filmato il conducente di un bus Atac mentre costui fermava il mezzo pubblico e scendeva per andare a comprarsi una pizza.

Un autista invia sms

QUATTRO STAGIONI - Nel video, si vede chiaramente l'autista di un autobus fermare l'automezzo (a bordo si nota solo un passeggero che attende pazientemente) e scendere, per poi attraversare la strada e avviarsi verso una vicina pizzeria. Quindi lo si vede uscirne alcuni minuti dopo con un panino nella mano sinistra e un cartoccio con quella che pare una pizza al taglio nella destra: margherita, quattro stagioni? Non è dato saperlo. Meno di cinque minuti e la porta del bus, con l'autista alla guida, si richiude. Il mezzo riparte. Forse - poiché il mezzo era in sosta regolare alla fermata - l'autista aveva chiesto e ottenuto dal passeggero la cortesia di prendersi quei 5 minuti di pausa.

LA NOTA DELL'ATAC -In serata arriva la replica dell'Atac: «In relazione all’episodio denunciato dal lettore del Corriere.it, si conferma che Atac ha attivato tutte le procedure interne al fine di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto, accertare che il bus appartenga effettivamente all’Atac, e non ad altre compagnie private di Tpl, e procedere infine all’avvio dell’eventuale procedura disciplinare».

SOSPESO PER UN BANCOMAT - Soltanto lo scorso 24 settembre un'altra azienda di trasporto capitolina - la Tevere Tpl, che gestisce le linee bus in periferia - aveva disposto la sospensione dal servizio di un altro autista, punito perchè costui, 15 giorni prima, aveva abbandonato l'autobus 775 a lui affidato per andare a prelevare soldi da un bancomat. L'episodio era stato filmato da un viaggiatore e denunciato ai giornali. Il 22 settembre, un suo collega delle stesse linee periferiche (Tevere Tpl), alla guida del 511, era stato sorpreso dai passeggeri con il cellulare tra le mani e contestato: invece di chiedere scusa aveva bloccato il mezzo e - con toni bruschi - costretto tutti a scendere.

Redazione online
10 novembre 2011 19:28

La guerra di Grazia Letizia , la vedova di Lucio Battisti

Corriere della sera

Ha vinto una causa contro la Sony sull'utilizzo dei brani del marito. L'ultima di una lunga serie di «battaglie»



Lucio e Grazia Letizia in una foto degli anni'70
Lucio e Grazia Letizia in una foto degli anni'70
La Sony non potrà più pubblicare i testi delle canzoni di Lucio Battisti. La notizia arriva dal Tribunale di Milano: le Edizioni Musicali Acqua Azzurra, che detengono i diritti dei brani dell'indimenticato Lucio nazionale, hanno vinto la loro battaglia contro il colosso giapponese. Che aveva pubblicato due raccolte senza richiedere l'autorizzazione. Fin qui niente di strano, questioni di normale copyright (violato). Se non fosse che la maggioranza di Acqua Azzurra appartiene a Grazia Letizia Veronese, ovvero la moglie di Lucio Battisti. Oltreché al figlio Luca. E non ci sarebbe nulla di strano nemmeno qui, l'arrabbiatura della vedova ci sta, se non fosse che Letizia è permanentemente in guerra. Contro chi cerca di lucrare ( a suo dire) sull'immenso patrimonio emotivo oltreché materiale lasciatoci dal caro Lucio .

UNA LUNGA SERIE - Solo giovedì, la famiglia aveva vinto un'altra causa intentata contro il comune di Molteno, vicino a Lecco ( dove Lucio ha vissuto negli ultimi anni della sua vita e riposa) che, per anni, aveva organizzato una kermesse dedicata al cantante, 15.000 euro di risarcimento. Un mese fa la polemica con il comune di Roma in questo caso, per una mostra in cui si esponevano quadri di Lucio, secondo la famiglia non del tutto autentici. In estate era stato impedito alla Rai (e a Mogol) di far sentire un inedito, «Il Paradiso non è qui» che avrebbe dovuto far parte di «Una giornata uggiosa», perla del 1980.

LA SCELTA DI DORI - E così via: Grazia Letizia non permette a nessuno, salvo che in rari casi, di esser depositario della memoria del marito che solo lei può centellinare. Non parla mai Letizia, nessuna intervista, nessun presenzialismo, fedele alla regola che si diede col consorte, quando decisero, alla fine degli anni'70, di andare in «esilio» dalla notorietà e dalle leggi dello starsystem. Un'altra vedova celebre, per esempio Dori Ghezzi in De André, ha scelto strade diverse. Ovvero di condividere con tutti, sempre e comunque, il lascito del marito. Scatenando profluvi di tributi, omaggi, premi dedicati al grande Faber. Per Grazia Letizia, devono evidentemente parlare solo le canzoni, così come furono concepite dal grande Lucio, senza mediazioni di sorta. Probabilmente , come dicevano i latini, in medio stat virtus.

Matteo Cruccu

10 novembre 2011 17:58



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L'Eliodomestico, il distillatore solare che depura e desalina l’acqua marina

Corriere della sera

Funziona come una grande caffettiera al contrario. Ideale per le zone aride e con poca energia elettrica



L'Eliodometico
L'Eliodometico
MILANO – Il design ricorda gli oggetti artigianali dell’Africa subsahariana o i vasi di terracotta utilizzati dalle donne indiane. Ed è proprio per gli abitanti delle zone aride e desertiche che il designer italiano Gabriele Diamanti, 31 anni, ha ideato l’Eliodomestico, semplice ma funzionale distillatore che sfrutta il calore dei raggi solari per depurare e desalinizzare l’acqua marina, salmastra o inquinata.

UNA CAFFETTIERA AL CONTRARIO - «Già durante la tesi avevo progettato un apparecchio simile», spiega Diamanti. Nel corso degli anni, dopo un impiego nello studio del designer giapponese Makio Hasuike, questo giovane appassionato di viaggi e di ingegneria si mette in proprio, apre uno studio tutto suo «con altri soci» e ritira fuori dal cassetto il suo progetto di laurea per perfezionarlo. «L’Eliodomestico funziona come una grande caffettiera al contrario, con la caldaia in alto e l’uscita del vapore in basso», racconta. «La struttura è costituita da un contenitore di metallo nero, dove mettere l’acqua».

E se il colore scuro del contenitore permette al liquido di raggiungere una temperatura di 90 gradi «l’acqua si purifica. Ma cosa più importante evapora e, grazie a una leggerissima sovrapressione, scende verso il basso lungo un tubicino. Proprio come una caffettiera a testa in giù». Una volta che il vapore scende viene intrappolato nel coperchio conico di una ciotola posta sul fondo del vaso. Anche in questa fase il materiale chiave è il metallo. Che permette al vapore di condensarsi ritornando sotto forma liquida, senza la salinità iniziale e dunque potabile e adatto agli usi domestici.

LICENZA OPEN E SENZA FINI DI LUCRO – L’anno scorso Gabriele Diamanti ha iscritto il suo progetto al Prix Emile Hermès 2011. «Sono arrivato in finale, ma non ho vinto. Ora, dato lo scarso interesse che può rappresentare a livello economico, cerco di diffonderlo nei Paesi meno sviluppati e colpiti dalla siccità attraverso le organizzazioni non governative e iscrivendolo ai concorsi ad hoc», sottolinea. L’Eliodomestico è infatti ideato per le popolazioni della zone dove l’acqua è più preziosa dell’oro. «Può essere utile a chi abita sulla costa e dunque sfrutta l’acqua del mare. Poi ho pensato anche all’India dove molte falde sono “contaminate” dalle acque marine.

O alla Cina dove numerosi pozzi o corsi, come il Fiume giallo, contengono sali d’arsenico». Altro aspetto interessante è l’approccio dell’invenzione. Sostenibile in tutti i suoi aspetti. Sia per la realizzazione e per la diffusione. «Molti ritrovati vengono calati dall’alto sulle comunità, senza tener conto della loro formazione culturale e del loro gusto. E per questo motivo non funzionano». Ecco spiegato perché il design dell’Eliodomestico richiama le linee dell’artigianato locale africano o indiano e può essere fabbricato in loco essendo progettato con materiali semplici.

