mercoledì 9 novembre 2011

Ztl, passa 1.800 volte senza permesso denunciato e multato per 140mila euro

Tombe spogliate delle salme e rivendute

Corriere del Mezzogiorno

Banda si «impadroniva» di cappelle monumentali. Atti falsi redatti con la complicità di impiegati comunali


Fotogallery | «Vendesi tomba online» (27 ottobre)



NAPOLI - Vendevano su internet le cappelle gentilizie con falsi atti di compravendita. Veri e propri monumenti risalenti anche al 1800, che per legge non possono essere alienati. La sgradevole sorpresa, per usare un eufemismo, è toccata ad una famiglia napoletana: dopo un periodo di assenza dalla città, recatasi al cimitero di Poggioreale ha constatato che la propria cappella era stata lussuosamente ristrutturata e chiusa con l'installazione di un nuovo cancello. Le salme che vi erano sepolte erano state asportate.

INDAGINE - Secondo quanto appurato dalla Guardia di finanza nell'ambito di un'indagine coordinata dalla Procura di Napoli, una cappella del cimitero di Poggioreale sottratta agli aventi diritto era stata offerta e venduta su internet dall'organizzazione criminale al prezzo di 800 mila euro. Il tutto era reso possibile grazie all'abilità nella falsificazione di documenti di loculi e manufatti funerari, con la complicità di alcuni impiegati comunali.

SUL SITO DEGLI ANNUNCI - Nelle scorse settimane, su un noto sito di annunci immobiliari comparve una particolare inserzione: «Vendesi tomba online», ovvero una cappella gentilizia ottocentesca e al prezzo di 800mila euro.

«LIBERATI» DALLE SALME - I componenti della gang provvedevano anche a «liberare» le tombe dei resti mortali per renderle disponibili all'acquisto. Le indagini dei finanzieri hanno accertato che la ristrutturazione era stata autorizzata attraverso falsi documenti. Le fiamme gialle hanno effettuato alcune perquisizioni e un copioso materiale da consegnare in Procura.


Redazione online
09 novembre 2011




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L'alluvione in tv e la Rai assente

Corriere della sera


Non è più servizio pubblico
di Aldo Grasso – CorriereTv

Il robot Asimo è ora più «intelligente» e presto lavorerà a Fukushima

Corriere della sera


È in grado di correre più veloce, saltellare su una gamba sola, stare in equilibrio e persino «ragionare»


MILANO - Asimo atto terzo: il famoso robot della Honda continua a crescere. Gli scienziati giapponesi hanno infatti sottoposto l'automa con fattezze umanoidi a una revisione completa. Ora è in grado di correre più veloce, saltellare su una gamba sola, stare in equilibrio e persino «ragionare». Presto verrà impiegato nelle zone colpite da catastrofi. Asimo, così battezzato in omaggio al grande romanziere di fantascienza Isaac Asimov, è alto quanto un bambino (1,30 metri). Ora è stato ulteriormente migliorato, per essere sempre di più simile a un uomo.


NUOVE PRODEZZE - Le nuove prodezze del robot sono state presentate martedì dagli scienziati degli Honda Labs. Asimo adesso è più snello (ha perso sei chili rispetto alla versione del 2005) e può camminare fino alla velocità massima di 9 km all'ora (anche all'indietro e su superfici disuguali). Oltre a ciò, distingue le voci di almeno tre persone che parlano all'unisono grazie all'analisi del suono e al riconoscimento facciale. Con le sue dita controllabili singolarmente può farsi capire con il linguaggio dei segni o anche aprire una bottiglia e versarne il contenuto in un bicchiere di carta. Come se non bastasse, prende decisioni autonome in relazione all'ambiente circostante. Insomma, è il primo esempio di controllo autonomo del comportamento. «Asimo utilizza un'intelligenza artificiale con la quale è in grado di muoversi in sicurezza e da solo, senza che nessuno gli dia il comando a distanza», ha spiegato il presidente di Honda, Takanobu Ito.

IN MISSIONE - Ciò nonostante, Asimo (il cui nome in giapponese significa «anche gambe») non è più quel sofisticato «giocattolone» tecnologico presentato nel 2000. Ben presto potrebbe scendere in campo contro le fughe radioattive del reattore di Fukushima. Dunque, in missione al servizio della popolazione. Infatti, grazie a un braccio robotico basato sulla sua stessa tecnologia può aprire e chiudere le valvole della disastrata centrale atomica, per esempio. Il presidente Ito ha ammesso di aver pensato di mandare il robot nel reattore nucleare subito dopo l'incidente, sottolineando però che non può ancora muoversi tra le macerie; i suoi circuiti potrebbero essere danneggiati dalle radiazioni. Il capo della società nipponica ha riconosciuto che la strada da fare perché Asimo arrivi pure sul mercato è ancora molto lunga. Questo, con ogni probabilità, sarà il quarto atto.

Elmar Burchia
09 novembre 2011 15:40

Contratti, acquisti e cessioni di calciatori nell'abbandono i documenti del Calcio Napoli Ci sono anche le "carte" di Maradona

Il Mattino


di Paolo Barbuto


NAPOLI - Doveva essere un simbolo del calcio del futuro, della forza propulsiva dei giovani; è ridotto a una discarica putrida e abbandonata, finito in rovina, come la società che l’aveva fondato. Nel centro sportivo di Marianella ieri mattina la polizia municipale ha effettuato un blitz che si è concluso con il sequestro dell’intera struttura: i caschi bianchi hanno scoperto che è stato trasformato in discarica di rifiuti pericolosi, in centro di smontaggio di auto e moto rubate.

Ma gli agenti hanno trovato, soprattutto, la storia del calcio Napoli (documenti, contratti dei calciatori, assegni bancari) abbandonata alla mercè di devastatori e ladri che l’hanno sfregiata, umiliata: quei fogli di carta sui quali è scritto il percorso della squadra che regalò scudetti e coppe alla città, sono stati setacciati da ladruncoli alla ricerca di chissà quale bene prezioso, e adesso sono abbandonati, stracciati, sporchi.





La polizia municipale si è presentata davanti ai cancelli azzurri di via Scaglione dopo la segnalazione di un gruppo di residenti che denunciava lo stato di degrado del luogo. Su ordine del comandante Sementa si è mossa l’unità operativa ecologia, retta dal tenente Ciro Colimoro che è giunto sul luogo con tre pattuglie per effettuare una verifica completa e puntuale dello stato dei luoghi.

La situazione è apparsa subito raccapricciante: all’interno della gigantesca area del centro sportivo, abbandonato da circa sette mesi, è stato depositato ogni genere di rifiuto. Ci sono lastre d’amianto, materiale edile di risulta, batterie d’auto, intere autovetture date alle fiamme, decine di macchinette da videopoker distrutte e poi immensi cumuli di roba bruciata e quindi impossibile da identificare. È stata la presenza di tutto quel materiale pericoloso a far scattare la decisione del sequestro, anche se le sorprese sono arrivate anche dall’interno di spogliatoi e uffici abbandonati.

