mercoledì 26 ottobre 2011

Pensione a 67 anni e licenziamenti facili: così il governo prova a convincere la Ue

Corriere della sera


Piano crescita entro il 15 novembre. «Conti sotto controllo i conti, ma se necessario siamo pronti a intervenire»


MILANO - Donne e uomini in pensione a 67 anni entro il 2026, riforma del lavoro con licenziamenti più facili in presenza di stati di crisi, dismissione del patrimonio pubblico con ricavi attesi di 5 miliardi. Quanto alle dinamiche di competitività e concorrenza dovrebbero essere favorite aumentando i poteri dell'Antitrust, provvedimento atteso entro il primo trimestre del 2012.

Sono alcuni degli impegni del governo italiano contenuti nella missiva consegnata a Bruxelles per il vertice dei capi di Stato (LEGGI il testo integrale). La lettera del governo italiano con le misure economiche da adottare per fare fronte alla recessione è composta di 16 pagine e divisa in 5 capitoli. Si apre e si chiude in maniera molto colloquiale: «Caro Herman, caro Josè Manuel», esordisce Berlusconi rivolgendosi a Van Rompuy e Barroso. Per poi concludere, migliaia di battute più avanti: «Un forte abbraccio, Silvio».


IL «TIMING» E LE CONTROMISURE - L'Europa chiedeva un «timing» all'Italia. Nella lettera i tempi indicati sono questi: piano crescita entro il 15 novembre, quattro direttrici di intervento nei prossimi 8 mesi. In ogni caso l'esecutivo si impegna a monitorare l'andamento dei conti pubblici e «qualora il deterioramento del ciclo economico dovesse portare a un peggioramento nei saldi il governo interverrà prontamente». Come? «L'utilizzo del Fondo per esigenze indifferibili - viene spiegato nella lettera - sarà vincolato all'accertamento, nel giugno del 2012, di andamenti dei conti pubblici coerenti con l'obiettivo per l'indebitamento netto del prossimo anno».

Sempre nel testo viene evidenziato come «l'Italia ha sempre onorato i propri impegni europei e intende continuare a farlo» e si ricorda la manovra da 60 miliardi che dovrebbe contribuire a far raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, «con un anno di anticipo rispetto a quanto richiesto dalle istituzioni europee». In ogni caso, ha fatto sapere il premier polacco Donald Tusk al termine del vertice, i leader Ue hanno avuto un'impressione «molto buona» del documento.

LE PENSIONI - Entrando nel dettaglio delle principali voci, la lettera spiega che «grazie al meccanismo di aggancio dell'età pensionabile alla speranza di vita introdotto nel 2010» è possibile prevedere che «il requisito anagrafico per il pensionamento sarà pari ad almeno 67 anni per uomini e donne nel 2026». «Nella attuale legislatura - fa notare Roma - la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi che hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali choc negativi».


LICENZIAMENTI «FACILI» - Viene poi ipotizzata una più agile gestione delle procedure di mobilità dei lavoratori. «Entro maggio 2012 l'esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell'impresa, anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Il governo interverrà poi nella pubblica amministrazione e renderà effettivi «con meccanismi cogenti/sanzionatori: la mobilità obbligatoria del personale; la messa a disposizione (Cassa integrazione) con conseguente riduzione salariale e del personale; superamento delle dotazioni organiche.

LE LIBERALIZZAZIONI - «Entro il 1° marzo 2012 saranno rafforzati gli strumenti di intervento dell'Autorità per la Concorrenza per prevenire le incoerenze tra promozione della concorrenza e disposizioni di livello regionale o locale. Verrà generalizzata la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali in accordo con gli enti territoriali». Le principali disposizioni riguardano i settori della distribuzione dei carburanti e della Rc auto.

ZONE A «BUROCRAZIA ZERO» - Per migliorare l'efficienza e favorire la crescita, il governo punta poi ad incentivare al costituzione delle «zone a burocrazia zero» in tutto il territorio nazionale in via sperimentale per tutto il 2013, «anche attraverso la creazione dell'Ufficio Locale dei Governi quale autorità unica amministrativa che coinvolgerà i livelli locali di governo in passato esclusi».


LE RIFORME ISTITUZIONALI - La missiva contiene poi un'indicazione sulle principali riforme istituzionali che la maggioranza intende promuovere. Si parla di diversi disegni di legge che porteranno tra l'altro ad una riduzione del numero dei parlamentari, ad una agevolazione della partecipazione giovanile alla vita politica, all'abolizione delle province. Si fa poi riferimento alla riforma degli articoli della costituzione relativi alla libertà di iniziativa economica e alla tutela della concorrenza, nonchè alla riforma della pubblica amministrazione in funzione della valorizzazione dell'efficienza e del merito. Viene poi ricordato il proposito di introdurre in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio.

INCONTRO A TRE - Prima dell'inizio della riunione dei ventisette leader si è tenuto un incontro a tre durato circa un quarto d'ora tra Silvio Berlusconi e i presidenti Ue Herman Van Rompuy e della Commissione José Barroso. Nell'incontro è stato affrontato brevemente il contenuto della lettera inviata dall'Italia alla Ue sugli impegni del governo per crescita e consolidamento delle finanze pubbliche. In mattinata la Commissione ha fatto sapere di aspettarsi dal governo italiano un impegno anche sul calendario di realizzazione delle misure annunciate.

LE REAZIONI - Negativo e tranchant il giudizio del segretario del Pd,

Pier Luigi Bersani: «A una prima lettura toni e contenuti del documento del governo non lasciano purtroppo intravvedere niente di serio. Evidentemente l'obiettivo del governo è di prendersi in sede europea qualche giorno di ossigeno». Durissimo il leader dell'Idv,  

Antonio Di Pietro: «Per questo governo ladro a ripianare i conti devono essere i lavoratori, i precari e le fasce deboli e non gli approfittatori e gli evasori della Casta. Ancora una volta, si dimostra che chi è al governo non vuole la pace ma lo scontro sociale. Ecco perchè è estremamente necessario che chi ha forza, responsabilità, senso delle istituzioni, anche all'interno di questo Parlamento, spenga la luce e faccia finire la legislatura prima che lo scontro aumenti». E quello dell'Udc,

Pier Ferdinando Casini: «Tante buone intenzioni, il libro dei sogni. Ci sono tante cose ragionevoli che non si capisce perchè non siano state fatte negli ultimi quattro anni. È un decalogo delle buone intenzioni, molte delle quali condivisibili ma che, visto lo stato della maggioranza e della credibilità del governo restano delle buone intenzioni». Negativo anche il giudizio della segretaria generale della Cgil,  

Susanna Camusso, soprattutto per le scelte di intervenire su pensioni e gestione dei rapporti di lavoro: «Abbiamo visto in questi minuti dichiarazioni di altre organizzazioni sindacali, siamo per proporre a tutti una iniziativa di mobilitazione unitaria che rimetta al centro le ragioni del lavoro e della crescita, ancora una volta negate dalle scelte di questo governo».




Così Bocchino brucia le tappe: Italo in pensione tra 19 mesi

Libero




Sulle pensioni il governo, tra lunedì e martedì, ha rischiato di cadere. La Lega ha ceduto sull'innalzamento dell'età pensionabile ma è irremovibile sulle pensioni di anzianità. Eppure per i parlamentari basta una sola legislatura per ricevere un assegno pari al 533% dei contributi. Lo scrive il Corriere della Sera che riporta i dati dell'istituto Bruni Leoni. I numeri raccontano questo: se un onorevole eletto per la prima volta a cinquant'anni e senza alcuna speranza di essere rieletto cominciasse a riscuotere il vitalizio a 65 anni e se vivesse fino a 78 anni, avrebbe un vitalizio di circa tremila euro lordi al mese per 13 anni. Intascando il 533% di quanto versato in un quinquienno al ritmo di 1000 euro al mese, contro il 102% di un lavoratore dipendente pensionato con 35 anni di anzianità. 


