sabato 29 ottobre 2011

Loreto Mare, la carta igienica viene usata come bendaggio

Corriere del Mezzogiorno


Un'anziana in barella si «medica» aiutata da una parente. Nell'ospedale i dipendenti sul piede di guerra



NAPOLI — Le bandiere rosse dei sindacati in lotta sono la prima cosa che si nota quando si arriva al Loreto Mare. Ricoprono gran parte della facciata, affianco all’insegna del pronto soccorso. Pare quasi che siano lì per dire a chi arriva che il Loreto non è un ospedale come gli altri; è un presidio di prima linea, di trincea. Ed è proprio così che si sentono medici e infermieri: come dei soldati equipaggiati con armi scadenti che devono fronteggiare un nemico troppo numeroso.

In effetti, appena dentro, il primo impatto lascia perplessi. L’anticamera del pronto soccorso è scura, piena di gente che aspetta di essere visitata. E, che si arrivi con le costole rotte o con un mal di testa, qui non c’è distinzione, se non quella affidata al buon senso del personale. Una specie di «triage» fai da te, perché quello ufficiale, e cioè la divisione dei casi a seconda della gravità, non è mai partito. Ad ogni modo, se l’emergenza ha i contorni dell’incubo, nei reparti non va certo meglio.

IN TANTI SULLE BARELLE - Al terzo piano, (Medicina generale) l’idea di essere al fronte torna con violenza. C’è così tanta gente che il corridoio è occupato da barelle su entrambi i lati. Uomini e donne assieme, parcheggiati alla meglio su letti di fortuna. Ciascuno con catetere che da sotto le coperte scende fino a terra, in una sacca trasparente piena di urina.

Quasi un cordone ombelicale per quei figli reietti. Gli infermieri ce la mettono tutta, passano da un malato all’altro, ma è chiaro che la lotta è impari. I «feriti» sono troppi e le «armi» troppo poche. Così, nella confusione generale, colpisce una scena che ha addirittura dell’incredibile. Una signora anziana cerca di tamponare il sangue che le zampilla da una mano. L’ago della flebo le ha procurato una piccola ferita che a quell’età stenta a rimarginarsi. Niente di grave, sia chiaro, ma è difficile arrestare il sangue. Una donna al suo fianco, forse una figlia o una nipote, si china con fare sicuro e, cercando sotto la barella, dove c’è anche un vaso da notte e una bottiglia di detersivo, prende un rotolo di carta igienica. Un rotolo che la donna è costretta a usare come fosse garza sterile.

Il gesto è perentorio, deciso. Lo è tanto da lasciar credere che non sia la prima volta che viene fatta l’insolita medicazione, e che quella non sia la vicenda più strana alla quale si possa assistere. Dal corridoio una vicina di barella accenna ad un consiglio: «chiama l’infermiere», ma la donna che sta fasciando l’anziana accenna ad una protesta. È chiaro che non vuole creare problemi, forse per la paura di perdere anche quel posto di fortuna.

Proprio come se fosse in un ospedale da campo, dopo aver controllato la glicemia ad un malato, sostituito la flebo ad un altro e chiesto ad un gruppetto di parenti di lasciare almeno lo spazio minimo per garantire il passaggio, l’infermiere si accorge del problema e arriva anche dall’anziana. Cinque centimetri di nastro adesivi con un po’ di ovatta e via, pronto a correre dall’altro lato del corridoio. Niente di sconvolgente, non qui al Loreto.

RISSE AL PRONTO SOCCORSO - In fondo c’è di peggio. Ci sono le risse del pronto soccorso, dove familiari infuriati sfogano la propria frustrazione su chiunque indossi un camice; ci sono gli operai della Siram costretti a lavorare in una centrale dove c’è l’amianto, e ci sono gli uomini delle pulizie sul piede di guerra per stipendi non pagati, (situazione quest’ultima, che potrebbe portare ad uno sciopero già lunedì).

Quindi, nessuno scandalo nell’arrangiarsi con della carta igienica usata al posto di una benda. D’altronde quando ci si trova al fronte, si sa, bisogna usare quel che si può. E poi, quelli che tengono duro, possono sempre sperare di conquistare un posto in un letto vero. Almeno lì, quando è ora di mangiare, non dovranno usare le lenzuola come tovaglie e le barelle come tavoli.

Raffaele Nespoli
29 ottobre 2011

Don Santoro celebra l'anniversario di nozze della donna nata uomo

La Nazione

"Per Dio non è un'unione irregolare"


''Non ci si può pentire di troppo amore''. Così Don Santoro replicò alle critiche. Per quel matrimonio fu rimosso dalla parrocchia delle Piagge


Firenze, 29 ottobre 2011 - Don Alessandro Santoro, il sacerdote che ha unito con rito religioso una donna nata uomo ed il suo compagno, Sandra Alvino e Fortunato Talotta, ricorderà nella messa di domani quella ''benedizione matrimoniale'' di cui ricorre il secondo anniversario. Lo ha annunciato lo stesso sacerdote che, dopo quell'episodio fu rimosso dal vescovo Giuseppe Betori dalla parrocchia delle Piagge, alla periferia di Firenze.

Nell'aprile dello scorso anno don Santoro è poi tornato alla comunità delle Piagge dicendosi tuttavia ''non pentito'': ''Non ci si può pentire di troppo amore''. Ma don Santoro torna anche a chiedere al vescovo di far partire una riflessione collegiale nella diocesi'' sulla vicenda di Sandra Alvino e Fortunato Talotta e di altre famiglie e di coppie come loro.


''Ricorderemo il secondo anniversario della benedizione matrimoniale di Sandra e Fortunato avvenuta il 25 ottobre di due anni fa e lo faremo mangiando insieme a Sandra e Fortunato la comunione sacramentale convinti che Dio abbia accolto questa unione sacramentale e non consideri la vita di coppia di Sandra e Fortunato 'irregolare'.

Nella stessa celebrazione ribadiremo la nostra comunione più profonda con la comunità dell'Isolotto e ringrazieremo il Dio della vita per avere avuto come punto di riferimento e compagno leale Enzo Mazzi - aggiunge don Santoro che è stato l'unico sacerdote che ha partecipato agli incontri di commiato per Mazzi alla comunità dell'Isolotto, nata dopo la sua 'ribellione' nel 1968 - che ci ha insegnato come essere chiesa dei poveri e incarnata'





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La Merkel spera in Napolitano. Dimentica che era comunista.

Libero









Governo tedesco in pressing sull’Italia. Tuttavia preferisce rivolgersi al presidente della Repubblica anzichè al capo del governo. Dice  Steffen Sibert, portavoce di Angela Merkel: «Il presidente Napolitano ha detto nei giorni scorsi che, ora più che mai, ci troviamo in un mare in tempesta e tutti sulla stessa barca. Ogni Paese deve dare il suo contributo. E questo è il momento che l'Italia agisca. Non possiamo che esser d’accordo con Napolitano e confidare sul fatto che anche la guida dello Stato la veda così». Per Palazzo Chigi solo la considerazione che domenica «ci sono stati domenica buoni colloqui fra Angela Merkel e Silvio Berlusconi, anche alla presenza di Nicolas Sarkozy».




Insomma l’unico riferimento a Berlino è il Quirinale. Palazzo Chigi sembra essere diventato un indirizzo secondario. Eppure la lettera di Berlusconi è stata, almeno ufficialmente, apprezzata da tutta l’Unione Europea. Contiene «riforme serie e tempi certi di realizzazione». L'hanno elogiata Mario Draghi, in volo per Francoforte dove guiderà la Bce  e il  presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, ultimamente assai poco tenera con il governo.

In Italia, solo la sinistra ha fatto le barricate, storcendo il naso sulle pensioni e schierandosi con i sindacati contro la modifica delle norme su lavoro. Per non parlare della privatizzazione dei servizi pubblici locali. E il Quirinale? Napolitano è stato uno dei pochi vertici istituzionali a non sbilanciarsi. O meglio: a spronare Berlusconi prima e a non complimentarsi con lui dopo il vertice di Bruxelles. Cautela bipartisan o qualche perplessità sulle misure annunciate dal governo, in linea con la formazione politico-culturale del presidente all’interno del vecchio Pci di cui è stato fino alla fine uno dei grandi dirigenti?

Perchè poi, a ben vedere, sono proprio i vertici della sinistra a ostacolare il cammino delle riforme. Perchè per loro il Cavaliere ha sempre torto. Qualunque cosa faccia. Quando prende rimproveri da Bruxelles in quanto «aumenta l’isolamento dell’Italia». Ma anche quando si allinea alle posizioni dei partner perchè «consente all’Europa di commissariare l’Italia». Non è possibile che qualunque cosa accada è sempre sbagliata.

Il ponte tra la Merkel e il Quirinale finisce così in un vicolo cieco. Mai una volta che dal Quirinale siano partite sollecitazioni pubbliche all’opposizione perchè assuma atteggiamenti più costruttivi. Semplici inviti all’unità di intenti  buone per tutte le stagioni. Forse se Francia e Germania coprissero direttamente la spalle al Cavaliere renderebbero più efficace l’azione del governo. Nascondersi dietro il Colle significa prendere le distanze.

