lunedì 24 ottobre 2011

Voleva vietare il Crocifisso Adel Smith condannato,5 anni per falso e truffa

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Dopo le sue uscite contro la Chiesa cattolica e la sua fontomatica Unione dei muslmani d'Italia, ora si scopre che Smith per la giustizia è un truffatore




L'Aquila - Adel Smith, il fondatore dell'Unione dei Musulmani d'Italia, e conosciuto dalle cronache per aver chiesto la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola che frequentava suo figlio, è stato condannato a 5 anni di reclusione. La condanna gli è stata inflitta dal tribunale dell'Aquila per falso e truffa. Smith avrebbe falsificato le firme su alcuni assegni bancari e di aver simulato la vendita di una casa. La notizia della condanna è stata data dall'avvocato di parte civile di Smith, Franco Aloi, che ha anche precisato che in questo momento il suo assistito non è reperibile. Dunque Smith è scomparso nel nulla.

Smith aveva diverse volte, negli ultimi dieci anni combattuto una sua guerra personale contro la Chiesa cattolica in nome dell'Islam. Sosteneva che la sua associazione avesse circa 5000 iscritti e pretendeva con il suo gruppo di entrare nella vita politica del Paese. Salvo poi essere smascherato da Magdi Cristiano Allam che scoprì chi ci fosse davvero dietro l'Unione dei Musulmani d'Italia: lo stesso Smith, l'ex estremista di sinistra Massimo Zucchi e una decina di simpatizzanti albanesi.




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A.A.A. cercasi magazziniere Incline alla subordinazione»

Corriere della sera


È un annuncio pubblicato dal Centro per l'impiego di Livorno. Tra i requisiti una condizione: il lavoratore deve sentirsi «incline alla subordinazione»



LIVORNO - «Ditta ingrosso componenti meccaniche cerca tirocinante per gestione magazzino». È un annuncio pubblicato dal Centro per l'impiego di Livorno, mansioni di logistica e di amministrazione per 8 ore al giorno. Offerta uguale a tante, se tra i requisiti non vi fosse una condizione: il lavoratore deve sentirsi «incline alla subordinazione, al rispetto dei regolamenti aziendali e delle disposizioni impartite». Precisazione che ha mandato su tutte le furie, con un tam tam di 5 giorni, gli utenti di internet. La prima ad accorgersene è stata una sceneggiatrice di fumetti livornese, Francesca Santi, 33 anni, che ha ritagliato la pagina del «Cercalavoro» di un giornale locale, ha scannerizzato quelle righe e le ha postate sul suo blog «Spremuta d'inchiostro».

«È agghiacciante - scrive - mi sono venuti i brividi quando l'ho letta e ho pensato che non abbiamo tutti i torti a essere così pessimisti per il futuro». Tra gli amici c'è chi commenta mescolando pragmatismo e vernacolo: «Io c'andrei a quel colloquio. Ma solo per il gusto di dirgli "Io lavoro, ma non subordino proprio una s...".». La segnalazione di Francesca è un sasso nello stagno: tramite blog, twitter, social network, la celebrità dell'annuncio diventa definitiva. E oggi l'offerta di lavoro è di nuovo sui giornali livornesi, ma per altri motivi. «Siamo vincolati al rispetto della riservatezza chiesta dall'azienda - spiegano dagli uffici del Centro per l'impiego -. È uno spazio che offriamo, se i requisiti non sono in contrasto con la legge come possiamo respingerli?». Livorno, ricorda il quotidiano, è al secondo posto nel centro nord per tasso di ragazzi tra 15 e 29 anni che non studiano nè lavorano (uno su 5).

«L'impressione - risponde l'assessore provinciale al lavoro Ringo Anselmi, ex segretario regionale Fiom in Toscana e Emilia - è che non ci siano più regole nel mercato del lavoro. I rapporti di lavoro hanno sempre più bisogno di normative serie, altrimenti il rischio è che l'azienda chieda ciò che le pare e nessuno controlli. In questo caso si trattava di un tirocinio, che servirebbe ad aiutare a trovare lavoro, non a sfruttare le persone». La crisi rischia insomma di spingere ad accettare l'inaccettabile, ad abbassare le difese: «In un periodo normale le persone forse reagirebbero in modo più energico, ma c'è paura di non avere un lavoro», riflette Enrico Sassano, direttore della Caritas di Livorno. «Vale per tutto il mondo, come dimostrano le proteste di questi mesi. Il lavoro è sinonimo di casa e a Livorno è un problema che sentiamo sempre di più. È una questione che deve essere presa di petto e per quello che possiamo diamo una mano. Resta che le persone sono persone, non individui. Non si possono negare ai lavoratori diritti essenziali».