Durante il sopralluogo, il tenente Colimoro ha scoperto che tutti i tombini sono stati sollevati e rubati, che l’intero impianto elettrico al servizio degli immensi fari di illuminazione è stato spogliato del rame. Poi, avvicinandosi alle strutture coperte ha notato i segni di forzatura e di attività di ladri.
Dalle palestre sono stati portati via gli attrezzi, negli spogliatoi solo le panche hanno resistito alla furia devastatrice che si è accanita perfino su lavandini e wc che sono stati distrutti.

Poi, dentro gli uffici, la scoperta dell’archivio del Napoli devastato. Tutti i documenti sono stati portati qui all’indomani del fallimento, quando è stato abbandonato il centro Paradiso di Soccavo.

Dovevano essere tutelati e protetti in una struttura affidata alla gestione della curatela fallimentare. Però qualcosa non è andato per il verso giusto. La curatela aveva ceduto in fitto il centro a una società sportiva, poi la società è andata via così è nato un contenzioso: secondo il curatore il contratto di fitto è ancora attivo, secondo la società sportiva è decaduto. In attesa delle decisioni del tribunale il centro sportivo è rimasto abbandonato.

E sono rimasti in balìa dei teppisti anche tutti i documenti del passato, dai contratti con i calciatori, compreso quelli di Diego Maradona, agli accordi con altre società per acquisti o cessioni di giocatori, ai ricorsi contro squalifiche e multe...



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Missione in Afghanistan, premiata aviere di Santa Maria Capua Vetere

Rifiuti, sprecati oltre 60 milioni da Comuni, aziende e consorzi» La Corte dei conti chiede i rimborsi

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo


NAPOLI - Rifiuti: sessanta milioni sono stati sprecati negli ultimi anni da sindaci, presidenti dei consorzi, amministratori di società miste. Ora la corte dei conti chiede il rimborso agli amministratori che sono già stati condannati a pagare più di 15 milioni.

Ci sono giudizi aperti per un totale di 32 milioni mentre a 25 milioni ammonta il danno erariale per il quale è stata avviata la citazione in giudizio. Centocinquanta i Comuni coinvolti. Una montagna di soldi che potrebbe ritornare nelle casse dello Stato. Dati scioccanti, quelli presentati dal capo della procura regionale della corte dei conti Tommaso Cottone alla commissione ecomafie che lo ha ascoltato nel corso dell’ultima missione in Campania.

Il primo capitolo della relazione riguarda la raccolta differenziata. La corte dei conti ha calcolato i mancati introiti per il conferimento dei materiali differenziati in 7 milioni e messo per il comune di Giugliano, 2 milioni e 800 mila euro per Napoli, 2 milioni e 700 mila euro per Torre del Greco, un milione e mezzo per Castellammare, 2 milioni e 300 mila euro per Afragola, 1 milione e 700 mila euro per Casoria, 1 milione e mezzo per Pozzuoli, mezzo milione per Sant’Anastasia e quasi un milione per Somma Vesuviana.

Per tutti le citazioni in giudizio sono già state depositate. La parte del leone in questo campo la fanno le cosiddette società pubbliche, quelle che hanno gli enti locali nella compagine societaria: si sarebbero mosse spesso al di fuori di ogni rispetto delle procedure di evidenza pubblica.

Molte sono già state liquidate lasciando macerie sul campo: debiti, contabilità poco chiare, procedure fallimentari aperte. Già condannari i Comuni di Casoria e Afragola. Per Casoria in prima istanza un sindaco e due commissari prefettizi sono stati condannati a pagare un totale di quasi un milione e duecentomila euro. Per Afragola la condanna ammonta a un milione e mezzo. In questo caso è chiamata al risarcimento anche la società pubblica Geoeco. Un altro dato rilevante: l’emergenza non è stata ritenuta scusante sufficiente per non realizzare la differenziata. Il danno è stato calcolato sommando il mancato guadagno che doveva venire dal conferimento dei materiali differenziati alla cifra spesa per mandare la spazzatura agli impianti di tritovagliatura.

Ingenti anche i danni chiesti al Comune di Napoli sul quale pende un giudizio per non aver aver fatto lavorare fino al 2007 i dipendenti del consorzio di bacino 5. Cifra richiesta: 28 milioni. Per lo stesso motivo il consorzio di bacino Napoli 2, è stato citato per qusi 4 milioni.

Già condannati anche i Comuni di Alvignano (70 mila euro), Marcianise (405 mila euro) e Caserta (8 milioni). Dovranno pagare anche le comunità montane del Fortore e dell’Alto Tammaro (225 mila euro per la mancata individuazione del sito per la realizzazione di un impianto cdr) e il consorzio di bacino Salerno 3 (il sub commissario all’emergenza rifiuti è stato condannato a versare 250 mila euro per lo stesso motivo) mentre il commissariato per l’emergenza rifiuti è stato giudicato per gli sprechi (3 milioni e 200 mila euro) accumulati nela costituzione della società mista Protezione ambiente e natura. Si indaga anche sulla risoluzione del contratto tra Impregilo e il commissariato di governo. Senza dimenticare che l’azienda che ha costruito i Cdr e il termovalorizzatore di Acerra (e che è indagata dalla magistratura penale) ha chiesto al commissario liquidatore per l’emergenza rifiuti più di tre miliardi.


Mercoledì 09 Novembre 2011 - 11:36    Ultimo aggiornamento: 11:42



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L'ascesa, il crepuscolo: i 17 anni del Cavaliere

Corriere della sera



In pochi mesi sbaragliò la sinistra con il «kit del candidato» e le selezioni della Publitalia di Dell'Utri. Un capolavoro il patto con Bossi



Nel '94, nel video della sua epica «discesa in campo», Berlusconi magnificava l'Italia come «il Paese che amo». Diciassette anni dopo, captato in un'intercettazione telefonica, lo stesso Berlusconi non seppe frenare il rassegnato disgusto per l'Italia «Paese di m....». In questo capovolgimento emotivo si racchiude il senso di un'avventura politica che prometteva un nuovo «miracolo» e si è inabissato in una grande disillusione.

L'ottimismo degli esordi, che contagiò e stregò molti italiani orfani della Prima Repubblica e smaniosi di un «nuovo inizio», ha la sua antitesi in un tramonto cupo e malinconico. Finisce, nel crepuscolo del berlusconismo, un'epoca della storia, della politica, della psicologia collettiva, dell'immaginario dell'Italia repubblicana. Si chiude la Seconda Repubblica, creata, plasmata, dominata dalla figura di Silvio Berlusconi.


Anzi, Berlusconi è stato, e continua a essere la Seconda Repubblica. Dopo la tempesta di Tangentopoli, i giornalisti abituati ai ritmi lenti e alle liturgie della Prima Repubblica non seppero far altro che canzonare il magnate televisivo che fantasticava di un «rassemblement» dei moderati e lo raffigurarono con il fez dei fascisti quando, all'inaugurazione di un ipermercato, il re della Tv commerciale disse che, se fosse stato romano, tra Fini e Rutelli avrebbe scelto Fini. Lo snobbavano, ma in due sole mosse Berlusconi aveva creato il bipolarismo italiano: il polo dei suoi devoti, e quello dei suoi nemici.

