martedì 25 ottobre 2011

Fontana di Trevi, torna D'Artagnan: turisti evacuati per un'ora

Il Messaggero

Roberto Cercelletta si è tagliato il ventre e ha tenuto in scacco le forze dell'ordine: bloccato dai vigili


ROMA - Nuova incursione di Roberto Cercelletta, detto D'Artagnan, alla Fontana di Trevi: entrato nella vasca intorno alle 14.30, si è tagliato più volte con la lametta il ventre tenendo in scacco per circa un'ora vigili urbani, carabinieri e vigili del fuoco davanti a centinaia di turisti che sono stati fatti evacuare dalla piccola scalinata di fronte alla fontana e hanno assistito all'ennesimo show di D'Artagnan dai bordi della piazza. Mentre l'uomo, sanguinante, continuava a minacciare di tagliarsi ulteriormente, intorno alle 15.15 è arrivato il comandante del I gruppo dei vigili urbani, Stefano Napoli, che ha ordinato ai suoi uomini di entrare nella vasca, convincere Cercelletta a uscire e portarlo via a bordo dell'ambulanza che nel frattempo era stata inviata sul posto.

L'operazione è stata effettuata con successo: alcuni vigili sono riusciti ad attirare D'Artagnan, lo hanno bloccato e lo hanno caricato su un'ambulanza, tra ali di folla che filmava e fotografava la scena.

FotoGallery Nuovo show di D'Artagnan a Fontana di Trevi






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I parlamentari e l'immunità alla crisi: non sanno quanto costa la benzina

Il Messaggero

Inchiesta di Quattroruote. Brunetta e La Russa non rispondono, Di Pietro ammette: non lo so. Gaffe di Romani






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Il debito ci perseguita dalla nascita dell'Italia

Il Tempo

Dallo stato Sabaudo a oggi una rincorsa continua a chiedere prestiti e a combattere il deficit.


Roma durante una domenica di Austerity nel '73-'74 quando le auto non potevano circolare Ogni volta che Cavour lascia Torino e fa perdere le sue tracce Vittorio Emanuele II va nel panico. «Ma dove sarà finito questa volta il mercante?», sbraita il sovrano mentre, per togliersi l'ansia di dosso, fa strage di cervi e daini che poi è la sua occupazione preferita. Quando Cavour ricompare è il solito duetto. «Ma allora li ha trovati questi soldi?» «Dovrebbe sapere, maestà, che non sono tipo da tornare a mani vuote» «Sì, ma quanto ci costeranno di interessi?» «Sempre meno delle cartucce che sua maestà consuma con le sue doppiette» è l'irriverente risposta che se al posto di Cavour fosse stata pronunciata da qualcun altro, sarebbe costata al malcapitato l'impiccagione. Ma che senso ha, parlando della nostra storia, raccontare aneddoti del genere? Ce l'ha eccome perché spiega quali e quanti problemi il Regno di Sardegna abbia avuto mentre tentava di cacciare gli austriaci dall'italica penisola: casseforti orribilmente vuote perché le uscite superavano di gran lunga le entrate e sfinimento di cambiali da onorare. Anche dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala il debito pubblico resterà il convitato di pietra di molti dei governi che terranno le redini dello Stato dall'Unità d'Italia in poi. Non è uno scandalo che uno Stato possa avere debiti.

Anche in altri Stati è accaduto e continua ad accadere perché è normale che chi deve realizzare grandi riforme e offrire al cittadino sempre migliori servizi spenda più di quanto incassi con le tasse. E poi non è forse investendo in opere strutturali e in nuovi posti di lavoro che si produce, in un Paese, maggiore ricchezza? Certo,solo che da noi si è un po' esagerato perché, in 150 anni di storia, il rapporto tra debito e prodotto interno lordo è stato sforato del 100% in 34 anni, del 90% in 15 e del 60% in un'altra quarantina. Con il risultato che, dovendo pagare anche montagne di interessi sui denari avuti in prestito, lo Stato non ha mai avuto risorse sufficienti per fare tutto quel che avrebbe dovuto o aveva in mente di fare.

A sua scusante l'Italia ha il fatto di non possedere, a differenza della Germania e di altri Paesi, né miniere di carbone né di altro. Per non parlare del petrolio che, a caro prezzo, siamo costretti ad acquistare da Paesi che, sotto questo profilo, sono assai più fortunati del nostro. Ma anche questo, al punto in cui si trova l'economia mondiale,è un alibi che non regge più. In quanto a debito pubblico i periodi peggiori per l'Italia, oltre a quello del già citato Risorgimento, sono stati, per una serie di concause che qui sarebbe lungo elencare, le due guerre mondiali, la crisi petrolifera del 1974, il 1992 (picco debito-pil del 121%) e quella specie di tsunami che è stata,dopo la caduta del muro di Berlino, la globalizzazione.

Quando poi, con l'arrivo dell'euro, non abbiamo più avuto la possibilità di taroccare il debito con l'inflazione sono cominciati altri guai. Il paradosso è che chi va a scuola o sfoglia libri sa tutto di Giuseppe Mazzini e della Resistenza, ma poco o nulla di un'Italia che è stata quasi sempre costretta a crescere sotto il salice piangente del debito pubblico. Ed è un vero peccato perché sarebbe invece assai istruttivo (e formativo) che i cittadini conoscessero questi non trascurabili dettagli della nostra storia. È vero che, nonostante questo debordante debito pubblico, siamo sempre riusciti, in qualche modo, a sfangarla, ma che fatica, che tribolazioni, quante notti insonni! Tanto che per capire cosa accade ai governi costretti a vivere sotto i tetti alluvionati dal debito basta ricordare quel che successe nella guerra di Crimea, l'avventura che portò l'Italia al tavolo dei grandi grazie ad un colpo di genio del solito Cavour.

È il 1855 e per schierarsi al fianco di francesi, inglesi e turchi contro le mire espansionistiche della Russia dello zar Nicola I, i Savoia devono mettere in campo un esercito di ben 15 mila uomini con cannoni ultimo modello, cariaggi, quadrupedi e uniformi che ci evitino una brutta figura. E questo crea uno sfracello di problemi perché, in cassa a Torino, non c'è un soldo. Ecco allora che Cavour corre a Londra e non solo strappa un prestito di un milione di sterline (80 milioni di euro) che poi, strada facendo, diventeranno più di tre ma riesce ad addossare agli inglesi (non è che essi siano di buon cuore, ma hanno bisogno di noi per liberare il Mediterraneo dagli austriaci) anche tutte le spese di trasporto perché trasferire un intero esercito, muli compresi, su navi a vapore fino al Mar Nero cioè a 3000 km di distanza costa un occhio della testa. E magari fosse finita qui.

Scattata l'operazione ecco che il generale Alfonso La Marmora manda da Costantinopoli a Cavour disperati sos: «Qui i nostri soldati sono costretti a dormire sulla nuda terra perché gli alleati hanno già requisito tutti i capannoni disponibili e noi non abbiamo né soldi né legname per costruirne altri». L'addetto alla sussistenza, maggiore Vittorio Morelli dei Cavalleggeri di Saluzzo-Monferrato ha intanto una crisi di nervi perché «maestà, mancano gallette, carne in scatola, panni pesanti e medicinali e siamo invasi dai pidocchi».

Così il trafelato Cavour (tirerà le cuoia prima del tempo anche a causa di questi stress) è costretto a cercare altro denaro. Mentre stive piene di gallette arrivano in Turchia grazie ad una sottoscrizione popolare ( fatta però in modo discreto per non essere messi in berlina dagli alleati) tocca ad Hambro (banche olandesi) scucire altro «argent» per attrezzare almeno quattro ospedali da campo. Ma, in fondo, queste sono bazzecole in confronto a quel che dal 1961 l'appena costituito Regno d'Italia dovrà penare. Eh sì, perché oltre a dover ripianare i costi della guerra del 1859 (263 milioni di lire) e a risarcire Austria (180 milioni) e Francia (80 milioni) servono contanti sia per pagare gli stipendi ai funzionari piemontesi in missione sulla penisola che per rimettere in sesto le finanze del regno borbonico delle due Sicilie e poi dei ducati e gran ducati che, per plebiscito, sono ora diventati sudditi di Vittorio Emanuele II.

Ed è il rovello del conte Bastogi, primo ministro delle finanze del Regno d'Italia, quantificare il debito pubblico che si è accumulato: ben 2374 milioni di lire che, nel 1870, lieviteranno a 3950. Poi con le imprese coloniali dei primi del '900 e con l'accorta gestione di Giolitti si ricomincia a respirare ma dura poco perché ci pensa la prima guerra mondiale a spazzare via il sogno di bilanci ripianati. Per non parlare della crisi del famoso '29 che si supera solo perché il regime fascista aggiusta i conti, da una parte, nascondendo sotto il tappeto tutto quel che non fa comodo che si sappia e, dall'altra, riscuotendo più tasse perché non c'è capo fabbricato che non riceva l'ordine di denunciare l'inquilino che gira in «balilla» o ha comprato la pelliccia alla moglie.

Così si arriva agli anni '50, questi sì da vero boom economico perché ora l'economia tira che è un piacere e il Paese comincia ad essere invaso da lavatrici e piccole automobili che Vittorio Valletta, spalleggiato dagli americani, vende a prezzi abbordabili. Anche la ricchezza delle famiglie, con tutto il lavoro che serve per la ricostruzione, sta crescendo a vista d'occhio e poi, per molti italiani, viaggiare finalmente su quattro ruote è come sognare. Intanto il ministro delle finanze, Ezio Vanoni viene incaricato di realizzare una riforma fiscale che trasformi in imposte dirette sul reddito e sul capitale gran parte di quelle che fino a quel momento colpivano soltanto i consumi. E perché questo improvviso giro di boa? Perché così lo Stato può contare su entrate più sicure che consentano un più consistente cash flow per fare autostrade, scuole e altro.

