venerdì 4 novembre 2011

Anonymous contro i pedofili: pubblicati 190 indirizzi IP

La Stampa
 CLAUDIO LEONARDI


Con una campagna chiamata Operazione Darknet, il collettivo hacker oscura siti pedopornografici e ne denuncia i frequentatori

Il collettivo di hacker Anonymous abbandona momentaneamente le crociate contro i potenti e ripropone la vecchia abitudine giornalistica di “sbattere il mostro in prima pagina”, riveduta e corretta in coerenza con i nuovi tempi del web. Circa 190 indirizzi IP di presunti pedofili sono stati pubblicati dagli anonimi pirati, nell'ambito di una vasta operazione battezzata Darknet, che avrebbe lo scopo di censurare la pedopornografia, ma anche di liberare i server che garantiscono l'anonimato da chi li usa “impropriamente”.

La pubblicazione degli indirizzi IP, che in linea teorica permettono di risalire all'identità e all'indirizzo delle persone a cui corrispondono, è solo l'ultimo atto di questa battaglia moralizzatrice, che ha già prodotto nelle scorse settimane l'oscuramento di una quarantina di siti di pornografia infantile pubblicati tramite i server Freedom Hosting, tra cui quello chiamato, con discutibile ironia, Lolita City.

I presunti pedofili sono stati adescati grazie a falsi annunci che hanno permesso di installare un software di tracciamento delle attività online. Con questa forma di spionaggio, il gruppo Anonymous avrebbe identificato assidui e regolari frequentatori di forum dedicati alla pornografia minorile e avrebbe quindi deciso di esporli alla pubblica gogna.

In uno dei suoi volantini virtuali di rivendicazione, un messaggio a nome del gruppo, si legge: “Nelle ultime tre settimane di Operazione Darknet abbiamo guadagnato molto sostegno nel mondo”.

Sostegno, sì, ma anche critiche da parte delle autorità governative impegnate nella lotta alla pedopornografia e alcune reazioni indignate da parte dei diretti interessati, spesso utenti della stessa rete Tor che protegge l'accesso al web degli hacker. "Siamo qui per restare: è nostro sacrosanto diritto poter scegliere di avere le nostre preferenze sessuali per i giovani” si leggerebbe in un messaggio anonimo sulla rete.

E sarebbe proprio la scomoda coabitazione con i pedofili uno dei moventi prinicipali dell'operazione Darknet. Il collettivo di hacker ha infatti spiegato che il 99 per cento degli utenti del server Tor sarebbe composta da giornalisti attivi in Iran e Cina, da dissidenti e da agenzie di intelligence in guerra con al-Qaida, ma esisterebbe un residuo 1% di “persone che lo utilizzano per fruire della pornografia infantile”. Per questa ragione, membri di Anonymous hanno nascosto una vera e propria trappola nell’ultima versione di Tor, un link che nascondeva un software in grado di registrare i movimenti online per 24 ore.

Una giustizia sommaria, si potrebbe dire, che secondo qualche commento rischia di coinvolgere innocenti e suscita ancora una volta l'insofferenza delle autorità. La principale preoccupazione è che l'attività degli hacker interferisca con indagini in corso e, in generale, solleciti la prolificazione di “giustizieri” online.

Richiami a cui il collettivo hacker si dimostra, ovviamente, insensibile. Un messaggio video sul feed Operazione Darknet di Twitter avverte che la campagna è ancora in corso. Per il divertimento dei loro sostenitori, il collettivo ha pubblicato anche le reazioni sdegnate delle loro vittime, tra cui un cittadino britannico che guadagnava 600 sterline al giorno facendo l'hosting di Lolita City e che si chiede chi siano i “bricconcelli” che hanno fatto collassare il sito, ricordando minacciosamente di essere “finanziato dalla mafia russa”.

Nulla che possa convincere il gruppo a rinunciare ai propri obiettivi. In fondo, questa ennesima crociata non è poi così lontana, idealmente, da quelle intraprese nel passato: “Siamo qui per proteggere gli innocenti. Attenti, pedofili”, si legge in uno dei tweet di Anonymous. Un epigramma degno di Batman o del Cavaliere solitario. Ed è in fondo questo lo spirito che sembra animare, sia pure su fronti apparentemente lontanissimi, gli anonimi pirati del web, molti dei quali potrebbero essere, a loro volta, minorenni in cerca di una bandiera ideale. Loro sono sempre i buoni, gli altri, dalle multinazionali ai pedofili, i cattivi.




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Disoccupati aggrediscono de Magistris Volano insulti. Denunciati in dieci

Corriere del Mezzogiorno


I reati di cui dovranno rispondere sono: manifestazione non autorizzata, violenza privata aggravata, danneggiamento e oltraggio a pubblico ufficiale


 Pugni contro l'auto del sindaco. Manifestanti, soprattutto donne, che impediscono alla macchina di partire. E poi una pioggia di insulti. «Sei anche tu come gli altri». Sul sindaco di Napoli Luigi de Magistris si scatena l'ira dei disoccupati. Sono degli ex appartenenti al progetto di reinserimento che va sotto la sigla «Bros», ben nota in città. I senzalavoro hanno bloccato per circa 15 minuti la sua vettura impedendogli di allontanarsi da viale dei Pini ai Colli Aminei, dove si era svolta una manifestazione con la partecipazione di decine di alunni di scuole elementari e medie. Tra i manifestanti, una trentina, molte donne che hanno insultato e colpito con pugni la macchina con de Magistris a bordo.


De Magistris contestato in strada


DENUNCIATI IN DIECI - Tra gli aggressori, gli agenti della Digos hanno identificato e denunciato una decina di persone appartenenti all’ex progetto Bros, attualmente gruppo Banchi Nuovi e disoccupati di Acerra. I reati di cui dovranno rispondere sono: manifestazione non autorizzata, violenza privata aggravata, danneggiamento aggravato, oltraggio a pubblico ufficiale. Sono in corso, da parte della Polizia, ulteriori indagini tese all’identificazione di altri responsabili.

TENSIONE - Momenti concitati: prima si avvicina una vecchina e «intrattiene» il sindaco per un minuto parlandogli del problema alloggi. Dopodiché gli animi si scaldano. Alcune signore rinfacciano al sindaco mancate assunzioni per la raccolta differenziata. Vola anche qualche bestemmia. Si tratta del primo scontro plateale col sindaco, al netto dei quotidiani sit-in davanti al Comune.

DIFFERENZIATA - Da tempo gli ex appartenenti ai corsi di formazione Bros battono sul tasto dell'utilizzo di forza lavoro per il «porta a porta». E infatti il drappello di protesta si è formato all'esterno dell'istituto dove de Magistris stamane ha presenziato, insieme con i tecnici dell'Asia l'azienda di igiene urbana, un incontro per mostrare il primo compost verde realizzato in città.

DE MAGISTRIS SU FB: «NON MI LASCIO INTIMIDIRE» - «Sono amareggiato per quanto si è verificato - è il commento su Facebook del primo cittadino partenopeo - È stata un'aggressione preparata contro di me da un gruppo di disoccupati organizzati riconducibili alla sigla Bros. Da sindaco e da democratico ho sempre dialogato con tutte le anime della città, compresi coloro che questa mattina mi hanno contestato e aggredito, perchè ho sempre rispettato il malessere sociale, cercando di comprenderne le ragioni e perfino le espressioni più aspre. Detto questo, tengo però a precisare che questa amministrazione non si lascia intimidire, soprattutto non scende a patti con chi pratica azioni di violenza. Non ci sono lavoratori di serie A e di serie B».

ASSESSORI - L'attacco all'inquilino di palazzo San Giacomo, sede del municipio, segue le contestazioni rivolte, vis-à-vis, ai suoi assessori. Sette giorni fa toccò al responsabile alla Legalità Giuseppe Narducci, vittima degli strali (guarda il video) di alcuni cittadini contrari al provvedimento della Ztl al centro antico.

STESSA SORTE DELLA IERVOLINO - Napoli è città che ribolle. La rabbia dei disoccupati si è spesso scagliata contro i sindaci, sfiorando il faccia a faccia. Più volte è stata contestata anche Rosa Russo Iervolino (calci contro lo sportello dell'auto blu). E negli anni '90 anche Antonio Bassolino.

LA SOLIDARIETA' DI CALDORO - Il governatore della Campania Stefano Caldoro ha telefonato a de Magistris per esprimergli la sua solidarietà e informarsi sull'accaduto. «Il disagio sociale - ha detto Caldoro - non può e non deve trasformarsi in proteste violente come quella inscenata stamattina contro il sindaco».

IL PD: LA VIOLENZA NON RISOLVE NULLA - Solidarietà al sindaco anche da parte di Francesco Nicodemo a nome di tutta la Federazione provinciale del Pd di Napoli. «La violenza serve solo ad avvelenire il clima e a rendere più difficile a chi amministra la risoluzione dei problemi che Napoli si trascina dietro. Per questo condanniamo con fermezza l'episodio di questa mattina».

Alessandro Chetta
04 novembre 2011

Conti all'estero senza reato? Si può Ecco come portare soldi in Svizzera o in Austria e non evadere il Fisco Bastano pochi minuti online e la fotocopia di un documento d'identità

Il Tempo

Ecco come portare soldi in Svizzera o in Austria e non evadere il Fisco. Bastano pochi minuti online e la fotocopia di un documento di identità.


