martedì 1 novembre 2011

Roma, i senza fissa dimora sono 6 mila Licenziamenti e divorzi, allarme povertà

Il Messaggero

Molti sono stranieri, ma oltre il 40% sono italiani ridotti all'indigenza. L'età di abbassa, aumenta l'alcolismo





La storia di Proietti, romano di 50 anni: vive in auto al Nomentano e il sussidio non arriva



ROMA - Vive in via Val d'Aosta. Lì dove, circa un anno fa, si è fermata la sua auto. Una Fiat Uno, posteggiata in un'area di servizio nel quartiere Nomentano a Roma, unico tetto sotto il quale ripararsi quando fa caldo, quando le temperature scendono, quando piove. Marco Proietti, 50enne romano, si è sistemato così, tra i due sedili anteriori e quelli posteriori dove tra abiti e generi di prima necessità dorme Lucky, il suo cane. In attesa di trovare un nuovo lavoro e una nuova abitazione. Con alle spalle una cultura considerata «pericolosa da chi offre impieghi a condizioni molto spesso irregolari», dice, Proietti cerca di arrangiarsi con il contributo passato dal Comune che troppe volte, lamenta, non viene corrisposto in tempo.

Dirigente di una galleria di arte contemporanea, poi agente immobiliare,
Proietti ha perso tutto quando la sua agenzia è fallita travolta dalla crisi. «Sono dovuto tornare a vivere da mia madre - racconta all'Adnkronos - e ci riuscivamo a mantenere con la sua pensione. Poi è morta e nel luglio del 2010 è arrivato il primo sfratto. Dopo tre mesi il secondo, ma per il giudice fino a dicembre avrei potuto rimanere in casa». Una sera di ottobre la sorpresa. «Quando sono tornato a casa ho trovato i lucchetti alla porta - spiega - Il proprietario mi ha fatto recuperare le mie cose e da lì è iniziato il calvario».

Proietti è riuscito a rimediare un'auto dove si è sistemato insieme al meticcio di taglia grande
dal quale, nonostante le difficoltà, non ha voluto separarsi. Passa le giornate cercando un'occupazione, dalla più umile alla più inerente alle proprie attitudini, ma il lavoro non si trova. «Dicono che sono troppo vecchio per alcuni impieghi, troppo colto per altri - racconta - Ho esperienze significative alle spalle, scioltezza nel parlare, conosco anche lo spagnolo. Penso che abbiano paura di assumermi perchè sarei in grado di contestare condizioni di lavoro irregolari facendo vertenza». «Conviene non conoscere la lingua o essere ignoranti per trovare occupazione e potersi permettere quattro mura e un pasto caldo», conclude amaramente Proietti che non può neanche ritornare a occuparsi di immobiliare, spiega, «perchè non so come spostarmi e non ho un completo adatto all'occasione».

«Mi sono quindi iscritto ai centri sociali per chiedere aiuto ma mi darebbero qualcosa solo se disposto a combattere contro il sistema politico», racconta. «Picchetti, manifestazioni, scontri che permettono di accumulare punti per entrare nelle liste dei possibili occupanti - spiega Marco - ma io non ho più voglia di immischiarmi in queste situazioni, non ho più l'età nè l'entusiasmo politico di un tempo».

Unica fonte di sostentamento il sussidio per adulti, un contributo bimestrale di 300 euro passato dal Comune attraverso il IV municipio
che, però, sottolinea Proietti, molto spesso non viene versato per tempo. «Doveva essermi corrisposto lo scorso 5 ottobre ma ancora non ho ricevuto nulla - spiega - È sempre così, ad ogni scadenza dobbiamo sopportare un ritardo minimo di 20 giorni. Sono andato a ritirare l'assegno, che viene intestato a mio nome, alla cassa del municipio e, come volevasi dimostrare, hanno rimandato». A quel punto Proietti si è rivolto agli assistenti sociali del IV Municipio per avere chiarimenti ma, riferisce, la risposta è stata ancora una volta evasiva. «Dicono che non ne sanno nulla, di parlare con l'amministrazione comunale perchè è il Comune a versare i soldi alle circoscrizioni. Quegli importi saranno stati utilizzati per spese amministrative o chissà che altro».

In queste condizioni per Marco Proietti la possibilità di andare a vivere in affitto diventa sempre più un miraggio.
Perchè se il sussidio, insieme al contributo sull'affitto previsto dalla legge sull'emergenza abitativa, potrebbe bastare a pagare i canoni mensili, con 300 euro ogni 3 mesi diventa impossibile risparmiare per mettere da parte le due mensilità richieste alla sottoscrizione della locazione. Ad aiutare Marco solo la sua compagna che spesso gli porta qualcosa da mangiare, dai parenti solo qualche telefonata. Neanche la Caritas lo può accogliere, a meno che non decida di affidare Lucky a un canile. Ma a queste condizioni Marco preferisce vivere per strada mentre continua a darsi da fare in cerca di casa e lavoro.



Martedì 01 Novembre 2011 - 13:52





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La figlia di Susanna Agnelli demolisce Steve Jobs

Quotidiano.net

"Odiava le donne, non pagava Harvard alla figlia, puzzava"


Delfina Rattazzi si scatena su Facebook ("L'uomo che odiava le donne"). Antonia De Mita, figlia di Ciriaco: "Jobs era stato abbandonato dal padre e dalla madre, non si poteva pretendere da lui anche l'equilibrio"
Roma, 1 novembre 2011 -

Steve Jobs si è spento il 5 ottobre scorso. A nemmeno un mese di distanza dalla sua morte,  la biografia di Mr. Apple, scatena la Rete. "Il Foglio" del lunedì  riporta un illuminante dibattito andato in onda su Facebook. Fra gli altri, vi partecipano Delfina Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli, nipote di Gianni e Umberto Agnelli che fa a pezzi la figura del genio americano. Ecco il testo

Working in heaven Facebook, bacheca di Delfina Rattazzi, giovedì 27 ottobre: L'uomo che odiava le donne: Steve Jobs. Leggere la biografia per credere

Emiliano Wuc - tutti i grandi uomini hanno qualcosa di "avverso" nei confronti delle donne! (ed ora picchiatemi pure)!

Delfina Rattazzi - Forse hanno qualcosa di avverso nei confronti dell'umanità Comandante

Emiliano Wuc sì, perchè percepiscono il "mondo femminile" come "mondo nemico, antagonista al proprio, essendo i dominatori assoluti del genere maschile!"

Jenny Del Chiocca non faccio alcuna fatica a crederlo. Non penso che leggerò la sua biografia. mentre mi dicono (e mi fido di chi lo suggerisce) che sia davvero bella la biografia di Agassi.

Antonia De Mita eh non ti dico quanto dominano...

Delfina Rattazzi Agassi sembra sia bellissima

Gianna Cesarini ci sono anche dei cretini che odiano le donne, almeno lui era intelligente

Ignazia Dessi Ma sai che lo sentivo solo a guardarlo

Delfina Rattazzi Intelligente forse ma ha passato nove mesi a curarsi cancro al pancreas bevendo sughi di frutta. Anche spesso anoressico

Delfina Rattazzi Peggio è lui che non aiuta prima figlia a pagarsi Harvard. E porta Joan Baez a vedere un bel vestito e gli dice "Tanto non te lo puoi comprare..." mentre si compra camice da Versace

Ignazia Dessi Esco e vado a comprarmela sono curiosa

Paola Guazzo una vera ... merda!

Delfina Rattazzi E poi puzzava come una iena

Paola Guazzo poi lui vestito Versace scusa Delfina, che cattivo gusto

Antonia De Mita vabbè ricordiamoci pure che jobs è stato abbandonato da madre e padre ... insomma oltre al genio assoluto pure l'equilibrio mi sembra una pretesa un pò eccessiva ... un caro saluto a delfina

Emiliano Wuc fateci caso allora: ha scelto come marchio... una mela morsicata...quella di EVA del peccato originale?

Delfina Rattazzi Peggio è lui che si fidanza con Joan Baez solo perché era stata la donna del suo idolo, Bob Dylan

Paola Guazzo oh mmmio DDDdio, un feticismo che neanche Proust

Delfina Rattazzi E quando fidanzata è incinta lui le dice forse dovrei tornare da quella di prima

Paola Guazzo quasi caricaturale da quanto è stronzo. Comincio ad appassionarmi

Paola Guazzo dai Delfina fai una recensione

Delfina Rattazzi C'è su Herald Tribune di oggi

Paola Guazzo ma per noi babolli itagliani, no?

Jerome Llwey solo ora che è morto...!!! potevano dirlo prima...

Steve Jobs Enolibreria Carlolotti LO SO..

Paola Guazzo dicevano già che era pessimo con i dipendenti, mentre gates no, questo lo dicevano già da anni

Enolibreria Carlolotti io adoro Truffaut non Jobs

Albertina Marzotto Hai ragione, la sto leggendo anch'io... pessimo con le donne

Giorgio Levi è vero Delfina, l'ho letta con molto interesse (noi del Mac siamo fatti così) odiava le donne, ma anche gli uomini, quel super io che aveva già da bambino non lo ha mai abbandonato, concordo però con Antonia De Mita, ha avuto una infanzia a dir poco disperata e forse i suoi atteggiamenti sono stati di difesa più che di arroganza, resta il fatto che ci ha regalato prodotti meravigliosi per ingegneria ed estetica, oggetti che mi hanno fatto vedere, anche in tempi molto difficili per me, che ci sarebbe stato comunque un futuro e di questo, come milioni di altre persone, gliene sarò sempre grato.