CASI DI INSUCCESSO - Tanti sono infatti i casi di invenzioni utili che non hanno attecchito nei Paesi in via di sviluppo. «Bisogna preventivare la possibilità di sostituire i pezzi di ricambio in loco, altrimenti una volta usurati gli oggetti vengono buttati via». Colpisce anche l’idea della licenza open: «L’obiettivo è diffondere l’Eliodomestico senza fini di lucro, con l’idea di migliorare le condizioni di vita di popolazioni che soffrono per la mancanza di risorse idriche». Chiunque lo voglia riprodurre ha dunque l'obbligo di citare il nome del designer, non può in nessun caso sfruttare il progetto per fini commerciali, ed è tenuto a condividere il progetto come è stato condiviso all'origine.

RISPARMIO ED EFFICIENZA - Il distillatore è stato realizzato al cento per cento con materiali artigianali, tra cui metallo e terracotta. Ed è molto semplice da usare: al mattino si riempie il contenitore ermetico superiore con acqua marina, salmastra o sporca. Alla sera si raccoglie dalla bacinella inferiore la produzione di acqua pulita, evaporata e ricondensata durante il giorno. Infine all'acqua distillata si può aggiungere una piccola quantità di sale per migliorarne le caratteristiche e i benefici per la salute. Inoltre permette un risparmio notevole.

Se infatti con i sistemi tradizionali si riescono a depurare 3 litri al giorno per un investimento iniziale di 100 dollari, l’Eliodomestico consente di eseguire la stessa operazione per 5 litri al giorno a un costo di 50 dollari. Conclude Diamanti: «Sono partito osservando la scarsa efficienza dei depuratori tradizionali basati sul vetro. Sostituendolo con il metallo ho aumentato la differenza di temperatura necessaria al processo di condensazione. E a parità di superficie irradiata l’Eliodomestico è risultato tre volte circa più efficiente».



Marta Serafini
10 novembre 2011 17:40



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Grillo: Monti come Badoglio E "Velina rossa" lascia il Pd

di -

Sul suo blog Beppe Grillo paragona Mario Monti al maresciallo Badoglio, che fu incaricato di formare il governo dopo la destituzione di Mussolini. Poi si dispiace del fatto che il Cavaliere non sia stato arrestato. Pasquale Laurito, autore della "Velina rossa" vicina a D'Alema, lascia il Pd e sbatte la porta per protesta


Una delle battute migliori sul futuro governo a guida Mario Monti, bisogna ammetterlo, l'ha fatta Beppe Grillo, che ha paragonato l'economista al maresciallo Badoglio. E' un accostamento irriverente, perché Berlusconi non è Mussolini, non c'è stata alcuna guerra e Napolitano non è il re.
Però a un comico, ancorché politico, bisogna riconoscere una sorta di licenza poetica. Ma vediamo cosa ha scritto Grillo sul suo blog.

"Il Cavalier Silvio Berlusconi è stato ricevuto al Quirinale dalla controfigura di Umberto II, l’ultimo re d’Italia. La scena nei modi e nella sua rappresentazione è la medesima del 1943, quando a Villa Savoia Vittorio Emanuele III comunicò al Cavalier Benito Mussolini il suo licenziamento. In entrambi i casi il successore venne scelto dal regnante. Ieri fu Badoglio, adesso è Monti".

"Dalla fine della II Guerra Mondiale - osserva Grillo sconsolato - siamo un Paese a libertà limitata con basi americane che presidiano la penisola. Ora siamo stati messi anche ai domiciliari. La politica economica non è più di nostra competenza, ma del Fmi e della Bce. Riceviamo lettere dalla Ue che sono l’equivalente di ordini, ultimatum".

Poi l'ennesima provocazione che fa capire quanto Grillo abbia a cuore non tanto l'Italia ma l'eliminazione del Cavaliere: "Mussolini all’uscita del colloquio con il re, fu caricato su un’ambulanza. Gli venne detto che era per proteggerlo. In realtà, il mezzo era pieno di Carabinieri che lo arrestarono. Ieri sera l’ambulanza non c’era davanti al Palazzo del Quirinale e neppure i Carabinieri. Peccato". Beppe Grillo non si smentisce mai: non contento di non avere più Berlusconi a Palazzo Chigi, lo vuole pure in galera.

Ma a non essere particolarmente felice di Monti c'è anche più di un esponente del Pd. Uno di questi è Pasquale Laurito, noto come l'estensore della "Velina rossa", l'agenzia parlamentare da sempre considerata vicina a Massimo D'Alema. "Non vogliamo più far parte di questa squadra - dice Laurito - e aggiungiamo i nostri migliori auguri all’onorevole Bersani e all’onorevole D’Alema". Nell’ultima "Velina" non nasconde il suo sdegno per la scelta del Pd di dare vita a quella che definisce l’ammucchiata, il governo Monti, "il governo Berlusconi-Bossi".

Si legge sulla Velina: "Non abbiamo più l’intenzione di andare nelle cabine elettorali a dare il nostro voto". Poi va giù ancor più pesante: "Dopo una vita intera non siamo disponibili ad annientare in un fine settimana i nobili ideali di solidarietà nei confronti delle classi sociali più deboli solo per sposare gli interessi di pseudo banchieri". Più che una presa di distanza è una vera e propria dichiarazione di guerra. E fa capire quanti problemi creerà al Pd, e a buona parte della sinistra, il governo di "emergenza" guidato dall'economista della Bocconi.




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Le reliquie di Santa Bernadette in Lombardia per i 90 anni dell'Unitalsi

Corriere della sera

Giungeranno sabato alle 17 nella Basilica di Sant'Ambrogio; sabato 13 dicembre la messa in Duomo




Le reliquie di santa Bernadette Soubirous (1844-1879) saranno in Lombardia dal 12 novembre al 4 dicembre prossimi, in occasione del novantesimo dell'Unitalsi Lombarda, l'associazione che accompagna malati e pellegrini ai santuari mariani . Le reliquie della santa che a 14 anni fu protagonista delle apparizioni di Lourdes giungeranno sabato alle 17 nella Basilica di Sant'Ambrogio, e da qui inizieranno la peregrinatio nelle diocesi lombarde, dove potranno essere venerate fino al 4 dicembre. La ricorrenza dell'Immacolata, lo stesso giorno del 1933 in cui Pio XI pronunciò la canonizzazione di santa Bernadette, sarà il perno dell'evento. E' la terza volta che le reliquie della santa vengono portate in Italia, ma in passato ne era stata meta esclusiva Roma, con le basiliche di Santa Maria Maggiore e San Pietro in Vaticano.

I 90 ANNI DELL'UNITALSI - Sarà il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, a presiedere la celebrazione della messa che sabato 3 dicembre, in Duomo, costituirà il momento culminante della ricorrenza dei 90 anni di fondazione dell'Unitalsi lombarda. Le reliquie di Santa Bernadette verranno esposte in Duomo a «testimonianza di una devozione che conforta malati e pellegrini». «Oggi l'attività dell'Unitalsi non si limita ai pellegrinaggi mariani - spiega Vittore de Carli, presidente dell'Unitalsi Lombardia - ma continua in sezioni e sottosezioni dove si organizzano giornate speciali per gli amici malati, condividendo momenti di preghiera, ma anche di letizia, giungendo là dove non bastano le strutture sanitarie e la pubblica amministrazione».


Redazione Milano online
10 novembre 2011 16:39



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Telekom Serbia, 10 anni a Igor Marini

Corriere della sera

Il faccendiere condannato con De Simone. Nove prescritti


MILANO - Scatenò una valanga di calunnie. E le sue accuse, poi rivelatesi infondate, per poco non travolsero alcuni dei più noti esponenti politici del centrosinistra. Ora Igor Marini paga il conto delle sue iniziative mediatico-giudiziarie. Il tribunale di Roma lo ha infatti condannato a dieci anni per il cosiddetto affare Telekom Serbia, per reati che vanno dall'associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione di documentazione falsa e contraffatta a diversi episodi di calunnia.

In più dovrà risarcire le vittime col pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva, a titolo di risarcimento dei danni, pari a quasi un milione di euro. Per il collegio, 100mila euro vanno liquidati subito a Francesco Rutelli, Donatella e Lamberto Dini, Walter Veltroni, Piero Fassino e Clemente Mastella mentre 150mila euro è la somma destinata a Romano Prodi, all'epoca dei fatti premier. Più 15mila euro di multa e 100mila di spese legali. Al coimputato Maurizio De Simone, uomo d'affari, è stata invece inflitta una condanna a 4 anni e mezzo. Il non doversi procedere, perché i reati contestati si sono estinti per prescrizione, è stato disposto, invece, per gli altri nove imputati, tra i quali l'avvocato Fabrizio Paoletti, e i manager Giovanni Romanazzi e Antonio Volpe.