Qualche esempio - E mentre tutti dovranno lavorare fino a quasi settantanni, la Casta, come sempre, gode di condizioni agevolate. "Tra 19 mesi - continua il Corriere - nell'ipotesi di arrivare alla scandenza naturale dell'attuale mandato senza essere rieletti, potrebbero andare in pensione anche Italo Bocchino che ha 45 anni, Giovanna Melandri cinquantunenne e Alessandra Mussolini". Il punto è che ogni riforma ha sempre accuratamente evitato di toccare i diritti acquisiti degli onorevoli. Come esempio, nel suo articolo, Sergio Rizzo porta quello del giro di vite del 1997, con cui si stabilì che non si poteva intascare il vitalizio prima dei sessant'anni di età. Peccato che la norma valesse soltanto per i neoeletti a partire dal 2001: per la maggioranza, insomma, tutto rimaneva come prima. E così, come per magia, nel 2006 Giuseppe Gambale andò in pensione a 42 anni con 8.455 euro lordi al mese. Nel 2008 fu il turno di Anonio Martuscello e di Alfonso Pecoraro Scanio, che avevano maturato il diritto di riscuotere il vitalizio rispettivamente a 46 e 49 anni.

Qualche cifra - I casi, le normalissime anomalie di un sistema di pensioni e vitalizi cha fa montare la rabbia di chi non è un privilegiato, si sprecano. Così può essere utile citare un esempio tirato in ballo sempre da Sergio Rizzo. Per intendersi, i vitalizi ci costano ogni anno, tra Camera e Senato, quasi 200 milioni di euro. Duecento milioni a fronte di nemmeno 18 milioni di contributi, con un incredibile rapporto di oltre unidici a uno. "Per capirci - spiega il Corriere -: con quei soldi il Congreso de los diputados, ossia la Camera spagnola, tira avanti due anni. Mentre i nostri onorevoli pensionati incassano un assegno 'medio' di 5.575 euro mensili, quasi sette volte la pensione 'media' pagata dall'Inps".

26/10/2011




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Saif Gheddafi pronto a consegnarsi Funerali di Gheddafi, il primovideo

Corriere della sera


Un fonte dei ribelli rivela che il secondogenito del Raìs sarebbe in procinto di costituirsi alla Corte dell'Aja. Il governo transitorio: «La Nato resti nel Paese oltre il 30 ottobre». L'Alleanza prende tempo

Il primo video trasmesso da tv di Dubai


Il momento della cattura di Gheddafi


Gli ultimi momenti di Gheddafi

Gheddafi, le ultime immagini da vivo




  • Multimedia
  • Nord nel fango, cinque morti accertati Traffico in tilt, autostrade e treni nel caos

    Corriere della sera


    Colpito lo Spezzino: si teme che le vittime siano nove


    MILANO - Si aggrava di ora in ora il bilancio delle vittime del maltempo che ha colpito la Liguria e la Toscana. I primi bilanci parlano di cinque i morti in tutto, ma le vittime potrebbero essere di più, forse addirittura nove. Sarebbero infatti almeno una decina di dispersi.

    «Sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo ai cambiamenti climatici, non solo noi», ha commentato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Monterosso non c'è più», ha detto il sindaco della perla delle Cinque Terre, Angelo Betta. Tre corpi sono stati trovati a Borghetto Vara, piccolo paesino dello Spezzino che è stato letteralmente distrutto dall'esondazione dell'omonimo fiume. A Cassana, frazione di Borghetto, si continua a scavare per cercare altre due persone che sarebbero sotto le macerie di una casa.

    Due vittime invece ad Aulla, Massa Carrara, dove sono circa 300 le persone evacuate a causa del maltempo e ospitate al palasport della cittadina della Lunigiana. Non è stato ancora recuperato nè individuato il corpo del volontario del Comune di Monterosso, nelle Cinque Terre, di cui le forze dell'ordine avevano invece annunciato il ritrovamento. L'uomo è stato travolto dall'alluvione mentre tentava di liberare i tombini del paese.

    Il presidente della regione Toscana Enrico Rossi ha dichiarato lo stato di emergenza e la giunta ha stanziato due milioni di euro. La Capitaneria di La Spezia sta cercando tre persone disperse in mare al largo di Vernazza. Sul posto stanno operando tre mezzi navali e un elicottero. Nello stesso paesino due persone rimaste intrappolate nella banca Carige sono state salvate. Preoccupazione, inoltre, per gli abitanti della piccola frazione di Parana, nel comune di Mulazzo (Massa Carrara): circa 50 persone, in prevalenza anziani, di cui non si hanno notizie da martedì sera.

    Alluvione in Liguria e in Toscana

    SCIACALLI IN AZIONE - Mentre molti residenti avevano abbandonato le loro case, alcuni sciacalli sono entrati in azione ad Aulla. I carabinieri hanno bloccato cinque persone sorprese a rubare nelle case e nei negozi sventrati dall'ondata di piena. Secondo quanto appreso si tratterebbe di stranieri. Uno di essi è stata fermato mentre aveva tra le mani la cassa di un negozio invaso dall'acqua e che l'uomo stava portando via.


    A12 CHIUSA, CODE IN A1 - Pesanti le ripercussioni delle alluvioni sul traffico. «Ad ora le strade provinciali chiuse sono 24 - dice l'assessore alla Viabilità della Provincia di La Spezia, Giorgio Casabianca -. I tecnici provinciali stanno lavorando per creare dei varchi per i mezzi di soccorso». L'autostrada A12 è ancora chiusa. Le frane e gli allagamenti che da martedì pomeriggio hanno bloccato la circolazione in entrambe le direzioni impediscono il ripristino della viabilità. Incerti i tempi per la riapertura. Il tratto appenninico dell'autostrada A1 Milano-Napoli è stato individuato come percorso alternativo per chi dal Nord è diretto verso Livorno, ma ci sono lunghe code.

    Il traffico è costituito da mezzi pesanti incolonnati sulla corsia di marcia, tra l'allacciamento con il raccordo di Casalecchio e Rioveggio in direzione di Firenze. Per percorrere questo tratto, attualmente interessato da temporali di media intensità, occorrono circa 2 ore. Riaperta invece la linea ferroviaria Pontremolese Parma-La Spezia. Strade di collegamento inagibili e ponti crollati anche nei comuni della Lunigiana, a Pontremoli e Mulazzo; tre frane a Zeri.

    RESTA L'ALLERTA - Anche per la giornata di mercoledì il Dipartimento della Protezione civile ha emesso un avviso di maltempo nel Nord, che persisterà in particolare in Veneto e Friuli. I nubifragi che stanno mettendo in ginocchio l'Italia settentrionale non sono un caso isolato: l'intensa perturbazione che ha provocato piogge record, oltre 200litri/mq in un'ora, tra Spezzino e Lunigiana, si sta portando, attenuandosi, verso il Sud. Per giovedì le precipitazioni dovrebbero estendersi anche alle regioni centro-meridionali. La Protezione civile invita la popolazione delle zone interessate a tenersi lontana da corsi d'acqua e ad evitare di mettersi in viaggio. A causa delle interruzioni del sistema viario e ferroviario finora è stato difficile portare soccorso alla popolazione nelle zone di Liguria e Toscana colpite dal maltempo. Grandi difficoltà sono state riscontrate anche nelle comunicazioni, a causa del crollo dei ponti radio che ha provocato l'interruzione del funzionamento della telefonia fissa e mobile.

    Redazione Online

    26 ottobre 2011 18:27

    Cina, monaco tibetano si dà fuoco E' il decimo dall'inizio dell'anno

    La Stampa





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    Nuovo nome alle "Dame in Bianco" in memoria di Laura Pollán

    La Stampa





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    Usa, se una statua di Gesù offende la separazione tra stato e chiesa

    La Stampa

    Polemiche per un monumento che sorge su un suolo pubblico. I contrari: “È un’icona religiosa”. I favorevoli: “È parte della nostra storia, che male fa?”




    Montana. La statua al Whitefish Mountain Resort
    Montana. La statua al Whitefish Mountain Resort
    Mauro Pianta
    Torino

    Se ne sta lassù, tra i boschi e le nevi del Montana, da più di cinquant’anni. Se ne sta lassù, la tunica turchese e la braccia spalancate, ad accogliere gli sciatori del Whitefish Mountain Resort. Se ne sta lassù, kitsch e incurante, a beneficiare della curiosità dei turisti e di una certa notorietà conquistata nel tempo.