24 ottobre 2011




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Gheddafi, scempio mediatico del corpo

Corriere della sera

Quel che offende è il compiacimento voyeuristico
di Antonio Ferrari

Gli alieni? Siamo in contatto con loro dal 1947″

Corriere della sera

Lancio di agenzia nel cuore di una domenica critica per l’Italia, visto l’ennesimo ultimatum della Comunità europea, e tragica per gli sportivi, a causa l’incidente mortale di Marco Simoncelli a Sepang: si parla di Ufo e Alieni. A New York ha parlato Richard Dolan, noto studioso della materia, e ha detto, in buona sostanza, che i contatti con altre civiltà ci sono e da parecchio tempo. Coperti e sabotati da chi governa (in questo caso si riferisce agli Usa). Due tesi tutt’altro che inedite, ma fa effetto che ci sia una così decisa e pubblica dichiarazione. D’altra parte, i credenti non possono dire altro che questo: dove sta la novità? Ecco comunque il testo dell’agenzia LaPresse, redatto da Valeria Rubino, corrispondente da New York.



«Ci sono stati incontri continui con gli Alieni a partire dal 1947. Sono probabilmente civiltà molto diverse dalla nostra. Hanno l’abilità di entrare ed uscire da questa realtà in qualche modo, di cambiare dimensione. La Nasa, la Cia e le forze governative tentano di insabbiare la verità e controllano non solo i media, ma anche la comunità scientifica ed accademica». È l’allarme lanciato da Richard Dolan, uno dei più noti ricercatori sul fenomeno Ufo, autore anche di una storia in due volumi sui contatti che sarebbero già avvenuti tra l’umanità e gli extraterrestri. Dolan è intervenuto alla conferenza «Ufos and the evolution of consciousness», ieri  a New York alla Community Church di  Manhattan.

Il ricercatore ha studiato per oltre 20 anni l’argomento della possibile vita extraterrestre e ha pubblicato diversi libri, basati anche su documenti governativi blindati, in cui spiega come il governo americano e i servizi segreti nascondono la verità sul fenomeno. «Non so chi  siano, ma credo di aver comunicato con alcuni di questi esseri. Ho l’obbligo morale di essere cauto, quindi non do nulla per certo o per scontato. Ma la nostra società cambierà completamente appena sarà rivelata la verità. È solo questione di tempo, ma  ormai le testimonianze venute fuori sono troppe. È sicuro che il governo continuerà a fare di tutto per impedirci di sapere; sarà una dura lotta, forse ci vorranno molti anni».



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Morto che parla

Quotidiano.net


LA RICHIESTA dell’Onu per avere la verità su Gheddafi rischia di far finire la guerra in Libia con le parole della rock star protagonista del film «This must be the place». Nel senso che se è vero che sono stati gli alleati a far fuori il rais e non quegli scalmanati dell’Armata Brancaleone libica sarebbe ben comico che i vincitori come Sarkozy fossero costretti ad ammettere: «Vi chiediamo scusa ma è giusto che sappiate che l’abbiamo fatto apposta», come dice Sean Penn ad una comitiva di goffi tedeschi dopo averli infangati con la sua auto.

NELLE GUERRE insieme con i combattenti muore sempre il senso di umanità e dunque non è il caso di scandalizzarsi nel vedere i libici in fila davanti al frigorifero di Misurata dov’è esposto il cadavere dell’odiato Gheddafi. Del resto i comunisti hanno sfilato per 70 anni davanti al cadavere dell’amato Lenin, che differenza c’è? Il problema è che non sarebbe un gran risultato politico che l’odiato tiranno da morto diventasse se non un martire, ma ci sarà anche chi lo piangerà per tale, almeno una vittima non tanto dei ribelli quanto degli europei che gli hanno dichiarato guerra.