Ernesto Maria Verrengia Jobs aveva un cattivo rapporto con le donne, perché aveva perso l'unica donna della sua vita: la madre. Era un omosessuale latente che "disprezzava" anche gli uomini per una formazione reattiva: ti odio perché non posso amarti.Tutto questo, lo ha reso geniale; ma anche freddo e distaccato per non aver mai vissuto appieno

Ernesto Maria Verrengia l'appartenenza affettiva

Walter Ciancilla crolla un mito... per molti

Redazione quotidiano.net




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Multa di 1,6 milioni ad Ai Weiwei

La Stampa

L'accusa è di evasione fiscale. Il dissidente cinese viola il diktat della polizia e ritorna su Twitter



Il dissidente cinese Ai Weiwei
ILARIA MARIA SALA

Ecco la multa ad Ai Weiwei per "evasione fiscale": 15 milioni di Renminbi, circa 1.6 milioni di euro, consegnata all'artista pechinese questa mattina. Ai, noto sia per le sue installazioni d'arte contemporanea, per essere stato uno degli architetti del Nido d'Uccello, lo Stadio Olimpico di Pechino, ma anche per essere uno dei critici del regime cinese più coraggiosi, dopo circa tre mesi di detenzione illegale in una località segreta, venne liberato questo giugno con l'accusa di aver evaso il fisco. Durante la detenzione, le accuse contro di lui avevano spaziato da quella di bigamia all'aver prodotto opere d'arte "oscene". Poi, con la scarcerazione, la notizia che il crimine che aveva causato il suo arresto riguardava la frode fiscale.

La situazione peró, fin dall'inizio, apparve fumosa: l'azienda colpevole, la Beijing Fake Cultural Development, non appartiene ad Ai, ma alla moglie, e il legale di Ai non ha mai potuto visionare i documenti che le autorità cinesi hanno determinato essere incriminanti. Ai non ha mai avuto nemmeno il permesso di vedere il suo contabile, e nemmeno il direttore del suo ufficio, anche loro messi sotto sorveglianza dalle autorità insieme a molti altri colleghi e sostenitori dell'artista.

"Possiamo pagare questa cifra, ha dichiarato l'artista, ma vogliamo capire per quale motivo dobbiamo farlo: l'evasione fiscale per legge é di competenza del fisco, non della polizia. E la polizia non aveva il diritto di portarmi via in un luogo segreto per fare un'inchiesta sulle mie tasse. Non ho intenzione di pagare fin quando questi punti non saranno stati chiariti".

Ai, contrariamente a quello che gli era stato intimato dalla polizia dietro il suo rilascio, ha ricominciato oggi a servirsi del suo account su Twitter, ed ha dichiarato inoltre: "un Paese deve applicare la legge in modo chiaro e pulito. Questo protegge la legge. Se si vuole invece danneggiare una persona, me per esempio, non c'é problema, ma quello che viene fatto in questo modo é danneggiare la legge. Quando si danneggia la legge, si danneggia il Paese e tutti quelli che vi sono dentro". La multa, stando al diktat della polizia, avrebbe dieci giorni per essere pagata.




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Il Milite Ignoto e la folla Quel treno come nel '21

Corriere della sera

Da Aquileia a Roma, si ripete il rito collettivo


«Domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia. Addio, mia madre amata...».

La folla che da tre giorni accorre nelle stazioni del Friuli e del Veneto - in migliaia alla partenza da Cervignano, binari bloccati a Conegliano dove il treno è stato costretto a una sosta non prevista, altri capannelli commossi a Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Bologna - forse non ha mai letto la lettera di Antonio Bergamas alla madre Maria, la donna incaricata novant'anni fa di indicare il Milite Ignoto che riposa all'Altare della patria a Roma.

Eppure in tantissimi, molti più delle previsioni, hanno sentito di dover salutare il passaggio del «treno della memoria», che rievoca il viaggio compiuto nel 1921, in questi stessi giorni, dalla tradotta con la bara del soldato che rappresentava tutti i 650 mila caduti italiani. Antonio Bergamas era uno dei duemila volontari partiti da Trento e Trieste: sudditi austriaci, che l'imperatore mandava a combattere in Galizia, contro i russi, o in Serbia. Ma in duemila disertarono, e andarono a combattere con gli italiani, contro gli austriaci, andando verso morte quasi certa: se anche sopravvivevano agli assalti, non venivano fatti prigionieri ma impiccati, come Cesare Battisti.

Il percorso: guarda

Il figlio di Maria Bergamas cadde sul Carso, nel 1915. Sette anni dopo, la donna fu portata nel Duomo di Aquileia, davanti a undici bare di ragazzi sconosciuti, come suo figlio. Lei si tolse lo scialle nero, e lo posò sulla seconda bara. A quel punto il cerimoniale tentò di farla uscire. Ma lei volle salutare anche gli altri caduti, come per chiedere scusa di non aver scelto loro. Arrivata davanti all'ultima bara, si accasciò per l'emozione. Poi si riprese, visse ancora una vita lunga, morì nel '54, e ora riposa nel cimitero di guerra di Aquileia, accanto agli altri dieci militi ignoti.

Il feretro del prescelto partì per Roma in treno. Fu un rito collettivo, un funerale di massa. L'identificazione del Milite Ignoto con i propri cari fu tale che una madre pretendeva di far aprire la cassa, certa di trovarvi i resti del figlio. Tra Aquileia e Roma, il treno si fermò in 120 città e paesi, dove sindaci e cittadini riempirono il convoglio con oltre 1.500 corone, sotto lo sguardo di folle inginocchiate. A Roma il treno arrivò il 2 novembre.

Alla stazione Termini lo attendevano il re con la famiglia e i 335 vessilli dei reggimenti schierati nella Grande Guerra. La bara fu portata su un affusto di cannone nella basilica di Santa Maria degli Angeli, dove vennero celebrate le esequie. Il 4 novembre 1921, terzo anniversario della vittoria, alle 10 e mezza del mattino, il Milite Ignoto fu deposto in un loculo sotto la statua della Dea Roma. Vittorio Emanuele III lasciò una medaglia d'oro. Poi gli argani lasciarono cadere la lastra di marmo.

Anche stavolta il «treno della memoria» arriverà a Roma il 2 novembre, accolto dal capo dello Stato, dopo la sosta a Firenze. È composto da tre vagoni che ospitano una mostra, più un quarto allestito come sala di proiezione di filmati e una riproduzione del vagone che portò la bara, con un affusto di cannone d'epoca, il braciere e la teca con la bandiera originali. Non esattamente un'attrattiva per i curiosi. Piuttosto, un simbolo. Che ha avuto un'accoglienza commossa e sorprendente; a cominciare dal Nord-Est, dove la Lega è il primo partito e alla partenza non ha mandato nessun rappresentante, senza che l'ennesima inutile polemica turbasse l'atmosfera di raccoglimento e di rispetto.

Anche questo è un segno del successo dei 150 anni dell'unificazione; tanto più significativo in quanto la memoria diretta della Grande Guerra si è spenta, gli ultimi fanti se ne sono andati uno dopo l'altro negli anni scorsi, e la memoria dei sacrifici e dei patimenti può vivere solo nei segni, nei racconti, nelle carte. Come la lettera che Antonio Bergamas scrisse alla madre, per spiegarle la sua scelta di andare a morire dalla parte degli italiani:

«Perdonami dell'immenso dolore ch'io ti reco e di quello ch'io reco al padre mio e a mia sorella, ma, credilo, mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, al mare nostro, per la Patria mia naturale, che il morire laggiù nei campi ghiacciati della Galizia o in quelli sassosi della Serbia, per una Patria che non era la mia e che io odiavo. Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra, davanti al nostro Carso selvaggio».

Aldo Cazzullo
01 novembre 2011 09:29

Sms mentre si sposa: il web ride, il neomarito no

Il Tempo


Impossibile resiste alla tentazione di rispondere a un messaggio, persino sull'altare. Come dimostra questo video in cui la sposa estrae uno smartphone dal decoltè, sotto lo sguardo perplesso di lui.


video

Segretissimo: così ti incastro le spie russe

Corriere della sera


Sul sito del Fbi i video segreti che un anno fa portarono all'arresto di Anna Chapman e dei suoi compagni


WASHINGTON - Gli incontri di Anna Chapman con un altro agente. La consegna di un plico «al volo» su una scalinata. Il recupero di una busta sepolta sotto un cespuglio. I meetings nel centro di New York. E molto altro. L'Fbi ha diffuso foto e video girati durante l'inchiesta sul gruppo di spie russe espulse un anno fa dagli Stati Uniti. Un lungo lavoro investigativo che ha smascherato un network di 007 che vivevano come perfetti cittadini americani. Alcuni avevano assunto l'identità di bambini deceduti in tenera età, altri si erano costruiti un passato «pulito», altri ancora avevano moglie (spia) e figli al seguito. C'è chi faceva l'imprenditore o chi, come la famosa Anna Chapman, frequentava locali notturni e cercava di «acchiappare» fonti nel mondo economico.