Come dire che se il Cavaliere vince sono tutti pronti a salire sul carro del trionfo. Altrimenti perde da solo. A suo totale rischio e pericolo perchè ci può sempre essere la carta di riserva del governo tecnico per fare le riforme. Un sistema per rimettere in gioco un’opposizione altrimenti condannata a chiedere, come un disco rotto, le dimissioni dell’esecutivo. Un gioco molto cinico alle spalle degli italiani.


di Nino Sunseri
 
29/10/2011

Scioperi, la Qantas sospende tutti i voli

Corriere della sera


Fermate le partenze. Trattativa sindacale in stallo, la decisione ha effetto immediato. Interviene il governo


MILANO - I dipendenti della Qantas fanno sciopero e la compagnia aerea di bandiera australiana reagisce sospendendo tutti i voli sospendendo lo stipendio a tutti. L'intera flotta di 108 aerei della Qantas rimarrà infatti a terra da sabato a data indefinita dopo lo sciopero a singhiozzo dei dipendenti (piloti, meccanici e altro personale di terra). Lo ha annunciato l'amministratore delegato della compagnia, Alan Joyce, in una conferenza stampa a Sydney precisando che da lunedì sarà sospeso lo stipendio di tutti i dipendenti che non dovranno più presentarsi al lavoro. Le operazioni riprenderanno solo quando i sindacati e i rappresentanti della compagnia avranno raggiunto un accordo. Gli aerei già decollati completeranno ovviamente le loro tratte, ma non ci saranno ulteriori partenze.


PERDITE MILIONARIE - La compagnia aerea è stata colpita negli ultimi da una serie di scioperi piuttosto costosi. Gli addetti alla gestione dei bagagli, ingegneri e piloti sono stati coinvolti nell'agitazione, che ha comportato alla Qantas perdite per 16 milioni di dollari a settimana. Sulla sua pagina Facebook, la compagnia aerea ha invitato i clienti prenotati sui voli a non recarsi negli aeroporti fino a ulteriori notizie.

L'INTERVENTO DEL GOVERNO - Il governo australiano ha chiesto la fine di tutti gli scioperi e della serrata di ritorsione alla Qantas, la compagnia di bandiera. «Sono molto preoccupato per il futuro della Qantas», ha affermato il ministro dei Trasporti, Anthony Albanese, dopo la decisione di fermare tutti voli, «ho chiesto al Tribunale del lavoro di ordinare la fine dell'astensione dal lavoro dei dipendenti e il blocco dei voli decisio dal management». I piloti australiani hanno accusato la Qantas di «mettere il coltello alla gola della nazione» con la decisione di fermare tutti i voli in risposta agli scioperi. «È uno stupefacente eccesso di reazione», ha commentato Richard Woodward, vicepresidente dell'Associazione dei piloti australiani e internazionali, «una reazione esagerata e maniacale che è un vero e proprio ricatto».

LEADER IN OSTAGGIO - D'altra parte lo sciopero dei dipendenti della compagnia asutraliana Qantas rischia di creare un quasi incidente diplomatico per il governo di Canberra. Il blocco dei voli, infatti, tiene in ostaggio in Australia i 17 capi di Stato dei Peasi del Commonwealth a Perth, dove era in corso il loro summit annuale. Lo ha reso noto, non senza qualche imbarazzo, il premier, Julia Gillard, che, oltre a ricorrere all'autorità che regola il diritto di sciopero per porre fine al blocco, ha ordinato al suo staff di trovare soluzioni con voli alternativi.


Redazione Online
29 ottobre 2011 16:33

Il Poligrafico controllava i computer degli impiegati

Corriere della sera

L'Authority multa l'Istituto. La difesa: erano tutti avvisati




MILANO - Immaginate di essere in ufficio, davanti al vostro pc. E che le vostre ricerche online, le informazioni sulla data e l'ora di accesso ai siti internet, possano essere conservati per ognuno di voi su supporti magnetici custoditi in cassaforte.

E immaginate anche che le vostre telefonate su sistema Voip (come Skype), possano essere controllate a distanza. Non è una spy story americana ma una storia tutta italiana ambientata all'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato. Come racconta l'Autorità garante della privacy nel provvedimento numero 308 adottato il 21 luglio 2011, pubblicato sul bollettino 129/luglio 2011 e ripreso poi da alcune agenzie.

«Più tutele per i dipendenti del Poligrafico», ha titolato l'AdnKronos il 20 settembre alle ore 12.13. Nessuno però è andato a spulciare la motivazione e le conclusioni cui l'Authority era giunta: cos'è accaduto al Poligrafico tra il 12 e il 13 maggio 2011?

Tutto parte nell'ambito di accertamenti di routine che l'Autorità compie tra soggetti pubblici e privati per verificare la protezione dei dati personali. C'è chi parla di una segnalazione anonima, ma i fatti dicono che il 12 e il 13 maggio gli ispettori vanno in via Salaria 1027, a Roma, nella sede dell'Istituto che ha come azionista unico il ministero dell'Economia.

Gli esperti si mettono al lavoro e rilevano «un sistema di filtraggio della navigazione Web capace di generare report individuali relativi a siti visitati da ciascun lavoratore, indicandolo nominativamente» e apprendono da un documento interno che i «log della navigazione dei singoli dipendenti sono mantenuti e archiviati su supporti magnetici custoditi in cassaforte».

Operazioni su cui non viene stipulato «nessun accordo sindacale». E senza che gli interessati, sempre secondo l'autorità, siano stati compiutamente informati. L'azienda, allora guidata da Ferruccio Ferranti, risponde che ai dipendenti «è stato consegnato un opuscolo in cui è prevista che l'attività di Internet sia registrata in log mantenuti su sistemi informativi».

Ma all'Authority non basta e oltre a dichiarare «illeciti alcuni trattamenti effettuati», trasmette il provvedimento in Procura per gli «illeciti penali eventualmente configurabili». E multa l'Istituto per circa 80 mila euro. Il 28 luglio nel frattempo, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ridefinisce i compiti del Poligrafico «in funzione dell'attuazione del progetto sulla carta d'identità elettronica» e comunica di voler affidare l'amministrazione a Maurizio Prato, attuale ad.

Caso chiuso? «Abbiamo pagato una parte della sanzione ma abbiamo impugnato il provvedimento. Le interpretazioni del garante - spiegano dall'Istituto - non sono corrette e i lavoratori erano avvisati con un'informativa precisa. Abbiamo chiesto un'audizione all'autorità che non ci è ancora stata concessa». L'ispezione si è soffermata anche sul sistema di telefonia Voip, circa 300 utenze, su cui sono stati rilevati «profili di illiceità».

Il Poligrafico, secondo le accuse, sarebbe stato in possesso di un sistema di «analisi e controllo del traffico telefonico» con la possibilità di avvalersi di una funzione «alert» (l'azienda ha dichiarato di non averla mai usata) in grado di «inviare un'email ogni qual volta un numero interno effettuava una chiamata verso determinati numeri esterni configurabili dall'amministratore». Resta una domanda: perché?


Corinna De Cesare
29 ottobre 2011 13:47



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Complotto istituzionale» e depistaggi L'inchiesta sbagliata su via D'Amelio

Corriere della sera

Un misterioso appunto degli 007 del Sisde anticipò la falsa soluzione


ROMA - L'appunto del Servizio segreto civile partì dal centro Sisde di Palermo il 13 agosto 1992, nemmeno un mese dopo la strage di Via D'Amelio che aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Protocollo numero 2298/Z.3068, diretto a Roma. C'era scritto che da «contatti informali» si potevano prevedere imminenti sviluppi sugli autori del furto della macchina imbottita di tritolo e «sul luogo ove la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell'attentato».

Oggi quell'appunto è senza padre. Nessuno degli agenti all'epoca in servizio tra Palermo e Roma ha saputo spiegarne origine e significato. Nemmeno colui che probabilmente lo firmò, il quale sostiene di non ricordare nulla di quello strano documento. Strano e «inquietante», come lo definiscono i pubblici ministeri della Procura di Caltanissetta nella memoria conclusiva stesa a tre anni dalla riapertura dell'inchiesta sulla strage. Perché a quella data non c'era ancora l'ombra di un pentito che parlasse del garage che avrebbe nascosto la Fiat 126 rubata per l'attentato.

Solo un mese più tardi, il 13 settembre, Salvatore Candura cominciò a parlare della macchina fino ad autoaccusarsi del furto «commesso su incarico di Vincenzo Scarantino che gli aveva promesso un compenso di 500.000 lire». Poi arrivò l'altro «collaboratore di giustizia» Francesco Andriotta, decisivo per la successiva confessione di Scarantino. Falsa come quelle di Andriotta e Candura, ma tutte giudicate attendibili e messe a fondamento di condanne definitive. Finché tre anni fa è arrivato il vero ladro della 126, Gaspare Spatuzza, a riscrivere la storia della strage di via D'Amelio.

«Con le spalle al muro»

Dunque la teoria dei pentiti bugiardi fu anticipata da un documento del Sisde sugli imminenti risultati della Squadra mobile palermitana guidata da Arnaldo La Barbera, investigatore sagace e stimato successivamente divenuto questore di Palermo, Napoli e Roma, assurto ai vertici dell'antiterrorismo e dell' intelligence fino alla prematura scomparsa nel 2002. Un depistaggio sul quale continuano a interrogarsi i magistrati di Caltanissetta: fu un «complotto istituzionale» per chiudere in fretta l'indagine sulla morte di Borsellino, oppure un grave ma «semplice» errore investigativo, commesso dopo aver imboccato una strada che era «doveroso» esplorare?

La storia dell'indagine sbagliata, per come è stata ricostruita dalla Procura nissena, non ha sciolto il mistero. Che si alimenta con la clamorosa ritrattazione (successiva al pentimento di Spatuzza) del falso collaboratore Candura. Il quale nell'interrogatorio del 10 marzo 2009 ha ammesso che diciassette anni prima s'inventò tutto. Trasformando la sua confessione in un atto d'accusa.

Riassumono i pm nella memoria inviata alla commissione parlamentare antimafia: «Egli dichiarava di non aver affatto rubato l'auto; di essere stato indotto ad accusarsi del furto e a chiamare in causa lo Scarantino a seguito delle pressioni fattegli dal dott. Arnaldo La Barbera, che l'aveva "messo con le spalle al muro" dopo che lo stesso era stato arrestato per violenza carnale; di aver conseguentemente, a seguito delle minacce fattegli dal dott.