Questo Vanoni è un tipo particolare: non solo, a differenza di molti suoi colleghi di governo, ha un gran rispetto per il denaro soprattutto quando appartiene allo Stato (tanto che, per farlo risparmiare, va in ufficio in tram) ma, avendo preso molto sul serio il suo incarico, scartabella libri, documenti e memorie per capire quale veramente sia il rapporto che gli italiani hanno, nel tempo, maturato con il fisco. E ci vuol poco per capire che questo rapporto, in molte regioni d'Italia, o è mediocre o è addirittura pessimo. Tanto che un giorno, confidandosi con Giuseppe Pella, sbotta: «Io faccio questa riforma perché mi pare che ad essa non vi siano alternative ma è bene che si sappia fin d'ora che non sarà facile eliminare quel tasso di sfiducia che il contribuente pare nutrire nei confronti dello Stato che è poi il vero difetto strutturale del sistema tributario italiano». E quando qualche tempo dopo ha modo di valutare quali siano stati i reali effetti prodotti dalla riforma, annota sconsolato nei suoi taccuini: «Non so di chi possa essere la colpa ma purtroppo abbiamo, in questo Paese, un sistema fiscale che funziona come la Giostra del Saracino, con un contribuente che maschera e occulta come e quanto può il proprio volto e uno Stato che tenta di disarcionarlo ma non sempre ci riesce».

Così quando con le crisi petrolifere dei primi anni '70 pare sfumare il sogno di un inarrestabile boom economico, trovare la quadra ai conti diventa una specie di incubo. Non puoi dire di no alle pressioni che arrivano da ogni parte (ora ci sono di mezzo anche i socialisti ormai entrati a far parte organica della maggioranza) perché si amplino gli apparati pubblici e si strutturi, come è giusto che sia, un servizio sanitario adeguato ad un Paese che ormai è tra i più industrializzati del mondo, ma dove trovare i soldi per riempire questo enorme pentolone di spese? Tutto sarebbe più facile se, alla voce entrate, tutto funzionasse come in Germania, ma non è affatto così perché ogni anno mancano all'appello, calcolando a spanne, centinaia di miliardi di tasse che sarebbero dovute ma che non sono state versate.

Così, verso la fine degli anni '80, c'è poco da stare allegri perché, mentre la spesa pubblica cresce a vista d'occhio mangiandosi ormai quasi la metà della ricchezza del Paese, il gettito fiscale, nonostante raffiche di condoni, continua a battere la fiacca. Eh sì che ci vorrebbe, per raddrizzare la situazione, un bel colpo di spugna su quel tanto di spesa pubblica che tutti – ma solo a parole – considerano improduttiva, anzi deleteria per un Paese che ha bisogno più di scuole che di addobbi, scrivanie, auto blu e enti di Stato con pachidermici consigli di amministrazione. Come occorrerebbe rifare anche un sistema tributario che fa pagare troppo ai cittadini onesti e troppo poco agli altri. Ma chi se la sente di buttare tutto all'aria e di ricominciare daccapo?

Il problema comincia ad essere tema di discussione nei palazzi che contano, ma dopo ore di discussione, non si cava mai un ragno dal buco. Adolfo Sarti, un intelligente e rampante democristiano che ha sempre coltivato anche buone letture (per anni lavorerà in tandem con Francesco Cossiga) una volta, confidandosi con l'autore di questo articolo, la butta giù dura. «Forse il primo errore – dice – è stato quello dello sbarco dei mille non a Marsala ma a Roma perché che bisogno c'era di avere un così grande numero di parlamentari quando le grandi democrazie stavano funzionando benissimo con meno della metà di questi scanni e di questi apparati?».

Insomma la tesi di Sarti, purtroppo scomparso prematuramente, era che, avendo gonfiato oltre misura numero di medagliette e costi di mantenimento di questa pur indispensabile Istituzione, si è creato un modello di struttura che tutte le altre istituzioni pubbliche, compresi gli enti creati solo per coltivare margherite, si sono poi sentite in dovere di copiare con il risultato che queste voci di spesa insieme con altre sono aumentate in misura esponenziale contribuendo a formare un debito pubblico che oggi non sappiamo più come toglierci di dosso. Ora, per salvare l'euro e tutto il resto, siamo costretti a riprovarci. Ce la faremo?


Vittorio Bruno
25/10/2011




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La casta dei baby-pensionati. Costa 9 miliardi l'anno

Libero




Trenta, quaranta, anche cinquant’anni di vita da pensionato. Paradossi di un Paese, l’Italia, che oggi deve tirare la cinghia. Ma che negli anni Settanta era molto, molto generosa. Mentre si discute  se ritoccare per l’ennesima volta l’età pensionabile (ieri la richiesta è e stata reiterata dai giovani imprenditori di Confindustria nel tradizionale meeting autunnale di Capri),  di quanti hanno la fortuna di avere un impiego, spulciare i dati dei 535.752 baby pensionati fa salire la pressione e incoraggia una riflessione.

Oggi il  nostro sistema previdenziale deve sostenere un esborso notevole (9,45 miliardi l’anno) per retribuire un esercito di oltre mezzo milione di (ex) giovani pensionati. E non si tratta di poca cosa, considerando che nel 2010 la spesa pensionistica complessiva,  secondo i dati della Ragioneria generale, è arrivata a sfondare quota 193,4 miliardi, pari al 15,3% del Prodotto interno lordo. Insomma, oltre il 5% della spesa per assegni pensionistici serve a coprire l’esborso vero signori e signore che negli anni successivi al 1973 (decreto  1092 varato dal governo Rumor) riuscirono ad andare in pensione con una manciata di anni di lavoro. All’epoca bastavano  alle impiegate pubbliche con figli appena 14 anni, sei mesi e un giorno per andare in pensione. 

E indifferentemente dal sesso tutti i dipendenti statali potevano ambire alla pensione dopo 19 anni, sei mesi e un giorno. Un po’ più sacrificati i  dipendenti degli enti locali che potevano ritirarsi con 25 anni di contributi. Vista con gli occhi di oggi - e con la prospettiva di dover lavorare fino ai 70 anni come in Germania - un Eldorado previdenziale. Se a questo regalino previdenziale sommiamo poi l’allungamento dell’aspettativa di vita degli italiani (arrivata a 79,1 anni per gli uomini e  84,3 anni per le signore), ne viene fuori un salasso che rischia di protrarsi per altri 20/30 anni.

Già durante la turbolente estate della manovra correttiva si parlò di mettere mano a quest’anomalia tutta italiana. Le tabelle del Tesoro (sulle quali si basa l’elaborazione realizzata per Libero dal Centro Studi SIntesi), sui signori baby pensionati vennero velocemente messe via quando Umberto Bossi oppose categorico il niet della Lega, alleato di peso e indispensabile per la tenuta della maggioranza. E non solo perché la signora Bossi, ex insegnante, è una delle baby pensionate. Manuela Marrone ha fatto l’insegnante fino a 39 anni, e da qualche decennio incassa un assegno mensile di 766 euro. La verità è che in Lombardia (110.497 baby pensionati), Piemonte (48.414), Veneto (56.785) ed Emilia Romagna (52.626), si concentrano una parte importante dei privilegiati.

Una mappa che corrisponde più o meno con il bacino elettorale della Lega Nord. Comprensibile quindi i cavalli di Frisia eretti contro qualsiasi intervento dai lumbard. Ma dalle Alpi alla Sicilia la corsa alla baby è uno sport nazionale. Tra i politici c’è anche Leoluca Orlando, un tempo sindaco di Palermo e oggi portavoce dell’Idv che ha pensato bene di andare in pensione a soli 42 anni. O Adriano Celentano (in pensione dal 1988 a soli 50 anni). La Cgil - che di fiuto politico ne ha per i possibili interventi governativi che colpiscono i pensionati - ha già messo le mani avanti e ammonito a guardare altrove. Eppure un contributo di solidarietà del 5% su questi assegni (in media 1.357 euro al mese), peserebbe per poco meno di 60/70 euro. ma consentirebbe di risparmiare quasi cinquecento milioni l’anno.

Barricate leghiste a parte, tra gli indefessi paladini dell’assegno pensionistico giovanile troviamo anche il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che abbandonata la toga e sceso in politica optò per un prematuro pensionamento dalla magistratura e oggi incassa un assegno mensile di 2.644 euro (lordi) al mese. Non se la passa certo male l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, che quando festeggiò 48 anni pensò bene di mettersi a riposo e si deve barcamenare con una pensioncina di 15mila euro al mese. Ma l’Inps ha a libro paga anche banchieri famosi come Rainer Masera (andato in pensione a 44 anni) che devono “sopravvivere” con 18mila euro al mese. Ma l’elenco dei fortunati pubblicato nel libro di Mario Giordano (Sanguisughe, Mondadori), è molto più lungo. Certo questi sono casi limite. Poi c’è la maestra con la pensioncina da 800 euro scarsi al mese. Peccato che chi ha iniziato a lavorare da 20 anni (e dovrà faticare per altri 20) a stento riuscirà a portare a casa una pensione superiore al 60% dell’ultimo stipendio. I signori baby, invece, incasseranno in vita loro, assegno dopo assegno, il 300% di quanto hanno versato.


di Antonio Castro

25/10/2011




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Egitto, no all' eguaglianza fra chiese e moschee

La Stampa

Battuta d’arresto per il dialogo e la convivenza pacifica tra le religioni



Egitto, i copti

Marco Tosatti

Roma Shenouda III ha chiesto che vengano liberate tutte le persone arrestate durante la manifestazione che ha portato al massacro di decine di copti da parte dei militari domenica 9 ottobre. Ma nel frattempo si è concluso con un nulla di fatto un meeting che doveva portare a una legge che doveva unificare le regole per la costruzione di luoghi di culto. Attualmente in pratica si può costruire una moschea dove si vuole, mentre per edificare una chiesa cristiana è necessario un permesso da parte del Presidente della repubblica. E questa disparità, insieme ad altre norme estremamente restrittive, è fonte di contrasti e prevaricazioni da parte dei musulmani.