E’ un peccato che in Italia nessun politico sappia o abbia il coraggio, io credo che questa seconda sia la vera ragione, di esprimere il disagio che c’è nell’opinione pubblica italiana per come si è svolta ed è finita questa guerra, perché c’è la convinzione diffusa che insieme a Gheddafi gli sconfitti siamo stati proprio noi italiani, ovvero «gli amici» di Gheddafi, gli ospiti privilegiati della sua Libia, gli invidiati che avevano la precedenza nello sfruttamento delle risorse energetiche, le quali da ora invece andranno soprattutto a Francia e Inghilterra.

PERCHE', bando alle chiacchiere, l’hanno capito tutti che sono quei giacimenti la vera ragione di questa guerra. Ma i giochi non sono del tutto chiusi. Non è vero infatti che l’uccisione di Gheddafi porta nella bara del rais anche i tanti segreti di cui egli era a conoscenza. Non è vero che la sua morte toglie ogni possibilità che un giorno si venga a sapere la verità su Ustica, sui finanziamenti al terrorismo, sulla strage di Lockerbie. Sono i nostri servizi di intelligence, diciamo, i più informati sui segreti custoditi dalla Libia di Gheddafi e non solo. Eliminato il rais continua ad esserci qualcuno in grado di poter raccontare quel che avrebbe potuto dire lui. Qualcuno che può riscattare la dignità dell’Italia e difenderne gli interessi in assenza di politici capaci di farlo.




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Gramsci? MussolinianoIl leader dei comunistiera vicino al fascismo

di

Un saggio di Leonardo Rapone, membro del comitato dei garanti della Fondazione Gramsci, ammette le affinità fra il leader comunista e il fascismo




Quanto Mussolini c’era in Gramsci. E quanto Sorel, quanto Gentile, maestri del fascismo. Quanta ammirazione c’era in Gramsci per il d’Annunzio di Fiume e per il futurismo, che furono i precursori artistici del fascismo. E quanta considerazione per Oriani, Papini e Prezzolini. Di un Gramsci mussoliniano scrissi diversi anni fa, prima di me avevano scritto Augusto del Noce e pochi altri. Ma prima di tutti lo aveva detto lo stesso Mussolini che nel ’21 alla Camera aveva riconosciuto Gramsci e i comunisti italiani suoi «figli spirituali». E aggiunse: «io per primo ho infettato codesta gente».

Ora a dirlo non siamo più solo io, Del Noce o il diretto interessato, ma anche una ricerca nata in seno alla Fondazione Istituto Gramsci di Leonardo Rapone (Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo, ed. Carocci, pagg. 421, euro 28). Rapone è uno studioso venuto da Renzo De Felice e approdato a Beppe Vacca, è nel comitato dei garanti della Fondazione Gramsci e nel direttivo che cura le opere gramsciane. Per condensare in una battuta il titolo e il testo, nel viaggio di Gramsci dal socialismo al comunismo c’è nel mezzo il mussolinismo. Il Terzo Incomodo. Le radici della scissione di Livorno dei comunisti sono nell’interventismo rivoluzionario e nel massimalismo, agitati entrambi da Mussolini.

E Gramsci fu dalla parte di Mussolini a sostenere l’intervento e a riconoscerlo come capo del socialismo rivoluzionario (fra gli interventisti intervenuti ci furono pure i futuri azionisti e i futuri comunisti come il giovane Peppino Di Vittorio). Per un pelo Gramsci non collaborò al Popolo d’Italia. Non fu il solo, tra i fondatori del partito comunista, a subire l’influenza di Mussolini. Nicola Bombacci finì a Salò con Mussolini. E Angelo Tasca, fondatore del Pci e poi leader del Psi con Saragat alla fine degli anni Trenta, finì collaborazionista a Vichy, funzionario del regime di Pétain e sostenitore del patto tra l’Urss di Stalin e la Germania di Hitler. All’epoca dell’Ordine nuovo gramsciano, scrisse Tasca, eravamo tutti gentiliani, Togliatti incluso.

Il punto di raccordo delle culture radicali del nostro Paese fu l’antigiolittismo, la critica al moderatismo corrotto e corruttore, secondo i rivoluzionari dell’epoca e lo stesso Salvemini. E la critica alla democrazia. Paolo Mieli, in un ampio saggio sul Corriere della sera, sostiene con Rapone che Gramsci in quel tempo criticava la democrazia ma difendeva il liberalismo. Vero, a patto di considerare che per lui come poi per Gobetti, esempio di Rivoluzione liberale era la rivoluzione bolscevica dei soviet. Lì è infatti il discrimine tra Mussolini e Gramsci, e tra il fascismo e l’italocomunismo: partiti dalla stessa radice, entrambi persuasi da Gentile e da Sorel del primato volontarista dell’azione - che in Gramsci si fa filosofia della prassi e in Mussolini attivismo - si divaricano invece sulla rivoluzione sovietica. Mussolini «scopre» la nazione, Gramsci e il Pc optano per l’Urss di Lenin.