PERICOLO O BLUFF? - Secondo l'Fbi le spie dello Svr - questo il nome del servizio russo - non sarebbero riuscite a impossessarsi di segreti importanti ma hanno rappresentato comunque una minaccia seria. Questa è però la versione ufficiale. Molti osservatori ritengono che comunque le «talpe» abbiano messo a segno qualche colpo. E del resto Mosca li ha accolti con tutti gli onori, ad eccezione di uno del quale si sono perse le tracce. C'è il sospetto che abbia venduto i suoi compagni. Qualche esperto di intelligence, invece, ha sostenuto che la rete non fosse così efficiente e che sia caduta in trappola molto facilmente. Quanto ad Anna Chapman, detta Anna la rossa, famosa per le sue foto spregiudicate, si è lanciata nel campo dei media, con servizi sui settimanali e apparizioni in tv. Un comportamento inconsueto per una spia russa.

Guido Olimpio
31 ottobre 2011(ultima modifica: 01 novembre 2011 00:58)

La strada che finisce nel nulla Finanziata con soldi pubblici

Corriere della sera

Costata 700mila euro, si perde nelle campagne


La strada di Cermignano

MILANO - È lunga un chilometro ed è asfaltata, ma illuminazione e segnaletica mancano. È dritta e larga ma non ha ancora un nome e, soprattutto, non porta da nessuna parte. La «strada fantasma» di Cermignano, come la chiamano, ha inizio in un punto della provinciale che nel Teramano sale verso la frazione di Montegualtieri, dove sorge un’antica torre medioevale, e muore in uno stretto e non facile percorso di campagna usato da sempre come scorciatoia per raggiungere, circa cinque chilometri più avanti, l’ingresso dell’autostrada per Roma.

IL FINANZIAMENTO - Di strano c’è anche che l’opera, finanziata nell’ambito di un’intesa tra Governo e Regione Abruzzo, dovrebbe servire aree produttive di cui non vi è traccia. Il tabellone scolorito che campeggia all’inizio spiega che le risorse utilizzate appartengono ai «finanziamenti destinati agli interventi infrastrutturali, industriali e artigianali nelle aree depresse», quelli già previsti in una delibera Cipe del 2003.

In particolare la strada dovrebbe essere, almeno così si legge, un'infrastruttura «a servizio delle aree industriali e artigianali sulla destra idrografica del Vomano», cioè del fiume che attraversa l’omonima vallata. Ma di aziende, fatta eccezione per un agriturismo e per un’area coltivata, non si intravede neanche l’ombra. Ad appaltare i lavori è stato il Comune di Cermignano. Il finanziamento ammontava a 700 mila euro. L’importo a base d’asta è stato di 444.722 euro ma a questi, si sa, vanno aggiunte altre somme: il costo dell’esproprio, l’Iva e le prestazioni professionali. E così, delle risorse iniziali, alla fine non rimane molto se non ciò che si ottiene dal ribasso d’asta, in questo caso circa 86 mila euro.

I LAVORI - Ditte e ruspe al lavoro nel 2007 e così, dopo una gestazione di circa due anni, la strada è nata. Con l’obiettivo dichiarato di garantire l’accessibilità ad aree produttive che, però, allo stato attuale non esistono. A denunciare la paradossale situazione è stata la proprietaria dei terreni tagliati in due dalla nuova opera. Ad Anna Luisa De Fermo l’esproprio è risultato indigesto. «Uno sfregio e uno sperpero di denaro pubblico», lo ha definito. Per questo si è rivolta ad un legale e sta portando avanti una battaglia per ripristinare lo stato preesistente.

Non chiede altro: solo che si tolga di mezzo l’asfalto e, se possibile, che i soldi siano restituiti alla Regione. «La strada non giova a nessuno e ha violentato i miei terreni – è la sua opinione -, dunque va smantellata. La pubblica utilità non può essere un’etichetta. Peraltro esiste già all’interno della mia proprietà una strada, ora di transito pubblico ma una volta poderale, che poteva essere allargata per gli scopi dell’amministrazione. Se solo me lo avessero chiesto, avrei detto di sì. E tutto questo si sarebbe evitato. Ci pensi: qui non ci sono ditte, dopo di me ci sono soltanto l’agriturismo, un coltivatore e poi tre chilometri di boscaglia».

LE POLEMICHE - La signora De Fermo, ad onor del vero, riferisce che nelle immediate vicinanze, a Piane Vomano, c’è un’area artigianale dove sta per insediarsi una sola azienda. Attualmente, però, è adibita a deposito di camion. Deserte sono anche altre aree produttive vicine al centro di Cermignano. L’ex sindaco, Aldino Del Cane, promotore del progetto, respinge ogni addebito. «Il discorso è più complesso di quanto possa sembrare – afferma – ed è chiaro che, vista così, quella strada non è a servizio di attività produttive. Ma bisogna considerarla come primo lotto di un intervento più ampio, destinato a migliorare i collegamenti della destra del fiume Vomano.

Cermignano e gli altri comuni che sorgono su questa sponda sono infatti tagliati fuori dai processi di sviluppo che hanno interessato altre aree, per esempio quelle vicine alla statale 150. L’amministrazione che è subentrata alla nostra è in attesa che si sblocchino ulteriori finanziamenti, in modo da collegare la strada con Val Vomano e con la grande viabilità e, così, contribuire allo sviluppo dell’intera zona. Bisogna crederci. Noi lo abbiamo fatto e siamo partiti da qui. Si doveva pur iniziare da un punto. E poi tutte le grandi stradi si fanno per lotti». E il collegamento già esistente che, secondo Luisa De Fermo, poteva essere sfruttato e ampliato, evitando magari di costruire una nuova strada? «Mi ricordo che esaminammo quella soluzione ma la scartammo perché tecnicamente impossibile. Per quanto riguarda la pubblica utilità, nessuno può mettere in dubbio che sussista. L’opera era inserita in una programmazione comunale e sovracomunale. Se non fosse stato così, non sarebbe mai stata finanziata».



Le Immagini


Nicola Catenaro
01 novembre 2011 10:44

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Ecco tutti quei compagni in toga di Ingroia che continuano a fare politica (contro il Cav)

di

Il pm Antonio Ingroia domenica scorsa al congresso dei Comunisti italiani si è vantato di essere un partigiano. Ospiti della piazza, amici dei giustizialisti e fedeli all'idea del pm dinamico, che fu teorizzato dagli eroi di Mani pulite: ecco i compagni in toga




Il re è nudo, esclamò il bambino della fiaba di Andersen, e lo ripetono oggi gli italiani dopo che il pm Antonio Ingroia ha rivelato a un’assemblea di partito - quello comunista di Diliberto - di non essere imparziale. Con la marcia indietro di ieri non arretra di nulla: «Il magistrato applicando la legge la interpreta ed è mosso da valori costituzionali che non lo rendono del tutto neutrale». Quindi, appreso che il procuratore aggiunto di Palermo non è imparziale, ora sappiamo che non è nemmeno neutrale.

Disobbedire alle leggi? Applicarle tirandole dalla propria parte? Gettando la maschera, Ingroia si è insediato come capofila della schiera dei magistrati politicizzati. Che non sono quelli che hanno abbandonato la toga per sedersi in Parlamento: ce n’è di destra e di sinistra, dal ministro Nitto Palma a Gerardo D’Ambrosio fino a Di Pietro, Anna Finocchiaro, Felice Casson e Gianrico Carofiglio. No: Ingroia e i suoi fratelli continuano ad amministrare la giustizia rivendicando il diritto alle scelte di parte.

Partecipano a manifestazioni politiche, per esempio. Ingroia aveva già aderito a iniziative pubbliche contro Berlusconi e, con il collega palermitano Roberto Scarpinato, si è presentato all’assemblea di fondazione del Fatto quotidiano, tenendo a battesimo la neonata gazzetta delle toghe - soprattutto rosse. Oppure invitano apertamente a disattendere il dettato legislativo. Come fece il magistrato napoletano Nicola Quatrano, presidente di un collegio del Riesame: prendendo la parola a un’assemblea della Cgil, disse che l’unico modo per opporsi alla nuova legge sull’immigrazione (che prevedeva il reato di clandestinità) era la disobbedienza civile.

È lo stesso partigiano Quatrano che nel 2001 (era gip del tribunale partenopeo) partecipò alla manifestazione dei no-global contro il G8 e in seguito si giustificò dicendo che passava di lì per caso. L’allora guardasigilli Castelli promosse un’azione disciplinare contro di lui nel 2003. L’ispezione coinvolse anche una collega di Quatrano, Isabella Iaselli, ritenuta pure lei vicina alle posizioni dei movimenti antagonisti: fu il gip Iaselli a disporre i provvedimenti cautelari per i poliziotti accusati di presunte violenze verso gli anarchici chiusi nella caserma Raniero.

I fatti di Genova avevano sollevato il velo anche sulle convinzioni di Libero Mancuso, il pm che aveva indagato sulla strage alla stazione di Bologna e in seguito sarebbe diventato assessore nella giunta Cofferati e candidato vendoliano alle primarie della sinistra per il sindaco di Napoli. «È più difficile indagare su Genova che sulla strage di Bologna - disse l’imparziale magistrato -. Ogni volta che pezzi dello Stato debbono rispondere di episodi così rilevanti penalmente, scattano protezioni e coperture».

Al Forum no-global di Porto Alegre aveva partecipato il giudice Nicoletta Gandus, che avrebbe condannato Silvio Berlusconi in primo grado nel processo Mills. Ha firmato numerosi appelli, assieme ad altri aderenti a Magistratura democratica, contro varie leggi approvate tra il 2001 e il 2006 chiedendone la cancellazione perché hanno «devastato il nostro sistema giustizia». La depenalizzazione del falso in bilancio sarebbe figlia di una «cultura dell’illegalità», mentre quella della legittima difesa è una «riforma barbara» e la legge Pecorella sull’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento «altera un principio costituzionale».

