martedì 8 novembre 2011

Il video dell'agonia di Saidou si riapre il caso

Corriere della sera


Interrogazione dell'Idv al ministro La Russa che risponde:«solidarietà all'Arma». Consolato senegalese e i familiari chiedono la riapertura delle indagini.


Riscoppia il caso di Saidou Gadiaga, il senegalese morto il 12 dicembre per un attacco d'asma, dopo essere stato rinchiuso (perchè con permesso di soggiorno scaduto) nella cella della caserma del comando provinciale di piazza Tebaldo Brusato. Radio Onda d'Urto, sul suo sito internet (www.ctvmail.org) ha deciso di pubblicare il video con gli ultimi minuti di agonia dell'uomo.

«Radio onda d’urto, CTV, l’Associazione Diritti per tutti, il sito senegalese di informazione xelmi.org hanno deciso, con il consenso dei familiari, di pubblicare integralmente il video contenente le immagini dell’agonia e degli ultimi minuti di vita di Saidou Gadiaga, detto Elhadji» si legge nel sito della radio bresciana.

«Questa scelta, consapevoli della drammaticità e della sofferenza che questa visione provoca, è stata fatta auspicando che, come accaduto nei casi di Federico Aldrovrandi e Stefano Cucchi, questo doloroso passaggio possa contribuire a ricostruire la verità sulla morte del nostro fratello senegalese e ad ottenere giustizia».


Gadiaga, da anni in Italia, era stato arrestato per la legge Bossi-Fini in quanto il suo permesso di soggiorno era scaduto perchè aveva perso il lavoro. Due settimane dopo l'Italia recepisce la normativa europea sui rimpatri forzati: il 36enne senegalese non sarebbe quindi finito in cella. Soffriva di asma cronica e aveva mostrato il certificato ai carabinieri: in cella aveva il Ventolin, lo spray che si usa per le crisi acute.

Gadiaga era stato fermato alle 15.30 di venerdì 10 dicembre, arrestato alle 15.30 di sabato 11 e portato in cella. Secondo i carabinieri alle 7.40 di domenica aveva chiesto di andare in bagno, alle 7.48 aveva chiesto aiuto, alle 7.49 era partita la richiesta al 118, l'ambulanza era arrivata alle 7.55 ed era ripartita per il Civile, alle 8.15 l'arrivo in ospedale e alle 8.41 il decesso. E due settimane fa la procura (nella persona del pm Francesco Piantoni) ha dichiarato che non ci sono responsabili per la morte di Gadiaga, chiedendo l'archiviazione del caso.

Non si sono fatte attendere le reazioni politiche. L'Idv ha presentato un'interrogazione al ministro della Difesa La Russa «deve fare chiarezza sulla morte del trentasettenne Saidou Gadiaga e verificare le eventuali responsabilità della mancata assistenza medica al detenuto senegalese» afferma il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca orlando. «Non è tollerabile che si lasci morire così un essere umano - aggiunge l'esponente dipietrista - fra atroci sofferenze».

Le reazioni del ministero. «Sull'evento che vede coinvolto Saidou Gadiaga c'è già una interrogazione parlamentare attribuita al ministero, diverso dal nostro, competente per la risposta. In attesa che l'azione della magistratura faccia il suo corso, e ricordando che anche in altre occasioni l'Arma dei carabinieri è risultata del tutto estranea ad accuse di questo genere, si esprime all'Arma la sincera solidarietà del ministero della Difesa».

Così fonti di Palazzo Baracchini commentano la richiesta avanzata oggi dal portavoce dell'Italia dei valori, Leoluca Orlando al ministro Ignazio La Russa, di chiarimenti sulla morte del 37enne Saidou Gadiaga, il 12 dicembre del 2010, nella caserma del comando provinciale dei carabinieri di Brescia di piazza Tebaldo Brusato.

Anche il consolato del Senegal ha chiesto che venga fatta chiarezza mentre l'avvocato Manlio Vicini e i familiari dell'uomo hanno sollecitato nuove indagini che diano più peso ad un testimone rinchiuso quella notte nella cella a fianco. Sulla tempistica del salvataggio e della morte ci sono sempre state discordanze tra le versioni dei carabinieri e quelle di altri detenuti nelle celle di sicurezza.

Redazione on line
08 novembre 2011 21:27

Cucchi, ecco il video chiave che conferma la versione del supertestimone

Corriere della sera


L'accusa ha mostrato un filmato con le immagini delle camere di sicurezza dove fu rinchiuso il giovane


ROMA - Al processo per la morte di Stefano Cucchi in corso davanti alla corte d’assise di Roma, la pubblica accusa ha mostrato nell’udienza un filmato realizzato dai tecnici della polizia scientifica con le riprese delle camere di sicurezza in cui il trentenne geometra romano venne portato la mattina del 16 ottobre 2009, poche ore dopo il suo arresto per detenzione di una piccola quantità di droga, in attesa dell’udienza di convalida del fermo. In questi luoghi, secondo l’accusa, Cucchi fu picchiato da alcuni agenti della polizia penitenziaria; dopo l’udienza fu portato a nel carcere di Regina Coeli, da qui al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli e poi nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini, dove morì una settimana dopo l’arresto.


LA VERSIONE DI YAMA - Questo filmato è stato realizzato il 24 novembre 2009 alla presenza di Yaya Samura, il testimone originario del Gambia – anche lui arrestato e compagno di detenzione di Cucchi quella mattina – il quale sostiene di aver visto alcuni uomini “con la divisa blu” picchiare Stefano. In particolare Yaya Samura disse di aver visto la scena dallo spioncino della camera di sicurezza in cui lui era rinchiuso; lo spioncino è stato ripreso dai tecnici della Scientifica, i quali hanno anche realizzato la ripresa di ciò che da quel piccolo spazio era possibile vedere. Il testimone era chiuso nella cella numero 5, mentre Cucchi si trovava nella numero 3.

Stefano Cucchi

BATTAGLIA - Questo video, da cui si può intuire ciò che il giovane africano poteva vedere o non vedere, sarà molto probabilmente uno dei temi su cui ci sarà battaglia tra i pubblici ministeri e la difesa degli imputati della polizia penitenziaria. Ecco cosa ha dichiarato Yaya Samura davanti al giudice e agli avvocati difensori nell’udienza di “incidente probatorio” svoltasi il 21 novembre 2009, tre giorni prima della realizzazione di questo filmato:

«Mi hanno portato qui in tribunale. Era la prima volta, messo dentro cella con porta nera, c’era un piccolo finestrino, i finestrini non hanno il vetro, io ero solo dentro mia cella, ero là e ho sentito rumori. C’era il ragazzo e qualcuno dava calci, faceva rumore con i piedi, sentito che il ragazzo era caduto e stava piangendo.

Poi io ho guardato da quel finestrino e ho visto che loro metteva lui dentro la cella, prima di picchiare a lui ho sentito che loro parlavano, però non ho capito lui di che cosa parlava, ma ho capito che la polizia diceva di entrare dentro e il ragazzo non voleva entrare dentro… Il ragazzo sempre voleva uscire, poi non so, lui voleva uscire fuori, ma non so se voleva andare al bagno o voleva andare dal giudice…». Pubblico ministero: «Che cosa ha sentito, e che cosa ha visto?».

Samura: «Sentito che qualcuno caduto e piangeva, dopo io andato là a guardare dal finestrino e ho visto tre persone là, poi loro chiuso porta». Pubblico ministero: «Com’erano vestite?». Samura: «C’era un’uniforme blu, normalmente quelli che aprono le porte della cella, altri due ho visto che andava via».

Giovanni Bianconi
08 novembre 2011 19:48

Berlusconi si ferma a quota 308 Bersani: «Rassegni le dimissioni»

Corriere della sera


«Il Cavaliere lasci o considereremo altre iniziative». Bossi: «Silvio si faccia da parte, Alfano premier»


MILANO - Il rendiconto passa alla Camera. Ma i sì si fermano a quota 308, otto voti sotto la maggioranza assoluta. Il centrodestra minimizza e parla di «numeri previsti», ma l'opposizione insorge in Aula e chiede pubblicamente a Silvio Berlusconi un passo indietro. «Rassegni le sue dimissioni e rimetta il mandato al capo dello Stato», è l'invito che il leader Pd Pier Luigi Bersani rivolge al premier, prendendo la parola a Montecitorio subito dopo il voto. «Rassegni le dimissioni e qui faremo la nostra parte per il Paese. Se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti» ha aggiunto il segretario dei democratici, facendo implicito riferimento alla mozione di sfiducia di cui si è parlato nei giorni scorsi e specificando a più riprese nel suo discorso che la maggioranza non esiste più.


«DECIDIAMO SUBITO COSA FARE» - I sì sono stati dunque 308, nessun contrario e un astenuto (il pdl Franco Stradella). I non votanti 321. Immediatamente dopo il voto, il premier si è messo a controllare il tabulato dei voti, per verificare di persona chi si è espresso a favore e chi non ha votato. Ai fedelissimi Berlusconi non ha nascosto amarezza e delusione. «Mi hanno tradito, ma quesi dove vogliono andare» avrebbe detto ad un gruppo di esponenti del Pdl riuniti attorno ai banchi del governo nell'emiciclo. Quindi l'invito a «stringersi» e a «decidere subito cosa fare». Dopo il voto Berlusconi ha incontrato Umberto Bossi e Roberto Calderoli, nella sala del governo. Quindi il vertice a Palazzo Chigi con Gianni Letta.