IL CASO - Igor Marini , ex attore e stuntman, sedicente conte, noto precedentemente nella cronaca rosa per essere stato per alcuni anni il marito dell'attrice Isabel Russinova, nel 2003 divenne il protagonista di un caso senza precedenti. I politici più in vista del centrosinistra vennero indicati come destinatari di cospicue somme di denaro, frutto di traffici illeciti legati all'affare Telekom Serbia. Stando a quanto accertato dalla procura di Roma, proprio Prodi, Fassino e Lamberto Dini furono indicati da Marini come i destinatari di tangenti, sotto gli pseudonimi di Mortadella, Cicogna e Ranocchio. Per i pm Maria Francesca Loy e Francesco De Falco, che chiesero 12 anni per Marini, le «calunnie (verbali e documentali) furono devastanti e di una gravità inaudita perché prive di qualsiasi fondamento. Telekom Serbia - aggiunsero i magistrati - può considerarsi la madre di tutti i tentativi di denigrazione dell'avversario politico come purtroppo siamo abituati da tempo».

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE - In sede di requisitoria i pm non mancarono di bacchettare la commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta da Enzo Trantino che seguì la vicenda: «Di quello scandalo - dissero i pm - fu fatto un grande uso politico perchè quello che Marini andava sostenendo al pari di alcuni soggetti che trafficavano in titoli falsi da monetizzare è stato cavalcato per motivi mai chiariti dalla commissione parlamentare d'inchiesta. La commissione di inchiesta non solo contribuì a dilatare la portata di questo scandalo ma non fu per nulla tenera con i presunti corrotti».



Redazione Online
10 novembre 2011 15:55



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Allarme, un Ufo "scannerizza" il campanile Giallo a Lanzada

Il Giorno

Il racconto di un ventenne del paese che ha scattato una serie di fotografie



Avvistamento Ufo a Lanzada
Avvistamento Ufo a Lanzada

Gli amanti della fantascienza di tutto il mondo potrebbero aver un elemento in più che alimenti i loro sogni. Nella serata del primo novembre, tra le 19.04 e le 19.17, un ventenne di Lanzada (sconvolto, non vuole che il suo nome venga pubblicato), mentre percorreva a bordo della sua autovettura la via Palù, in direzione Vassalini, pare abbia fatto un incontro che, se vero, certamente non potrà scordare. In cielo, proprio sopra il centro abitato di Chiesa, il ragazzo dice di aver notato una «luce rossastra che, dopo aver sostato per alcuni minuti, velocemente si è diretta verso di lui».

Incuriosito dal fenomeno ed escludendo si trattasse di un elicottero, ha afferrato la macchina fotografica dal cruscotto (è un appassionato di obiettivi) e ha scattato una serie di foto. Il velivolo, non meglio identificato, «si muoveva velocemente e, fluttuando ondeggiante», pare abbia rallentato la sua corsa, proprio all’altezza del bivio con la via San Giovanni di Lanzada, proprio dove si era accostato il fotoreporter d’eccezione per scattare le istantanee.

«L’oggetto - ha raccontato il giovane - aveva un colore pulsante le cui tonalità andavano dall’intenso rosso fuoco, all’arancione tenue e, mentre rallentava la corsa, emetteva un rumore elettrico sordo che, nel complesso, risultava piuttosto silenzioso». Dopo aver sostato brevemente sul bivio suddetto, sembra che l’oggetto volante abbia ripreso rapidamente la corsa verso il centro dell’abitato del paese e, più precisamente, in direzione del campanile della chiesa. Il testimone dell’apparizione che, se confermata, ha sicuramente dell’incredibile, ha raggiunto rapidamente la piazza dell’edificio e si è messo in posizione nascosta.

Da lì ha continuato a scattare (i flash appaiono nitidi e dettagliati), finchè, improvvisamente, i suoi occhi attoniti sono stati catturati da qualcosa di veramente insolito. Dal velivolo, nel frattempo collocatosi in modalità di quiete sopra l’edificio di culto «ho visto uscire due specie di sfere verdastre che rapidamente hanno aggirato la struttura, come se dovessero scannerizzarla», per poi rientrare nell’abitacolo “alieno” (così viene definito). Dopo l’operazione l’Ufo si è allontato con un bagliore e con fare anomalo rispetto alle dinamiche di volo cui siamo abituati. Sembra non sia stato l’unico avvistamento in zona, altri luoghi sono stati precedentemente segnalati: le dighe Campo Moro, Campagneda, Cristina e Pizzo Scalino. Lo stesso giorno un uomo di Faedo ha visto lo stesso “Ufo” sopra Sondrio.


di Camilla Martina




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Agguato in Curia, due identikit

Corriere della sera

La questura di Firenze ha diffuso due identikit, sulla base del racconto di don Brogi e dell'arcivescovo. Numero verde per eventuali segnalazioni: 800-501233



La questura di Firenze ha diffuso due identikit, molto simili fra loro, per risalire all'uomo che venerdì scorso ha sparato nel cortile della Curia ferendo don Paolo Brogi e minacciando l'arcivescovo Giuseppe Betori. Istituito anche un numero verde per eventuali segnalazioni: 800-501233. Gli identikit sono stati tracciati a mano libera dagli specialisti della polizia scientifica e mostrano due volti simili di uomo tra i 60 e i 70 anni, brizzolato chiaro, con barba e pizzetto.

Gli identikit sono stati ottenuti rispettivamente dalle testimonianze dei due prelati aggrediti, ma sono abbastanza simili. Inoltre l'uomo avrebbe corporatura robusta e sarebbe alto 1.75. La polizia scientifica ha fatto anche delle ipotesi di invecchiamento del volto, scavato dalle rughe, anche per poter confrontarlo con alcune fotografie di sospetti e valutarne la compatibilità. Quanto al numero verde, il capo della squadra mobile di Firenze Filippo Ferri ha detto che «può servire a ricevere segnalazioni, anche di un piccolo particolare, che a qualcuno può venire in mente nel corso dei giorni».

LE INDAGINI - Si riparte dal bossolo. Dalla pallottola 7.65 Browning della pistola semiautomatica usata per sparare contro don Paolo Brogi, ferito all'addome, e per minacciare l'arcivescovo Giuseppe Betori. La polizia scientifica sta infatti facendo un tampone sul bossolo sequestrato nel cortile dell'Arcivescovado nella speranza di risalire al Dna dell'uomo che ha inserito la pallottola nel caricatore della semiautomatica poi usata venerdì scorso nel cortile della Curia. Se l'uomo che ha sparato non ha usato i guanti, i poliziotti potrebbero avere in mano un primo elemento serio: il Dna dell'attentatore, ovvero la carta d'identità biologica che potrebbe essere comparata con una rosa di sospettati oppure usata a riprova in caso di nuovi sospettati.

Alla polizia scientifica intanto è stata inviata una pistola calibro 7.65 che è stata trovata nel corso di una perquisizione avvenuta nei giorni scorsi. Nel mirino è finito un uomo che è passato da piazza dell'Olio venerdì poco prima dell'agguato. Le indagini hanno poi accertato che l'uomo lavora in centro e passa spesso da lì, anche nei giorni successivi è stato visto aggirarsi nella zona del Duomo. La pistola è stata trovata nell'appartamento che l'uomo divide con un amico, proprietario dell'arma. I primi risultati sembrano escludere che possa trattarsi della calibro 7,65 che ha ferito don Paolo ma gli accertamenti non si fermano qui.

IL TESTIMONE - Intanto la polizia ha sentito un dipendente della Replay, negozio di abbigliamento in via de' Pecori, a due passi dalla Curia che aveva dichiarato di aver sentito uno sparo verso le 19.30 precisando però di non aver visto nessuna persona scappare. Si tratta, di fatto, del primo testimone — anche se indiretto — che entra ufficialmente a far parte dell'inchiesta per tentato omicidio. Intanto si sta lavorando per realizzare un numero verde per raccogliere indicazioni utili che serviranno a dare un volto all'aggressore.

Un'iniziativa analoga a quella messa in piedi anni fa dalla Questura di Firenze durante l'indagine sulle Brigate rosse, quando la polizia allestì una «linea dedicata» per raccogliere qualsiasi tipo di informazione. Gli investigatori della squadra mobile e della Digos — coordinati dal procuratore Giuseppe Quattrocchi e dal sostituto Giuseppina Mione — grazie alle informazioni ricevute da don Brogi e dall'arcivescovo Betori hanno affinato l'identikit dell'aggressore: volto scavato e sofferente, barba incolta, cappello in testa: questa l'immagine divulgata oggi nella speranza che qualcuno riconosca l'uomo dell'agguato.