«È alto tradimento portare denari all'estero!», ha sentenziato mercoledì nel salotto di Vespa a Porta a Porta, il presidente dell'Abi Giuseppe Mussari. «È un reato!», gli ha fatto eco Matteo Colaninno del Pd. Parole che hanno fatto saltare sulla poltrona Oscar Giannino: «La libertà dei capitali esiste e non la possiamo abolire unilateralmente. Basta portarli all'estero in maniera legale, ed è così che i flussi di capitale rispondono a quei paesi che diventano irresponsabili». Amen. Perché se è comprensibile la paura del rappresentante dei banchieri italiani di una fuga in massa dai conti correnti di fronte alla minaccia di un prelievo forzoso in stile Amato come antidoto al default, la sentenza dell'avvocato Mussari a favore dell'autarchia monetaria è del tutto discutibile.

Come ricorda giustamente un corsivo del quotidiano on line L'Inkiesta, «per ora c'è l'Euro. E ci sono anche i trattati europei sulla libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali. E l'Euro era nato anche per questo. A meno che tra i tanti che non sono stati mai convinti dalla moneta unica - come ebbe a dire Berlusconi pochi giorni fa - non ci sia anche il capo dei banchieri italiani. Se così fosse, per favore, ditecelo: non aspetteremmo un secondo di più a portare i nostri soldi altrove. Sicuramente all'estero».

Secondo gli ultimi dati di Banca d'Italia, a giugno i conti correnti degli italiani è come se fossero stati prosciugati, registrando un meno 23,4 miliardi di euro di depositi. E il deflusso continua, assicurano gli esperti di via Nazionale. Fra coloro che non hanno usato la liquidità per salvare l'azienda o arrivare a fine mese, c'è anche qualcuno che ha provato a delocalizzare una parte dei propri risparmi oltreconfine. Aprire un conto in Svizzera, ad esempio, è semplicissimo. Si può farlo via Internet presso una delle numerose private bank locali che chiedono di compilare un questionario con i dati anagrafici, inviare una copia autenticata di un documento di identità e una prova di residenza datata meno di 3 mesi (copia di una bolletta o di un estratto conto bancario).

Certo, ci sono da pagare le spese amministrative, la consultazione on line, più altri euro per l'incasso di un assegno. Se si vuole risparmiare, bisogna fare una gita in Svizzera, presentandosi in filiale con una carta d'identità o un passaporto e il codice fiscale. Ci si possono portare fino a 9.900 euro, cifra ammessa alla frontiera. Oppure aspettare due giorni e una volta ritirato il nuovo Iban, effettuare un bonifico on line.

Tutto legale, basta aver dichiarato in origine la provenienza dei fondi depositati. Per spostare il conto corrente all'estero senza evadere il fisco c'è anche chi ha organizzato un tour fra le banche austriache e slovene con tanto di carovana: come il movimento indipendentista Veneto Stato che ha fatto tappa a Capodistria per scoprire che un conto corrente si apre in cinque minuti. Non prevede imposte di bollo né aliquote fiscali sugli interessi.

Inoltre le banche slovene consentono di prelevare col bancomat in Italia con una commissione di soli 50 centesimi. Contro i due euro e mezzo di alcuni sportelli italici. Dopo che è stato cancellato il segreto bancario, l'Austria è invece diventata meno conveniente per l'imposizione del 35% di imposta sui guadagni. Gli italiani cominciano dunque a capire che la libera circolazione dei capitali può offrire una serie di vantaggi, compresa la fuga da probabili patrimoniali.

Serve solo pazienza e impegno. Oltre ai risparmi, c'è chi globalizza la casa. Il bene rifugio per eccellenza, spesso quando l'acquisto avviene in un Paese emergente. Il 21 ottobre con un volo Easyjet da Malpensa, è partita alla volta di Berlino la «delegazione» capitanata da due blogger economici (Paolo Barrai di «Mercato Libero» e Stefano Bassi del «Grande Bluff»).

Con il progetto, battezzato Operazione Valchiria, è stato creato un gruppo di acquisto in cerca di occasioni immobiliari nella capitale tedesca. Sono partiti in 52 aspiranti «delocalizzatori» e in tre giorni hanno incontrato tre agenzie immobiliari, l'obiettivo era acquistare un palazzo intero sfruttando uno sconto «comitiva» tra il 20 e il 40% sul prezzo al metro quadro. Semplice investimento, 100mila euro in media con una rendita target tra il 5 e il 6 per cento. Meglio che un bund tedesco che oggi rende poco o niente. In Germania le case costano mediamente un terzo rispetto al mercato italiano.

Inoltre chi compra può scegliere di fare un investimento a lungo termine e ricevere l'affitto con una rivalutazione media di poco superiore al 5 per cento. Oppure pagare gli inquilini perché trovino altre abitazioni e rivendere singolarmente gli appartamenti con una plusvalenza fino al 45 per cento. Anche in questo caso, nessun reato. Del resto in caso di default non si salverebbe niente. Nemmeno la faccia del presidente dell'Abi.


Camilla Conti
04/11/2011




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In banca con l'incubo di non trovare i soldi

Il Tempo

Tra i risparmiatori è forte la paura di un prelievo coatto come quello di Amato. Bastano pochi minuti online per portare i soldi in Svizzera o in Austria e non evadere il Fisco.

Paura, forse, non è la parola adatta. Sfiducia, piuttosto. Sfiducia nelle istituzioni, nella politica, nelle banche. E nella capacità del Paese di riprendersi ed uscire dalla situazione di crisi. È per questa sfiducia che i romani tengono gli occhi aperti, soprattutto sui conti correnti bancari. Nessuna fuga, per ora: ma si inizia a fare strada il timore che qualcosa, ai soldi in banca, possa succedere. Alcuni - pochi, a dire il vero - pensano che possa esserci un collasso del sistema bancario nazionale. Altri, invece, hanno il timore ben più concreto che, come avvenuto ai tempi di Giuliano Amato, lo Stato possa tentare il «colpo di mano» e operare un prelievo forzoso sui conti in banca. «Qualcosa sta andando storto», dice Rosa Leonetti, pensionata, correntista in una filiale di Unicredit.

«Io, per non sapere né leggere né scrivere, i soldi ho iniziato a ritirarli. Piano piano, perché adesso ti fanno problemi se prendi cifre sopra i 1500 euro». La paura, spiega Rosa, è che l'Italia «faccia una brutta fine. Io sono anziana, i soldi che ho in banca sono quelli che mi ha lasciato mio marito e mi servono per vivere. Già mi hanno diminuito la pensione di reversibilità, meglio non rischiare. Poi si dice che il Governo voglia prenderli direttamente dai conti dei cittadini per pagare il debito». Però, signora, Giuseppe Mussari, il presidente dell'Associazione Bancaria Italiana, ha detto che possiamo stare tranquilli, che non c'è pericolo che accada. «Non si sa mai, non mi fido molto. Tanto i soldi sono miei: non faccio nulla di male prelevandoli. Inoltre i conti correnti, ormai, non ti danno più interessi sufficienti a coprire le spese». E dove li tiene? «Ho la cassaforte a casa. Sono più al sicuro lì che nel caveau della filiale».

Rosa non è l'unica a temere che il Paese possa andare a picco, trascinando con sé quanto messo da parte dai piccoli risparmiatori. «Io sul conto ho lasciato pochissimo», dice Mario Moano, gioielliere, conto corrente all'Unicredit. «Giusto il necessario per non andare in rosso con le spese bancarie. Lo tengo aperto perché può sempre servire, ma i miei soldi li tengo nella cassetta di sicurezza della banca». Crisi di fiducia anche per Alessio Borzo, operaio. Che ha il dente avvelenato con Le Poste, dove ha il conto. «A gennaio mi hanno proposto un investimento legato alle prestazioni del Paese. Ho accettato. Vuoi sapere il risultato? Ho perso quasi 500 euro dall'inizio dell'anno. È colpa mia, certo, che non mi sono informato».

E cosa farai con quello che ti rimane? «Lo lascio sul conto, per ora, perché credo che tenere i soldi a casa sia pericoloso. Una cosa è certa, però: non li investo più. E comunque adesso guardo ogni giorno il telegiornale, così se vedo le brutte li ritiro». «Secondo me facciamo la fine dell'Argentina», è invece convinta Elena Cevoli, impiegata agli aeroporti di Roma, che ha un conto alla Cariparma Crédit Agricole. «Ma con me cadono male: in banca tengo giusto il necessario per pagare le bollette».

Non li ritiri? «No, il conto corrente è utile, senza devi pagare tutto in contanti». Sulla stessa linea Simona Nardi, maestra, cliente Unicredit. «Io il conto corrente lo tengo, mi serve per ricevere lo stipendio e per la carta di credito. Fra parentesi, non credo che il Paese possa fallire, non stiamo messi così male. Però, certo, ho un po' paura che prima o poi ci mettano le mani in tasca».

