giovedì 3 novembre 2011

Cane sepolto vivo, salvato dopo 2 giorni

Corriere della sera

Jerry adesso sta bene. Il «padrone» è stato denunciato


Sepolto vivo. Una supplizio di un sadismo patologico quello scelto dal padrone di Jerry. Il cagnolino è stato salvato dalla polizia locale di Desenzano del Garda dopo quasi due giorni di tortura. La segnalazione ai vigili è arrivata a mezzogiorno del primo novembre: un cittadino ha sentito dei lamenti provenire da un appezzamento di terreno, in aperta campagna. Sul posto è stata inviata una pattuglia di agenti che ha notato un avvallamento coperto da un cumulo di laterizi, senza udire alcun gemito. Solo dopo alcuni minuti un flebile lamento, proveniente da sotto le macerie, ha spinto i vigili a scavare togliendo ghiaia e forati per una profondità di mezzo metro sotto il livello del terreno.

Il salvataggio di Jerry

Sotto le macerie, sepolto vivo, giaceva un cane di razza bretone di colore bianco e rossiccio, con entrambi gli occhi coperti da una benda. Jerry, questo il nome del cane, respirava a fatica, era completamente immobile, gli occhi all’infuori. Subito un’altra pattuglia di vigili ha portato dell’acqua, visto che l’animale era fortemente disidratato. Il cane è poi stato affidato alle cure dei veterinari dell'Asl. Le indagini hanno portato in poche ore all’identificazione del proprietario del cane che ha ammesso di avere sepolto il suo animale 40 ore prima. Il desenzanese è stato deferito all’autorità giudiziaria per maltrattamento di animali (artt. 544 ter e 727 del C.P.): la polizia locale ha sottolineato al pm di turno la particolare crudeltà con cui era stato sepolto vivo l’animale. Jerry, sottoposto alle cure del canile sanitario di Brescia (al quale è stato affidato dal giudice) non è in pericolo di vita. Tra pochi giorni verrà affidato al canile di Desenzano. In attesa di un padrone meno cane.


Redazione on line
03 novembre 2011 17:32



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Morte in Vaticano, tredici anni dopo: «Riaprite il caso delle Guardie Svizzere»

Corriere della sera

Il legale della madre del giovane Cedric Tornay, morto suicida dopo aver (forse) ucciso il suo comandante e la moglie: «Errori nell'indagine ufficiale del 1998»


Cedric Tornay
Cedric Tornay
  Nove anni dopo la richiesta di riaprire il caso (fu presentata nel luglio 2002), e a tredici dal delitto in Vaticano, la vicenda di Cedric Tornay, giovane guardia svizzera accusata di aver ucciso nel 1998 il comandante del Corpo, Alois Estermann e la moglie, prima di togliersi la vita, torna d'attualità.
L'avvocato Luc Brossellet, legale della madre di Tornay - ha rivelato la Televisione svizzera - ha scritto una «lettera aperta» al Papa Benedetto XVI per ribadire la richiesta dei documenti sul dossier mettendo in dubbio la versione ufficiale.


Il capitano delle Guardie Svizzere Alois Estermann
Il capitano delle Guardie Svizzere Alois Estermann
PRIMA RICHIESTA DI CHIARIMENTI - Il dramma risale alla sera del 4 maggio 1998, quando dopo essere stato nominato capo della Guardia Svizzera vaticana, Alois Estermann, 43 anni, fu trovato ucciso da colpi di arma da fuoco nel suo appartamento. Accanto a lui c'erano il corpo della moglie e del vice-caporale Cedric Tornay .

Già nel 2002, Muguette Baudat, madre di Tornay, aveva avanzato una richiesta di documenti in una lettera inviata a Giovanni Paolo II. Ma senza successo, in quanto il Vaticano «non ha mai risposto», ha affermato alla tv l'avvocato di Muguette Baudat. La scelta di inviare di nuovo una lettera, è stata motivata dall'avvocato Brosselet con il fatto che ora la Santa Sede ha scelto una via di comunicazione più aperta su dossier scottanti, quali la pedofilia.

NUOVA POLITICA DELLA SANTA SEDE -
«La politica del Vaticano, espressa dal Santo Padre, è cambiata. Afferma che il Vaticano si deve conformare alle regole del diritto internazionale. Ed è la ragione per la quale abbiamo pensato che sia giunto il momento». Il legale afferma che ci sono errori nell'indagine ufficiale condotta sul caso Estermann e sul ruolo che avrebbe avuto nel fatto di sangue l'allora 23enne caporale Tornay.

LA VERITA' DELLO STATO PONTIFICIO - La verità su quel terribile giorno di luglio, in base alla ricostruzione avallata dai magistrati dello Stato Pontificio, che archiviò il caso l'8 febbraio 1999, è che «il vicecaporale Cedric Tournay ha ucciso il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e sua moglie Gladys Meza in preda a un raptus motivato dal rifiuto di una promozione». Poco dopo il giovane - sempre secondo la versione del Vaticano - si tolse la vita sparandosi alla testa.

Ma anche in quella versione c'era un piccolo giallo irrisolto: quello della telefonata di un conoscente, la sera dell'omicidio, a casa Estermann, per fare i complimenti al neo nominato comandante. Il testimone disse di aver sentito mentre parlava con Estermann «come una interruzione, come se il microfono fosse stato appoggiato sul petto o su qualcosa di morbido». «Dopo poco - proseguì - ho sentito delle voci in lontananza, una delle quali ricollegabili a quella della moglie, poi un altro brusio e un colpo netto a cui sono seguiti a brevissima distanza un altro colpo netto e altri colpi più lontani». Secondo alcuni la testimonianza poter dar adito al sospetto che nella stanza fosse presente una quarta persona.

«RICOSTRUZIONE SBAGLIATA» - Secondo il legale della madre di Cedric, l'autopsia effettuata sul giovane a Losanna «mostra ad esempio che egli aveva la testa all'indietro quando fu sparato il colpo in bocca, mentre secondo la versione ufficiale il giovane è descritto in ginocchio la testa in avanti», ha riferito la televisione svizzera. Per l'avocato Brosselet «la ricostituzione della morte di Cedric Tornay nella tesi ufficiale, è sbagliata». Secondo Muguette Baudat l'inchiesta ufficiale «è piena di dissimulazioni, contraddizioni e menzogne fatte nel tentativo di celare una verità probabilmente inconfessabile» e tutti i tre defunti sarebbero stati vittime di una «messa in scena orchestrata per eliminare Estermann e avere un assassino pazzo e morto».


