mercoledì 2 novembre 2011

Roma, arriva il treno del Milite Ignoto Cerimonia con protesta di lavoratori

Corriere della sera

Movimentata celebrazione alla stazione Termini: mentre Napolitano accoglie il convoglio, i lavoratori di Wagon Lits protestano per 485 lettere di licenziamento


ROMA - Movimentata cerimonia per l'arrivo del Treno del Milite Ignoto alla stazione Termini, in occasione del 150simo anniversario dell'Unità d'Italia. Mentre sul binario 1 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, accoglieva l'arrivo del convoglio speciale - che ha viaggiato da Aquileia a Roma (l'itinerario compiuto 90 anni fa dalla salma del Milite) - un gruppo di lavoratori dipendenti del Servirail Wagons-Lits ha portato sui binari vicini al convoglio storico striscioni e cartelli, per difendere il posto di lavoro messo a rischio da «485 lettere di licenziamento, a partire dal prossimo 11 dicembre». La protesta dei lavoratori addetti al servizio vagoni letto è durata pochi minuti, senza incidenti.

TARGA COMMEMORATIVA - Fischietti e trombette hanno disturbato per poco la celebrazione. Il Capo dello Stato ha poi visitato la mostra allestita all'interno delle carrozze del Treno del Milite Ignoto dal titolo «1921. Da Aquileia a Roma. Il Viaggio del Milite Ignoto», subito dopo aver - accompagnato dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa - scoperto una targa all'interno della stazione.
Assente Silvio Berlusconi - impegnato nel vertice sulla crisi economica a Palazzo Chigi -, all'iniziativa erano presenti invece il sottosegretario Gianni Letta, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, il presidente del Comitato per i 150 anni dell'Unità d'Italia Giuliano Amato, nonché l'Ad delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti.

«MORETTI VIOLA LE REGOLE» - «Moretti assume in Francia e licenzia in Italia», attaccano i lavoratori dei treni di notte, che in un volantino denunciano come sia «in corso una gara d'appalto, per l'affidamento, a partire appunto dall'11 dicembre e per il prossimo biennio, dei servizi notturni». Il capitolato d'appalto - vi si legge - prevede una forte riduzione del numero delle corse, «oltre a un drastico taglio degli addetti di bordo e delle città capolinea dei servizi». Non bastasse, dal capitolato è stato escluso il Roma-Parigi: le linee tra Italia e Francia saranno infatti assicurate dal personale francese di Thello, primo treno della nuova compagnia ferroviaria franco-italiana TVT».

EMANUELE FILIBERTO - Ad accogliere il Treno del Milite Ignoto a Termini c'era anche, un po' defilato rispetto alle autorità, Emanuele Filiberto di Savoia: «Credo che le celebrazioni per i 150 dell'Unitá d'Italia e il 90° anniversario del viaggio della salma del Milite Ignoto siano un bellissimo omaggio - ha detto - che oggi il presidente della Repubblica e le tante autorità presenti fanno ai caduti della I Guerra mondiale». Redazione online


02 novembre 2011 17:34



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I vichinghi arrivarono in America grazie (forse) a un minerale

Corriere della sera

È lo spato d'Islanda, varietà trasparente di calcite che polarizza la luce anche se il sole è nascosto dalle nubi


Un cristallo di spato d'Islanda e un drakkar vichingo
Un cristallo di spato d'Islanda e un drakkar vichingo
MILANO - Lo spato d'Islanda permise ai vichinghi di arrivare in America. Con le loro navi veloci e possenti dominarono a lungo l'Europa del Nord e grazie a esse raggiunsero il Nuovo Mondo almeno quattro secoli prima di Colombo. Ma come sia stato possibile che i vichinghi abbiano percorso migliaia di chilometri in mare senza l'aiuto della bussola (arrivata nel Vecchio Continente almeno un secolo dopo il tramonto del loro predominio) e senza carte nautiche è uno dei dilemmi su cui gli storici dibattono da decenni. Adesso uno studio, promosso da una squadra di ricercatori internazionali dell'Università di Rennes e pubblicato sulla rivista britannica Proceedings of the Royal Society A, propone una spiegazione di questo mistero storico molto affascinante che reinterpreta, in chiave scientifica, una delle leggende più misteriose delle epopea vichinga.

NAVIGAZIONE E ORIENTAMENTO - Ai tempi dei vichinghi la navigazione in alto mare era davvero difficile. Quando c'era bel tempo i navigatori nordeuropei si affidavano alla posizione del sole e delle stelle per indirizzare la rotta delle loro navi. Tuttavia tutto diventava più difficile quando il cielo era coperto dalle nuvole e in questi casi per non sbagliare rotta non bastava conoscere dettagliatamente i venti, le correnti, le maree delle fredde acque del nord.

Secondo una delle leggende più antiche scandinave, quando il tempo era brutto, i vichinghi per navigare usavano la sólarsteinnovvero «la pietra del sole» un misterioso minerale capace di individuare la posizione del sole. Lo studioso francese Guy Ropars, che ha guidato il gruppo di ricercatori internazionali, sostiene che la leggendaria pietra del sole non era altro che spato d'Islanda, un cristallo di calcite trasparente, relativamente comune in Scandinavia che ancora oggi è usato in alcuni strumenti ottici. Il minerale polarizza la luce del sole e ha la proprietà della doppia rifrazione. Ruotando permetteva di individuare con una buona precisione la posizione dell'astro che riscalda il nostro pianeta, anche quando non si vedeva.

RITROVAMENTO - La saga vichinga racconta che nei giorni in cui la nebbia era fitta, re Olaf «prendeva una pietra del sole, la rivolgeva verso il cielo e così intuiva la posizione dell'invisibile sole». Da parte sua lo studio dei ricercatori conferma che «i vichinghi avrebbero potuto usare questo strumento di calcite trasparente, conosciuto anche come spato d'Islanda, per individuare il posizionamento del sole». A rafforzare la teoria che il minerale fosse conosciuto dai navigatori nordeuropei è la recente scoperta del cristallo su una nave d'epoca elisabettiana affondata nel 1592 vicino all’isola di Alderney. Ciò dimostra che anche in un'epoca più moderna, in cui tra l'altro c’era già la bussola, i marinai si servivano del cristallo per la navigazione: «Abbiamo verificato che la presenza di un solo cannone estratto da questa nave, a causa della sua massa metallica, era capace di perturbare di 90 gradi l'orientamento di una bussola magnetica», dichiara lo studioso Guy Ropars. «Quindi, per evitare errori di navigazione quando il sole era nascosto, l'uso di una bussola ottica come lo spato d'Islanda poteva risultare essenziale persino in questa epoca».


Francesco Tortora
02 novembre 2011 18:41



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Uova trovate in una tomba etrusca

Corriere della sera

I resti facevano parte probabilmente di un pasto rituale di 2200 anni fa. «Stato di conservazione eccellente»


Altri resti
Altri resti
CIVITELLA PAGANICO (Grosseto) – L’albume e il tuorlo non esistono più, sostituiti da concrezioni millenarie di calcare che rendono ancora più interessanti quelle –uova dell’antichità. Aliene eppure affascinanti nella loro simbologia atavica, le uova, tre in tutto, facevano parte probabilmente di un pasto rituale di 2200 anni fa. Sono state trovate in una tomba etrusca del secondo secolo avanti Cristo a Casale di Pari, Valle dell’Ombrone tra le province di Grosseto e di Siena e sono considerate un ritrovamento importante dagli archeologi. Soprattutto per un motivo: «Il loro stato di conservazione è eccellente – spiega Angela Turchetti della Sovrintendenza archeologica della Toscana – e dunque ci consentirà di studiarle e probabilmente avere maggiori informazioni sulla vita degli Etruschi in generale e di questo sito in particolare».

LA NECROPOLI- Il tumulo è stato appena scoperto nell’area del castello di Casenovole, centinaia di ettari di proprietà della sovrintendenza. Qui si trova una necropoli etrusca in parte ancora inesplorata. La «Tomba delle tre uova» apparteneva probabilmente a un ricco abitante dell’Etruria. I resti sono conservati in una “olla”, una sorte di urna di terracotta dalla forma ovale. «Prima di aprirla la sottoporremmo a Tac – spiega ancora Maria Anela Turchetti -.

E’ ancora intatta e abbiamo mantenuto la posizione leggermente inclinata con la quale è stata trovata». Dalle analisi di laboratorio, sarà poi possibile sapere di più sui riti di cremazione: che temperatura raggiungeva la pira, se nella “olla” si trovano più corpi (magari di coniugi o familiari morti in epoche diverse e poi sepolti insieme) e altri particolari di estremo interesse per paleontologi, storici e archeologi. Si cercherà di capre anche perché, nello stesso periodo, i defunti venivano cremati ma anche tumulati integri, come se si seguissero diverse religioni.