    Poi, qualche settimana fa, piomba la “Fondazione per la Libertà dalla Religione”: «Signori, quella statua si trova su un suolo pubblico. È un’icona religiosa e come tale viola il principio secondo il quale il governo federale non può favorire o promuovere alcuna religione. Va trasferita in una proprietà privata» E così la statua di Gesù costruita nel 1953 in onore dei veterani della seconda guerra mondiale (i quali l’avevano fatta innalzare ispirandosi a quelle viste sulle montagne europee durante il conflitto) riceve un avviso di sfratto in piena regola. In gioco, assicurano, c’è il principio di separazione tra stato e chiesa.


    Il “padrone di casa”, ovvero il Servizio Forestale sul cui fazzoletto di terra si erge la minacciosa icona, si spaventa e inoltra l’avviso alla sezione locale di un’organizzazione cattolica, i Cavalieri di Colombo, che in questi decenni si sono occupati della manutenzione del monumento.  

    I Cavalieri fanno notare che trasferire il Gesù, data la fragilità del materiale, potrebbe essere “fatale”.  
    Inesorabile, ecco l’intervento della politica: un senatore repubblicano osserva che la statua, in virtù del suo significato storico, potrebbe rientrare nella lista del patrimonio nazionale dei luoghi di interesse storico. Vietato, dunque, spostarla. Dalla Fondazione replicano a muso duro, parlando di «inganno e finzione». Insomma, i contorni della storia, riferita dall’Associated Press e dal sito del Washington Times, ricordano le atmosfere dei racconti anni cinquanta di Giovannino Guareschi. Se non è Don Camillo e Peppone in Montana, poco ci manca.

    Come finirà? Il Servizio Forestale prende tempo. «È una vicenda complicata, vedremo». I residenti della zona, secondo quanto riportato dal sito, sostengono di non comprendere il clamore suscitato dal caso. «Perché non ci lasciano in pace? Siamo affezionati a quella statua, è parte della nostra tradizione».

    Lui, il Gesù della Big Mountain, continua a starsene lassù. Abusivo (forse) e benedicente.




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    Camera, urla della Lega contro Fini

    Corriere della sera


    Il Carroccio chiede le dimissioni. Reguzzoni definisce «scandalose» le accuse alla moglie di Bossi


    MILANO- La Lega non ci sta. «Non tolleriamo i soprusi e le ingiustizie», tuona il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni. L'ira del Carroccio si scatena su Gianfranco Fini che martedì sera, alla trasmissione Ballarò, ha citato la moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, come caso di baby pensionata(«È andata in pensione a 39 anni» e percepisce 766 euro al mese) . E proprio perché «il suo comportamento è inopportuno» i deputati leghisti chiedono le «dimissioni» del presidente della Camera a gran voce. Ma Fini risponde: « Non è questa la sede in cui il presidente della Camera può dare risposte politiche; se lo facessi avallerei l'accusa di partigianeria nei miei confronti che ritengo insussistente. Saranno altre le sedi in cui, se lo riterrò eserciterò il diritto di replica».

    Tra urla e pugni la Camera si scompone

    LO SCONTRO- E così non appena si apre la seduta a Montecitorio partono urla e insulti. Il tutto preceduto da un durissimo intervento di Reguzzoni. «È inopportuno che il presidente della Camera Gianfranco Fini faccia politica e partecipi alle trasmissioni tv, come è avvenuto a Ballarò». Ma Fli e in particolare Italo Bocchino, respinge ogni accusa. «È veramente anomalo che un capogruppo in Aula affronti questioni politiche trasformandole in modo diverso», aggiunge il vicepresidente di Fli. «Il presidente della Camera ha tutto il diritto, essendo anche un leader politico, di esprimersi». Ma Rosy Bindi sospende la seduta. Malgrado lo stop continuano le urla e le tensioni. La vicepresidente Rosy Bindi chiede «scusa» ad alcuni ragazzi che assistevano ai lavori dalla tribuna del pubblico «per lo spettacolo non edificante a cui hanno assistito».

    IL PDL- E sulla questione interviene anche Fabrizio Cicchitto: «Il nostro gruppo ha a questo punto l'intenzione di investire la massima autorità dello Stato di una situazione di difficoltà drammatica dell'istituzione parlamentare determinata dal comportamento» .

    SCOPPIA LA RISSA- Le polemiche, nonostante l'intervento di Casini («con la crisi Ue, parlare di tv è surreale») e la replica di Fini, non si fermano. Anzi dalle parole si passa alle mani. La rissa sfiorata anche in Transaltantico, dove i commessi intervengono per sedare gli animi. E in particolare Claudio Barbaro di Fli venuto quasi alle mani con il leghista Rainieri, scortandolo fino al ristorante della Camera. Poi un capannello di deputati leghisti circonda il capogruppo di Fli, Benedetto Della Vedova, per chiedere le scuse formali di Barbaro per aver tentato di aggredire Rainieri in aula
    .
    Redazione Online
    26 ottobre 2011 14:44

    Salvati dieci orfani romeni schiavizzati e costretti a rubare nei supermercati

    Corriere della sera

    I ragazzini venivano adescati con false promesse e poi addestrati a rubare oggetti piccoli e pregiati


    MILANO - Ragazzini, poco più che bambini, adescati negli orfanotrofi della Romania con la promessa di un futuro migliore in Italia e poi schiavizzati e trasformati in piccoli ladri «specializzati» in oggetti piccoli e pregiati (dvd, profumi, liquori, zafferano) da sottrarre dagli scaffali dei supermercati. Oltre un anni di indagini, coordinate dalla pm Ester Nocera della Procura di Milano e dal comandante della polizia locale Tullio Mastrangelo, hanno permesso di portare a termine l'operazione «Save» («Salvare»), strappando 10 ragazzini ai loro aguzzini e collocandoli in una comunità protetta. Sono state anche identificate altre 23 vittime, maggiorenni all'epoca del fatti.

    LA TRATTA - I ragazzini, poco più che 15enni, vivevano, in condizioni di estremo disagio, in un orfanotrofio in Romania. Un criminale del posto, Adrian Marius Bardasu, li faceva prelevare con estrema facilità dai suoi complici (gli istituti romeni sono aperti a chiunque) con la promessa di trovar loro lavoro all'estero.

    Passata la frontiera grazie a un uomo di fiducia di Bardasu, i minori venivano rinchiusi in un appartamento di Cinisello Balsamo e qui «addestrati» al furto a suon di botte, come novelli Oliver Twist. La tecnica insegnata consisteva nello svaligiare i banchi dei supermercati di merce pregiata e poco ingombrante: dvd, cd, profumi, piccoli elettrodomestici, liquori, vini pregiati, champagne, parmigiano reggiano grattugiato, zafferano e così via. Bardasu dava a ogni ragazzino 5 euro, per pagare un piccolo acquisto e passare tranquillamente dalle casse. Sono stati sequestrati più di 1000 pezzi rubati.

    LE INTERCETTAZIONI - La storia dei ragazzini sfruttati è venuta a galla grazie a un'altra indagine. La polizia locale coordinata dal magistrato Ester Nocera stava intercettando una prostituta: grazie alle telefonate di quest'ultima si è scoperto il traffico di bambini. Il viaggio dalla Romania all'Italia, l'affitto dell'alloggio, le bollette di luce e gas e anche il «prestito» di 5 euro per entrare nei supermercati erano considerati «debiti» che i ragazzini dovevano estinguere, aggiungendo però uno zero alla fine della cifra dovuta, quindi decuplicandola. Coinvolta anche la madre di due ragazzini, Isabela Moisescu, che con la complicità del suo convivente, Florian Hanzu, spingeva i figli a prostituirsi per garantire maggiori introiti economici alla famiglia e sanare i debiti contratti con Bardasau.