La Barbera oltre che della promessa di un consistente aiuto economico da parte dello Stato, deciso ad autoaccusarsi del furto chiamando in causa lo Scarantino che peraltro gli era stato indicato dallo stesso La Barbera come committente del furto; di aver patito durante il periodo della sua "collaborazione" con lo Stato varie minacce da parte dei funzionari di polizia che riguardavano ora la propria incolumità personale, ora quella dei propri figli».

Tre funzionari di polizia che all'epoca collaboravano con La Barbera nel gruppo investigativo Falcone-Borsellino sono tuttora indagati per calunnia in un procedimento parallelo a quello sulla strage che non s'è concluso. Interrogati, hanno negato qualsiasi irregolarità nelle indagini, e tantomeno i maltrattamenti denunciati dai falsi pentiti. Le cui dichiarazioni più recenti presentano ancora, secondo gli inquirenti, elementi di ambiguità e di incertezza. Tuttavia una spiegazione alle bugie ci deve essere.

Anche a quelle di Francesco Andriotta, che raccontò di aver ricevuto in carcere le confidenze di Scarantino sulla sua partecipazione all'attentato di via D'Amelio, ne riferì ai poliziotti finché lo stesso Scarantino si convinse a collaborare con i magistrati. Ma dopo la nuova verità di Spatuzza, pure Andriotta ha fatto marcia indietro. Precisando, tra l'altro, che «nulla sapeva della strage, di non essere stato lui a "costruire le cose" bensì il dott. Arnaldo La Barbera, e che mai Scarantino gli aveva rivelato particolari sulla strage per la quale, anzi, si era sempre protestato innocente».

Nell'ultimo interrogatorio del 24 febbraio scorso, riferendosi a un particolare delle indagini di 17 anni fa, il falso pentito ha detto: «Feci quelle dichiarazioni perché i poliziotti che le Signorie Loro mi menzionano mi diedero degli appunti che contenevano ciò che avrei dovuto riferire ai magistrati». E ai pm che gli domandavano se confermava quanto aveva riferito in un precedente verbale, «e cioè che ogni volta che incontrava i magistrati per essere interrogato, poco prima aveva un colloquio con i funzionari di polizia che gli suggerivano gli argomenti di cui avrebbe dovuto parlare», Andriotta ha risposto: «Confermo».

«Eclatante forzatura investigativa»

A conclusione degli accertamenti svolti finora, gli inquirenti affermano che «non si evidenziano elementi decisivi per riscontrare o cestinare l'ipotesi di una "eclatante forzatura investigativa" spintasi sino alla creazione delle false dichiarazioni di Andriotta in merito alle confidenze dello Scarantino sotto la regia degli uomini del cosiddetto Gruppo Falcone-Borsellino».

Tuttavia, gli stessi pubblici ministeri scrivono: «Il probabile innamoramento di quel tortuoso sentiero che non si volle più abbandonare, nonostante alcune più o meno palesi incongruenze che provenivano dalle prime fonti di accusa, autorizza oggi questo Ufficio ad avanzare anche l'ipotesi che gli investigatori possano aver operato "forzature" più o meno spregiudicate, facendo ricorso all'aiuto di personaggi che non si possono definire certo "disinteressati"». E infine: «Accanto alle altre ipotesi prospettate, è con pari logica sostenibile che possa esservi stato un vero e proprio "indottrinamento" di Andriotta da parte degli investigatori».

Insomma, resta l'alternativa tra errore in buona fede e falsa pista costruita a tavolino. E a gettare un'ulteriore ombra è la deposizione di un ex poliziotto che all'epoca faceva parte del gruppo Falcone-Borsellino e in seguito ne fu allontanato, Gioacchino Genchi, discusso consulente di molte inchieste giudiziarie: «Ricordo che nel maggio 1993 Arnaldo La Barbera, piangendo, mi disse che doveva diventare questore e che le indagini sulle stragi, faccio riferimento a quella Borsellino, dovevano prendere una certa piega, nel senso che non si poteva più mantenere un'ampia impostazione delle stragi, ma bisognava focalizzare solo quei dati concreti che potevano portare ad immediati risultati, più limitati, ma concreti...».

Come quello garantito dalla pista Candura-Andriotta-Scarantino, oggi sconfessata da Spatuzza. Ma le dichiarazioni di Scarantino non preoccupavano affatto Giuseppe Graviano, il capo-mafia autentico regista della strage di via D'Amelio. Forse gli facevano persino comodo, poiché spostavano l'attenzione dalla sua cosca ad altre. L'ha ricordato uno degli ultimi pentiti considerato attendibile dagli inquirenti, Fabio Tranchina, autista del boss di cui ha svelato il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio Borsellino. Del presunto mafioso che riempiva verbali su verbali, Giuseppe Graviano disse: « Parrassi, parrassi quantu vuoli ». Parlasse, parlasse quanto vuole. Lui sapeva che la verità era un'altra.




29 ottobre 2011 08:47



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Rivolta contro gli onorevoli: un caffè? Costa 90 euro

Libero




Napoli presenta il conto ai parlamentari. Un conto salatissimo. I deputati e i senatori che vorranno mangiare o anche solo prendersi un caffè nel capoluogo campano dovranno mettere mano al portafogli e aggiungere qualche zero ai prezzi che di solito pagano nella bouvette di Montecitorio o Palazzo Madama. Per loro una pizza costa cento euro, un caffe' 90 euro, un panino 350, uno yogurt mille euro.

La protesta anticasta è partita ieri. «I soldi in più li darò in beneficenza», spiega Gino Sorbillo, tra i promotori dell'iniziativa etitolare dell’omonima pizzera in via dei Tribunali, nel centro antico di Napoli. «Quello che la casta ruba ai cittadini ce lo riprenderemo con la forza, donandolo ai più bisognosi». Sergio Miccù, presidente dell’Associazione pizzaioli napoletani aggiunge: «Con una circolare rivolta a tutti i pizzaioli Italiani, stiamo chiedendo di aderire a questa iniziativa mettendo a 100 euro le pizze per i deputati. O i parlamentari italiani rinunceranno alla pizza, o pagheranno cifre blu, o adegueranno i prezzi dei loro ristoranti al mercato e torneranno a pagare il giusto».

La rivolta degli esercenti napoletani è stata subito sponsorizzata dai Verdi. «La casta ci aveva promesso che avrebbe adeguato i prezzi dei ristoranti della Camera e del Senato al mercato. Purtroppo non è stato così. A questo punto dobbiamo costringere gli onorevoli italiani a pagare il giusto. Se ogni ristorante o pizzeria dove si recheranno nei prossimi giorni gli farà pagare cifre esorbitanti vedrete che impareranno la lezione», ha puntualizzato Francesco Emilio Borrelli, commissario regionale.


29/10/2011




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Una moneta da 45 milioni di euro: pesa una tonnellata

Il Mattino

SYDNEY - Pesa più di una tonnellata la moneta d'oro più grande del mondo esposta a Perth: vale oltre 45 milioni di euro




Sabato 29 Ottobre 2011 - 10:49

Quanto costano i politici? Ogni anno per le famiglie un conto da 350 euro

di

Il costo per la rappresentanza politica, secondo Confcommercio, vale 150 euro a persona ogni anno. La cura dimagrante? "Ridurre di un terzo i parlamentari per risparmiare"




Quanto ci costa la politica? Domanda retorica ma che ora ha una risposta, grazie a uno studio realizzato dalla Confcommercio.

Alle famiglie italiane, rivela l'organismo, la politica costa 350 euro all'anno. Un piccolo gruzzolo, che moltiplicato per le famiglie italiane, fa qualcosa come 9 miliardi e 350 euro, 150 a persona. Basterebbe tagliare di un terzo questo comparto, spiega Confcommercio, per ottenere alcuni vantaggi, come quello di abbassare di 0,8 punti percentuali l'aliquota Irpef.

Lo studio non si limita peraltro a segnalare l'opportunità di una riduzione delle spese per la politica, ma segnala anche dove si potrebbe intervenire con più facilità. "Si potrebbe partire dai costi della rappresentanza politica", e quindi dai soldi che ogni cittadino spende per eleggere i suo rappresentanti e far funzionare gli organismi legislativi, sia nazionali che decentrati.

Eliminare poi di poco più di un terzo il numero dei parlamentari si riuscirebbe ad avere un risparmio quantificabile in 3,3 miliardi l'anno. Una cifra che, da sola, permetterebbe appunto di ridurre di 8 decimi di punto l'aliquota Irpef per oltre 30 milioni di contribuenti o, altra ipotesi formulata da Confcommercio, di destinare 2.900 euro all'anno alle famiglie in condizione di povertà assoluta.




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In auto senza cintura di sicurezza? Per multare non basta la parola del vigile

Il Mattino


ROMA - In auto senza le cinture di sicurezza? D'ora in poi la parola del solo vigile potrebbe non bastare per convalidare la contravvenzione elevata. È il risultato di una sentenza della Cassazione (Seconda sezione civile, numero 21514) che ha accolto il ricorso di un avvocato lombardo, Antonio S., che si era opposto alla convalida di una contravvenzione da parte del Giudice di pace di Milano elevata perchè in qualità di passeggero trasportato, a detta degli agenti, non avrebbe indossato le cinture. 

Come ricostruisce la sentenza della Suprema Corte, il 20 marzo 2004 gli agenti - in seguito ad un incidente stradale - avevano riscontrato che «le cinture di sicurezza del passeggero erano bloccate nella propria sede, in quanto il montante ove era installata la cintura di sicurezza risultava piegato in seguito all'evento, mentre se l'automobilista le avesse indossate queste dovevano rimanere avvolte ma scorrevole e non bloccate, come rilevato dagli agenti».