D’altra parte, nella sentenza che nega la ricusazione del giudice Gandus chiesta da Berlusconi proprio per la partigianeria del magistrato, la quinta sezione penale della Corte d’appello di Milano riconosce che Gandus aveva pesantemente criticato in pubblico e «senza mezzi termini» le scelte del governo, ma «dall’inizio del processo non ha più dichiarato alcunché» e quindi - secondo i colleghi giudici - ella avrebbe accantonato «l’asserita avversione ideologica od anche “l’astio” verso un soggetto politico probabilmente a lei inviso».

Ma in tema di mancata neutralità togata non bisogna dimenticare un fatto di oltre vent’anni fa, quando il Cavaliere non era ancora sceso in politica. Un documento del 12 marzo 1988 che raccoglie gli scritti della sezione milanese di Magistratura democratica (tra le firme compaiono quelle della Gandus, di Gherardo Colombo e dei futuri membri del pool Mani pulite) teorizza la nascita del «pm dinamico» che si deve occupare meno di micro-criminalità, devianze sociali e malavita urbana per dedicarsi invece alla «contrapposizione con altri poteri, palesi e occulti, dello Stato e della società». Cioè colletti bianchi e politici. Con tanti saluti all’obbligatorietà dell’azione penale. E un caldo benvenuto al pm partigiano.



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Meglio il silenzio del sospiro finale di Steve Jobs

di

La sorella svela gli attimi prima della morte del genio: "Oh wow...". Ma spiare non è amare. Da Goethe a Picasso c'è sempre chi ha tradito l'intimità dei grandi: ecco le ultime parole dei famosi




Non si sa perchè l’abbia raccontato. Per amore, dice, per tenerezza. Per amore avrebbe dovuto tenerlo per se. Mona Simpson ha 54 anni, è la sorella di Steve Jobs, anche se lui ha preso il nome del papà adottivo e lei dal secondo marito della madre. Fa la scrittrice, non è famosa come il fratello e forse per questo ha raccontato al New York Times quello che lui non avrebbe mai voluto, i suoi ultimi momenti, i suoi ultimi sguardi.

Per un po’ di luce riflessa: «Ha guardato sua sorella Patty, ha guardato a lungo i figli, la sua compagna di una vita, Laurene, e poi al di là di loro, nel nulla». Le ultime parole non erano nemmeno parole, ma un lungo sospiro, ore prima di morire: «Oh wow... Oh wow... Oh wow». Cioè l’effetto dell’antidolorifico, la morfina, la pietà che spetta a un malato terminale, ti nasconde al dolore dentro un nirvana chimico. Rende bello ciò che è orribile. O almeno si spera sia così.

Mona non ha avuto la stessa pietà della morfina. Dice: «Da femminista ho aspettato tutta la vita di incontrare un uomo da amare e che potesse amarmi. Per decenni ho pensato che quell’uomo sarebbe stato mio padre. A 25 anni l’ho incontrato: era mio fratello». A quel ragazzo «della mia età, in jeans, dall’aspetto mediorientale, più bello di Omar Sharif» gli doveva qualcosa di meglio delle sue confidenze non richieste.

Casuali, quasi sempre inconsapevoli, comunque definitive. Le ultime parole, specie se famose, hanno sempre trovato parenti serpenti, fratelli coltelli e guardoni assortiti pronti a spiare la debolezza di un forte, in nome di un amore che non c’è. Dicono meglio così, vuol dire che non era solo, significa che qualcuno lo ascoltava, che qualcuno gli stava vicino.

Ma che consolazione è avere intorno traditori. Raccontano che Leopardi, ma anche Goethe, negli ultimi momenti invocarono «più luce!», mentre Theodore Roosevelt gridò «spegnetela!», ognuno secondo carattere e sentimento. Pavese si raccomandò «non fate troppi pettegolezzi», Alessandro Magno se la prese con i medici «muoio perchè ne ho avuti troppi», D’Azeglio con la moglie «al solito, quando arrivi tu, me ne vado io...».

Dino Buzzati non aveva fretta di andarsene «passin passetto mi avvio», Oliver Cromwell non vedeva l’ora «non voglio bere, né dormire, ma andarmene più in fretta che posso», Papa Alessandro VI si sentiva persino spingere «va bene, va bene, arrivo!». Altri alle parole preferirono i fatti: Molière domandò un pezzo di parmigiano, Baudelaire della senape, Cechov si lamentò di non «aver bevuto abbastanza champagne», Kant morì dopo aver buttato giù un bicchiere di acqua e zucchero. Forse a Moma cos’è l’amore potrebbe spiegarlo Cesare Prandelli. Che della sua Manuela, che per lui era tutto, non disse niente: «Porto dentro di me le sue ultime parole, ma non riesco a dirle, a farle uscire. È troppo dura». Devo avere paura? chiedeva Anthony Hopkins alla morte in Vi presento Joe Black. «Non un uomo come te...»



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A cosa serve il tesoro Apple?

La Stampa


Steve Jobs e il noto simbolo dalla società da lui fondata
Steve Jobs e il noto simbolo dalla società da lui fondata

a cura di Francesco Spini
milano

Notizia di ieri: la Apple ha in cassa 81,57 miliardi di dollari. È un’enormità. Come è possibile? Negli ultimi anni il grande successo dei prodotti lanciati dalla società fondata da Steve Jobs e oggi guidata da Tim Cook - dal MacBook ai vari iPhone e iPad - ha fatto impennare il fatturato e gli utili della società di Cupertino. Che, in tal modo, ha visto la liquidità crescere a dismisura. Nel 2006 arrivò a 10 miliardi, nel 2009 superò i 30, fino all’attuale situazione che la vede superare, per disponibilità, lo stesso governo degli Stati Uniti.

Come si può accumulare tanto denaro?
La Apple nel solo ultimo trimestre ha fatturato 28,27 miliardi di dollari, con utili netti di 6,62 miliardi. Questi ultimi sono andati in gran parte a rimpinguare la cassa, dove sono confluiti - sempre negli ultimi tre mesi - 5,4 miliardi di dollari, che si sono aggiunti ai circa 76,2 che aveva a luglio.

Cosa fa Apple del suo tesoretto?
La risposta è semplice: nulla. Agisce come un grande fondo di investimento prudente. Il tesoro è suddiviso tra liquidità vera e propria, fondi monetari, titoli del Tesoro Usa ed esteri, certificati di deposito e così via. Qualcuno ha calcolato che se Apple finisse di produrre i suoi gioielli tecnologici e dunque avesse zero ricavi, potrebbe stare tranquillamente in piedi per 7 anni e oltre.

Per gli azionisti è un fattore positivo?
Da un lato sì perché avere tanta cassa in un momento di difficoltà economica come questo assicura la stabilità finanziaria della società. Dall’altra però, di fronte a una cifra tanto ingente, da mesi cresce il pressing degli azionisti stessi che vorrebbero che parte di questa montagna di quattrini fosse restituita loro.

In che modo?
Attraverso la distribuzione di dividendi agli azionisti o lo sviluppo di un piano di riacquisto di azioni proprie, altro strumento per remunerare i soci. L’azienda finora è stata sorda a tali richieste, preferendo soddisfare i sottoscrittori delle proprie azioni attraverso l’andamento del titolo azionario che è cresciuto del 114% negli ultimi due anni. La sua capitalizzazione di borsa supera i 376 miliardi di dollari.

Perché a Cupertino sono contrari ai dividendi?
Perché non vogliono intaccare la liquidità, la cui scarsità fu una delle cause di difficoltà negli Anni Novanta. E poi perché nella corporation hanno sempre dichiarato di voler avere sufficiente liquidità per poter sfruttare le opportunità strategiche che dovessero presentarsi, e dunque per potersi permettere acquisizioni anche importanti ed espandersi ulteriormente.

Cosa potrebbe comprare Apple?
Si sono fatte le ipotesi più disparate: da grandi società legate al business di Internet e della Rete, a costruttori di apparecchiature elettroniche e telefonini, fino a un grande operatore televisivo. Per ora, però, la politica di Apple si è mostrata decisamente più prudente: alle grandi acquisizioni la casa dell’iPhone ha dimostrato da sempre di preferire la politica dei piccoli passi.

Quello della Mela è un caso isolato?
Sebbene non in questi termini, le società tecnologiche hanno la tendenza ad accumulare cassa. Basti pensare che la storica rivale di Apple, Microsoft, ha una riserva di cassa superiore ai 60 miliardi di dollari, Google naviga attorno ai 40 miliardi.

In genere come viene utilizzata la liquidità?
Le società che offrono prodotti e servizi legati alla tecnologia hanno la necessità di innovare continuamente. Fino a un decennio fa tale processo di ricerca era svolto dai laboratori interni alle grandi corporation. Oggi le cose sono cambiate.

Come avviene il processo di innovazione?
Soprattutto nel mondo Internet negli ultimi anni le maggiori innovazioni sono arrivate grazie al lavoro di piccole società messe in piedi da ragazzi neolaureati o laureandi finanziate da fondi specializzati. Le grandi corporation preferiscono acquistare tali società e introdurre le innovazioni su larga scala con i propri prodotti. Apple non sfugge a questa logica.