Redazione online
03 novembre 2011 17:09



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Omidicio del 15enne per una sigaretta Pena dimezzata in appello

La Stampa

Il ragazzo partecipò all'agguato di Giorgino in un giardinetto. Dovrà scontare 16 anni e 2 mesi. In primo grado fu condannato a 30 anni. La madre della vittima in lacrime: «E' vergognoso»



Il killer catturato dagli agenti. Nel riquadro la giovane vittima
Sedici anni e due mesi di reclusione, quasi la metà rispetto ai 30 del giudizio di primo grado: è la condanna inflitta dalla Corte d'assise d'appello di Torino a Catalin Jitaru, romeno di 27 anni, per l'omicidio di Gheorghe Munteanu detto Giorgino, il giovane romeno di 15 anni ucciso a coltellate dopo avere negato una sigaretta in un giardinetto di Torino il 30 gennaio 2010.

Nella sentenza, la Corte ha riconosciuto all'imputato, incensurato al momento del fatto, le attenuanti generiche, che sono state considerate equivalenti rispetto all'aggravante dei futili motivi contestata dal procuratore generale Antonio Riccomagno, che aveva chiesto la conferma della pena a 30 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario. Il fratello di Catalin Jitaru, Cosmin, oggi di 18 anni ma minorenne al tempo del fatto, era stato condannato in appello con sentenza già passata in giudicato a 12 anni di reclusione.


Alla lettura del dispositivo hanno assistito genitori, parenti e amici del ragazzo. La madre, Elena Ignat, è scoppiata in lacrime per la delusione. «Non è stata fatta giustizia», ha detto. «Sono senza parole, è stata una sentenza vergognosa». Elena Ignat, 44 anni, madre di Gheorghe Munteanu, è scoppiata in lacrime per la delusione dopo la lettura della sentenza della Corte d'assise d'appello di Torino che ha dimezzato la pena per Catalin Jitaru, uno degli assassini di suo figlio Giorgino. Per tutto il dibattimento la donna ha stretto una fotografia del ragazzo, ucciso a 15 anni per una sigaretta negata il 30 gennaio 2010. «In questi quasi due anni ho mantenuto una grande dignità - ha detto - cercando di parlare il meno possibile.

Ma non è servito a nulla. Mi sono fidata della giustizia italiana e ora sono rimasta delusa: i giudici hanno pensato a tutti tranne che a me e a mio figlio che non c'è più. Non è stata fatta giustizia». La sentenza, ha ribadito la madre di Giorgino, «non ha deluso soltanto me ma anche altre persone. Ci aspettavamo quantomeno una conferma della pena inflitta in primo grado. Così invece siamo sgomenti e senza parole: la vita di un ragazzo di 15 anni che non ha mai fatto nulla a nessuno vale soltanto pochi anni di carcere».




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Roma-Tripoli, si ricomincia

La Stampa
GIOVANNI CERRUTI

Sul primo volo Alitalia del dopo-Gheddafi, tra esuli festanti, imam che pregano e pochi italiani


Appena l’Md80 Alitalia sfiora la pista dell’aeroporto militare, le cinque figlie dell’Imam che torna dal Canada non si trattengono. Tripoli, finalmente. Mezzo aereo sta battendo le mani e le bimbe cominciano a cantare. «Allah è grande, sia lodato Allah, sia felice la nostra terra». La barba rossa di Yussuf Mustafa, l’Imam del Centro Islamico di Toronto, sta seduta tra la vecchia madre e la moglie, e solo gli occhi s’intravvedono tra i veli neri. Un cenno e le cinque figlie tacciono. «È un momento importante - si mette a spiegare il babbo Imam - stiamo tornando a casa, a Misurata. Molti amici sono morti in battaglia, sono diventati Martiri. Grazie a loro adesso ci aspetta un futuro radioso...».

Erano in cento su questo primo volo Alitalia per Tripoli, poco meno per il ritorno, nel pomeriggio. Con il suo corteo di sette donne l’Imam di Toronto era l’attrazione. Quasi nessun italiano, l’ambasciata libica di

Roma concede ancora rari visti. Due ingegneri libici dell’Eni, un dipendente della sede milanese della Tamoil, un gruppo di medici che arrivano dall’Inghilterra e mostrano la nuova bandiera di Libia, i tre colori «cuciti con il filo del pronto soccorso dell’ospedale di Reading». Si mettono in posa per la foto e in fondo a destra, ultima, si mette anche la professoressa che rientra da Chicago. Sul bavero del cappotto ha una grossa spilla, «Libia libera».

«Siamo felici di ospitarvi in questo primo volo», li saluta a bordo Maurizio Bulgheri, il comandante. Primo volo che mette orgoglio ad Alitalia, nessun’altra compagnia europea copre la tratta con la Libia, finora solo Turkish Airlines ed Egypt Air. «È un ottimo segnale per i rapporti tra i nostri Paesi», dirà nel viaggio di ritorno Giuseppe Buccino Grimaldi, ambasciatore italiano a Tripoli. «È un’apertura importante anche all’economia». Non è stato semplice, per Alitalia. Ma sono riusciti a rispettare le promesse, nonostante l’aeroporto civile sia ancora chiuso e l’atterraggio avvenga qui, nella vecchia base Usa di Mitiga, l’aeroporto dei Ribelli.

Quando dall’alto si vedono Tajura e poi Tripoli, sono tutti ai finestrini. C’è chi si beve l’ultimo sorso di birra. La professoressa con la spilla domanda al vicino: «E tu, da quando non torni?». Il dottor Yawor Sharif risponde che son passati dieci anni: «Sono di Sabratha, ero l’ortopedico dell’ospedale e mi sono trasferito a Sofia ormai da troppo tempo». Nella fila accanto c’è Mahmoud Naku, e sulla pista troverà un picchetto d’onore ad aspettarlo: «Io sono di Zintan, manco da 33 anni e per 33 anni ho sognato questo momento: la fine del dittatore Gheddafi è il giorno più bello della mia vita. Dimenticavo, mi hanno appena nominato ambasciatore di Libia a Londra».

Il comandante ha messo la bandierina libica fuori dal finestrino della cabina. C’è una certa eccitazione negli sguardi di chi sta per scendere e pure sulla pista, con i parenti, i mazzi di fiori, altre bandiere, i combattenti di Zintan sull’attenti per l’ambasciatore Naku. Il volo dovrebbe ripartire per Roma dopo un’ora, ma ci sarà ritardo per colpa di un’altra eccitazione. Nel porto di Tripoli sono arrivate due navi cariche di montoni, per la festa musulmana di sabato: e la strada lungo il mare che va da Tripoli all’aeroporto di Mitiga è rimasta bloccata, chi arriva prima alla nave si sceglie il montone migliore al prezzo migliore. Per questa volta nessun lamento per il ritardo.

Alle due del pomeriggio l’ambasciatore Buccino Grimaldi taglia il nastro in fondo alla scaletta dell’Md80. È un primo volo anche questo, considerato «volo inaugurale». Si può salire e il primo è il dottor Hamed Fellah, 50 anni, anestesista in un ospedale di Londra, moglie e figlia velate accanto. «Sono qui da due mesi, non potevo perdermi queste giornate». Dal portafoglio toglie i dinari e infila sterline di Sua Maestà. «Parto contento perchè so che sarà una bella Libia, democratica aperta al mondo e moderata, anche nella legge islamica. Per la prima volta, da oggi, posso vedere che la Libia è cambiata davvero: da qui non si scappa più, si parte. E so che potrò tornare quando voglio».