I SOSPETTATI - Intanto negli uffici di via Zara si continua a lavorare giorno e notte per restringere la cerchia dei possibili sospettati. Decine le segnalazioni che stanno arrivando, alcune scartate immediatamente, altre vengono prese in considerazione e approfondite. Si continua a scavare tra le persone che potrebbero avere motivi di rancore verso la Curia. Persone che sono state allontanate, magari da qualche parrocchia, che hanno covato nel tempo una vendetta per vari motivi.

Ma non ci sono ancora elementi per escludere l'ipotesi che ad operare sia stato un folle. Intanto continua il lavoro sulle telecamere: i poliziotti continuano a visionare i filmati degli «occhi elettronici» che si trovano nel centro storico. Anche l'ombra ripresa in zona San Giovanni si è rivelata evanescente: nonostante lo zuccotto nero indossato dal sospetto i poliziotti hanno accertato che non si trattava dell'uomo dei misteri.

Solamente un passante che somigliava, seppur vagamente, all'identikit fornito da due religiosi. Continua anche lo screening che squadra mobile e Digos stanno realizzando sulle attività della Curia, specialmente quelle relative agli ultimi mesi. Si stanno facendo accertamenti sugli incontri pubblici dell'arcivescovo, sui rapporti che uffici della diocesi possono aver avuto con esterni, per richieste o questioni e sulle udienze di monsignor Betori e chi vi ha partecipato.


Simone Innocenti
Antonella Mollica
09 novembre 2011(ultima modifica: 10 novembre 2011)



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Il paziente muore per infezione, ma non è omicidio colposo

La Stampa

In caso di decesso del paziente, per valutare se sussiste responsabilità medica, è necessario sviluppare un ragionamento che chiarisca cosa sarebbe accaduto se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto dall'ordinamento. Dunque, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 21028/11, conferma il precedente orientamento delle Sezioni Unite.

Il Caso

Tre medici venivano dichiarati, dal Tribunale di Milano, responsabili del delitto di omicidio colposo in danno a un paziente deceduto poco tempo dopo aver subito un intervento chirurgico: un anno e 4 mesi di libertà controllata per il primario e un anno di libertà controllata per gli altri 2 medici collaboratori, oltre la condanna al risarcimento in solido dei danni in favore delle parti civili. Anche la Corte d'appello riteneva inadeguata la scelta terapeutica rispetto al quadro clinico del paziente, pertanto, confermava la sentenza di primo grado. La stessa Corte sottolineava la posizione di garanzia nei confronti del paziente rivestita dal primario, in quanto superiore gerarchico rispetto agli altri due collaboratori che, però, per evitare la condanna, avrebbero dovuto esprimere formale dissenso rispetto alle sue scelte terapeutiche.

Questo in sostanza il motivo, risultato fondato, del ricorso per cassazione. Infatti, il ricorso viene presentato deducendo erronea applicazione della legge penale da parte del Collegio che aveva omesso di rilevare che il batterio, responsabile dell'infezione, non era di origine intestinale (il che avrebbe confermato il nesso causale tra operazione ed evento morte) e che aveva confermato l'imprudenza della scelta sul tipo di intervento chirurgico da eseguire.

I ricorrenti, oltre ad osservare che il paziente aveva superato brillantemente l'intervento, rimarcavano l'assenza di evidente errore clinico nella scelta effettuata dal primario, per cui non risultava esigibile la formalizzazione del dissenso da parte dei due collaboratori. La Corte di legittimità, richiamando un importante orientamento delle sue Sezioni Unite (sentenza n. 30328/02), esclude che ci sia un modello di indagine fondato esclusivamente sulla «forza esplicativa di leggi di copertura universale».I giudici con l'ermellino, specificano anche che, ai fini dell'imputazione causale dell'evento, il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento che chiarisca cosa sarebbe accaduto se fosse stata posta in essere la condotta richiesta dall'ordinamento. Nel caso di specie questo, a parere della Cassazione, non è avvenuto. Perciò, mancando le condizioni per attribuire materialmente l'evento ai sanitari, la sentenza viene annullata con rinvio.





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Er pelliccia torna a casa: "Ho perso la testa, in cella ho capito di aver sbagliato"

di Domenico Ferrara -

Fabrizio Filippi, il ragazzo ritratto da tutti i quotidiani mentre lancia un estintore durante gli scontri di Roma del 15 ottobre scorso, torna a casa. "Libero con obbligo di firma"


Er pelliccia torna a casa
. E' stato su tutte le prime pagine dei giornali: viso coperto da una sciarpa, riccioli biondi, petto nudo, ritratto accanto a un'auto in fiamme mentre scaglia in aria un estintore.
Noi del Giornale.it eravamo stati i primi a identificarlo, grazie alle segnalazioni dei lettori. Fabrizio Filippi (questo il suo vero nome) era poi stato arrestato per resistenza pluriaggravata. Un reato che prevede da tre a quindici anni di carcere.

Adesso, dopo 23 giorni passati a Regina Coeli, il simbolo (negativo) degli scontri del 15 ottobre scorso a piazza San Giovanni a Roma è tornato a casa. "Libero con obbligo di firma tre volte alla settimana". Ha deciso così il gip Paola Della Monica che ieri ha accolto l'istanza di scarcerazione presentata dai legali dello studente 24enne di Bassano Romano. Il ragazzo avrebbe raggiunto "un adeguato livello di consapevolezza", dice sempre il gip.

Insomma, Er pelliccia si sarebbe reso conto della bravata che ha commesso, è pentito e quindi basta carcere: può tornare a casa. E lo confermano anche i legali del ragazzo, Vincenzo Gambera e Francesco La Monica: "Il nostro assistito ha capito di aver sbagliato e si è pentito. Non è un simbolo, non voleva colpire nessuno".

E lo stesso Filippi, in un'intervista a Repubblica, fa un passo indietro e torna a quel 15 ottobre scorso: "Accompagnavo un mio amico alla Sapienza che doveva pagare un bollettino e poi abbiamo trovato il corteo e ci siamo uniti. Mi sono trovato in mezzo agli scontri per caso e ho perso la testa", dice Er pelliccia, che assicura poi di essere consapevole di avere offuscato la protesta pacifica di migliaia di persone indignate contro la crisi. "È vero la violenza ha fatto passare in secondo piano una giusta protesta. Sono pentito perché non mi sono reso conto per tempo di quello che stavo facendo e delle conseguenze".

Filippi, insieme agli altri indignati violenti, sono stati definiti Black Bloc. Ma Er pelliccia respinge categoricamente l'appartenenza alla categoria. Anzi: "Non ne faccio parte. Non condivido le loro azioni e la loro violenza. E non hanno il coraggio di manifestare a volto scoperto". E quando gli si fa presente che anche lui fosse a viso scoperto, Filippi risponde: "Non portavo cappucci, solo una sciarpa ed ero riconoscibile facilmente. Infatti mi hanno arrestato". Tuttavia, nel momento del lancio del famigerato estintore il volto erano travisato. Comunque sia, ora il simbolo della protesta dice di aver capito tutto e di essersi reso conto in carcere di aver sbagliato. Il gip ci ha creduto.





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Un giudice italiano per il Tribunale Onu

La Stampa

Oggi il voto alle Nazioni Unite sull'ngresso di Giorgio Gaja fra i quidici membri della Corte Internazionale di Giustizia

PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

La prudenza è d’obbligo, perché le elezioni all’Onu sono sempre complicate. A meno di sorprese, però, l’Italia tornerà alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia con un suo rappresentante dopo quindici anni di assenza. Il nostro candidato è il professore Giorgio Gaja e il voto si tiene oggi, in contemporanea al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale. La nostra missione al Palazzo di Vetro è ottimista per gli impegni di appoggio ricevuti. Un risultato positivo sarebbe importante per il prestigio del nostro Paese in un momento di gravi difficoltà economiche e politiche, ma anche per ragioni pratiche.

Nel prossimo futuro, infatti, l’Aia si troverà a gestire questioni importanti che ci riguardano da vicino, come la possibile causa contro il Brasile per l’estradizione di Cesare Battisti. La Corte Internazionale di Giustizia è il principale organo giudiziario dell’Onu, fondato nel giugno del 1945. Ha il compito di dirimere le controversie tra gli Stati ed emettere pareri per il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale. È composta da 15 giudici che hanno un mandato di nove anni.