Il voto alla Camera

CHI NON HA VOTATO - Undici i deputati di centrodestra che non hanno partecipato al voto. All'astenuto Sardella vanno aggiunti i pidiellini Roberto Antonione, Fabio Gava, Gennaro Malgieri (che era in bagno e si è scusato), Giustina Destro, più Alfonso Papa (ai domiciliari). Assenti al voto anche gli esponenti del Misto Calogero Mannino, Giancarlo Pittelli, Luciano Sardelli, Francesco Stagno D'Alcontres e Santo Versace.

IL FOGLIETTO - Che la situazione fosse incerta lo aveva dimostrato già il fatto che i malpancisti recatisi a Palazzo Grazioli avevano trovato il Cavaliere che maneggiava un foglietto. Uno schema a tutta pagina con in bella mostra alcuni punti interrogativi. «Prendo la fiducia? Lascio? Governo tecnico? Reincarico?». Ad ogni domanda Berlusconi aveva inserito sul foglio una risposta, un percorso, evidenziando i pro e i contro delle ipotesi in campo.

IL SIPARIETTO- Prima del voto, Bossi aveva confermato ai cronisti che la Lega ha chiesto al premier alleato un passo indietro, anzi di lato, per fare spazio ad Angelino Alfano, favorendo così l'ascesa a Palazzo Chigi dell'ex Guardasigilli ora segretario del Pdl. Per il numero uno del Carroccio Alfano rappresenta la garanzia che si continuerà a percorrere la strada del federalismo, formando un nuovo esecutivo che mantenga il veto sull'Udc. Mini-siparietto, sempre prima del voto tra Bossi e Massimo D'Alema. Il Senatùr all'esponente del Pd: «Allora, che fate?». Secca la risposta: «È chiaro quello che vogliamo fare: cerchiamo di mandarvi a casa. È il compito di ogni opposizione» risponde.

C. Arg.
08 novembre 2011 17:13

Pugni al clochard, aggressore scovato su Fb

Corriere della sera

Sferza un sinistro al senza tetto e sale ridendo sulla metropolitana

Ecco le "mille scuse" che funzionano sempre

La Stampa

Esce il manuale che insegna a cavarsela in ogni occasione

EGLE SANTOLINI
MILANO

Per cominciare, quelle da non usare mai. «E’ morta la zia», «Ho forato la gomma», «Mi è scoppiata l’influenza», «E’ arrivata mia suocera all’improvviso». Se all’ultimo momento volete scampare a una cena atroce, almeno metteteci un po’ di esprit. Vi insegna come Sven Ortoli, autore del libro «Mille scuse – Come evitare un invito e cavarsela in ogni occasione» (tra pochi giorni in libreria, Raffaello Cortina Editore, 10 euro), esortandovi tra l’altro a espiare. «Perché, comunque, l’avete accettato voi quell’invito! Pagate almeno di persona con un sotterfugio un po’ alla sioux».

Che ne dite, per esempio, di «Sono in fondo a un abisso: il mio psicoanalista mi ha lasciato»? Basta un sms. Oppure date la colpa al navigatore, ma con un po’ di creatività, magari ispirandovi a questo arzigogolato esempio transalpino: «Possibile? Già le 10! Siamo finalmente arrivati a Saint-X. Che dice il GPS? Curioso, con il finestrino aperto sentiamo il rumore lontano ma indubitabile di onde sulla spiaggia. Non avete parlato di un posto in montagna?

Suzanne avrà sbagliato a inserire il nome del paese nel navigatore? E, in più, ho la batteria scar...». E se invece vi hanno incastrato, ma da tavola volete alzarvi il prima possibile, tentate l’approccio sanitario: «Avete del Paranix? Yolande si gratta dall’inizio della cena. E’ una stupidaggine, ma a scuola c’era quel cartello, ma sì, sapete di che si tratta. No? Non sapete cos’è. I vostri figli sono grandi? Non avete figli? Ah, non ne volete. Veramente è una cosa che capita con i pidocchi».

Ortoli, 58 anni, giornalista scientifico e collaboratore del mensile «Philosophie Magazine», già autore della «Vasca di Archimede» e di «Come sopravvivere alle cene mondane senza passare per ignoranti», è uno di quei francesi puntuti e colti che mettono il gusto della provocazione intellettuale in qualsiasi atto della vita. Se siete ritardatari cronici al lavoro, basta con la metropolitana che si è fermata mezz’ora nel tunnel: «Ho dovuto tenere l’armadillo di mio suocero che ha l’orticaria. Il povero animale si è lamentato tutta notte, quando prude sotto la corazza è l’inferno». Dopotutto, scrive Ortoli, «un mondo in cui tutti dicessero la verità, in cui niente venisse mai a smussare un attrito, sarebbe insopportabile».

E vai con le scuse, dunque, ma anche con le richieste di perdono, le giustificazioni, il mettere le mani avanti. Volete risparmiare sulle strenne di Natale? «Desolato, tutti i nostri beni erano in un fondo Madoff. Perciò quest’anno siamo ultra-sobri: fazzoletti per tutti. Però in cotone equo e solidale». Lo zio internettato vi ha scoperto? «So che ci sei rimasto male nel ritrovare su eBay la fontana Pace e Serenità d’Oriente che ci hai regalato. Gisèle è una frana! Le avevo detto di metterla su Facebook, lei ha capito eBay! Oh, quanto ci è rimasta male».

Il piccolo universo di Ortoli è come una commedia cinica, un po’ alla «Cena dei cretini». Vi si citano i numi tutelari, Voltaire, Flaubert, Sartre, e vi si pensa molto a come contenere le perdite in caso di tradimento svelato: «Patricia, amore, un ricercatore del Karolinska Institutet di Stoccolma ha scoperto che gli uomini portatori del gene allele 334 sono maggiormente soggetti all’infedeltà».

I pranzi domenicali di famiglia vengono temuti come la peste («Ho un eczema atopico dell’alimentazione, a 38 anni la cosa comporta una limitazione complicata») e le cerimonie di nozze si trasformano in orrende fabbriche di gaffes: «Cari genitori, voi avete scelto il castello, il catering, il mio vestito, i fiori. Ma non sceglierete la musica.

Eh sì, ci sarà anche il ballo del qua qua. Perché piace ai miei suoceri». Eppure mai e poi mai vi si commetterà l’errore supremo: pronunciare le trite formule del «Pantheon delle scuse ridicole»: «Sei troppo per me», «E’ per il tuo bene», «Sono stato male interpetato», «Me ne sono dimenticato», «Era tanto per ridere». No, mes amis, piuttosto la ghigliottina.




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Garlasco, udienza già chiusa. Si torna in aula il 22

La Provincia Pavese

A Milano primo appuntamento in Corte d'Appello per l’omicidio di Chiara Poggi. Polemica sulle telecamere lasciate fuori dall’aula. Dopo la relazione del giudice a latere Tucci fissato il calendario delle prossime udienze. Alberto Stasi: "E' andato tutto bene"


MILANO

Quattro anni dopo l'omicidio di Chiara Poggi, accusa e parte civile riaprono il caso e si danno di nuovo battaglia in aula. A due anni dall'assoluzione pronunciata dal gup di Vigevano Stefano Vitelli, al termine di un processo di primo grado col rito abbreviato ricco di colpi di scena, oggi a Milano è tornato a sedersi sul banco degli imputati Alberto Stasi.

All'arrivo in tribunale la mamma di Chiara Poggi, Rita, dice: vedrò Alberto ma sono tranquilla. Innesca la polemica l'avvocato della difesa Gianluigi Tizzoni: "Scandaloso lasciare fuori le telecamere dall'aula. Se Stasi è innocente di cosa ha paura?" Protestano anche giornalisti e cineoperatori. Poi il via alla prima udienza che durerà solo un paio d'ore.

Dopo la lettura della relazione del giudice a latere Fabio Tucci, infatti, il processo d'appello per il delitto di Garlasco è stato aggiornato al prossimo 22 novembre. "E' andato tutto bene". E' il commento di Alberto Stasi, uscendo dalla porta posteriore dell'aula della Corte d'Assise d'Appello di Milano a proposito dell'udienza di questa mattina.

Con un sorriso che lasciava trasparire una certa tensione, ha poi proseguito "ma questa non è mica un'intervista..." e quando gli è stato fatto notare che era solo una domanda su come a suo parere fosse andata l'udienza nella quale il giudice a latere ha letto la sua relazione ha ribadito "è andata bene,è andata bene...".  Stasi è uscito dall'aula accompagnato da un pool di quattro avvocati, il professor Angelo Giarda con il figlio Fabio, l'avvocato Giuseppe Colli con una assistente. A presidiare il corridoio dove è passato c'erano parecchi carabinieri del servizio sicurezza del Palazzo di Giustizia.

I giudici della seconda Corte d'Assise d'Appello di Milano davanti ai quali si sta celebrando il processo di secondo grado a carico di Alberto Stasi, unico imputato per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi uccisa a Garlasco il 13 agosto del 2007, hanno fissato un calendario con 4 udienze: l'ultima si terrà il 6 dicembre, giorno in cui, salvo un cambio di programma, è fissata la camera di consiglio. Le altre udienze fissate a novembre sono, oltre al 22,  quando la parola passerà al sostituto procuratore generale Laura Barbaini, il 24 e il 25.