LE UOVA- I palonutrizionisti, invece, si concentreranno su quelle tre uova eccezionalmente conservate. Sono quasi certamente di gallina, anche se non potrebbero mancare sorprese. «Dalle analisi cercheremo di stabilire se le uova fossero crude o cotte – continua la dottoressa Turchetti – e da qui tenteremo di dedurre i rituali di questo popolo così straordinario. Gli Etruschi, come altre civiltà, erano convinti che nel loro viaggio nell’Oltretomba i defunti dovessero essere accompagnati non solo da oggetti personali, ma da cibo e vivande.

Che venivano scelti secondo criteri simbolici». Le uova, simbolo di vita, avrebbero potuto significare una rinascita, per esempio. Dalla “Tomba delle tre uova” stanno venendo alla luce anche altre interessanti testimonianze. Che per ora gli esperti nascondono gelosamente (i reperti recuperati sono già in salvo a Firenze) per timore di intrusioni maldestre o peggio per paura dell’arrivo dei tombaroli. Che anche in Maremma hanno devastato necropoli bellissime cancellando per sempre tesori straordinari e capitoli interi di storia.



Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
02 novembre 2011 19:00



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L'ospedale non deve risarcire la paziente se la malattia è causata da una complicanza inevitabile

La Stampa


Con la sentenza n. 12274/11 la Cassazione ha stabilito che se a seguito di un’operazione chirurgica una paziente contrae un’infezione, non sussiste responsabilità della struttura ospedaliera se l’insorgenza della malattia è riconducibile a un evento imprevisto, non evitabile né imputabile alla condotta dei medici.

Il caso

Durante il ricovero in ospedale nel quale porta a termine la gravidanza, una signora contrae un’infezione addebitabile, a suo dire, all’operazione subita e chiede il risarcimento dei danni. In entrambi i gradi di giudizio la domanda è respinta e la donna propone ricorso per cassazione.

Secondo la donna, stante la natura contrattuale del rapporto tra lei e la struttura ospedaliera,  ricade sull’ospedale l’onere di dimostrare che ha eseguito correttamente la propria prestazione e che l’infezione contratta dalla donna sia conseguenza di una causa ad esso non imputabile. A suo parere, l’ospedale non ha fornito una prova valida che lo esonerasse dalla responsabilità e lamenta che la sentenza non abbia considerato queste circostanze.

Il Collegio, però, ritiene infondato il motivo del ricorso: in primo luogo ribadisce il principio di diritto in base al quale in caso di prestazione professionale medica in struttura ospedaliera resta a carico del debitore l’onere di dimostrare che la prestazione è stata eseguita in modo diligente, e che l’adempimento inesatto sia stato determinato da un evento non prevedibile e non prevenibile con la diligenza qualificata.

Ciò premesso, osserva che la sentenza impugnata, rilevata la natura contrattuale del rapporto, ha tratto le dovute conseguenze e si è avvalsa delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio per ravvisare una situazione non riconducibile a difetto di diligenza o perizia dei sanitari, perché al contrario si è in presenza di una causa di esonero della responsabilità contrattuale. La Corte territoriale, infatti, ha ricondotto l’infezione ad un evento imprevisto che non si può imputare alla condotta dei medici. Sono stati ritenuti corretti tanto la scelta dell’intervento chirurgico d’urgenza – ciò che ha costituito la causa mediata dell’infezione – in quanto non differibile nel tempo, tanto la tecnica operatoria utilizzata.

Si è considerato, poi, che l’infezione è stata generata da una complicanza che può verificarsi ma che, statisticamente, con una percentuale così bassa che la sua insorgenza non avrebbe potuto essere prevista ed evitata dai sanitari, adottando la diligenza richiesta nel caso concreto.

La sentenza impugnata, in altre parole, pur non avendo specificamente motivato in merito alla configurazione della causa di esonero da responsabilità per l’ospedale, come lamentato dalla ricorrente, si è avvalsa dell’elaborato peritale per giungere a tale conclusione.




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Le ganasce ci costano 17 milioni"

La Stampa

Attacco di Goffi (Udc) a Equitalia-Soris: «Con il fermo amministrativo dell’auto i proprietari non pagano il bollo». E con oltre centomila provvedimenti attivi in Piemonte, per il bilancio della Regione il conto diventa salato


L'ingresso di un ufficio di Equitalia
L'ingresso di un ufficio di Equitalia

Alessandro Mondo
Torino

Diciassette e rotti milioni: per la precisione, 17 milioni 200 mila euro. Soldi che in tempi di vacche magre - anzi: scheletriche - ingolosirebbero qualsiasi assessore al Bilancio. Soldi del bollo auto che la Regione - alle prese con un bilancio di lacrime e sangue, per tacere di quello del 2012 - non incassa. E questo, nonostante i risultati promettenti seguiti al piano per stanare gli evasori.

Il calcolo dell’ammanco, comprensivo di quelli maturati negli anni precedenti, è opera di Alberto Goffi - segretario regionale Udc e consigliere del partito di Casini a Palazzo Lascaris -, noto alle cronache per la sua ostinata battaglia contro le storture del meccanismo di recupero dei tributi statali ad opera di Equitalia: questa volta la società viene tirata in ballo, insieme a Soris, anche sul fronte meno conosciuto del bollo auto.

Il nesso tra i due operatori della riscossione e il gettito negato alla Regione rimanda al fermo amministrativo, una delle procedure esecutive che - oltre all’iscrizione d’ipoteca sugli immobili e ai pignoramenti dei conti correnti - vengono adottate una volta scaduti i termini di legge. Dove con «fermo amministrativo» o «ganasce fiscali» si intende l’atto tramite il quale le amministrazioni o gli enti competenti (Agenzia delle Entrate, Inps, etc.) provvedono tramite esattori alla riscossione coattiva di crediti insoluti bloccando un bene mobile del contribuente.

Tra le conseguenze, spiega Goffi, «l’impossibilità per il contribuente moroso di pagare il bollo auto e, come contropartita, l’obbligo di continuare a versare l’assicurazione Rc auto, «pur sapendo che in caso di sinistro con torto l’assicurazione eserciterà il diritto di rivalsa». Un paradosso: «In altri termini, si paga il premio assicurativo ma senza la copertura».

Quante sono le ganasce fiscali oggi attive nelle province piemontesi? A guidare la classifica è Torino, con 54.354 provvedimenti. Seguono Cuneo (14.519), Alessandria (9.920), Novara (7.088), Asti (5.203), Vercelli (4.334), Biella (3.479). In totale arriviamo a quota 101.179. I dati - aggiornati a ottobre 2011 e comprensivi del dato storico relativo agli anni precedenti (si parte dal 2006) -, sono stati elaborati dal Csi Piemonte. Zoomando sul 2010 si registrano 60.182 fermi amministrativi in Piemonte, 28.789 dei quali risultano già pagati. Il quadro del 2011 non è ancora completo: fino a settembre erano state attivate 76.432 ganasce, per attendere il numero ufficiale sulle cancellazioni bisognerà attendere la fine dell’anno.

Anche così, la situazione è emblematica. Il viaggio nell’assurdo, cominciato con l’iscrizione del fermo amministrativo del «signor X», porta dritto in Regione, dove il bollo auto è considerato una voce fondamentale del bilancio dell’ente: 470 milioni il gettito annuo, al netto di un’evasione alla quale l’assessorato al Bilancio ha dichiarato guerra. Calcolando una spesa media del bollo pari a 170 euro l’anno per auto, e moltiplicandola con il numero dei fermi amministrativi attivi in Piemonte - 101.179 - risulta che le ganasce fiscali creano complessivamente alla regione un danno economico di 17 milioni e rotti.

Il che, secondo il consigliere del partito di Casini, pone un doppio problema: al contribuente, impossibilitato a pagare il bollo auto, ma anche all’ente pubblico, privato di risorse preziose nel momento stesso in cui centellina quelle disponibili nell’esercizio impossibile di far quadrare i conti. Ha senso tutto questo? Non secondo Goffi. Pare che anche in piazza Castello ci stiano facendo un pensierino.




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L'appello di Gorgona: Presidente, ci salvi

Corriere della sera

Alcuni residenti dell'isola più piccola dell'Arcipelago Toscano hanno ricevuto richiesta di lasciare le loro case dal Demanio. Hanno scritto a Napolitano




LIVORNO - «Il nostro paese, la nostra storia e i nostri affetti stanno per essere cancellati da una decisione scellerata del Demanio di Stato». È un brano della lettera che il Comitato Abitanti Isola, che riunisce alcune famiglie di residenti dell'isola più piccola dell'Arcipelago Toscano, ha spedito al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo la richiesta che alcune di loro hanno ricevuto, spiegano, di lasciare le case entro la fine dell'anno.