Ed è proprio lo spettro del prelievo forzoso, a preoccupare i romani. Anche se l'ipotesi è stata smentita, per ora, rimane il dubbio che sia stata allo studio. Come ultima carta da giocare, insomma, se la situazione dovesse diventare più difficile di quanto già non sia. «Io non credo che il pericolo di un prelievo forzoso sia del tutto passato», dice Matteo Gasparri.

«Basta farsi due conti: hanno alzato le tasse, hanno abbassato la soglia dell'antiriciclaggio, hanno intenzione di modificare l'età pensionabile e hanno già aumentato l'Iva. La situazione, però, non si è risolta. Prima o poi ci sarà bisogno di un intervento più forte ancora, e francamente non mi sembra che rimangano altre strade oltre al prelievo diretto sui conti correnti, come fece nella stessa situazione Giuliano Amato. Lo farà anche Berlusconi, lo hanno già annunciato». Veramente, alla fine l'ipotesi è stata smentita. «Lo so, ma secondo me ci pensano seriamente.

Volevano solo tastare il terreno, vedere la reazione della gente», dice. Matteo, quindi, ha già iniziato a pensare a misure alternative. «Io ho un conto deposito online, che per adesso mi sembra sicuro e mi dà anche qualche interesse. In caso vedessi le brutte, farei subito un versamento sul mio conto online PayPal. Così i miei soldi non li possono toccare». Anche Armando Cari, libero professionista e correntista di Montepaschi, teme la lunga mano dello Stato.

«Io chiuderei il conto corrente solo per evitare un furto simile a quello perpetrato nel 1992». Una misura d'emergenza, via. «No,no, fu un furto vero e proprio. Perché una cosa è costringerti a versare un'addizionale, un'altra è infilarsi nei conti correnti, a sorpresa, magari di notte. Per il resto, non ho paura di questa crisi: ne abbiamo affrontate altre in passato e le abbiamo superate. In più ho poco da temere: sono un piccolo risparmiatore. Per questo mi sembra una cosa stupida ritirare i soldi dal conto corrente: sia perché le leggi del credito tutelano fino a 100.000 euro, sia perché sono convinto che le nostre banche siano solide. E poi, non si offenda, ma sono fondamentalmente convinto che il problema siate voi giornalisti: vi piace dipingere la realtà in modo più drammatico di quanto realmente sia».


Valerio Maccari
04/11/2011




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Dell'Utri assolto, ma per i giudici "mobilitò i mafiosi Virga e Buffa"

La Stampa

Pubblicate oggi le motivazioni della sentenza: «Inviò i due in "visita" a un imprenditore perché pagasse un debito»


Marcello Dell'Utri ha «mobilitato 2 mafiosi del calibro di Virga e Buffa» per «convincere» l'imprenditore Vincenzo Garraffa, ex patron della Pallacanestro Trapani, «a rispettare l'impegno», una restituzione di soldi nell'ambito di una sponsorizzazione; ma non è stata «raggiunta la prova» che la «visita» dei due all'imprenditore fosse «idonea ad incutere timore». Lo scrive la Corte d'Appello di Milano nel motivare l'assoluzione del senatore e di Virga, accusati di tentata estorsione.

Dell'Utri e Virga, boss del mandamento di Trapani in carcere per fatti di mafia, sono stati assolti, lo scorso 20 maggio, dalla prima Corte d'Appello di Milano con la formula «perché il fatto non sussiste». L'assoluzione era arrivata dopo quattro processi, tra primo e secondo grado, e due annullamenti di sentenze da parte della Cassazione. E ora si andrà di nuovo davanti alla Suprema Corte, perché la procura generale di Milano farà appello. E lo farà certamente la parte civile, ovvero l'imprenditore e medico Garraffa, assistito dall'avvocato Giuseppe Culicchia.

Secondo la ricostruzione dell'accusa, infatti, il medico nel '91 aveva ottenuto una sponsorizzazione per la società di pallacanestro di circa un miliardo e 700 milioni di lire, a lui versati attraverso Publitalia, guidata all'epoca da Dell'Utri. Stando sempre all'accusa, poi, un funzionario dell'azienda avrebbe chiesto a Garraffa di restituire a Publitalia metà della somma in nero, ma lui si era rifiutato. A quel punto, sarebbe intervenuto Dell'Utri che avrebbe incontrato Garraffa a Milano, dicendogli di avere «uomini e mezzi per farle cambiare idea». Sempre secondo l'accusa, uno di quegli uomini sarebbe stato il boss Virga (difeso dall'avvocato Giovanni Palatini), che mesi dopo sarebbe andato dal primario per minacciarlo.

I giudici, però, nelle motivazioni spiegano che «il quadro probatorio acquisito (...) non consente di considerare raggiunta la prova, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che la visita incriminata fosse finalizzata ed idonea ad incutere timore e a coartare la volontà» dell'imprenditore «per indurlo al pagamento ingiusto». Il quadro probatorio invece lascia «ampio spazio all'ipotesi alternativa che tale visita avesse rappresentato un tentativo di interposizione mediatoria del Virga non ostile al Garraffa, effettivamente volta (...) ad aggarbare la vertenza insorta tra la persona offesa e Publitalia». Per i giudici si può ritenere poi che Dell'Utri (difeso dagli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico), abbia «scelto i due personaggi per tentare di risolvere la vertenza non tanto o solo in ragione della loro 'mafiosita» (...) quanto per la loro intensa precedente e coeva frequentazione amicale con il Garraffa«



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Se l'uomo è il miglior amico del cane

La Stampa
 RICHARD NEWBURY

La zampa.it

«La famiglia con cui abita è il suo nuovo branco»: il decalogo per capire il lupo da salotto

Il cane è il migliore amico dell'uomo - e da millenni, dal momento che è stato il primo animale a essere addomesticato. Tuttavia, l'uomo è il miglior amico del cane? Soprattutto ora che l'uomo si aspetta da un cane ciò che trova difficile fare. Il professor John Bradshaw dell'Università di Bristol ha scritto «In difesa dei cani» per rivelare all'amante dei cani le rivoluzionarie scoperte della scienza canina.


1. Il lupo finito in salotto
Nel 1997 la pubblicazione dei risultati dell'analisi del Dna dimostrò che i cani discendono da una linea di lupi probabilmente estinta e ne hanno ereditato l'anatomia, l'olfatto, la capacità di riporto e i legami sociali. Solo i cani si sono adattati a vivere con gli esseri umani e così sono diventati una specie diversa. I 400 milioni di cani hanno tratto profitto dalla dominazione dell'uomo, i 300 mila lupi no.

Il branco è una cooperativa, non un modello di dominio gerarchico, che si verifica solo quando branchi artificiali di lupi vengono creati in cattività da "tribù" diverse. In natura un lupo si lega prima alla madre e poi agli altri membri del branco. Noi siamo la famiglia allargata del nostro animale domestico!

3. Più antico dell'agricoltura
Dal 2000 abbiamo imparato che l'addomesticamento del nostro vecchio amico precede l'invenzione dell'agricoltura, 10 mila anni, fa e accompagna il percorso verso l'emergere della civiltà. Potrebbe addirittura risalire a 100 mila anni fa, anche se generalmente si accetta una data tra i 25 mila e i 14 mila anni fa. «Essenzialmente si sono addomesticati da soli almeno quanto noi li abbiamo addomesticati». Ci sono stati tre passaggi: selezione per la docilità, per la funzione e - negli ultimi 100 anni - per l'aspetto. Ma il cane potrà ancora adattarsi, ora che l'uomo ha bisogno di un «amico» che viva chiuso in un appartamento?

4. Le punizioni
I programmi di addestramento del cane si basano ancora sulla falsa consapevolezza che possiate dominare il cane come un capobranco. Servirà solo a renderlo ansioso, perché i cani non hanno il senso del tempo. Se il cane scappa e quando ritorna viene punito, finirà per associare la punizione al ritorno. Sarà confuso perché il suo comportamento naturale è di armoniosa lealtà e non di desiderio di controllo.

5.Amici naturali
«I cani non sono nati amici dell'uomo». I cani sono amichevoli solo se incontrano persone amichevoli da cuccioli. I cani sviluppano identità multiple in base all'esperienza. Quindi un cane nato in famiglia sviluppa categorie diverse per i cani di famiglia, per gli umani di famiglia, per i cani che non fanno parte della famiglia e gli esseri umani che non fanno parte della famiglia, e per i gatti. Ecco perché la socializzazione con i cuccioli è così importante.

6. La solitudine
La sindrome della solitudine domestica colpisce il 20% dei cani che sono lasciati soli quando i proprietari escono. L'assenza crea ansia, scatenata da segnali banali come il prendere le chiavi. «Prendete le chiavi, poi lodate il cane, uscite dalla porta, tornate e lodate il cane e il cane assocerà la vostra uscita a qualcosa di piacevole. Va bene anche lasciare un giocattolo con il vostro odore. Se il cane annoiato distrugge qualcosa, la punizione gli può creare ancora più ansia.

7. Le emozioni
I cani sperimentano emozioni come amore, gioia, paura, ansia, rabbia? Sì, e in misura più forte e con più sfumature degli umani. Il senso di colpa, la vergogna o la gelosia sono al di là delle capacità cognitive del cane, che non dovrebbe essere punito per sentimenti che non conosce.