Era dal 23 febbraio che Alitalia non volava a Tripoli. «Meno male che si riprende, in meno di due ore sei già qui - dice dalla fila 16 Massimo Mion, 47 anni, ad della Co.Ge. di Parma -. Per arrivare ci avevo messo due giorni, passando da Malta e prendendo poi un volo dell’Onu». Co.Ge. ha già firmato un contratto: «Porteremo 14 scuole prefabbricate, da 330 a 600 posti. Di opportunità per le imprese italiane ce ne sono parecchie, e mettendo assieme il gran lavoro dell’ambasciata e questo volo Alitalia se ne apriranno ancora». Quando l’Md80 atterra a Fiumicino i 90 passeggeri libici non applaudono e hanno una gran fretta. Le coincidenze per Londra non aspettano.



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Il primo homo sapiens europeo era italiano

Quotidiano.net

Scoperti in Puglia i denti da latte di due bimbi sapiens

Finora i due reperti - trovati nella Grotta del Cavallo in Puglia - erano stati classificati come neandertaliani. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista 'Nature'

Pisa, 3 novembre 2011 
Il primo Homo Sapiens europeo? Era italiano. A svelarlo un articolo pubblicato sulla rivista scientifica "Nature", frutto della collaborazione internazionale di 13 enti di ricerca fra cui l’Universita’ di Pisa e l’Universita’ di Siena.

“Sino ad ora - spiega l’antropologo dell’Ateneo pisano Francesco Mallegni che ha collaborato allo studio - si pensava che l’uomo sapiens fosse apparso in Europa assai prima di 45.000 anni fa, in Romania, ma i ritrovamenti fatti in Puglia nella Grotta del Cavallo di Uluzzo, in provincia di Lecce, sono i piu’ antichi esistenti e dimostrano che il suo arrivo dall’Africa e’ precedente di alcuni millenni”.

Al centro di tutta la ricerca ci sono due denti di latte ritrovati durante una campagna di scavo nella Grotta del Cavallo alla meta’ degli anni sessanta del Novecento e che erano stati inizialmente classificati come neandertaliani.

“Per molte migliaia di anni - continua Mallegni - l’uomo Sapiens e l’uomo di neandertal hanno convissuto in Europa: dal primo discendiamo noi, l’altro invece si e’ estinto circa 27.000 anni fa”.

Le misurazioni effettuate dallo studioso pisano e le analisi condotte all’Universita’ di Vienna attraverso modelli digitali 3D hanno dunque dimostrato, contrariamente a quanto si pensava prima, che i due denti appartengono a due bambini sapiens. I due molari superiori di latte sono del tutto uguali a quelli dei bambini di oggi.

“Il primo dei denti trovati - aggiunge Mallegni - spunta tra 15 ed i 18 mesi dalla nascita e siccome è senza usura il bambino alla morte poteva avere 18 mesi; il secondo spunta a due anni ed essendo usurato in questo caso il bambino alla morte poteva avere dai 3 ai 4 anni o forse leggermente di più".

I due denti sono stati trovati a circa 2 metri e mezzo dalla superficie e la datazione della stratigrafia e’ stata eseguita su conchiglie dello stesso deposito attraverso il metodo Ams (Accelerator Mass Spectrometry) del radiocarbonio. I resti risalgono a circa 45-43.000 anni fa, all’epoca della glaciazione Wurm 2, un mondo naturalmente molto diverso da quello attuale.






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Ghana, protesta su Facebook fa chiudere il ristorante italiano «per soli bianchi»

Corriere della sera

Il titolare che ha negato l'ingresso alla ragazza di colore si difende: «Era solo una battuta»


Elizabeth Okoro, la ragazza che ha denunciato il ristorante (Bbc)
Elizabeth Okoro, la ragazza che ha denunciato il ristorante (Bbc)
  Il ristorante italiano «razzista» chiude i battenti, in Ghana, grazie a Facebook. In un paese dove gran parte della popolazione è nera, avevano pensato bene di aprire un ristorante per soli bianchi. Ma la trovata di Marco Ranaldi e Salvatore D'Azeo, i due gestori de L’Atlantic Lobster and Dolphin Ltd, ristorante alla moda nel quartiere di Osu, ad Accra, è finita male: il locale è stato chiuso dalla polizia ghanese dopo che la campagna di protesta sul social network, organizzata da Elizabeth Okoro, giovane di colore a cui era stato negato l'accesso al locale.

ACCUSE - Per il momento il ristorante dei due italiani, che tra l'altro di giorno gestiscono a pochi passi dal locale anche una pescheria, è stato chiuso perché sprovvisto di licenza. Ma naturalmente le accuse più infamanti di cui dovranno rispondere sono quelle di discriminazione razziale ed evasione fiscale. I fatti: lo scorso 26 ottobre Elizabeth Okoro, assieme a colleghi stranieri, si presenta al ristorante italiano: «Mentre il mio collega spagnolo stava compilando la tessera per i soci, ho chiesto a uno dei proprietari se potevo entrare anch'io - ha dichiarato alla Bbc la ventiseienne -. Lui mi ha risposto senza battere ciglio: "No, mi dispiace, non puoi entrare, questo è un club per soli bianchi"». A chi le fa notare che potrebbe esserci stato un malinteso, lei risponde: «Non ha usato parafrasi, non ci sono stati fraintendimenti, né problemi di traduzione. La sua è stata una dichiarazione precisa».

UNO STUPIDO SCHERZO - La campagna su Facebook contro il «ristorante razzista italiano» è stato un autentico successo. Oltre 1600 utenti si sono iscritti al gruppo che ha denunciato la politica discriminatoria del locale e ne ha chiesto il boicottaggio. Marco Ranaldi tenta di smorzare i toni e al network britannico confessa che probabilmente la sua risposta è potuta apparire razzista, ma lui voleva solo scherzare con la ragazza: «Quando stavo per restituire la tessera di socio al ragazzo spagnolo, la giovane si è avvicinata e mi ha chiesto: "Perchè non la dai anche a me?" A questo punto io le ho dato una risposta stupida. Lei ha controbattuto: "Se le cose stanno così, domani tornerò con la polizia"». Ranaldi dichiara che non aveva capito che la ragazza stesse facendo sul serio: «Pensavo che avesse capito che stessi scherzando - continua Ranaldi - Lo so di aver fatto una cosa stupida, ma pensavo che anche lei stesse al gioco».