Stava celebrando la «religione del maggioritario» in cui il leader incontrastato trascinava il suo popolo affamato di figure carismatiche, l'«Unto» che nel favore popolare trovava la sua consacrazione. In pochi mesi sbaragliò la sinistra che, nella dissoluzione dei vecchi partiti di governo, pensava di avere la vittoria in mano con la «gioiosa macchina da guerra» capeggiata da Achille Occhetto. Cominciò lì il grande trauma da cui la sinistra non si sarebbe più ripresa.

Ascesa e crepuscolo: i 17 anni del Cavaliere
 
La gioiosa macchina da guerra non prese nemmeno un voto in più di quelli incassati dalle formazioni che avevano ereditato le insegne del vecchio Pci più qualche frangia di sinistra multicolore. Non se ne capacitarono più. Cominciò la caccia al colpevole.

E cominciò pure il vaniloquio contro il destino cinico e baro che prendeva a bersaglio qualunque cosa o personaggio potesse suggerire il senso di un sortilegio malvagio, più che di una normale elezione perduta: la calza sull'obiettivo della telecamera con cui Berlusconi avrebbe reso più soffice e seducente il suo messaggio video; la spilla appuntata sul bavero del doppiopetto berlusconiano che, secondo i più temerari esegeti della videocrazia, avrebbe riflesso sugli occhi degli sprovveduti telespettatori chissà quali bagliori subliminali.

E poi addirittura l'ipnosi; Raimondo Vianello; Ambra; il karaoke; gli spot della pubblicità, e così via. La sinistra, che aveva sin lì coltivato solide radici popolari, cominciò a diffidare del popolo, della gente non inquadrata, degli elettori a suo insindacabile ed elitario parere imbottiti di stupidaggini pubblicitarie e schiavi della televisione.

Qualcuno riuscì persino a maledire il suffragio universale: in fondo, addirittura si disse e si scrisse, il popolo furente e indisciplinato aveva nella storia già scelto Barabba e sacrificato Gesù Cristo. È vero che nessuno ebbe il coraggio di paragonarsi esplicitamente a Gesù Cristo. Ma il «ladrone» era quello lì, l'arcitaliano che con un «rassemblement» molto simile a un'accozzaglia di avventurieri, con l'espediente furbo della doppia alleanza con il Msi (non ancora An) al Centrosud e con la Lega al Nord, con uno schieramento che non poteva vantare alcun legame con i partiti storici che avevano stilato la Costituzione italiana, aveva avuto l'ardire di traslocare Cologno Monzese a Palazzo Chigi.

Con tutto un contorno di azzimati sconosciuti armati di un grottesco «kit del candidato» che la Roma politica e giornalistica accolse come i marziani, tutti con il blazer, tutti cloni del Capo, tutti obbedienti soldatini pescati nelle selezioni supervisionate dalla Publitalia di Marcello Dell'Utri. Non era la «rivoluzione liberale», promessa e mai arrivata, ma una rivoluzione antropologica sì: l'azienda che si fa potere politico, senza la mediazione dei partiti. «Colpo grosso», dissero e scrissero.

Ma il fatto più grosso è che a sinistra non riuscirono a capire dove avessero sbagliato. E non ci riuscirono, per la verità, per tutti i diciassette anni successivi, fino a quando Berlusconi, immerso nei suoi errori, circondato da nugoli di cortigiani e cortigiane che gli hanno fatto perdere il senso della realtà, è sprofondato sì, ma solo per suo proprio demerito.

Il Berlusconi IV

Hanno sperato per anni sulla spallata giudiziaria, sempre contando sull'aiutino extrapolitico per cavarsi fuori dai guai. In realtà avrebbero pur trovato per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, il messia buono, il leader in grado di battere Berlusconi alle elezioni, di incarnarne l'antitesi caratteriale: il professore contro il tycoon, l'uomo del rigore contro l'uomo dei sogni, la sobrietà contro la sfrenatezza, la bicicletta contro le ville sfarzose, i mausolei funebri emblema della megalomania, la volgarità della ricchezza ostentata.

Avrebbero pur trovato Romano Prodi, ma per due volte l'hanno impallinato. Poi hanno fatto il Pd con la «vocazione maggioritaria» e hanno passato il tempo restante a impallinare il leader che di quella vocazione si era fatto interprete: Walter Veltroni. In fondo, a conti fatti, la sinistra ha governato sette anni su diciassette di Seconda Repubblica (più un annetto in campo neutro con il governo Dini del '95). Ma gli storici del futuro identificheranno la Seconda Repubblica esclusivamente con l'uomo che l'ha governata per gli altri nove.

E che, anche quando stava all'opposizione, governava pur sempre le fantasie politiche degli italiani, invadeva tutto il campo della visione e dell'immaginazione con le sue barzellette, i suoi «mi consenta», i suoi «cribbio», le sue cravatte a pois, i suoi Apicella, le sue «navi della libertà», le sue gaffes internazionali con cucù, corna e «abbronzati», le sue bandane, i suoi travestimenti ogni volta con un cappello diverso in testa: il presidente operaio, il presidente ferroviere, il presidente in pelliccia nella gelida dacia di Putin. Basta dare un'occhiata agli scaffali delle librerie, per accorgersi che il fenomeno Berlusconi ha ispirato tonnellate di libri: sul corpo di Berlusconi, sulle nequizie di Berlusconi, sul lessico di Berlusconi, sulle inchieste che coinvolgono Berlusconi. A tutti gli altri solo le briciole.

Il berlusconismo ha sfatato, nei lunghi anni del suo predominio, molti luoghi comuni, alcuni dei quali generosamente profusi dal suo stesso inventore e artefice. Sfatato il mito del Berlusconi decisionista. In diciassette anni non ha dato corso nemmeno all'inizio di una riduzione fiscale promessa con l'accattivante slogan «meno tasse per tutti». Non ha liberalizzato l'economia e anzi, con il caso Alitalia, si è dimostrato anche discretamente statalista e dirigista.

Il popolo delle partite Iva, il ceto medio produttivo, la piccola impresa, gli outsider che lo hanno osannato a Vicenza quando nel 2006 Berlusconi sfoderò il meglio del suo repertorio di comunicatore politico, tutti costoro, il blocco sociale del berlusconismo (e del leghismo), hanno dovuto ricredersi, a loro spese: l'Italia è sempre ingessata, asfissiata dalla burocrazia, massacrata da un Fisco esoso. Un'altra leggenda messa a punto dall'ufficio pubbliche relazioni del berlusconismo è che Berlusconi sia un perfetto eroe della tolleranza, un «editore liberale», un capo bonario che ha una parola buona per tutti.