Negli Usa quanta cassa hanno le aziende?
Secondo recenti calcoli le 500 imprese riunite nell’indice americano «Standard & Poor’s 500» totalizzano quasi 965 miliardi di dollari. Una cifra enorme e inimmaginabili per mercati come il nostro, ma anche come quello europeo.

Cosa potrebbe succedere?
Se la crisi non intaccherà prima tale tesoretto, non appena le acque si calmeranno molte imprese Usa riprenderanno a espandersi approfittando dei tanti «saldi» del mercato.




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Palermo, la finta differenziata dell'Amia Foto di una residente: «Rifiuti mescolati»

Corriere della sera

Gli operatori confermano: «Finisce tutto in discarica»


Il mezzo dell'Amia sorpreso a mescolare i rifiuti differenziati
Il mezzo dell'Amia sorpreso a mescolare i rifiuti differenziati
PALERMO – Mentre gli abitanti di Palermo sono invitati a dividere l’immondizia in diversi contenitori per plastica, carta, organico e cosiddetto «indifferenziato» deponendo i sacchetti nei giorni e alle ore assegnate su bidoni di differente colore, succede che l’Amia con le sue squadre di notte raccolga tutto in uno stesso camion portando i rifiuti ormai mischiati e compattati alla discarica di Bellolampo, anziché nei rispettivi impianti di riciclaggio. È quanto hanno ammesso i tre addetti del camion numero 2176 sorpresi in via Gioacchino Di Marzo da un cittadino che ha scattato un paio di inequivocabili foto pubblicate sul Corriere della Sera. A dispetto della costosissima pubblicità fatta negli ultimi anni dall’Amia, una Spa con un passivo di 104 milioni di euro, ecco agganciare alle tenaglie del mezzo ben visibili i contenitori condominiali, uno marrone e uno grigio, il primo dei residui organici, il secondo del cosiddetto «indifferenziato», e rovesciarli insieme nel maleodorante gorgo del compattatore.

IL PALAZZO DI FALCONE - I due addetti in tuta arancione non hanno potuto impedire a un passante di fissare la scena e di scattare le foto col cellulare davanti ad un garage, proprio l’uscita secondaria un tempo utilizzata dalle auto blindate di Giovanni Falcone, nel palazzo in cui abitava il giudice ucciso con la moglie Francesca Morvillo e dove vive la suocera, la signora Morvillo, anche lei ogni giorno alle prese con la differenziata. Ma quei bidoni di diverso colore, lasciati sul marciapiede dal portiere dello stabile nelle sere assegnate, vengono così prelevati contemporaneamente dalla stessa squadra dell’Amia. Come è accaduto nella notte fra sabato e domenica nelle strade vicine, tra via Libertà, Villa Sperlinga e via Notarbartolo, appunto la strada dell’«Albero Falcone».

PALERMO SPENDE PIU’ DI GENOVA - Immediata la protesta di cittadini indignati e anche di esponenti politici come Maurizio Pellegrino, il consigliere comunale del Pd da anni in lotta contro gli sprechi delle municipalizzate e delle discusse Spa che si occupano di nettezza urbana e trasporti: «Palermo spende per le ‘funzioni riguardanti la gestione del territorio e ambiente’ ben 37 milioni in più di quanto se ne spendano a Genova che ha, pressappoco, lo stesso numero di abitanti con un deficit di risultati a tutto svantaggio della città siciliana...».

Ma non è solo questione di cifre, come insiste Pellegrino: «Quello denunziato dal Corriere della Sera non è purtroppo un caso isolato. Riversare i rifiuti differenziati in discarica assieme a tutti gli altri non è solo un’operazione scorretta, ma viola il patto di fiducia che ci deve essere fra la città e i suoi amministratori. Il danno che si è prodotto è enorme, per la stessa credibilità di tutta l’operazione di raccolta differenziata. Non ci può essere motivo alcuno per adottare un comportamento siffatto ma, nel caso estremo di una emergenza, questa andava dichiarata e bisognava dare un’adeguata informazione sulle cause che l’hanno generata e sui tempi di risoluzione del problema».

LO SCARICABARILE DELL’AMIA - «Noi eseguiamo ordini, direttive superiori», hanno balbettato gli addetti, mentre dal camion 2176 scendeva l’autista, Benedetto Carrozza, uno dei 2.800 dipendenti di un’azienda al collasso, imbarazzato anche lui per aver mischiato sul suo mezzo i rifiuti che ormai in quasi tutta la città l’azienda impone ai cittadini di separare: «Quando siamo usciti dal deposito di Partanna-Mondello i superiori ci hanno detto di prendere tutto quello che trovavamo e portarlo a Bellolampo». Un controllo telefonico e nella notte echeggiava la voce del capo area Pino Corsali: «Il capo settore ci ha ordinato...». Uno scaricabarile infine motivato dalla presunta «chiusura per la festività dell’impianto di Marsala».

Motivazione che non convince il cognato di Falcone, il magistrato Alfredo Morvillo: «È una beffa per chi come mia madre perde ore a separare i rifiuti». Stessa amarezza del direttore della Biblioteca comunale Filippo Guttuso, anche lui casa in zona, la sua «differenziata» miscelata con il resto e spedita nella cloaca di Bellolampo, a dispetto dell’ordinanza affissa in portineria per assicurare che carta, plastica e organico «contrariamente a quanto si dice» vadano al riciclaggio.

Una beffa destinata ad alimentare polemiche e inchieste, mentre in tanti sollecitano anche una richiesta di danni da parte del Comune, socio unico di una Spa che non è riuscita a risollevarsi dopo il tonfo di quattro anni fa, quando diversi dirigenti e l’allora presidente Enzo Galioto, ancora oggi senatore della Repubblica, sprecavano risorse con allegre trasferte ad Abu Dabi e con l’idea di esportare negli Emirati arabi il know-how della «differenziata».



Felice Cavallaro
31 ottobre 2011 18:01



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Lezione di stile a Fini dal compagno Fausto: "Rispetti le istituzioni"

di

Bertinotti su La7 ricorda la sua presidenza della Camera: "Io? Non andavo neanche ai congressi di Rifondazione..."




Roma
- È stato il papà a metterglielo in testa. «Per non togliere mai il cappello davanti ai padroni devi imparare a parlare meglio di loro». Con la sua erre blesa, Bertinotti Fausto, era - diciamolo con simpatia - portato per natura a scimmiottare la cadenza (se non proprio l’eloquio) dei grandi borghesi. E ora la sua dialettica, costruita su un lessico altamente raffinato e puntuale, è capace di ricevere complimenti bipartisan. Tanto da Nicola Porro quanto da Luca Telese, conduttori di In onda (su La 7) dove domenica si è registrata l’ennesima bocciatura del cosiddetto «Fini style». Come pensionato della politica, Bertinotti si è riscoperto protagonista dei salotti chic e sono in tanti a indicarlo, con una punta di maliziosa ironia, magister elegantiarum.

A chi meglio di lui, quindi, in qualità di maestro di bon ton, di comunista non pentito e di ex presidente della Camera dei deputati, chiedere un parere illuminante sulla condotta del «collega» Gianfranco Fini? Nicola Porro lo incalza: «Come presidente della Camera avrebbe partecipato a un talk show?» E Bertinotti risponde ammiccando: «Lei lo sa. Sono un conservatore. Ho un religioso rispetto delle istituzioni». Come a dire: lo stile non è acqua. Il senso dello Stato non si improvvisa. E, detto da un internazionalista convinto, fa un certo effetto. Lo stesso Fini sul Messaggero di ieri ammetteva in parte le sue colpe: «Non credo, però - puntualizzava nell’intervista rilasciata a Barbara Jerkov - che il ruolo politico che fuori dall’aula ha il presidente della Camera sia la più grave delle anomalie in questo momento».

L’attuale «magister» di Montecitorio è nel mirino della coppia Porro-Telese. Vogliono sapere. Vogliono capire. Si può andare a Ballarò e parlar male degli avversari? Come è accaduto il 24 ottobre. Si può andare a Piazza pulita (puntata del 6 ottobre)? E da Fabio Fazio a commentare l’involuzione del Pdl (16 gennaio)? «Io non sono andato nemmeno a parlare al congresso di Rifondazione comunista, se è per questo» taglia corto Bertinotti. È una questione di opportunità. E di buon gusto. Ma non solo. È anche la naturale scelta di un conservatore.

Parliamo di Bertinotti, mica di Fini. È così che lo stesso ex sindacalista e parlamentare si definisce. A dispetto dei lavoratori e rivoluzionari incalliti che l’hanno votato come rappresentante sindacale e parlamentare. «Ma io - replica sereno - sono un conservatore perché voglio difendere e mantenere in vita le conquiste ottenute dai nostri padri». Alla faccia di Renzi e dei rottamatori à la page. «E poi - con l’eleganza del citazionista disinvolto - lo stesso Berlinguer era solito dire che i comunisti sono conservatori e rivoluzionari. Mai riformisti».

Per quanti sforzi stia compiendo Fini per essere apprezzato a sinistra (sì alla patrimoniale, sì alle coppie gay, sì all’articolo 18, no alla legge Bossi-Fini, sì all’internazionalizzazione dei diritti, sì alla riforma della legge elettorale) sembra sia ancora lungo il percorso da fare per il presidente della Camera per essere accettato dal suo predecessore, sul piano del comportamento prima ancora che su quello politico. Con perfida malizia la coppia Porro-Telese fa ascoltare a Bertinotti un’intervento di Pietrangelo Buttafuoco sul tradimento e sul trasformismo come cifre della peggiore italianità. «L’Italia democratica è nata dal tradimento» tuona il giornalista siciliano. Bertinotti si fa scuro in volto. Lui pensa a Gobetti, a Gramsci. Al loro sacrificio. I milioni di elettori del Pdl pensano invece a Fini (e non come vittima).