Francesco Tortora
03 novembre 2011 11:34



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Il graffitaro benedetto dal giudice «Le sue opere vanno tutelate»

Corriere della sera

Il principio stabilito nella causa di KayOne contro un concorrente: il diritto d'autore protegge i writer


KayOne, al secolo Marco Mantovani
KayOne, al secolo Marco Mantovani
MILANO - Ci sono la pennellata di Rembrandt, il tocco di Picasso, il taglio di Fontana. E, adesso, pure lo sgocciolio e la tag del graffitaro: anch'egli artista che la legge sul diritto d'autore deve proteggere dall'altrui plagio, tutelando «tutti gli elementi caratterizzanti lo stile e il linguaggio pittorico» del writer. Fino al sequestro delle opere di chi lo imita senza alcuna autonoma rielaborazione creativa. Lo stabilisce per la prima volta un provvedimento della sezione del Tribunale civile di Milano specializzata in proprietà industriale e intellettuale, al quale era ricorso KayOne, al secolo Marco Mantovani, giovane graffitaro milanese, impostosi all'attenzione anche internazionale prima partendo dai murales della «Street Art» e poi passando a opere pittoriche su tela, fino a figurare quest'anno tra gli artisti selezionati dal curatore Vittorio Sgarbi per il Padiglione Lombardia della Biennale di Venezia 2011.

Le opere di KayOne 

Mantovani, con i suoi avvocati Vincenzo Jandoli e Dario Palmas, lamentava che un writer concorrente, Nicola Leonetti, sul suo profilo Facebook battezzato «Arteblog Italia Leonettinicola», proponesse in vendita come opere proprie un'ottantina di sostanziali riproduzioni (con minime modifiche) di quelle di KayOne, a prezzi più bassi di quelle appunto di Mantovani. Il primo problema affrontato dal giudice Claudio Marangoni è stato chiarire se le opere di Leonetti, invece di essere tacciate di plagiare quelle di KayOne, potessero essere fatte rientrare nel rapporto tra l'opera originale di un artista e la sua elaborazione creativa da parte di un altro artista che vi si ispiri dichiaratamente: la legge sul diritto d'autore ammette questo caso, a patto che l'elaborazione di chi «copia» l'originale presenti «un seppur minimo e riconoscibile apporto creativo».

Ma secondo il Tribunale è questo «profilo di autonoma creatività» a mancare a Leonetti, il quale, invece di «arricchire ed elaborare autonomamente temi e moduli espressivi propri di KayOne», avrebbe coltivato un «intento puramente ed esclusivamente» di «pedante riproduzione» di «tutti gli elementi stilistici che possono ritenersi propri della personalità artistica di KayOne»: tra essi «il costante utilizzo del colore bianco e grigio, delle lettere a stencil » (maschera a mo' di normografo usata nella «Street Art» per riprodurre in serie appunto le lettere, le forme e i simboli), e poi «retini, trasparenze, figure di rombi, linee appuntite, spruzzi ad andamento circolare, sgocciolature e schizzi che richiamano uno stile di pittura energico e impulsivo».

La riprova arriva per il giudice dal fatto stesso che Leonetti,
oltre a proporre in vendita 80 opere plagio di quelle di KayOne, sulla bacheca del suo blog avesse inserito anche foto sia del laboratorio sia di alcune opere proprio di KayOne ( Abissi , Nomi Sacri , Contaminazione , Ombre e Dune , Ego e Spring ) ma senza menzionarne la paternità, «così ingenerando nel visitatore del sito la convinzione» che fossero tutte opere sue. Leonetti non si è costituito in giudizio, e dunque nel procedimento è mancato il suo punto di vista difensivo. Le sue condotte, conclude ora il Tribunale, sono «idonee a ledere i diritti di utilizzazione economica delle opere» plagiate di KayOne, perché «l'indebita circolazione di opere sostanzialmente identiche» ha come effetto una «capacità depressiva del valore delle opere originali».

Per questo, in sede cautelare e in attesa dell'esito della causa di merito, il giudice Marangoni non soltanto ordina a Leonetti di rimuovere dal blog le immagini e lo diffida dal proseguire gli illeciti, ma autorizza anche KayOne e la società «Stradedarts srl» (titolare dei diritti di sfruttamento economico delle sue opere) al sequestro delle opere contestate. Con un decreto, per di più, che Leonetti dovrà anche pubblicare a sue spese, in caratteri doppi del normale, sul prossimo numero del periodico specializzato «Flash Art».


Luigi Ferrarella
03 novembre 2011 10:51



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Bamboccioni. La mamma coccola Er pelliccia. Non ha fatto del male. Difendeva la brava gente

Libero




"Mio figlio è stato un capro espiatorio. Volevano un volto da fare girare sui giornali e lo hanno trovato". E poi: "Lui è un ingenuo, un generoso, uno che aiuta gli altri: la folla ti tira in mezzo, se sei debole". Ancora: "Ci riteniamo fortunati, per il figlio che stiamo crescendo. Non sarei così, se lui avesse fatto qualcosa di brutto". Fa imbarazzo dirlo ma il soggetto in questione è Fabrizio Filippi, meglio conosciuto come Er Pelliccia. Si lui, quello che non più di 15 giorni fa ha lanciato un estintore contro il blindato in fiamme dei Carabinieri. Quello che poi, a volto scoperto, ha fatto il dito medio all'obbiettivo.

Quello che è stato riconosciuto come uno dei responsabili delle devastazioni in Piazza San Giovanni, durante la manifestazione degli 'Indignados' a Roma. E ancora, quello che poi ci ha preso in giro tutti quanti dicendo che l'estintore lo stava usando per spegnere l'incedio. Si lui. E' lui "l'ingenuo, il generoso, il debole, il ragazzo che difende i suoi valori morali, che non fa e non farebbe del male a nessuno". Secondo mamma Ornella, questo è Fabrizio. E sempre secondo mamma Ornella ciò che Er Pelliccia ha fatto quel giorno è stata una "fabriziata", così - dice la madre - "chiamiamo i suoi modi di fare". Insomma, una bravata. Dopotutto, secondo Ornella si tratta solo di guardare le cose da "un altro punto di vista".

Er Pelliccia e i valori morali
-
Francamente si fa molta fatica a comprendere quale sia questo punto di vista alternativo. Per tentare di capire, continuiamo a leggere l'intervista che la donna ha rilasciato al settimanale Vanity Fair. "Quelle immagini andavano contestualizzate" dice la madre. Come se le foto non si spiegassero già da sè. E lo difende: "Lanciava un estintore, è vero, ma lo lanciava nell'aria. La manifestazione era finita. Si è fatto prendere dall'eccitazione: la folla ti tira in mezzo, se sei debole". Ma la cosa francamente inaccettabile è il tentativo di giustificare, e ancor più, di dar ragione di comportamenti che devono essere solo condannati, da qualsiasi parte li si guardi. Ma Ornella non solo li difende, li valorizza: "Fabrizio è un testardo, uno che se decide di fare una cosa perché rientra nei suoi valori morali, la fa.