È noto invece quanto Berlusconi sia stato ossessionato da Santoro e Biagi senza mai frenare un desiderio compulsivo di mettere a tacere chi, dal suo regno televisivo, faceva opera di irriverente disturbo. E quanto a tolleranza, il modo sbrigativo con cui si è liberato di Fini, nel coro ossequioso degli aennini ex finiani, dimostra che per Berlusconi troppo spesso il dissenso coincide con il «sabotaggio», il dubbio con il «remare contro», il «no» come una perversa insubordinazione. Basta vedere quanti sono i desaparecidos del berlusconismo nascente: una schiera infinita, sostituita da yes men e incensatori, miracolati e clienti, faccendieri e ragazze che hanno trovato un modo tutto loro per fare carriera nella politica, nello spettacolo e nella politica-spettacolo.

Ma l'altro mito da sfatare, stavolta costruito dai suoi avversari supponenti e sussiegosi, è che Berlusconi sia stato un incapace della manovra politica, bravo nei comizi, ma deficitario nella tattica, imbattibile nella propaganda di se stesso, ma sperduto nei palazzi del potere e dell'establishment. E invece il suo capolavoro politico Berlusconi ebbe a realizzarlo proprio nel quinquennio in cui è all'opposizione, tra il '96 e il 2000.

Sembrava finito. Le inchieste giudiziarie, con Stefania Ariosto nel ruolo di nuova vestale della democrazia violata, sembravano averlo messo ko. Il centrosinistra mieteva vittorie su vittorie nelle elezioni dei grandi comuni. Prodi avviava il Paese al grande azzardo dell'euro. E invece Berlusconi rovesciò il piatto, anche con la complicità di un Ulivo autolesionista, votato all'autodistruzione. Riconquistò un ruolo di protagonista nella Bicamerale. Fece del caos sconclusionato di Forza Italia il pilastro italiano del Ppe. Divenne determinante, rimettendosi nel gioco politico dal quale era stato estromesso, per l'elezione di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale.

E soprattutto ingoiò tutti gli insulti di Bossi, mise da parte l'amor proprio di chi era stato indicato come un criminale dalla Lega del ribaltone, e realizzò il capolavoro che avrebbe stabilizzato la sua egemonia nella scena politica della Seconda Repubblica. Con l'«amico» Bossi che non lo chiamava più «Berluskazz, Berluskaiser», Berlusconi espugnò la rossa Bologna, stravinse le elezioni Regionali del 2000 costringendo D'Alema (il superpolitico D'Alema, l'erede di Togliatti) alla resa e si preparò al trionfo del 2001.

Con la Lega Berlusconi capì che poteva contare su una maggioranza stabile nel tempo. Nella legislatura tra il 2001 e il 2006 fece di tutto per perdere le elezioni successive: ma alla fine solo una manciata di voti alla Camera lo divise dal vincitore Prodi, il leader del centrosinistra che tutti i sondaggi tranne uno davano in testa di almeno tre-quattro punti.

Il destino ha voluto che proprio sul rapporto con la Lega, quello riconquistato a furia di cene del lunedì e di ripetuti omaggi all'«amico Umberto», Berlusconi vedrà alla fine lo scoglio su cui si infrangeranno oltre diciassette anni di protagonismo assoluto nella Seconda Repubblica. Il logoramento dell'asse del Nord, sempre più intaccato sotto traccia anche se mediaticamente in secondo piano rispetto alla sindrome del bunga bunga che ha scandito l'avvitarsi berlusconiano in una fortezza oramai sempre più vulnerabile, è il vero inizio di una sconfitta che rompe uno schema fortissimo e collaudato negli anni.

Nonostante il pasticcio della «nipote di Mubarak», nonostante lo sconcerto che ha trascinato lo stesso elettorato del centrodestra nella disillusione e nello sconforto alla vista del sistema delle «olgettine», la cassaforte del rapporto con la Lega è stato davvero l'ultimo bastione prima della conclusione di un ciclo politico.

Gli ultimi anni del berlusconismo si sono specchiati anche nel volto sempre più cupo e iracondo del suo artefice massimo. Scomparsi i sorrisi, svanito il contatto magico con la folla, rovesciata la convinzione che tutto ciò che veniva toccato dalla mano di Berlusconi si sarebbe trasformato in ricchezza, successo, voti, consenso, simpatia, la stessa espressione facciale del Capo indiscusso del centrodestra è diventata progressivamente il simbolo di una storia che stava giungendo inesorabilmente al crepuscolo.

Nessuno, tra i suoi sodali più stretti, aveva il coraggio di mettere il leader di fronte alla nuda verità: che il rapporto con l'Italia che lo aveva amato si stava sfaldando, che il sistema delle «cene eleganti» stava deteriorando irreversibilmente l'immagine del leader nel suo stesso elettorato, che l'immagine del leader accanto a Scilipoti stava diventando un terribile boomerang.

Si è imposta invece l'ossessione del grande complotto, l'angoscia che vuole snidare da ogni angolo in penombra traditori, ingrati, disertori. Il Berlusconi sorridente e sicuro di sé della discesa in campo si è trasformato nel Berlusconi assediato nel suo bunker a cercare di rintuzzare colpo su colpo. Una parabola triste per una storia che ha conosciuto anche momenti di grandezza. Anche se la grandezza maggiore è quella di chi sa cogliere il momento dell'uscita un attimo prima della caduta rovinosa.


Pierluigi Battista
09 novembre 2011 10:31

Ecco i giuda che hanno pugnalato il governo

di Fabrizio De Feo -

Il documento viene approvato con solo 308 voti. In 321 non votano. Ecco chi sono i deputati che avevano votato l’ultima fiducia e ieri non hanno votato il rendiconto: Roberto Antonione, Alessio Bonciani, Ida D’Ippolito, Gabriella Carlucci, Francesco Stagno D’Alcontres, Giancarlo Pittelli, Franco Stradella (astenuto). Non hanno partecipato neppure Gennaro Malgieri (in ritardo), Francesco Nucara (ricoverato) e Alfonso Papa (ai domiciliari).


















Roma -
Il voto si è appena concluso. Silvio Berlusconi guarda il tabellone elettronico e tratteggia su un foglio la sua personale, affilata sintesi della giornata. «308 - 8 traditori». Una sentenza che contiene l’amarezza per lo spettacolo al quale ha appena assistito: il voltafaccia di sette parlamentari eletti con il Pdl a cui va aggiunto l’errore di Gennaro Malgieri che tenta con uno scatto da centometrista di recuperare la posizione in aula ma non fa in tempo a registrare il suo suffragio.

«Mi hanno tradito, ma questi dove vogliono andare?». È questa la domanda che il premier rivolge ai parlamentari che gli si avvicinano durante la «spunta» dei tabulati. Il computo dei «sette più uno», ovvero coloro che fanno scendere la maggioranza di 8 unità rispetto ai 316 voti dell’ultima fiducia (in realtà bisognerebbe calcolare anche Francesco Nucara ricoverato da domenica la cui assenza viene compensata dall’ingresso del neoparlamentare Luca D’Alessandro), è particolarmente doloroso.
L’elenco è composto interamente da deputati eletti nelle liste del Pdl, un simbolo accompagnato dalla inequivocabile dicitura «Per Berlusconi presidente».