Il ragionamento era stato condiviso dal Giudice di pace di Milano che, nel marzo 2006, aveva convalidato la contravvenzione.


Contro la contravvenzione, Antonio S., si è opposto con successo in Cassazione, facendo notare che la parola dei soli agenti non poteva bastare visto che non si era provveduto ad acquisire la cartella clinica che avrebbe dovuto «fare escludere la violazione dell'obbligo di indossare le cinture».

La Cassazione ha accolto il ricorso del passeggero- avvocato e ha ammesso che «la sentenza impugnata dà atto della copiosa documentazione prodotta dall'opponente ma fonda il proprio convincimento solo sulle deduzioni degli agenti e sulle dichiarazioni del conducente».

In definitiva, secondo la Suprema Corte, «si dà luogo ad una opzione probatoria non sufficientemente motivata rispetto ai profili ricavabili dagli altri elementi dedotti» dal passeggero trasportato «con particolare riferimento alla perizia tecnico dinamica e a quella medico legale prodotte che meritavano più considerazione».

Da qui l'accoglimento del ricorso di Antonio S. e il rinvio del caso al Giudice di pace di Milano che dovrà rivalutare la vicenda non più sulla sola base di quanto riferito dagli agenti ma considerando le perizie a disposizione.

Sabato 29 Ottobre 2011 - 11:57    Ultimo aggiornamento: 11:58




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Maserati blindate per il ministero della Difesa Pd-Idv attaccano. La Russa: non le usiamo noi

di

Il Pd e l'Idv attaccano: "Perché sono state acquistate 19 Maserati blindate per il ministero della Difesa?". Ma La Russa: "Chi si lamenta ora avrebbe dovuto farlo prima quando c’erano le Audi. Le Maserati acquistate costano meno e sono italiane e non sono nell'utilizzo mio né del mio staff"




Roma - Polemica su quattro ruote fra il ministero della Difesa e il Partito Democratico. Durante un'interrogazione urgente al ministro della Difesa Ignazio La Russa, il deputato del Pd Emanuele Fiano ha chiesto: "Di fronte alla durissima crisi economica perché il ministero della Difesa ha sentito il bisogno di arricchire il proprio parco auto con 19 Maserati blindate?"

Subito dopo anche Leoluca Orlando, portavoce dell'Idv, ha cavalcato la protesta, criticando aspramente l'acquisto delle auto. "È evidente che il ministro La Russa è un esperto in sprechi e opere inutili. Il Ponte sullo stretto serve solo a ingrassare i conti di qualche azienda amica degli amici. Piuttosto il titolare della Difesa dovrebbe spiegare agli italiani- afferma Orlando - perché, in un momento dove si chiedono lacrime e sangue alle famiglie italiane, ha acquistato 19 Maserati nuove di zecca? È un calcio in faccia alla povertà e un’offesa a tutti i cittadini italiani onesti che faticano ad arrivare alla fine del mese".

La risposta del ministero non si è fatta attendere ed è arrivata per bocca dello stesso La Russa che ha spiegato punto per punto i motivi dell'acquisto delle auto: "Queste Maserati non sono nell’utilizzo né del ministro, né dei sottosegretari, né del capo di gabinetto, né del mio staff. Dal 2010, ben prima di questa polemica ho dato disposizione che le macchine che ci sono ci sono, e per i prossimi tre anni non se ne comprano più e che comunque le macchine blindate, quando finiranno il ciclo di vita, non saranno sostituite perché non c’è bisogno di averne".

Al ministro la polemica sembra inutile e fuori luogo: "È comunque strana - prosegue La Russa - questa polemica: chi si lamenta ora avrebbe dovuto farlo prima quando c’erano le Audi. Le Maserati acquistate costano meno e sono italiane. Trovo quindi pretestuoso e indecente lamentarsi quando che c’è una macchina italiana che ha vinto peraltro una regolare gara ed è risultata la più conveniente". La Russa poi va oltre e annuncia novità rilevanti per il futuro delle auto blu per il ministero: "Sto anche studiando il modo di poter sostituire le auto blu con quelle personali".




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Morì in carcere dopo notte con carabinieri sarà riesumata la salma di Giuseppe Uva

Foto a luci rosse, il sindaco si dimette

Il Mattino


di Maria Pirro - INVIATO


SOLOFRA - Il consiglio comunale non si riunisce. Il sindaco si autosospende, ma non può evitare l’ennesimo colpo di scena: la fotocopia di un’immagine proibita che lo ritrae nel suo ufficio, in compagnia di una donna, viene imbucata nella casella di posta della figlia.

Amarezze private, decisioni sofferte e dichiarazioni ai veleni: per Solofra, un’altra giornata di tensioni che comincia con la convocazione del civico consesso. Il parlamentino è chiamato a riprendere i lavori da dove erano stati interrotti il 25 ottobre, giorno della denuncia pubblica di Vincenzo Clemente, l’esponente di opposizione che ha consegnato ai carabinieri i 33 scatti a luci rosse.

Palazzo Orsini, ore 11. Fuori dall’aula, i carabinieri vigilano sull’ordine pubblico. Ma dentro ci sono soltanto cinque consiglieri e il presidente Angelo Montoro, che non può dare il via al dibattito. Manca il numero legale: consiglio flop. Ed è polemica. «Mi auguro - dice Montoro - che si riprenda al più presto l’attività politica, per il bene della città». Luigi De Stefano, leader dell’opposizione, va all’attacco: «La maggioranza diserta l’aula perché non è in grado di affrontare la situazione, il primo cittadino è delegittimato, nelle sue funzioni, a prescindere dalle reali responsabilità, che non spetta a me giudicare».

Pio Gagliardi chiede persino l’intervento del prefetto: «L’amministrazione è allo sbando. Serve una guida salda per affrontare problematiche urgenti come la gestione del servizio idrico integrato e il salvataggio del distretto industriale». E invece, aggiunge De Stefano, «lo scontro tra il sindaco e Clemente paralizza qualsiasi iniziativa: che si dimettano entrambi».

Tra i duellanti, Guarino non riconsegna la fascia tricolore, ma si autosospende «per motivi personali». Alla guida dell’amministrazione, con incarico fino a metà novembre, subentra il vicesindaco Antonio De Vita, medico gastroenterologo, il più votato in città e, forte del consenso, cerca subito il dialogo: «È opportuno abbassare i toni, sono troppo accesi, esasperati. Con senso di responsabilità, dobbiamo tutti, insieme, tornare a lavorare per la città. Il mio è un appello accorato rivolto alle forze di maggioranza, ma anche di opposizione».

Quanto alla vicenda delle foto proibite, De Vita puntualizza: «Non le ho viste e non so dire se siano autentiche o false. Spetta agli inquirenti fare chiarezza ma, nell’attesa che questo avvenga, è mio compito riportare l’attenzione sui temi veri dello sviluppo che interessano i cittadini Solofra». I documenti all’esame dei magistrati di Avellino, però, aumentano di giorno in giorno. L’ultimo atto è a firma della famiglia Guarino.

«Ho segnalato alla procura della Repubblica che una delle tre figlie ha ricevuto copia di una delle foto incriminate. L’ha trovata nella sua casella di posta» dice l’avvocato Raffaele Tecce e sottolinea: «Questo è un altro fatto gravissimo che conferma la nostra ipotesi di disegno criminoso ben pensato e organizzato».

Sono due, al momento, i fascicoli aperti sulla vicenda delle foto a luci rosse. Uno è stato trasmesso dai carabinieri che hanno ricevuto da Clemente i trentatré scatti proibiti, corredati da minuziose didascalie. L’altro è stato sollecitato dal sindaco Guarino che ha presentato denuncia contro l’esponente di opposizione e contro ignoti, segnalando diverse ipotesi di reato: diffamazione e calunnia, per danneggiare l’immagine del sindaco, e soprattutto «fraudolenta» acquisizione di immagini che lo ritraggono, mediante l’uso di sofisticate apparecchiature installate, «di notte» e forse per anni, in Comune.

Sabato 29 Ottobre 2011 - 10:01    Ultimo aggiornamento: 11:10




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L'America festeggia la Statua della Libertà

Quotidiano.net

Il simbolo dell'accoglienza ai migranti compie 125 anni

L'attrice Sigourney Weaver ha letto commossa un brano inciso sul piedestallo. Inaugurate cinque telecamere posizionate nella torcia che permetteranno a tutti di vedere la Grande Mela dall'alto


Roma, 29 ottobre 2011  - Ormai da 125 anni la 'signora con la fiaccola', bianca, alta e imponente, sorveglia i grattacieli della Grande mela e sorride a chi arriva in America con la speranza di un mondo migliore. E gli americani hanno festeggiato con commozione il loro simbolo della relazionecon i poveri e i migranti del mondo.

A impersonare lo spirito a stelle e strisce ieri sera è stata  l’attrice Sigourney Weaver, che ha letto con voce commossa un brano di ‘New Colossus’ della poetessa ebreo-nordamericana Emma Lazarus, parole scolpite nel piedistallo:   “Datemi i vostri sconfitti, i vostri poveri, le vostre numerose masse che sperano di respirare con libertà, questi residui delle vostre feconde coste. Mandatemi questi senza casta, i naufraghi della tempesta. La mia fiaccola illumina la porta dorata".

Il brano è stato declamato appena dopo l’inno americano e la Marsigliese che hanno dato il via, ieri, ai festeggiamenti per i 125 anni del Centinaia e centinaia i newyorkesi e i turisti presenti.
Inaugurata il 28 ottobre del 1886 alla presenza dell’allora presidente Grover Cleveland, la statua è stata celebrata ai fasti di allora, quando si tenne la prima ticket-tape parade, uno stile di festeggiare, poi diventato tipico delle parate americane, caratterizzato dal lancio di una pioggia di pezzettini di carta dalle finestre.