Le ragioni dell'accusa


Fra punti fermi dell’accusa, anche l’impronta di Stasi nel bagno di villa Poggi. Il movente: le foto porno 
di Anna Mangiarotti

Garlasco


«Chiara Poggi era molto riservata, non avrebbe aperto a un estraneo in pigiama. Ha fatto entrare l’assassino perché lo conosceva. E la morte può risalire alla prima parte della mattinata». Così commentava il procuratore capo di Vigevano Alfonso Lauro un anno e mezzo fa, appena presentata la richiesta di appello contro l'assoluzione di Stasi.

Al processo di primo grado, la procura indicava la morte di Chiara Poggi a fine mattina del 13 agosto 2007, la parte civile all’inizio: una spaccatura che si è ricomposta definitivamente proprio con l’appello chiesto dagli allora pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci, e sottoscritto dai Poggi. La procura chiede ai nuovi giudici di esaminare gli indizi contro Stasi «in modo unitario e non frammentario, come invece ha fatto il giudice Vitelli».

Anche per l’appello, il cardine dell'accusa sarà la mancanza di sangue sulle scarpe di Alberto, sequestrate - dopo 17 ore dall'allarme lanciato al 118, però – con le suole pulite, anche se Stasi stesso dice di aver attraversato i pavimenti di villa Poggi imbrattati di sangue della fidanzata, per arrivare a vedere il cadavere sulle scale interne verso il garage. Secondo l'accusa, invece Alberto ha ucciso Chiara con altre scarpe. Poi si è cambiato, e poco prima delle 14 ha finto di entrare ancora nella casa di via Pascoli a scoprire il corpo.

Altro caposaldo dell'accusa: il Dna della vittima sul pedale della bici sequestrata ad Alberto. E ancora: l’impronta digitale di Stasi sul dispenser del sapone nel bagno di villa Poggi dove il killer si è lavato, mista al Dna della vittima. E poi la presunta bugia di Alberto sulla telefonata al 118, iniziata non davanti alla villa, come lui ha raccontato, ma già davanti alla caserma dei carabinieri.

Infine, il movente: preliminare all'omicidio sarebbe stato un litigio scoppiato tra Alberto e Chiara, la sera prima del delitto. Quando lei potrebbe avere visto delle foto porno sul computer di lui, o aver reagito con un rifiuto a richieste di giochi erotici. Il giorno dopo il conflitto non si è ricomposto, ma è peggiorato fino alla furia omicida. Durante il primo processo, l’accusa aveva già cambiato in corso d’opera l’ipotesi sull’ora del delitto, valutando se posticiparla tra le 12.46 e le 13.27, dopo la perizia informatica che dava un alibi a Stasi, provando il suo lavoro al computer fra le 9.36 e le 12.20 di quella mattina.

Anche la richiesta di appello ribadisce che Alberto non merita le attenuanti generiche: si è accanito con crudeltà sulla fidanzata, colpita fino ad ucciderla con un corpo contundente. Per la procura, Stasi ha avuto tutto il tempo per uccidere Chiara, lavarsi, liberarsi dei vestiti sporchi di sangue e scappare.

Da quel momento sarebbe cominciata la sua messinscena per procurarsi un alibi, ma con troppe contraddizioni. La descrizione che dà del luogo del delitto e del corpo della vittima — hanno sostenuto i pm— non si concilia con una visione veloce, da parte di una persona sconvolta perché ha scoperto il corpo della fidanzata, come Stasi vuole far credere. E’ invece una descrizione dettagliata di chi ha avuto tutto il tempo di guardare con attenzione il massacro appena compiuto. E poi costruirsi un alibi.


Le ragioni della difesa


La difesa: «Non ci sono prove»

Solo un possibile buco di 23 minuti nell’alibi. Arma e movente mai trovati
di Lorella Gualco
Garlasco


Non ci sono prove contro di lui perchè Alberto Stasi è innocente». La difesa combatterà in appello con le armi che si sono dimostrate vincenti nel processo di primo grado, finito con l’assoluzione. Il professor Angelo Giarda e l’avvocato Giuseppe Colli, legali di Stasi, potrebbero presentare nuovi elementi, ma l’impianto della difesa resta quello che, nel primo processo, non è stato demolito nemmeno dalle super-perizie. In primo luogo l’alibi. Alberto ha sempre dichiarato che aveva trascorso la mattina dell’omicidio lavorando al compesi di laurea, a cominciare dalle 9.35. Alle 9.12 risulta disinserito l’allarme a casa Poggi.

In quel momento Chiara potrebbe aver lasciato entrare il suo assassino. Nell’alibi di Alberto resterebbe, quindi, un buco di 23 minuti: un arco di tempo nel quale avrebbe dovuto recarsi a casa della fidanzata, aggredirla probabilmente dopo un litigio, ucciderla, poi ritornare a casa, dopo aver fatto sparire l’arma e le tracce del delitto, e sedersi davanti al computer .

Secondo l’accusa quei 23 minuti sono un tempo sufficiente per uccidere. Non secondo la difesa, che può contare anche sulle numerose questioni irrisolte dell’inchiesta. Prime tra tutte un’arma del delitto mai trovata e un movente mai provato. Si dice che a scatenare il litigio nella coppia possa essere stata la scoperta, da parte di Chiara, di immagini pedopornografiche nel computer del fidanzato. Le perizie sugli accessi al pc, però non sono state in grado di dimostrarlo.

Allo stesso modo, non hanno inchiodato Stasi le tracce organiche, riferibili a Chiara, trovate sul pedale della bicicletta del ragazzo, e le impronte di Alberto trovate nella villa dei Poggi, una casa che il giovane frequentava abitualmente. Nessuna analisi ha provato senza ombra di dubbio che le tracce lasciate da Stasi fossero le tracce dell’assassino.




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Il cameraman che filma la sua morte

Corriere della sera


Colpito dal proiettile mentre riprendeva la polizia in una favela

Alla scoperta di Céline: storia di Bagatelle per un massacro

di Matteo Sacchi -

Lo scrittore maledetto si è portato addosso per tutta la vita il marchio dell’antisemitismo più rabbioso. Ma Riccardo De Benedetti cerca di interrompere il cortocircuito intellettuale

 

Louis-Ferdinad Céline (1894-1961), lo scrittore maledetto, il medico-scrittore che si è portato addosso per tutta la vita il marchio dell’antisemitismo più rabbioso. E di tutti i libri di Céline quello che più ha contribuito a creare la sua leggenda nera: Bagatelle per un massacro (1937), uno dei testi con la storia editorale più tormentata del Novecento.




Ovvero un libro che si legge poco e di cui si parla molto, riducendolo unicamente a icona dell’odio razziale. Ecco il cortocircuito intellettuale che cerca di interrompere il saggio di Riccardo De Benedetti Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa, pagg. 162, euro 14).

De Benedetti, abituato ad occuparsi di autori scomodi e della loro influenza culturale (basti pensare al suo La chiesa di Sade del 2008), in questo caso ricostruisce nel dettaglio le vicende editoriali del volume ponendo grande attenzione all’edizione italiana Guanda del 1981 che venne rapidissimamente ritirata. Ed ecco che subito si sfata una leggenda da salotto. La censura ebbe ben poco a che fare con la scomparsa del pamphlet dagli scaffali. L’abbozzo di dibattito sull’antisemitismo, e qualche sdegno contro l’autore contò molto meno della questione dei diritti.

La vedova di Céline, Lucette Destouches, si oppose allora come si oppone adesso alla ristampa dell’opera. La signora sostiene sia la volontà del defunto marito, che in effetti subito dopo la guerra decise di tenere questo virulento libello (che con L’École des cadavres e Les Beaux Draps forma una sorta di trilogia) ben lontano dai torchi. Ecco perché gli editori, consci che il libello proprio per il suo profumo sulfureo è alla fine assai appetibile, sono appostati in attesa che scadano i diritti.

Quanto al dibattito che si scatenò in Italia nel 1981, De Benedetti segnala tra i tanti che si spesero nell’eterno minuetto del «sì è letteratura», «no è spazzatura ideologica» (Moravia la pensava così) un articolo di Bernard-Henry Lévy che venne pubblicato sull’Espresso. Ecco cosa scriveva il filosofo d’oltralpe: «È “sociale” come nessuno, questo filantropo confesso che ora propone... la “nazionalizzazione” del credito, delle assicurazioni, dell’industria. Sì, bisogna forse lasciargli un posto al dolce sole del progressismo. Perché Céline il mascalzone, Céline il razzista, Céline il collaborazionista rivendica, piaccia o non piaccia, la sua parte nella fondazione del socialismo alla “Francese”». Insomma, un bel ribaltamento che nessuno ha approfondito.

Ma questo è solo uno degli esempi dei tanti modi di guardare a Céline che la damnatio memoriae e le beghe editoriali hanno fatto finire in un cantuccio, fuori dai riflettori dell’odio. Tra i tanti che De Benedetti enumera, basti ricordare tutti i sospetti del fascismo verso Bagattelle per un massacro (allora il titolo veniva scritto così) nella prima edizione italiana fatta da Corbaccio nel 1938. Non piaceva che il suo razzismo fosse così poco scientifico.