    Redazione online
    26 ottobre 2011 16:21



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    Veltroni porta i deputati ad Auschwitz

    Corriere della sera

    Viaggio-pellegrinaggio al lager promosso dall'ex sindaco di Roma. Adesioni da tutti i partiti, ma non dai leader


    ROMA – In questo momento di scarsa popolarità per i parlamentari della Repubblica, ce ne sono cento che hanno prenotato un viaggio a Auschwitz e Birkenau, il campo di concentramento più grande, dove furono uccisi circa due milioni di ebrei e zingari. Il più celebre sopravvissuto è Primo Levi. L’idea – una sua idea fissa - è di Walter Veltroni, che un mese e mezzo fa, assieme ai deputati Pd, Fiano, Giachetti e Verini ha scritto una lettera ai 945 parlamentari italiani e ai senatori a vita. Lettera d’invito per una visita ai luoghi di sterminio in terra polacca: «Per rendere omaggio alle vittime della Shoah, conservare la memoria, riaffermare l’impegno affinché l’umanità non debba più conoscere tragedie simili». Ma anche perché nel mondo, in Europa, riemergono fenomeni di odio contro le diversità, di intolleranza. La strage in Norvegia, per esempio. O il discorso di Ahmadinejad all’Onu di fine settembre: «L’Olocausto è una scusa per ripagare i sionisti…».

    LE DELEGAZIONI DEI PARTITI - Risultato dell’invito, una risposta positiva soprattutto dai gruppi del Pd, per dire come anche su questi temi, in Parlamento ormai si ragioni per schieramenti. Partiranno alla volta di Auschwitz-Birkenau, guidati da Veltroni, Olga D’Antona (con figlia), Rosa Calipari, Maria Pia Garavaglia e altri settanta esponenti Democratici. Più interessanti possono essere, allora, i nomi dei viaggiatori di altri partiti. Ci sarà Benedetto Della Vedova, capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà. Ci saranno i leghisti Mura, Polledri e Rivolta e i berlusconiani Renato Farina, Manuela Di Centa, olimpionica di sci di fondo.

    LEADER ASSENTI - Nessuno dei leader più noti si è liberato per i giorni 29 e 30 ottobre, date della visita, un sabato e una domenica, scelti apposta per non interferire con impegni alla Camera o al Senato. E le prenotazioni sono state fatte prima dell’emergenza politica di questi giorni. Il volo fino a Cracovia sarà effettuato con un charter. Altri invitati speciali, il regista Giovanni Veronesi e l’attrice Valeria Solarino e il regista Marco Risi. Ognuno –di tasca propria- pagherà una quota di 600 euro. Il programma sarà quello collaudato da Veltroni nelle sei visite che fece con gli studenti, da sindaco di Roma.

    Ci saranno lo storico Marcello Pezzetti e quattro sopravvissuti, le sorelle Andra e Tatiana Bucci, Nedo Fiano, che è il papà del deputato Emanuele (firmatario della lettera), Sami Modiano e Piero Terracina. Le sorelle Bucci arrivarono ad Auschwitz quando avevano 4 e 6 anni. Parleranno ai cento visitatori davanti al kinderblok di Auschwitz, con i disegni delle kapò sulle pareti, tamburi, cavallucci, bambole: «La mamma stava in un altro alloggio e un giorno non venne più a trovarci…». Solo sei giorni prima della visita dei parlamentari italiani, ad Auschwitz-Birkenau arriverà il sindaco Alemanno con un gruppo di studenti romani.



    Andrea Garibaldi
    (agaribaldi@corriere.it)

    26 ottobre 2011 15:27



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    Gli Usa fanno saltare B53, l'ultima atomica

    Corriere della sera

    Smantellata in Texas, conclude in anticipo di un anno il programma voluto da Barack Obama


    MILANO - Non avrà avuto la potenza distruttiva del fantomatico "ordigno fine di mondo" immaginato da Stanley Kubrick nel capolavoro anti-guerra nucleare Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, ma poco ci mancava. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti d'America hanno smantellato l'ultima e più potente bomba atomica fabbricata durante la guerra fredda. L'esplosivo nucleare di 9 megatoni che era grande quanto un camioncino e pesava più di 4,5 tonnellate, aveva una potenza 600 volte superiore alla bomba che il 6 agosto del 1945 ridusse in brandelli la città di Hiroshima.

    RELIQUIA - La demolizione di questa reliquia della guerra fredda, conosciuta dagli esperti come B53, è avvenuta ad Amarillo, in Texas: gli ingegneri hanno separato i 136 kg di esplosivo dall'uranio e il lavoro è stato portato a termine in gran segreto e senza la presenza di telecamere. Più tardi diversi giornalisti, posizionati a circa un miglio di distanza, hanno potuto assistere allo scoppio dell'esplosivo che era contenuto nella B53 e che è stato carica su un'altra bomba.

    Costruita nel 1962, anno in cui lo scontro tra Usa e Urss raggiunse il culmine con la crisi dei missili di Cuba, la B-53 fu ideata per essere trasportata sul bombardiere B-52 Stratofortress. La maggior parte di queste bombe erano state smantellate dal Pentagono già negli anni '80, ma diversi esemplari erano rimasti nell'arsenale americano fino a quando, nel 1997, gli Usa decisero di mandarle in pensione definitivamente, sostituite da armi più piccole, ma altrettanto potenti e soprattutto più precise.

    COMMENTI - Daniel Poneman, vicesegretario al dipartimento dell'energia, ha definito lo distruzione della bomba «un risultato che è una pietra miliare nella storia degli Usa» e conclude con un anno di anticipo il programma di smantellamento dei vecchi ordigni nucleari voluto fortemente da Barack Obama. Quest'ultima bomba era stata fabbricata da ingegneri andati in pensione o passati a miglior vita e per questo il programma di demolizione è risultato ancora più difficile delle previsioni.

    Tuttavia gli ingegneri, sviluppando strumenti complessi e procedure nuove per garantire la sicurezza, sono riusciti a portare a termine il lavoro: «Sapevamo che eravamo di fronte a un lavoro impegnativo - ha confermato John Woolery, direttore generale del Pantex Plant, lo stabilimento di Amarillo, dove la bomba B53 è stata smantellata - Abbiamo messo assieme un team eccezionale per raggiungere questo obiettivo in modo sicuro ed efficiente». Felice del risultato appare anche Thomas D'Agostino, direttore del National Nuclear Security Administration: «La B-53 è una bomba sviluppata in un'altra epoca per un mondo diverso - spiega D'Agostino - Il mondo oggi è un posto più sicuro con la definitiva scomparsa di quest’ordigno».



    Francesco Tortora
    26 ottobre 2011 13:47



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    Assuefatti alla morte in diretta

    Corriere della sera

    Gheddafi e Simoncelli tra angoscia e indifferenza
    di A. Grasso

    Il solito Pd che predica bene ma razzola male: offre stage ai giovani per quattro euro all'ora

    di

    Il Pd offre lavoro a giovani stagisti: si tratta di un lavoro part time, sei giorni la settimana per un totale di 96 ore al mese. La retribuzione: 4 euro all'ora. Scoppia la bufera sul web. Uno degli stagisti cerca di difendere il partito: "Ero a conoscenza di quanto mi avrebbero pagato". Ma in molti accusano Bersani: "Siete peggio della destra"


    In tempi di crisi va bene anche lo stage, tanto per cominciare. Tra le offerte degli ultimi giorni c'è anche un annucio del Partito democratico. Anche in quel di via del Nazareno cercano stagisti. Lo stipendio, però, sembra più una paghetta: 400 euro al mese. Non si tratta di un lavoro part time: lo stagista sarà impiegato per 4 ore al giorno, sei giorni la settimana per un totale di 96 ore al mese. Insomma, 4 euro all'ora. Una miseria che non passa inosservata, soprattutto su Facebook dove piovono gli insulti e le accuse.


    La notizia fa presto il giro del web. La polemica monta perché i democratici sono sempre in primissima linea ad accusare i padroni sfruttatori che non pagano i giovani e che usano gli stage per sfruttarli. "Il mio Pd - spiegava ieri il sindaco di Firenza Matteo Renzi - non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha 30 anni e non trova lavoro. O di chi ne ha 50 e l’ha appena perso". Appunto. Lo stesso Enrico Letta accusava nei giorni scorsi il governo guidato da Silvio Berlusconi di creare "una situazione in cui i giovani sono senza lavoro e senza pensioni".