Così si festeggiò nel 1886 la sistemazione sull’isolotto di Bedloe, nel porto di New York, dell’imponente opera dello scultore francese Fréderic Auguste Bartholdi, omaggio che la Rivoluzione Francese faceva agli Stati Uniti in occasione del primo centenario dell’indipendenza.
E ieri, durante le cerimonie per l’importante anniversario, 125 immigrati provenienti da 40 diversi paesi sono stati naturalizzati americani proprio nello stesso luogo, diventato Liberty Island.

Fra le altre iniziative, l’inaugurazione di cinque telecamere che, posizionate nella torcia,
permetteranno d’ora in poi agli spettatori di tutto il mondo di ammirare la vista dall’alto, disponibile in tempo reale sul sito www.myworldwebcams.com . Per il prossimo anno osservare le immagini riprese dall’alto della fiaccola sarà l’unico modo per accedere alla Statua della Libertà che verrà chiusa al pubblico da oggi per permettere lavori di ristrutturazione alle scale e agli ascensori che portano fino alla corona della più famosa signora d’America.

Quella di ieri è stata la seconda celebrazione dell’evento: la prima, rigorosamente a porte chiuse, si era svolta il 22 settembre alla presenza del presidente francese Nicolas Sarkozy e del sindaco di New York Michael Bloomberg.




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La stampa "distratta" L'assoluzione del premier scompare dai giornali

di

La notizia del proscioglimento di Berlusconi dal caso Agcom snobbata dai quotidiani. Gli stessi che 19 mesi fa la cavalcarono senza scrupoli



È un mestiere sempre più difficile, il nostro. Ti distrai un attimo e la notizia ti sfugge. Comincia a rimbalzare in rete, finisce sui blog, le appioppano un tag, svolazza con twitter e ad acchiapparla, la notizia, sono solo i giornali più attenti, più scrupolosi, più informati come il Corriere della Sera ,  

La Repubblica ,Il Fatto Quotidiano , che la sbattono, saggiamente, in prima pagina.
Volete un esempio illuminante di come girano le cose nel gran mondo dell’editoria«super partes»?Sfogliate con noi la rassegna stampa e fermatevi sulla prima pagina di sabato 13 marzo 2010 dei tre autorevoli quotidiani citati poc’anzi: Vediamo il primo titolo, quello dell’immarcescibile Fatto Quotidiano :«Innocenzi, Masi, Minzolini. Tutti gli ordini di Berlusconi». Sommario: «Il premier indagato per concussione assieme al giornalista e al membro dell’Agcom. Manovre e minacce per fermare Santoro ». Passiamo al Corsera . Titolo: «Rai e premier nuova bufera» Occhiello: «Pressioni contro Annozero.

Sotto inchiesta anche Innocenzi dell’Agcom ». Sommario: «Berlusconi e Minzolini indagati a Trani. Il premier: Qual è il reato?» E, buon ultima, ecco La Repubblica . Titolo: «Pressioni Rai, indagato Berlusconi». Occhiello: «Sotto inchiesta per concussione anche il direttore del Tg1 Minzolini e Innocenzi dell’Agcom». Sommario: «Telefonate per bloccare Annozero».

Titoli di apertura di tre prime pagine, ribadiamo. Supportati da autorevoli articoli di fondo: «Siamo di fronte ad un’illegalità che si fa Stato, ad un abuso che diviene sistema, un disordine che diventa codice di comportamento e di garanzia per chi comanda» scriveva Ezio Mauro. E che lezione di trasparenza e rigore cronistico da Antonio Padellaro sul Fatto : «Adesso le prove ci sono.L’inchiesta della Procura di Trani è un documento nitido e conseguente in ogni suo passaggio sul potere assoluto dell’illegalità in Italia. Il reato che si fa Stato...».

Scusate se vi abbiamo costretto a ripassare con noi questa lezione, l’ennesima, di corretto giornalismo. Il motivo è piuttosto semplice: più o meno 19 mesi dopo, cioè avant’ieri arriva un’altra notizia. La notizia che l’inchiesta di Trani, quella «con le prove nitide e conseguenti», è risultata talmente aderente alla realtà da spingere lo stesso pubblico ministero a chiedere l’archiviazione del presunto reato contestato al premier Berlusconi. È una notizia anche questa? Giudicate voi, lettori, che siete i veri arbitri imparziali.

Ma a noi corre l’obbligo, appunto, di mettervi in guardia. La notizia dell’archiviazione di un’inchiesta, che era finita in prima pagina nei tre giornali più volte menzionati, sugli stessi giornali questa volta non è comparsa. Non dico un’apertura,non dico un titolo a quattro, tre, due colonne ma nemmeno una «breve», che poi sono quelle dieci righe stiracchiate, che un tempo si buttavano dentro per chiudere un buco sotto un pezzo troppo corto.

No, spiacenti ma quella notizia, la notizia di un’inchiesta flop, di pressioni che non ci sono mai state e di un Cavaliere, sì il solito cavaliere, cui non si può contestare nulla,l’ha pubblicata solo il nostro quotidiano. E gli altri? Distratti. Soltanto distratti, per carità. Distratti anche gli editorialisti, i maratoneti del fondo esplicativo e politicamente corretto? Distratti. E i segugi dal fiuto infallibile, che scovanoogni giorno almeno una prova del malaffare di Silvio Berlusconi, gli accertatori dalle mille e una certezza? Distratti anche loro, i migliori.




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Trench e occhio languido: Di Pietro fa Bogart su GQ

Corriere della sera

L'ex pm sul mensile: «La mia vita anche più avventurosa di quella del protagonista di Casablanca»



Di Pietro su GQ
Di Pietro su GQ
MILANO - Trench col bavero rialzato, cappello e sguardo misterioso. Su GQ Antonio Di Pietro come Humphrey Bogart in Casablanca. Il mensile dedica al leader dell'Italia dei Valori la controcopertina del numero in edicola il prossimo 3 novembre. E al magazine di Condé Nast l'ex pm racconta di aver avuto una vita addirittura più avventurosa di quella del celebre protagonista hollywoodiano. «Non l'avevo mai messo in vita mia, il papillon. Ma il trench sì, e che figura facevo a trent'anni, quando ero ispettore di polizia. Altro che Humphrey Bogart!», si lascia andare Di Pietro. Dilungandosi sulla sua carriera e sulle sue esperienze lavorative. «Una volta, mi ricordo, c'erano dei cretini che volevano emulare i terroristi delle Brigate Rosse. Rompevano vetri, tiravano sassi, facevano queste cose qui. Mi infiltrai tra loro e una sera in una retata mi portarono in questura. Allora organizzai la confessione, fingendo di voler far dire a tutti la stessa cosa, ma nel frattempo loro vuotavano il sacco davvero. Bisognava improvvisare tutto, altro che Casablanca!».

CRITICHE - Su Libero non si lascia sfuggire l'occasione per deridere il leader Idv. «Tonino s'è montato la testa» recita il titolo dell'articolo in cui Filippo Facci non usa mezzi termini per criticare Di Pietro. «Grazie, Tonino - scrive - che ci consenti di parlare e scrivere di ciò che conosci meglio: le cazzate». Quindi l'affondo in merito al passaggio sul passato da "infiltrato": «Questo sei sempre stato: un infiltrato, condannato a restare ogni volta senza amici, come un vero e solitario duro».



Redazion Online
28 ottobre 2011 16:11



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Luis Enrique: «Con Tassotti tutto ok»

Corriere della sera


Il tecnico della Roma pensa al Milan: «Sarà dura»


MILANO - Il ricordo di quell'Italia-Spagna quarto di finale del Mondiale Usa del '94 gli è rimasto sul naso. Che da quel giorno è leggermente storto. Eppure la prospettiva di reincontrare Mauro Tassotti, che con una gomitata lo mandò ko in area di rigore, non lo turba più di tanto. «Non ho nessun problema con Mauro Tassotti - conclude Luis Enrique mettendo da parte vecchi rancori - quello che è successo in campo resta in campo. Non avrò problemi a stringergli la mano. Così come la darò ad Allegri e a tutti gli avversari». La Roma che ha rivoluzionato rispetto alla passata gestione, sabato incontrerà proprio il Milan sulla cui panchina siede l'ex terzino rossonero Tassotti, ora vice di Allegri: «È una squadra fortissima - afferma in conferenza stampa il tecnico giallorosso - e per noi sarà senza dubbio una prova di forza. Sarà una partita molto interessante, vedremo come ci arriviamo dopo tre partite giocate in una settimana».


GENOVA AMARA - Più che la gomitata di Tassotti, il tecnico della Roma vorrebbe dimenticare la sconfitta di Genova nel turno infrasettimanale. «Ci mancano ancora tantissime cose - sottolinea l'asturiano - la concentrazione in determinati momenti, la capacità di finalizzazione e altre. Ho visto comunque i ragazzi in crescita e credo che ce la faremo». A Marassi i giallorossi si sono mossi bene, ma hanno pagato a caro prezzo due amnesie difensive: «Mi piacerebbe tantissimo rivedere la squadra vista a Genova, anche contro il Milan, magari cambiando gli errori fatti».


Redazione Online
28 ottobre 2011(ultima modifica: 29 ottobre 2011 08:49)

Complotto istituzionale» e depistaggi L'inchiesta sbagliata su via D'Amelio

Corriere della sera

Un misterioso appunto degli 007 del Sisde anticipò la falsa soluzione


ROMA - L'appunto del Servizio segreto civile partì dal centro Sisde di Palermo il 13 agosto 1992, nemmeno un mese dopo la strage di Via D'Amelio che aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Protocollo numero 2298/Z.3068, diretto a Roma. C'era scritto che da «contatti informali» si potevano prevedere imminenti sviluppi sugli autori del furto della macchina imbottita di tritolo e «sul luogo ove la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell'attentato».