Shenouda III si è incontrato nella cattedrale ortodossa di San Marco con rappresentanti del Supremo Consiglio della forze armate, che hanno presentato le condoglianze per i morti della strage di Maspero. Durante l’incontro i rappresentanti della Chiesa hanno fatto vedere ai militari un video che mostra come i blindati dell’esercito si siano scagliati contro i manifestanti, schiacciandoli. Il documentario, secondo le fonti della Chiesa presentava “tutti gli avvenimenti della giornata” provando che la marcia “era pacifica” e “che i manifestanti non recavano armi con sé”. Fonti vicine a Shenouda III affermano che “la Chiesa ha espresso la sua disapprovazione per la copertura fornita dalla televisione di Stato agli eventi, perché ha preso posizione contro i copti. E ha chiesto un’indagine rapida, e la liberazione dei giovani copti innocenti”.

Una settimana dopo il massacro i copti però stanno ancora cercando di ottenere una cornice legale per la costruzione e la protezione delle loro chiese. Un comitato islamico-cristiano, a cui partecipavano religiosi di alto livello e intellettuali ieri non è riuscito a stilare una bozza per il codice unificato, di cui si discute da lungo tempo, per la costruzione di edifici di culto. “Beit al-Aila” (Family House) a cui partecipavano il Grande sceicco di Al-Azhar e papa Shenouda III è riuscito solo a raccomandare che venga adottata “una legge per regolare la costruzione delle chiese”.

Il comitato si è riunito nel quartie generale di Al-Azhar, e ha chiesto alle autorità cristiane in Egitto di fornire raccomandazioni e suggerimenti per una legge che regoli la costruzione delle chiese, così da rimpiazzare il codice in vigore, che nega ai copti il diritto di costruire edifici di culto se non c’è un decreto del capo dello Stato, o di un suo rappresentante. Ma non è stato offerto un quadro di garanzie di nessun genere; dell’argomento si è parlato però anche durante l’incontro che papa Shenouda III ha avuto con i delegati del Consiglio militare.

La chiesa copta ortodossa rappresenta la grande maggioranza dei cristiani egiziani. I copti rappresentano dal cinque al dieci per cento della popolazione totale dell’Egitto; il conto varia a seconda che si prendano in considerazione gli emigrati, e le cifre offerte dalle fonti ufficiali dello Stato non coincidono con quelle presentate dalla Chiesa copta. Nel frattempo “Beit Al-Aila” ha chiesto che tutte le chiese che hanno ottenuto nel tempo il permesso di esistere e di funzionare, chiuse per una serie di ragioni, (nella maggior parte dei casi  per problemi di manutenzione e di ristrutturazione) siano riaperte. Le altre chiese che non dispongono di regolare licenza devono essere esaminate, caso per caso, con lo scopo di permettere il loro funzionamento.

Secondo fonti locali, il rifiuto di un codice unificato per la costruzione di edifici di culto è da attribuire soprattutto al Grande sceicco di Al Azhar, Ahmed El-Tayyeb. El-Tayyeb insiste che cono può esistere nessun codice che regoli la costruzione delle moschee, che sono frequentate cinque volte al giorno dai fedeli per le preghiere prescritte dall’islam, il che non accade nel caso delle chiese. Il Grande sceicco comunque è dell’opinione che le chiese dovrebbero essere costruire “in linea con i bisogni” delle comunità cristiane. Il che significa che le chiese dovrebbero o potrebbero essere costruite solo nei villaggi che hanno una comunità cristiane consistente.

La Chiesa copta aveva qualche riserva sulla bozza di un codice unico, ma in relazione alle pene inadeguate, a suo avviso, stabilite per gli attacchi alle chiese, o alle demolizioni forzate. Ed è contraria alla prigione per i sacerdoti che ampliano gli edifici religiosi senza permesso , in base alla “delicatezza del fatto di mettere in prigione membri del clero”. Fonti vicine a Shenouda III affermano che la Chiesa copta è favorevole a “una serie di regole giuste per la costruzione e la ricostruzione di chiese, senza tenere conto del tutto del problema delle moschee. Non siamo in posizione da chiedere diritti eguali, e non ci interessa sapere quante moschee ci sono; noi speriamo solo di avere delle regole eque per costruire, o rimettere in sesto le chiese”. E in effetti secondo Mustafa El-Fiqi, di “Beit Al-Aila” è meglio separare le regole relative alle moschee e alle chiese, per non rendere la situazione ancora più instabile.







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Vuol fare il servizio civile: la legge italiana lo vieta Un pachistano fa ricorso

di


Uno studente pakistano 26enne, residente in Italia da 15 anni, vuole fare il servizio civile. Ma la legge esclude gli stranieri dal bando. Il giovane farà ricorso sostenuto dai sindacati




"L'esclusione dal servizio civile di giovani stranieri che sono nati in Italia o che vi vivono da molti anni rappresenta una evidente irragionevolezza e un ulteriore inutile ostacolo all’integrazione". E' iniziata la battaglia di uno studente pakistano 26enne a cui, pur essendo residente in Italia da quindici anni, la legge impedisce di svolgere il servizio civile volontario perché è privo della cittadinanza italiana. Il giovane ha presentato un ricorso con cui chiede al giudice di imporre al Dipartimento del servizio civile di riaprire il bando (che si è chiuso venerdi scorso) agli stranieri oppure di rimettere la questione alla Corte costituzionale.

"E' la prima volta che un giovane straniero agisce non tanto per rivendicare una prestazione o un servizio - spiegano  dagli avvocati Alberto Guariso, Livioneri e Daniela Consoli - ma per poter adempiere un diritto/dovere, quello di 'difendere la patria' intesa come collettività di persone che vivono stabilmente su un territorio e che sono legate tutte, senza distinzioni di cittadinanza formale, da un unico vincolo di solidarietà".

Il giovane, che ha presentato il ricorso insieme alle associazioni Avvocati per niente onlus e Studi giuridici sull’immigrazione, è sostenuto anche dalla Cgil e dalla Cisl di Milano. Il ricorso è stato depositato contro l'Ufficio nazionale per il servizio civile della presidenza del Consiglio dei ministri: nel mirino il "Bando per la selezione di 10.481 volontari da impiegare in progetti di servizio civile in Italia e all’estero" pubblicato lo scorso 20 settembre.

Tra i requisiti di ammissione c'è, appunto, la cittadinanza italiana. Il 26enne pakistano ha studiato in Italia fin dalle scuole medie, frequenta l’università e ha presentato domanda di ammissione al servizio civile presso la Caritas Ambrosiana.




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Come si è riscaldata la Terra

Corriere della sera

L'Università di Berkeley ha riunito due secoli di dati

Lily è cieca, Maddison la guida ovunque I due alani che commuovono gli inglesi

Corriere della sera

La storia di due cagnolone dal cuore tenero. Sempre insieme, da qualche tempo sono rimaste senza un tetto




Lily, la cagnolona cieca, e Maddison, il suo «angelo custode»
Lily, la cagnolona cieca, e Maddison, il suo «angelo custode»
MILANO - Sono un duo fuori dal comune e la loro è una di quelle storie che appassionano non soltanto gli amanti degli animali. Due grossi alani, entrambi esemplari femmina, dei quali uno è cieco e l'altro è il fedele compagno e guida, commuovono il Regno Unito. All’età di 18 mesi Lily perde la vista. I suoi occhi da quel giorno diventano quelli di Maddison. Le due non si separano un attimo. Ora aspettano in un canile inglese l'arrivo di una nuova famiglia.

GIGANTI BUONI - È anche una storia d’amore la loro. Se Walt Disney ci ha regalato con Lilli e il vagabondo la più grande storia d’amore tra cani del grande schermo, quella di Lily e Maddison è ancora più toccante e reale della finzione. Lily, di sei anni, e la sua inseparabile aiutante Maddison, di sette, cercano un nuovo proprietario, un padrone che sia amorevole e che abbia una casa possibilmente spaziosa per accogliere entrambi. La vicenda delle due esemplari di alano è stata raccontata dalla Bbc. Maddison non si stacca nemmeno un secondo dalla sua Lily, ha spiegato il canile di Shrewsbury, nella contea di Shropshire, che da luglio ha accolto i due animali da quando i vecchi proprietari non sono più in grado di accudirle.

I cani, a quanto sembra, comunicano tra loro in modo silenzioso e vivono una vita in apparenza serena, riferisce l’emittente inglese. I responsabili del Shrewsbury Dogs Trust li descrivono come «due teneri giganti». Amano farsi accarezzare ed avere intorno gente. Maddison e Lily sono cresciuti insieme e sono diventati i migliori amici da quando lei, a soli 18 mesi, ha perso la vista. A causa di una rara malattia le sue ciglia hanno infatti cominciato a crescere verso l’interno del bulbo oculare. I veterinari sono perciò stati costretti a rimuovere i suoi occhi.