Per sminuire l’influenza gentiliana e avvalorare una linea di continuità liberale, si insiste sull’impronta crociana in Gramsci. Ma Gramsci di Croce, come del resto Mussolini, abbraccia lo storicismo, non il liberalismo; l’immanentismo laico, non certo la difesa della borghesia, dell’Italia di Giolitti, del neutralismo e dei diritti dell’individuo, come la libertà e la proprietà privata; e infine Croce è per loro importatore di Sorel in Italia. Peraltro, anche Gentile aderisce al fascismo nel nome del «liberalismo»... Insomma, sfatiamo la leggenda del Gramsci liberale. Gramsci sceglie Lenin, Mussolini sceglie la nazione e il nazionalismo. Sul piano delle idee, Gramsci resta con Marx, Mussolini scopre Nietzsche, a cui dedica già da socialista nel 1908 un saggio entusiasta. Gramsci resta leninista anche quando l’Urss di Stalin comincia e non piacergli e sa bene che brutta fine farebbe se raggiungesse Togliatti a Mosca: la stessa fine che fecero centinaia di comunisti italiani fuggiti dal fascismo e uccisi dai compagni sovietici, col consenso di Togliatti stesso.

Gramsci evoca anche in Italia l’avvento di «una terribile dittatura» e accoglie l’impianto totalitario della rivoluzione leninista. Col tragico paradosso che quando è in carcere, sotto il regime fascista, Gramsci accusa il fascismo non di aver instaurato una dittatura totalitaria ma di aver tradito la rivoluzione nel compromesso con la borghesia, la monarchia, il capitale e la Chiesa. Ovvero accusa il fascismo di essere un totalitarismo incompiuto, imborghesito. E non respinge del fascismo né il cesarismo né la violenza, ma distingue tra un cesarismo e una violenza progressivi, che poi sarebbero quelli leninisti e comunisti, e un cesarismo e una violenza regressivi. Lo scrive nelle Note sul Machiavelli, e lo dice nello scontro alla Camera con Mussolini nel ’25. Ma chi stabilisce la differenza fra una dittatura e una violenza buone o cattive? L’Intellettuale Collettivo, lo stesso Partito, nuovo Principe assoluto e il suo Ideologo...

A Gramsci vanno riconosciuti due meriti. La scoperta della centralità della cultura nella coesione sociale di un popolo e nella conquista politica del consenso. Intuizione figlia dell’idealismo militante, comune a Gentile e Bottai. E la scoperta del nazionalpopolare nel tentativo di una via italiana al comunismo. Ma in entrambi si insinua il germe leninista: nel primato della cultura si insinua il primato dell’Intellettuale Collettivo, del Partito-Principe tramite l’egemonia.

E nel secondo, il nazional-popolare non incontra la tradizione ma la sua negazione, attraverso l’idea di una Riforma irreligiosa e di un illuminismo portato alle masse da una dittatura pedagogica e totalitaria. La morte di Gramsci dopo il carcere riscatta il suo pensiero e lo accomuna a Gobetti e Gentile, martiri delle proprie idee o Eroi Intellettuali.
E lo rivedi, malato, come lo descrisse già anni prima Gobetti, con la grande testa che eccedeva sul corpo gracile e deforme ed era l’esatta figurazione del suo pensiero. Un corpo egemonizzato dalla testa...




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Aiazzone, 2 mila i creditori

La Stampa


Nei rimborsi privilegiati i 630 dipendenti, poi artigiani e fornitori



La pubblicità che ha convinto migliaia di compratori


GRAZIA LONGO
Torino

Due numeri che riflettono esplicitamente un quadro disastroso: 2.090 creditori e un passivo di 51 milioni di euro. Il caso Aiazzone è approdato ieri mattina al Tribunale fallimentare in tutta la sua gravità. Mobili fantasma mai consegnati. Dipendenti senza un stipendio. Migliaia di clienti con finanziamenti accesi e rate da pagare senza però aver mai ricevuto l’arredamento. E ancora: sfratti esecutivi per rivendite e magazzini per i quali non è stato pagato l´affitto. Non a caso i numeri del gruppo Panmedia - società torinese proprietaria del marchio della catena di mobilifici Aiazzone - emersi nell’udienza di ieri, di fronte al giudice fallimentare Vittoria Nosengo, sono a dir poco allarmanti.