Per un ragazzo di vent'anni come lui, questo essere 'contro' vuol dire rispettare le regole, per non fare male a nessuno. Così quando vengono alla luce le porcherie fatte da questo o quel politico, a lui va il sangue alla testa, si arrabbia, pensa alle brave persone che ci vanno di mezzo". Insomma, Er Pelliccia ha devastato Roma usando violenza contro le forze dell'ordine? Colpa dei politici, lui voleva solo difendere i deboli e i suoi principi morali. E si scopre il famoso punto di vista della madre.

"Sono orgogliosa" - Forse questa è la reazione fuori luogo di una madre di fronte alla violenza di un figlio pericoloso. E' accecata dal dolore? Niente affatto. Ornella dice di non esserci rimasta male.  "Sono fortunata. Ci riteniamo fortunati, per il figlio che stiamo crescendo. Non sarei così, se lui avesse fatto qualcosa di brutto. Ma non mi sono fatta influenzare: ho riflettuto, ho visto le cose dall’altro verso e ho capito". E' il caso di dirlo: ecco come crescono i bamboccioni.

02/11/2011




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Drogalo, deve vincere» Cavalli, le telefonate choc

Corriere della sera

Giostra della Quintana, intercettati fantini e veterinari



ROMA - In fondo bastano dieci parole. Dice Daniele Cuglini, gestore della scuderia Perugia 2000: «Oh, domenica tocca vince lì, eh». Risponde Umberto Ricci, veterinario: «Tocca faglie na pera». Il dono della sintesi. Perché in quelle dieci parole c'è il distillato delle 676 pagine di intercettazioni telefoniche che hanno portato il tribunale di Perugia a condannare per doping dieci tra veterinari, fantini e gestori di scuderie.

Un piccolo mondo aggrappato alle corse di cavalli e soprattutto alla Giostra della Quintana, il torneo storico che si tiene in Umbria, a Foligno, e divide la città come il palio di Siena. La sentenza di primo grado è di metà settembre ma le motivazioni, depositate pochi giorni fa, consentono di leggere tutte le telefonate. E capire, come ha raccontato il quotidiano locale Tuttoggi , in che modo queste persone avessero fatto del loro lavoro «l'occasione esclusiva per procacciare farmaci dopanti» con l'obiettivo di «alterare i risultati delle competizioni».

Vuoi vincere? Infiltriamo
Il veterinario Umberto Ricci è al telefono con Luca Innocenzi, fantino del rione del Cassero.
Ricci: «Ma la vuoi proprio vince 'sta Quintana eh?»
Innocenzi: «Damoglie un pochetto di benzina, Umbè, che stavolta se andiamo a vince dio caro facciamo un macello. Io non ho mai vinto, fammi vince dài»
R: «La infiltriamo lunedì la cavalla»
I: «La roba gliela facciamo tutta insieme o no?»
R: «Anche gli altri prodotti, non ci stanno problemi».

Fai sparire tutto
Il veterinario Ricci parla con Maurizio Conti, del rione Contrastanga.
Conti: «Senti Umbe', il Testovis (un anabolizzante, ndr ) sempre due fiale?».
Ricci: «Sì, non cambiare niente, fatelo sul culo. Ma ci stanno un'altra volta quelli?».
C: «Dice che ci dovrebbero stare ancora i carabinieri, che ne so».
R: «Fai sparire tutto».
C: «Ah, quello sicuro».

Si fa i finti scemi
A parlare è un altro veterinario, Ugo Carrozzo, con Decio Barili, priore del rione della Mora.
Carrozzo: «Che c'ha Phisys? (un cavallo, ndr )».
Barili: «Un frammentino sul nodello destro».
C: «Porca madosca, non bisogna dire niente a nessuno, s'infiltra e si fa i finti scemi».
B: «Dalla lastra lo vedono».
C: «Se la bruciano un po' può darsi che non lo vedono e può darsi pure che non le facciano le lastre che ne so».

Togli le etichette
Ancora il veterinario Carrozzo con Willer Giacomoni, fantino del rione Morlupo.
Giacomoni: «Ti ho chiamato per il Metacam».
Carrozzo: «Io non ce l'ho».
G: «Allora lo faccio comprare a quelli del rione».
C: «Sì, solo che quelli a dirgli adesso che gli facciamo un antinfiammatorio, quelli so' stupidi come la capre tibetane, non dirgli niente, compra il Flebocortid, e non fargli vedere troppe robe».
G: «E che devo fare? Quelli li nasano».
C: «Tu tieni tutto nascosto, togli tutte le etichette dai medicinali, non fargli vedere le cose che facciamo».
G: «Va bene».
C: «Hai fatto il Ranidil?».
G: «Sia oggi che domani».
C: «Perfetto poi ci interrompiamo perché il giorno della gara è pericoloso»

Bombardala alla morte
Di nuovo il veterinario Ricci e il fantino Innocenzi.
Innocenzi: «Umbè, dovevi vedere ieri sera Naval come galoppava. Una cosa divina, guarda, ti giuro, divina».
Ricci: «Questo ti dice che tocca corre da fresca». (...)
I: «Lo sai invece che ho pensato? Può darsi che sto a di' una cazzata, però secondo me è la cosa più intelligente, va beh, a parte infiltrata prima della gara...».
R: «Quella bombardarla alla morte, damme retta».
I: «Sì sì, bombardarla proprio, a non... Portarla senza mezzo dolore che la cavalla soffre dentro».


Lorenzo Salvia
03 novembre 2011 08:26



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Baracca con vista sul Colosseo i clandestini vivono tra le rovine

Il Messaggero

di Maria Lombardi
ROMA - La baracca è a un centinaio di passi dal Colosseo. Da una parte vedi l’azzurro del cielo attraverso gli archi, dall’altra il bianco del Vittoriano e di fronte le pietre della Basilica di Massenzio. I turisti che si affacciano dal belvedere Antonio Cederna per le foto più belle non possono notare quella casupola: ha il tetto e le pareti coperti da foglie di alloro, è nascosta dagli alberi.

C’è una vita clandestina tra le rovine della Roma antica. Si mimetizza tra la vegetazione, si confonde nel viavai di stranieri che salgono lungo il Clivo di Acilio per raggiungere la terrazza con un panorama indimenticabile sulla storia. Ci sono notti rubate e all’umido, protette soltanto da cartone e plastica, ci sono giorni che scorrono invisibili, passi che si perdono sulla terra. Il mini accampamento di fronte all’anfiteatro Flavio è stato tirato su con le tecniche della trincea, da lontano non si scorge altro che una macchia verde. Chi ci abita sa come muoversi lasciando poche tracce.