GRANDE CUORE E GRANDE CASA - «Con l'aiuto di Maddison la compagna Lily riesce a condurre una vita piena e attiva», ha sottolineato la volontaria del centro soccorso animali, Kerrie Ridgway. Quando Lily si sente insicura, comincia a tastare dietro a Maddison e poggia il suo muso sulla sua schiena, così che possa guidarla. «Rivolgo un appello a chi ha un grande cuore e grande appartamento per accogliere questa amabile e inseparabile coppia». Un appello, a quanto pare, che ha avuto una grande eco: da quando la loro storia ha cominciato a fare il giro della Rete il telefono del centro di accoglienza non smette di suonare. Centinaia sono le chiamate arrivate da potenziati padroni pronti ad adottare la grossa e indivisibile coppia.



Elmar Burchia
24 ottobre 2011(ultima modifica: 25 ottobre 2011 10:34)



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Vietnam, si è estinto il rinoceronte di Java

Quotidiano.net

In cattività ne esistono non più di 50 esemplari al mondo


La brutta notizia l'ha data il Wwf e la International Rhino Foundation secondo i quali l’ultimo esemplare è stato ucciso dai bracconieri

Si è estinto il rinoceronte di Java
Si è estinto il rinoceronte di Java


Hanoi, 25 ottobre 2011 - Il rinoceronte di Java, una specie rarissima di cui ne restano in cattività non più di 50 esemplari nell’intero pianeta, si è estinto in Vietnam: lo si è appreso da un rapporto stilato dal Wwf e dalla International Rhino Foundation secondo i quali l’ultimo esemplare è stato ucciso dai bracconieri.
Per gli esperti la notizia non è una sorpresa, riporta il sito della Bbc, dal momento che l’animale era stato avvistato una unica volta dal 2008. “E’ doloroso che nonostante i significativi investimenti per la protezione dei rinoceronti in Vietnam non si sia riusciti a salvare l’unico esemplare”, ha commentato il direttore del Wwf Vietnam, Tran Thi Minh Hien.

“Il Vietnam ha perso la sua eredità naturale”, ha aggiunto. Gli autori del rapporto, dal titolo “Estinzione del Rinoceronte di Java dal Vietnam”, hanno spiegato che gli escrementi raccolti fra 2009-2010 nel Cat Tien National Park appartenevano tutti ad un unico esemplare. Proprio alla conclusione del rapporto, gli animalisti hanno scoperto che il rinoceronte è stato ucciso, molto probabilmente dai bracconieri poiché è stato ferito ad una gamba e le corna sono state recise.




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Terrore in volo, aereo della Ryanair rattoppato con lo scotch: è polemica

Il Mattino


di Deborah Ameri

LONDRA - Lo scotch non tiene e l’aereo torna indietro. Con a bordo 200 passeggeri terrorizzati. Sembra una storiella cattiva da raccontare a chi ha paura di volare, invece è successo davvero a un volo Ryanair. Prima del decollo da Londra Stansted (con destinazione Riga, in Lettonia) alcuni addetti sono stati visti salire su una scala per raggiungere il muso dell'aereo.

Per lo stupore di molti hanno cominciato ad attaccare del nastro isolante nero intorno alla cornice di un finestrino della cabina di pilotaggio. L'intento sembrava quello di fissare il vetro. Possibile? si sono chiesti i passeggeri. La risposta è arrivata via altoparlante dopo 20 minuti di volo.

Il capitano ha fatto sapere che, a causa di non precisati danni al vetro della cabina, l'aereo era costretto a tornare a Stansted per un atterraggio di emergenza. Evidentemente il rattoppo con lo scotch non era stato sufficiente. La spiegazione ufficiale è questa: il nastro avrebbe cominciato a staccarsi e a produrre fastidiosi rumori che distraevano l'equipaggio.

«Ci hanno tenuti all'oscuro di tutto, eravamo terrorizzati», ha accusato dalle colonne del Sun, uno dei passeggeri, Anthony Neal, di Broomley, nel Kent. Mentre un ex pilota, John Guntrip, temeva il peggio: «Poteva essere un disastro, i piloti avrebbero potuto essere risucchiati nel vuoto durante il volo se il vetro avesse ceduto».

La linea aerea low cost ci tiene spegnere le polemiche, insiste di aver seguito le normali procedure e che i passeggeri non sono mai stati in pericolo. L'Autorità dell'Aviazione Irlandese conferma: non ci sono state violazioni e lo scotch è stato usato solo come precauzione extra per fissare un finestrino appena cambiato.

Il caso dunque, almeno per le autorità dei cieli, non sussiste, ma alcuni dei passeggeri non sono soddisfatti e minacciano di consultare un avvocato. L'amministratore delegato della compagnia, Michael O'Leary, non sembra affatto preoccupato. Proprio ieri ha annunciato al Financial Times di voler raddoppiare i passeggeri nei prossimi dieci anni, fino a portarli a 120-130 milioni all'anno. Il che farebbe di Ryanair una delle più grandi compagnie aeree del mondo.

O'Leary starebbe negoziando con la Boeing in Usa, la Comac in Cina e la Irkut in Russia per l'acquisto di circa 300 nuovi aeromobili. Cinquanta di questi potrebbero essere dispiegati nelle rotte verso la Scandinavia e altri cento verso i Paesi baltici, come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. «C'è crisi e la gente è sempre più a caccia di tariffe low cost», ha spiegato l'amministratore delegato per giustificare l'espansione.



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La stampa estera: i tassisti di Napoli? Secondo uno studio 8 su 10 sono scorretti

Corriere del Mezzogiorno

La denuncia è del presidente associazione stampa estera. Piller: «Scelgono strade lunghe, chiedono più del dovuto»


Tassisti al lavoro
Tassisti al lavoro

NAPOLI — Il teatro San Carlo offre il volto più glorioso di Napoli. I partecipanti alla ventesima convention mondiale delle Camere di commercio si perdono nella bellezza del Massimo napoletano, ma gli squarci di una realtà lontana anni luce da questa magnificenza vengono fuori prepotentemente nel corso dei lavori. Tobias Piller, presidente dell'associazione della Stampa estera in Italia, durante la tavola rotonda che conclude la mattinata lancia un tema caldissimo. «I tassisti napoletani — dice — sono sostanzialmente scorretti. Otto guidatori su dieci, secondo la mia esperienza, hanno un comportamento infedele. Scelgono strade più lunghe, non riferiscono delle opzioni sulle tariffe predeterminate, chiedono più del dovuto. Cose piccole o grandi sulle quali, a titolo personale, ho maturato una esperienza significativa fin dalla mia prima volta a Napoli, nel 1993. Anche stavolta ho preso tre taxi, dal mio arrivo, e due hanno tentato di gabbarmi. A questo punto è arrivato il momento di chiedersi se ci sia una responsabilità dei singoli, dunque individuale, o del sistema sullo sviluppo del turismo».

Una domanda che pesa e che è assolutamente in linea con lo studio che la Camera di commercio di Napoli ha commissionato alla Federico II, in occasione dell'evento, sulla quale ha tenuto una relazione il professor Sergio Sciarelli. L'analisi dimostra che dove si fa sistema con il coinvolgimento attivo — e non solo come finanziatore — degli enti camerali si ha uno sviluppo reale. Dove ci sono le Camere di Commercio, si sono registrati i migliori risultati in termini di sviluppo duraturo delle attività turistiche con effetti moltiplicatori dell'indotto su tutti il territorio. La ricerca dimostra, altresì, che chi è stato a Napoli non la percepisce come città d'arte, ma come città della pizza, del Vesuvio, del sole e dell'immondizia, oltre che della furbizia, della disorganizzazione, dell'abbandono, del menefreghismo.

Risultati che la ricerca — voluta da Maurizio Maddaloni, presidente della Camera di commercio di Napoli, e Augusto Strianese, presidente di Assocamerestero — mette nero su bianco e sui quali riflettere anche in vista degli appuntamenti che Napoli si prepara a vivere. «Ma non c'è da illudersi — avverte Sciarelli — il Forum della culture e l'America's cup non bastano. Sono scintille, poi ci vuole qualcuno che governi il fuoco». Maddaloni non si sottrae. «L'ente camerale è pronto ad assumere un ruolo di pivot per definire un nuovo modello di coordinamento tra istituzioni pubbliche e imprenditoria locale — dice —. Siamo pronti per essere capofila per le attività promozionali degli eventi legati alla prossima Coppa America».


Anna Paola Merone
25 ottobre 2011




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Motociclista si ferma in gara e salva un vitello

Corriere della sera

L'animale era caduto in un canale, riportato al proprietario

Anniversario: il naufragio della Principessa Mafalda

Quotidiano.net

Era il 25 ottobre 1927, morirono 314 emigranti italiani

Il piroscafo affondò al largo della costra del Brasile senza mai arrivare a Buenos Aires, sua destinazione finale. Sette imbarcazioni risposero alla richiesta di Sos, ma il panico fece finire più gente in acqua che nelle scialuppe


Il piroscafo Principessa Mafalda, affondato il 25 ottobre 1927 (da Wikipedia)
Il piroscafo Principessa Mafalda, affondato il 25 ottobre 1927 (da Wikipedia)
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Buenos Aires, 25 ottobre 2011 - Il comandante Simone Guli, quella mattina dell'11 ottobre del 1927, aveva un brutto presentimento. La LLoyd Adriatico aveva deciso che quel viaggio da Genova a Buenos Aires per la sua ammiraglia Principessa Mafalda sarebbe stato l'ultimo. Era stata la nave più bella e veloce che i cantieri di Riva Trigoso avessero mai varato nel 1908 e per tanti gloriosi anni di traversate aveva portato avanti e indietro ricchi argentini,uruguayani e brasiliani ammaliati dalle bellezze dell'Europa degli anni '20. Gugliemo Marconi aveva fatto esperimenti in alto mare con la radiotrasmittente, la più potenta mai montata prima su una nave, scoprendo che durante la notte le comunicazioni erano assai migliori di quelle delle ore diurne.