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Incurabili, un museo «regionale» sull'incontro tra arte e medicina

Corriere del Mezzogiorno


L'assessora Miraglia taglia il nastro con un bisturi . A Natale grande mostra e «Piazzetta del Cuore»


NAPOLI — Gli ospedali storici napoletani, quello degli Incurabili ma non solo, sono ricchi di opere d'arte perché nel Settecento si riteneva che quadri e sculture potessero rinfrancare i medici e, in qualche modo, aiutare i malati a guarire. Questo patrimonio, in grande misura disseminato in molte sedi, spesso dimenticato, in parte abbandonato, mai «sfruttato», ha ora trovato una sede, insieme con gli strumenti antichi dell'arte medica.

È nato così, per ritrovare opere d'arte prestigiose e riscoprire una gloriosa tradizione medica, il Museo delle arti sanitarie e della storia della chirurgia, ospitato negli spazi dell'antico Convento delle Pentite all'interno dell'Ospedale monumentale degli Incurabili, per iniziativa del fondatore e direttore Gennaro Rispoli, primario chirurgo e raffinato cultore di storia medica. Museo che è «regionale», dopo il taglio ufficiale del nastro effettuato con un bisturi da Caterina Miraglia, assessora alla Promozione culturale e a Musei e Biblioteche di Palazzo Santa Lucia.

Incurabili, il museo delle arti sanitarie


DA CIRILLO A MOSCATI - Il Museo è stato realizzato grazie alla collaborazione con la Asl Napoli 1. Alla cerimonia d'inaugurazione, infatti, è intervenuto il commissario, il generale Maurizio Scoppa, che ha colto l'occasione per illustrare alcuni progetti (in parte già operativi) per la salvaguardia e la valorizzazione dello straordinario giacimento culturale che si è sedimentato nel corso dei secoli nei luoghi di cura napoletani.

A cominciare da una grande mostra che, per la prima volta, offrirà l'occasione di ammirare gli eccezionali tesori conservati negli edifici della sanità pubblica. Tali operazioni dovranno essere realizzate a costo zero per l'Azienda sanitaria, «perché non abbiamo un euro e se l'avessimo non potremmo spenderlo per queste iniziative», ha puntualizzato Scoppa, il quale ha colto l'occasione per sottolineare che nei primi tre mesi del proprio mandato ha ridotto il deficit di 30 milioni, «che sono poca cosa — ha detto — ma segnano un'inversione di tendenza».

Come si fa, allora? Innanzi tutto si potrà contare su un'ampia rete di volontari che opera con Rispoli e che, del resto, ha realizzato il Museo. Divisi in vari gruppi di lavoro, i volontari — medici, professionisti, esperti d'arte — sono già impegnati su parecchi progetti dedicati a Domenico Cirillo (al quale è intitolata una sala del Museo e Arturo Armone Caruso dedicherà una monografia), al Principe di Sansevero, a Garibaldi, a carità e sanità, alla sanità militare, a Domenico Moscati. Al gruppo che si occupa del medico santo si è aggiunto ieri Raffaele Calabrò, medico, consigliere delegato da Caldoro per la Sanità e senatore.

PIAZZETTA CUORE DI NAPOLI - Al di là dell'impegno dei volontari, tuttavia, c'è la concreta speranza di ottenere l'aiuto di enti pubblici. Tra le iniziative c'è quella di rivitalizzare l'intero cortile degli Incurabili, già battezzato «Piazzetta Cuore agli Incurabili» e ieri ribattezzato da Scoppa «Piazzetta Cuore di Napoli», per la quale l'idea è di utilizzare le risorse europee che rientrano in quelle destinate al «Grande Progetto Centro Storico di Napoli patrimonio Unesco» approvato tre giorni fa dall'Unione Europea.

E su questo ha garantito il proprio impegno l'assessore regionale all'Urbanistica Marcello Tagliatatela. «Abbiamo deciso — ha detto — di seguire il principio della concentrazione di risorse in spazi capaci di rappresentare un unicum armonico, in grado di essere fruiti pienamente dai napoletani e dai turisti. Oltre la famosa Farmacia il cortile può infatti vantare le fontane, gli scaloni e il Pozzo dei pazzi, adiacente al Museo delle arti sanitarie e della storia della chirurgia». In una prospettiva anche più ampia, relativa cioè a tutta l'area, potrebbe contribuire il ministero dei Beni culturali.

Ieri, un po' a sorpresa, alla presentazione del Museo e dei progetti ha partecipato il sottosegretario Riccardo Villari, che ha puntualizzato di essere anche lui un medico e spiegato che con il ministro Galan c'è l'intesa di puntare appunto su interventi per riqualificare comprensori che possano costituire itinerari turistici. Insomma le buone intenzioni sono tante, tante da indurre Scoppa a lanciare una sfida: «Vedremo chi farà prima, noi a organizzare la mostra o voi ad avviare concretamente i progetti di riqualificazione, a cominciare dalla Piazzetta».

IL RESTAURO DELLA STORICA FARMACIA - A proposito dell'esposizione, Rispoli vorrebbe allestirla in una storica corsia d'ospedale per riportare antiche opere d'arte nell'ambiente che inizialmente le ha ospitate. Intanto, molte sono conservate nei locali alle spalle della splendida Farmacia settecentesca degli Incurabili, che sedici anni fa stava per crollare e attende ancora il restauro definitivo.

Insieme con le altre conservate in locali analoghi di altri ospedali, costituiscono un patrimonio davvero considerevole, il più significativo in città dopo quello dei musei e quelli della Curia e del Pio Monte della Misericordia. Parecchie sono quelle recuperate dopo passate razzie dal Nucleo Tutela del Patrimonio dei Carabinieri al quale, in segno di gratitudine e riconoscimento, è stata consegnata ieri una targa. Tutte, comunque, come ha rimarcato Rispoli, «appartengono alla città perché sono state pagate dai nostri antenati per aiutare medici e pazienti ad affrontare meglio le situazioni in cui si trovavano».

Angelo Lomonaco
31 ottobre 2011

Fondi per il terremoto dal gioco online Mondadori querela «Report»

Cporriere della sera


L'inchiesta sul «premier croupier» e sugli interessi di Berlusconi in una nuova società concessionaria


MILANO - Giochi online, fondi per la ricostruzione e dubbi sui meccanismi di concessione da parte dello Stato. Report svela gli interessi definiti «poco trasparenti» di una società in parte riconducibile a Silvio Berlusconi nel settore dei giochi online. Una società partecipata per il 70% dalla Mondadori, che immediatamente ha annunciato una querela.

L'INCHIESTA - L'inchiesta parte dal decreto legge sull'Abruzzo, che assegna alla ricostruzione post terremoto fondi provenienti dai giochi online. Attività che hanno avuto un grosso sviluppo anche per il ritorno d'immagine dovuto alla finalità benefica. Il servizio di Sigfrido Ranucci andato in onda domenica 30 ottobre ha però svelato che solo una parte dei fondi destinati allo Stato finisce ai terremotati e al commissariato per la ricostruzione.

«Le entrate dai giochi sono 500 milioni l’anno - ha riassunto Ranucci - le uscite, circa la metà. Un gioco di parole e il risultato per L’Aquila, a distanza di due anni e mezzo dal sisma, è questo. E non dipende solo dalla carenza di fondi». Si capisce quindi che il business è redditizio. Inoltre anche un'azienda riconducibile alla famiglia del premier si è fatta avanti per conquistare un proprio spazio nel mercato.

«L’ultima, è arrivata a giugno - prosegue l'inchiesta - si chiama Glaming. E di chi è la Glaming? Il 30% del Gruppo Bassetti, il 70 di Mondadori, società che è del Presidente del Consiglio». Ma Report parla anche di una fiduciaria, dai titolari ignoti: «Secondo una normativa antimafia andrebbero dichiarati i nomi dei fiduciari», aggiunge Ranucci. «Eppure in questo caso i nomi dei fiduciari sono sconosciuti». La concessione risale a giugno. Le nuove norme sono state emesse a luglio, quindi nessun obbligo. Infine l'inchiesta dà conto dei benefici contabili trasferiti dalla Glaming alla Mondadori, in «difficoltà finanziaria». Ed è su quest'ultimo passaggio che si appuntano le principali contestazioni della Mondadori.


LA QUERELA - La querela contro la trasmissione di Raitre è stata annunciata a stretto giro: «Per tutelare i propri interessi illecitamente lesi, così come quelli di tutti gli azionisti». Il comunicato dell'azienda presieduta da Marina Berlusconi chiarisce qual è, a parere dei legali Mondadori, il passaggio diffamante: «Di particolare gravità per una società quotata sono le affermazioni tese a rappresentare una situazione finanziaria critica, anche a seguito di un presunto risarcimento di 564 milioni di euro alla Cir. Le falsità, evidentemente volute atteso che sarebbero bastate alcune elementari verifiche per evitarle». La casa editrice specifica che «non è Mondadori ma Fininvest la controparte nel contenzioso con Cir» e che quindi non è a suo carico «l'onere finanziario».