LA LETTERA - «Siamo gli ultimi abitanti dell'antico borgo dei pescatori dell'isola di Gorgona - ha scritto il comitato nella lettera - Il nostro paese, la nostra storia e i nostri affetti stanno per essere cancellati da una decisione scellerata del Demanio di Stato che, improvvisamente e senza un valido motivo, ci ha chiesto di lasciare le case che abbiamo in concessione entro il 31 dicembre». Il Demanio ha confermato che la decisione è maturata perchè gli alloggi non sarebbero più utilizzabili finchè non saranno eseguiti lavori di messa a norma; gli abitanti sostengono invece che i lavori di manutenzione e messa in sicurezza sono stati effettuati in gran parte da loro stessi.

«Scomparirebbe improvvisamente un intero paese e i suoi 64 abitanti che da due secoli abitano Gorgona - prosegue la lettera - Siamo in regola con i pagamenti e ci siamo sempre fatti i lavori da soli affinch‚ le case resistessero al tempo e alle intemperie. La preghiamo di intervenire affinchè questa decisione venga revocata e si trovi un'intesa». Il consiglio di zona, organo istituzionale che fa parte della circoscrizione 2 del Comune di Livorno, ha chiesto già nei giorni scorsi un incontro con il direttore regionale dell'Agenzia del Demanio a Firenze.

02 novembre 2011




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Tenaris-Dalmine Salta accordo festivo Ma gli operai lavorano lo stesso

Il Giorno

Sono stati gli stessi lavoratori a consultarsi e contarsi insieme ai capiturno e l’80% di loro si è presentata in fabbrica, anche se con la prospettiva di incassare 40 euro meno della proposta originaria

Operaio



Bergamo, 2 novembre 2011 -  Non si raggiunge l’accordo tra azienda e sindacati per il lavoro festivo con pagamento maggiorato? I lavoratori si presentano al lavoro lo stesso. Una situazione inedita, quella verificatasi ieri alla Tenaris-Dalmine, dove la scorsa settimana l’azienda aveva chiesto ai sindacati una giornata di lavoro festivo straordinario per il 1° novembre nel reparto bombole, in modo da poter rispettare delle scadenze di consegna.

Il tutto per 90 euro in più sulla normale giornata di straordinario festivo, per un totale di 200 euro netti. Ma di fronte alle difficoltà di raggiungere un accordo, l’azienda aveva ritirato la proposta, suscitando dure critiche da parte degli operai nei confronti delle Rsu. Ma alla fine ieri si è lavorato lo stesso. Sono stati gli stessi lavoratori a consultarsi e contarsi insieme ai capiturno, e ieri l’80% di loro si è presentata in fabbrica, anche se con la prospettiva di incassare 40 euro meno della proposta originaria. L’accaduto sta facendo aprire un dibattito fra i sindacati del settore, ai quali erano iscritti anche molti di coloro che hanno lavorato ieri.
Fonte Agi




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Il Comune di Padova non conosce la crisi 150mila euro per due staute: scoppia la polemica

di

L'amministrazione di centro sinistra ha indetto un bando pubblico per due sculture dal valore di 150mila euro. Lo scopo è quello di valorizzare la zona degradata della Stazione. Polemica della Lega Nord. A Belluno invece, per far cassa, il comune mette all'asta una scultura




C'è chi, per far cassa, mette all'asta una scultura e c'è chi invece indice un bando pubblico per due sculture dal valore di 150mila euro. Naturalmente, in tempi di crisi, il primo caso, di cui è protagonista il comune di Belluno, non fa scalpore. Al contrario, il secondo caso ha suscitato polemiche, soprattutto da parte di esponenti della Lega Nord, ai quali non è andata giù la scelta del comune di Padova. In tempi di crisi, un bando pubblico per due opere d'arte da posizionare in piazzale Stazione non è proprio qualcosa di appropriato. E poco importa se il fine è quello nobile dell'arte e di valorizzare una delle zone più degradate e pericolose della città veneta.

E' il costo che fa storcere il naso ai leghisti e non solo. 150mila euro per l'idea del vicesindaco Ivo Rossi facente parte dell'amministrazione di sinistra che cozzano poco con il periodo di antipolitica e di austerity. Ma poco importa. Come riportato dal Mattino di Padova, l’amministrazione cerca due opere d’arte: "una da piazzare sul lato nord ovest, di fronte al fabbricato visitatori, e retribuita con 110 mila euro (la base dovrà stare in un rettangolo di 2 metri per 18, l’altezza andrà fra i 12 e i 14 metri); l’altra, all’altezza della fermata del tram, sarà più piccola (sarà alta fra i 5 e i 6 metri), dal costo di 40 mila euro".

Adesso non resta che attendere le proposte degli artisti e vagliarle. Sempre secondo il quotidiano locale, si può pure proporre un soggetto a cui dedicare i monumenti. E in pole ci sarebbe il patrono della città: Sant'Antonio. I tempi di vacche magre non preoccupano il vice sindaco Rossi, che difende a spada tratta la scelta in favore dell'arte.  "L’uomo sin dall’età della pietra ha sentito la necessità di elevarsi dall’oppressione del quotidiano attraverso l’arte - ha spiegato Rossi - Noi a Padova pensiamo che si possa progettare anche in momenti delicati come questo una città che sa accogliere le migliaia di persone che qui arrivano per lavoro, studio e turismo in una maniera degna di una grande realtà europea".

Rossi ha poi chiarito che la decisione di realizzare le opere d’arte è maturata due anni fa e il bando arriva ora dopo una attenta riflessione in seno alla Giunta comunale. "La sfida della bellezza - ha aggiunto Rossi - è la vera sfida della civiltà: imbarbarirsi in polemiche mi sembra una regressione di cui non abbiamo proprio bisogno in questo momento". Alla fine la differenza sta nel credere o meno nell'arte. Padova ha deciso di crederci, mentre il comune di Belluno, per fare cassa, ha deciso di mettere all'asta per 400mila euro una scultura di Giò Pomodoro, pagata 5 anni fa 292mila euro.




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Assange perde l'appello sull'estradizione: 2 settimane per ricorso alla Corte Suprema

di

L’Alta Corte di giustizia di Londra ha respinto il ricorso del fondatore di Wikileaks contro l'estradizione in Svezia, dove Assange deve rispondere dell'accusa di stupro e aggressione sessuale nei confronti di due donne




Londra - Brutte notizie per il fondatore di Wikileaks, Julian Assange. L’Alta Corte di giustizia di Londra, infatti, ha respinto il ricorso dell'australiano contro l'estradizione in Svezia, dove Assange deve rispondere dell'accusa di stupro e aggressione sessuale. E' molto probabile, a questo punto, che Assange presenti ricorso alla Suprema Corte del Regno Unito.


Accusato di stupro da due donne svedesi, il quarantenne Assange è stato arrestato nel dicembre 2010 a Londra, in virtù di un mandato di cattura europeo spiccato dalle autorità svedesi. Poi è stato posto agli arresti domiciliari che ha scontato a di un amico, a due ore dalla capitale britannica.
L’arresto di Assange destò molto scalpore e avvenne proprio mentre Wikileaks stava pubblicando migliaia e migliaia di documenti diplomatici americani riservati. Assange da parte sua ha sempre negato ogni accusa, affermando che le due donne fossero consenzienti.

Due settimane per il ricorso. Assange ha 14 giorni di tempo per presentare alla Corte Suprema un ricorso contro la sua estradizione. Se Assange dovesse fare appello e convincere la Corte Suprema ad accettare di ridiscutere il suo caso, potrebbe rimanere in Gran Bretagna in libertà vigilata in attesa di una nuova udienza. Se invece non dovesse presentare ricorso l’australiano potrebbe essere trasferito in Svezia entro 10 giorni.




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Messico-Usa, la droga ora passa il confine lanciata con le catapulte

Corriere della sera

I lanciatori rudimentali sequestrati alla frontiera con l'Arizona permettono di superare le barriere di 9 metri


Un «proiettile» di Marijuana catapultato in Arizona
Un «proiettile» di Marijuana catapultato in Arizona

WASHINGTON – Ingegnosi. Determinati. E, soprattutto, criminali. I contrabbandieri di droga messicani continuano a studiare sistemi per trasportare i carichi dall’altra parte del confine. L’esercito ha annunciato di aver scoperto ad Agua Prieta, cittadina che «tocca» l’americana Douglas (Arizona), due catapulte. Una era trainata da un camioncino, la seconda nascosta all’interno di un edificio. Nella medesima operazione i militari hanno sequestrato oltre una tonnellata di marijuana.

«PROIETTILI» DI MARIJUANA - Probabilmente doveva essere lanciata usando proprio le catapulte. Già un anno fa, i servizi di sicurezza ne avevano sequestrato un’altra sempre a Agua Prieta Di recente, a Nogales, l’altra città dell’Arizona seduta sulla frontiera, sono stati recuperati degli insoliti «proiettili»: pacchi di marijuana del peso di 7,7 chilogrammi modellati per dargli una linea più aerodinamica. Secondo la Border Patrol i trafficanti dispongono di lanciatori rudimentali. Potrebbero essere delle catapulte oppure i cosiddetti cannoni ad aria compressa costruiti in qualche officina.