    D'altra parte, in momento di crisi così forte, il Pd sta cercando di smarcarsi dal governo per dare la colpa dell'andamento economico mondiale al centrodestra e prova a raccattare voti sulle masse di lavoratori. Ma l'annuncio fatto nei giorni scorsi per trovare nuovi stagisti ha scatenato una vera e propria bufera.

    "Ai candidati - si legge nella nota pubblicata dal partito - si richiede un impegno di quattro ore quotidiane da assolvere presso la sede nazionale del Partito democratico a Roma, in via Sant’Andrea delle Fratte. E' previsto un rimborso spese di 400 euro mensili".

    L’annuncio è stato subito tacciato di incoerenza da parte di una "forza che si candida a governare il Paese sventolando a destra e a manca la parola d’ordine 'Basta precarietà'". Perché quei quattro euro all'ora hanno tragicamente ricordato la paga che "prendevano le povere operaie di Barletta". Il dibattito si è subito scatenato, chi a favore e chi contro.

    "Con quei soldi almeno mi sono mantenuta a Roma senza gravare sulla famiglia", cerca di spiegare una stagista. Immediata la replica si Noemi Pintus che si dice "allibita" dal comportamento del centrosinistra che "critica tanto la destra", ma poi si comporta allo stesso modo: "Ma non eravate quelli che volevano eliminare la precarietà? Sono senza parole e molto delusa.

    Non solo. C'è anche chi, provocatoriamente, invita il segretario Pierluigi Bersani a dare il 50 per cento del suo stipendio per "regolarizzare contrattualmente queste persone". "La sinistra continua ad allontanare persone", commenta con amarezza Riccardo Vairo. Insomma, l'accusa mossa al Partito democratico è sempre la stessa: questi del piddì predicano bene, ma razzolano male.

    Adesso gli occhi degli elettori del centrosinistra sono puntati sul comizio che Bersani dovrà tenere il 5 novembre. Emanuele Bellitti invita il segretario a cogliere l'occasione per fare "autocritica comunicando di averli assunti tutti a tempo indeterminato con regolare contratto". A lui risponde, però, Mario Testa: "Ho fatto uno stage post laurea in una pubblica amministrazione senza ricevere un solo euro. Il Pd almeno riconosce 400 euro al mese".

    A chiudere il dibattito su internet ci pensa chi quello stage lo sta facendo. Si tratta di Randa El Tahmy Bayoumy Amar che racconta di aver 29 anni e di essere una neolaureata in comunicazione sociale e istituzionale. Insieme al collega Davide Surace, circa un anno fa si è proposta di partecipare allo stage rivolto a "giovani creativi del settore della comunicazione". "Ero perfettamente a conoscenza delle condizioni in merito ad orario e rimborso spese dello stage - spiega la ragazza - e anche spinta da queste ho spedito la mia candidatura".

    La maggior parte dei ragazzi che accettano di fare uno stage, la maggior parte delle volte, sottopagato sono a conoscenza delle "condizioni in merito ad orario e rimborso spese". Ma non è questa presa di coscienza a decretare che 4 euro all'ora sono un compenso congruo per un neolaureato.




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    Al Parlamento europeo con la felpa padana

    Corriere della sera


    Il gesto del deputato Francesco Speroni

    Foto osé in Comune: bufera sul sindaco «Atteggiamenti compromettenti»

    Il Mattino


    AVELLINO - Foto a «luci rosse» al Comune di Solofra, nuova guerra tra il sindaco Antonio Guarino e il consigliere Enzo Clemente. È quest’ultimo a consegnare ai carabinieri della locale stazione degli scatti che dichiara compromettenti. Il primo cittadino smentisce il contenuto, replicando stizzito, e annuncia una nuova querela a carico del consigliere. Dopo i duri scontri degli ultimi mesi fra il primo cittadino ed il rappresentante dell’opposizione, l’episodio rappresenta il culmine di una escalation senza esclusione di colpi e davvero imprevedibile.

    «Nei giorni scorsi - afferma il consigliere Enzo Clemente - è stato recapitato nella mia casella postale un plico di medie dimensioni. Aprendo la busta con stupore ho constatato che il contenuto consisteva di trentatrè foto a colori ritraenti l’attuale sindaco Guarino in atteggiamenti compromettenti all’interno del suo ufficio comunale. Alcuni scatti lo ritraevano in compagnia di donne. È inutile dirvi che ho prontamente consegnato tutto ai carabinieri, ma non posso non considerare che al di là della provenienza del plico evidentemente inviato in anonimato, le immagini sono davvero imbarazzanti».


    Segue il messaggio politico: «Lancio un appello accorato alle donne di Solofra che non sono ritratte in quelle foto - continua il consigliere Clemente -. Le mamme e le figlie di questa città hanno trascorso gran parte della loro vita a cercare il proprio spazio, a realizzare le proprie aspirazioni, tentando di conciliare lavoro, famiglia, studio. Le donne di Solofra sono sempre dalla parte delle giovani sfruttate e sono l’asse portante dell’economia di questa città e vi piaccia o no, fanno politica e cultura anche quando girano il risotto e non meritano di essere rappresentate da questo sindaco. Si tratta di rimodulare un modello culturale che abbiamo perduto: comportarci da persone perbene. L’ultimo pensiero è proprio donne della mia città: coraggio, anche questa volta tocca a voi e bisogna reagire. Professore Guarino e signori della maggioranza è il caso di rassegnare definitivamente le dimissioni dall’incarico».

    Sulle gravi accuse replica il primo cittadino: «La questione è talmente ridicola - afferma Guarino - che non meriterebbe risposta. Secondo queste accuse inaudite le vicende si sarebbero verificate nel mio ufficio al secondo piano del Comune, costantemente aperto ed affollato di cittadini e consiglieri. E da dove sarebbero state scattate le foto in questione? Da qualche colonnina? Alle spalle di qualche divano o dietro l’ombra che costui proietta? Le foto raccontate non possono esistere; siamo alla reazione inconsulta di un soggetto in preda a manifestazioni patologiche».

    Il sindaco ricostruisce le fasi che hanno preceduto la conferenza stampa indetta ieri mattina dal consigliere Clemente, ai margini della riunione di consiglio comunale.

    «Il segretario comunale - afferma il sindaco - aveva rilevato in un passaggio del verbale relativo alla precedente seduta la dichiarazione di dimissioni di questo personaggio da consigliere. La dichiarazione c’è. Costui ha avuto una reazione inconsulta, spropositata, è sembrato impazzito. Finora ha collezionato quattordici querele per diffamazione e dodici citazioni per danni. Non sa più che fare. Le foto osè? Esistono solo nella sua mente malata». Clemente aveva contestato il verbale relativo alle proprie presunte dimissioni, chiedendo la registrazione audio del precedente consiglio comunale, risultato non chiaro all’ascolto. «Ho affermato che mi dimettevo da capogruppo - ha precisato ieri - ma non da consigliere».

    Il sindaco era intervenuto chiedendo di sospendere il consiglio in corso. «Prima di prendere atto delle dimissioni - l’affermazione di Guarino - e per una verifica in merito meglio sospendere il consiglio». Ma Clemente non ci sta, annuncia improvvisamente la conferenza nell’aula consiliare e denuncia la vicenda delle foto.

    Antonella Palma



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    Chiama un bimbo "scioccarellino": è condannata per ingiuria

    La Stampa

    La parola "scioccarellino" sembra innocua ma se un adulto la rivolge ad un bambino soprattutto se davanti ad altri bimbi diventa offensiva e suscettibile anche di condanna per ingiuria. Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza 38297/11).


    Il Caso

    Una signora è stata condannata prima dal giudice di pace e poi dal tribunale di Avezzano a 600 euro di multa e al risarcimento dei danni per avere «offeso il decoro» di un bambino chiamandolo "scioccarellino". La sentenza è stata confermata anche dalla Corte di Cassazione. Nel ricorso la signora si era giustificata dicendo che apostrofando così il ragazzino non aveva avuto intenzione di insultarlo «altrimenti avrebbe utilizzato termini più offensivi e avrebbe scelto il momento in cui la vittima era sola»; inoltre, il ricorso sottolinea che la stessa parola "scioccarellino" è «inidonea a ledere l’onore e il decoro di chicchessia».