Dei 2.090 creditori che si sono iscritti al fallimento della società verranno privilegiati, nella restituzione di quanto dovuto, i 630 dipendenti e, a seguire, fornitori e artigiani che hanno lavorato per la società. Per ultimi resteranno i clienti. Quelli che hanno acquistato i mobili tramite una finanziaria, però, potranno rivalersi su quest’ultima. È il caso del gruppo assistito dall’avvocato Franco Iodice per ottenere indietro il denaro dalla finanziaria Fiditalia.

Il fallimento di Panmedia è stato dichiarato dopo l’avvio dell’inchiesta giudiziaria che ha portato, nel marzo scorso, all’arresto di Gian Mauro Borsano, ex presidente della squadra di calcio del Torino ed ex parlamentare socialista, del suo socio nella società «B&S», Renato Semeraro, e di Giuseppe Gallo, titolare di Panmedia che dalla B&S acquistò la catena Aiazzone, con i suoi 30 negozi (alcuni col marchio Emmelunga) in tutta Italia.

Sono tutti accusati di bancarotta fraudolenta, distrazione documentale, sottrazione fraudolenta dal pagamento delle imposte e riciclaggio.  L’indagine è cominciata nel maggio 2010 in seguito a esposti di clienti del mobilificio che non avevano ricevuto i mobili acquistati e già pagati. Le prime querele per truffa arrivarono sulle scrivanie di Vincenzo Pacileo e Alberto Benso, segurono le indagini, poi culminate con gli arresti.

Secondo la pubblica accusa, gli imprenditori arrestati avrebbero svuotato le società del gruppo che erano indebitate con il fisco mediante fittizie cessioni di immobili e di partecipazioni societarie, facendo confluire i debiti in alcune aziende e gli utili in nuove società costituite appositamente. Il problema dei creditori è stato seguito direttamente anche dalle associazioni dei consumatori Codacons e Movimento consumatori Torino. L’udienza è stata rinviata al 27 gennaio per i creditori contestati dal curatore fallimentare in quanto avevavo acquistato i mobili non direttamente da Aiazzone ma da Emmelunga e «B&S».




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Toscana, sgomberi d’oroSe anche Rossi e Renzivengono truffati dai rom

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Dalla Regione 400mila euro a Firenze per il rimpatrio degli ospiti di un campo Che invece intascano i soldi, partono ma poi ritornano. Pdl e Lega in rivolta




Roma Ci sono i rimpatri alla francese, e quelli alla toscana. Sarkozy viaggia sulle 9mila espulsioni l’anno, con voli appositi e di sola andata (sgomberato il 70% dei campi abusivi). In Toscana invece la sinistra di governo (in Regione e al Comune di Firenze) si è regolata diversamente: ha dato un po’ di soldi ai nomadi, invitandoli a tornare in Romania o Bulgaria.

E loro? Sono partiti, solo che subito dopo sono tornati e adesso stanno ancora lì dov’erano, al campo rom Quaracchi alla periferia di Firenze. Un flop gigantesco, costato in tutto 400mila euro (fino a 1.500 euro regalati ad ogni famiglia nomade) su cui il centrodestra toscano sta dando battaglia.

Quelli della Lega, che da qualche tempo esistono anche nei Consigli (alle regionali 2010 il Carroccio ha preso il 6,48%), chiedono aiuto al loro Bobo Maroni: «Intervenga il Viminale - chiede il segretario cittadino della Lega, Andrea Tavanti -. È folle sperperare così il denaro pubblico specie in un momento di crisi. Sarebbe meglio se Renzi si preoccupasse meno di apparire in tv e cominciasse ad apparire per le strade della sua città...».

A quanto risulta alla Lega, i nomadi si sarebbero tenuti i 1.500 euro e sarebbero restati al loro posto. «È una cialtroneria, un uso maldestro dei soldi» attacca il capogruppo leghista in Provincia, Marco Cordone.