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Bambini in “pagina”: basta nascondere il volto per tutelarli?

Corriere della sera

di



“Perché nelle foto dei giornali si coprono i visi dei bambini? Qual è il vero pericolo? Che può succedere? Non siamo per caso andati un po’ oltre?”

si (ci) chiedeva la settimana scorsa un lettore su questo blog. La domanda si riferiva alla foto che illustrava il post sugli inviti di compleanno, immagine apparsa in homepage con i volti dei bambini pixellati.
Perché dunque quelle “pecette digitali”? Sono davvero necessarie o siamo davvero andati “un po’ oltre” nel tentativo di tutelare l’immagine dei bambini?

La domanda ha riaperto in redazione un dibattito di lunga data, molto sentito tra gli “addetti ai lavori”. Da un lato fotografi e photoeditor (chi nei giornali sceglie le foto e commissiona servizi fotografici) si sentono penalizzati nel loro lavoro, quasi con le mani legate; dall’altra capiredattori e responsabili sono attenti a non sgarrare, per evitare guai giudiziari.


C’è chi specula su queste cose: davanti a una foto senza liberatoria, in nome della privacy, in tanti hanno provato a chiedere soldi al giornale. E a volte li hanno ottenuti. La sensazione è però che per evitare rogne si rischi a volte di essere più realisti del re, rinunciando a raccontare una parte importante del nostro mondo, quasi una moderna forma di censura.

Da bandire sarebbero quelle foto di minori che potrebbero disturbare la loro crescita, che spettacolarizzano il loro caso di vita creando clamorosi protagonismi (come del resto fanno indisturbati da più di un decennio programmi tv tipo Grande Fratello): questo prescrive la famosa Carta di Treviso , il codice deontologico della stampa per la protezione dei minori varato nel 1990 con Telefono Azzurro e inserito come allegato al Codice sulla protezione dei dati personali (decreto legislativo n. 196/2003, poi aggiornato nel 2006).

Ma fare distinzioni e valutazioni così impegnative (e soggettive) non è facile, visti anche i tempi veloci dell’informazione. Come ci hanno raccontato alcuni professionisti dell’immagine a cui abbiamo girato le perplessità del nostro lettore.

VOLTI PIXELLATI, SEMPRE - “La Carta è chiara: non si possono pubblicare foto di minori che potrebbero compromettere il loro sviluppo psico-fisico. In questa definizione ci può stare di tutto: quindi i bambini vanno sempre pixellati” è l’indicazione di Iacopo Gori, responsabile della sezione video di Corriere.it. Sempre, a prescindere dal contesto? Anche nel caso di una foto come quella del piccolo sopravvissuto al terremoto turco che aspetta i soccorritori sotto le macerie con la mano di un cadavere sulla spalla? Gori non ha dubbi:


“Il diritto alla tutela del minore è sempre superiore al diritto di cronaca” taglia corto. Ma da cosa stiamo proteggendo il piccolo in una situazione come questa, drammatica ma a lieto fine?
“Noi non sappiamo se questo bambino vorrà rivedersi in questa situazione per anni e anni su tutti i siti del mondo: su Internet resta tutto, non c’è diritto all’oblio” spiega.

L’IPOCRISIA DEI BAMBINI LONTANI – Precauzioni simili prende Chiara Nilla Mariani, photoeditor di Sette, il magazine del Corriere della Sera: “Se non ho la liberatoria, io i bambini li faccio vedere solo di spalle o comunque in modo che non siano riconoscibili in scatti virati, mossi o presi da lontano. Oppure con il volto pixellato. In Italia si possono pubblicare foto di minori soltanto in caso di scomparsa, rapimento oppure con l’ok di entrambi i genitori. Per questo spesso si ricorre a foto di bambini di Paesi lontani, che hanno una legislazione diversa o inesistente su questa materia: così non rischiamo domande di risarcimenti. E’ una forma di ipocrisia, lo so”.

A essere coerenti persino il celebre scatto dei piccoli superstiti che corrono disperati in piena guerra del Vietnam sarebbe da pixellare. Con notevole perdita della forza espressiva di questo efficace documento apparso nel 1972 sulle prime pagine dei quotidiani di mezzo mondo.

L’ARTE DI RACCONTARE SENZA ESIBIRE – “Cinque anni fa siamo stati denunciati perché avevamo pubblicato la foto di una madre palestinese morta sotto i raid israeliani insieme ai suoi due bambini – racconta Bruno Delfino, che guida con Gianluigi Colin la redazione grafica del Corriere della Sera – abbiamo vinto la causa, è stato riconosciuto che nella foto prevaleva la pietas, non lo spettacolo della morte. Quello che serve a documentare io lo perseguo, ma cerco sempre di non perdere di vista la tutela del minore”
“ Ogni volta che vedo volti di bambini evito di ricorrere all’ipocrisia del pixellato, cerco di non pubblicarli”, dice Bruno Delfino. “Occorre riprendere i minori con senso di responsabilità: di 3/4, di spalle, con un particolare come la mano… Questo non penalizza la narrativa, piuttosto servono una competenza e una sensibilità in più. I bambini sono catalizzatori di sguardi, è facile avere il magnetismo da foto con loro. La professionalità si misura nella capacità di non eccedere nella suggestione”.

LIMITI IMMAGINARI – C’è chi mette in guardia da un’interpretazione restrittiva delle norme vigenti. “I limiti imposti dalla legge sulla privacy e dalla Carta di Treviso ci fanno sentire meno liberi. A volte sono effettivi e necessari ma spesso ce li inventiamo noi – osserva Giovanna Calvenzi, photoeditor di Sport Week -. L’autocensura inizia già a monte, parte dai fotografi, perché oggi come free lance non sono più protetti dai giornali nelle cause legali.

‘Ci sono dei ragazzini che giocano per strada, che faccio? Ci vorrebbe la liberatoria dei genitori’ mi dicono. Ma in contesti come questi tendo a far prevalere il diritto di cronaca. Del resto la carta di Treviso voleva soprattutto tutelare i minori dal cattivo uso che si fa delle foto, quando per esempio finiscono nell’archivio di un giornale e vengono poi utilizzate fuori contesto in modo scorretto. Invece il risultato è oggi che evitiamo scientemente i bambini, abbiamo nella testa la confusa percezione che esiste una Carta di Treviso che li protegge e nell’incertezza soprassediamo.

Ma così la fotografia di strada e di reportage rischia di scomparire – constata amara Calvenzi che la scorsa estate ha curato la mostra Vietato! I limiti che cambiano la fotografia: con 55 grandi autori come Gabriele Basilico che hanno accettato di esporre provocatoriamente alcuni loro scatti con una “pecetta” per denunciare l’estinzione di un genere.

PRIVACY E SCOMPARSA DEL REPORTAGE – Sulla stessa lunghezza d’onda Roberto Koch, fondatore dell’agenzia fotografica Contrasto e presidente di Fondazione Forma: “La questione della privacy sta cambiando il modo in cui si fotografa. Già 10 anni fa a Parigi si era svolta un’udienza pubblica con Cartier Bresson e altri importanti fotografi che testimoniavano del rischio di cancellare un’intera tradizione, quella del reportage.

Il tipo di attenzione e cautele che i fotografi dovrebbero avere in molti casi rende impossibile realizzare scatti spontanei: raccontare l’umanità e la vita attraverso gesti colti di sorpresa è inconciliabile con il diritto alla privacy. Nel caso dei bambini la fotografia ci rimette per un’istanza alta, la protezione dei minori. Ma mi preoccupa l’atteggiamento restrittivo con cui si interpreta la legge nei giornali”.
“Se la fotografia è vista per lo più solo come un potenziale invasore della privacy del minore, si perde di vista il suo valore di documento e racconto. Serve un nuovo compromesso. Garante della privacy e giudici devono tenere presente non solo il diritto della persona ma anche il senso del valore del fotografo. Ma questa sensibilità e consapevolezza in Italia scarseggia: basti pensare che la legge distingue ancora tra fotografie semplici (mere fotocopie della realtà) e creative”.

“NON POSSIAMO CANCELLARE I BAMBINI”Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, che con l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa ha dato vita vent’anni fa alla Carta di Treviso, fa un bilancio:“La Carta di Treviso è stata una scelta pionieristica per tutelare il bambino nella sua immagine, per proteggerlo dallo sfruttamento mediatico nei casi in cui era coinvolto in dolorosi fatti di cronaca: ma non intendevamo certo cancellare l’infanzia dal mondo della comunicazione.

La Carta di Treviso ha aperto riflessione, che oggi si è in parte arrestata: prevalgono scelte formali e casuali, dettate per lo più da preoccupazione e paura. Un giornalista che deve fare scelte da solo o corre troppo avanti o evita. Regole e strumenti andrebbero rivisti anche insieme ai ragazzi, sennò li ritroviamo ‘mascherati’: i bambini devono essere presenti, non possiamo cancellarli, occorrono piuttosto formazione e sensibilità per fare scelte di tutela e non di sfruttamento”.