NUOVE BARRIERE - I narcos sono stati costretti a ricorrere a questi sistemi per superare le nuove barriere erette dalle autorità americane in alcuni punti del confine. Fino a pochi mesi fa il muro era costituito da pannelli in metallo, avanzi della guerra in Vietnam. Un ostacolo – si fa per dire - alto circa tre metri. Ora nel settore di Nogales è stata introdotta una nuova palizzata con misure che variano tra i 7 e i 9 metri.

LA «VIA AEREA» - Il modus operandi inventato dai narcos è relativamente semplice. Piazzano il loro lanciatore a ridosso della frontiera in una delle numerose case appoggio di cui dispongono. E poi tirano il proiettile oltre il muro in un punto dove c’è in attesa il «ricevitore». A volte è il cortile di una delle abitazioni color pastello che «guardano» verso sud. In altre è un parcheggio o una delle strade che formano un reticolo nei pressi del muro.

La contiguità dei centri abitati messicano e americano, divisi appena dal confine, favorisce l’operazione. Ma è essenziale essere veloci perché la Border Patrol è presente in modo massiccio con le sue pattuglie e può contare su un sofisticato sistema di telecamere collegate al comando. Un apparato costoso che costringe i trafficanti a inventare qualcosa di nuovo. Quella che scherzosamente è definita la «via aerea» rappresenta un’alternativa alla «rotta sotterranea». Nogales è infatti la capitale dei tunnel clandestini scavati sotto la frontiera dagli uomini del cartello di Sinaloa.


Guido Olimpio
02 novembre 2011 11:10



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Ma che cosa succede se un Paese va in default?

Corriere della sera

Dalla Grecia all'Italia, ecco i rischi per gli Stati


Chiunque può fare default, cioè fallire. Può essere insolvente un individuo, ma anche una famiglia, oppure un'azienda, un ospedale, una banca, un Comune e pure uno Stato. I conti sono in rosso (le spese superano le entrate) e non si riesce più a pagare i creditori. Ovviamente cambia la scala degli effetti. Se a essere sopraffatto dai debiti è un singolo cittadino, lascerà da saldare l'affitto, le rate dell'auto, il finanziamento della banca...

Se fallisce un'azienda, il peso ricadrà su dipendenti e fornitori. Se un Comune, interviene lo Stato centrale e i servizi ai cittadini proseguono (magari ridimensionati). Ma se è uno Stato a fare default, significa che non è più in grado di fronteggiare gli impegni economici assunti: dal rimborso alla scadenza prevista del denaro preso in prestito per finanziarsi attraverso l'emissione di titoli di Stato, agli stipendi da pagare ai dipendenti pubblici.

Il fallimento dell'Argentina nel 2001 è un ricordo ancora vivo nei risparmiatori italiani che avevano nel proprio portafoglio i tango bond: divennero carta straccia. Ma è vivo soprattutto nella classe media argentina che si trovò sul lastrico. Certo, Buenos Aires è ancora lì, però popolazione e risparmiatori hanno pagato a caro prezzo le scelte economiche e politiche - sbagliate - della Casa Rosada. Ma com'è possibile che uno Stato dell'Eurozona faccia default?

In effetti nel 1992 il Trattato di Maastricht introdusse il tetto del 3% del Pil per il deficit e del 60% del Pil per il debito pubblico come condizioni da realizzare entro il 1997 per i Paesi che volessero entrare nell'euro. Poi venne anche il Patto di stabilità, ovvero l'accordo che imponeva il controllo delle proprie politiche di bilancio per mantenere fissi i parametri di Maastricht e che introduceva anche le sanzioni. Gli Stati, chi più chi meno, non hanno rispettato i parametri. La Grecia è arrivata a truccare i conti. L'Italia ha semplicemente un deficit pari al 3,9% del Pil e un debito del 120,6% sul Pil.


TASSI
Che effetto ha per imprese e risparmiatori l'aumento dello spread?
Ieri è stato registrato il nuovo record assoluto del differenziale di rendimento tra i Btp e i Bund dalla nascita dell'euro: lo spread ha sfondato la quota dei 450 punti e il rendimento il 6,3% avvicinandosi alla soglia del 7%, che viene indicata dagli operatori come la linea rossa che separa un Paese dal default. Lo spread è la cartina di tornasole della salute (finanziaria) di uno Stato e misura il costo di finanziamento del debito pubblico di un Paese. Presa la Germania come lo Stato più affidabile e solido, lo spread indica quanti più interessi deve pagare in questo caso l'Italia per piazzare i propri titoli e si misura in centesimi di punti percentuali. Nel momento in cui i mercati perdono la fiducia nei confronti di un Paese, diminuisce anche la domanda dei bond di quello Stato e automaticamente il compratore chiede un rendimento più alto per assumersi il rischio. Così si innesca una sorta di spirale che porta a un ulteriore aumento della dimensione del deficit. Ieri l'Italia è stata tutto il giorno nel mirino degli speculatori, che la considerano ormai il prossimo anello debole dell'euro e sul mercato dei titoli di Stato, il Btp decennale è stato oggetto di forti vendite.


ITALIA
Deficit al 3,9%, debito a 1.900 miliardi
Siamo sorvegliati speciali?

Dopo la Grecia, adesso è l'Italia ad essere «sorvegliata speciale» da Bruxelles. Motivo i suoi conti: deficit pari al 3,9% del Pil, debito pubblico del 120,6% sul Pil, in valori assoluti poco sotto i 1.900 miliardi. Da più parti si sente ripetere che l'atteggiamento dei mercati nei confronti del nostro Paese non tiene conto dell'economia reale, del nostro tessuto industriale, del fatto che siamo la seconda manifattura d'Europa e che le nostre banche si sono dimostrate più solide di altre dell'Eurozona. Ma pesa secondo la Ue l'incapacità politica di fare quelle riforme che darebbero slancio alla crescita e che permetterebbero di contenere la spesa. Se si guardano le cifre, il costo medio del nostro debito è del 4% e dopo lo scossone dato dai mercati in agosto, ha cominciato a salire ma molto lentamente ed è ancora sotto controllo. Tuttavia il rifinanziamento delle scadenze dell'Italia è ora condizionato anche dal rischio liquidità sul mercato. Però se il debito smettesse di aumentare, con una crescita nominale del 7% dal 2012-2014 (possibile in tempi normali) il debito scenderebbe al 112,4%. Ma all'orizzonte del 2012 c'è chi vi vede una forte frenata della crescita.


GRECIA
Perché i 110 miliardi di euro non bastano ancora al salvataggio?
Il piano di salvataggio europeo è articolato in tre parti. Un piano di aiuti per la Grecia da 110 miliardi di euro, che si aggiunge al vecchio di pari valore del maggio 2010, e che sarà integrato da ulteriori 30 miliardi. Sarà anche rivisto il «private sector involvement»: le banche "volontariamente" accettano di rivedere le condizioni di rimborso sui bond greci. Le perdite stimate si aggirano intorno al 50% del valore del titolo. La seconda parte del piano riguarda le banche, a cui è stato chiesto di rafforzare il proprio capitale. La ricapitalizzazione è stata fissata per 106 miliardi di euro, che dovrebbero consentire di portare il coefficiente patrimoniale (detto core tier 1) al 9% entro il 30 giugno 2012. Per le banche italiane si parla di 14,8 miliardi. Se entro quella data non sarà raggiunto il parametro, scatterà l'iniezione da parte dei rispettivi Stati o dal Fondo europeo qualora i bilanci nazionali non la consentisse. La terza parte riguarda il Fondo salva Stati Efsf, dotato di 440 miliardi, di cui circa 300 ancora impiegabili. Interverrebbe a garantire gli investitori sul primo 20% di eventuali perdite su bond di futura emissione.


MONETA UNICA
L'euro può davvero fare crac, possono tornare la lira e la dracma?
È davvero possibile che l'euro fallisca e che l'Eurozona si frantumi? I leader europei hanno difeso con determinazione la moneta unica, sostenuti anche dalla Banca centrale europea. La cancelliera tedesca Angela Merkel lo ha dichiarato pubblicamente: bisogna evitare la fine dell'euro perché vorrebbe dire la fine dell'Europa. Non è solo una questione economica ma anche politica, connessa al processo di integrazione europeo. Difesa dai capi di Stato, la moneta unica subisce però lo scetticismo dell'opinione pubblica. A settembre il 76% degli elettori tedeschi non condivideva il potenziamento del Fondo salva Stati. E in Grecia più volte gli slogan della piazza hanno invocato l'uscita dall'euro. Un default disordinato di Atene avrebbe delle conseguenze pesanti in tal senso, perché aumenterebbe la pressione per liberare il Paese dalla moneta unica. Certo, si tratta per ora di uno scenario alquanto improbabile. E poi la Bce non ha ancora messo in atto tutti gli strumenti a sua disposizione: potrebbe iniziare a comprare sul mercato titoli europei come ha fatto la Fed con i titoli di Stato Usa (180 miliardi di euro contro 1.500 miliardi di dollari).