Oggi quell'appunto è senza padre. Nessuno degli agenti all'epoca in servizio tra Palermo e Roma ha saputo spiegarne origine e significato. Nemmeno colui che probabilmente lo firmò, il quale sostiene di non ricordare nulla di quello strano documento. Strano e «inquietante», come lo definiscono i pubblici ministeri della Procura di Caltanissetta nella memoria conclusiva stesa a tre anni dalla riapertura dell'inchiesta sulla strage. Perché a quella data non c'era ancora l'ombra di un pentito che parlasse del garage che avrebbe nascosto la Fiat 126 rubata per l'attentato.

Solo un mese più tardi, il 13 settembre, Salvatore Candura cominciò a parlare della macchina fino ad autoaccusarsi del furto «commesso su incarico di Vincenzo Scarantino che gli aveva promesso un compenso di 500.000 lire». Poi arrivò l'altro «collaboratore di giustizia» Francesco Andriotta, decisivo per la successiva confessione di Scarantino. Falsa come quelle di Andriotta e Candura, ma tutte giudicate attendibili e messe a fondamento di condanne definitive. Finché tre anni fa è arrivato il vero ladro della 126, Gaspare Spatuzza, a riscrivere la storia della strage di via D'Amelio.

«Con le spalle al muro»
Dunque la teoria dei pentiti bugiardi fu anticipata da un documento del Sisde sugli imminenti risultati della Squadra mobile palermitana guidata da Arnaldo La Barbera, investigatore sagace e stimato successivamente divenuto questore di Palermo, Napoli e Roma, assurto ai vertici dell'antiterrorismo e dell' intelligence fino alla prematura scomparsa nel 2002. Un depistaggio sul quale continuano a interrogarsi i magistrati di Caltanissetta: fu un «complotto istituzionale» per chiudere in fretta l'indagine sulla morte di Borsellino, oppure un grave ma «semplice» errore investigativo, commesso dopo aver imboccato una strada che era «doveroso» esplorare?

La storia dell'indagine sbagliata, per come è stata ricostruita dalla Procura nissena, non ha sciolto il mistero. Che si alimenta con la clamorosa ritrattazione (successiva al pentimento di Spatuzza) del falso collaboratore Candura. Il quale nell'interrogatorio del 10 marzo 2009 ha ammesso che diciassette anni prima s'inventò tutto. Trasformando la sua confessione in un atto d'accusa.

Riassumono i pm nella memoria inviata alla commissione parlamentare antimafia: «Egli dichiarava di non aver affatto rubato l'auto; di essere stato indotto ad accusarsi del furto e a chiamare in causa lo Scarantino a seguito delle pressioni fattegli dal dott. Arnaldo La Barbera, che l'aveva "messo con le spalle al muro" dopo che lo stesso era stato arrestato per violenza carnale; di aver conseguentemente, a seguito delle minacce fattegli dal dott. La Barbera oltre che della promessa di un consistente aiuto economico da parte dello Stato, deciso ad autoaccusarsi del furto chiamando in causa lo Scarantino che peraltro gli era stato indicato dallo stesso

La Barbera come committente del furto; di aver patito durante il periodo della sua "collaborazione" con lo Stato varie minacce da parte dei funzionari di polizia che riguardavano ora la propria incolumità personale, ora quella dei propri figli».

Tre funzionari di polizia che all'epoca collaboravano con La Barbera nel gruppo investigativo Falcone-Borsellino sono tuttora indagati per calunnia in un procedimento parallelo a quello sulla strage che non s'è concluso. Interrogati, hanno negato qualsiasi irregolarità nelle indagini, e tantomeno i maltrattamenti denunciati dai falsi pentiti.

Le cui dichiarazioni più recenti presentano ancora, secondo gli inquirenti, elementi di ambiguità e di incertezza. Tuttavia una spiegazione alle bugie ci deve essere. Anche a quelle di Francesco Andriotta, che raccontò di aver ricevuto in carcere le confidenze di Scarantino sulla sua partecipazione all'attentato di via D'Amelio, ne riferì ai poliziotti finché lo stesso Scarantino si convinse a collaborare con i magistrati.

Ma dopo la nuova verità di Spatuzza, pure Andriotta ha fatto marcia indietro. Precisando, tra l'altro, che «nulla sapeva della strage, di non essere stato lui a "costruire le cose" bensì il dott. Arnaldo La Barbera, e che mai Scarantino gli aveva rivelato particolari sulla strage per la quale, anzi, si era sempre protestato innocente».

Nell'ultimo interrogatorio del 24 febbraio scorso, riferendosi a un particolare delle indagini di 17 anni fa, il falso pentito ha detto: «Feci quelle dichiarazioni perché i poliziotti che le Signorie Loro mi menzionano mi diedero degli appunti che contenevano ciò che avrei dovuto riferire ai magistrati». E ai pm che gli domandavano se confermava quanto aveva riferito in un precedente verbale, «e cioè che ogni volta che incontrava i magistrati per essere interrogato, poco prima aveva un colloquio con i funzionari di polizia che gli suggerivano gli argomenti di cui avrebbe dovuto parlare», Andriotta ha risposto: «Confermo».

«Eclatante forzatura investigativa»
A conclusione degli accertamenti svolti finora, gli inquirenti affermano che «non si evidenziano elementi decisivi per riscontrare o cestinare l'ipotesi di una "eclatante forzatura investigativa" spintasi sino alla creazione delle false dichiarazioni di Andriotta in merito alle confidenze dello Scarantino sotto la regia degli uomini del cosiddetto Gruppo Falcone-Borsellino».

Tuttavia, gli stessi pubblici ministeri scrivono: «Il probabile innamoramento di quel tortuoso sentiero che non si volle più abbandonare, nonostante alcune più o meno palesi incongruenze che provenivano dalle prime fonti di accusa, autorizza oggi questo Ufficio ad avanzare anche l'ipotesi che gli investigatori possano aver operato "forzature" più o meno spregiudicate, facendo ricorso all'aiuto di personaggi che non si possono definire certo "disinteressati"». E infine: «Accanto alle altre ipotesi prospettate, è con pari logica sostenibile che possa esservi stato un vero e proprio "indottrinamento" di Andriotta da parte degli investigatori».

Insomma, resta l'alternativa tra errore in buona fede e falsa pista costruita a tavolino. E a gettare un'ulteriore ombra è la deposizione di un ex poliziotto che all'epoca faceva parte del gruppo Falcone-Borsellino e in seguito ne fu allontanato, Gioacchino Genchi, discusso consulente di molte inchieste giudiziarie: «Ricordo che nel maggio 1993 Arnaldo La Barbera, piangendo, mi disse che doveva diventare questore e che le indagini sulle stragi, faccio riferimento a quella Borsellino, dovevano prendere una certa piega, nel senso che non si poteva più mantenere un'ampia impostazione delle stragi, ma bisognava focalizzare solo quei dati concreti che potevano portare ad immediati risultati, più limitati, ma concreti...».

Come quello garantito dalla pista Candura-Andriotta-Scarantino, oggi sconfessata da Spatuzza. Ma le dichiarazioni di Scarantino non preoccupavano affatto Giuseppe Graviano, il capo-mafia autentico regista della strage di via D'Amelio. Forse gli facevano persino comodo, poiché spostavano l'attenzione dalla sua cosca ad altre. L'ha ricordato uno degli ultimi pentiti considerato attendibile dagli inquirenti, Fabio Tranchina, autista del boss di cui ha svelato il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio Borsellino. Del presunto mafioso che riempiva verbali su verbali, Giuseppe Graviano disse: « Parrassi, parrassi quantu vuoli ». Parlasse, parlasse quanto vuole. Lui sapeva che la verità era un'altra.



29 ottobre 2011 08:47



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Una rete per spiare Woodcock»

Corriere della sera

Indagato il sostituto pg Bonomi. «Dossier falso anche con i tabulati della Sciarelli»



Woodcock e Sciarelli
Woodcock e Sciarelli
ROMA - Un'associazione segreta composta da magistrati, agenti delle forze dell'ordine e dell' intelligence che utilizzava informazioni segrete per fare carriera e ottenere altri vantaggi. Ma anche per cercare di annientare i nemici rovinando loro la reputazione. Come il pubblico ministero Henry John Woodcock, spiato e denunciato per circostanze in realtà false quando era in servizio a Potenza, oppure il giudice che lavorava nella stessa città, Alberto Ianuzzi.

La Procura di Catanzaro riapre il fascicolo «Toghe lucane», in passato affidato a Luigi de Magistris, e mette sotto inchiesta il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi per reati gravissimi che, oltre all'associazione, vanno dalla corruzione in atti giudiziari alla calunnia, dall'abuso d'ufficio alla rivelazione di segreto. Sarebbe lui, secondo l'accusa, il capo del sodalizio che avrebbe coinvolto anche il suo collega Modestino Roca, l'allora capo della squadra mobile di Potenza Luisa Fasano e quello della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri Pietro Gentili. Ma pure un cancelliere del Palazzo di giustizia, altri due militari dell'Arma e un finanziere.

Riparte da quanto accaduto nel 2008 l'indagine affidata al pubblico ministero di Catanzaro Giuseppe Borrelli, ma riguarda anche fatti recenti, tanto che le contestazioni per Bonomi e altri fanno riferimento a «reati in atto». Tra gli episodi più gravi viene indicato quello relativo al febbraio 2009 quando fu preparato un esposto anonimo con i tabulati telefonici di Woodcock e quelli della giornalista Federica Sciarelli per «accreditare l'ipotesi non veritiera che erano state veicolate notizie riservate alla stessa conduttrice della trasmissione Chi l'ha visto? , ma anche al conduttore di Annozero Michele Santoro». Sarebbero stati i funzionari di polizia a procurarsi i dati riservati, mentre il cancelliere avrebbe preparato la denuncia. Obiettivo: far avviare verifiche disciplinari sui colleghi, ma anche intimidirli tenendo conto che questo tipo di verifiche sono delegate proprio ai sostituti procuratori generali.