Ora più di prima: con la moltiplicazione degli occhi sul mondo, in un’epoca in cui tutti fotografano tutto, al “silenzio” dei media fa da contraltare il proliferare di immagini sui social network, da Facebook a Flikr, da loro frequentati ben più che giornali e riviste. Mentre fotografi dilettanti amplificano produzione di immagini a livello esponenziale, i professionisti sono colpiti nella loro libertà d’azione e producono immagini più povere e inadeguate in piena rivoluzione digitale. “Con l’ingresso dei nuovi media, c’è bisogno di trovare modalità nuove per tutelare i minori, allargando il tavolo anche ai blogger. La Carta di Treviso non basta più”.
Secondo voi in che modo si potrebbe tutelare meglio i minori senza rinunciare a raccontarli? Davvero non c’è alternativa: o si cede alle lusinghe della bella foto (mettendo in secondo piano i diritti dei bambini) oppure si rinuncia a rappresentare una fetta di mondo? Come ritenete sia rispecchiata l’infanzia e l’adolescenza nelle immagini dei nostri giornali?








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Non vuoi più il cane? Uccidilo" La proposta choc del consigliere

Libero




Se hai un cane di cui ti sei stufato o che, per diverse ragioni, non puoi più tenere la soluzione è semplice: sopprimilo. In questo modo si potrà risolvere quell'annoso problema dell'abbandono dei cani. Recita più o meno così la proposta choc del consigliere provinciale di Perugia, Giancarlo Carocci (di Umbria Tricolore, partito di estrema destra nato il 6 ottobre scorso).

Una boutade, un errore, un fraintendimento? Nel senso Carocci non voleva dire questo, c'è stata un'incomprensione. Niente affatto. Le sue parole sono raccolte in un'intervista video della rubrica 'Voce agli animali' della trasmissione 'Mia' di Umbria Tv. E' lo stesso Carocci che davanti ai microfoni articola la proposta: "Si va da un veterinario e con una spesa di 40-50 euro fare una puntura: l'animale non soffre, ci sono meno spese per i Comuni e nessuno lascerebbe gli animali in giro". Inutile dire che di fronte a tale barbarie si sono scatenate le ire delle associazioni animaliste con tanto di petizione online per chiedere le dimissioni del consigliere.


Le scuse - Vista la legittima polemica che si è scatenata in relazione alla proposta, giungono tempestive le scuse del consigliere: "Le numerose reazioni di vasti settori del mondo animalista e non solo, che hanno fatto seguito a una mia dichiarazione – afferma – mi inducono a scusarmi con tutti per aver usato inopportune espressioni che, in verità, hanno superato e distorto il mio stesso pensiero".

Ma per l'Ente nazionale protezione animali (Enpa) non basta chiedere venia e così ha dato mandato al proprio legale di denunciare il consigliere per istigazione a delinquere. "Giancarlo Carocci – sottolinea l'Enpa – ha un incarico istituzionale. Ciò presuppone che egli sia aggiornato sulle normative del nostro Paese. Ma visto che per sua stessa ammissione non è così, gli consigliamo, di iscriversi a un corso full immersion di diritto, prima di ingegnarsi con proposte tanto balzane quanto fantasiose".


08/11/2011




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Quando Ornella mi disse: «Ho un amantino»

Corriere della sera


Spericolata in amore e nelle interpretazioni, ma anche fragile e piena di paure


«Cara Ornella, se entri in una stanza dove ci sono cinquanta donne e un uomo succede una cosa molto semplice: non ti accorgi delle 50 donne e saluti e sorridi solo all’uomo». Questo le dissi quando riuscii a farla sedere sulla mano-poltrona di Mister Fantasy. «Questa», rispose lei, è la classica battuta alla Fegiz». Ma sapeva che in parte era vero.

Ornella Vanoni è una delle persone più buone e intelligenti che io abbia mai incontrato. Libera nel pensiero, libera nel linguaggio. Una sera, a cena, la bella moglie di un noto musicista si lamentava, con molta convinzione, così: «Tutte le volte che giro nuda per casa, perché mi sto cambiando o sono uscita dalla doccia, M. mi salta addosso e pretende di fare l’amore». Lei la guardò severa: «E spero che tu ti conceda senza tante storie» (veramente disse: «E spero che tu gliela dia, naturalmente»). Già.

Audace nei look, spericolata in amore e nelle interpretazioni, ma sotto sotto davvero fragile, piena di paure. Giovane cronista musicale fui mandato a seguire un suo concerto a Santa Margherita ligure. Doveva salire in scena alle 23. Pretese che io le tenessi la mano (gelata) fino al momento fatidico dell’entrata in scena. Diceva: «Gli impresari? Che mi derubino pure, ma siano – oltre che ladri – gentiluomini: mi facciano almeno trovare fiori freschi in camerino».

Durante un concerto al Lirico di Milano, maltrattò, con vera malagrazia (scusate il pleonasmo), uno spettatore troppo entusiasta. Io commentai negativamente ad alta voce, in platea. Vicino a me c’era evidentemente una sua spia. Perché all’una di notte la Vanoni mi chiamò al giornale e mi apostrofò dicendo: «Sicché io le sarei antipatica?». Sembrava avesse già letto quel che stavo scrivendo in quel momento per l’ultima edizione (e avevo scritto «certo si può essere una grande artista pur non possedendo il dono dell’umana simpatia»).

Un giorno del 1990 mi vide assai provato e mi dette l’indirizzo di uno psicanalista. Un consiglio che mi cambiò la vita. Non tanto tempo fa le chiesi come andava la sua vita privata. E lei mi rispose: «Bene, benino. Ho un amantino». Non ebbi il coraggio di chiederle cosa intendesse per amantino: un amante di bassa statura, un amante giovanissimo, un amante part time o un amante minidotato?

Mario Luzzatto Fegiz
08 novembre 2011 11:44

Eruzioni vulcaniche: allerta rapida osservando i lampi

Corriere della sera

Scienziati divisi sull'utilità: bene solo per quelli isolati alle alte latitudini



MILANO - Il vulcano Cleveland, che si trova in Alaska e precisamente nell’arcipelago delle Aleutine, ha ricominciato a far parlare di sé. Una cupola di lava posta sul bordo del suo cratere, osservata via satellite, fa aumentare il rischio di un’imminente esplosione. Come cautelarsi da questa drammatica eventualità? Dato che si tratta di una zona lontana dai sismografi e dai centri abitati (il primo villaggio è a 80 chilometri e conta circa 18 residenti permanenti) è stato attivato il chiacchierato World Wide Lightning Location Network (Wwlln) che, rilevando le scariche elettriche prodotte dalle ceneri e dai gas emessi dal vulcano, può dare un pre-allarme tempestivo di un’imminente eruzione esplosiva. C’è chi dice che sarà utile e c’è chi dice che non servirà a nulla.

Lampi sui vulcani

GIOVANE - «Il sistema può avere potenzialità nel caso del vulcano Cleveland, perché si trova ad alte latitudini dove è facile poter distinguere i segnali provenienti da un’eruzione vulcanica piuttosto che da un temporale», sostiene Gianfilippo De Astis, ricercatore presso l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «Ciò detto, è ancora un sistema giovane e poco testato.

Per poterlo realmente considerare efficace occorre avere una statistica di casi in cui è stato utilizzato». Lo stesso ragionamento devono averlo fatto gli esperti della World Organization of Volcano Observatories (Wovo), la Commissione speciale della Iavcei (International Association of Volcanology and Chemistry of Earth Interior): riunitisi a settembre a Erice, in Sicilia, per scambiarsi i dati tra 50 osservatori vulcanologici del mondo, compresi quelli italiani, nessuno ha parlato di questo sistema.

COME FUNZIONA - Il network, che si avvale di 40 sensori sparsi in città di Usa, Giappone, Europa, controlla circa 200 vulcani posti soprattutto nel Pacifico e nella penisola russa della Kamchatka. Si avvale del rilevamento dell’attività dei fulmini (cioè dell’attività elettrica) che si verifica in un raggio di pochi chilometri intorno a un vulcano ai fini di allertare le autorità e le comunità dei residenti dell’inizio di un'eruzione esplosiva nonché della possibile formazione di nubi di ceneri che possono disturbare il traffico aereo. Il sistema è basato sulla scoperta di un «nuovo» tipo di fulmine chiamato explosive phase lightning, provocato dalla fuoriuscita di ceneri e gas del vulcano e identificato per la prima volta da un gruppo di ingegneri elettronici e di fisici dell’atmosfera durante l’eruzione vulcanica del St.Augustin, avvenuta in Alaska nel gennaio del 2006.

Tali fulmini, che si verificano quando sta per iniziare un’eruzione, emettono dei segnali radio transienti a frequenza molto bassa (chiamati sferics) che viaggiano nell’atmosfera e possono quindi essere identificati. Un sistema di ricevitori sincronizzati permette di registrare e riportare su un diagramma bidimensionale fatto di righe verticali e orizzontali di colore diverso le sferics captate. La triangolazione dei dati consente la localizzazione delle aree sorgente e l’invio di comunicati, sms o email di allerta alle autorità competenti. In altre parole, una volta identificato il fulmine come proveniente da un'eruzione, il Wwlln manda automaticamente un'allerta al servizio geologico statunitense, di solito prima che la nube di ceneri vulcaniche si sia formata e cominci a essere dispersa in atmosfera dando problemi ai voli aerei.