DEMOCRAZIA
Perché Papandreou ha indetto un referendum sul pacchetto di aiuti?
La crisi economico-politica che ha coinvolto la Grecia sta mettendo a dura prova il governo di Atene, costretto a fare scelte estremamente impopolari per poter andare incontro alle richieste dell'Europa, che vuole garanzie per il proprio aiuto. Di fronte all'impossibilità di far applicare alla stessa amministrazione dello Stato le decisioni prese, il premier George Papandreou ha indetto un referendum popolare sul salvataggio del Paese concordato con l'Unione europea. Il primo appuntamento cruciale per il primo ministro greco è il voto di fiducia del Parlamento a cui il governo di Atene si sottoporrà venerdì. Quanto al referendum, nel caso in cui dovessero prevalere i «no», la Grecia rischia un default disordinato, che inevitabilmente contagerà altri Paesi europei. «Il referendum rafforzerà la Grecia all'interno dell'Eurozona e sul piano internazionale», ha dichiarato Papandreou alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Che la situazione sia politicamente delicata, lo dimostra la decisione presa ieri da Atene di cambiare tutto lo Stato maggiore del suo esercito.


GERMANIA
I no della Merkel hanno davvero allontanato la soluzione della crisi?
La Germania è la prima della classe dell'Eurozona. È la prima economia dell'Europa e i suoi titoli di Stato sono il riferimento per valutare quelli degli altri Paesi. Forte della sua tripla «A» è stata ed è la regista delle decisioni che vengono prese in Europa. Berlino si è fatta carico della maggior parte del rischio, sia nel prestito concesso alla Grecia, sia nel Fondo salva Stati europeo Efsf. Tuttavia sulla cancelliera tedesca Angela Merkel pesano degli errori di conduzione politica. Primo fra tutti il ritardo nel prendere le decisioni. Un esempio gli aiuti ad Atene: l'intervento è slittato dal febbraio 2010 al maggio dello stesso anno (diventando molto più costoso). La Merkel ha dovuto infatti fare i conti innanzitutto con il proprio elettorato, particolarmente scettico nei confronti dell'Europa e dei Paesi bisognosi di aiuto per il mancato rispetto delle regole. Le scadenze elettorali tedesche hanno condizionato l'azione di frau Merkel. Altro «passo falso» la scelta di insistere fin dall'ottobre 2010 sul coinvolgimento dei privati nelle perdite legate alle crisi dei debiti sovrani. Il risultato è stato destabilizzare i mercati, che hanno «eliminato» prima l'Irlanda e poi il Portogallo.

Francesca Basso
02 novembre 2011 09:51



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In copertina satira su Maometto Incendio al giornale Charlie Hebdo

La Stampa

Lancio di molotov contro la sede del settimanale. Si segue la pista dei fondamentalisti islamici



La prima pagina su Maometto del settimanale satirico Charlie Hebdo

Incendio a Parigi nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, attaccato nella notte con il lancio di bottiglie molotov. L'attentato è avvenuto poche ore prima della pubblicazione di un numero speciale dedicato alla Primavera araba ribattezzato per l'occasione Sharia Hebdo, con in copertina il profeta Maometto che prometteva «100 frustate se non muori dalle risate».

Una provocazione che fa pensare che l'attacco possa essere opera di fondamentalisti islamici. La molotov è stata lanciata all'una di notte attraverso una finestra e ha avvolto nelle fiamme tutti icomputer della rivista, provocando danni gravissimi. L'editore, conosciuto con il soprannome di Charb, è certo che vi sia un legame con il numero speciale:

«Avevamo ricevuto messaggi di proteste, minacce e insulti su Facebook e Twitter», ha spiegato. La rivista è in edicola con un numero «celebrativo» della vittoria degli islamici nelle elezioni tunisine e della decisione del nuovo governo libico di adottare la Sharia, con Maometto come «ospite» speciale. Charb ha respinto le accuse di voler provocare i musulmani: «Facciamo il nostro solito lavoro, l'unica differenza è che abbiamo Maometto in copertina e questo è abbastanza raro».

Charlie Hebdo, vicino alla Gauche ma capace di attaccare chiunque a suo dire minacci la libertà d'espressione, aveva già fatto infuriare molti musulmani con la pubblicazione nel 2006 delle vignette su Maometto del giornale norvegese Jyllands-Posten. In quell'occasione il Consiglio francese del culto musulmano aveva chiesto il ritiro delle copie. Il settimanale assunse l'attuale nome nel 1970, in seguito alla messa al bando del suo predecessore, Hara-Kiri, per un articolo irriverente sulla morte di Charles De Gaulle.




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Spunta la casta dei monnezzari. Più soldi per non pulire

Libero




E poi dicono che i rifiuti, in particolare quelli napoletani, non sono una ricchezza. Certo, tutto dipende da che parte state della barricata, se da quella del cassonetto stracolmo e maleodorante o da quella della gestione del problema. Ebbene, se siete al di là della trincea della “munnezza”, vi può capitare di portare a casa non uno ma tre stipendi. E non perché abbiate liberato le strade del capoluogo partenopeo, sistemato le discariche e messo a regime i termovalorizzatori, ma perché siete stati semplicemente nominati commissari ad acta.

Insomma, la casta, quella con i privilegi a prescindere, i cavilli giuridici studiati a tavolino, le stranezze amministrative, non si annida solo nei palazzi della politica romana, ma vive e lotta anche in periferia. A Napoli, nel caso in questione, la realtà supera addirittura la fantasia. Sui costi dello smaltimento dei rifiuti in Campania è stato detto e scritto molto, considerato l’impegno personale profuso dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel tentativo di spezzare la perversa spirale dell’emergenza continua.

Nonostante gli sforzi fatti, l’impiego dell’esercito, i decreti varati a tempo di record, dal cilindro dell’italica furbizia è spuntato un altro cavillo che riguarda i commissari di nomina regionale. Secondo quanto denunciato dal Mattino di Napoli, i responsabili straordinari del piano rifiuti, nominati a gennaio e in carica sino a dicembre,  percepisco  il doppio stipendio e, in un paio di casi, persino triplo. Eppure la legge che regola la materia prevede che i prefetti e gli esperti invididuati dal presidente della Regione lavorino gratis. Siccome siamo in Italia, a Napoli  nel caso in questione, l’avvocatura dello Stato ha stabilito che un compenso a titolo di indennità deve essere pagato ai commissati ad acta.

Secondo l’interpretazione dei legali lo stipendio, o indennità che dir si voglia, deve essere finalizzato non solo al pubblico interesse ma anche «al decoro della funzione». Che cosa intendano con questa aulica affermazione, onestamente, è difficile dirlo. Devono essere ben vestiti? Viaggiare su auto di lusso? Boh. E pur di assicurare questo decoro gli emolumenti mensili  vanno dal 70 al 95 per cento della retribuzione del «personale dirigenziale apicale della Regione» che guadagna, secondo quanto scritto del decreto, 4.468,42 euro lordi al mese. A questi vanno aggiunti i rimborsi di tutte le spese «di vitto e di trasporto documentate e correlate all’espletamento dell’incarico». Tutti soldi che escono dalle casse delle amministrazioni locali e che vengono sottratti alla gestione dell’emergenza rifiuti.

L’effetto più evidente di questo spreco “legalizzato” è sotto gli occhi di tutti. L’anno è quasi passato, il piano con il quale si sarebbe dovuta affrontare l’emergenza è stato effettivamente varato, ma le discariche non sono state aperte. La provincia di Napoli, tanto per dirne una, sta ancora cercando l’accordo con i sindaci interessati. A beneficiare di questo trattamento privilegiato sono i sette responsabili dell’attuazione del programma del piano rifiuti. Annunziato Vardè si occupa delle discariche, Alberto Carotenuto del termovalorizzatore di Napoli est, Pasquale Manzo, Gennaro Russo, Carmine Gambardella, Giovanni Ferrari e Vincenzo Belgiorno dei vari Stir (stabilimenti di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti) sparsi per la Campania. I sette commissari avrebbero dovuto appaltare  i lavori per aggiungere i processi di stabilizzazione agli impianti di tritovagliatura, ma la meta è ancora lontana, nonostante il doppio o il triplo stipendio.

di Enrico Paoli
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Colf pagate più dei chirurghi per pulire le case dei generali

Corriere della sera

Aeronautica: bando da 2,3 milioni per nove alloggi


MILANO - AAA cercansi donne pulizie e cuoche, pagate come un docente universitario. Le parole dell'annuncio, certo, non sono esattamente queste. Ma il senso sì: per accudire nove appartamenti delle alte sfere militari l'Aeronautica stanzia per quattro anni (di questi tempi!) 1.884.798 euro e 72 centesimi più Iva (altri 395 mila) per un totale di 2.279.798 euro. Media: quasi 253.310 ad alloggio.