L’ultimo rappresentante italiano era stato Luigi Ferrari Bravo, che aveva lasciato il posto nel 1997. Roma non aveva più cercato di sostituirlo, così come era avvenuto per molte altre cariche internazionali. «Era un vuoto singolare - dice l’ambasciatore Cesare Maria Ragaglini - per un Paese che è ancora il sesto contributore al bilancio ordinario dell’Onu e il sesto fornitore di truppe per le operazioni di peacekeeping». Il segretario generale Ban Ki-moon ci ha definiti il «partner ideale» del Palazzo di Vetro, per la collaborazione che siamo sempre pronti a offrire, ma a questa stima non corrisponde una rappresentanza adeguata ai piani alti. Il giudice tedesco Bruno Simma ha deciso di lasciare il posto, e l’Italia si è candidata.

Gaja, nato a Lucerna nel 1939, ha un curriculum di prestigio, dall’insegnamento all’università di Firenze e in atenei stranieri come Columbia University, Ginevra e Parigi, fino alla direzione della «Rivista di diritto internazionale». È membro della Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite dal 1999, ed è stato per cinque volte giudice ad hoc, cioè per singoli procedimenti, alla Corte dell’Aia. Per vincere oggi dovrà ottenere la maggioranza assoluta tanto al Consiglio di Sicurezza, dove servono 8 voti, quanto in Assemblea Generale, dove ce ne vogliono 97.

L’Italia è ottimista perché ha ricevuto un buon numero di impegni scritti di appoggio, nonostante la crisi economica, l’instabilità del governo, la riduzione ai minimi storici dei nostri aiuti per la cooperazione e lo sviluppo, e un clima in generale non molto favorevole agli europei. «Vincere - dice Ragaglini - sarebbe un fatto straordinario per la conferma della nostra credibilità come Paese». Sul piano pratico, Gaja potrebbe ritrovarsi per le mani il caso Battisti, se la commissione bilaterale appena nominata da Roma e Brasilia non trovasse un’intesa, e si decidesse di portare all’Aia la disputa sull’estradizione. La Corte sta per decidere anche una nostra causa con la Germania, che ha accusato l’Italia di aver violato l’immunità dello Stato tedesco con i procedimenti e le richieste di risarcimento venute dai nostri tribunali per i crimini di guerra commessi da uomini del Terzo Reich.

Sul tavolo ci sono anche diverse questioni che ci riguardano da vicino o ci interessano, come la disputa tra Macedonia e Grecia per il nome del Paese balcanico, quella tra Croazia e Serbia sul tema del genocidio, una possibile pronuncia sullo status dei prigionieri palestinesi in mano a Israele, una controversia con gli Usa sulla pena di morte. L’elezione di Gaja avrebbe anche un impatto sullo sforzo che la diplomazia sta facendo per recuperare posizioni negli organismi internazionali. Al momento la carica individuale più importante che abbiamo nel sistema Onu è quella di Filippo Grandi, commissario dell’Unrwa, l’agenzia che si occupa dei rifugiati palestinesi.

Il giudice all’Aia diventerebbe la posizione più rilevante, e potrebbe aprire la porta ad altri incarichi. Entro fine anno, ad esempio, Ban Ki-moon deve rinnovare la sua squadra per il secondo mandato, e gira voce che potrebbe scegliere un nuovo vice per gli Affari politici, il Dipartimento degli affari economici e sociali, e la Pubblica informazione. L’Italia, poi, guarda già alla candidatura nel Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-18, per la quale si voterà nel 2016, e più nell’immediato all’intenso dibattito in corso sulla riforma del maggior organismo del Palazzo di Vetro, dove rischiamo sempre l’esclusione. Alcuni movimenti in corso tra i Paesi che ambirebbero a un seggio permanente fanno sperare in una possibile svolta definitiva a favore delle tesi di Roma, che certamente si gioverebbero di un altro successo oggi.



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Gli animalisti braccano l’aguzzino di Jerry

di Oscar Grazioli -

Messaggi on line e telefonate: mezza Italia a caccia dell’uomo che ha sepolto vivo il cane. Ma il nome è segreto


«Datelo a me che ci penso io a fargli passare non 40 ore, ma solo un'oretta di godimento». «La miglior cosa da fare è seppellirlo vivo e tirarlo fuori esattamente dopo 40 ore chiedendogli: come si sente? Un goccio d'acqua?...».

Queste sono alcune delle migliaia di richieste che viaggiano in Internet, alimentate da una rabbia esplosiva, una richiesta di linciaggio che esce prepotente da Facebook, da Twitter e dagli altri mezzi di comunicazione telematica e riguarda un atto criminale commesso su un cane. E fortuna che è tutto finito bene. Ma converrà riassumere per i pochi che non avessero conoscenza di una notizia che tutti i media hanno riportato nei giorni scorsi. Siamo a Desenzano sul Garda, provincia di Brescia, e una coppia di giovani, mentre si reca in campagna a visitare un parente, si accorge che da un ammasso di laterizi escono gemiti, lamenti, sbuffi e colpi di tosse repressa. I due avvertono subito la centrale dei vigili che inviano immediatamente una pattuglia sul luogo.

Anche gli agenti sentono i lamenti e si mettono a scavare freneticamente tra un cumulo di materiale di risulta lì scaricato. Quello che spunta da un avvallamento, sul quale sono stati gettati forati e detriti vari, lascia basiti gli uomini. Un simulacro di cane da caccia, con una benda su entrambi gli occhi, protende il muso e apre la bocca, passandosi la lingua arida tra le labbra. Gli viene portata subito dell'acqua, che beve avidamente e poi si provvede al suo ricovero in una clinica dove il suo stato appare grave ma non drammatico.

Basta poco tempo agli agenti per scoprire chi è l'autore di un simile atto di crudeltà. Si tratta di un cacciatore del luogo, pensionato di 65 anni, dalla fedina penale pulita e, come mi chiarisce al telefono il comandante Presicci, della polizia locale di Desenzano, del tutto ignoto alle forze dell'ordine e alla magistratura. «Una persona assolutamente normale - mi dice - che non ha mai avuto trascorsi delittuosi e men che meno problemi psichiatrici, almeno a noi noti».

Quello che tutti si chiedono è il perché di un atto simile. La difesa dell'uomo verte sul fatto di avere giudicato morto il cane e di avere provveduto a seppellirlo. E le bende sugli occhi? Aveva, a sua detta, delle escrescenze sulle palpebre che un veterinario avrebbe suggerito di tenere bendate. Giustificazioni deboli, perché la morte apparente nel cane, è un fatto raro e poi, mentre lo si trascina, si scava la buca, si gettano sopra strati di detriti, neanche un gemito, non un movimento, per poi riprendere coscienza una volta sepolto? Per di più a 13 anni e con un soffio al cuore? Mah, anche gli inquirenti stanno cercando di capirci qualcosa.

La cosa certa è che la notizia, vista la singolarità dell'evento, ha scatenato un pandemonio. L'opinione pubblica, che ha potuto osservare le immagini del povero cane in vari programmi televisivi, è stata giustamente attraversata da un moto di commozione e di rabbia che, per molti però, si è ben presto trasformato in una richiesta di giustizia sommaria. Al comando dei vigili sono giunte numerose telefonate di persone che chiedevano le generalità dell'individuo e non certo per spedirgli una targa ricordo.

Per fortuna le minacce fisiche, rassicura il comandante, per il momento sono rimaste «sulla carta», ma la consegna è quella di non rivelare a nessuno alcun dato che possa fare risalire a chi ha commesso l'efferato gesto. Ci sono anche persone che, più pragmaticamente pensano al cane. Un orafo di Valenza Po ha chiamato i vigili dicendosi disponibile a pagare tutte le spese per rimettere in sesto Jerry mentre giungono centinaia di richieste d'adozione da tutta Italia. A proposito, un elogio ai vigili, sensibili, generosi e pazienti.



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Se Acca Larenzia fu una strage brigatista

di Gian Marco Chiocci - Il filo rosso, spezzato, della strage di Acca Larenzia. Trentatre anni dopo si allunga sulle Br l’ombra della mai chiarita mattanza del 7 gennaio 1978 dirimpetto la sezione del Msi al quartiere romano del Tuscolano: due ragazzi ammazzati, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, altri due feriti, più un terzo militante, Stefano Recchioni, ucciso negli scontri di piazza tra giovani di destra e forze del’ordine.