8. Un mondo dominato dagli odori
I cani possono condividere il nostro spazio, ma non il nostro mondo: il loro è dominato dagli odori, con il naso possono individuare i tumori, e anche informazioni di cui siamo beatamente inconsapevoli. è uno dei motivi per cui le distorsioni create dalle selezioni sono deleterie. Non solo rendono difficile per un chihuahua e un alano riconoscersi reciprocamente come cani, ma rimuovono il principale strumento che i cani possiedono.

9. Studiare il cane
La ragione per cui il cane domestico di razza è stato scelto dai genetisti per il sequenziamento del Dna è perché è un compendio di malattie ereditarie comuni anche agli esseri umani.

10. Capire i cani
«Perché i cani hanno bisogno di comprensione» è il sottotitolo del libro di Bradshaw: ci preoccupiamo della selezione delle razze invece di accettare i rigori della selezione naturale. Dobbiamo allevarlo non come strumento di lavoro, o per l'aspetto, ma per le qualità che abbiamo bisogno di trovare in un compagno.



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Indignati, il primo trionfo: 21 licenziati

di

Protesta continua a New York. I difensori dei poveri? Creano nuovi poveri: il padrone di un bar manda a casa i dipendenti perché non lavora più. Troppi sit-in e polizia a Wall Street: impiegati e funzionari evitano di bere il caffè fra transenne e agenti


Nella gara a chi è più indignado, a New York, il signor Marc Epstein e i suoi boys andranno collocati lassù, in uno dei posti di alta classifica. Epstein e la sua band - furibondos mica male - ce l'hanno con gli Indignados che da settimane assediano Wall Street protestando contro i geni del male della Finanza. E insomma tra lui e i suoi dipendenti (Epstein ha un bar) e gli Indignados veri e propri, da un po' di tempo non si capisce chi è più arrabiado.

L'unica cosa sicura è che, come sempre, e a ogni latitudine, si tratti del G8 di Genova o dello sciopero dei controllori di volo dell'Alitalia, o di una manifestazione contro il consumo dissennato di vongole nel Maine, chi protesta se ne frega dei danni fatti patire ai poveri cristi che chiedono solo di fare gli affari propri. E se invece di impiombarne solo la giornata lavorativa ne impiombano addirittura il lavoro, nel senso che glielo fanno perdere once and for all, come dicono a New York, cioè per sempre, che gliene frega, agli Indignados di mestiere?

La storia del signor Marc Epstein è piuttosto esemplare, come si vedrà. Proprietario di un bar situato nei pressi della Borsa di New York, giù a Manhattan, Epstein è stato costretto a mandare a casa 21 dei suoi 97 dipendenti a causa dell'emorragia di clienti innescata dalla protesta no stop degli indignados che da settimane cingono d'assedio il tempio della finanza.

Chi ci va più al «Milk Street Cafè», un tempo ritrovo alla moda degli impiegati e dei funzionari di Wall Street che ne affollavano i tavolini per un coffee break o per un'insalata, nell'intervallo di pranzo?

«Qui ormai è diventato un casino continuo», dice Epstein, stesso cognome del mitico manager dei Beatles, puntando il dito contro le transenne della polizia che recintano, frammezzano, spezzettano, gimcanano (se si può dire) l'area prediletta dai fanatici di "Occupy Wall Street" che a Wall Street hanno piantato le tende. «Tra sirene della polizia, urla dei manifestanti, slogan e ululati di questi signori che non fanno un c.. dalla mattina alla sera, e non si capisce chi li mantiene, molti clienti si sono squagliati».

Così, in due giorni, Epstein ha chiamato un quarto dei suoi impiegati, gli ha spiegato che il locale procedeva a una riduzione dell'orario di apertura e mentre quelli montavano una bella aria da indignados li ha mandati a casa con tante scuse, invitandoli a prendersela con gli Indignados di mestiere giusto di là dal marciapiede.

Da quando è cominciata l'occupazione di Zuccotti Park, dice Epstein, il suo «Milk Street Cafè» ha registrato un calo negli affari del 30 per cento, più o meno come l'indice del Nasdaq. «Non è solo una faccenda fisica, è anche psicologica - spiega il padrone del bar -. Anche se la paura di prendersi qualche schiaffone o qualche manganellata dai poliziotti, e magari anche peggio, nel corso di qualche carica, ha indotto molti a cambiare aria».

Inutili le sue petizioni alla Polizia, ai funzionari del Comune e allo stesso Donald Trump, proprietario dell'edificio in cui si trova il suo caffè. La sua richiesta di rimuovere almeno le transenne della Polizia, che danno a quello spicchio di quartiere il tono di una città sotto assedio, è caduta nel vuoto. Il portavoce del sindaco Bloomberg se l'è cavata come fanno i politici, impilando una serie di chiacchiere. Al che Mr. Epstein gli ha detto che se sarà costretto a chiudere il locale, il signor sindaco dovrà vedersela con un centinaio di indignados di genere un po' più nervoso dei bighelloni di Zuccotti Park.




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Dublino divorzia da Roma

La Stampa

Giacomo Galeazzi


Nuovo strappo tra Irlanda e Santa Sede.Dublino ha annunciato a freddo la chiusura della propria ambasciata presso il Vaticano per motivi economici, dopo mesi di polemiche scaturite dallo scandalo della pedofilia
VTICANISTA DE LA STAMPA
Il governo irlandese ha deciso di chiudere, tra le altre, l'ambasciata a Roma presso la Santa Sede, ma la scelta è stata fatta per motivi economici legati alla crisi e non riguarda i rapporti diplomatici tra la Santa Sede e l'Irlanda. Rapporti che però non attraversano un momento particolarmente felice a causa dello scandalo degli abusi sessuali commessi da ecclesiastici irlandesi. La decisione del ministero degli esteri di Dublino (chiudono anche le rappresentanze in Iran e a Timor Est) è stata presa «per rispondere agli obiettivi del programma dell'Ue e dell'Fmi e riportare la spesa pubblica a un livello accettabile».

Pronta la replica del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, affidata ad una dichiarazione resa nota prontamente in serata: «La Santa Sede prende atto della decisione dell'Irlanda di chiudere la sua ambasciata a Roma presso la Santa Sede. Naturalmente ogni Stato che ha relazioni diplomatiche con la Santa Sede Š libero di decidere, in base alle sue possibilit… e interessi, se avere un Ambasciatore presso la Santa Sede residente a Roma oppure residente in un altro Paese. Ci• che Š importante sono i rapporti diplomatici fra la Santa Sede e gli Stati, e questi non sono in questione per quanto riguarda l'Irlanda».

Il riferimento di padre Lombardi è a quelle nazioni che non avendo le risorse, o per altri motivi di opportunità, scelgono di avere un ambasciatore in Vaticano non residente a Roma ma, ad esempio, in un'altra capitale europea dove è possibile fare sinergie economiche con altra loro sede diplomatica. Ma la delicatezza dei rapporti che intercorrono in questo momento tra la cattolicissima Irlanda e il Vaticano merita una particolare attenzione. A causa delle polemiche sullo scandalo agli abusi sessuali del clero, infatti, il 25 luglio scorso la Santa Sede ha deciso di richiamare a Roma il nunzio apostolico a Dublino «per consultazioni». Un fatto più unico che raro, senza precedenti a memoria d'uomo.

Un'iniziativa che ha fatto ancora più rumore visto che ha interessato un Paese di incrollabile tradizione cattolica come l'Irlanda. A tanto si è arrivati dopo le tensioni tra il governo di Dublino e il Vaticano in seguito all'uscita del rapporto d'indagine sulla diocesi di Cloyne, che ha fatto luce sugli abusi di 19 preti pedofili tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture, chiamando in causa l'allora vescovo John Magee, ex segretario di tre Papi. Fatto sta che al momento il posto di «ambasciatore del Papa» a Dublino è «vacante» in quanto il nunzio mons. Giuseppe Leanza, prima richiamato in Vaticano ha poi avuto un nuovo incarico a Praga. Anche se la nunziatura è regolarmente aperta e funzionante.

Mentre, per quanto riguarda l'ambasciata irlandese a Roma, è retta da un'incaricata d'affari. All'inizio di settembre la Santa Sede ha inviato una lettera al Governo di Dublino, riconoscendo la gravità degli abusi sui minori commessi nella diocesi irlandese di Cloyne, ribadendo l«'orrore», il «dolore», la «vergogna» per quanto accaduto e la solidarietà alle vittime e alle famiglie. Ma allo stesso tempo, il Vaticano ha respinto seccamente, come infondate, le accuse rivolte dal governo di Dublino di aver cercato di ostacolare le indagini su tali abusi e, in passato, di aver intralciato l'impegno della Chiesa irlandese perchè i preti pedofili venissero denunciati alle autorità civili.

Il governo irlandese ha riconosciuto «la serietà» con cui la Santa Sede ha risposto al rapporto sugli abusi pedofili commessi nella Chiesa irlandese, pur sostenendo che le sue passate posizioni «hanno dato il pretesto ad alcuni per non collaborare» con le autorità del Paese. Oggi, infine, è arrivata la decisione della chiusura dell'ambasciata romana. «Profondo disappunto» per la decisione di chiudere l'ambasciata è stata espressa dal cardinale Sean Brady, arcivescovo di Armagh e Primate d'Irlanda, che è stato avvisato della decisione per telefono dal ministero degli esteri. Brady ha detto che «molti altri condividono questa delusione», ricordando che le relazioni tra i due stati risalgono al 1929.