La gara, appena conclusa, non lascia spazio a dubbi. Non vengono cercati manager, ingegneri nucleari o ricercatori scientifici. Le mansioni sono queste: «Servizi di pulizia e rassetto camere e locali connessi, nonché i servizi di cucina, mensa e sguatteria». Per essere più precisi, chi è assunto attraverso una ditta apposita deve «mantenere un livello igienico sanitario ottimale dell'ambiente», occuparsi della «spazzatura e lavatura dei bagni comprese le relative pareti piastrellate» e della «lavatura specchi ed arredi vari, lavatura e disinfestazione sanitari», prendersi cura «dei contenitori porta rifiuti negli appositi cassonetti esterni per la raccolta differenziata» nonché della «lavatura degli stessi contenitori e sostituzione dei sacchetti porta rifiuti» e ancora della «battitura di cuscini e divani» più ovviamente la «battitura degli scendiletto».

Va da sé che viene chiesta una particolare attenzione per il «lavaggio e la lucidatura con idonei prodotti di tutta la posateria in alpacca argentata/argento, di vassoi e stoviglie di ogni genere». Per non dire della cucina dove deve «curare il servizio di confezionamento e distribuzione pasti». E provvedere «alla pulizia ed al riassetto di tutti i locali (cucina) ed attrezzature (piani di cottura, frigoriferi, congelatori, lavelli, elettrodomestici in genere) utilizzati, nonché lavatura, rammendatura, cucitura e stiratura di tovagliato».

La gara, pubblicata sul web il 5 ottobre con scadenza il 20 ma sembra ignota perfino ai vertici politici della Difesa, prevede sei «lotti» di «Asir», gli alloggi di servizio assegnati a generali o ammiragli che ricoprano incarichi di alto comando «con occasionali necessità di rappresentanza che comportino l'organizzazione di pranzi o ricevimenti ufficiali nell'alloggio stesso». Quattro appartamenti a Roma, uno a Milano, uno a Firenze, uno a Poggio Renatico (Ferrara), uno a Pozzuoli e l'ultimo a Bari.

Le misure sono diverse. L'alloggio del capo di stato maggiore a Roma, per dire, si estende su 399 metri quadri di parquet, 143 di marmo, 275 di terrazzo, 48 di pianerottolo interno. Ha inoltre 188 metri quadri di maioliche, 78 di «superfici vetrate», 240 di rivestimento in legno... Tenerlo in ordine richiede minimo minimo un paio di domestici. Per altri lo spazio è meno spropositato.

Prendiamo l'esempio di Pozzuoli? Dice l'allegato B/5 che si tratta di un appartamento di 189 metri quadri che richiede un servizio di 176 ore al mese. Fatti i conti, la domestica chiamata a prendersi cura per 44 ore (scarse) la settimana dell'alloggio del comandante dell'Accademia aeronautica costerà in quattro anni 187.599 euro più Iva: 226.994 euro. Vale a dire 56.748 euro l'anno. Molto più del doppio di quanto costa, tutto compreso, una badante specializzata per non autosufficienti che resta a casa 24 ore al giorno.

D'accordo che fra gli impegni c'è anche quello di preparare pranzi e cene di rappresentanza per un massimo di 30 ospiti al mese (una cena a settimana per sette: se a tavola sono di più, lo Stato paga un extra) ma un dipendente all'House of Commons britannica, l'equivalente della nostra Camera dei deputati, di euro ne costa ogni anno 38.952. Cioè 17.796 in meno. Quanto al rapporto con altre categorie di italiani, ogni domestica assunta per la «battitura degli scendiletto» eccetera andrà a pesare sul bilancio dello Stato molto più di un maestro o di un professore. Lo dice il Budget 2011 dello Stato, secondo cui i dipendenti della scuola costano (stipendio, tasse, contributi vari...) 39.640 euro l'uno: 17.108 di meno.

La domestica che si occuperà dell'appartamento del comandante dell'Istituto di Scienze militari aeronautiche di Firenze, sempre per 44 ore scarse a settimana, costerà ai cittadini ancora di più: 58.381 euro. Cioè quasi tremila più di un dipendente medio (infermieri, anestesisti, radiologi, chirurghi...) del ministero della Sanità che di euro in un anno ne costa 55.645. Quei 58.381 euro esattamente sono gli stessi che pesano sui bilanci per un docente ordinario al primo anno, quindicimila più che per un associato, venticinquemila più che per un ricercatore. Con tutto il rispetto per il prestigio dei nostri ufficiali e per la dignità di ogni mestiere, anche il più umile: è giusto? In giornate di angoscia come queste te lo devi chiedere: è giusto?

Un ministro, un altissimo dirigente di Bankitalia o un magistrato ai massimi livelli la domestica se la devono ovviamente pagare e casomai, se proprio sono obbligati per lavoro a dare una cena di rappresentanza, motivata, chiamano volta per volta una ditta di catering: possibile che non possano farlo anche le alte cariche militari della Repubblica? Devono conservare ancora oggi, perfino in questi tempi di vacche magrissime, privilegi ottocenteschi?

Gli alti ufficiali ai quali spetta l'«Asir», grandi e talora favolosi appartamenti di proprietà pubblica nel cuore dei centri storici formalmente divisi in una parte privata (sulla quale pagano un affitto di un euro a metro quadro: 300 metri, 300 euro) e una di rappresentanza, erano fino a un paio d'anni fa addirittura 59. Uno sproposito. Tanto che lo scorso anno il governo, non avendo la competenza formale sulla questione, ha premuto sul Comitato dei capi di stato maggiore perché fossero ridotti prima a 53 e poi a 47. Per puntare quanto prima a quota 39.

Che alcune cattive abitudini della mala politica attaccata a ogni privilegio avessero infettato anche il mondo con le stellette, del resto, si era capito. Un solo esempio, fra i tanti? L'inchiesta interna e la successiva bacchettata appioppata dal ministero ai responsabili di una «seratina» allegra di un comando dalle parti di Roma. Sapete quanto erano riusciti a spendere per una mezzoretta di fuochi d'artificio? Trentamila euro. A spese dei cittadini.


02 novembre 2011 10:05



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Le ceneri dei rifiuti solidi urbani diventano mattoni

Corriere della sera

Invece di finire in discarica, il composto può essere utilizzato in varie applicazioni per l'edilizia sostenibile



Manufatti in Matrix (da Officina dell'ambiente)
Manufatti in Matrix (da Officina dell'ambiente)
PAVIA  – Plastica, carta e cartone, vetro e alluminio. In molti Comuni, poi, si differenzia anche l’umido, gli scarti di cibo. E per il resto? C’è il sacco dell’indifferenziato. Nessuno, neanche il cittadino più virtuoso, può fare a meno del famoso «sacco nero», quello dove finisce dentro di tutto: il pattume che va all’inceneritore e, una volta ridotto in polvere, viene gettato in discarica. Con tutti i costi ambientali e di gestione connessi. Eppure un sistema per rinobilitare il cosiddetto «rifiuto dei rifiuti» esiste. E si trova in mezzo alla pianura Padana, a Lomello, in provincia di Pavia.


DAL RIFIUTO AL MATTONE - L’Officina dell’ambiente è un’azienda che trasforma le ceneri dei rifiuti solidi urbani in un componente utilizzabile nel settore dei laterizi: «Le scorie che provengono dai processi di termovalorizzazione sono un materiale eccellente, costituito da un mix eterogeneo, ma allo stesso tempo stabile e ripetitivo, di materiali inerti. L’ideale per il settore dell’edilizia», commenta Luigi Radice, responsabile dello stabilimento di Lomello. All’ingresso i camion vengono controllati per verificare che il rifiuto sia conforme alle normative: «L’intero flusso di gestione del rifiuto è disciplinato da un protocollo approvato dalla Provincia di Pavia», commenta Alessandro Massalin, responsabile commerciale dell’azienda.

Una volta depositata, la montagna di ceneri di rifiuti resta in stoccaggio per 50 giorni prima di passare alle fasi successive: «Si tratta di un insieme di trattamenti fisico-meccanici, come la vagliatura, la frantumazione, la separazione di materiali ferrosi e non ferrosi: nessun reattivo chimico viene utilizzato», prosegue Radice. Il risultato di questa lavorazione si chiama Matrix, una «ghiaietta» in grado di sostituire in buona parte la marna naturale: «A seconda della «raffinazione» del rifiuto, il composto può essere utilizzato per prodotti differenti: non solo il cemento, ma anche manufatti in calcestruzzo, mattoni e perfino asfalto e pavimentazione per arredo urbano», sostiene Massalin.


CHILOMETRO ZERO - Ogni giorno a Lomello vengono lavorate circa mille tonnellate di ceneri di rifiuti, che altrimenti andrebbero a finire in discarica. In questo modo si limitano le opere di escavazione per l'approvvigionamento di materie naturali e si evitano i problemi di smaltimento. Il materiale proviene direttamente dai principali termovalorizzatori dell'Italia settentrionale e sempre nel Nord viene venduto il prodotto: «Per mantenere la sostenibilità del sistema», spiega Mario Pinoli, consulente ambientale dell'azienda, «è necessario anche in questo caso applicare il concetto del "chilometro zero": i lunghi trasporti sarebbero intollerabili sia da un punto di vista ambientale, che da quello economico».