Ad oggi gli assassini di Acca Larenzia non hanno un volto. All’epoca si indagò, poco e male, sui Nact (Nuclei armati per il contropotere territoriale) che in quella zona a sud della Capitale operavano come «cerniera» fra l’Autonomia operaia e l’organizzazione militare della stella a cinque punte. Si scavò con sufficienza sulle precise rivelazioni di più pentiti rossi (Todini, Brogi e altri) che però non ressero al vaglio dibattimentale. E soprattutto si seguì fino a un certo punto la pista dell’arma utilizzata per l’eccidio.

Trentanni dopo quel filo rosso ha iniziato ad avvolgerlo l’allora numero tre delle Br, Antonio Savasta, che prima di pentirsi e disarticolare la sua organizzazione, giustiziava Taliercio e Varisco, interrogava il generale americano Dozier, custodiva la Renault 4 «carro funebre» di Aldo Moro. Nel bel libro di Nicola Rao («colpo al cuore», edito da Sperling & Kupfer) Savasta decide di confessare quanto sin qui mai rivelato su Acca Larenzia e sull’omicidio, da parte del suo gruppo, di un altro giovane missino, Mario Zicchieri. E nel farlo offre un formidabile riscontro a quanto scoperto da Valerio Cutunilli e Luca Valentinotti in un altro libro shock dal titolo «Acca Larenzia, quello che non è stato mai detto».


Savasta si dilunga sul dibattito interno alle Br, «tra la fine del ’77 e l’inizio del ’78» sull’opportunità o meno di «attaccare i fascisti del Tuscolano». Chi spingeva per colpire i neri apparteneva alla «Brigata Torre Spaccata» capeggiata da Francesco Piccioni, Remo Pancelli, Marcello Capuano, Giulio Cacciotti», da «Stefano e Marina Petrella», quest’ultima riparata in Francia eppoi difesa da Carla Bruni, signora Sarkozy, contraria alla sua estradizione. Savasta non ha certezze dirette ma, dice sicuro, «ho sempre avuto la convinzione, dopo quello che avevo sentito, che dietro quell’azione vi fossero i compagni della Brigata di Torre Spaccata, che sicuramente fornirono copertura, armi e mezzi».

Qualcuno di loro, aggiunge, «molto probabilmente partecipò personalmente all’attacco». Da cosa nasce questa sua convinzione? «Quelli di Torre Spaccata chiesero alle altre brigate territoriali come pensavano di comportarsi con i fascisti del loro quartiere, fui testimone di accese discussioni (...). In pratica chiedevano all’organizzazione una specie di placet per colpirli.

Erano assolutamente determinati nel voler sparare ai fascisti in quelle zone, e colpirli significava annientarli (...)». Alla Brigata di Torre Spaccata, per competenza territoriale, si rifacevano sigle e sottosigle di Roma Sud, tipo gli «Mrpo», «Ncr», «Lapp» e soprattutto i «Nact» rappresentati nel logo da una mitraglietta. Simile alla Skorpion utilizzata dalla futura pentita Livia Todini per fare pratica nel parco della Caffarella, arma consegnatale dall’«addestratore» brigatista Stefano De Maggi, casualmente residente nel palazzo accanto alla sezione missina di Acca Larenzia.

Questa skorpion con ogni probabilità è la «seconda» in dotazione alle br (l’altra servì per uccidere Moro) di cui parlerà il terrorista rosso Gennaro Maccari in commissione stragi. E quasi certamente è quella sequestrata nel 1988 nel covo di via Dogali che firmerà tre omicidi politici e pure la strage del 7 gennaio ’78. L’arma, si scoprirà dopo la strage di via Fani, era stata acquistata nel 1971 dal cantante Enrico Sbriccioli, al secolo Jimmi Fontana, a suo dire rivenduta a pochi giorni da Acca Larenzia a un poliziotto del commissario Tuscolano (che ha sempre negato l’acquisto) conosciuto nella stessa armeria al quartiere Prati frequentata da un certo «signor Marchetti», al secolo Valerio Morucci, capo brigatista, ribattezzato «Pecos» per la sua sfrenata passione per le armi.




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Immobili religiosi ed esenzione Ici, stretta Cassazione: non basta autocertificazione

Il Mattino


 Giro di vite della Cassazione sugli immobili religiosi come conventi e abbazie che usufruiscono dell'esenzione dall'Ici quando vengono svolte attività commerciali come l'ospitalità a pagamento con le modalità del trattamento alberghiero.


La Cassazione ha dato infatti ragione al comune di Cannobio (Verbania) contro il Monastero delle Orsoline (struttura sul Lago Maggiore in grado di ospitare fino a 85 persone in 45 camere da letto con bagni privati), sottolineando che le commissioni tributarie regionali non possono acconsentire alla mancata tassazione solo in base a dichiarazioni nelle quali gli stessi responsabili delle strutture ecclesiastiche autocertificano di destinare «a priori», gli edifici solo ad attività religiose e spirituali.

L'esenzione dall'Ici, avverte la Cassazione nelle sentenze 23314 e 23315 nelle quali le orsoline di Cannobio sono rappresentate da suor Maria Letizia U. non può avvenire «senza verificare, alla stregua della realtà fattuale, la concreta sussistenza delle condizioni legittimanti l'esenzione da imposizione dell'attività svolta. La sussistenza del requisito dell'esenzione, che in base ai principi generali è onere del contribuente dimostrare, non può essere desunta esclusivamente sulla base di documenti che attestino a priori il tipo di attività cui l'immobile è destinato, occorrendo invece verificare che tale attività pur rientrando tra quelle esenti, non sia svolta, in concreto, con le modalità di una attività commerciale». Ora la Commissione Tributaria di Torino dovrà pretendere dei chiarimenti sulle finalità per le quali, nei mesi di luglio e agosto, le camere da letto un tempo destinate alle educande vengono oggi aperte all'ospitalità di gruppi esterni.

Mercoledì 09 Novembre 2011 - 19:22    Ultimo aggiornamento: 19:23




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Ecco i figli dei tiranni indignados contro papà

di Manila Alfano -

La figlia di Raul Castro difende i gay, quella di Fidel fugge a Miami e il nipote di Kim Jong-il scrive: "Meglio la democrazia"

I figli crescono e si ribellano. Succede, anche quando il padre fa il dittatore. È successo a Castro, stessa sorte ora anche al fratello Raul. Figlie ribelli e testarde, Mariela come Alina. Nel 1993 Fidel ha visto la sua Alina partire, mascherata da turista per scappare come un rifugiato qualunque.


Una figlia tosta, Alina Fernandez Revuelta. Unica discendente del lider maximo, trasgressiva e indisciplinata fin da quando era bambina. A Miami si è rifatta una vita lontana dal suo passato, conduce un programma radio e racconta: «Sono fuggita nel 1993 in Spagna travestita da turista perché mio padre mi considerava una nemica politica e mi teneva sotto controllo. Mi negò il permesso per uscire dal Paese. Ero una marziana reduce da un pianeta lontano e dimenticato». Alina sputa veleno e assicura: «Io sarò sempre una ribelle e non tornerò mai per riabbracciare Fidel, nemmeno per il suo funerale».

Figlie che odiano i padri e si vendicano raccontandoli nelle interviste e nei film, (Castro’s daughter: an exile’s Memoir of Cuba), prodotto dal Premio Oscar Bobby Moresco di Million Dollar Baby. «A tre anni gli show di Topolino furono rimpiazzati dalle esecuzioni ordinate da mio padre».

Oggi il regime fa uno sforzo per cambiare. La nipote Mariela è in testa a questo cambiamento. È lei che guida una nuova rivoluzione. Lo fa a partire dai gay, come simbolo del nuovo corso cubano in fatto di sessualità. Infatti se suo zio Fidel e suo padre Raul avevano costruito lager per la rieducazione degli omosessuali, lei lotta contro il maschilismo dei cubani per affermare i loro diritti e sfila in testa ai cortei gay. Eppure oggi Mariela vuole procedere con i piedi di piombo. Sa che rompere ora con il regime non funzionerebbe. Ora che si stanno facendo sforzi per cambiare. Cerca la linea morbida, quella interna.

L’altro ieri ha debutto su Twitter, forma democratica per eccellenza di comunicazione. Tanto che lì ha trovato subito una voce contraria e nemica. Yoani Sanchez, blogger cubana anti-governativa l’ha subito attaccata, lei ha reagito, ne è nato un battibecco on-line. Yoani contro Mariela che colpita ha tentato di difendere il nuovo corso. Cioè ribelle sì, ma per il momento meglio non esagerare con gli strappi.