Una vera e propria guerra tra toghe che adesso rischia di avere esiti imprevedibili. Anche perché agli atti ci sono centinaia e centinaia di intercettazioni che documentano i legami di Bonomi con esponenti politici locali e nazionali, ma anche con alcuni magistrati in servizio presso l'ispettorato del ministero della Giustizia, ufficio dove lo stesso Bonomi aspirava a essere trasferito. Agli atti ci sarebbero alcune conversazioni con Gianfranco Mantelli, uno degli ispettori incaricato di occuparsi dell'indagine amministrativa disposta dal Guardasigilli Francesco Nitto Palma a Napoli e relativa ai fascicoli condotti da Woodcock insieme con i colleghi Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli. Inchieste relative ai pagamenti effettuati da Silvio Berlusconi all'imprenditore procacciatore di donne Gianpaolo Tarantini attraverso il faccendiere Valter Lavitola.

Indicativo delle modalità di azione del sodalizio è, secondo l'accusa, quanto accaduto tra il 2008 e il 2010 quando Bonomi avrebbe accettato di mettersi a disposizione dell'amico imprenditore Ugo Barchiesi, soprattutto per occuparsi di una denuncia che l'uomo aveva presentato e per cercare, senza però riuscirci, di non farla archiviare. Ma soprattutto per carpire notizie riservate sugli accertamenti disposti e sul pubblico ministero titolare del fascicolo. Come contropartita avrebbe ottenuto la raccomandazione di alcuni politici nazionali per essere trasferito al ministero, il posto in una commissione e un viaggio a Velden in Austria per festeggiare il Capodanno con la sua compagna.

In alternativa all'ispettorato, Bonomi mirava a diventare procuratore di Potenza. Per questo avrebbe fatto pressioni su alcuni ufficiali di polizia giudiziaria affinché gli fornissero informazioni su indagini condotte dall'allora capo di quell'ufficio, Giuseppe Galante, e poi avviava a sua volta accertamenti sul collega ipotizzando un'«incompatibilità ambientale». Un presupposto inesistente, ma la situazione che si era creata convinse comunque Galante a dimettersi dalla magistratura.

Tra le accuse c'è anche quella di aver «garantito l'impunità ad alcuni esponenti del mondo politico e imprenditoriale lucano», così come al direttore generale dell'Ospedale San Carlo di Potenza Michele Cannizzaro. Oltre a essere il marito del magistrato Felicia Genovese, il manager aveva contatti con numerosi politici che Bonomi - questa è la contestazione - aveva intenzione di sfruttare proprio per farsi favorire nella nomina.



Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it

29 ottobre 2011 08:21



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Romina va in televisione per trovare la figlia Ylenia "Non mi arrendo, è viva"

di

Parteciperà a una trasmissione tedesca, antesignana di «Chi l’ha visto?» È diventata buddista e oggi racconta: «Trovo la forza nella preghiera»




Lui non ci crede più. L’ha detto tanto tempo fa prima gentile e disperato, poi arrabbiato e forse umiliato. Al Bano la speranza l’ha riposta nell’angolo più recondito del cuore. Sa che sua figlia Ylenia non tornerà. Era solare, giovane e vagabonda quando sparì a New Orleans nell’ormai lontano gennaio 1994.

Romina, la mamma affascinante, famosa e romantica invece sogna ancora, come aveva fatto in quella favola d’amore che l’ha legata al suo cantante di Cellino San Marco ben 29 anni. Oggi, quasi sessantenne, bella quasi come allora, non rinuncia. Riapparendo in tv, ma stavolta non da protagonista. Non da star. Tornata in America dopo la separazione da Al Bano ora prenderà un aereo per volare in Germania.

Per giocarsi l’ultima carta, per inalare ancora quel soffio di vita che può regalare un miraggio. C’è un «Chi l’ha visto» in salsa tedesca che promette miracoli. La trasmissione si chiama «Aktenzeichen XY ungelöst», precursore del clone italico. Va in onda da 44 anni e dicono possa contare su una sorprendente percentuale di successo: avrebbe contribuito a risolvere il 42 per cento dei i casi trattati.

Così Romina Power, atterrerà a Monaco di Baviera per partecipare allo speciale di novanta minuti «Wo ist mein Kind?», programma che si occupa di figli scomparsi. Fosse viva Ylenia Carrisi, adesso avrebbe quasi quarantun’anni.

E proprio dalla Germania lo scorso giugno era partito l’ennesimo gossip «noir». Secondo il settiminale tedesco «Freizeit Revue», la primogenita di Al Bano e Romina, sarebbe infatti viva. Una «novella» rimbalzata dagli Stati Uniti secondo cui la ragazza, diventata ormai donna, era stata vista in un convento dell’Arizona. Poi, però, forse sentendosi scoperta, lasciava intendere la rivista, sarebbe evaporata anche da lì. «So che Ylenia potrebbe trovarsi da qualche parte nel mondo, non smetto mai di pregare», dice adesso Romina.

Al Bano, dalla sua fattoria pugliese ricca di vino e olive, col realismo di chi ascolta i profumi della terra, sembra credere alla storia di chi avrebbe visto la ragazza gettarsi disperata nelle acque del Mississippi. «Penso possa essersi suicidata- ammise in più d’una occasione». Forse per una storia d’amore finita o della droga che l’avrebbe portata nell’abisso.

Romina, la donna che con lui faceva impazzire le hit cantando «Felicità», rifiuta questo tragico scenario. «No, in nessun caso. Ylenia non aveva alcun motivo per farlo».

Da quando si è lasciata con il marito per andare a vivere a Los Angeles prega Buddha. E racconta che trova la forza per affrontare ogni nuovo giorno nella meditazione e nella preghiera. La scomparsa di Ylenia? «Deve esserci un motivo a noi sconosciuto, che probabilmente risale ad un passato lontano, per cui io e mia figlia dovevamo passare attraverso questa valle di miseria». Ecco l’appiglio per non far morire anche la speranza.




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L’incubo dei 350 peones Con il voto anticipato restano senza vitalizio

di

In caso di urne prima del 2013 direbbero addio alla pensione Un’arma in più per gli anti Cav che vogliono il governo tecnico




Roma


Eccola la carica dei 350 i parlamentari terrorizzati dallo scioglimento delle Camere. 247 deputati e 103 senatori hanno un motivo in più per fare il tifo perché questa legislatura muoia alla scadenza naturale e non prima: il proprio portafoglio. Sono gli onorevoli di prima legislatura che, in caso di crisi di governo e di elezioni anticipate (e solo in caso di elezioni anticipate), direbbero addio all’assegno vitalizio, garantito loro a partire dal compimento dei 65 anni.

Attenzione: la pensione è assicurata solo se il plotone di novelli parlamentari ha calcato i tappeti di Montecitorio o Palazzo Madama per cinque anni pieni. Fino al 2007, invece, erano sufficienti solamente due anni e mezzo di mandato. Ecco perché più della metà dei nostri parlamentari, oggi, pensa anche al futuro. Il loro.

Sono spalmati un po’ in tutti i partiti i pensionandi in bilico: dal Pdl all’Idv passando per la Lega e l’Udc. Il sito «Openpolis» li ha fotografati tutti. Nel dettaglio, alla Camera, ci sono 84 onorevoli piddini, 78 pidiellini, 14 responsabili, 12 dipietristi, 9 del gruppo misto, 8 finiani e 6 udiccini. La massima percentuale di parlamentari a rischio vitalizio, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, siede tra i banchi del Carroccio: 36 su 59, cioè il 61 per cento. A seguire l’Italia dei valori, 54 per cento; quindi i responsabili, 50 per cento.

Nel Pdl sono 78 su 218 gli onorevoli a rischio che, a questo punto, guardando il proprio salvadanaio, presumibilmente fanno il tifo affinché Berlusconi resti fino al 2013, ma che potrebbero andare in soccorso a un governo tecnico, pena la perdita dell’onorevole privilegio. Al Senato, invece, è il Pdl ad avere più neofiti di Palazzo: 37. Segue il Pd, 34; la Lega, 12; l’Idv, 7; l’Udc, 5 e per il Terzo Polo, 4.

Ma vediamo nel dettaglio chi sono. Nel plotone dei deputati novelli, tra le file del Pdl, ci sono oscuri peones ma anche volti noti, notissimi. Ci sono per esempio ben tre ministri: quello della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, la rossa ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, e la neo ministro delle Politiche comunitarie, Anna Maria Bernini. Un viceministro: Catia Polidori; e un sottosegretario: Elio Belcastro.

Poi c’è la bionda ex aennina Viviana Beccalossi e il partenopeo Amedeo Laboccetta; c’è il «falco» Giancarlo Lehner e il divenuto celebre ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese; c’è l’economista e consigliere politico del ministro Brunetta, Giuliano Cazzola, e il vicecapogruppo vicario del Pdl, Massimo Corsaro.

E ancora: l’opinionista Renato Farina e la bella moglie di Angelo Rizzoli, Melania Rizzoli De Nichilo; il re delle cliniche ed editore di Libero, Antonio Angelucci e l’avvocato pugliese Francesco Paolo Sisto. Naturalmente nel gruppone si trovano anche le giovani e belle onorevoli Annagrazia Calabria, Gabriella Giammanco, Elvira Savino, Barbara Mannucci, Mariarosaria Rossi, Nunzia De Girolamo e Deborah Bergamini. Con pensione a rischio ma fedelissime del Cavaliere.