Ci sono Gabriella Carlucci - che entra in aula senza degnare di uno sguardo i deputati Pdl e prende posto alla destra di Lorenzo Cesa

Ida D’Ippolito e Alessio Bonciani
che hanno ceduto al corteggiamento dell’Udc.

C’è Roberto Antonione, già sottosegretario agli Esteri ed ex coordinatore di Forza Italia.

C’è Giancarlo Pittelli.

E poi ancora Franco Stradella, parlamentare da quando Berlusconi è sceso in politica.

E Francesco Stagno d’Alcontres, barone di Scuderi, eletto alla Camera nel ’96 per la prima volta e passato al Misto nell’agosto scorso. Proprio ieri aveva fatto sapere di aver detto no alle ripetute telefonate di Pier Ferdinando Casini e di aver resistito a ogni offerta. Poi aveva corretto la rotta annunciando che non avrebbe votato se non fossero arrivati fondi per l’alluvione di Messina.


Si astengono, poi, altri deputati eletti nelle liste berlusconiane come Fabio Gava e Giustina Destro (che però già avevano fatto mancare il voto nell’ultima fiducia). Assenti gli esponenti del Misto, Calogero Mannino, Luciano Sardelli, Antonio Buonfiglio e Santo Versace (questi ultimi due entrambi eletti nelle liste del Pdl) oltre ad Alfonso Papa agli arresti domiciliari.
Manca, come detto, Gennaro Malgieri che spiega: «Ero al bagno, non sono riuscito a votare. Stavo rientrando in aula dopo aver preso una medicina, in 15 anni di vita parlamentare non era mai accaduto». Purtroppo è successo oggi». Un commento che non stempera la rabbia del premier che si fa sfuggire, al momento del suo precipitoso rientro, un labiale non esattamente affettuoso.

Successivamente, in privato, Berlusconi riflette sui voltafaccia a cui ha assistito in aula. E lo fa non nascondendo amarezza, stupore, sorpresa soprattutto per tre di loro. «E’ incredibile il comportamento di Gabriella Carlucci. Le ho dato lavoro per dieci anni in televisione. L’ho creata io politicamente. Sono esterrefatto». Sentimenti simili per Roberto Antonione.

«Sono costernato, l’ho voluto come governatore del Friuli, l’ho sempre considerato un amico, sono stato il padrino di suo figlio, ho sempre avuto con lui un rapporto al di là della politica. Mi sento tradito personalmente». Infine su Giustina Destro: «Mi implorava di fare campagna elettorale e ho sempre trovato il tempo perché avevo a cuore lei e la sua città. Senza di me non sarebbe diventata sindaco di Padova».

Alla fine, quando Gianfranco Fini dichiara conclusa la seduta nessuno, nell’opposizione, si produce in sguaiate manifestazioni di esultanza. Fuori molti omaggiano Cirino Pomicino, vero regista delle acquisizioni centriste. I parlamentari del Pdl escono scuri in volto. Paolo Russo guarda avanti: «Ho la testa già alla campagna elettorale». Amedeo Laboccetta commenta: «Alla fine la politica vince sempre e l’accattonaggio perde». C’è spazio, però, anche per un sorriso. Denis Verdini abbraccia il neodeputato D’Alessandro: «Luca, forse una settimana te la fai». E lui: «Non arrivo neanche al primo stipendio».






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Vespa-Lambretta, ritorna la sfida

La Stampa

Al salone di Milano anche tante novità. La Ducati: per noi il 2011 è il miglior anno di sempre



LaVespa Quarantasei: stile unico, ma anche tanta tecnologia al servizio dell’ambiente per uno scooter che arriverà sul mercato entro la fine del 2012
LaVespa Quarantasei: stile unico, ma anche tanta tecnologia al servizio dell’ambiente per uno scooter che arriverà sul mercato entro la fine del 2012


PIERO BIANCO
milano

Tra mille seduzioni e proposte per ogni forma di mobilità su due ruote, rispunta una sfida dal sapore retrò: Vespa contro Lambretta, come nel dopoguerra quando i due scooter rivali dividevano il popolo dei neomotorizzati ed era una contrapposizione quasi filosofica. La Vespa c’è sempre stata, negli anni è evoluta diventando un’icona mondiale, declinata in decine di modelli.

L’ultimo viene presentato all’Eicma, il Salone del motociclo che fino a domenica animerà i padiglioni della Fiera milanese a Rho. La Vespa del futuro ricorda molto quella sua celebre antenata disegnata nel 1946 da Corradino D’Ascanio, però offre il meglio delle tecnologie moderne e un motore 4 tempi dai consumi ridotti. Lambretta è appena tornata, riesumata dall’oblio da uno staff di appassionati tecnici italiani (designer Alessandro Tartarini, figlio di Leopoldo che fondò l’Italjet).

Il modello LN, 125 o 151 cc di cilindrata per 8,8 o 10,5 cavalli, ha la scocca in metallo e si ispira chiaramente alla serie Special degli Anni 60. Perfino nelle combinazioni cromatiche vintage bicolori in cui viene offerta dalla Lambretta Motolife Italia Spa. E pazienza se verrà prodotta anche nei più economici stabilimenti dei paesi asiatici.

Dietro le suggestioni e le luci del Salone, c’è un mondo che soffre, proprio come quello dell’automobile. La parola crisi viene pronunciata a fatica, tuttavia i numeri spaventano: -7,4% le immatricolazioni di ottobre, -16% il bilancio dei primi nove mesi. Le moto soffrono più degli scooter, che hanno limitato il calo al 3,9% perché restano la soluzione ideale nell’affollamento metropolitano. Proprio gli scooter rappresentano in Italia la stragrande maggioranza delle consegne.

L’ottimismo è di facciata, eppure c’è chi va in controtendenza e annuncia addirittura record di fatturato, come la Ducati. «Chiuderemo il miglior anno della nostra storia - dice il presidente Gabriele Del Torchio - con 480 milioni e 42 mila moto vendute, il 20% in più rispetto al 2010». Che vinca oppure soffra, come sta facendo da mesi, Valentino Rossi è sempre un traino commerciale inimitabile. E’ bastata la sua presenza per far lievitare il marchio Ducati soprattutto sui mercati esteri, in Nord America addirittura del 44%.

E la Casa di Borgo Panigale presenta all’Eicma, con la Streetfigher 848 e le Diavel AMG e Cromo, una delle più eccitanti novità tra le supersportive: la 1199 Panigale con motore bicilindrico a L, 195 cavalli, Abs, le più sofisticate tecnologie. «Il progetto più ambizioso mai sviluppato dalla nostra azienda», spiega Del Torchio.

Di tutto e di più, in questa fiera dei sogni per gli amanti delle due ruote che ha richiamato a Milano 610 espositori di 37 Paesi su un’area di 135 mila mq. E’ il Salone più importante d’Europa, visto che Colonia ha scadenza biennale. Novità a raffica, prodotto e componentistica per ogni tipologia di clienti. Tra gli scooter (dove domina il TMax Yamaha) Piaggio è ancora protagonista con il Beverly SportTouring 350, motore «tre e mezzo» da 33 Cv per sfidare la Honda Sh300.