La fabbrica, costruita su un’area industriale dismessa, è autosufficiente dal punto di vista energetico: «Abbiamo un piccolo parco fotovoltaico e pannelli solari installati sui tetti dei capannoni. Inoltre la legge ci obbliga ad avere un depuratore per le acque reflue, che vengono utilizzate in parte per l’irrigazione del prato: nel 2008 abbiamo anche ricevuto il premio dell’Emas (l’ente europeo che rilascia le certificazioni ambientali ndr)».

Parlando di rifiuti, si può pensare che l’azienda non abbia avuto vita facile con gli enti locali: «Al contrario», prosegue Massalin, «abbiamo un buon rapporto: innanzitutto non ci sono odori, inoltre, oltre ai controlli di routine, abbiamo fatto numerosi test che hanno dimostrato lo stato di salubrità dell’ambiente nei pressi dello stabilimento. Basta essere chiari: non siamo un impianto di stoccaggio dei rifiuti. Qui ne entra un solo tipo, che viene lavorato al punto da uscirne come “materia prima secondaria”».

EDILIZIA SOSTENIBILE - I cinque soci dell'azienda della Lomellina avevano individuato già dieci anni fa in quale direzione sarebbe andato il mondo dell'edilizia: «Il rispetto per l'ambiente rappresenta di sicuro il futuro di questo settore», conferma Alessandro Greco, professore di tecniche costruttive per l'edilizia sostenibile al corso di laurea in ingegneria edile-architettura all'Università di Pavia, «e sono convinto che l'impiego di materiali riciclati sarà sempre più consistente». Edilizia sostenibile però non vuol dire solo questo: «L'impiego di questo tipo di materiali va abbinato anche a una progettazione più consapevole, che porti l'edificio all'autosufficienza energetica e al conseguente risparmio per il proprietario».

Per questo motivo sono diventate sempre più importanti le certificazioni ambientali, come l'americana Leed: «È una delle garanzie migliori che ci possano essere, perché pretende alti standard di sostenibilità degli edifici». E per quanto riguarda le spese: «I costi iniziali di progettazione sono un po' più elevati, ma i benefici si vedono nel tempo: ad esempio con bollette meno salate a fine mese».



Maddalena Montecucco
01 novembre 2011(ultima modifica: 02 novembre 2011 10:05)



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Noi, la porta dell’Occidente" Belgrado ha voglia d’Europa

La Stampa

Il Paese vuol chiudere col passato ma i nazionalisti soffiano sul fuoco del Kosovo




FRANCESCO SEMPRINI
BELGRADO

«Per capire la nostra terra basta leggere lo stemma della nostra capitale». Srbobran è un signore di mezza età, brizzolato e dalle profonde rughe intorno ai grandi occhi neri dai quali traspaiono le sofferenze che la storia ha inferto alla sua gente. Di professione fa la guida turistica, ha il merito di parlare un buon inglese e di essere un profondo conoscitore di storia. «Lo stemma di Belgrado - dice - è stato disegnato nel 1931 dal pittore Ðorde Andrejevic-Kun». Rappresenta una fortificazione con mura bianche a simboleggiare l’urbe il cui nome significa «città bianca», con le porte delle mura aperte a indicarne la vocazione commerciale e le torri che ne rappresentano la sovranità ma allo stesso tempo la fortificazione contro il nemico invasore.

Al di sotto, due linee bianche ondulate rappresentano i due fiumi, la Sava e il Danubio, lungo le cui sponde sorge Belgrado. Una trireme romana rappresenta l’antichità della città, la sua indole storica, celtica, romana, bizantina, bulgara, magiara e slava, il bastione più estremo dell’Occidente contro il pericolo ottomano, «devastata e ricostruite tante volte, troppe per chi l’ha abitata», prosegue Srbobran. I colori dello stemma sono quelli della grande Jugoslavia: oltre al bianco, il rosso che simboleggia le sofferenze della città durante tutta la sua storia e il blu, simbolo di fiducia e speranza per il futuro. «Bisogna partire da qui per iniziare il viaggio nella Serbia del nuovo millennio», dice la nostra guida, da quella dicotomia tra rosso e blu, da quella confluenza tra Sava e Danubio, che se da una parte consentono a Belgrado di vestirsi a festa, dall’altra definiscono la toponomastica politica della Serbia, un Paese al bivio.

In marcia verso Bruxelles Il 12 ottobre di quest’anno la Commissione europea ha adottato la propria opinione sul «dossier Serbia» raccomandando che al Paese balcanico fosse conferito lo status di «candidato membro» dell’Unione. A giudicare le aspirazioni continentali della nazione saranno i 27 Paesi aderenti all’Ue nell’ambito di un dibattito promosso dal Consiglio europeoche avrà inizio nella prima metà di dicembre. Il cammino della Serbia verso l’Europa è iniziato nell’ottobre 2000, con l’avvio di una serie di riforme democratiche per mezzo delle quali il Paese ha cercato di chiudere uno dei capitoli più dolorosi della sua storia: la crisi della ex federazione, lo smembramento, il predominio di Slobodan Miloševic e del suo Partito Socialista di Serbia (Sps), erede della Lega dei Comunisti jugoslavi, la guerra ventennale e i bombardamenti della Nato. «Ancora ne portiamo i segni addosso» spiega Srbobran.

Belgrado ne è un esempio, non solo per le ferite visibili sui muri dei propri edifici, ma per quella dicotomia che contraddistingue il suo animo. Frizzante, divertente, occidentale per alcuni versi come dimostrano i tanti locali pubblici, le migliaia di giovani griffati Nike, Adidas e Prada che animano la città, l’Art Hotel in stile modern-decò, e l’ateneo cittadino «okkupato e in rivolta» per il caro-libri, ma anche profondamente cristiano-ortodossa. Sullo sfondo c’è un Paese che cerca di riscattarsi da una crisi politica ed economica che lo ha visto prima scontare vent’anni di conflitti, poi diventare vittima (senza troppe colpe) di quella crisi finanziaria che dopo aver azzoppato i protagonisti della vita economica del pianeta, ha gambizzato le comparse. Eppure ciò non impedisce alla Serbia di guardare all’Europa e di procedere all’iscrizione nel club dei candidati, dopo aver proceduto a una serie di iniziative importanti.

«Siamo riusciti a ottenere la liberalizzazione dei visti, una delle priorità per far parte dell’Unione. Abbiamo avviato una importante riforma del sistema giudiziario, c’è stata una campagna di lotta al crimine e alla corruzione, quindi la normalizzazione dei rapporti con i vicini», sottolinea Srdjan Majstorovic, responsabile dell’ufficio per l’Integrazione nella Ue. Poi c’è il grande capitolo delle riforme economiche, quelle attraverso le quali il Paese mira a rilanciare la crescita e abbattere la disoccupazione che, se in linea generale si aggira vicino al 20%, sul piano giovanile sfiora la quota orbitale del 50%.

Il nodo Kosovo Le elezioni parlamentari del maggio 2008 sono state caratterizzate da un sostanziale pareggio tra blocco europeista sostenuto dal presidente Tadic, al 39% al pari di quello conservatore. Ma quanti serbi in realtà aspirano a diventare europei? Secondo Marko Blagojevic, del Centre for Free Elections and Democracy, la percentuale di contrari all’entrata del Paese in Europa è balzata oltre il 50% in occasione della recente crisi nel nord del Kosovo.

La questione kosovara è il vero punto nevralgico. Ed è qui che emergono ancora una volta le due anime del Paese: quella più conciliante del premier Cvetkovic, che dalla grande sala del palazzo governativo di Kneza Milosa evita i toni concitati e sottolinea come oggi l’Italia sia, con la Germania, l’interlocutore privilegiato: e quella più ruggente e corsara del ministro degli Interni Ivaca Dacic, che non ha remore a spiegare che «le barricate sono una forma di protesta civile e legittima contro una logica che appare maledettamente simile a quella di Yalta».

Ma è nel mezzo che forse si identifica il vero animo serbo, come spiega Borislav Stefanovic, capo negoziatori per Belgrado della questione kosovara. Inglese fluente e abito italiano, non risparmia attacchi ai metodi corrotti di qualche faccendiere di etnia serba di Mitrovica, ma altrettanto schiettamente dice che le connivenze con certi ambienti di Pristina sono palesi. «Abbiamo subìto minacce, ma il nostro cammino verso l’Europa proseguirà, senza regalare nulla a nessuno, perché alcuni burocrati devono farsene una ragione: ciò che viene deciso a tavolino non è detto che sia giusto per forza».