Ma basta arrampicarsi tra gli alberi che costeggiano il belvedere per scoprire che dietro l’alloro c’è una baracca, le pietre sul tetto tengono ferme le foglie. Dentro qualcuno ha lasciato un cuscino, una coperta, una bottiglia, una torcia, un paio di occhiali da sole, una scatola di biscotti. Ci vivono almeno in quattro o cinque persone. A pochi passi dal giaciglio tre reti rosse con materassi, una è poggiata sulla rete metallica, altre due coperte dal cellophane. In un angolo, un cumulo di immondizia: borse e portafogli, forse sottratti a qualche passante e poi gettati via, agendine, coperte, un giaccone. Sul muretto della terrazza un paio di scarpe abbandonate, tra le inferriate un filo elettrico tranciato.




Per buona parte della giornata il mini accampamento è disabitato. Nel pomeriggio comincia il viavai. Verso le 16 un uomo scende dalla collinetta dove è nascosta la capanna di cartone e legno, ha in mano una busta con del cibo. Si siede sulle pietre, tra i turisti che scattano foto, mangia e poi si mette a leggere un libro sui mormoni. Un paio d’ore più tardi viene giù un altro giovane, la pelle scura, si avvicina a una botola, lega l’anello a un laccio di plastica e la solleva: dentro custodisce uno zainetto. Lo mette sulle spalle e s’allontana. A pochi metri, sull’erba della Basilica di Massenzio, dorme un senzatetto, ha poggiato sulla ringhiera una coperta, in testa un cappello di lana. I turisti gli passano accanto.

Un altro dormitorio nella Roma archeologica. Come quello scoperto qualche anno fa ai margini dei Fori: materassi per clochard tra le pietre antiche, coperte e cartoni sistemati per garantirsi una notte a due passi dalla Colonna Traiana, le scarpe lasciate in un angolo. Il Campidoglio e la Sovrintendenza, in quell’occasione, assicurarono più sorveglianza con recinzioni e sistemi d’allarme. O l’ostello per senzatetto nascosto nei cunicoli di Castel Sant’Angelo: ci dormivano in sei su sacchi a pelo e materassi.

Giacigli improvvisati non solo tra le rovine antiche. I barboni avevano trovato rifugio anche al Verano, come hanno documentato alcune foto pubblicate sul Messaggero quattro anni fa. Nella cappelle del Pincetto vennero trovate sedie, tavoli, specchi, taniche di acqua e valigie. Questa è la città degli invisibili.


Giovedì 03 Novembre 2011 - 10:07    Ultimo aggiornamento: 10:29

Regione Lazio, consiglieri assenteisti d'oro

Fine del mondo, il predicatore sbaglia la data e si dimette

Corriere della sera

Harold Camping rinuncia (per ora) ad una nuova previsione



MILANO - Non ci sarà un’altra, l’ennesima, fine del mondo. Perlomeno non a breve. Harold Camping, l'ex ingegnere e ora novantenne predicatore californiano - il profeta di sventure che ha mandato nel panico un manipolo di adepti (ma ha fatto divertire tutti gli altri) - ha ammesso l’errore sulla fine del mondo, ha chiesto scusa per alcune esternazioni e si è dimesso da predicatore radiofonico.


MESSAGGIO AUDIO - Forse l’ha capito anche lui che non era più il caso di continuare. A gridare troppe volte «al giudizio universale, al giudizio universale!», si finisce per non essere creduti. E dopo la terza previsione sbagliata per Harold Camping - il pastore americano che aveva fissato per il 21 ottobre la fine del mondo (aveva già toppato nel settembre del 1994 e il 21 maggio scorso) - ora è arrivato il tempo delle scuse. Anche se fatte a modo suo. Mister Camping ha infatti inviato un messaggio audio di cinque minuti al portale del suo network radiofonico-religioso, la Family Stations.

Una sorta di mea culpa. Dice Camping: «Viviamo in un momento dove i problemi si susseguono giorno per giorno e quando si tratta di cercare di riconoscere la verità della profezia a noi risulta molto, ma molto difficile». L’arzillo vecchietto di Oakland (che non si è ancora del tutto ristabilito da un ictus che lo aveva colpito a giugno), ammette: «Il mancato ritorno di Gesù Cristo lo scorso 21 ottobre può sembrare imbarazzante per Family Radio». Infine sottolinea: «Dio è il responsabile di tutto; siamo giunti a questa conclusione dopo uno studio molto accurato della Bibbia».

PIANI DI DIO - Il predicatore spiega che «alla fine è Dio ad avere l'ultima parola e non è obbligato a rivelare i suoi piani». Camping non si scusa per le profezie sbagliate, lo fa per quei commenti di alcuni mesi fa secondo cui tutti coloro che non avessero creduto al giorno del giudizio (quello del 21 maggio 2011) non sarebbero stati salvati da Dio: «Decisamente, non avrei dovuto dire una cosa del genere», ha ammesso. Secondo il Christian PostCamping si sarebbe nel frattempo anche dimesso da predicatore dell’emittente californiana e dal suo ministero. Ciò nonostante, questo pastore che ha sbagliato a indicare il giorno in cui il mondo avrebbe dovuto vedere l’ultima alba, lascia una porta socchiusa: «Ricontrollerò i miei appunti con molta più attenzione». Difatti, «c'è un altro linguaggio nella Bibbia, e dobbiamo analizzarlo attentamente. Dovremmo avere molta pazienza». E ancora: «Dio possiede la verità, non noi».

BUSINESS - L’anziano biblista apocalittico, che si è persino aggiudicato l’Ig-Nobel (i premi Nobel per le ricerche più strampalate), ha trascorso quasi 70 anni a studiare la Bibbia sostenendo di aver sviluppato nel 1992 un personalissimo sistema matematico per interpretare le profezie delle Sacre Scritture. Trasmesso dalla catena di emittenti radiofoniche e da migliaia di cartelloni pubblicitari affissi un po’ in tutta America, quel messaggio era diventato quasi impossibile da ignorare. Infatti, in vista dell’Apocalisse del 21 maggio scorso, la Family Stations aveva speso oltre cento milioni di dollari per la campagna promozionale dell'evento che non si è mai materializzato. Tra il 2005 e il 2009 - sull’onda emotiva delle profezie - molti adepti si sono venduti tutto; hanno donato all’organizzazione del novantenne gran parte di loro averi, una somma stimata in oltre 80 milioni di dollari.


Elmar Burchia
03 novembre 2011 08:45




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Quei due Picasso che nessuno vuole

La Stampa

Il flop dell’asta di martedì sera di Christie's. Il 40 per cento delle opere rispedito al mittente


L'invenduto 'Tête de Femme au Chapeau Mauve' di Picasso
L'invenduto Tête de Femme au Chapeau Mauve di Picasso
PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

Quando anche Picasso, Degas, Giacometti e Matisse restano invenduti, viene naturale chiedersi se pure il mercato dell’arte sta crollando. La risposta degli specialisti è duplice: è vero che Christie’s ha commesso i suoi errori, nella deludente asta di martedì sera a New York, ma è anche vero che la crisi economica sta rendendo molto più prudenti i collezionisti.