    La Suprema Corte, però, è di avviso diverso: «la potenzialità offensiva di una determinata espressione non può essere valutata in astratto, ma deve essere contestualizzata e apprezzata in concreto, in relazione alle modalità del fatto e a tutte le circostanze che lo caratterizzano». Per questo anche se «l’epiteto in questione appare astrattamente di debole portata offensiva, deve però rilevarsi come nel contesto dei fatti esso fu idoneo a manifestare un disprezzo lesivo del decoro della persona, tanto più in quanto diretto verso un minore di età e in presenza dei suoi coetanei».


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    L'Olanda ci ripensa: marijuana come la cocaina

    Corriere della sera

    Amsterdam vuole inserire «l'erba», ben più pericolosa che in passato, nell'elenco delle droghe pesanti


    Marijuana, ben più «forte» che in passato

    MILANO - La marijuana, il cui consumo in Olanda è storicamente liberalizzato, sta per essere equiparata de facto dalle autorità olandesi alle droghe pesanti come cocaina ed eroina. Questo perché, secondo il ministro dell’economia Maxime Verhagen, l’attuale marijuana, soprattutto la varietà più diffusa e richiesta nel Paese, la cosiddetta “skunk”, ha un contenuto di THC ben maggiore rispetto all’“erba” di venti o trent’anni fa. La marijuana skunk, infatti, contiene spesso oltre il 15% di THC (tetraidrocannabinolo, il “principio attivo” della marijuana), e il limite del 15% sta per imporsi quale discrimine tra marijuana considerata “droga leggera” e una marijuana in tutto equivalente, secondo le autorità olandesi, ad una “droga pesante”.

    TANTE DROGHE- L’apparente cambiamento di registro olandese troverebbe un suo fondamento razionale nell’assunto che “più THC è presente, maggiori saranno gli effetti dannosi per la salute”. «L’effetto psicotropo, e quindi anche le ricadute sulla salute e sul comportamento, pur essendo certamente correlati alla quantità di THC, sono altresì dipendenti anche dalle capacità di assorbimento individuali, che variano da persona a persona» spiega Giovanni Umberto Corsini, professore Ordinario del Dipartimento di Neuroscienze dell'Istituto di farmacologia di Pisa.  «In ogni caso questo cambiamento andrebbe anche accompagnato da iniziative per limitare l’abuso di alcol, la vera droga considerata “leggera” e che andrebbe invece equiparata a una “pesante”».

    WEED PASS- Un “weed pass”, letteralmente un “permesso per l’erba”, questo viene prospettato dalle autorità olandesi in materia di consumo di marijuana. Questo permesso sarà dato ai residenti per scoraggiare il cosiddetto “turismo della droga”, che richiama grandi masse di persone, soprattutto giovani, nel Paese dei tulipani. Ma un certo malumore comincia a serpeggiare tra i proprietari dei coffee shop, ossia i  locali in cui è possibile consumare e acquistare la marijuana e le altre droghe in piena libertà. Marc Josemans, infatti, dell’associazione nazionale coffee shop, non è per nulla d’accordo con l’iniziativa del governo olandese: «Criminalizzare la marijuana» dice Josemans, «indurrebbe di certo la diffusione di prodotti illegali non controllati, e questo arrecherebbe un vero rischio per i consumatori. Accogliamo volentieri migliori criteri sul controllo della qualità, ma con questa norma ci stanno imponendo una cosa che non possiamo controllare».


    Domenico Lombardini
    26 ottobre 2011 10:24



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    Il processo dura 35 anni e sopravvive alle parti

    Il Giorno

    Chiesti 50mila euro di risarcimento

    Le parti coinvolte nel processo, iniziato nel 1975, sono morte. Ora la nipote dell'anziana che cominciò la causa chiede allo Stato un rimborso per la durata eccessiva del procedimento



    Brescia, 25 ottobre - Cinquantamila euro di indennizzo come “equa riparazione” per “danni patrimoniali e morali” dovuti a un processo lumaca di durata record: 35 anni. Tanto che nel frattempo le parti coinvolte sono decedute. Senza aver visto sentenza. A chiedere il rimborso allo Stato, una 45enne milanese, nipote di una donna di 103 anni, morta a settembre dopo appunto 35 anni di causa civile tuttora in attesa di verdetto.

    La vicenda prese le mosse nel 1975, quando la protagonista, una signora di origini napoletane ma residente a Milano, decise di trascinare in tribunale per una questione di debiti insoluti la vicina di casa. L’atto di pignoramento di un terreno di proprietà fu depositato in cancelleria appunto al tribunale di Milano il 13 gennaio 1976. L’udienza di comparizione delle parti fu fissata il 4 giugno 1983, sette anni dopo. Da allora furono celebrate circa una trentina di udienze, il cui intervallo tra l’una e l’altra e’ stato mediamente di 12 mesi. Al ritardo hanno contribuito rinvii, cambi di giudici e di avvocati, perdita del fascicolo.

    Ora la nipote dell’anziana (ma nel frattempo e’ morta anche la controparte, ndr) ha citato in giudizio il ministero di Giustizia, “colpevole” del processo lumaca dalla durata storica. Ben oltre la cosiddetta “durata ragionevole” del processo, secondo la Convenzione europea dei diritti dell’uomo tre anni per il primo grado. Dal quarto in poi può scattare la richiesta di rimborso. A pronunciarsi in questo caso sarà la corte d’appello di Brescia.

    “Mai ci eravamo imbattuti in 35 anni di processo - spiega l’avvocato Marco Angelozzi, che con il collega del foro di Tivoli Giacinto Canzona assiste la 45enne - sui processi lumaca prima si pronunciava la Corte d’appello dei diritti dell’uomo, ora invece si può ricorrere alla Corte d’appello del distretto più vicino al tribunale dove è incardinata la causa contestata. E’ merito della legge Pinto, che in pochi conoscono. L’indennizzo di recente è stato innalzato da 500 a mille euro l’anno dal quarto in poi. E il rimborso è ottenibile in poco tempo”.




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    Risate di Sarkozy, riconsegno la Legion d'Onore"

    Quotidiano.net

    L'ira del generale Tricarico per quanto avvenuto a Bruxelles



    L'ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica ha restituito alla Francia la prestigiosa onorificenza per protestare contro "l’irriguardoso comportamento" del capo dell'Eliseo nei riguardi dell'Italia



    Roma, 26 ottobre 2011 - Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, ha restituito ieri alla Francia la Legion d’Onore, una delle più prestigiose onorificenze francesi, assegnatagli per il ruolo svolto durante la guerra in Kosovo: un gesto con cui l’alto ufficiale, che è stato anche consigliere militare di tre diversi presidenti del Consiglio (D’Alema, Amato e Berlusconi), intende protestare contro "l’irriguardoso comportamento" del presidente Sarkozy, domenica a Bruxelles.

    Tricarico ha restituito la Legion d’Onore all’ambasciatore francese in Italia, insieme ad una lettera nella quale ricorda di aver ricevuto dal presidente Jacques Chirac un’onorificenza della quale — scrive —"sono oggi costretto a privarmi con rammarico e dispiacere di fronte al comportamento irriguardoso dell’attuale presidente francese nei confronti dell’Italia".

    La lettera si chiude con un post scriptum in cui Tricarico ricorda un fatto ai più sconosciuto e curioso. "Il 25 novembre 1916 il nostro leggendario aviatore, il capitano Francesco Baracca, abbattè il ricognitore austro-ungarico del tenente Kalman Sarkozy, che fu preso prigioniero. Pur essendo incerto il legame di parentela di quell’aviatore ungherese con l’attuale presidente, l’episodio indica che gli italiani — affrancati dalle peculiarità di un sistema che tarpa loro le ali — sanno vincere le loro battaglie. Anche quando di fronte abbiamo un Sarkozy".