Ma non solo a Cuba escono storie di figli ribelli. Quando il nipote pop di Kim Jong-il è riuscito ad avere accesso a internet il padre, Kim Jong-nam deve essere caduto dalla sedia per lo choc. Sul profilo Facebook il sedicenne Kim Han Sol si è presentato con capelli biondi ossigenati e vestiti alla moda e ha scritto: «Al comunismo preferisco la democrazia». Ma non solo, ha poi elencato interessi e film preferiti (al primo posto Love Actually, commedia romantica con Emma Thompson e Hugh Grant).

Gusti decisamente troppo occidentali per il figlio maggiore del numero uno del regime di Pyongyang che ha subito tentato di correre ai ripari bloccando il suo account. Figli cresciuti nell’oro e nell’opulenza che da grandi tradiscono il padre e i suoi ideali. Anche tra i figli di Bin Laden c’è stata una pecora bianca. Omar è cresciuto nel lusso e nello sfarzo e quando il severo genitore ha tentato di spedirlo in un campo di addestramento di Al Qaeda, la sua natura di figlio ribelle è venuta alla luce. È fuggito negli Stati Uniti da dove ha sempre lavorato per la pace. Un colpo al cuore per Bin Laden. Lo stesso colpo inferto da Svetlana Allilueva, figlia prediletta di Stalin. Proprio lei, fuggita negli usa nel 67, ha denunciato i crimini del comunismo. Un dolore risparmiato a Stalin, morto 14 anni prima.




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11-11-11, tutti al monte Uritorco: c'è la fine del mondo

Il Mattino

di Patrizia Antonini *

 La fine del mondo o l'apertura di una porta cosmica per il passaggio ad un'altra realtà: è questo ciò che si aspettano migliaia di persone in arrivo da tutto il mondo a la Capilla del Monte, centro a circa 800 chilometri a nord di Buenos Aires per la scadenza di venerdì 11-11-11, data che gli amanti della cabala e delle scienze occulte legano ad avvenimenti straordinari.


Il paese sorge infatti ai piedi dell'
Uritorco, montagna ammantata da leggende che dall'epoca preispanica ad oggi si sono moltiplicate. Gli alberghi nell'area sono sold out da mesi, anche perchè un'organizzazione che coltiva la cosiddetta «scienza ermetica» per venerdì ha organizzato l'Incontro per la memoria cosmica 2011 con l'obiettivo di raggiungere «un ricongiungimento col Portale cosmico che si aprirà in questa data», evento che è stato fortemente pubblicizzato anche dall'ufficio del turismo.

Tra i promotori dell'iniziativa c'è anche un indigeno di 24 anni, Matias De Stefano
, che dice di essere la reincarnazione di un abitante di Atlantide e conta già su centinaia di adepti in tutto il Paese. All'incontro si annuncia la partecipazione di appassionati in arrivo da oltre 11 Paesi, decisi ad attendere insieme la data che, secondo gli esperti, si ripete solo ogni duemila anni.

E l'Uritorco, triangolo ad alta concentrazione magnetica grazie alla massiccia presenza di pirite, fosse anche solo per tutte le sue suggestive leggende, si presta bene alla ricorrenza. Secondo la tradizione orale infatti, gli indigeni che abitavano la sierra prima dell'arrivo dei conquistadores, conosciuti col nome di Comenchigones, contemplavano estasiati le luci e le entità che solcavano il cielo, convinti che il fenomeno scaturisse dalle anime dei morti che lasciavano le loro spoglie terrene. E a questo si aggiungeva il racconto di entità arrivate dal centro della terra, detti Ovni, capaci di sparire nella montagna senza lasciare traccia. Nel XII secolo invece, il cavaliere Parsifal vi avrebbe portato il Santo Graal e la Croce dei cavalieri Templari, che avrebbe lasciato assieme alla Pietra della sapienza nelle vicinanze della montagna.

Si narra poi che nel 1934 un illuminato, Ofelio Ulises, durante un viaggio iniziatico in Tibet, avesse avuto accesso a informazioni segrete dei monasteri millenari, relative all'Uritorco, e recandosi al massiccio argentino in un pellegrinaggio guidato telepaticamente dai religiosi avesse trovato la Pietra della sapienza, una sorta di bastone di pietra basaltica nera lunga un 1,10 m., e costruita 8000 anni prima per volontà della guida spirituale dei Comenchingones.

Ma la sua fama mondiale l'Uritorco se l'è guadagnata nel 1986, col ritrovamento di presunte tracce dell'atterraggio di una navicella extraterrestre
. Le bruciature trovate sul terreno facevano pensare ad un oggetto lungo 122 metri e largo 64. E da allora Capilla del Monte è diventata un centro di richiamo per migliaia di appassionati ufologi. Tra le tante storie che si narrano, infine, c'è anche la credenza che nella pancia della montagna vi sia la città di Erks, luogo metafisico di energia, capace di risvegliare una nuova umanità.

* Ansa


Mercoledì 09 Novembre 2011 - 20:15





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I blogger denunciano i trafficanti e i narcos -killer li fanno a pezzi

Corriere della sera


L’ultima vittima è stata fatta trovare alla base di una colonna e senza testa. Salgono a 4 le vittime


WASHINGTON — Una statua di Cristoforo Colombo a Nuevo Laredo, nello stato messicano di Tamaulipas, al confine con il Texas. È qui, sotto questo monumento, che i narcos lasciano i cadaveri dei blogger che osano denunciare sui loro siti le attività dei trafficanti. L’ultima vittima è stata fatta trovare all’alba di mercoledì con una telefonata alla polizia: il suo corpo giaceva alla base di una colonna e senza testa. Vicino l’immancabile cartello di rivendicazione con un messaggio beffardo:

«Salve. Io sono Rascatripas (il soprannome della vittima) e questo mi è successo perché non ho capito che non dovevo lasciare messaggi sui social network». Un omicidio attribuito ai Los Zetas. A partire dalla metà di settembre altri tre blogger sono stati uccisi dai narco-killer. Due - una ragazza e un giovane - li hanno appesi ad un ponte. Poi è toccato a Marisol Macias Castaneda, una donna coraggiosa che moderava un sito insieme a Rascatripas. L’hanno sequestrata e poi ne hanno fatto trovare il corpo decapitato sempre sotto la statua di Colombo.

Il cartello di rivendicazione dell'omicidio di Marisol Macias Castaneda

I cartelli vogliono intimidire le fonti dell’informazione alternativae contrastare l’azione dei blogger che attraverso il web raccolgono soffiate e segnalazioni dei cittadini sulle attività criminose. Chiunque può postare un messaggio fornendo dritte preziose. Un fenomeno che è cresciuto in parallelo all’offensiva delle bande criminali e in risposta alla mancata azione delle autorità locali, spesso colluse con le gang.

Qualche giorno fa un sedicente portavoce del gruppo di cyber attivisti «Anonymous» aveva annunciato un’azione clamorosa in sostegno dei blogger messicani. A partire dal 5 novembre gli hacker avrebbe diffuso i nomi di personaggi complici dei Los Zetas. Una ritorsione per il sequestro di un loro compagno. Ma il piano - battezzato Operazione Cartello - non ha avuto seguito. Secondo alcuni perché i trafficanti avevano minacciato una ritorsione mentre una seconda versione sosteneva che il progetto era l’idea - velleitaria - di un singolo o di un gruppo minuscolo.

Per gli esperti i blogger, con la loro azione coraggiosa, sono diventati dei bersagli e rischiano di essere coinvolti in modo sempre più esteso nella guerra tra bande in Messico. Le quattro vittime rappresentano già un tributo pesante che si unisce al lungo elenco di giornalisti assassinati. Inoltre c’è il timore che i narcos possano ingaggiare, a loro volta, degli hackers per scoprire i blogger e i loro informatori. Ai boss non manca certo il denaro e da tempo usano i network sociali per la loro propaganda.

Guido Olimpio
10 novembre 2011 11:43

Il Comune di Molteno dovrà risarcire i familiari

Il Giorno


Kermesse dedicata a Lucio Battisti

Secondo vedova e figlio del grande cantautore nella manifestazione che si è svolta dal 1999 al 2005 sarebbero stati violati i diritti personali del cantante


Lucio Battisti
Lucio Battisti

Il Comune di Molteno dovrà risarcire i familiari (la vedova e il figlio) di Lucio Battisti per avere organizzato una manifestazione nel nome del cantautore deceduto. Secondo i familiari del grande cantautore nella manifestazione che si è svolta dal 1999 al 2005 sarebbero stati violati i diritti personali del cantante. Il Tribunale civile ha disposto la sospensione della manifestazione e l’obbligo di risarcire 15 mila euro a ciascuno dei promotori della causa oltre a fare fronte alle spese di giudizio.