Sulla Mafalda avevano viaggiato lo scrittore italiano Pirandello, amico dello scrittore argentino Borges, e Carlos Gardel, la voce d'Argentina che divenne famosa a Parigi prima che nella sua patria e che grazie alla radio di Marconi si fece amare prima di morire, anche lui disgraziatamente, in un incidente aereo a Medellin. Tra loro, nella terza classe, c'erano sempre stati anche gli emigranti italiani. Quelli poverissimi o meno poveri che cercavano di risorgere altrove dopo la prima guerra mondiale o di sfuggire a una seconda in agguato. Così fu anche quel giorno, l'ultimo prima della sua rottamazione.

Al porto di Genova giunsero a decine marchigiani di Macerata decisi a lasciare la loro terra in cerca di fortuna oltreoceano dove si diceva ci fosse l'America e fare soldi era facile. Però non potevano sapere che quella Principessa Mafalda che portava il nome della secondogenita del re Vittorio Emanuele II e della regina Elena, il destino aveva, per entrambe, in serbo una bruttissima fine prima del tempo. Il comandante Guli, quella mattina d'autunno genovese, coi suoi 55 anni di età e il piglio da lupo di mare, ricacciò indietro il brutto presentimento e si mise al lavoro ben sapendo che una nave come quella non avrebbe potuto terminare la sua lunga carriera marcendo in un cantiere ligure. Alle banchine del porto si videro fazzoletti sventolare , pianti e abbracci d'addio tra le famiglie italiane. Alla fine la nave salpò con 1261 a bordo: 977 passeggeri e 287 persone d'equipaggio. Tra questi si imbarcò anche il ventenne Anacleto Bernardi, militare in servizio presso l'Armata Argentina, convalescente di una brutta polmonite presa durante una lunga trasversata conclusasi proprio a Genova.

Il comandante della Mafalda ci aveva visto giusto. Già a Barcellona il transatlantico dovette fermarsi un giorno intero per riparare un guasto e tutta la traversata, benchè le macchine non venissero forzate per sicurezza, contò ben otto problemi da risolvere. In pieno Oceano si viaggiava con vibrazioni da tortura ma nessuno, fino alle sette di sera del 25 ottobre, si era reso conto che la nave non ce l'avrebbe fatta ad arrivare a destinazione. Persino il comandante, quando vide le coste del Brasile e immaginava solo un giorno di viaggio in più per attraccare al porto di Rio de Janiero prima di finire il viaggio a Buenos Aires, aumentò la velocità, finché di colpo la vibrazione divenne un rumore sordo e poco dopo la nave si fermò in mezzo all'oceano. Si era spezzato un albero del motore e non passò tanto tempo che la nave cominciò ad imbarcare acqua. Il telegrafista cominciò il suo incessante Mayday. Ben sette imbarcazioni risposero alla chiamata di soccorso, la più vicina, olandese, era a sole 30 miglia di distanza e sarebbe arrivata in 20 minuti. Ma quello che accadde sulla nave appena l'equipaggio ebbe l'ordine di calare le scialuppe, fu lo stesso che accadde sul Titanic 15 anni prima: il panico fece finire più gente in acqua che sulle scialuppe.

Il telegrafista non mollava un momento il microfono: "Venite, venite a salvarci - supplicava - siamo preoccupati per le donne e i bambini". Loro avevano la precedenza sulle scialuppe, ma le madri non si volevano sperare dai loro piccoli quando glieli strappavano dalle baccia per caricarli sulla prima libera e così il caos regnava sovrano anche perchè nessuno impugnava pistole, i piccoli venivano legati con le corde perchè il mare non li trascinasse via e la terza classe aveva invaso il ponte rifiutandosi di scendere in acqua. Le acque tiepide delle coste brasiliane in una bella serata di primavera, a differenza di quelle gelide del Nord dove sprofondò il Titanic, non avrebbero lasciato scampo ai morsi degli squali.

In questa confusione, Anacleto Bernardi indossava il salvagente e stava per mettersi in salvo. Aveva già aiutato diverse persone andando a prenderle personalmente nelle cabine, chi svenuto per la paura o per la stessa paura incapace di muoversi. Il giovane stava per mettersi in salvo quando ormai la poppa era già immersa e la prua si alzava verso il cielo, ma cambiò idea al vedere un anziano italiano emigrante senza salvagente e glielo offrì. Al rimanere senza non riuscì a salvarsi ma peggio fu che i suoi compagni lo videro morire sbranato dagli squali. Erano ormai le 22 quando le navi accorse raccolsero i naufraghi terrorizzati senza avvicinarsi troppo alla Mafalda per timore che esplodessero le caldaie.

Dieci minuti dopo, l'agonia della Principessa Mafalda ebbe fine: il comandante Guli gettò il suo sigaro, gridò Viva l'Italia e sprofondò con la sua nave. Morirono 314 persone, secondo le notizie ufficiali riportate dai giornali italiani, mentre furono almeno il doppio per quelli argentini e brasiliani. Di fatto il numero esatto dei sopravvissuti, raccolti da diverse navi straniere, non si seppe mai. Il governo argentino onorò il marinaio eroe con una statua al porto di Buenos Aires e anni dopo gli dedicò una via che porta il suo nome nella città. Dal 1977, il 25 ottobre è ricordato in Argentina come il giorno del coscritto, in onore del marinario italiano Anacleto Bernardi.

A 80 miglia dalla costa brasiliana, di frontre a Puerto Seguro, la Principessa Mafalda giace a 1400 metri di profondità. Laggiù, si racconta ancora, ci sono anche cinque forzieri con 80,625 chilogrammi d'oro pari a 250.000 lire che il governo italiano aveva fatto imbarcare per offrirli al governo argentino che si era preso già tre milioni di italiani. L'oceano Atlantico, 84 anni dopo, è la tomba silenziosa per altri emigranti italiani che lo attraversarono senza mai raggiungere il Sudamerica. 



di Bruna Bianchi




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Dalla colf all'iPad: ecco le 100 voci del redditometro

Quotidiano.net

Lotta all'evasione: interesserà 50 milioni di italiani


Partenza in via sperimentale sul 2009, gli accertamenti scatteranno dalle dichiarazioni 2010. L'Agenzia delle entrate: "Verifica della coerenza tra dichiarazione dei redditi e trend di spesa"

Roma, 25 ottobre 2011 - Dalla lavatrice all’aereo, dai divani ai massaggi. Arriva il redditometro, lo strumento di contrasto all’evasione fiscale messo a punto dall’Agenzia delle entrate, che interesserà tutti i contribuenti persone fisiche e sarà applicato dall’anno d’imposta 2009. La potenziale platea è composta da 22 milioni di famiglie per complessivi 50 milioni di soggetti, che dal 2012 potranno verificare la propria posizione, utilizzando il sistema dell’Agenzia via internet.

Lo strumento messo a punto dall'Agenzia delle Entrate e presentato oggi, parte in via sperimentale per due-tre mesi per poi essere operativo a pieno titolo dal 2012. Gli accertamenti scatteranno a partire dalle dichiarazioni 2010 (reddito di imposta 2009) e i contribuenti lo potranno utilizzare a partire dalla prossima dichiarazione dei redditi. "Noi intendiamo il redditometro uno strumento di compliance - ha spiegato il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera - vogliano metterla a disposizione dei cittadini che potranno capire la coerenza tra il loro trend di spesa e quanto hanno dichiarato".

Il redditometro si compone di 7 categorie, che vanno dall’abitazione ai mezzi di trasporto, dai contributi previdenziali all’istruzione; all’interno delle quali vengono raccolte oltre 100 voci, come l’arredamento, le minicar, la pensione complementare e gli asili nido, i corsi di lingua straniera, la paytv, la barca o il cavallo, il pezzo di antiquariato e l’iscrizione alla palestra o all'università, i viaggi organizzati, le donazioni a favore di Onlus e l'iPad. Si tratta, come spiega la stessa Agenzia, di "voci rappresentative di tutti gli aspetti della vita quotidiana''.

Sarà inoltre definito in base alle caratteristiche del nucleo familiare e dell’area geografica che andranno a costituire 55 gruppi omogenei. La funzione matematica studiata prende a riferimento cinque aree geografiche (nordest, nordovest, centro, sud, isole), undici tipi di nuclei familiari ele  cento voci di spesa divise in sette categorie.

Le sette categorie sono abitazione, mezzi di trasporto, assicurazione e contributi, istruzione, attività sportive e ricreative e cura delle persona, altre spese significative, investimenti immobiliari e mobiliari netti. Nel capitolo abitazione, entrano nel redditometro le spese relative ai mutui, alle ristrutturazioni, agli elettrodomestici, agli arredi ma anche quelle per l’energia elettrica, i collaboratori domestici, la telefonia fissa e mobile e il gas. Quanto ai mezzi di trasporto, sotto la lente del fisco finiscono le spese per minicar, caravan, barche, moto, auto e mezzi di trasporto in leasing o noleggio.