Quella del Rockfeller Center era stata presentata come una serata eccezionale, forse anche troppo. Andavano all’asta 82 opere, che secondo le stime fatte in estate da Christie’s dovevano portare tra i 211,9 e i 304,4 milioni di dollari. Nel catalogo, tra gli altri, c’erano Picasso, Degas, Giacometti, Matisse, Magritte, Modigliani, Brancusi: quasi un museo, in poche parole. Era lecito, dunque, aspettarsi dei risultati all’altezza.

Alla fine della serata, però, 31 opere, cioè il 38% di quelle presentate, non avevano trovato un proprietario, consentendo a Christie’s di incassare «solo» 140,8 milioni di dollari. Peggio di così, in tempi recenti, era andata solo con l’asta del 6 novembre del 2008, sette settimane dopo il fallimento di Lehman Brothers, quando l’inizio della grande crisi economica aveva lasciato invenduto il 44% delle opere.

La principale delusione è venuta proprio dal pezzo più pregiato, almeno secondo le stime di Christie’s, cioé la «Petite danseuse de quatorze ans» di Edgar Degas, una scultura in bronzo da cui la casa pensava di poter ricavare fino a 35 milioni di dollari. È stata ritirata dopo un paio di offerte che non erano andate sopra i 18 milioni. Nessuno poi ha voluto la «Femme de Venise VII» di Giacometti, così come due dipinti di Picasso, «Tête de Femme au Chapeau Mauve» e «Femme Endormie», che ritraggono due amanti dell’artista spagnolo e dovevano costare tra 12 e 18 milioni di dollari. Anche «La robe violette» di Matisse e «La Lecon» di Renoir sono rimasti sul tavolo.

Un’eccezione positiva è stata l’asta per «The Stolen Mirror» del surrealista Max Ernst, che con 16,3 milioni è andato ben oltre le aspettative, mentre «La Femme qui Pleure» di Picasso è stata venduta per il doppio delle stime della vigilia. L’unico vero momento drammatico, però, c’è stato quando il gallerista Larry Gagosian e la rappresentante a Mosca di Christie’s, Sandra Nedvetskaia si sono litigati un bronzo di Brancusi, «Le premier cri», finito poi in Russia per 14,8 milioni di dollari.

Stiamo parlando di cifre che fanno uscire gli occhi alle persone normali, costrette a centellinare le uscite per mangiare una pizza ai tempi della crisi. Mettendo le cose in prospettiva, però, per il mondo dell’arte la serata di martedì è stata una specie di disastro. Christie’s si è assunta una parte di responsabilità, ammettendo che le stime di partenza erano «troppo aggressive». Qualche pezzo poi, come una scultura di Giacometti, aveva già girato troppo nel mercato privato senza trovare acquirenti. Infine il successo di Ernst, come quello dell’altro surrealista Paul Delvaux con «The Hands», dimostra che c’è anche un problema di gusti: si riesce ancora a vendere bene, se vengono offerte le cose giuste nel modo giusto.

Non c’è dubbio, però, che tanta prudenza viene anche dalla crisi: «Questa - ha commentato il dealer londinese James Roundell - era un’asta troppo grande perché il mercato la potesse digerire. L’incertezza economica ha avuto sicuramente un effetto». Anche i ricchi, di questi tempi, sono costretti a farsi i conti in tasca, quando vogliono investire o semplicemente togliersi uno sfizio.




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Niente più lavaggio per gli "stone washed"

La Stampa





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Ecco tutte le patacche di Ciancimino junior

di

Le perizie stroncano l’icona antimafia di Ingroia: manipolati il papello e i pizzini consegnati ai pm. L'esempio più eclatante: da un documento scritto da don Vito per la bozza di un libro vengono rubati, tagliati e incollati sun un post-it pezzi di una frase poi appiccicata sul famoso "papello"



Gian Marco Chiocci - Mariateresa Conti


I documenti di Ciancimino junior? Patacche. Non solo il «pizzino», falso, con il nome di De Gennaro, che è costato al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo l’arresto per calunnia. Falsi i riferimenti a Berlusconi. Falsi gli accostamenti «mafiosi» al generale Mori. Falsi persino i pizzini di Provenzano. E quanto al papello di Riina, la grafia non è quella del capo dei capi di Cosa nostra. Le perizie sulle carte consegnate a rate da Massimuccio al pm «partigiano» Ingroia stroncano l’attendibilità del superteste dell’inchiesta sulla «trattativa» Stato-mafia ai tempi delle stragi. Quel che emerge dallo studio del cartaceo spacciato come autentico da Ciancimino jr è una truffa.

Nemmeno troppo sofisticata. La parte più importante del carteggio (autentico) di don Vito è stata manipolata con tecniche da photoshop, sforbiciate, copia e incolla di frasi e firme trasportate da un documento all’altro. Gli atti più importanti sono tutti fotocopiati, per nascondere l’originale e il trucco. Come è accaduto al famoso «papello» con le richieste della mafia per bloccare le stragi, che con un provvidenziale quanto falso post-it è diventato l’atto d’accusa per il generale Mori e la base per l’offensiva al Cav.

Oltre al «timido» rapporto della Polizia scientifica sulle panzane prodotte dal superteste, le oltre 500 pagine di consulenza dei carabinieri del Ris, periti per conto della difesa guidata dall’avvocato Basilio Milio, danno i brividi. Altro che «icona dell’antimafia», come lo definì Ingroia. Massimuccio ha portato falsi su falsi. A decine. Ecco come sono stati manipolati i documenti che dovevano riscrivere la storia d’Italia.

LA LETTERA A BERLUSCONI
«L’onorevole Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive. Se passerà molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto a uscire dal mio riserbo (…)». Ricordate? È uno dei documenti che più hanno destato scalpore, la prova (fasulla) della presunta origine mafiosa di Forza Italia.

Ciancimino jr, sotto giuramento, riferisce che l’annotazione del padre è datata sicuramente 1994 (dunque in linea con le sue mirabolanti ricostruzioni tra mandanti esterni e trattative). Ma le perizie tecniche smentiscono il rampollo di Ciancimino poiché la carta su cui è stata scritta la famosa frase su Berlusconi è stata fabbricata tra il 1996 e il 2000 (compatibile con l’uscita dal carcere del padre nel 1999). E non solo. Falsa, o meglio spostata da un altro scritto originale di Ciancimino senior, è l’intestazione «per conoscenza al presidente del Consiglio dei ministri On. Silvo Berlusconi».

Lo aveva intuito per primo il blogger Enrico Tagliaferro, detto «Enrix», che nel suo sito fa le pulci a Massimo. Certifica oggi il perito della difesa (i pm non lo hanno fatto controllare dai propri consulenti): «Siffatto documento risulta ottenuto tramite una maldestra manipolazione posta in essere mediante opportuni ritagli ed una mirata giustapposizione della dicitura in intestazione. Si tratta, pertanto, di un documento certamente autografo di Ciancimino Vito Calogero ma non autentico poiché non contestuale ovvero in parte frutto di una trasposizione di un testo».