Accanto a loro siede però anche qualche malpancista che, qualora Berlusconi dovesse inciampare, avrebbe un motivo tutto personale per dare ossigeno a un governo tecnico e rimanere nel Palazzo fino al 2013. Condizione necessaria e sufficiente per poi percepire il ricco assegno di Stato a vita.

Di prima legislatura sono infatti gli scajoliani Ignazio Abrignani, Michele Scandroglio, Roberto Cassinelli, Massimo Nicolucci e Gerardo Soglia; nonché l’appena espulso dal partito per non aver votato la fiducia al governo, Fabio Gava. Analogo discorso per il «pentito» pidiellino Santo Versace. Nessun vitalizio se le Camere si sciolgono in anticipo anche per l’onorevole-artista Luca Barbareschi e per il funambolico responsabile Domenico Scilipoti.

Sempre alla Camera si segnalano altri volti noti della politica: il braccio destro di Casini, Roberto Rao; l’udiccino ed ex sindacalista Savino Pezzotta; il pittoresco dipietrista Francesco Barbato; la leader dei Liberaldemocratici Daniela Melchiorre; il falco finiano Fabio Granata e addirittura il capogruppo della Lega, Marco Reguzzoni. In Senato, invece, oltre ai due scajoliani Raffaele Lauro e Franco Orsi, direbbero addio alla pensione anche Giuseppe Ciarrapico (Pdl), l’ex magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio (Pd) e il pasdaran dipietrista Francesco «Pancho» Pardi.





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Il numero di cellulare è un dato sensibile: pubblicarlo su internet è reato

La Stampa

La Corte di Cassazione, con la sentenza 21839/11, ha stabilito che è reato pubblicare il numero di cellulare altrui su internet. Il numero di cellulare è privato, quindi è un dato sensibile.

Il caso

Un internauta, diffidato dal farsi pubblicità dal gestore di una chat line, dopo un acceso diverbio avvenuto sia tramite chat che tramite telefono, diffonde su una chat pubblica il numero di cellulare del rivale. La Corte di Appello di Milano conferma la sentenza emessa in sede di giudizio abbreviato dal Tribunale di Milano che condannava l'imputato alla pena, condizionalmente sospesa, di 4 mesi di reclusione per aver trattato illecitamente dati sensibili.

L'imputato propone ricorso. La difesa sostiene che il privato cittadino, che sia venuto in possesso di dati sensibili in via del tutto occasionale, non può essere annoverato tra i destinatari della sanzione penale prevista per la diffusione di tali informazioni. Secondo la Corte Suprema, però, la norma è chiara in tal senso e afferma che il divieto di diffusione di dati sensibili riguarda, indistintamente, tutti i soggetti entrati in possesso di questi dati.

Per la Cassazione è irrilevante che il ricorrente sia entrato in possesso del numero di cellulare in maniera casuale, ciò che rileva, ai fini sanzionatori, è la diffusione del numero di cellulare: azione questa certamente produttiva di danno. Quindi, il ricorso è infondato e al rigetto segue la condanna al pagamento delle spese processuali.




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Ecco chi paga la fondazione del compagno D'Alema

di

Chi foraggia D'Alema e la sua fondazione? Fino a ieri era un mistero, ma dopo le perquisizioni nella sede di Sdb e Foretec, la società pro­prietaria della compagnia ae­rea Rotkopf, quella che ha fatto volare gratis D'Alema (ora inda­gato per finanziamento illeci­to) ora gli altarini si scoprono. Le Fiamme gialle hanno tro­vato infatti documenti con l’elenco dei finanziatori della Fondazione Italianieuropei. Tra i nomi che saltano all’oc­ch­io c’è quello dell’imprendito­re Bruno Binasco, arrestato più volte per Tangentopoli ma mai condannato, e coinvolto nel­l’inchiesta di Monza su Penati




Ci voleva una doppia perquisizione della Gdf per scovare i finanziatori, o almeno una parte, della fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema. Solo quando i baschi verdi hanno rovistato negli uffici della società Sdb dell’indagato Vincenzo Morichini, braccio destro dell’indagato D’Alema e procacciatore di contributi per la fondazione con sistemi che il pm Paolo Ielo reputa a dir poco sospetti, un primo elenco è venuto fuori. Raffrontandolo con il «pizzino» sul quale erano annotati a penna nomi di politici e cifre - sequestrato nel blitz alla Foretec di quel Viscardo Paganelli (arrestato col figlio Riccardo nell’inchiesta Enac) proprietario della società Arkon e della compagnia aerea Rotkopf sulla quale viaggiò a sbafo Baffino - la finanza ha iniziato a lavorare su triangolazioni, versamenti e ipotesi di false fatturazioni.

Nel documento di Paganelli, scrive la Gdf, si fa riferimento «a potenziali contratti di Global Service nel comparto sanitario» in Umbria e all’ospedale San Camillo di Roma (con accanto un curioso appunto, «Macchitella ci era ostile»). Subito sotto le cifre con riferimenti in chiaro ed altri coperti da omissis. «Quanto a ItalianiEuropei - si legge nel rapporto della finanza sul pizzino - le cifre (30mila euro tra il 2009 e il 2010, ndr) si riconciliano verosimilmente con i contributi elargiti dall’imprenditore Paganelli alla Fondazione in questione». Il «pizzino» trovato a Paganelli è messo a confronto sia col documento «Fondazione Italiani Europei - Elenco sottoscrittori attività 2010» che con la scheda «Pubblicità e attività 2008-2009», entrambi sequestrati a Morichini, factotum della fondazione.


BINASCO, DAL PCI A BAFFINO
Tra i «sottoscrittori», oltre a Paganelli che attraverso la sua Arkon srl ha versato 15mila euro più altri 15mila attraverso la Rotkopf, troviamo Bruno Binasco, nome noto ai tempi di tangentopoli (arrestato anche per finanziamento illecito al Pci, poi sempre prosciolto) emerso di recente nell’indagine sulla Milano-Serravalle, filone Penati. Nella lista è scritto: «Binasco, 20mila euro».

Il versamento è del 21 aprile 2010 ed è stato erogato dalla Argo Finanziaria di cui Binasco è Ad. Attraverso sue società, inoltre, avrebbe «sostenuto» anche la fondazione dell’ex presidente Penati trovandosi in compagnia di altri dalemiani doc, come Enrico Intini e Roberto De Santis. Alla voce «General Construction / versamento 23.12.2009» spicca il nome Gallo accanto alla cifra 25mila euro.

Si tratta dell’imprenditore Alfonso Gallo, il grande accusatore del deputato Alfonso Papa, che il 5 febbraio 2011 ai pm napoletani della P4 parla a lungo della sua General Construction a proposito di un finanziamento da 100mila euro all’associazione del giudice tributario Pasquale Lombardi, arrestato nell’inchiesta P3. A verbale Gallo ha parlato anche di Morichini ammettendo di aver sovvenzionato ItalianiEruropei «con regolari bonifici intestati alla Fondazione».


ZINGARETTI, CHE COINCIDENZA
Nello stesso foglio esce poi Mauro Lufino, amministratore della Cler Coop, per un obolo da 10mila euro. La Cler tra il 2008 e il 2009 ha messo le mani su numerosi appalti della provincia di Roma, che dal 2009 era guidata da Nicola Zingaretti, per mera coincidenza membro del «comitato di indirizzo» della fondazione dalemiana. Va detto che la Cler entra nell’inchiesta romana per aver bonificato importi per 20mila euro alla Sdb di Morichini «a saldo di fatture - osserva la finanza - che si ritengono per operazioni inesistenti». E ancora.


L’AMICO DI TARANTINI...
Dall’elenco dei «sottoscrittori» si fa cenno a «Millenia, 15mila euro, Maldarizzi» che sta per Francesco Maldarizzi, imprenditore amico di Baffino, beccato nelle intercettazioni sulle escort e precedentemente nei verbali dell’amico Tarantini che lo ospitò in barca nella vacanza a Ponza dove trovò D’Alema, che Gianpi - come riferisce nell’interrogatorio del 6 settembre 2009 - incontrò nuovamente, stavolta a casa dell’imprenditore della Millenia. Continuiamo.

Quindicimila euro li mette nella Fondazione anche il colosso immobiliare Parsitalia a nome Parnasi, Luca, una vera potenza nel settore, che secondo il quotidiano Italia Oggi avrebbe finanziato pure la fondazione finiana Fare Futuro, presente tra i partner di ItalianiEuropei. E ancora. Ecco il gruppo Tosoni (25mila euro), Vienna Insurance Group (6mila), Wind (15mila) Studio Vitiello (15mila), Euro Progea (5mila).


... E L’AMICO DI BERSANI
Nell’allegato sequestrato sui contribuiti per la pubblicità raccolti dalla società editrice Solaris, controllata dalla Fondazione, compare l’Interconsult che nel luglio del 2009 versa 25mila euro alla fondazione per mano di Gianni Pisani, già socio di Franco Pronzato, consulente di Bersani, responsabile trasporti nel Pd, membro del cda di Enac arrestato per una mazzetta da 40mila euro intascata per il tramite di Morichini. Seguono altre società.

Tra i generosi elargitori di contributi c’è ovviamente anche Pio Piccini, l’imprenditore arrestato nel fallimento Eutelia, che con le sue rivelazioni ha «incastrato» Morichini e l’entourage dalemiano. Fa mettere a verbale: «Enzo mi propose un rapporto diretto per poter gestire tutta una serie di relazioni nel mondo romano, legate a società come Finmeccanica, e con la possibilità di estenderle in quelle regioni a guida Pd essendo lui molto vicino al partito. La prima cosa che mi chiederà sarà di dare un contributo di 15mila euro alla Fondazione». Così, per cominciare.






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