«Questa decisione sembra mostrare poca considerazione per l'importante ruolo svolto dalla Santa Sede nelle relazioni internazionali e dei legami storici tra il popolo irlandese e la Santa Sede corso di molti secoli», ha aggiunto. «Spero che, nonostante questo passo deplorevole, la stretta e reciprocamente vantaggiosa collaborazione tra l'Irlanda e la Santa Sede nel mondo della diplomazia possa continuare» e che il governo di Dublino nomini al più preso «un nuovo ambasciatore residente presso la Santa Sede», ha concluso.




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Sul presepe il pastore del nonno defunto

Corriere del Mezzogiorno

Aumentano le richieste per la creazione di statuine con le fattezze del caro estinto. Come gli antichi Lari


Una delle statuine fatte su commissione
Una delle statuine fatte su commissione

 Pastori ma non solo. In via San Gregorio Armeno a Napoli, nella bottega Di Virgilio, specializzata in statuine in terracotta e arte presepiale, è boom di richieste dei clienti per la realizzazione di statuine personalizzate con le fattezze dei defunti.

AUMENTANO LE RICHIESTE –«Le richieste sono aumentate di pari passo con il successo del cosiddetto presepe moderno, che ritrae statuine di politici e gente dello spettacolo, ma anche personalità famose che purtroppo ci hanno lasciato» spiega Genny Di Virgilio, artista presepiale di San Gregorio Armeno. Sulla scia delle riproduzioni celebri, molti clienti richiedono al noto artigiano, statuine dei defunti da tenere in casa per preservarne il ricordo.

GLI ANTICHI LARI - Come quelle degli antichi Lari, figure della mitologia romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti.

Statuine col volto del caro estinto

COMMESSE ANCHE DALL’ESTERO - «I clienti mi chiedono di realizzare statuine con le fattezze del defunto e con il vestito che amava indossare» continua il nostro interlocutore. Le richieste, a quanto pare, provengono anche dall’estero perché tanti sono i clienti che desiderano riprodurre il proprio congiunto nella statuina, magari da apporre nel presepe. Basandosi su una foto del soggetto, dunque, la sapiente mano di Genny e del suo staff, riproduce il volto del caro estinto. I costi variano ma in genere si attestano sui trecento euro per una riproduzione completa di circa trenta centimetri.

IL CULTO DEI MORTI – Il culto dei morti, così forte e al tempo stesso così macabro, è particolarmente sentito dal popolo napoletano. Passeggiando per i vicoli del centro storico, infatti, non è difficile imbattersi in tabernacoli e nicchie adornate di immagini di santi e foto di defunti. Culto inconsapevolmente legato ad una tradizione che affonda le radici nel culto arcaico degli antenati. Del resto, la chiesa di San Gregorio Armeno. La basilica fu eretta probabilmente sul luogo in cui un tempo sorgeva il tempio romano di Demetra, dea del grano e dell’agricoltura ma anche dispensatrice dei Misteri, segreti che consentivano di coltivare speranze più elevate per la vita terrena e per ciò che dopo la vita verrà.


Antonio Cangiano
02 novembre 2011
(ultima modifica: 03 novembre 2011)



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Cartellone abusivo killer, la città soffocata da 50mila “mostri” di metallo

Il Messaggero


di Nino Cirillo


 I cartelloni abusivi che stanno soffocando tutta una metropoli non solo rovinano il paesaggio e incoraggiano il malaffare, ma uccidono. Uccidono come è avvenuto ieri mattina sulla Tuscolana, con quel ciclomotore finito contro un cartellone abusivo piazzato proprio sullo spartitraffico, quando il Codice della strada prevede che debba trovarsi ad almeno un metro e ottanta centimetri dal ciglio.

Pensavano di guadagnarci un po’ tutti con questi cartelloni, di aver trovato l’Eldorado, di essersi inventati un toccasana perfino per le casse del Campidoglio. E invece si son dovuti tutti amaramente ricredere. Fu proprio inseguendo un miraggio di bilancio, infatti, che il Campidoglio, il 30 marzo di due anni fa, varò la famosa delibera 37, una sorta di deregulation in un settore che non conosceva novità da 17 lunghi anni, con cui si spalancavano le porte ad azienducole di ogni risma, offrendo loro soprattutto una serie incredibile di deroghe al codice della strada.

Il pasticcio venne completato qualche mese dopo con l’istituzione di una stranissima banca dati, alla quale ognuna di queste aziende poteva accedere con una sola autocertificazione, e che metteva al riparo qualsiasi malintenzionato da multe e da controlli, e anche da rimozioni, in attesa di un piano regolatore che aspetta ancora di partire. Pagarono queste aziende, certo: portarono il gettito delle tasse sulle inserzioni pubblicitarie a Roma da 10 a 20 milioni di euro, ma fu una vittoria che la città avrebbe pagato cara.

Perché oggi, tanto per fare un esempio, dieci di quei venti milioni servirebbero solo per organizzare un serio piano di rimozione dei cartelli, rimozioni che non avvengono ormai da mesi. Perché questo lassismo ha portato a una situazione drammaticamente fuori controllo: ci sono trentaduemila impianti registrati nella banca dati, mentre in realtà le quattrocento aziende che operano nel settore ne hanno piazzati almeno cinquantamila.

Eppoi perché 400 aziende, se prima della delibera 37 erano soltanto una quindicina? Perché mai se in tutta Parigi, nel mondo della cartellonistica, operano solo tre multinazionali e in città tutto sommato molto diverse tra loro, come Londra, Napoli e Vienna, gli operatori non sono più di cinque? Quali giochi societari si nascondono, quali trucchetti? E ancora, sempre per avere un’idea di quello che sta accadendo a Roma: perché in Francia se ne occupa il ministro dell’Ecologia - e ha ben altro senso - mentre da noi è roba da assessore al Commercio?

Prati, Parioli, Tor di Quinto, tutte le consolari: Roma è un’enorme distesa di questi cartelloni brutti e pericolosi, senza nessun rispetto per monumenti, asili, farmacie. Li denuncia puntualmente il comitato che è nato sull’onda delle proteste contro quella delibera, sul blog «Basta Cartelloni», lo stesso comitato che ha presentato una delibera di iniziativa popolare - proprio per ripristinare le famose regole del Codice della strada - corredandola di diecimila firme (ne sarebbero bastate cinquemila). La delibera giace da un anno nei cassetti del Campidoglio in attesa di essere discussa, a dispetto dei novantacinque giorni di tempo massimo previsti dalla legge e anche di due formali sollecitazioni del Prefetto. Anzi, a essere precisi è stata calendarizzata, ma viene dopo l’interminabile discussione in corso sulle tariffe dei taxi.

Ma il Comitato non si dà mica per vinto. A fine settembre è partita la campagna delle cartoline, specialissime cartoline di Roma, con i monumenti più conosciuti al mondo deturpati da cartelloni pubblicitari, da inviare al Presidente della Repubblica, ai ministri e a tutti i deputato. Eppoi, qualche giorno fa sono state presentate due interrogazioni parlamentari del Pd, una al ministro dei Beni culturali Galan per sollecitare l’intervento delle soprintendenze e far rimuovere i cartelloni intorno ai monumenti, e l’altra, quasi una premonizione, al ministro dei Trasporti Matteoli per denunciare che «il settore delle affissioni a Roma determina rischi per la sicurezza stradale e l’incolumità pubblica».

Il Comitato non è contrario al piano regolatore preparato dal Campidoglio, lo ritiene comunque un «primo passo», ma il problema che è questo piano regolatore ancora non si vede. Completato sulla carta sette mesi fa e non ancora varato, è la dimostrazione di come sia diventato praticamente impossibile mettere ordine nella materia. Una delle difficoltà maggiori sembra proprio il numero dei soggetti in campo: come si fa ad avere rapporti burocratici contemporaneamente con quattrocento diverse aziende?

Un capitolo a parte è il centro storico. Per le strade più belle e famose, vanno molto di moda i «cartelli di pubblica utilità», una beffa consumata alle spalle di tutti. Perché basta indicare l’indirizzo di una scuola, una farmacia, basta piazzarci un orologio e poi su quei cartelli si può propagandare ciò che si vuole. Al diavolo i turisti e le rovine, le chiese e le piazze.

Ce ne sono altri di trucchi da scoprire viaggiando per questa Cartellopoli, come l’ha chiamata Athos De Luca del Pd, vice presidente della commissione Ambiente e membro della commissione Trasporti di Roma capitale, uno che dinanzi alla morte del giovane albanese oggi dice: «Deve pesare come un macigno sulla coscienza dell’amministrazione». Fra le furberie più gettonate che De Luca racconta c’è quella del raddoppio dei cartelloni, come documentano anche decine di foto sul blog del comitato, alla Magliana, sulla Portuense, sulla Tuscolana stessa. È consentito un annuncio pubblicitario quattro metri per tre? E allora io te ne piazzo due, perfettamente affiancati l’uno all’altro che fanno un bell’annuncio otto metri per tre, nel rispetto di ciò che questa gente ritiene sia la legge.