Qualcosa non ha funzionato nel meccanismo messo in piedi per rimpatriare i rom. E a leggere il «progetto» si capisce anche perché. Dunque, il fondo di 400mila euro è stato stanziato dalla Regione Toscana con una delibera del maggio 2011: 200mila euro alla Società della Salute Zona Fiorentina Nord Ovest, altri 200mila al Comune di Firenze, «per lo sviluppo di interventi in favore dei nuclei familiari che si trovano in condizioni di gravissima marginalità e con particolare riferimento ai soggetti occupanti l’area sita in località San Piero a Quaracchi».

Nella delibera si descrive anche la modalità del «rimpatrio», piuttosto farraginosa. Il piano si divide in due fasi: «La prima di un periodo stimato di circa 6 settimane svolte interamente in Italia con l’organizzazione degli eventuali accompagnamenti in patria; la seconda caratterizzata da due o più viaggi in Romania per la consegna del sostegno economico residuo e per la verifica del percorso». I 1.500 euro sono divisi in tre tranche: 700 euro alla partenza, 800 dopo 60 giorni. Passati i quali, sembra di capire dai guaiti dell’opposizione, le famiglie sono tornate a Firenze.

Il metodo francese è un po’ più semplice: per chi non ha l’allontanamento coatto (imbarcato su un volo), è previsto un contributo di 300 euro per rimpatriare, ma chi lo riceve deve lasciare le impronte digitali al momento della partenza, in modo che lo si possa individuare se tenta di ritornare indietro. In Toscana invece hanno previsto sei settimane per organizzare gli «accompagnamenti» dei nomadi in Romania (ma i rimpatri sono «eventuali»), e poi diversi viaggi degli educatori per consegnare il resto del contributo.

L’opposizione ha sollevato obiezioni. Era necessario un «gruppo di lavoro» per accompagnare i rom? Cosa sono i 15mila euro di «costi sportello»? E i tremila euro per il centro ascolto? «Che cosa devono ascoltare i rom dagli operatori»? hanno chiesto i consiglieri del centrodestra al Comune di Firenze.
La questione rom a Firenze non è nuova. Si calcola che dal 2004 ad oggi il Comune ha speso quasi 15 milioni di euro per la gestione dei campi nomadi.

«Un pozzo senza fine, nella periferia c’è addirittura un villaggio con sette villette bifamiliari per i nomadi», attacca il capogruppo leghista in Provincia. Ma quel che ha fatto più imbestialire l’eurodeputato toscano della Lega Claudio Morganti, sono stati i commenti di alcuni rom che, incamerati i soldi, hanno scelto di rimanere in Italia perché la vita in Romania sarebbe troppo costosa. «È chiaro che preferiscono rimanere in quell’Eldorado di parassitismo che è diventata la Toscana». Gitarella in Romania inclusa.




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Berlusconi? Merkel e Sarko ridono

Corriere della sera

La reazione quando viene chiesto loro se hanno fiducia nel premier italiano

Scampia, spacciatori in fuga grazie a un telecomando

Gli hacker contro i siti pedopornografici I pirati di Anonymous: "Li fermeremo"

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Gli hacker questa volta hanno diffuso i nomi in codice e altre informazioni delle 1.589 persone che frequentano siti per scambiarsi foto e materiale video di bambini costretti ad atti sessuali




Milano - I pirati informatici del gruppo internazionale Anonymous hanno annunciato di aver smascherato una rete di pedopornografia online che si serve di numerosi siti internet. Tra questi, ce n’è uno in particolare chiamato "Lolita City", di cui gli "hacktivist", come si definiscono gli hacker di Anonymous, hanno diffuso i nomi in codice e altre informazioni delle 1.589 persone che lo frequentano per scambiarsi foto e materiale video di bambini costretti ad atti sessuali.

Anonymous ha inoltre precisato che l’attacco ai siti pedopornografici è stato chiamato "Operazione Darknet", spiegando che questi siti darknet sono parte di un "web invisibile" chiamato anche "web profondo", che non risultano negli indici gestiti dai comuni motori di ricerca. Sull'attacco a questo tipo di siti gli hacker di Anonymous sono molto chiari: "Li abbiamo presi di mira già da un po' di tempo, colpendo i loro server il più possibile", ha affermato in una chat un hacker chiamato Arson. Ora però gli Anonymos hanno l'intenzione di fare sul serio e di colpire ancora più duramente i siti pedopornografici: "Abbiamo deciso di attirare l’attenzione dei media in modo da ottenere le risorse per questa operazione e fermarli in modo definitivo", ha concluso Arson.




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