Inoltre, prosegue la nota, «la situazione di indebitamento Mondadori non solo non è critica, ma è significativamente migliorata negli ultimi anni come si può facilmente evincere dalla lettura dei bilanci del Gruppo». Infine, secondo la casa editrice, «la tecnica del 'cash pooling' (accentramento presso una società di un gruppo la gestione delle disponibilità finanziarie dell'intero gruppo, ndr) è impropriamente ed artatamente evocata».


LA REPLICA DI REPORT - Milena Gabanelli risponde alle contestazioni della Mondadori rilanciando con una nota e con un video pubblicato su Corriere.it (GUARDA): «La questione più importante è un'altra: è opportuno che, in un momento come questo, in un paese con la più alta evasione, il presidente del Consiglio implementi il gioco d'azzardo, con il quale tanta gente si rovina? E che abbia anche un interesse diretto?

Questa è la domanda alla quale occorre rispondere». La conduttrice di Report osserva di non aver «mai detto che Mondadori si è indebitata a seguito al risarcimento Cir, ma che leggendo i bilanci, depositati presso la Camera di Commercio, si vede che negli ultimi 3 anni l'indebitamento con le banche è passato da 75 milioni a circa a 300 milioni di euro». Infine la questione del cash pooling: «Una tecnica finanziaria che viene evocata da un documento interno ai Monopoli che viene mostrato nella nostra trasmissione e fa riferimento a delle modalità in uso a tutte le concessionarie. È un metodo che consente di compensare debiti e crediti bancari tra società diverse appartenenti allo stesso gruppo. Se Glaming e dunque Mondadori non l'hanno usato è solo perché ancora non hanno di fatto cominciato la raccolta».

Ma c'è un altro dubbio che la Gabanelli solleva sulla trasparenza dell'intera operazione: «Mondadori è entrata a giugno e si occupa della raccolta dei giochi on line. Ma mentre le norme introdotte dalla legge di stabilità in merito alla trasparenza e ai requisiti di onorabilità dei concessionari che si occupano della raccolta dei giochi fisici sono entrate in vigore a giugno stesso, quelle per le società che si occupano di on line sono entrate in vigore solo da luglio, cioè dopo l'entrata di Mondadori.

A firmare la legge, datata 14 luglio 2011 - osserva ancora Milena Gabanelli - è lo stesso presidente del Consiglio insieme con il ministro Tremonti. E questo lo dice lo stesso dirigente dei monopoli intervistato da Report. Se le norme sulla trasparenza e sui requisiti di onorabilità fossero state applicate anche in questo caso, forse la concessione non avrebbe potuto essere assegnata, perché c'è di mezzo una fiduciaria, i cui proprietari sono sconosciuti e perchè il premier è di fatto proprietario al 53% di Mondadori ha in corso un processo per frode fiscale».

Redazione Online
31 ottobre 2011 23:17

Io, occidentale, e i miei 66 schiavi »

Corriere della sera

Un'applicazione permette di calcolare quante persone sono sfruttate per sostenere il nostro stile di vita

 

Dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS




NEW YORK – Io ho ben 66 schiavi che lavorano per me. Proprio come la giornalista della MSNBC Suzanne Kantra e l’assistente editoriale della Rizzoli a New York, Serena Deni. Abbiamo fatto la scioccante scoperta visitando il sito internet Slavery Footprint . Si tratta di un’applicazione web che promette di rivelare quanti schiavi, senza saperlo, abbiamo ogni giorno alle nostre dipendenze in base allo stile di vita, abitudini e dimensioni del nucleo famigliare. L’innovativo sito internet è stato creato da Call+Response, organizzazione non profit che si batte da anni per porre fine alla schiavitù, in collaborazione con l’Ufficio per Monitorare e combattere il Traffico di Persone del Dipartimento di Stato Usa diretto da Hillary Clinton.

PROBLEMA DRAMMATICO - «La schiavitù purtroppo è ovunque - punta il dito Justin Dillon, responsabile di Slavery Footprint -, ogni oggetto della nostra quotidianità viene realizzato sfruttando in maniera disumana ed illegale manodopera a basso costo». L’iniziativa ha come finalità quella di incentivare le multinazionali a far luce sulle loro pratiche «schiaviste», rendendo i consumatori più consapevoli su una piaga sociale che oggi affligge 27 milioni di persone, molte delle quali bambini.

Nonostante sia stata messa al bando un po’ ovunque e sia stata ufficialmente proibita con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, la schiavitù resta uno dei problemi più drammatici e allo stesso tempo meno discussi. Forme contemporanee di sfruttamento coinvolgono innumerevoli persone, senza distinzione di età, sesso e razza. Basti pensare alle donne dell’Europa dell’Est costrette a prostituirsi, ai bambini venduti in Africa al pari di merce qualsiasi, e agli uomini forzati a lavorare in condizioni estreme nelle fazende brasiliane.

QUESTIONARIO - «E’ un fenomeno drammatico di cui bisogna ricordarsi quando si va a fare shopping e si acquista qualcosa», continua Dillon. Se volete conoscere quante persone sono state ridotte in schiavitù per realizzare il vostro computer, la bici, la borsa firmata oppure le scarpe all’ultima moda, la procedura è molto semplice. Basta rispondere a un questionario di 11 pagine con domande sull’età, il numero di figli, la dieta, l’attività sportiva, la tipologia della vostra abitazione e persino cosa avete nell’armadietto delle medicine.

La battaglia multimediale di Slavery Footprint contro la schiavitù non si ferma qui. L’obiettivo è riuscire dove le politiche governative hanno fallito: debellare definitivamente la schiavitù coinvolgendo direttamente e in prima persona i consumatori. Il prossimo passo sarà quindi un’applicazione per telefonini attraverso la quale si potrà conoscere direttamente dalle aziende più responsabili e votate alla trasparenza se il prodotto che si vuole comprare è stato realizzato da lavoratori costretti in condizione di schiavitù.

01 novembre 2011 00:30



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L'alluvione fa danni? Aumenta la benzina

Libero




La notizia è semplice: lo Stato italiano non ha 65 milioni in cassa. Cioè la cifra destinata a coprire la prima emergenza in Liguria e Toscana, colpite dall’alluvione. E così per mantenere la promessa, uscita dal Consiglio dei ministri di venerdì scorso, il governo ha pensato bene di aumentare l’accisa sui carburanti di 0,79 centesimi, a cui va aggiunta l’Iva. Il rincaro dunque è più o meno di un cent. Poco, viene subito da pensare.

Tanto, se si considerano le ormai decine di accise che gravano sul prezzo di benzina e gasolio. L’obiettivo dell’aggravio sul pieno è nobile, ci mancherebbe. Però è scandaloso che gli automobilisti debbano pagare (sempre loro) perché la Casta non ha ancora tagliato di un euro le sue spese folli. La Camera dei Deputati costa un miliardo circa all’anno: ma è mai possibile che non si riesca a risparmiare 65 milioni tra commessi, rimborsi, uffici, auto blu per dare una mano alle decine di migliaia di alluvionati liguri e toscani? Il ministero della Difesa potrebbe, tanto per cominciare, cedere quelle 19 Maserati comprate chissà perché, e devolvere il ricavo alle famiglie che hanno perso casa e lavoro?

Tanti dubbi E poi perché - ci chiediamo - la notizia è stata diffusa dall’Agenzia delle Dogane solo ieri? Forse perché qualcuno al governo voleva fregare in silenzio i milioni di italiani che sono partiti per il ponte di Ognissanti, facendo pagare la verde quasi un centesimo in più? Quanto fanno incazzare i politici quando ci trattano per scemi...  L’Istat ieri ha certificato che a ottobre la benzina è aumentata del 17,8% (dal +16,3% di settembre) su base annua, mentre è salita dello 0,8% su base mensile, il prezzo del diesel per i mezzi di trasporto è invece salito del 21,2% (dal +19,2% di settembre) ed è aumentata dell’1,7% sul piano congiunturale.

Eppure il petrolio non è a 150 dollari al barile. Il problema è che su ogni litro di carburante gravano circa 75 centesimi di accise, ai quali va sommata l’Iva aumentata al 21% con la super manovra di fine estate. Risultato: in questo periodo, nel 2010, la verde costava  1,35 euro al litro, oggi addirittura 1,64. Avete capito bene,  avrebbe detto il Berlusconi dei bei tempi:  ventinove centesimi in soli 365 giorni.

Una tantum a parole La somma è presto fatta: oltre alle solite accise per finanziare la  guerra in Abissinia del 1935, il disastro del Vajont del 1963, il terremoto del Belice del 1968  o la missione in Bosnia del 1996, ricordiamo gli 0,02 euro a litro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 (quelli dello sciopero selvaggio, complimenti), gli 0,0073 euro in attuazione del decreto  per il finanziamento della manutenzione e la conservazione dei beni culturali, di enti ed istituzioni culturali e, dulcis in fundo, i 4 centesimi per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011. Ci mancava, adesso, la tassa sugli alluvionati della Liguria... L’aggravio è  in vigore da oggi e dovrebbe terminare il 31 dicembre 2011. Ma lo sappiamo bene come sono finite le una tantum in Italia.

«Esprimiamo massima solidarietà per le popolazioni delle aree colpite dalle alluvioni. Siamo però costretti a notare che per l’ennesima volta il governo sembra non aver altro modo per reperire risorse straordinarie che aumentando le accise sui carburanti», accusa Martino Landi, presidente di Faib-Confesercenti, una delle associazioni che rappresentano i benzinai: «Non siamo il bancomat dello Stato: per liberare le risorse necessarie, sarebbe meglio piuttosto tagliare alcuni dei tanti sprechi. Questa decisione comprimerà ulteriormente i già deboli consumi e concorrerà ad accrescere ancora di più l'inflazione».