Ma la beffa più beffa che c’è l’ha denunciata questo stesso comitato l’estate scorsa: nell’organizzare una campagna di Roma capitale contro l’abbandono dei cani, cosa aveva combinato il Campidoglio? Aveva fatto affiggere molti dei suoi manifesti su cartelloni fuorilegge. Proprio vero, s’era morso la coda.


Giovedì 03 Novembre 2011 - 15:03    Ultimo aggiornamento: 15:12




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La Lega? Con il razzismo religioso ha creato un clima nell'opinione pubblica»

Corriere della sera


Il sociologo Khaled Fouad Allam: «Tutti cercano libertà»


 Le parole sono importanti. Devono essere calibrate, centellinate. L'equivoco è sempre dietro l'angolo, soprattutto quando si parla di religioni. E in particolare di Islam. «Vi verrebbe mai in mente di definire un cristiano moderato?». No. «Appunto. Quindi se io utilizzo la terminologia Islam moderato simmetricamente ne esiste uno della violenza che avrebbe altrettanta legittimazione.

Io, invece, sono per un Islam tout-court». Khaled Fouad Allam, sociologo di origini algerine e cittadino italiano dal 1993, non ama generalizzare sulla religione. E in particolare quella musulmana. Per questo ha deciso di scrivere il libro L'Islam spiegato ai leghisti (edizioni Piemme). Il Carroccio «ha creato un clima nell'opinione pubblica che è diffuso in tutta l'Unione europea». Cioè diffidenza, paura. «Per quello che è successo in questi ultimi 15 anni: dalle Twin Towers al radicalismo».


PREGIUDIZI - Il libro mira a scardinare i pregiudizi dettati da quello che l'autore definisce «islamofobia colta». Altrettanto «pericolosa»perché «ha per funzione di gettare le basi di quello che chiamiamo un'impossibilità islamica a integrarsi ai progetti di modernizzazione». Ed è quindi «complementare» a quella leghista. Ma bisogna trovare una maniera per vivere insieme, «questa è la vera integrazione».

E per arrivarci ci vuole un po' di tutto: «Diritto, politica, cultura e molta pazienza». Certo è che mentre l'Europa si interroga sull'entrata della Turchia nell'Unione («Le barriere ideologiche definiscono quelle politiche») il mondo arabo sta cambiando. Ma attenzione «non scambiamo le rivolte con una rivoluzione, anche se in arabo il termine è lo stesso. Perché non sono la stessa cosa. Per avere una rivoluzione sono necessari pensatori che, per ora, non si sono visti». Quindi, ancora una volta, le parole sono importanti.

Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it
03 novembre 2011(ultima modifica: 04 novembre 2011 09:19)

Cacciaballe. Luca Pinocchio di Montezemolo: tutte le giravolte dell'aspirante politico

Libero


Se Luca Cordero di Montezemolo farà politica entro i novant’anni (forse) è anche perché padroneggia bene i fondamentali, ormai: tipo il dire oggi quel che negava ieri, oppure il negare oggi quel che diceva ieri, eccetera. L’altro giorno ha scritto una lettera a Giuliano Ferrara, sul Foglio, e ha sostenuto quelle che paiono due enormità. La prima: «Meno di altri posso essere accusato di declinismo o emergenzialismo». La seconda: «Il fatto che io creda fermamente nelle nostre potenzialità è testimoniato dai cospicui investimenti che, in questa crisi e nonostante l’ostilità del governo, ho fatto per portare un’impresa privata sui binari dell’alta velocità».

Cominciamo col declinismo: per accertare una certa incoerenza basta qualche lancio Ansa. Nel gennaio scorso, durante una premiazione, disse che «il clima da guerra civile permanente che nasconde la paura di un declino che ci appare inevitabile». Nel novembre di un anno fa la sua «Italia Futura» fece tre proposte economiche (peraltro buone) con l’obiettivo di «invertire la spirale del declino»: segno che di declino si parlava. Nel luglio 2007, intervenendo alla giornata nazionale del turismo, pure disse che «non possiamo rassegnarci al declino».

Nel gennaio 2004, inaugurando un anno accademico a Torino, disse che «l’Italia è in declino e non attira imprenditori né ricercatori né studenti». Ma le singole dichiarazioni «estrapolate», come si dice, non rendono l’idea. Bisognerebbe tornare al maggio 2004, quando si insediò in Confindustria e invertì la rotta rispetto al predecessore: «Stiamo andando nella direzione sbagliata, questo federalismo rischia di affondare il nostro paese, altro che liberarlo, stanno aumentando i costi per la finanza pubblica, c’è confusione di competenze».

Era l’incipit: da allora non passò giorno senza che l’allora presidente della Fiat non vibrasse una mazzata contro il governo Berlusconi che portava al declino il Paese. Non che gli mancasse da fare nel suo campo: c’era da pensare alla ristrutturazione del sistema industriale, al tessuto delle imprese sbaragliate dalla concorrenza dei paesi asiatici, ovviamente alla crisi della Fiat che doveva fronteggiare la chiusura dei rubinetti governativi; resta che, per un motivo o per un altro, Montezemolo entrò a far parte dei banditori della catastrofe nazionale. Nel dicembre 2004 fu apocalittico: «L’Italia vive la fase più critica dal dopoguerra: da allora a oggi un insieme di parametri così negativi io non lo ricordo».

Diceva che stavano aumentando i rischi di cedimento e diminuendo i nuovi posti di lavoro. Insomma un disastro, al punto da scatenare le gelosie di altri declinisti: «Il  dottor Montezemolo», scrisse l’associazione Intesaconsumatori, «deve pagarci le royalties, perché avevamo diagnosticato da tempo una crisi economica irreversibile che ha impoverito, riducendo sul lastrico, grandi masse di lavoratori e pensionati».

Sempre in quel periodo, oltretutto, il monito del Montezemolo liberista fungerà da zizzania all’interno della maggioranza: se è vero che nel programma del governo figurava una liberalizzazione dell’economia e un sorvegliato abbandono dell’assistenzialismo, infatti, An e Udc in più occasioni citarono Montezemolo per sostenere la necessità di rifinanziare il Mezzogiorno e il carrozzone Alitalia, questo mentre lo scarso federalismo del presidente di Confindustria veniva a sua volta citato dall’Udc per scoraggiare ogni devolution.

Si potrebbe infine ricordare, a esser pignoli, che Montezemolo veniva spesso accostato a Società Aperta, un movimento d’opinione fondato dal giornalista Enrico Cisnetto che il 12 maggio 2005 ipotizzò la creazione di un terzo polo in vista delle elezioni: il nome sarebbe stato appunto «Società Aperta» e i giornalisti si precipitarono a chiedere se Montezemolo ne sarebbe stato coinvolto. Cisnetto fu evasivo. Società Aperta, in ogni caso, rivendicava «la primogenitura dell’analisi e dell’elaborazione sul declino economico, sociale, civile e culturale del Paese».

Ma così stiamo tralasciando la seconda enormità, quella di un Montezemolo che - parole sue - in questi anni avrebbe investito coraggiosamente in Italia e, da privato, nell’Alta velocità. È lo stesso Montezemolo che da anni indica due precise armi per battere la concorrenza asiatica: la qualità e il made in Italy. Ma che dire, allora, del fondo Charme guidato da Matteo Montezemolo (figlio) e partecipato da Diego Della Valle? Parliamo di un fondo che si è alleato con la concorrenza cinese per produrre cashmere di qualità media e con sede neppure in Italia, ma in Lussemburgo. Qualità media – a esser cortesi – e neppure made in Italy. Per tacere dei diritti umani.

Poi c’è la faccenda della Ntv, la nuova compagnia che competerà con le Ferrovie dello Stato sulle tratte ad alta velocità: Montezemolo, con Diego Della Valle e Gianni Punzo, è socio di controllo e fondatore della società. Da parte di Montezemolo e Della Valle sono ormai arcinoti i moniti sulla necessità di togliere l’economia dalle mani dei politici, o, ancora, sull’urgenza di pensionare una classe dirigente che ha intrecciato rapporti insani con quella imprenditoriale. Peccato che ogni retorica abbia già ceduto il passo a un bell’abbraccio tra la Ntv e un gruzzoletto pubblico.

Il 5 luglio 2010 - come già raccontò Libero un mese fa - il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e i vertici della Ntv hanno firmato un protocollo d’intenti per occuparsi della formazione di personale da dedicare ai nuovi tratti ferroviari: in pratica la provincia offre «l’utilizzo delle strutture didattiche dell’amministrazione» nonché «i finanziamenti per la formazione del Fondo sociale europeo», mentre la Ntv, appunto, si occuperà di formazione coi soldi della Provincia. Un calcolo della serva parla di 11 milioni di euro. Pubblici.

di Filippo Facci

04/11/2011




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Addio al comandante Romolo

Il Giorno

Si è spento il partigiano Mario Cerati

Fu il testimone della lotta per la liberazione che si svolse tra le Grigne e il Pizzo dei Tre Signori e nella Bassa Valtellina con la 55esima Brigata Rosselli


Partigiani



Introbio, 3 novembre 2011 - Voleva raccontare ancora molto di quelle intricate e per certi versi ancora oscure vicende relative alla Resistenza in Valsassina della quale fu protagonista, ma il comandante Romolo si è spento l’altra notte all’età di 97 anni. Mario Cerati fu il testimone della lotta per la liberazione che si svolse tra le Grigne e il Pizzo dei Tre Signori e nella Bassa Valtellina con la 55esima Brigata Rosselli.