ORIGINI - Gli studiosi statunitensi lo hanno lanciato come un network acquisito solo un anno fa. Prima avevano eseguito nuove registrazioni delle attività elettriche, e il loro monitoraggio, durante l’eruzione del Redoubt in Alaska nel marzo 2009. Successivamente i ricercatori d’oltre oceano avevano registrato i fulmini 3-D emessi nell’eruzione dell'Eyjafjallajökull, avvenuta in Islanda in aprile-maggio 2010: in quell’occasione avevano osservato cariche positive e negative nella colonna di ceneri in sollevamento e misurato le «scintille» con dispersione verticale e lunghezza di poche centinaia di metri.

Il miglior successo conseguito dal network è stato quello osservato nell’ottobre 2010 applicandolo all’attività elettrica del vulcano Shiveluch in Kamchatka: allora era stato possibile dare l’allerta un’ora prima dell’eruzione, in un tempo considerato significativamente già buono per poter contattare le autorità e provvedere all’evacuazione dei residenti.

PRO E CONTRO - Il problema essenziale del sistema è quello di avere difficoltà nel distinguere tra un fulmine derivante da un'eruzione vulcanica e un fulmine associato a perturbazioni atmosferiche, tempeste e temporali che emettono gli stessi segnali radio. Questo inconveniente viene di solito risolto con il buon senso: se una sferics proviene da una zona vulcanica dove è montato il sistema, allora si dà l’allerta. Ciò rende il sistema «vulnerabile» e poco efficace a latitudini tropicali ed equatoriali, dove la fenomenologia atmosferica è complicata da tifoni, uragani: in queste zone non è stato neppure montato.

In Italia non si usa. Nel nostro Paese è stato studiato un sistema integrato di early warning per il vulcano Stromboli nell’ambito di un progetto partito nel 2007 e terminato nel 2009 eseguito dall’Ingv in accordo con la Protezione civile. Tuttavia non ha apportato significativi miglioramenti perché consentiva di lanciare un’allerta giusto due o tre minuti prima dell’eruzione, un tempo troppo irrisorio per poter pianificare un’emergenza.

Nella nostra nazione i progetti di questo tipo sono momentaneamente sospesi e in corso di rilancio. In Italia, grazie a osservatori posti alle pendici del vulcano, sismografi in grado di captare cinque o sei diversi precursori e stazioni metereologiche su tutta la penisola, non è necessario sviluppare subito un sistema di early warning tipo quello americano anche se sarebbe possibile: i bassi costi della sua messa a punto potrebbero essere un ottimo stimolo per affiancarlo a sistemi già esistenti.



Manuela Campanelli
08 novembre 2011 12:12



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Royal Society, l'archivio scientifico diventa open access

La Stampa

Da Newton e Darwin a Stephen Hawking, oltre 60mila articoli conservati da una delle più importanti accademie del mondo si potranno consultare gratuitamente online

CARLO DI FOGGIA

"Nullius in verba” , non accettare nulla sulla parola ma verificare tutto attraverso i fatti, i dati, le prove. Con un motto ufficiale così, nell’era dell’open access, la Royal Society di Londra, una delle più importanti accademie scientifiche del mondo, non poteva mantenere a lungo i suoi archivi ancorati al vecchio sistema del Pay per view (pagare per vedere). Nei giorni scorsi l’annuncio ufficiale : uno dei più importanti archivi custoditi dalla prestigiosa fondazione, oltre 60mila articoli scientifici pubblicati tra il 1665 e il 2011, è diventato gratuito e scaricabile da chiunque attraverso un sistema completamente informatizzato e consultabile online.

Si potranno cercare gli articoli attraverso parole chiavi, autori o estratti dei testi pubblicati sulla rivista scientifica ufficiale, la “Philosophical Transections” che ha iniziato le sue pubblicazioni cinque anni dopo la fondazione dell’accademia (28 novembre 1660) ad opera di alcuni tra i più importanti scienziati dell’epoca, uniti dal comune intento di diffondere e mettere a disposizione dell’umanità il sapere scientifico fin li acquisito.

Nel prezioso scrigno virtuale si celano veri e propri capolavori come il primo saggio scientifico pubblicato da Isaac Newton,che fu presidente dell’accademia dal 1703 al 1727, gli scritti di un giovane Charles Darwin e il resoconto del famoso esperimento dell’aquilone elettrico compiuto da Benjamin Franklin nel 1752.

Si potrà quindi percorrere al contrario la storia dell’evoluzione scientifica, risalendo a vere e proprie “gemme” come i primi casi riportati di mostruosi vitelli, racconti di studenti colpiti da fulmini ed esperimenti su come rendere le bevande fresche “senza usare neve, ghiaccio, vento o salnitro e in ogni periodo dell’anno”. Selezionando i campi di ricerca è possibile anche rintracciare tutto il materiale pubblicato dalla RS su di un determinato settore come ad esempio i terremoti. In Sicilia, nel gennaio del 1963, si verificò un terremoto che colpì la parte orientale dell’isola provocando anche una piccola eruzione dell’Etna.

Attraverso la lettera del nobile Vincentius Bonajutus, custodita nell’archivio della Philosophical Transactions, possiamo scoprire quanti morti ci sono stati in tutti i centri della zona e quanti abitanti vi risiedevano prima del disastro. “Questi documenti rappresentano una finestra sulla storia della scienza e ci mostrano l’evoluzione del progresso scientifico dell’umanità”, ha spiegato Uta Frith presidente del comitato che supervisiona l’immenso patrimonio conservato nella libreria dell’Accademia.

L’iniziativa si inserisce nella strategia della Royal Society in direzione dell’editoria ad accesso aperto. Come sottolineato dalla stessa Accademia infatti, la libera messa a disposizione dell’archivio in rete è coincisa con l’inizio della Settimana dell’open access e con l’annuncio della prima rivista interamente consultabile online e gratuitamente, “Open Biology”.

Il biologo e filosofo inglese Thomas Huxley nel 1870 scriveva: “Se tutti i libri del mondo, ad eccezione del Philosophical Transactions, dovessero essere distrutti è sicuro che le fondamenta della scienza fisica rimarrebbero incrollabili, e che il vasto progresso intellettuale degli ultimi due secoli risulterebbe, anche se incompleto, ampiamente conservato". Un patrimonio che dunque appartiene all’umanità intera e finalmente a disposizione di tutti.




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La morte del piccolo Di Matteo, il pm chiede cinque ergastoli

Corriere della sera

Il bambino, figlio del collaboratore di giustizia Santino, fu rapito il 23 novembre del 1993. Venne strangolato e poi sciolto nell'acido dopo 779 giorni di prigionia


Giuseppe Di Matteo
Giuseppe Di Matteo

PALERMO - Il pm di Palermo, Fernando Asaro, ha chiesto la condanna all'ergastolo di cinque capimafia, tra i quali il latitante Matteo Messina Denaro, e il boss Giuseppe Graviano, per il sequestro e l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino, sequestrato nel 1993 e ucciso dopo 779 giorni di prigionia per convincere il padre a tornare nei ranghi di Cosa Nostra.

DIECI ANNI A SPATUZZA - La procura ha, invece, chiesto dieci anni per il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che si è autoaccusato del sequestro, nonostante non fosse mai stato indagato per la vicenda, e ha fatto il nome degli altri capi mafia imputati consentendo agli investigatori di aprire una quarta tranche di indagine sul terribile omicidio. Per la morte del bambino, infatti, sono già stati celebrati tre processi. Il carcere a vita è stato chiesto anche per Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone. Il processo è stato rinviato al primo dicembre per le arringhe difensive.

LA MORTE DEL PICCOLO, MESSAGGIO AI PENTITI - Un messaggio ai pentiti, un avvertimento a chi aveva deciso di lasciare Cosa nostra. Questo, secondo il pm Asaro fu il movente del rapimento del bambino, figlio del collaboratore di giustizia Santino. «Di Matteo - ha detto Asaro ai giudici della corte d'assise di Palermo che celebrano il quarto processo sul delitto - venne rapito e ucciso per contrastare la dilagante emorragia di collaboratori di giustizia e lui era l'anello più debole per colpire il sistema dei pentiti».

L'ATROCE DELITTO - Il bambino venne strangolato e sciolto nell'acido nel gennaio '96 dopo 779 giorni di prigionia. «Il piccolo Giuseppe Di Matteo», ha aggiunto, «non solo venne privato della sua infanzia ma fu torturato dai suoi aguzzini che prima lo sequestrano e dopo 779 giorni di prigionia lo uccisero strangolando un corpicino ormai inerme e poi lo sciolsero nell'acido».



Redazione online
07 novembre 2011




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Aveva in casa 29 cadaveri mummificati arrestato scrittore in Russia

Il Mattino


MOSCA - La polizia russa ha arrestato un uomo che aveva in casa 29 corpi mummificati vestiti come bambole. Stando a quanto riferito dal portavoce del ministero dell'Interno Valery Gribakin citato dai media russi, il sospetto è uno storico, autore di diversi libri, di Nizhny Novgorod, città sul Volga a 400 chilometri da Mosca. L'uomo si sarebbe procurato le mummie in diversi cimiteri della regione




Lunedì 07 Novembre 2011 - 16:48    Ultimo aggiornamento: 17:02



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La Casa Bianca: "Gli ufo non esistono"

Quotidiano.net

Il capo del Dipartimento scientifico: "Mai nessun contatto"


Circa 5000 cittadini americani avevano chiesto di sapere la verità sugli extraterrestri. Unica ammissione: "Statisticamente è possibile che esista un pianeta simile al nostro, ma la probabilità di contatti è minima"


E.T., l'extraterrestre protagonista del film di Steve Spielberg del 1982




New York, 7 novembre 2011 - E' la fine di un mito: gli Ufo non esistono. O meglio: ‘’Stiamo cercando ET, ma ancora non abbiamo le prove che esista’’. Parole della Casa Bianca, nella persona di Phil Larson, capo del Office of Science & Technology Policy della White House, una commissione che fa parte dell’amministrazione Obama.