Sul fronte delle assicurazioni e dei contributi previdenziali, entrano nel redditometro le assicurazioni vita, danni, malattia, responsabilità civile, incendio e furto, ma anche i contributi obbligatori, volontari e la previdenza complementare. Nel capitolo istruzione figurano le spese per asili nido, scuole, corsi di lingue straniere, soggiorni di studio all’estero, corsi universitari, master e canoni di locazione per studenti universitari. Quanto alle attività sportive e ricreative, nel redditometro entrano le spese per le attività sportive, i circoli culturali, i cavalli, i giochi on line, gli alberghi, gli abbonamenti allo stadio o ad altri eventi sportivi e culturali. Le spese significative nel mirino del fisco rigurderanno gli oggetti d’arte, i gioielli e i preziosi, ma anche le donazioni a onlus e simili e gli assegni corrisposti al coniuge.




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Londero e l'ultima lettera di Gheddafi «Boccia la prima bozza, troppe minacce»

Corriere della sera

Il viaggio a Tripoli e il messaggio del Raìs per Berlusconi


MILANO - Alessandro Londero è l'uomo che ha condotto alla corte romana di Gheddafi una legione di 536 fanciulle (ma c'erano anche dei maschi, tiene a precisare). Il manager di Hostessweb, agenzia con un database di oltre diecimila ragazze, si è guadagnato sul campo l'amicizia del Raìs. Rapporti alimentati da una dozzina di visite, dal 2009 a pochi mesi fa, e ancora cordiali lo scorso agosto, in piena guerra. Il 29 luglio, sotto le bombe, raggiunse la capitale libica con la moglie Yvonne e sei amici dopo un avventuroso viaggio attraverso la frontiera tunisina. Ed è proprio a Londero che lo staff del colonnello affidò l'incarico di inviare a Roma l'ultima missiva di Gheddafi indirizzata all'«antico amico» Berlusconi.


LA PRIMA BOZZA - La lettera resa pubblica da Paris Match contiene parole di amicizia e comprensione. Ma nella prima bozza Gheddafi manifestava intenti tutt'altro che amichevoli: «Era un messaggio che poteva essere mal interpretato - racconta Londero - cominciava con un'apertura, c'erano poi rigurgiti di velate minacce, e io dissi loro che un messaggio così non serviva a nulla». Giunto a Tripoli per rendersi «conto della realtà dei fatti», Londero racconta di aver intavolato con gli uomini del leader un laborioso editing: «Il messaggio andava comunque interpretato, per me non andava bene così com'era. Consigliai di modificarlo. Ma per rispondermi impiegarono due giorni. Di mezzo c'era il Ramadan, comunicavamo solo di sera o a notte fonda. Di giorno a Tripoli si vedevano solo gli aerei della Nato che scorrazzavano liberi e bombardavano qua e là».

LE CORREZIONI - Il cinque agosto a Londero arriva finalmente la versione definitiva, approvata da Gheddafi e glossata di suo pugno: «Per dimostrarlo - aggiunge il manager - basterebbe una perizia calligrafica». Lui la fa tradurre dall'arabo al francese e la rispedisce al mittente, in attesa del protocollo ufficiale e della sigla autentica del leader libico. Ma in quei giorni a Tripoli il regime precipita: «La corrente mancava da una settimana - ricorda Londero - staccarono anche l'acqua. Io rimandai in Italia mia moglie e gli amici e rimasi ad aspettare una risposta per due giorni». Nessuno si fa vivo: «Forse in quei momenti c'erano cose più importanti a cui pensare». L'imprenditore torna quindi in Italia, e consegna a Palazzo Chigi la bozza definitiva: «I consiglieri diplomatici del premier sembravano molto interessati, ma non diedero seguito alla richiesta di Gheddafi». Non ci sono state, almeno a quanto ne sappia Londero, ulteriori iniziative diplomatiche. Forse perché, ancora una volta, «c'erano cose più importanti a cui pensare». Siamo al 9 agosto. Il 22 i ribelli entrano a Tripoli. E il 20 ottobre Gheddafi viene giustiziato. «Sic transit gloria mundi», ha commentato Berlusconi.

Antonio Castaldo
acastaldo@corriere.it
25 ottobre 2011 12:07

Tagli, la Camera ci ripensa: scherzavamo

Corriere della sera

Per il 2014 Montecitorio chiede gli stessi fondi del 2011


«Cavallo magro corre più forte». Parola di Roberto Calderoli, che a settembre annunciava trionfante un «disegno di legge di riforma costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari». Ma come può dimagrire, quel cavallo, se hanno già deciso di dargli da mangiare come prima? Così è: la Camera vuole - fino al 2014 - gli stessi soldi di oggi. Una delle due: o i tagli sono una frottola o pensano che i parlamentari dimezzati costeranno il doppio. In ogni caso pensano che i cittadini siano così grulli da non vedere la truffa.

Eppure, a sentire la grancassa di promesse di questi mesi, pareva tutto già deciso. Lo stesso Cavaliere («dobbiamo abolire il numero enorme di parlamentari dalle prossime elezioni») aveva insistito: l'iter doveva essere «urgente». Il centrosinistra, ovvio, era d'accordo e per bocca di Dario Franceschini s'impegnò: «Dimezzare i parlamentari sarà la priorità del Pd». Gianfranco Fini, del resto, era della stessa idea: «È arrivato il momento di dimezzare i parlamentari». Che vogliano tagliare davvero, però, è un'altra faccenda.

E prendere sul serio le promesse fatte per placare l'ira dei cittadini chiamati a fare sacrifici e andare in pensione sempre più tardi, stavolta, è ancora più difficile del solito. La prova? A dispetto della crisi, degli ultimatum europei, delle fatiche di Sisifo sulle pensioni, dei sorrisetti di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel proprio sulla nostra affidabilità, la Camera ha avvertito il Tesoro che avrà bisogno della stessa dose di biada del 2012 e 2013 anche per il 2014. Quando, a dar retta a Calderoli, il cavallo troppo grasso dovrebbe aver perso già metà del suo peso. La lettera è arrivata sul tavolo di Giulio Tremonti qualche giorno fa, mentre si diffondevano le voci che la doppia manovra economica non basterà e alla vigilia di un nuovo pressing di Bruxelles.

«Signor ministro, per incarico del presidente della Camera dei deputati, Le comunico che l'Ufficio di presidenza ha deliberato di mantenere l'importo della dotazione per l'anno finanziario 2014 nella medesima misura già prevista per gli anni 2012 e 2013. L'importo della dotazione richiesta per ciascun anno del triennio 2012-2014 è quindi pari a euro 992.000.000». Firmato: il segretario generale Ugo Zampetti. Una richiesta sfacciata. Tanto più dopo tutte le chiacchiere della maggioranza sui «tagli epocali» e dopo quanto è accaduto in questo primo tratto del secolo, definito dalla Banca d'Italia «decennio orribile». Durante il quale il prodotto interno lordo pro capite è crollato del 5% mentre le spese di Montecitorio crescevano fino a sfondare il 41%.

Lo sanno che cosa si prepara, gli autori di quella lettera che batte cassa, per il 2014? La pressione fiscale schizzerà al record storico del 44,8%. Il debito pubblico salito ormai al 120,6% del Pil non riuscirà a calare, nonostante la manovra da 145 miliardi, sotto il 112,6%. E secondo il Fondo monetario internazionale si consoliderà il sorpasso dell'India, che nel 1993 aveva meno di un terzo del nostro Pil ma ha già messo la freccia per superarci, come già hanno fatto il Brasile e ormai dieci anni fa la Cina. E la nostra Camera ci farà il regalo di chiedere ai contribuenti gli stessi soldi che chiede oggi? Quale eroismo! Grazie...

Semplicemente avvilente il raffronto con una istituzione paragonabile, come la britannica House of Commons, che di deputati ne ha 650, venti più dei nostri, ma nonostante questo ha un livello di spese correnti (meno di 500 milioni di euro) pari a neanche metà di quelle di Montecitorio. Differenziale assolutamente in linea con l'abisso che separa i livelli retributivi delle due istituzioni. Basti dire che Jack Malcolm, il capo dell'amministrazione del parlamento del Regno Unito, ha una retribuzione di 235 mila euro: metà di quanto guadagna il nostro «pari grado». Ma non basta. Entro l'anno fiscale 31 marzo 2014-31 marzo 2015 la Camera bassa britannica vuole ridurre i propri costi di un altro 17%. Un taglio netto. Raddoppiato rispetto alla sforbiciata del 9% per il 2013 già decisa l'anno scorso. Una scelta seria, «in linea con il resto del settore pubblico». I tempi sono così bui da obbligare a tagliare la scuola o la sanità? I tagli alla «Casta» britannica devono essere uguali. Così che nessuno possa parlare di privilegi e privilegiati.

Domanda: perché lassù, dove morde la stessa crisi, il trattamento delle Camere è allineato a quello di tutta l'amministrazione e da noi no?Cosa c'entrano i «costi della democrazia»? I numeri dell'ultima legge di stabilità parlano chiarissimo. Depurata dal costo del debito pubblico, la spesa statale italiana nel 2014 sarà inferiore del 4,5% a quella prevista per il 2012. Circa 20,3 miliardi in meno. Lo stanziamento per gli «organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e presidenza del consiglio», cioè Camera, Senato, Quirinale, Consulta, Csm, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cnel e palazzo Chigi resterà invece intatto: 2 miliardi e 981 milioni di euro. Lo stesso di oggi.