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    Un furto di sottaceti che cambia (in meglio) la vita

    Il Giorno

    Clochard pizzicato, trova così lavoro e amore


    Entrò in un negozio e rubò tre vasetti per pochi euro. Dieci mesi agli arresti, ora fa il giardiniere e si è pure fidanzato



    Brescia, 25 ottobre 2011 - Chiamiamola pure la riscossa del clochard. Dalle stalle alle stelle. Parabola dell’ultimo che diventa il primo. Protagonista, un senzatetto. La cui storia rende conto di curve a gomito imprevedibili capaci di ribaltare un’esistenza che appariva grama. Lo sfortunato/fortunato, appunto, è un ex clochard.

    Torturato da una vita di stenti, un brutto giorno di qualche tempo fa il tapino fece quel che non doveva fare, combinando un pasticcio. Tutta colpa di tre vasetti di sottaceti tentatore, prezzo 1,60 euro l’uno - una fortuna per chi non ha in tasca uno spicciolo - che occhieggiava dallo scaffale di un supermercato.

    Sguardo furtivo e mano lesta, il desiderio proibito finì sotto il cappotto. Il furto però non passò inosservato al titolare del negozio, che fece le sue legittime rimostranze all’indirizzo di colui che si era guadagnato la porta senza aver messo mano al portafogli.

    Morale: tra negoziante e ladro nacque un parapiglia. Il parapiglia divenne colluttazione. Con pronto intervento delle forze dell’ordine che fecero scattare le manette. Per rapina impropria.

    Il senzatetto, dunque, finì in gattabuia. E vi rimase, avendo lui, gravato dalla tossicodipendenza, piccoli precedenti alle spalle. La giustizia fece il suo corso. Venne il tempo del banco degli imputati. I giudici di primo grado non concessero sconti. Dieci mesi e venti giorni. Più 160 euro di multa. Quel furto di sottaceti degenerato in lite meritava una permanenza dietro le sbarre per un pezzo. Dura lex, sed lex. La legge è legge.

    La battaglia legale, iniziata nel 2008, seguì le tappe canoniche. Passò attraverso un processo di secondo grado, la pena fu ridotta a quattro mesi, e la Cassazione confermò il verdetto. Per l’imputato si profilò, però, un lieto fine. La scarcerazione con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Tornato in libertà, il ladro trovò un lavoro, una occupazione cosiddetta “socialmente utile”. Giardiniere per una cooperativa.

    Finalmente un reddito. Finalmente domenica. La vita che riprende a girare per il verso giusto. E’ la svolta. A coronarla, è arrivato anche l’amore. Una donna bellissima che si è innamorata dell’ex clochard. Che ora ama, riamato. E se ha un desiderio smodato di sottaceti può passare dalla cassa a testa alta, perché ha i soldi per comprarli.


    di Beatrice Raspa






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    Massimo Baldari non ce l'ha fatta Il Mattino piange l'amico e il giornalista

    Treccani riscrive la storia: Garibaldi incontrò il re a Vairano e non a Teano

    L'ex conduttore tv accusato di due omicidi

    Corriere della sera

    Riaperte le indagini su un delitto del 1998. Sospetti su Cozzi, in carcere per un fatto simile




    MILANO - Stringeva ancora il coltello con la mano sinistra Alfredo Cappelletti il 13 settembre 1998 quando lo trovarono morto a 49 anni nel suo ufficio a Milano. Nonostante tanti dubbi, l'inchiesta per due volte si chiuse con l'archiviazione perché non si poteva escludere che l'imprenditore si fosse suicidato. Ora i sospetti prendono corpo e cadono sul socio della vittima, il conduttore televisivo Alessandro Cozzi. L'uomo è già in carcere: a marzo ha assassinato, a coltellate, il titolare di un'agenzia di lavoro al quale doveva 17mila euro.

    A trovare nel '98 Cappelletti morto fu proprio Cozzi entrando nell'ufficio di consulenza formativa di via Malpighi. Accompagnava la figlia del socio che cercava il padre disperatamente. Sul corpo della vittima un'unica coltellata. Dopo aver sfiorato Cozzi, ma senza indagarlo, l'inchiesta si chiuse con la tesi del suicidio: Cappelletti si era pugnalato con la mano destra e con la sinistra aveva sfilato il coltello dal suo torace. Dinamica strana, complicata anche dal fatto che l'imprenditore aveva subito una paresi che gli indeboliva proprio il braccio destro. L'inchiesta fu riaperta nel 2000, ma si chiuse anche allora senza fare un passo avanti.

    Ora gli inquirenti tornano sul 53enne Cozzi, e stavolta il conduttore sui canali Rai della trasmissione «Diario di Famiglia» viene indagato anche per il vecchio omicidio. Ieri Cozzi è stato portato in Procura per l'esecuzione di un «accertamento tecnico irripetibile», necessario a stabilire se tracce del suo dna sono presenti sul coltello che nel '98 uccise Cappelletti. L'esame è saltato dopo che la Procura e il difensore del presentatore, l'avvocato Fabio Palazzo, hanno convenuto di applicare la formula dell'incidente probatorio.

    Si terrà venerdì prossimo alla presenza di un perito del gip e il risultato sarà cristallizzato per un eventuale processo. Presenti anche i familiari di Cappelletti i quali - assistiti dagli avvocati Adriano Bazzoni e Luciano Brambilla - non hanno mai creduto alla tesi del suicidio. Il 29 marzo scorso Cozzi si presentò nell'ufficio di Ettore Vitiello perché, disse dopo l'omicidio, voleva una dilazione del debito. Si accese una lite durante la quale vibrò 30 fendenti con il coltello, disse, strappato dalle mani di Vitiello che per primo lo aveva minacciato.


    Giuseppe Guastella
    26 ottobre 2011 07:54



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    Mesi interi in attesa di un posto letto Ma i reparti sono vuoti: mancano i medici

    Corriere della sera


    Così i malati si arrangiano nei corridoi, sulle barelle delle autoambulanze. Il primario di Colleferro: «Sotto i livelli minimi di assistenza»


    I volti delle persone sulle barelle, stipate nei corridoi dell'ospedale Tor Vergata, sono stati oscurati per motivi di privacy. Così come non conosciamo i volti di quei malati cardiopatici che da mesi sono in lista di attesa per un posto letto. Eppure bisognerebbe guardare in faccia la loro sofferenza per capire la rabbia e la disperazione che può provare un dottore come Salvatore Toscano, primario di Cardiologia all'ospedale Parodi Delfino di Colleferro. Al telefono si sfoga: «Si rende conto? Io ho le stanze deserte ma sono costretto a dire ai pazienti che non ci sono posti disponibili». Mancano i cardiologi.


    LA SITUAZIONE - Da questa estate ha chiuso metà dei posti letto e alcuni ambulatori come quello per l'ipertensione, le aritmie, la cardiologia generica. In organico ce ne dovrebbero essere nove. Invece ce ne sono 4 che fanno turni di 12 ore per garantire l'assistenza, non solo al reparto di cardiologia ma a tutto l'ospedale. Come se non bastasse la Farmacia dell'ospedale gli ha comunicato che da questo mese sono bloccati gli acquisti di tutta una serie di dispositivi, farmaci, protesi. Proprio per questo Toscano si è deciso a inviare un'esposto alla Procura della Repubblica. «Il rischio di errori, omissioni è altissimo - ci dice -. Siamo sotto i livelli minimi di assistenza».


    IL VIDEO - Per un giorno, allora, ci siamo messi nei panni di un paziente che qui non trova posto e siamo andati all'ospedale più vicino, il Tor Vergata appunto, a trenta chilometri di distanza. Dove però la situazione al pronto soccorso è sconcertante. Più che un Pronto Soccorso arriviamo in una specie di ospedale da campo. I malati sono ovunque: nei corridoi, davanti alle porte di ingresso, sulle sedie degli uffici. Un ragazzo con la flebo al braccio non ha trovato nemmeno più quelle.