Honda lancia una quasi-rivoluzione, la Integra che è un incrocio tra una moto (di cui ha telaio e trasmissione a catena) e uno scooterone. Ha motore da 700 cc e 52 cavalli, perfino il cambio a doppia frizione come le autodi lusso. Si chiamano C600 Sport e C600R (con motore bicilindrico) le due versioni con cui Bmw debutta nel mercato degli scooter. Tra le grandi moto, in vetrina inoltre la Guzzi V7, la Suzuki GSX-R1000, la MV Agusta F3 675.

L’ecologia aleggia negli stand ma senza troppi entusiasmi, qui conta più il rombo poderoso dei motori. Tuttavia c’è un padiglione dedicato, il «Green Planet» che ospita le proposte elettriche di 38 aziende specializzate, tra cui la Oxygen con il suo originale Cargo Scooter 3R, un triciclo che promette 60 km di autonomia pulita.




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Anche per opporsi a una multa serve un avvocato: l'autodifesa è un diritto limitato

La Stampa

La norma europea della CEDU, che prevede la possibilità di autodifesa esclusiva, non attribuisce al cittadino un diritto assoluto, ma anzi riconosce un diritto che può essere limitato dal legislatore interno dello Stato, il quale può prevedere l’obbligo del patrocinio di un avvocato.

Il Caso

Un cittadino propone ricorso per cassazione contro una sentenza d’appello relativa ad opposizione al verbale con il quale era stato sanzionato per violazione del codice della strada. Il ricorso era sottoscritto personalmente dalla parte, che pretendeva di stare in giudizio senza il patrocinio di un avvocato.
Il ricorrente richiama l’art. 24 della Costituzione e, soprattutto, una disposizione della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (art. 6, n. 3, lett. C) che riconosce alla parte il diritto di stare in giudizio personalmente. La Corte di Cassazione, però, afferma che la Convenzione, laddove prevede la possibilità di autodifesa esclusiva, non attribuisce ai cittadini un diritto assoluto, poiché la normativa interna del singolo Stato è legittimata a limitare questo diritto, emanando disposizioni concernenti la presenza di avvocati innanzi ai Giudici.
Il Collegio, peraltro, cita un consolidato orientamento della Corte Costituzionale, che ha sempre riconosciuto la discrezionalità del legislatore in tema di disciplina dei casi nei quali è richiesto il patrocinio obbligatorio di un avvocato. L’atto di impugnazione sottoscritto personalmente dalla parte, quindi, continua ad essere inammissibile e il ricorso viene, pertanto, rigettato.







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Obbligo di telecamere sui morti «Verificate che non si sveglino»

Corriere della sera

Il regolamento della Regione in materia funeraria impone la videosorveglianza delle salme per assicurarsi che non diano improvvisi segni di vita



Gli attori  Freddy Rodríguez e Michael C. Hall nella serie «Six Feet Under» (web)
Gli attori Freddy Rodríguez e Michael C. Hall nella serie «Six Feet Under» (web)

VENEZIA—I toni sono lugubri, pervasi da un tecnicismo gelido come il marmo e da una precisione chirurgica più della lama del bisturi. Si parla di cadaveri da guardare, sezionare e ripulire, di frigoriferi per salme, di scoli per il sangue. Di tombe. Alla fine, ci si aspetterebbe la firma di George Andrew Romero, quello della Notte dei morti viventi e di Zombi, specie quando si legge che una «casa funeraria», in Veneto, deve essere dotata «di apparecchiature di rilevazione e segnalazione a distanza per la sorveglianza del cadavere, anche ai fini del rilevamento di eventuali manifestazioni di vita ».

Se il morto si alza, e prende a camminare, insomma, è bene che una telecamera immortali (pardon) il momento. A firmare la delibera approvata ieri in giunta non è però il maestro dell’horror su pellicola, bensì l’assessore alla Sanità Luca Coletto, che pure qualche paura la fa, quando sussurra all’orecchio: «Io me ne intendo, ne ho fatti di cimiteri...».

E’ geometra, forse si riferisce a quello. «In realtà - spiega l’assessore - c’è poco da ridere: per legge siamo obbligati a normare anche i più piccoli dettagli dell’attività funeraria, è una faccenda molto delicata sotto l’aspetto igienico sanitario, e non solo». Lo si intuisce, leggendo quante persone sono state occupate in queste settimane per la scrittura delle sole «disposizioni applicative» delle legge 18 del marzo scorso: è stato creato un gruppo formato da medici legali e igienisti e da un tecnico dell’Urbanistica, convocato dall’aprile dello scorso anno, il cui lavoro è stato poi vagliato dagli assessorati al Territorio, alla Cultura ed agli Affari generali e da quello all’Economia e allo Sviluppo economico, dalle associazioni di categoria (proprio così) e dall’Anci.

Il risultato, è una delibera con tre allegati ed un elenco di norme dettagliate, che stabiliscono le funzioni della «casa funeraria» (come la tanatocosmesi) e l’ampiezza delle sale, non inferiore a 3 metri lato minimo metri 4, la posizione del «deposito di materiale sporco e dei rifiuti speciali», ed il livello di umidità relativa (60%) e della temperatura, non superiore a 18˚, sia d’estate che d’inverno per motivi evidenti anche a chi non segue Six Feet Under. «Il primo a regolamentare la morte fu Napoleone - racconta Coletto - che istituì l’obbligo di spostare i cimiteri fuori dai centri abitati.

Ora tocca a noi». La delibera norma allora pure le autobare, che devono essere dotate di «idonei sistemi che impediscano lo spostamento del feretro durante il trasporto » e di un «piano di autocontrollo » a disposizione degli organi di vigilanza, e gli esercizi di onoranze funebri. All’ultima pagina c’è poi un paragrafo dedicato alle «cappelle private ed alle tumulazioni privilegiate fuori dai cimiteri». Come quella che Silvio Berlusconi mostrò a Indro Montanelli, tanti anni fa. Ma quella era più di una cappella privata. Era il «mausoleo di Arcore».



Ma.Bo.
09 novembre 2011



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La figlia di Castro duetta su Twitter con la blogger Yoani Sanchez

La Stampa

Mariela, figlia di Raul, debutta come "CastroEspinaM"




La blogger Yoani Sanchez
l'avana

La figlia del presidente cubano Raul Castro, Mariela, ha aperto oggi un account su Twitter, scambiando subito dei messaggi con la nota blogger cubana Yoani Sanchez, da sempre apertamente critica con il governo.

 «Sto imparando, presto avrete più notizie», è stato il primo tweet di "CastroEspinaM". Poco dopo, Yoani Sanchez dopo averle dato il benvenuto «alla pluralità Twitter» e messo in chiaro che «qui nessuno può farmi tacere, né impedirmi di entrare od uscire dal Paese », le ha chiesto: «Come si può chiedere di accettare un dibattito parziale su un solo tema? La tollerenza è totale o non lo è». Al che Mariela ha risposto: «La tua visione sulla tolleranza ripete i vecchi meccanismi del potere, per migliorare i tuoi "servizi" devi studiare».