Ma non avevano detto di aver tagliato? Avevamo capito male? Riprendiamo quanto dichiarò a verbale il 2 agosto il questore della Camera Francesco Colucci: «Nel triennio 2011-2013 il bilancio dello Stato potrà beneficiare di una minor richiesta di dotazione da parte della Camera pari a 75 milioni di euro». Commenti degli osservatori «ingenui»: però! E via coi calcoli: se quest'anno per mantenere Montecitorio paghiamo 992,8 milioni fra due anni vorrà dire che si ridurranno a 917,8. No: resteranno sempre 992,8. E quei 75 milioni? Semplice: sono gli aumenti cui la Camera ha deciso di rinunciare. Quindici milioni per il 2012, più 30 per il 2013 e ancora 30 ai quali l'amministrazione aveva già rinunciato più di due anni prima, nell'aprile del 2009. Per capirci: come le baionette di Mussolini.

Contate e ricontate, scusate il bisticcio, per mascherare i conti. La verità è che mentre le borse crollavano e il governo si apprestava a raddoppiare la già dolorosa manovra di luglio, la Camera tagliava le spese correnti del 2011 di un misero 0,71% e il Senato di un ancor più impalpabile 0,34%. Ed è inutile ricordare, come già i lettori sanno, che Montecitorio potrebbe alleggerire assai la richiesta di denaro alle casse dello Stato: le basterebbe rompere il «salvadanaio» e usare i 369 milioni di avanzi di cassa accumulati nel corso degli anni e custoditi nei conti correnti bancari. O anche, perché no, mettere a disposizione almeno parte del ricco «Fondo di solidarietà» dei deputati: un tesoretto creato negli anni grazie pure ai generosi contributi della Camera e che ha una liquidità di ben 180 milioni eccedente le necessità per cui è stato costituito, pagare le liquidazioni dei deputati.
Non bastasse, ieri pomeriggio è arrivata la ciliegina sulla torta.Un'agenzia LaPresse : «Per gli assenteisti in commissione decurtazione della diaria, mentre per i "sempre presenti" un incentivo. Saranno queste le misure in discussione domani durante la riunione dell'ufficio di presidenza della Camera». Traduzione: i parlamentari pagati per stare in Parlamento se staranno sul serio in Parlamento verranno pagati di più. Un capolavoro. Possiamo sommessamente ricordare che un ritocco così piacerebbe anche ai maestri (più soldi se vanno a scuola), agli autisti d'autobus (più soldi se si mettono al volante), ai centralinisti (più soldi se rispondono al centralino) e così via? Diranno: ma non ci sono soldi! Appunto...


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

25 ottobre 2011 08:51



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L'ultimo giorno del cacciatore Ötzi

La Stampa


L'uomo dei ghiacci salì a 3200 metri e mangiò carne di stambecco e mele. Poi una freccia lo colpì a morte


Gli scienziati hanno analizzato campioni di tessuto dello stomaco e del cervello prelevati lo scorso novembre
Gli scienziati hanno analizzato campioni di tessuto dello stomaco e del cervello prelevati lo scorso novembre


CARLO GRANDE

Giogo di Tisa (Alto Adige), inizio estate di 5300 anni fa: un uomo vigoroso, sui 45 anni, ha terminato la faticosa salita dal fondovalle. E’ giunto sul crinale, a 3200 metri di quota, ha bevuto acqua di torrente, è ferito: la carne della mano destra, fra indice e pollice, è tagliata profondamente, fino all’osso. Non ci sono alberi, si ferma a riposare fra le rocce, mangia carne di stambecco, cereali, pezzi di foglie, mele, ali di insetti. Si sente al sicuro, ma una freccia lo raggiunge sotto la spalla destra, la cuspide di selce entra nelle carni, recide un’arteria vitale, provoca un’emorragia. Forse si alza, cade rovinosamente, forse qualcuno sopraggiunge e lo colpisce alla testa: lo troveranno con zigomo e testa fratturati, un trauma cranico che avrebbe potuto essergli fatale e che ha contribuito alla morte, con la ferita della freccia. L’arciere si avvicina, lo tira per girarlo, estrae l’asta della freccia (non la punta), forse per non farsi scoprire.

Se ne va: era uno, erano molti? L’uomo resta lì cinquemila anni, con il suo berretto di pelo, i calzari, l’arco e quattordici frecce, l’ascia metallica che non ha potuto impugnare.

E’ Ötzi, l’uomo del Similaun, la mummia dei ghiacci più famosa al mondo: le ultime ore sono state svelate da un centinaio di studiosi giunti a Bolzano da tutto il mondo per un convegno, hanno analizzato campioni di tessuto dello stomaco e del cervello prelevati lo scorso novembre. Erano medici ed esperti in nanotecnologie, antropologi e biochimici, archeologi e fisici, hanno espresso il verdetto: «Si è riposato, ha mangiato, l’hanno ucciso». Non è stato seppellito, perché non ci sono indizi di sepoltura, cumuli di pietra, alcuna forma di tomba.

Ötzi è morto dissanguato e per trauma cranico, in pochissimo tempo. Forse non sapremo mai chi erano o chi era l’aggressore, perché era lì, a 3200 metri di quota. Di sicuro si sa che lui non era un pastore (ecco un’altra nuova certezza). I ricercatori di Innsbruck Andreas Putzer, Daniela Festi e Klaus Oeggl hanno respinto una teoria diffusa dal ‘96, secondo la quale Ötzi aveva portato il bestiame sui pascoli per l’estate: nell’età del rame non si praticava la transumanza delle greggi, che cominciò solo nell’età del bronzo, dal 1500 avanti Cristo.

Ora le analisi continuano: l’uomo dei ghiacci non parla ma pone continue domande. Ha resistito all’ingiuria del tempo e degli uomini, il suo destino era di essere strappato al ciclo naturale della decomposizione, di superare i millenni bocconi, il naso schiacciato e la bocca contro la roccia, il labbro superiore leggermente rialzato. Lo rivediamo sanguinante: in meno di un minuto il suo destino si compie ma la sorte gli riserva ancora qualcosa, di far sognare altre generazioni.

Il freddo l’ha conservato, ancora oggi qualcuno prende in considerazione la mummificazione per conservare il Dna, per tener viva la speranza di tornare in vita in futuro. Si fa di tutto, pur di non morire per sempre. Al contrario del Principe della notte, il Nosferatu di Herzog, che aveva il problema inverso: «La morte – tenta di spiegare a Jonathan Harker - non è il peggio, ci sono cose molto più orribili. Riesce a immaginarlo? Durare attraverso i secoli, sperimentando ogni giorno le stesse futili cose…».




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Nicolas ubriaco in video e raccomanda il figlio. Il buffone Sarkò non può dare lezioni a nessuno

Libero




A ll’estero ride degli altri. Ma in Francia è lui a far ridere. Per le  innumerevoli gaffe da quando, nel 2007, occupa l’Eliseo. In quattro anni e mezzo di presidenza, Nicolas Sarkozy non si è fatto mancare niente. Le raccomandazioni al figlio Jean, l’intera famiglia (suocera compresa) portata in aereo in visita di Stato, la conferenza stampa presenziata dopo aver alzato il gomito, gli insulti a fotografi e giornalisti e la riunione di condominio frequentata per difendere gli affari della solita suocera. Un campionario di errori e figuracce che giorno dopo giorno sta annullando le chance di Sarkozy, inviso agli elettori anche per il suo rapporto con l’editore-industriale Serge Dassault, di restare all’Eliseo. Mentre il presidente ride di Silvio Berlusconi e dell’Italia, i sondaggi per lui sono impietosi: votassero per le Presidenziali oggi, i francesi sceglierebbero con il 62% lo sfidante socialista, François Hollande, lasciando il presidente uscente al 38%. Ecco i dieci motivi per ridere di Sarkò.

1. Il figlio raccomandato. Nel 2009 Jean Sarkozy, avuto nel 1987 dalla prima moglie, ha ottenuto il diploma di “figlio di papà” dal comitato “Sauvons les riches”, salviamo i ricchi. Nessuno è più figlio di papà di lui: dal 16 marzo 2008 per l’Ump - il partito del padre - è consigliere generale per il cantone di Neuilly-sur-Seine-Sud. L’anno dopo è diventato consigliere d’amministrazione dell’Epad, l’ente pubblico che gestisce il quartiere d’affari della Defense. Non contento, Sarkozy padre lo voleva alla presidenza del Cda. Solo la sollevazione popolare ha costretto il presidente al dietrofront.

2. La corte dei Bruni all’Eliseo. Non c’è solo la moglie Carla a rappresentare la Francia. Come rivelato dal settimanale satirico Le Canard enchaîné, anche Marisa Borini in Bruni Tedeschi, suocera del presidente, è di casa all’Eliseo. Talmente di casa che Sarkozy, in una visita di Stato in Romania, se l’è portata appresso insieme a Maurizio Remmert, l’amore di gioventù di Marisa che ha dichiarato di essere il vero padre di Carlà. È stata la stessa suocera a confidare di ispirare il presidente: «Ho preso l’abitudine di mandargli un sms con il mio punto di vista».

3. L’assemblea di condominio. Nicolas ci tiene tanto, alla suocera. Al punto che, quando si è trattato di difendere la costruzione di una fogna voluta da lei per la villa di famiglia di Cap Negrè, in costa Azzurra, il presidente si è precipitato alla riunione di condominio. Secondo i media francesi, per amore dei Bruni Tedeschi Sarkò si è anche improvvisato mediatore immobiliare: è stato lui, infatti, a mettere in contatto la famiglia della moglie con un emiro arabo per la vendita di una villa in Piemonte.

4. Quella conferenza imbarazzante. Anno 2007. In Germania c’è il G8. Sarkozy è atteso in conferenza stampa, ma è in ritardo. E quando si presenta, lascia di sasso i giornalisti: è sudato, ha il respiro affannoso e la voce gli trema. In più,  trattiene il riso a stento. «A quanto dice, non aveva bevuto che acqua», commenta in studio il giornalista che lancia il servizio. Non ci crede nessuno.