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Quando il papà invecchia può ancora guidare l’auto ?

Corriere della sera

Lasciare la macchina può avere ripercussioni psicologiche per un anziano: ecco consigli e avvertenze per i familiari



Nonni alla guida: figli

MILANO - L’Alzheimer Association americana in collaborazione con la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha diffuso apposite raccomandazioni con cui i familiari possono verificare se l'anziano di famiglia che comincia a dare segni di decadimento cognitivo da età può ancora guidare con sicurezza o se invece è meglio lasciare l’auto in box perché il medico riscontra lo sviluppo di una demenza.  Figli e nipoti si devono insospettire soprattutto quando non ricorda più la strada per raggiungere luoghi familiari; sbaglia nel rispettare la segnaletica stradale; nel traffico prende decisioni lente o inadeguate; guida a una velocità inadatta alla situazione ; si arrabbia o va in confusione in mezzo al traffico; fa il pelo alla corsia che percorre; il suo controllo del veicolo appare ridotto; sbaglia nel dare le precedenze; confonde i pedali di acceleratore e freno; impiega più tempo in un percorso che gli era familiare; dimentica la meta durante una gita in auto.

UN FORTE IMPATTO PSICOLOGICO - Per una persona di una certa età non poter più guidare può avere un forte impatto psicologico negativo percepito come perdita d’indipendenza. E’ quindi importante verificare il suo stato d’animo cercando di non incrinare il suo senso di indipendenza, tutelando però contemporaneamente la sua sicurezza e quella degli altri. L’Alzheimer Association ha diffuso alcuni consigli messi a punto da psicologi per aiutare i membri della famiglia ad affrontare questo argomento col “nonno di casa”: iniziate a manifestargli le vostre preoccupazioni, sottolineando gli aspetti positivi che deriverebbero dall’abbandono dell’auto e fategli presenti tutte le possibili alternative. In caso di resistenza confermategli il vostro affetto incondizionato e la vostra piena disponibilità ad aiutarlo ogni volta che ne avesse bisogno. Infine, appellatevi al suo senso di responsabilità.

ALLEANZA CON IL MEDICO DI FAMIGLIA- L’altro fronte su cui agire prevede un’alleanza col medico di famiglia. Chiedetegli di redigere una certificazione attestante che la persona in  questione non può guidare:  potrete poi usarla per rafforzare le vostre argomentazioni quando dovrete parlare con il vostro vecchio pilota. Considerate sempre l’eventualità di dover ricorrere alla valutazione di un altro medico, magari uno specialista estraneo alla famiglia che possa fornire una valutazione obiettivo.

Tenete presente che una sola discussione è raramente sufficiente e che ne dovrete affrontare molte altre, Alcune persone si lasciano convincere facilmente a sospendere la guida, mentre per altre questo passaggio può essere molto difficile. Occorre essere preparati anche a reazioni di forte rabbia che non vanno malinterpretate: possono essere legate a caratteristiche psicologiche che fanno parte del quadro sintomatologico della demenza.

I CONSIGLI DELL'ALZHEIMER ASSOCIATION - In questi casi ecco i consigli dell’Alzheimer Association: siate pazienti e fermi. dimostrando comprensione e partecipazione. Partecipate alla sua sofferenza e appellatevi alla sua voglia di agire in maniera responsabile. Chiedete aiuto a una figura rispettata in ambito familiare o nel vostro gruppo sociale affinché sostenga il vostro messaggio ad abbondare la guida. Quando non riuscite nel vostro intento non demoralizzatevi. Se infatti, come sospettate, si stia sviluppando un decadimento cerebrale legato all’età o addirittura una demenza, questa condizione compromette la critica e il giudizio: queste persone non si rendono conto che la loro guida non è più sicura. Tenete anche conto che è sempre la malattia che può portare a repentini cambiamenti di umore e personalità con conseguenti reazioni eccessive.

Come ultima risorsa fate sparire le chiavi dell’auto o fate in modo che l’auto non funzioni (ad es. staccate di nascosto i cavi della batteria) oppure fatela sparire del tutto. Se arrivate a questi estremi assicuratevi di potergli però fornire una modalità di spostamento alternativa e sicura,  ad esempio: individuate qualcuno (parenti, amici, un caregiver con patente abilitata e uno stile di guida affidabile, ecc.) che s’incarichi di portarlo in giro con la sua auto in modo da fargli conservare un’indipendenza di mobilità, ma comunque controllata da qualcuno.

Stipulate una convenzione con la locale compagnia di taxi per un servizio agevolato tipo quelli per il trasporto dei disabili. Ricorrete ai mezzi della locale agenzia municipale adibiti al trasporto di anziani e malati (minibus domiciliari a prenotazione, ecc). Riducete infine le sue necessità di guida (ad es. andare in farmacia o al supermercato) ricorrendo alle cooperative di servizio a domicilio come quelle che hanno molti supermercati 
 
UN TESTAMENTO - Per i casi in cui il sospetto di demenza è confermato dal medico, l’Alzheimer Association ha messo a punto addirittura un sorta di testamento delle volontà con cui il vecchio guidatore, una volta convintosi di dover prima o poi rinunciare all’auto e più o meno consapevole della malattia che l’ha colpito, stipula con i familiari un vero e proprio contratto di comportamento redatto quando ancora la sua capacità d’intendere e di volere è abbastanza conservata. Si tratta di un’idea molto americana che lascia trasparire il timore per i rischi medico-legali cui si trova esposto chi deve gestire un parente colpito da demenza di Alzheimer, ma molti dei suggerimenti indicati possono essere utili anche a noi.


Cesare Peccarisi
03 novembre 2011 16:05



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Il lato oscuro della rete: dall'omicidio su commissione, alla droga, alla pedofilia

Corriere della sera

Un viaggio nell'iceberg sommerso del web: 550 miliardi di documenti, contro i due miliardi di quelli in chiaro


MILANO - Portali per pedofili, negozi di sostanze stupefacenti, killer a pagamento: partendo da zero, bastano poche ore di ricerca on line per trovare il peggio della rete. Certo, il metodo non è il solito: non basta inserire un paio di paroline sul nostro motore di ricerca preferito per sprofondare nella parte cupa del web. Bisogna cambiare mentalità, abitudini di navigazione e tecnologia, e andare alla scoperta del cosiddetto web invisibile, deep web per gli anglofoni. Non è un viaggio che vi suggeriamo, e volutamente eviteremo di spiegarvi nei dettagli come effettuarlo. Però vi raccontiamo cosa c’è là sotto. Nel bene e nel male.

Le immaginin del deep web


WEB INVISIBILE - Navigare su internet è come attraversare un oceano di dati a bordo di un software. Di solito conosciamo già la destinazione del viaggio o almeno le tappe intermedie, cioè digitiamo un indirizzo web specifico e da lì clicchiamo sui vari link che ci interessano, muovendoci di pagina in pagina. Oppure ci affidiamo a un tour operator, un motore di ricerca come Google: gli diciamo cosa desideriamo e ci lasciamo trasportare da lui, fidandoci dei risultati che ci suggerisce. In entrambi i casi pensiamo che internet sia ciò che vediamo, o che ci viene fatto vedere. Come accade a chi è in crociera, quando finisce col pensare che l’orizzonte e la superficie dell’acqua siano l’oceano nella sua interezza, e dimentica la profondità.

Là sotto lo sguardo non arriva, la nave non si immerge, Google non serve. Esiste un mondo di informazioni sommerse che costituisce appunto il contenuto del web invisibile. I motori di ricerca fanno il loro lavoro usando software automatici che senza sosta raggiungono siti, catalogano link e creano una specie di mappa orizzontale del web. Verticalmente però sono inefficaci: se un contenuto viene generato dinamicamente da un sito in tempo reale (si pensi a una ricerca in una biblioteca), o se non si tratta di testo, o ancora se il sito è scritto in un linguaggio di programmazione non usuale oppure richiede un’azione specifica per diventare accessibile (per esempio l’inserimento di una password), quella pagina sfugge ai motori di ricerca tradizionali.

Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Electronic Publishing da M.K. Bergman nel 2001, il web invisibile comprenderebbe circa 550 miliardi di documenti contro uno-due miliardi indicizzati da Google. La proporzione di 500 a 1 sarebbe confermata da una successiva ricerca del 2007 (Bin He e altri su Communications of the Acm) che ha anche individuato un coefficiente di crescita del 300% ogni quattro anni. Cifre a parte, la proporzione tra le due realtà è schiacciante. Fino ad oggi sono stati prodotti più di 380 studi su questo tema (quasi tutti di origine cinese) e sulle tecniche di indagine ed estrazione dei dati dal deep web. Si tratta di un vero oceano di informazioni organizzati sotto forma di contenitori di dati interrogabili dall’utente, più che in pagine web.