Lo scambio dei messaggi ha avuto un'immediata eco nelle reti sociali. Mariela Castro, nota per il suo impegno nella difesa dei diritti delle minoranze omosessuali, ha ringraziato comunque per i «messaggi di incoraggiamento» e anche per quelli «mediocri e noiosi». Molti le hanno chiesto di potersi rivolgere a lei «senza censura». Per CastroEspinaM un debutto sul web senz'altro sui
generis.




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Casa di Montecarlo parte il "processo" a Fini

di Gian Marco Chiocci e Patricia Tagliaferri -

In marzo la causa civile: atto di citazione per il presidente della Camera. Chiesto maxi risarcimento. Deve dimostrare di non aver tradito il testamento Colleoni




Le idi di marzo, e di Fini. Il 15 marzo del 44 avanti Cristo un certo Giulio Cesare, imperatore di Roma, veniva pugnalato in Senato. Il 15 marzo 2012, un certo Gianfranco Fini, imperatore di se stesso e forse ormai nemmeno più presidente della Camera, sarà chiamato a partecipare alla prima udienza del processo civile per la casa di Montecarlo.Procedimento scaturito anche dall’invito del gip ad affrontare in sede diversa da quella penale le questioni irrisolte dell’ affaire monegasco di Boulevard Princesse Charlotte.

Se Giulio Cesare, come racconta Plutarco, snobbò i cattivi presagi sul pericolo incombente, l’«erede» di Almirante dai cattivi presagi è stato sempre alla larga, aiutato da una magistratura comprensiva che lo ha indagato solo il giorno dell’archiviazione, guardandosi bene dall’interrogare lui e il cognato Giancarlo Tulliani anche soltanto come persone informate sui fatti.

Dopo aver evitato di presenziare, risultando contumace, all’« udienza di conciliazione» per dirimere fuori dal processo il contenzioso sul pezzo pregiato dell’eredità lasciata ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni, a Fini (e al suo braccio destro Donato Lamorte) è stato notificato un atto di citazione davanti al tribunale di Roma per il 15 marzo prossimo. Oggetto del contendere? L’intero patrimonio della nobildonna «fascista» di Monterotondo venne donato al partito, nella persona dell’allora segretario, affinché contribuisse alla «buona battaglia» di Alleanza nazionale.

Per usare le parole dei ricorrenti Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte, esponenti della Destra di Storace, quell’onere testamentario «costituì il solo motivo determinante delle sue ultime disposizioni ». Insomma, o Fini utilizzava quei beni per la militanza politica cara alla discendente del condottiero Colleoni oppure niente lascito, anche perché nella scrittura olografa «si istituiva erede universale il “ partito” Alleanza nazionale nella persona del suo attuale presidente, onorevole Fini, e non già Fini come persona fisica». La Colleoni, insomma, non ha dato il suo patrimonio al signor Fini. Tantomeno a suo cognato, che però nella casa nel Principato c’è andato casualmente a vivere.

Per dimostrare come Fini abbia in realtà violato le disposizioni testamentarie, «adottando un comportamento politico contraddittorio, incoerente ed antitetico» con le ragioni identitarie dell’Msi prima, e di An poi, i ricorrenti elencano un’infinità di sue giravolte: ha dato il nome a una legge dura sugli immigrati eppoi s’è dichiarato favorevole al loro voto; è andato a braccetto con le Pen tranne poi prenderne le distanze; aveva contrastato con un referendum il finanziamento pubblico ai partiti eppure nel 2002 si è speso per una leggina che aumenta tali contributi.

Come non citare poi le capriole su Israele e la Palestina, sulla procreazione assistita, su alcuni temi economici, sul fascismo (caro alla Colleoni eppure definito «male assoluto »), sulla droga («quando ospite da Fazio confessò che in Giamaica s’era fatto uno spinello »), sulle intercettazioni che sono «un linciaggio mediatico» quando colpiscono la sua ex moglie e diventano un bene quando trattano di Lavitola, sull’apertura alle coppie gay dimenticandosi d’aver detto che un omosessuale non poteva fare il maestro d’asilo, sulla deriva islamista culminata col Corano nelle scuole e tanto altro ancora. Ma dove Fini ha «tradito » i desiderata della Colleoni è sulla collocazione del partito che ha disintegrato a Fiuggi, spinto nelle braccia del Ppe, inglobato nel Pdl, dunque spostato nel Terzo-Polo che oggi non esclude un’alleanza con gli ex comunisti nel Pd.

Quando il Giornale tira fuori lo scandalo della casa di Montecarlo con il ricorso a società off-shore riconducibili- secondo il governo di Saint Lucia- a Giancarlo Tulliani, il «tradimento» può dirsi completo. Anziché al partito, la casa è in uso a suo cognato, la cui firma appare inspiegabilmente sul contratto di locazione sia sotto la voce baileur (proprietario) che sotto quella conducteur (affittuario).

Soltanto la procura di Roma non ci ha trovato nulla di strano, archiviando il tutto. Però di fronte alle evidenze il gip ha consigliato il ricorso alla giurisdizione civile. Nel suo decreto di archiviazione riconosce infatti che gli opponenti della Destra si possono effettivamente «ritenere danneggiati dal comportamento degli indagati, in conseguenza del valore incongruo attribuito all’immobile ( della Colleoni, ndr) alienato (alla società offshore Timara per 300mila euro, 

ndr ) ». Posto che la nascitura «Fondazione Alleanza nazionale» per i ricorrenti non è un «soggetto politico »capace di adempiere all’onere della «buona battaglia» poiché, a differenza di un partito, «non è strumento idoneo a ingaggiare battaglie politiche», per attuare la volontà della defunta occorre passare alle vie di fatto. Condannare in solido Fini e Lamorte «a devolveretutto o parte del cospicuo patrimonio della Colleoni stimato in decine di milioni di euro» alla fondazione di un partito di destra. Oppure a un partito che già c’è: la Destra di Storace, che la «buona battaglia » non la tradisce di sicuro.




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Galli, droga, escort , il carcere «allegro» dei narcos messicani

Corriere della sera

Nelle celle di Acapulco, alcuni killer uscivano dal carcere e, dopo aver ucciso, tornavano in prigione


WASHINGTON - Un carcere all'altezza della fama (perduta) di Acapulco. Con celle a cinque stelle create dai detenuti con la compiacenza delle autorità. Altro che Cayenna. Gli «ospiti» - è il caso di dirlo - avevano a loro disposizione 100 tv al plasma, videogiochi, bottiglie di liquori, armi da taglio e un harem di 19 prostitute, entrate chissà come nel penitenziario Las Cruces di Acapulco, città simbolo del turismo e oggi sconvolta dalla guerra tra narcos. Nei cortili del penitenziario zampettavano pavoni e pappagallini. In un posto sicuro c'era un sacco di marijuana e in apposite gabbiette dozzine di galli da combattimento con i quali organizzare tornei e scommesse. A scoprire i «segreti» della prigione un intervento di oltre 500 tra agenti e militari che hanno perquisito da cima a fondo il complesso.