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Cani, stop al taglio di orecchie e coda

Quotidiano.net

Convenzione Ue da oggi in vigore. Ma le lobby si oppongono

 

Alla barbara abitudine degli interventi chirurgici sui cani di bellezza e da caccia si contrappone la nuova disciplina. Tutto chiaro? No. Dopo il duello tra il ministro Fazio e il sottosegretario Martini, il match allevatori-animalisti continua


Roma, 1 novembre 2011Stop alla barbarie. Entra oggi in vigore la normativa che vieta il taglio di orecchie e coda ai cani contenuta nella Convenzione Ue per la protezione degli animali da compagnia, ratificata dalla legge nazionale n. 210 del novembre scorso. Esultano gli animalisti (e probabilmente anche i cani). Non le lobby degli allevatori, degli espositori e dei cacciatori. Un grumo di potere che nell'anno trascorso, in attesa dell'entrata in vigore della nuova legislazione, ha cercato con ogni mezzo di cristallizzare lo status quo appoggiandosi ai duellanti del piano superiore, ovvero il ministro della Salute Ferruccio Fazio e il sottosegretario Francesca Martini, litigiosi coinquilini di governo (e sul fronte veterinario).

NESSUNA DEROGA - Il divieto di interventi chirurgici non necessari - di cui quelli estetici e para-funzionali certamente fanno parte - prevede un'unica possibile deroga: e cioè l'esplicita adozione di provvedimenti legislativi. L'Italia non li ha adottati e quindi stop, ad oggi non c'è più bisturi o forbice per cani speciali, siano essi un damerino da esposizione o un segugio in punta. In ogni caso, niente maltratrattamenti.

STORIA ITALIANA - E pensare che, se qualche eccezione poteva esser invocata, magari per discutibili opzioni funzionali, l'anno trascorso è stato impiegato male. Le lobby che fanno business su allevamento, esposizione e addestramento di animali avevano infatti esultato, quando la Convenzione Ue aveva cassato l'esplicito divieto di interventi chirurgici. Non si erano accorte che le deroghe andavano previste per legge. Non per pedigree. E nessun provvedimento legislativo è stato adottato.

GUERRA ROMANA - Anzi, il ministro Ferruccio Fazio (molto vicino alle esigenze del business) e la sottosegretaria Francesca Martini (appena più sensibile alla causa animalista, ma non sino al punto di andare alla rottura) hanno trascorso gli ultimi dodici mesi a combattersi a suon di ordinanze e circolari. Una storia molto italiana. Con risultati poco edificanti.

FAZIO 1 - Prima si è mosso Fazio, il 16 marzo scorso, spiegando con una circolare interpretativa che "fermo restando il divieto assoluto di praticare interventi chirurgici a scopo estetico sugli animali da compagnia, sussiste tuttavia la possibilità di eseguire, in via eccezionale, interventi chirurgici non curativi ritenuti necessari sia per ragioni di medicina veterinaria nell'interesse dell'animale, beninteso qualora tali ragioni siano state rilevate dal medico veterinario che se ne assume la responsabilità (...), questione riferibile "in particolare all'intervento di caudotomia (ndr, amputazione della coda) effettuabile sui cani impegnati in talune attività di lavoro, nonché in quelle di natura sportiva-venatoria spesso espletate in condizioni (...) di fitta vegetazione che espongono l'animale al rischio di fratture, ferite e lacerazioni della coda, con ripercussioni sulla salute e sul benessere dello stesso. Visto, come sa commuoversi la contorta  prosa ministeriale quando c'è da difendere il business della razza e le volontà dei cacciatori?

MARTINI 1 - Il 22 marzo era arrivata la risposta del sottosegretario Martini che, in un'ampia ordinanza sulla tutela dell'incolumità pubblica dall'aggressione di cani, calava la polpetta avvelenata (per gli allevatori ed espositori) di vietare non solo la messa in vendita ma anche "l'esposizione" fino al marzo 2013 dei cani sottoposti a interventi chirurgici non curativi.

FAZIO 2 - Immediata la risposta di Fazio che il 19 maggio placava le lobby canine facendo chiarire alla direzione generale del ministero che - testuale - "possono legittimamente partecipare ad esposizione i cani che sono stati sottoposti al taglio della coda" ante-ordinanza della Martini. Chi non conosce un cane dalla coda mozzata che chiede di salire in passerella la domenica e spedisce il tagliando agli organizzatori?

MARTINI 2 - Ed ecco la puntuale replica del sottosegretario Martini che il 4 agosto, mentre Fazio chissà dov'era, ristabiliva la sua leadership tematica integrando l'ordinanza del 22 marzo 2011 con la conferma del divieto di "esposizione" dei cani morfologicamente alterati a scopi non curativi, ma solo a fine di "vendita". Ovvero una bella concessione agli allevatori interessati alla vetrina del campione di razza operato per poi vendere bene le cucciolate.

TA-TA-TAR - Tutto risolto? Macché. Siccome l'Italia non è un Paese normale ecco che pochi giorni addietro il Tar ha sospeso l'efficacia dell'ordinanza Martini 1 in seguito al ricorso promosso dall'Enci (Ente nazionale cinofilia italiana), secondo il quale - riporta l'agenzia Geapress - adesso l'unica fonte del diritto sarebbe la circolare Fazio 1, quella che pilatescamente rinviava tutto al veterinario.

DOMANDONE - "Può una circolare contraddire una disposizione comunitaria in ottemperanza alla quale l’Italia ha emanato un preciso recepimento?" si chiede Geapress che ha lanciato il caso. Certo che no. Ma le lobby canine non staranno a cuccia. E se qualche allevatore fosse beccato con le orecchie in mano, di certo tirerà fuori tanta 'utile' produzione ministeriale. Insomma, finirà come sempre: alla prima denuncia contro la chirurgia estetica di razza, avanti a passo di giustizia fino alla Cassazione. Talvolta la migliore amica dell'uomo. 



di Giovanni Rossi





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Ragazzino si cala nel pozzo per salvare il suo cane

La Stampa

La zampa.it

Rimasti intrappolati nell'acqua i due sono stati poi soccorsi dai carabinieri


barrali (cagliari)

La disavventura di un ragazzino di quattordici anni e del suo cane Laky finito in un pozzo stava per trasformarsi in tragedia.

A Barrali, in provincia di Cagliari, come se si trattasse di un film, un ragazzo era uscito di casa nel pomeriggio per cercare il suo cane Laky, che era sparito, e lo aveva trovato in un pozzo di raccolta delle acque pluviali profondo quattro metri, dov'era accidentalmente caduto. Vedendo che il suo fidato amico a quattro zampe riusciva a stento a tenersi a galla, non ha esitato a calarsi nella cavità per riportarlo fuori e salvarlo.

I due però non erano più riusciti a risalire, a causa della ripidezza delle pareti e dell'altezza del pozzo e il ragazzo, che era senza cellulare, non poteva in alcun modo chiamare i soccorsi. A dare l'allarme al 112 l'altra sera è stata la madre, che non aveva visto rientrare il ragazzo a casa, dopo che era uscito nel pomeriggio, nè il loro cane, un bracco di nome Laky. I militari della stazione di Barrali, guidati dal maresciallo Gregorio Valentino, hanno cominciato a cercare il ragazzino assieme a una squadra di volontari del paese.

Fortunatamente le ricerche si sono concluse nel migliore dei modi e nel giro di un'ora dall'inizio delle indagini il ragazzo e il suo cane sono stati rintracciati nelle campagne di «Bau mannu», zona periferica ed isolata di Barrali, intrappolati nel pozzo da diverse ore, infreddoliti e spaventati, ma probabilmente più legati di prima. Una vicenda a lieto fine e una testimonianza autentica del solido legame che si può creare tra i bambini e i loro amici quattrozampe.




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Pensi dunque trami

Quotidiano.net


Pubblicato da Giovanni Morandi Mer, 02/11/2011 - 09:11


Ho sempre votato a sinistra e ho seguito con interesse il dibattito che si è svolto alla Leopolda sul Pd. Non ho mai avuto idee preconcette su Matteo Renzi, a cui ho anzi sempre guardato con curiosità ma alla fine, dovendo scegliere tra lui e Bersani, mi sono convinto che sto con Bersani. Questo sindaco di Firenze non mi convince.


Alvaro, ilgiorno.it



SONO USCITO da poco da un ufficio postale, dove nell’attesa della fila mi è capitato di ascoltare due tipi che parlavano dell’argomento. Erano due di sinistra e entrambi ce l’avevano con Renzi sostenendo che probabilmente era un infiltrato di Berlusconi. Conosco questo atteggiamento che ritorna molto spesso nella storia della sinistra e potrei, volendo, indicarle anche quale sinistra ha una lunga tradizione nel demonizzare i riformatori. Di Renzi le dirò che mi piace non tanto quello che vuole ma perché lo vuole. Il solo volerlo me lo rende simpatico, lui che vuole cambiare quasi tutto. Ma mi pare di poter aggiungere che non sarà facile e penso che la casta del suo partito vincerà con il discredito e la diffamazione. In certe arti quella sinistra lì non la vince nessuno.






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