5. La pedana sotto i piedi. La moglie Carla è stata costretta a indossare le ballerine invece dei tacchi a spillo. Il presidente non ne vuole sapere di apparire basso. Così ai vertici internazionali Sarkozy esige una pedana da mettere sotto i piedi. È andata così perfino in Normandia, alle celebrazioni per lo sbarco alleato insieme al collega Barack Obama, e all’assemblea generale dell’Onu.

6. Le gaffe con Angela Merkel. Oggi mostra di andare d’amore e d’accordo con la cancelliera tedesca. Ma lei pare che non lo stimi granché. Colpa, anche, di un paio di gaffe. La prima nel 2008, quando Sarkò intasca la penna stilografica del premier romeno. In conferenza stampa, Merkel gliene porge un’altra: «Lei le colleziona, vero?». Lo stesso anno, Sarkozy si rivolge al marito della cancelliera chiamandolo «monsieur Merkel». Peccato che lui si chiami Sauer e lei glielo faccia notare accusandolo di dichiarazioni «mancanti di precisione».

7. L’accusa ai giornalisti. Due anni fa, al vertice Nato di Lisbona, Sarkozy è furioso per le insinuazioni di un giornalista su un presunto traffico militare con il Pakistan. «Oh basta! Siamo in un mondo di pazzi! E voi allora? Non ho niente contro di voi, ma mi sembra che siate un pedofilo. Chi me l’ha detto? Le fonti, i servizi, e poi ne sono convinto. Amici pedofili, a domani».

8. La rissa con i fotografi. Sarkozy è in barca sul lago Winnipesauke, nel New Hampshire. Due fotografi americani dall’Associated press si avvicinano troppo. Quando sono di fianco al natante presidenziale, Sarkò, in costume da bagno, va all’arrembaggio: salta a bordo dell’imbarcazione e, urlando, sommerge i due di rimostranze.

9. Come un bullo di periferia.
In visita nella regione del nord-ovest mentre infuria la protesta dei portuali, Sarkò è fatto oggetto di contestazioni. Così mentre cammina si ferma e alza gli occhi verso chi lo attacca. «Che hai detto? Sei tu che hai detto questo? Scendi un po’ a dirmelo in faccia, scendi!».

10. L’aut aut all’editore. A marzo il Journal du Dimanche pubblica la notizia del presunto tradimento reciproco di Nicolas e Carla. Il presidente non ci sta e telefona ad Arnaud Lagardère, editore nonché industriale dipendente dalle commesse pubbliche, per esigere una punizione esemplare. E così é: due giornalisti finiscono licenziati.


di Tommaso Montesano

25/10/2011




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Nichi il "veggente": sa prevedere le inchieste

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Dalle carte dell'indagine sul Pd, Tedesco e la Sanitopoli, emerge che il governatore Vendola e i democratici sono bene informati sulle mosse dei pm. Le anticipazioni sospette, dal "caso Fitto" al senatore inquisito




Il preveggente. Fra le qualità del governatore pugliese, la più sorprendente è quella relativa alla conoscenza delle inchieste dei pm della sua regione, che Nichi Vendola, come D’Alema nel caso della «scossa», sembra «vedere» in anticipo. Non si dica a Nichi e a Max che ciò è dovuto alle buone entrature del centrosinistra nella procura di Bari. Sì, l’ex pm Emiliano è diventato sindaco col Pd, l’ex pm Nicastro, che indagò per anni sul ministro Fitto, è assessore nella giunta Vendola, il pm in aspettativa Carofiglio è parlamentare del Pd, sua moglie Francesca Romana Pirrelli si è occupata di reati di pubblica amministrazione, l’ex pm Maritati (quello che si informa direttamente col pm Scelsi sui dalemiani coinvolti nel caso Tarantini) è senatore del Pd. Ma perché pensar male?

QUELLE TANTE COINCIDENZE
Ovviamente sono coincidenze. Come l’anticipazione dell’inchiesta a carico di Fitto, rivelata da Vendola nel 2005 alle telecamere di Telerama, che un anno dopo si seppe esser stata data a poche ore dall’iscrizione del ministro sul registro degli indagati. Lasciamo stare poi la coincidenza della celerità con cui Vendola, d’accordo con Tedesco, a tre ore dall’agenzia di stampa che rivelava l’inchiesta sull’assessore alla Sanità (oggi senatore Pd) annunciò la defenestrazione del fidato assessore. E lasciamo stare pure la insolita richiesta di «accesso agli atti» fatta al pm Scelsi dal successore di Tedesco alla Sanità, Tommaso Fiore, che per «verifiche interne» chiede e ottiene dal pm, a luglio 2009, parte degli atti d’indagine. Guardiamo, invece, negli atti dell’inchiesta di Tedesco i tanti riferimenti, preveggenti pure questi, che esponenti del centrosinistra pugliese fanno al lavoro dei magistrati di Bari.

LA TRADECO E «QUELLA COSA»
Una delle magagne di Tedesco riguarda un appalto di smaltimento rifiuti, nel quale per la procura l’assessore avrebbe «sponsorizzato» la ditta Tradeco. A margine, emergono altri rumors. Per esempio, in una telefonata di novembre 2008 con l’assessore, il perito Antonio Coscia, che a verbale si definisce «vicino al centrosinistra», e «accreditato come persona di fiducia di forze dell’ordine e di alcuni magistrati», rassicura Tedesco che un’acquisizione atti avvenuta nella Asl barese riguardava la Tradeco e non «quella cosa». Gli inquirenti chiedono a Coscia cos’era «quella cosa», e il testimone replica: «Quello che lo poteva preoccupare... allora si parlava sempre delle indagini».

L’AVVISO DI GARANZIA «POLITICO»
Il consigliere regionale Pd De Caro a maggio 2008 chiama Tedesco: «Albe’ mi è arrivata una telefonata di Possin, che dice che si è diffusa una notizia politica, non giudiziaria, relativa a un avviso di garanzia che avresti presto tu».

LE «CARTE» DI NICHI CONTRO TEDESCO
Il 10 giugno 2008, Tedesco chiama il sindaco di Bari, all’epoca segretario regionale del Pd, Emiliano. Che gli rivela l’intenzione di Vendola di farlo fuori o di tenerlo «sotto scacco» con «carte». Tedesco: «Me lo ha detto il capo di gabinetto (...) mi ha fatto capire che le carte gli erano state date dagli ambienti del Pd». Emiliano: «(...) io invece temo un’altra cosa (...) sostanzialmente voglia tenerci in scacco su alcune cose». Il 21 giugno, stessi interlocutori, Tedesco aggiunge che Vendola gli ha detto di aver saputo da Zazzera (Idv) «che a settembre riprenderà un’offensiva nei miei confronti che sarà anche di carattere giudiziario».

VENDOLA E LE INTERCETTAZIONI
Il 6 febbraio, tramite Ansa, Tedesco scopre di essere indagato e si dimette. Tre giorni dopo, al telefono con Vendola, scopre qualcosa di più. Vendola: «Ci sono molte intercettazioni, molte tue in cui parli male di Lea (Cosentino, direttore dell’Asl di Bari, in rotta con Tedesco e scaricata da Vendola, ndr)». Sui giornali non c’era traccia di indiscrezioni sulle intercettazioni, come faceva a saperlo? Il successore di Tedesco, Fiore, vedrà «ufficialmente» parte delle carte solo 5 mesi dopo. Ma già il 9 settembre 2008 il direttore dell’Asl Bat, Polemio, dice al braccio destro di Tedesco, Mario Malcangi: «Un amico mi ha detto che mercoledì Alberto si dimetterebbe per anticipare la procura...». E quando Malcangi chiede al fratello oculista di Vendola, Enzo, se è vero che Nichi voglia sostituire l’assessore, si sente rispondere: «Mario, no comment. Quattr’occhi». Lo stesso Enzo Vendola, il 7 ottobre, è ancora più esplicito con Malcangi: «Non possiamo parlare più per telefono di questi fatti (...) perché l’aria si è fatta proprio irrespirabile, capito?».



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Black bloc, dopo il manuale ecco l'applicazioneCosì puoi avvisare gli amici se vieni arrestato

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Proliferano in rete manuali di guerriglia urbana e video che spiegano come costruire una bomba carta. Adesso per "salvare" il black bloc spunta un'applicazione per smartphone che con un solo click avvisa gli amici del fermo




A 10 anni dal G8 di Genova, i black bloc sono tristemente tornati ad occupare le pagine dei giornali. Sul web spuntano manuali di guerriglia urbana, video che spiegano come costruire una bomba carta e ora persino l'applicazione per smartphone Android che avvisa se si viene arrestati.
Arrested - tradotta in italiano usando un servizio automatico in Mi sto arrestato, invece di Mi stanno arrestando - è "ispirata", come spiega lo sviluppatore, a un episodio accaduto durante le manifestazioni degli indignati a Wall Street e permette di impostare un sms da mandare ai propri amici che li avvisi di un eventuale fermo.

Una provocazione il cui meccanismo è piuttosto semplice: prima della manifestazione si scrive il testo del messaggio, si scelgno i numeri a cui inviarlo e si chiude l'applicazione. Quando si viene circondati dalle forze dell'ordine, non resta che cliccare su un pulsante che appare sul telefono e il gioco è fatto. Non salverà dall'arresto, certo, ma magari permetterà agli amici di fuggire o perlomeno di anticipare una telefonata dalla centrale.




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