Quindi basta con leggende come quelle sull'Area 51, una parte della base di Edwards, nel Nevada (dove sarebbero 'conservate' prove dell'esistenza degli alieni') o come quelle dell'incidente di Roswell (dove nel '47 sarebbe caduto un disco volonte non identificato): E.T, gli alieni e i mondi paralleli dei 'Man in Black' restano confinati rigidamente fra le scenografie di Hollywood.

Il verdetto di Larson risponde a una petizione popolare sottoscritta da ben 5000 americani che hanno chiesto lumi sugli extraterrestri inviando la loro richiesta al nuovo sito denominato ’’we the People’’, voluto da Obama grazie al quale ogni cittadino può porre al governo una domanda e ottenerne risposta: "Il governo americano non ha alcuna prova che ci sia vita fuori dal nostro pianeta, o che una presenza extraterrestre abbia contattato o si sia incontrata con un membro della razza umana - scrive Larson - . Inoltre non ci sono informazioni credibili secondo cui esistano delle testimonianze, delle prove, che siano rimaste sinora nascoste alla nostra conoscenza.

Tuttavia - ammette Larson - ciò non significa che il tema della vita nello spazio non sia al centro di discussioni e di ricerche. Al momento ci sono tanti progetti a cura della Nasa che lavorano proprio su questo tema. Tanti scienziati e matematici hanno affrontato questo argomento da un punto di vista strettamente statistico. La loro conclusione è che, in teoria, tenuto conto dei trilioni di trilioni di stelle e pianeti che compongono l’universo, è possibile che esista un pianeta simile al nostro in cui ci sia vita. Tuttavia - conclude Larson - c’è la convinzione che le probabilità di avere contatti siano assolutamente minime, vista la distanza enorme che separa la Terra da questi ipotetici altri mondi’’.

Addio alieni, quindi, con buona pace delle migliaia di persone che negli ultimi decenni hanno avvistato gli 'oggetti volanti non identificati' , facendo nascere la presunta scienza dell'‘’ufologia’’. E per sognare di evadere dalle nostre disgrazie planetari, non potremo neanche più cantare, come Eugenio Finardi "Extraterrestre, portami via": l'umanità dovrà proprio cavarsela da sola.




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Torna a Trapani la "Madonna orante", era sparita durante il terremoto del Belice

Corriere del Mezzogiorno

Apparteneva alla chiesa madre di Santa Ninfa, la tela era stata portata in Australia da un emigrante siciliano





PALERMO - Ritrovato un antico dipinto, quello della «Madonna orante» appartenente alla chiesa madre di Santa Ninfa, in provincia di Trapani. Era scomparso durante il terremoto del Belice del 1968. Adesso sara’ restituito alla Chiesa e ritornera’ al suo posto nel comune del trapanese. La tela, in realta', era stata presa e portata via da un giovane emigrante siciliano.

Si tratta di Peter Tesoriero. Rientrato nell'Isola subito dopo il terremoto, la vide e la porto' via con se' in Australia per regalarla alla madre. Il ritrovamento dell'opera (un olio su tela) e' avvenuto per caso nel 2008, quando il presidente di Extroart, Ludovico Gippetto, si trovava a Melbourne per una conferenza sulle opere scomparse. Fu lo stesso Tesoriero che, dopo averlo avvicinato, racconto' la sua storia e restitui' l'opera.

«Dopo quell'episodio, pero' la Madonna Orante e' rimasta in Australia per altri 4 anni, nonostante i rilievi fatti dal Nucleo tutela patrimoniale dei carabinieri e nonostante fossero stati informati il ministero dei Beni culturali e la Farnesina - raccontato Ludovico Gippetto -. Il motivo e' semplice: nessuno ha di fatto finanziato il rientro in patria». A farsi carico delle spese per il viaggio di ritorno a Milano – circa mille euro - e' stata invece la Fondazione Nino Sanciolo di Melbourne. Era l'estate appena trascorsa.

Ma per l'arrivo definitivo del quadro in Sicilia si e' dovuto attendere una decina di giorni fa, quando lo stesso Gippetto ha pagato la tassa di sdoganamento, altri 97 euro. Al momento, e per qualche altro giorno ancora, la tela sara' ospitata e visitabile, dalle 10 alle 13, nell'oratorio di Santo Stefano Protomartire, a Palermo. Da li' sara' quindi trasferita nella Cappella Palatina per arrivare finalmente il 12 novembre a Santa Ninfa, in occasione della festa patronale durante la quale sara' consegnata al vescovo e al sindaco. «La Madonna dell'emigrante, cosi' come e' stata ormai ribattezzata, verra' collocata – spiega Gippetto - in una teca all'interno della chiesa madre, dove fedeli e turisti la potranno ammirare».

La tela di Santa Ninfa non e' pero' l'unico oggetto che Tesoriero aveva portato con se' in Australia come ricordo del suo viaggio. Durante una sua visita alle isole Eolie, infatti, alcuni pescatori gli avevano regalato una lucerna a olio in terracotta, proveniente da un ritrovamento in un'area archeologica che ospitava i resti di una villa romana. Anche questa lucerna e' stata restituita assieme al quadro. «Il museo delle Eolie ha gia' visionato il reperto e ha subito deciso di prenderlo per uno studio approfondito – dice Gippett.

La sua particolarita' infatti risiede nella raffigurazione a sbalzo di un asinello. Un fatto singolare, visto che in genere sulle lucerne c'erano solo raffiguazioni scalfite o dipinte, ma non di questo genere». Ancora ignoto e' invece il nome del pittore della Madonna. Ad aiutare gli esperti nell'attribuzione dell'autore c'e' una scritta riportata sul retro della tela «Sac. D. Vincentius Giulli» e una data: 1778.

(Fonte Italpress).

05 novembre 2011




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La storia dell'acquedotto «inutile» che fa franare le montagne

Corriere della sera


L'opera nata per garantire l'acqua all'industria del vetro (mai sorta) è stata riconvertita. Con scarso successo



COSENZA - Nel '79 doveva servire un polo industriale del vetro. Mai nato. I lavori «scriteriati» e «indiscriminati» per creare quell'acquedotto provocano ancora oggi - a distanza di tanti anni - frane e smottamenti. La ferrovia è crollata due volte. Dalle parti della Valle Crati, in provincia di Cosenza, ogni volta che si verifica una frana non si chiedono più come sia potuto accadere. Lo sanno già. «Colpa dei lavori per l'acquedotto» rispondono. Un'opera che risale al 1979, targata Cassa per il Mezzogiorno, costata 13 miliardi di lire che ancora oggi produce effetti devastanti sul territorio.

LA VICENDA - Una storia incredibile quanto paradossale. L'acquedotto nasce per garantire acqua a una futura industria del vetro, prevista a Piano Lago. Viene immaginato un polo industriale talmente imponente che si ritiene insufficiente l'acqua contenuta nelle ricche falde acquifere di questa zona. Così si approva il progetto di adduzione delle acque del fiume Savuto. Il tracciato attraversa montagne franose che lavori definiti «spregiudicati», «dannosi» e «scriteriati» rendono ancora più friabili.

LA TESTIMONIANZA - «Ricordo che c'era un "ruspone" enorme che procedeva indiscriminatamente per fare spazio ai tubi dell'acqua. Da ingegnere posso dire che una realizzazione più accorta avrebbe evitato tanti disastri». Lo ricorda Carmelo Salvini, ex sindaco di Rogliano, uno dei comuni attraversati dall'impianto che rappresentarono il fronte della protesta negli anni '80. Per ironia della sorte qualche anno più tardi si è ritrovato a gestire il progetto in Regione Calabria all'interno del Dipartimento per le Acque: «Mi trovai a dover utilizzare un'opera pubblica che comunque andava utilizzata».

Il paradosso, infatti, è che una volta terminati i lavori, dell'acquedotto non si sa che farne. Perché del polo industriale non si è posata nemmeno la prima pietra. Così si decide di annettere un impianto per la potabilizzazione delle acque e prolungare l'opera fino alla città di Cosenza in modo da servire almeno le civili abitazioni. Ma le immagini che giriamo all'interno del potabilizzatore descrivono uno scenario desertico, di acqua potabile non se ne vede.

LE FRANE - In seguito ai lavori per l'acquedotto le frane si ripetono periodicamente. Per ben due volte crolla la linea ferroviaria che collega Catanzaro a Cosenza. La tratta è attiva quando a un certo punto i binari scompaiono, inghiottiti dal terreno. Appena l'inverno scorso, un'alluvione provoca l'ennesimo smottamento e le condotte saltano per aria (foto: savutoweb.it). L'acqua addotta dal fiume scivola a valle trascinando con sé detriti e fango. Si chiudono le condotte per lavori.