La notizia dell'operazione ha sorpreso solo in parte.
Perché non è un mistero che i boss della droga riescono spesso ad ottenere privilegi incredibili. E quando finiscono dietro le sbarre cercano di organizzare al meglio il loro soggiorno. Così blocchi di celle sono modificate secondo i loro desideri. Vi sono talmente tanti casi che potrebbero scrivere una guida alle prigioni. In quella di Cancun la polizia ha smantellato una «sezione vip», con ambienti ben arredati. Nel carcere di Ciudad Juarez i narcos hanno portato mobili, tv e condizionatori. E in alcune celle hanno anche modificato il bagno. Non contenti hanno sostituito la serratura dei pesanti portoncini e così erano loro ad aprirli o chiuderli. Nel centro di detenzione di Chihuahua i poliziotti venuti dall'esterno hanno trovato un bar, la sala biliardo e alcolici in quantità. Nel verbale redatto si precisa che sono serviti due camion per portare via «gli effetti personali e le scorte» dei criminali.

Insieme ai generi di consumo compaiono spesso le armi.
Durante una perquisizione al «Cereso» di Ciudad sono state scovate 12 pistole e 450 proiettili. Poca cosa se confrontate con le mitragliette usate da una banda di detenuti per liquidare i rivali sotto gli occhi delle guardie. Più volte la stampa ha denunciato come le 429 prigioni messicane siano un mondo a parte, dove l'autorità dello Stato si ferma spesso sulle mura esterne. Che non sono mai abbastanza alte per fermare le evasioni: quasi 500 durante il 2010, con una fuga di massa dal carcere di Nuevo Laredo da dove se ne sono andati in 153. E non mancano situazioni ancora più imbarazzanti. Nel luglio del 2010 l'esercito ha scoperto che ad una squadra di killer detenuti a Gomez Palacio veniva permesso di uscire dalla prigione per compiere i delitti. Conclusa la missione se ne tornavano nelle loro celle. Poche settimane fa la polizia ha liberato due rapiti. E non erano in uno scantinato. I sequestratori, con la complicità di alcuni secondini, li avevano nascosti in un carcere vicino a Monterrey.

La vanitosa Sandra Ávila Beltrán, meglio conosciuta come la Regina del Pacifico
e legata ai narcos, è stata invece coinvolta in una strana vicenda. Nel febbraio di un anno fa i quotidiani scrivono che si è sottoposta a ritocchi estetici nell'infermeria della prigione. In seguito si è scoperto che si trattava di una falsa accusa: era stata la direttrice a sottoporsi all'intervento. Ma visto come vanno le cose poteva essere plausibile. Sandra si era lamentata degli insetti che le martoriavano la pelle e chiedeva di avere le sue creme. Voleva un trattamento speciale, identico a quello concesso a tanti padrini. O un penitenziario a cinque stelle.


Guido Olimpio

09 novembre 2011 09:29



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Calciopoli, Moggi condannato a Napoli: 5 anni e 4 mesi , associazione a delinquere

Corriere della sera


Cinque anni e 4 mesi per l'ex d.g. della Juventus. Condannati anche gli ex designatori Bergamo e Pairetto


MILANO - Arriva la sentenza penale di primo grado di uno dei processi più discussi e «anomali» degli ultimi anni, quello di Calciopoli. A Napoli Luciano Moggi, ex direttore generale della Juventus, è stato condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere per «associazione a delinquere». La sentenza accoglie quindi l'ipotesi di reato dell'accusa. Condannati anche gli ex designatori Bergamo (3 anni e 8 mesi) e Pairetto (1 anni e 4 mesi) e l'arbitro De Santis (1 anno e 11 mesi). «Non ho voglia di fare battute, non parlo». Così l'ex dg della Juventus a caldo dopo la sentenza.


GLI ALTRI CONDANNATI - Condannati ad un anno e tre mesi il presidente della Lazio, Lotito, e Andrea e Diego Della Valle, della Fiorentina. Un anno di reclusione per l'ex dirigente del settore arbitri del Milan Leonardo Meani. Per tutti era ipotizzato il reato di frode sportiva.
Queste le altre condanne emesse dalla nona sezione del tribunale di Napoli: Innocenzo Mazzini 2 anni e due mesi; Salvatore Racalbuto 1 anno e 8 mesi; Pasquale Foti 1 anno e 6 mesi e 30mila euro di multa; Paolo Bertini 1 anno e 5 mesi; Antonio Dattilo 1 anno e 5 mesi; Sandro Mencucci una nno e tre mesi; Claudio Puglisi 1 anno e 20 mila euro di multa; Stefano Titomanlio 1 anno e 20 mila euro di multa.

PENE ACCESSORIE - Per 16 imputati condannati a processo Calciopoli, a vario titolo anche per frode sportiva, il Tribunale di Napoli ha disposto come pena accessoria il divieto di accedere ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive. Il divieto riguarda anche luoghi dove si accettano scommesse autorizzate o dipendono giochi d'azzardo autorizzati. Il Tribunale ha anche disposto l'interdizione dagli uffici direttivi delle società sportive per la durata di tre anni. I divieti tuttavia non sono esecutivi in quanto un'eventuale impugnazione ne sospende l'applicazione.


GLI ASSOLTI - Oltre alle 16 condanne sono arrivate anche otto assoluzioni. Si tratta dell'ex Ds del Messina, Mariano Fabiani, dell'ex arbitro Pasquale Rodomonti, degli assistenti Marcello Ambrosino, Silvio Gemignani ed Enrico Cennicola, del giornalista Rai, Ignazio Scardina, dell'ex designatore degli assistenti Gennaro Mazzei e dell'ex segrataria della Can, Maria Grazia Fazi.

IL PM E LA JUVE - «Non è stata una farsa, non è stata farsopoli». Cosi il pubblico ministero Stefano Capuano ha commentato la condanna di numerosi imputati al processo. «La sentenza odierna afferma la totale estraneità ai fatti contestati di Juventus, che presso il tribunale di Napoli era citata in giudizio come responsabile civile a titolo di responsabilità oggettiva», sono invece le prime righe del comunicato pubblicato sul portale del club bianconero. «Tale decisione, assunta all'esito di un dibattimento approfondito e all'analisi di tutte le prove, stride con la realtà di una giustizia sportiva sommaria dalla quale Juventus è stata l'unica società gravemente colpita e l'unica a dover pagare con due titoli sottratti, dopo aver conseguito le vittorie sul campo, con una retrocessione e con relativi ingenti danni - aggiunge la nota -. Juventus proseguirà nelle sue battaglie legittime per ripristinare la parità di trattamento».

DELLA VALLE - «Siamo molto amareggiati anche se non troppo sorpresi, è una sentenza ingiusta contro cui faremo immediatamente ricorso, con la ferma determinazione di far valere i nostri diritti in tutti i gradi di giudizio». Così Diego e Andrea Della Valle dopo la condanna a un anno e tre mesi. La posizione dei due proprietari della Fiorentina è condivisa anche dall'amministratore delegato viola Sandro Mencucci.

Redazione Online
08 novembre 2011(ultima modifica: 09 novembre 2011 07:41)