    Aspetta in piedi. Il personale medico e paramedico si arrangia come può. Per disperazione hanno preso persino le barelle dalle autoambulanze. Se provate a chiamare il centralino chiedendo un pronto intervento vi dicono che non ci sono autoambulanze disponibili. Sono parcheggiate nel piazzale antistante. Non possono partire perché non hanno lettini a bordo. Non si sa dove mettere i pazienti. Eppure proprio accanto c'è una torre di dieci piani dove 13 anni fa furono progettati i nuovi reparti. Siamo andati a vedere. Abbiamo trovato reparti pronti, completi di tutto. Le stanze sono grandi e luminose, già climatizzate.

    Ma vuote. Gli ingressi sono stati chiusi con dei lucchetti. Qui i dottori ci sono, perché li fornisce la vicina università. Mancano gli infermieri. «Nemmeno se una nostra collega va in maternità viene sostituita, non ci sono i soldi - racconta Duccio Prosperi dell'Ugl -. È una struttura destinata a rimanere così se non ci forniscono il personale base». E in attesa che qualcuno permetta di aprire quei lucchetti, «così» resteranno anche i malati.

    Antonio Crispino
    25 ottobre 2011(ultima modifica: 26 ottobre 2011 09:51)

    La discoteca «di razza»: a Padova ingresso vietato a romeni e albanesi

    di

    I buttafuori respingono due ragazze dell’Est a causa della nazionalità. I titolari: "Dobbiamo stare attenti"




    C’era una volta la selezione all’ingresso: buttafuori nerboruti che non ti facevano passare se non indossavi le scarpe e la camicia giusta. E che poi ti scrutavano all’interno, attenti che non combinassi guai. Tutti d’accordo, la sicurezza e il decoro delle discoteche vanno difesi a ogni costo. Del resto, la scelta del proprietario su chi far entrare e chi no in base al look non viola alcuna legge. Ma qualcuno ha deciso di andare oltre.


    E di selezionare gli avventori sulla base di rigidi criteri razziali. Siamo a Padova, il locale notturno si chiama Factory Club e si trova in via Sarpi, poco distante dalla stazione. Qui tutti sono ben accetti, a meno che non siano albanesi, moldavi, rumeni e tunisini.

    Grossi omoni che controllano l’ingresso impediscono, infatti, il passaggio ai gruppi etnici che non siano ritenuti «di gradimento» dai gestori. E così lo scorso fine settimana due ragazze di marcata origine Est europea sono state respinte in malo modo soltanto in ragione della loro provenienza geografica.

    Di fronte alle conseguenti proteste le due albanesi si sono sentite rispondere che «albanesi, rumeni, moldavi e forse anche tunisini qui non possono entrare». Per accedere in discoteca è, infatti, necessario iscriversi a un circolo e ottenere una tessera di riconoscimento. Che ai gruppi etnici in questione i gestori si rifiutano di concedere.

    E non fa nulla che siano vestiti bene, siano sobri, abbiano solo voglia di divertirsi e parlino un italiano pressoché perfetto. La loro nazione di nascita non piace. La scenetta, alla quale hanno assistito molti avventori come racconta Il mattino di Padova, non è piaciuta affatto. Tanto che alcuni di loro hanno deciso di utilizzare Facebook per boicottare il locale che sin dalla sua apertura, lo scorso luglio, è diventato un punto di riferimento per la movida dei più giovani.

    Proprio per la bella musica, l’ambiente «giusto» e le capacità imprenditoriali dei gestori. Che travolti dalle polemiche, adesso cercano di difendersi: nessun intento razziale, a spingerli sarebbe solo la necessità di proteggersi. «Siamo molto vicini alla stazione - spiega uno di loro - spesso cerca di entrare gente poco raccomandabile, dobbiamo stare attenti».

    Uno dei titolari, fra l’altro, è un immigrato: come è possibile che vieti l’ingresso per motivi etnici? «Io sono vietnamita, quindi non certo razzista - ha spiegato Thang Vien al quotidiano locale - Ma quando vedo soggetti troppo particolari cerco di tenerli fuori per ragioni di sicurezza. Non so cosa sia successo l’altra sera». Infine dà la colpa al look. «Evidentemente i buttafuori hanno interpretato in modo negativo lo stile trasandato delle due ragazze». Insomma, il fatto che fossero albanesi sarebbe solo una coincidenza.

    Nessuna discriminazione, salvo quella contenuta nelle parole di chi all’ingresso sta ben attento a tenere fuori gli extracomunitari.

    E che usa la matematica per garantire la sicurezza in discoteca: «È solo un problema di quantità - precisa un altro collaboratore - Evitiamo che nel locale entrino gruppi etnici troppo numerosi». L’idea è quella di rispettare la proporzione fra italiani e immigrati che c’è in città. «Se entrano troppi stranieri si crea un problema di sicurezza. Qualche giorno fa c’è stata una rissa fra albanesi. Non possiamo permettere che cose di questo genere succedano nel nostro locale».




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    Solo nello Stato italiano non si può diseredare

    di

    Fa discutere la norma allo studio per rimuovere vincoli nella divisione dei beni tra i figli. Un’anomalia tutta nostra




    Incredibile ma vero: se da una parte ci sono ultimatum europei che si misurano in ore, dall’altra la polemica politica interna si è curiosamente spostata addirittura nell’aldilà. La giornata di ieri ha avuto infatti, come spunto quotidiano di dibattito, una norma contenuta nelle bozze del decreto sviluppo che consentirebbe una maggiore discrezionalità del genitore nell’attribuire l’eredità ai figli. Come al solito si sono levate alte grida da parte di chi ha pensato che la norma potrebbe essere utile a Berlusconi in vista della sua successione. Sarebbe però il caso di giudicare un provvedimento (peraltro nemmeno ufficiale) per quello che è e non per i benefici (pure dubbi e post mortem) che ne potrebbe avere il presidente del Consiglio.


    Cerchiamo quindi di astrarci dal particolare e di considerare se una modifica del diritto di successione ereditaria avrebbe senso oppure no, e se c’entri qualcosa con lo sviluppo oppure se si tratti di un pretesto. Innanzitutto va detto che la legge sulle eredità è coerente con un qualsiasi piano che intenda creare crescita e attrarre investimenti: chiunque intenda fare impresa vuole avere uno scenario economico e legale stabile, con un orizzonte temporale il più lungo possibile.

    Una legge successoria estremamente vincolante, e in quanto a vincoli il sistema italiano ha pochi eguali, crea potenziali situazioni di imbarazzo che potrebbero in alcuni casi mettere a rischio la continuità aziendale, in caso di gravi disaccordi tra gli eredi o semplicemente di un disinteresse da parte di alcuni figli alla prosecuzione dell’attività dei genitori.

    Proprio questa minima discrezionalità esistente in Italia nell’attribuzione dell’eredità sta alla base di numerosissimi artifici societari che hanno portato al trasferimento all’estero di molti beni, tramite la costituzione di «trust» o altre architetture giuridiche in grado di aggirare i vincoli domestici.
    L’associazione europea dei notai ha costruito un eccellente sito (www.successions-europe.eu) sul quale si possono vedere tutte le diverse legislazioni europee con un semplice clic e basta un’occhiata per capire che la nostra legge, che affida alla discrezionalità del genitore solo un quarto del patrimonio e impone l’uguaglianza fra i figli, svetta per rigidità.

    In Germania la «legittima» non eccede la metà del patrimonio, in Inghilterra non vi è alcun vincolo se non quello della garanzia del sostentamento, in Lussemburgo (la patria delle holding) vi è discrezionalità di assegnazione all’interno della quota riservata ai figli e così via. Del resto non dovrebbe suscitare meraviglia: nessuno si è stracciato mai le vesti per le scelte dei miliardari americani di «diseredare» i figli a favore di fondazioni familiari o benefiche, celebre il caso di Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, che ha riservato 31 miliardi di dollari alla fondazione di Bill Gates insistendo che i suoi tre figli avrebbero dovuto farcela da soli.

    L’idea (un po’ sadica) del fondatore di Ikea di mettere addirittura «in gara» i figli per l’eredità facendoli lavorare in azienda per vedere chi fosse il più capace aveva strappato al più qualche sorrisetto. Basta però il coinvolgimento anche solo potenziale di Berlusconi per far cambiare tutto. La faziosità politica viene prima della logica e del buon senso.


    Twitter: @borghi_claudio




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