A smentire Ciancimino jr ci pensa lui stesso, nel libro «Don Vito» a pagina 229, dove viene riportata la parte del documento mancante, sacrificata per inserire la falsa intestazione a Berlusconi. Annotazione supplementare dell’esperto: «Appare opportuno far menzione, per mera cronaca, che in questo “range temporale” (tra il 1996 e il 2000) l’On. Silvio Berlusconi non rivestiva la carica di Presidente del Consiglio».

SPONTANEAMENTE, LA BUFALA
«Consegnato, SPONTANEAMENTE, al colonnello gen carabinieri Mario Mori, sez Ros». È scritto così nel celebre post-it allegato all’altrettanto celebre «papello» consegnato a fatica da Ciancimino jr, post-it che dà valore a un documento anonimo altrimenti privo di interesse. Se per i periti la grafia sull’appunto adesivo è di don Vito, tutt’altra storia è dove fosse collocata in origine la dicitura impressa del post it.

Sì, perché, guarda caso, la scritta ha gli stessi caratteri, le stesse minuscole, gli stessi identici tratti in corsivo e stampatello di un altro documento che Ciancimino senior aveva predisposto come promemoria del suo libro Le Mafie con questa dicitura: «registrato alla Siae nell’ottobre del ’92 e nello stesso mese SPONTANEAMENTE consegnato al colonnello dei carabinieri Mario Mori e al capitano De Donno, ambedue del Ros». Il taroccatore ha tagliuzzato e spostato le parole trasformando così la lista di appunti nel sigillo apposto sul «papello». Basta confrontare l’originale con la copia fasulla per restare basiti.

PAPELLO IN CERCA D’AUTORE
«Revisione Sentenza max processo, Annullamento decreto legge 41 bis, Revisione legge Rognoni-La Torre, Riforma legge pentii, Riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse-per condannati di mafia, arresti domiciliari dopo 70 anni di età (...)». Questo è il famoso «papello» consegnato da Ciancimino ai pm. «È di Riina», sostiene Massimuccio. I periti non solo non confermano la sua autenticità ma affermano che la grafia non è di Riina, e non è nemmeno dei 15 maggiori boss. Sul contenuto più di un sospetto, anche a causa del riferimento all’annullamento del 41 bis. Ciancimino jr colloca a giugno ’92 il papello. Ma il 41 bis allora non esisteva, (all’epoca si parlava di modifiche al decreto legge 306) è stato istituito a seguito della morte di Borsellino, un mese dopo.

SILVIO? SI COPIA E INCOLLA
«Rapporti Dell’Utri, “Berlusconi Ciancimino L’Espresso del 2.1.1989”, Alamia Imm San Marino, Edilnord, Rasini Bank Zummo, Vaselli 5 mld, avvocato Catalano Milano Gelli, Calvi, Consulente per Edilnord, “Milano truffa e bancarotta” (...)».

Il taroccamento, col copia-incolla, è lampante anche in questo appunto. I riferimenti «Berlusconi-Ciancimino» «L’espresso 2.1.89» e «Milano truffa e bancarotta» sono stati «rubati» da un altro documento, ritrovato, e pure pubblicato nello stesso libro autografo di Massimo (pagina 61) come titolo di un libro che i Ciancimino volevano scrivere. Il nome di Berlusconi, confermano i periti, non c’era nell’originale, e se è ricomparso ciò è dovuto a un lavoro di photoshop su carta prodotta tra dopo il 2004, non in linea con gli anni ’90 della trattativa.

LA SIMULAZIONE GALEOTTA
«F Restivo A Ruffini 1970-1990, G Santovito, R Malpica, F/C Gross (cerchiato, con un freccia che indica a destra, ndr) «De Gennaro», poi «V.Parisi. D.Sica, G.De Francesco, B.Contrada, L.Narracci, E.Finocchiaro (...)». Il testo del documento che ha portato Ciancimino Jr in galera per il riferimento a De Gennaro tratta di funzionari dello Stato collusi con la mafia. Massimo lo attribuisce al padre. La polizia scientifica ha dimostrato che il nome del prefetto è stato estratto da un altro pezzo di carta di Ciancimino senior che conteneva la scritta De Gennaro (riferito a Giuseppe, però, un giudice) e riversato ad arte, previa solita fotocopia, nell’appunto dato ai pm. Il supertestimone a verbale aveva dichiarato: «Quel nome (Gianni De Gennaro, ndr) l’ho visto scrivere da papà».

LA FALSA LETTERA A FAZIO
«Illustrissimo presidente dott. Fazio, sono Vito Ciancimino, il noto, questa mia lettera, a futura memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se realmente lei deciderà di scendere in politica come da Amici di regime mi è stato sussurrato (…)». È un falso, scrivono i periti, anche la fotocopia della lettera vergata con un sistema di videoscrittura con firma a penna, fotocopiata anch’essa, che doveva essere inviata (forse alla fine del ’93) dall’ex sindaco di Palermo all’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio.

Si dava conto del fallimento dello scellerato tentativo del generale Mori, osteggiato da Borsellino («sicuramente oppositore»), di bloccare il progetto stragista. «La firma di Vito Ciancimino non è contestuale al testo» sentenzia la polizia scientifica. E i periti della difesa di Mori rincarano: «La firma è sì manoscritta da Vito Ciancimino ma è stata prelevata da un documento precedente e trasposta». Così come l’appunto a penna alla segretaria («da rifare Rosalba») apparterrebbe a Massimuccio nostro. Quando Ciancimino testimonia al processo Mori confessa di aver ricevuto questa lettera da un “personaggio misterioso”, un mister x senza nome.

Poco dopo aggiunge che tutti i documenti provengono dall’archivio di suo padre. Quindi che la lettera di Fazio l’ha ritrovata nella sua cantina di Bologna, e che mister X gliene aveva data una uguale, senza firma del papà. Come si concilia, allora, l’amorevole dichiarazione della mamma che giurò d’averla trovata lei, a casa sua, in una carpetta?

IL PROFESSOR PROVENZANO
Anche i pizzini di Bernardo Provenzano, ovviamente prodotti da Ciancimino, sono un falso secondo i periti Di Dio e Marras. Binnu comprime il testo senza lasciare spazio tra una riga e l’altra, va a capo in modo elementare spezzando le sillabe col segno “uguale” e fa in media una decina d’errori a pizzino: scrive «anno» invece che «hanno», «nonè» al posto di «non è», «mà» con l’accento, «a scanzo» di equivoci, «sendire» per «sentire» e via discorrendo. Binnu by Massimuccio invece divide le sillabe correttamente e fa rari errori. E poi quei pizzini non sono stati scritti con la macchina da scrivere di Provenzano, sequestrata il giorno della sua cattura a Corleone. Insomma, tutto falso. Manipolato. Compresa la firma di don Vito sulla copertina del libro del figlio.




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