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Morte Pantani, la Cassazione annulla una condanna

Il Resto del Carlino

Assolto Fabio Carlino

"Il Pirata era troppo noto, questo ha influito sulle sentenze"
 di Alessandra Nanni

Rimini, 10 novembre 201
SE QUEL morto per overdose non si fosse chiamato Marco Pantani, forse Fabio Carlino non sarebbe mai stato condannato. O almeno non a quattro anni e mezzo di carcere. Questo il senso della requisitoria con cui ieri il procuratore generale di Cassazione ha chiesto l’annullamento di buona parte della pena inflitta all’ultimo imputato per la morte del Pirata. I giudici sono andati oltre, con una sentenza di annullamento dell’intera condanna perchè il fatto non sussiste, e senza rinvio in Appello. Per Carlino finisce qui. «Un incubo che si chiude — manda a dire lui — spero solo che in futuro il mio nome non venga più associato alla morte di Pantani». Al suo sollievo fa da contraltare la furia di mamma Tonina: «E’ una vergogna — tuona da Cesenatico — non c’è giustizia. Ma non finisce qui».

NON PITTORESCO come l’amante russa del campione, Elena Korovina (assolta in primo grado), il leccese Carlino aveva trovato a Rimini la sua terra dell’oro, impiantando un’agenzia di ragazze-immagine. Secondo gli inquirenti, era il suo appartamento la ‘base logistica’ degli spacciatori che uccisero Pantani, trovandosi a due passi dal residence Le Rose, dove il 14 febbraio del 2004, il Pirata consumò la sua ultima tappa. Carlino era convivente e amico dello spacciatore del Pirata, quel Fabio Miradossa reo confesso e già condannato a quattro anni e dieci mesi di carcere, così come Ciro Veneruso, il ‘cavallo’ che recapitò la droga a Pantani. Per l’accusa non c’erano dubbi, l’ultima cessione di coca era stata fatta con la collaborazione di Carlino.

LUI si era difeso sostenendo che si era solo limitato a metterli in contatto, sapendo che le pressanti richieste di droga di Pantani a Miradossa, (in quel momento rintanato a Napoli per sfuggire alle sfuriate di mamma Tonina), avrebbero finito per mettere nei guai anche lui. Forse moralmente responsabile per aver cercato così di toglierselo di torno, ma non certo uno spacciatore. E non era stato lui, aveva giurato, a indicare al ‘fattorino’ dove dormiva il Pirata. Finito sul banco degli imputati, era stato condannato a quattro anni e mezzo, sentenza confermata in Appello. I suoi difensori avevano presentato ricorso in Cassazione.

«HO la sensazione — aveva esordito ieri il procuratore generale, Oscar Cedrangolo — che la notorietà del personaggio e la spettacolarizzazione data dai media alla sua morte abbiano influito nella distribuzione, in misura eccedente, delle responsabilità per il suo decesso».

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Ex giocatore di rugby si sveglia gay dopo l'ictus

Quotidiano.net

La singolare vicenda di Chris Birch, 26enne gallese. Prima faceva l'impiegato in banca ed era fidanzato con una ragazza, ora fa il parrucchiere e ha un compagno



La storia di Chris Birch, risvegliatosi gay dopo un ictus, sulla pagina del Daily Mail online
La storia di Chris Birch, risvegliatosi gay dopo un ictus, sulla pagina del Daily Mail online

Si doveva sposare con la sua fidanzata, lavorava in banca e giocava a rugby. Ed è stato proprio durante un allenamento che il 26enne Chris Birch ha subito un ictus. Sopravvissuto e ritrovata la piena salute, il ragazzo ha realizzato di essere cambiato, e tanto: assicura di non essere più attratto dalle donne. In una parola, dopo la malattia è diventato gay.

Per la sua eccezionalità, la storia di Chris, originario di Ystrad Mynach, nel Galles del Sud (Gb), è rimbalzata sulla stampa britannica. Il giovane assicura di non voler sapere nulla della sua vita ‘precedente’, quando faceva l’impiegato e lo sportivo e passava il tempo libero con i suoi compagni di squadra a bere birra. Oggi è diventato un parrucchiere e vive con il suo compagno Jack a pochi metri dal salone di bellezza dove lavora.

Un caso simile al suo accadde sempre nel Regno Unito due anni fa, quando Alan Brown di Malvern, nel Worcestershire, si svegliò da un ictus e scoprì di essere in grado di disegnare meravigliosamente bene. Mentre prima non aveva mai preso una matita in mano. Secondo i neurologi, durante la guarigione il cervello crea nuove connessioni neurali che possono innescare processi come cambiamento dell’accento o addirittura della lingua parlata, come anche del comportamento sessuale. 





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E' vero, lavoro per «spiare» la Siria. Ma da due mesi il progetto è fermo»

Corriere della sera

L'azienda prepara un sistema di intercettazione del traffico Internet per conto del regime di Assad



VIZZOLA TICINO (Va) - Dottor Formenti, allora è vero o no che lavorate per la Siria? «In questi giorni sono uscite sul nostro conto cose vere e altre molto meno. Però è così: abbiamo in corso un contratto con un partner locale». Andrea Formenti, presidente di Area spa, la software house di Vizzola Ticino (Varese) finita al centro di un caso perché starebbe fornendo un sistema di intercettazione del traffico internet per conto del regime di Bashar Assad, rompe il silenzio. Senza sottrarsi, per quanto la situazione lo consente, ai chiarimenti.

Partiamo allora dal principio: come è nata la collaborazione con la Siria?

«Semplicemente abbiamo vinto una gara d'appalto internazionale; era il 2008. Assieme alla Area partecipavano almeno 4 altre imprese europee e no. Il nostro interlocutore non erano apparati militari o servizi segreti, ma il gestore telefonico locale».

Cosa vi è stato chiesto di fornire?
«Un sistema grazie al quale intercettare legalmente il traffico di dati su internet: è il nostro lavoro, è il settore con cui lavoriamo da anni sia in paesi stranieri che in Italia».

Però ammetterà che parlare di intercettazioni legali in Italia e in Siria non è la stessa cosa...
«Vero, ma provate a contestualizzare la situazione: nel 2008 l'Italia era il primo partner economico della Siria. Quando andavo in aereo a Damasco incontravo sempre altri imprenditori italiani e negli ultimi tempi anche comitive di turisti. Insomma, parliamo di quel che si dice un "paese amico" dell'Italia, non sottoposto ad alcun tipo di sanzione».

Il sito Bloomberg sostiene che avete sottoscritto con Damasco un contratto da 13 milioni di euro e che vostri tecnici si troverebbero nella capitale siriana: cosa c'è di vero?

«La cifra citata è abbastanza vicina alla realtà, la seconda affermazione è totalmente destituita di fondamento. In questo momento non abbiamo nostro personale laggiù e da due mesi il progetto non va più avanti. Questo è un aspetto che tengo a sottolineare: il sistema di intercettazione non è mai stato attivato né potrà mai esserlo allo stato dei fatti. Non c'è stata insomma alcuna repressione attuata grazie alle nostre apparecchiature».

Lo stop al progetto è stato deciso da voi o è frutto dell'evolversi della situazione in Siria?
«Stiamo cercando di capire cosa sta accedendo in quel paese e questo è uno dei fattori che ha determinato il colpo di freno. Non l'unico, ma su questo non posso addentrarmi in dettagli».

Immaginiamo che adesso il problema più complicato sia decidere il da farsi...

«Con i nostri legali stiamo studiando la situazione, che è molto complicata. Da un lato abbiamo dei vincoli contrattuali molto stringenti, che se non rispettati ci obbligheranno a pagare pesanti penali; dall'altro non esiste alcun embargo internazionale verso la Siria per prodotti come i nostri. Però anche la situazione complessiva del paese non può essere sottovalutata...».

Immaginiamo che sia anche un grosso cruccio dal punto di vista personale .
«Di sicuro per tutti noi non è stata un'esperienza superficiale. Fino a poco tempo fa pensavamo di lavorare nell'ambito della legge, ieri mi sono trovato sotto le finestre dell'azienda i dissidenti siriani che manifestavano. Ho voluto scendere a parlare con loro, li ho rassicurati che nessun oppositore sarà perseguitato per via del nostro lavoro. Dal mio punto di vista mi auguro innanzitutto che presto intervengano decisioni di respiro internazionale, per evitare il ripetersi di situazioni come quella che stiamo vivendo noi».

Claudio Del Frate
09 novembre 2011 11:40




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