Nessuna grande pretesa grafica, niente pubblicità, niente di tutto ciò che è l’internet che usiamo tutti i giorni. E’ un po’ come pensare agli archivi di un centro di ricerca universitario e confrontarli con i quartieri alla moda di una metropoli. Altra storia. Nel deep web si trova la maggior parte della cultura scientifica della rete, da lì passano i contenuti sensibili di cui si occupa Wikileaks e sempre lì si riuniscono virtualmente attivisti di ogni forma e specie, da quelli informatici a quelli politici e religiosi.

In quel mondo lavorano i governi per sondare i pericoli internazionali e fare prevenzione, vi si impegnano i servizi di intelligence pubblici e aziendali per catturare tendenze in anteprima. Esistono interi mercati dell’informazione con professionisti iperpagati che si trincerano dietro attività dai nomi suggestivi, come data mining o information brokering. Sempre laggiù, ben lontano dalla superficie, si annida anche il peggio della rete, la parte oscura del web, la darknet, come viene definita. E’ una piccolissima parte del tutto, ma c’è. La libertà di pensiero e di espressione in un territorio virtualmente infinito comprende anche gli abusi di chi approfitta di quello spazio, in realtà difficilmente controllabile, per delinquere.

LA DENUNCIA DI ANONYMOUS – Il nostro viaggio parte dal comunicato ufficiale rilasciato on line il 15 ottobre da Anonymous, l’identità collettiva dietro la quale si celano singoli abitanti attivi di internet, accomunati dall’ideale della rete e dotati di grandi competenze informatiche. Per questo li definiscono hacktivisti. Il messaggio rivela i contenuti della cosiddetta Operation Darknet: dieci giorni di lavoro per sferrare un attacco a una lista segreta di siti web non accessibili tramite i normali motori di ricerca e contenenti materiale pedopornografico in abbondanza.

Gli hackers mettono temporaneamente fuori uso Freedom Hosting, il server su cui risiede la maggior parte dei contenitori di immagini presi di mira dall’azione, rendendone l’accesso impossibile e risalendo a un database di utenti che sarebbe stato trasmesso alle autorità. In poco tempo quei siti per pedofili si riattivano. Ad alcuni basta ripristinare il backup dei contenuti, altri cambiano indirizzo d’accesso.

Tutto torna più o meno come prima, anche se l’intimidazione di Anonymous è stata chiara e almeno è servita a portare alla luce la rete di contenuti illegali. Il punto di partenza è un portale generalista piuttosto indefinibile. Si chiama Hidden Wiki, fa parte del web invisibile, ha molteplici indirizzi (tutti poco affidabili), accedervi richiede pazienza e una trasformazione al software del pc. Occorre installare un sistema di anonimizzazione. Così non solo sei nella parte oscura del web, ma ci vai anche senza lasciare tracce e riesci a vedere nel buio i siti costruiti apposta per quella tecnologia.

PEDOFILIA – Pc anonimizzato, comunicato di Anonymous letto, una buona dose di pazienza e la ricerca comincia: di sito in sito, di forum in forum, di pettegolezzo in pettegolezzo, insuccesso dopo insuccesso, finalmente compare sullo schermo uno dei target attaccati dagli hacker a metà ottobre, su un nuovo indirizzo. Lolita city è un pianeta del dolore. Che per alcune migliaia di utenti registrati è invece un continente del piacere. Il portale propone centinaia di migliaia di immagini e videoclip pedopornografici categorizzati in base ai contenuti. I protagonisti, le vittime, vanno da zero a quindici anni.

E zero vuol dire proprio zero, cioè dal momento del parto, come si vede subito da alcune foto piazzate in homepage. La categoria più cliccata è «padri e figlie». Ogni utente viene inserito in una classifica di gradimento della community interna, in base al numero e alla qualità dei contenuti postati.

A ciascuno viene assegnata anche una sorta di specializzazione per età, confermata da una grafica stile manga: c’è chi si occupa di prima infanzia e chi invece è un fan della preadolescenza. L’impatto emotivo di questo contenitore di icone irriproducibili è davvero insostenibile: bambini e bambine adultizzati, resi seduttivi, avvezzi alla macchina fotografica; adulti che si scambiano complimenti e suggerimenti in bacheca, spedendosi vicendevolmente con messaggi cifrati ulteriore materiale fotografico.

Non c’è cinismo che tenga: compresa la struttura del portale è necessario cambiare schermata. Su un sito analogo, «OnionPedo», navigare è più tollerabile perché non ci sono decine di foto che ti esplodono davanti a ogni pagina. Qui è tutto freddo, rigidamente catalogato e inserito in un database. Scegli età e sesso, ti compare un’infinita lista di contenuti di cui puoi intuire i dettagli dai titoli. Capito il meccanismo, in mezzora saltano fuori dieci siti analoghi. Tutti gratuiti, tutti visitati da migliaia di utenti. L’impressione è che sappiano cosa cercare e dove. Sembra una comunità di residenti, più che un folto gruppo di curiosi.

ARMI, POLITICA E GOSSIP – Naturalmente, lo ribadiamo, i siti pedopornografici sono soltanto una goccia nell’oceano. E anche solamente una minuscola parte della darknet. Bastano pochi click e ci si trova in mondi differenti, anche se crepuscolari. «RespiraTor», per esempio, offre ospitalità ai delatori: chi vuole rovinare la reputazione di qualcuno in modo vigliaccamente anonimo può scrivere testi e piazzare foto compromettenti. Forse le vedranno in pochi, forse no.

Difficilmente si risalirà a qualcuno da querelare. «Revolution Bunker» è una sorta di laboratorio rivoluzionario politico-informatico. Sono parecchi i siti di questo tipo, spesso sembrano in disuso o animati da pochi attivisti. LiberaTor è un database di informazioni e manuali per costruirsi un arsenale domestico, confezionare ordigni esplosivi e organizzare agguati e attentati. I contenuti sono inquietanti ma l’atmosfera complessiva fa pensare più a un fanatico o a un paranoico che a un’organizzazione.

DROGA, KILLER E ALTRO – Non tutto è gratis, nella zona oscura della rete. Quando bisogna pagare, serve una valuta speciale: il bitcoin. E oltre tutto serve «pulita», cioè già lavata per non lasciare tracce digitali. Cosa si può comprare? Ce n’è per tutti i gusti, come all’interno di un luna park proibito. Ecco qualche esempio. «Hacker services» mette a disposizione virus informatici per attaccare persone o aziende sgradite, e sistemi di ricerca delle password altrui, per esempio. Interessante ma non così impressionante. C’è di più. «Contract killer» offre omicidi a pagamento, con tariffe dettagliate.

Cinquemila euro di spese anticipate per un delitto in Europa, diecimila per una trasferta extracontinentale. L’obiettivo deve avere almeno 16 anni, e il costo dell’operazione è di 20mila euro per una persona normale, 50mila per un poliziotto, un criminale o un paparazzo, 100mila per un boss, un funzionario di polizia o un giornalista, fino a 200mila per un manager. Due mesi di tempo dal primo pagamento per completare la missione. Similmente «Slate», su un altro sito, accetta di colpire solo maggiorenni, esclude le donne gravide e rifiuta qualunque forma di tortura. Opera negli USA, la sua tariffa prevede 20mila dollari, metà subito e metà quando al committente viene inviata l’immagine della scena del delitto. Più un sovrapprezzo se deve sembrare un incidente.

lla stessa maniera si trovano anche veri e propri team di contractors per azioni punitive violente contro target prefissati. L’impressione è che si tratti spesso di soggetti sudamericani e a buon mercato. E poi il mondo della droga. Due siti su tutti: «Eradic» e «Silk Road». A differenza dei killer, per i quali l’incauto cliente dovrebbe fidarsi a occhi chiusi di ciò che legge sul sito, inviando quattrini a un potenziale truffatore, ben sapendo che in caso vada tutto male non potrà certo rivolgersi alla polizia e denunciare un sedicente assassino per avergli sottratto una somma di denaro con l’inganno, nel mondo degli stupefacenti esiste una buona credibilità, se così possiamo dire, grazie ai feedback dei clienti disseminati in giro per la rete.

Come in una farmacia virtuale, in pochi istanti è possibile scorrere quasi quattrocento prodotti, con le quotazioni aggiornate e le fotografie delle scorte. Nessun codice segreto, nessuna metafora di copertura. Non è come nel web normale, dove per comprare una sostanza proibita c’è chi va a cercare tra i siti di lucidanti per auto, sperando che alla frontiera o in rete nessuno si accorga che ha ordinato un solvente a base di GBL per berselo a gocce (visto che nell’organismo si trasforma in GHB, detto anche scoop o ecstasy liquida) e non per pulirci i cerchi in lega. Nella darknet le coperture non servono: puoi comprare direttamente LSD, MDMA, hashish eccetera senza alcun problema lessicale. Tanto sei anonimo. Il problema poi è come e dove farti spedire la roba. Ma questo è un particolare che non riguarda internet.


Alessandro Calderoni
03 novembre 2011 16:57



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