Il danno e la beffa
Le disgrazie però non vengono mai da sole. E così oltre al danno ci sarà la beffa per liguri e toscani: venerdì la giunta regionale di Firenze (centrosinistra)  ha deliberato l’aumento di 5 centesimi al litro dell’accisa regionale sulla benzina dal 1° gennaio 2012. Infatti, sulla base del Milleproroghe,  per far fronte a eventi eccezionali le Regioni devono aumentare fino a 5 centesimi al litro le accise sulla benzina per potere accedere al Fondo nazionale di Protezione civile. Ora anche la Regione Liguria (sempre centrosinistra), quella che aveva deliberato la possibilità di costruire a 3 metri dai fiumi, vuole aggravare le tasche dei suoi automobilisti. «La Protezione Civile e il ministero dell’Economia - spiega l’assessore regionale al Bilancio, Pippo Rossetti - chiedono una compartecipazione regionale per il finanziamento di 65 milioni di euro definito per i danni del maltempo in Liguria e in Toscana. Vista l’impossibilità di reperire risorse nel nostro esiguo bilancio - prosegue - stiamo valutando anche noi, come la Toscana, di prevedere una imposta regionale sulla benzina, così da escludere qualsiasi intervento su Irpef e Irap». E così gli alluvionati pagheranno più di tutti.


di Giuliano Zulin
01/11/2011




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Il cinema cerebrale di Lelio Luttazzi

Corriere della sera

Un duro atto d'accusa contro la magistratura, colpevole di non dover mai rendere conto dei suoi sbagli. Ma un attacco, per così dire, da sinistra. Un racconto all'insegna della rivalsa, dopo aver subito un'ingiustizia bruciante. Un «conte philosophique» per immagini, come usava negli anni Settanta.

Questo e altro è L'illazione, il solo film girato da Lelio Luttazzi, uno dei nostri più grandi musicisti ed «entertainer». Com'è noto, per una imperdonabile leggerezza di Walter Chiari e per certa ottusità degli inquirenti, nel 1970 Luttazzi si fece 27 giorni di carcere per una questione di droga. L'episodio segnò irrimediabilmente la sua vita, anche quella professionale. Nel 1972, quasi per una sorta di risarcimento, la Rai gli finanziò un film, ma non ebbe mai il coraggio di metterlo in onda.


Lelio Luttazzi nel film «L'illazione» (1970)
Lelio Luttazzi nel film «L'illazione» (1970)
A quasi quarant'anni di distanza, dopo un fortunoso ritrovamento da parte della moglie Rossana, è stato mandato in onda (Rai5, domenica, ore 22). Tutto ruota attorno a una cena a cui Decio (interpretato dallo stesso Luttazzi), la sua compagna e due loro amici invitano un giudice (che si rivelerà essere cinico, ottuso e reazionario) e sua moglie, intenzionati a comprare un terreno fuori città. Tra giochi di società e bicchieri di «vino del contadino», la chiacchiera notturna prende i contorni di un processo metafisico, tra sogni e realtà, tra illazioni e flashback monocromatici.

Per l'immensa stima che abbiamo nei confronti di Luttazzi, dobbiamo purtroppo constatare che l'opera non è riuscita, prigioniera dei danni fatti dal «cinema cerebrale» dell'epoca. È come se Luttazzi, accecato dal risentimento, volesse continuamente dimostrare qualcosa: non solo che la giustizia è fallace ma che lui è all'altezza di Antonioni, che sa scrivere battute come «C'erano solo due psicoanalisti bravi, Freud e Jung, ma sono morti», che non arretra di fronte alle ultime mode intellettuali.

Ma tale è stato il piacere di rivedere Luttazzi sullo schermo che tutto è perdonato. Anche perché niente riuscirà a ripagarlo del torto subito.



01 novembre 2011 09:41



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Manda all'ospedale tre agenti di polizia

Il Giorno

Condannato a 6 mesi, in realtà è già libero

Tutto in un weekend. Un 58enne di Bovisio Masciago ha mandato all'ospedale i tre agenti e distrutto la sala riunioni del Comando

Un intervento degli agenti di polizia


Monza, 31 ottobre 2011 - Venerdì ha picchiato due agenti e un ufficiale e distrutto la sala riunioni del Comando. Sabato è stato processato per direttissima a 6 mesi con la condizionale, mentre questa mattina era in giro a passeggio per il paese.

Questo è il weekend di fuoco per un 58enne di Bovisio Masciago che, in preda ai fumi dell'alcoo, è stato al centro delle cronache locali per l'intero fine settimana.
Botte e minacce alle forze dell'ordine, la condanna e la calma ritrovata. Per i tre uomini rimasti feriti una prognosi tra 10 e 15 giorni.



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Niente corone di fiori per i caduti in servizio, a Venezia è polemica

Corriere della sera

Tagli, il ministero ordina: 50 euro per tutte le tombe. Circolare a tutte le questure. I sindacati di polizia: «Così oltraggiano chi ha dato la vita per la sicurezza delle nostre città»



Sono una decina le tombe delle vittime del dovere che si trovano a Venezia (archivio)
Sono una decina le tombe delle vittime del dovere che si trovano a Venezia (archivio)

VENEZIA — Né fiori né corone di alloro per i poliziotti caduti in servizio. Quest’anno, per il ministero dell’Interno, le vittime del dovere della provincia di Venezia non meritano più di 50 euro per corone commemorative e composizioni floreali. Tanto, infatti, potrà spendere la questura lagunare per rendere omaggio ai suoi caduti sul lavoro.

Il che equivale a dire: niente da fare. Una corona di alloro costa più o meno 150 euro, le tombe delle vittime del dovere sono circa una decina. Il Ministero, con una circolare, ha fatto sapere che per questo 2 novembre il budget a disposizione sarà un decimo di quelli precedenti. La notizia ha fatto infuriare i sindacati del Coisp e del Silp. «Tutto ci saremmo aspettati, ma mai di arrivare a una simile situazione - dicono Francesco Lipari (Coisp) e Giordano Sartori (Silp) - questi uomini sono morti per la loro divisa e sulle tombe e sui cippi che ricordano il loro sacrificio non si depositerà neppure un fiore».

Il taglio è orizzontale e riguarda diversi ambiti: dalle dotazioni operative, alla manutenzione e pulizia dei luoghi di lavoro, oltre agli stessi stipendi. La protesta del Coisp, con le sagome di cartone a seguire i ministri Maroni e Brunetta per mezzo Paese, è solo una delle tante ragioni dello sdegno dei sindacati. Personale ridotto all’osso, attrezzature spesso inadatte, e chi più ne ha più ne metta. Il Coisp, non più tardi di qualche settimana fa, aveva lamentato persino l’utilizzo di lacrimogeni scadenti. Insomma, i tagli agli uomini in divisa si sono fatti sentire.

Si può toccare tutto, si possono stringere i denti perché si sa che la situazione è difficile per tutti. Ma il caso delle commemorazioni del 2 novembre ha visto l’eliminazione radicale (50 euro sono poco più che un obolo simbolico) di un intero capitolo di spesa. Un risparmio tutto sommato esiguo, per un atto simbolico ma con un significato importante per chi lavora tutti i giorni per difendere la sicurezza della collettività. «I tagli non hanno avuto rispetto nemmeno dei nostri morti - continuano Lipari e Sartori - caduti non solo nostri ma di tutti i cittadini della Repubblica ».

Nel 2010, poi, si era speso più del solito. La decisione anche in questo caso era arrivata dall’alto e giustificato come un tentativo di limitare le uscite. «Tentativo non riuscito però. Sono stati spesi un sacco di soldi - spiega Sartori - perché il ministero aveva pensato di risparmiare siglando una convenzione con Interflora. Invece, alla fine il conto fu salato, forse persino più alto degli altri anni. Ora, capisco che ci siano necessità economiche importanti e che si debba stringere la cinghia, ma andare a tagliare anche queste commemorazioni ci sembra francamente inaccettabile e poco dignitoso nei confronti di colleghi che hanno dato la vita mentre stavano lavorando per proteggere la loro città». Il provvedimento è su base nazionale: ogni questura avrà un budget in proporzione alle tombe da decorare o a quanto verrà ritenuto necessario per coprire caso per caso questo determinato capitolo di spesa.

A Venezia, la soluzione ha poche vie di uscita: verrà comprata un’unica corona di alloro (il contributo ministeriale, ovviamente, dovrà essere integrato dalla questura lagunare visto che con quei soldi si arriva a coprire il costo di un terzo di corona) per un’unica celebrazione. I sindacati per il momento manifestano sdegno, ma non scatteranno azioni di protesta. «Speriamo che l’anno prossimo il vento cambi e si torni al vecchio sistema. Noi non dimenticheremo presto quello che definiamo un affronto indegno alla memoria collettiva; senza memoria un Paese non può avere futuro. Nessun commento per gli attuali governanti di questo Stato, che si dimenticano dei propri cittadini, caduti in nome dei valori della Repubblica, ma si ricordano quotidianamente dei loro intoccabili privilegi e delle loro perenni poltrone. Stesso discorso per gli alti vertici dipartimentali che non hanno saputo individuare, nei tagli necessari, altri capitoli dove dover operare risparmi, contribuendo così ad oltraggiare i nostri caduti».



Davide Tamiello
01 novembre 2011



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