«Non solo le imprese qui non hanno impianti a esse destinati ma anche la città di Cosenza resta spessissimo senz'acqua» lamenta Stefania Frasca, direttore del Consorzio per lo sviluppo dell'aria industriale. I pochi imprenditori che qui sono riusciti a sopravvivere, infatti, hanno dovuto provvedere da sé. Così, nonostante un acquedotto costato miliardi che si trova a un paio di chilometri, ognuno ha costruito di propria tasca dei pozzi artesiani per attingere l'acqua di cui ha bisogno. Esattamente come facevano trent'anni fa. Prima che qualcuno tracciasse su un pezzo di carta un'opera del genere.

Antonio Crispino
07 novembre 2011(ultima modifica: 08 novembre 2011 10:17)

Come fare testamento

La Stampa


Il testamento è definito dall’art. 587 del codice civile come l’atto col quale una persona dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte o di parte delle proprie sostanze; infatti, contrariamente a quanto previsto dal diritto romano (nel quale trovava applicazione il principio nemo pro parte testatus pro parte intestatus decedere potest, ossia nessuno può morire avendo fatto testamento soltanto per una parte dei propri beni, per cui se il testamento prevedeva un solo erede, e per una parte dei beni, questi ereditava l’intero patrimonio), il nostro ordinamento prevede che si possa disporre, attraverso questo atto di ultima volontà, soltanto di una parte del patrimonio, lasciando alla successione legittima la destinazione dei beni non compresi nel testamento.

L’esistenza o meno di un patrimonio nella disponibilità del de cuius (dall’espressione latina de cuius ereditate agitur, ossia colui della cui eredità si tratta) non incide sulla validità del testamento, poiché questa condizione non è prescritta da alcuna norma di legge; peraltro, di tale patrimonio possono far parte non solo i beni che appartengono al testatore al momento della morte, ma anche l’eventuale diritto di veder riconosciuta la proprietà su beni che apparentemente appartengono ad altri; nel qual caso l’erede istituito è legittimato a proporre tutte le azioni che avrebbe potuto iniziare il suo dante causa per conseguire la proprietà contestata, nonché a coltivare tutte le azioni che quest’ultimo aveva già proposto (Cassazione 19/3/2001, n. 3939).

Non è detto poi che il testamento abbia sempre, in tutto o in parte, contenuto patrimoniale; esso, infatti, può avere contenuti di altro tipo: si pensi al riconoscimento di un figlio naturale, alla riabilitazione di un indegno, alla formulazione di princìpi morali (cosiddetto testamento spirituale). S’inquadra in questo ambito il testamento biologico (living will secondo la terminologia del diritto statunitense, dal quale è stato mutuato), attualmente allo studio del legislatore, che è quello contenente le disposizioni del testatore sull’attuazione o meno dell’accanimento terapeutico qualora dovesse perdere conoscenza a causa di un male incurabile; esso dev’essere controfirmato da un medico e ha una scadenza prefissata, rinnovabile.

Sempre in questa ottica rientrano lo ius eligendi sepulcrum e le disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri.

Lo ius eligendi sepulcrum è il diritto, riconosciuto alla persona, di scegliere le modalità e il luogo della propria sepoltura. La volontà può essere espressa sia in modo formale (appunto attraverso il testamento, giovandosi della possibilità offerta da secondo comma art. 587 c.c.), sia in modo informale: per esempio conferendo mandato a un prossimo congiunto (cosiddetto mandato post mortem exequendum, ossia da eseguire dopo la morte del mandante), come previsto da Cass. 23/5/2006, n. 12143.

Quanto alle disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri, esse non hanno effetto se i familiari presentano una dichiarazione autografa del defunto contraria alla cremazione, fatta in data successiva a quella della disposizione testamentaria (art. 3 L. 30/3/2001, n. 130).

Il testamento è un atto strettamente personale, nel senso che non ammette quel diffuso istituto giuridico che è la rappresentanza: non si può, quindi, delegarne i contenuti ad altra persona. E’, inoltre, solenne, poiché dev’essere redatto seguendo le forme rigorosamente stabilite dalla legge, diverse, come vedremo, a seconda del tipo di testamento. Infine è revocabile, dal momento che il de cuius può, fino all’ultimo, annullare in tutto o in parte le disposizioni contenute in un precedente testamento, parlandosi rispettivamente di revoca totale e di revoca parziale.

La revoca del testamento può inoltre essere espressa (ossia manifestata con apposita dichiarazione del testatore contenuta in un nuovo testamento o in un atto ricevuto da notaio in presenza di due testimoni, art. 680 c.c.) e tacita, vale a dire tradotta in atti incompatibili con una precedente disposizione testamentaria, atti che la legge indica nel testamento posteriore (art. 682 c.c.), nella distruzione del testamento olografo (art. 684 c.c.), nel ritiro del testamento segreto olografico (art. 684 c.c.), nel ritiro del testamento segreto (art. 685 c.c.) e nell’alienazione o nella trasformazione della cosa legata (art. 686 c.c.); quest’ultima forma di revoca tacita del testamento si riferisce, però, alle sole disposizioni a titolo particolare e non a quelle a titolo universale, che non sono assoggettabili a revoca con tale mezzo (Cass. 26/11/1987, n. 8780).

Se il de cuius aveva redatto il testamento in duplice copia, il fatto che ne abbia distrutta una non equivale a revoca del testamento (Cass. 28/12/2009, n. 27395). L’alienazione della cosa legata posta in essere dal testatore in stato d’incapacità naturale non comporta revoca del legato (App. Catanzaro 5/7/1986); legato che non si considera revocato tacitamente per incompatibilità col testamento posteriore neppure nel caso in cui il testatore, avendo disposto dei propri beni a favore dei suoi cugini, nominandoli eredi universali in parti uguali, abbia, con precedente testamento, attribuito un legato a favore di un terzo (Trib. Aosta 2/6/1980).

Il citato art. 684 c.c. precisa che il testamento olografo distrutto, lacerato o cancellato, in tutto o in parte, si considera revocato in tutto o in parte, a meno che non si provi che fu distrutto, lacerato o cancellato da persona diversa dal testatore, o che il testatore non ebbe l’intenzione di revocarlo.

Sempre in fatto di revoca tacita, segnatamente con riferimento al caso in cui fra le disposizioni contenute nel testamento successivo e quelle ospitate nel testamento precedente vi sia incompatibilità, questa (Cass. 2/11/1983, n. 6745) può essere oggettiva o intenzionale. Sussiste incompatibilità oggettiva quando, indipendentemente da un intento di revoca, sia materialmente impossibile dare contemporanea esecuzione alle disposizioni contenute nel testamento precedente ed a quelle contenute nel testamento successivo; si ha invece incompatibilità intenzionale quando, esclusa tale materiale inconciliabilità di disposizioni, dal contenuto del testamento successivo è dato ragionevolmente desumere che la volontà del testatore è nel senso di revocare, in tutto o in parte, il testamento precedente, e dal raffronto del complesso delle disposizioni o di singole disposizioni contenute nei due atti è dato risalire ad un atteggiamento della volontà del de cuius incompatibile con quello che risultava dal precedente testamento.

In particolare, il testamento posteriore che non revochi in modo espresso quelli eventualmente redatti in precedenza annulla, di questi, soltanto le disposizioni che siano con esso incompatibili (Cass. 20/8/2002, n. 12285); pertanto, se si vuole annullare completamente un precedente testamento, questa volontà dev’essere indicata nel testamento successivo in modo chiaro, inequivocabile. Se invece il testamento olografo, che revoca altro testamento olografo, viene poi revocato, riacquista valore ed efficacia il testamento originario (Cass. 7/2/1993, n. 3196).

Qualora, poi, la revoca del testamento sia inserita in un testamento posteriore contenente anche disposizioni attributive, non è sufficiente la successiva, generica revoca di quest’ultimo affinché possa ritenersi revocata anche la revoca in esso contenuta, essendo dubbio, in tal caso, se l’intenzione del revocante sia stata quella di rimanere intestato oppure quella di far rivivere le primitive disposizioni; si deve quindi accertare, attraverso una rigorosa interpretazione delle espressioni usate nell’atto, senza il sussidio di elementi estrinseci, se la dichiarazione di revoca del testamento investa espressamente, o meno, anche la clausola revocatoria in esso racchiusa, con l’avvertimento che, nel dubbio, deve propendersi per la soluzione negativa e ritenersi inapplicabile il disposto dell’art. 681 c.c. (Cass. 3/5/1997, n. 3875), il quale dispone che la revoca totale o parziale di un testamento può essere a sua volta revocata, col risultato di far rivivere le disposizioni revocate. Il rinvenimento del testamento tra le carte di rifiuto non è motivo per dedurne la sua intervenuta revoca (Tribunale di Viterbo 14/4/1987).

In due casi il testamento (ma lo stesso dicasi del legato) è revocato di diritto (art. 687 c.c.): quando le disposizioni provengano da chi, al tempo del testamento, non aveva o ignorava di avere figli o discendenti, e si accerta l’esistenza o la sopravvenienza di un figlio o discendente legittimo del testatore, anche se postumo, legittimato o adottivo, oppure viene riconosciuto un figlio naturale (questa regola non si applica se il testatore aveva previsto, e disposto di conseguenza, questa situazione). Ai fini della revoca di diritto delle disposizioni testamentarie, la dichiarazione giudiziale di paternità, ha precisato la Cassazione con sentenza n. 1935 del 9/3/1996, va equiparata al riconoscimento volontario del figlio naturale.


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