domenica 23 ottobre 2011

Quando l' azienda chiede sacrifici...

La Stampa

Gianluca Nicoletti


Forse sottovalutato il doppio senso dell' invito ad "abbassarsi"
E' solo un innocente totem che vorrebbe comunicare, forse in maniera informale, ai dipendenti della sede della Microsoft di Roma che è stata per loro aperta una fantastica palestra aziendale.

Sarà in generale il cupo clima di crisi che sta attraversando il paese, sarà più in particolare lo straripante effetto agiografico esploso con la morte di Steve Jobs, leader del più acceso competitor del regno di Bill Gates, che quel candido cartello ha assunto un imbarazzante doppio senso, nemmeno troppo subliminale.

Ambiguità esplosiva che evidentemente non è sfuggita ai primi uomini (e donne) Microsoft che se lo è visti davanti, entrando in ufficio venerdì mattina. Qualcuno ha pensato bene di fotografarlo con il proprio cellulare e mandare l’immagine in copia agli amici, ogni volta aggiungendo commenti sin troppo comprensibili a fronte di quella richiesta, sicuramente mirata al benessere fisico, ma troppo facilmente interpretabile come invito alla pronazione coatta.

E fu così che lo sforzo encomiabile dei responsabili delle risorse umane per rendere piacevole e stimolante il soggiorno aziendale dei propri dipendenti, è stato letto come un turpe invito alla sottomissione impiegatizia di Fantozziana tradizione.

Come non comprendere l' agitazione che serpeggia via mms tra coloro che si sono sentiti spinti all’estrema intima dazione dalla frase: "Mettiti alla prova!!! ...e tu fin dove riesci ad abbassarti?", che già in sé non è proprio la metafora di un invito alla valorizzazione della creatività, ma potrebbe anche essere fraintesa per una una richiesta che sfiora la molestia sessuale, se abbinata alla siluette senza volto che, palme a terra, espone i propri lombi indifesi.




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Un uomo sale sul colonnato di S. Pietro e brucia una Bibbia durante l'Angelus

Corriere della sera

L'uomo, di nazionalità rumena, sarebbe uno squilibrato Secondo gli inquirenti ha precedenti analoghi



ROMA - E' salito sul colonnato di San Pietro e, scavalcando la balaustra, e ha dato fuoco alle pagine di una Bibbia durante l'Angelus di Benedetto XVI. Si chiama Iulian Jugarean l'uomo che per circa mezzora è rimasto sul colonnato mentre un cardinale sulla balaustra per cercare di convincerlo a desistere dalla sua azione. L'uomo è stato fatto scendere ed è stato accompagnato da diversi uomini della Gendarmeria vaticana. Attualmente si trova in stato di arresto presso la gendarmeria vaticana. Lo riferisce il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. «Durante la celebrazione della canonizzazione - dichiara padre Lombardi - una persona squilibrata è riuscita a recarsi sul cornicione della Loggia delle Dame (a destra per chi guarda la facciata di San Pietro), all'esterno della balaustrata. Vi è rimasto per più di mezzora fino al termine della celebrazione. Ha attirato l'attenzione su di sé e ha bruciato una Bibbia». Il portavoce vaticano sottolinea che «si tratta evidentemente di una persona squilibrata». «Parlando con i responsabili della gendarmeria vaticana e con un funzionario dell'ambasciata rumena, che erano accorsi - aggiunge - ha detto di avere dei messaggi da comunicare al mondo, in particolare per la lotta contro il terrorismo». Ancora non è stato accertato come l'uomo sia riuscito a salire sopra il colonnato. Una ipotesi che può essere avanzata è quella che abbia utilizzato i ponteggi allestiti per i restauri. L'uomo è già noto per precendenti di questo tipo a Bruxelles.

Redazione online
23 ottobre 2011 15:46

L’indignata anticasta che contestò Brunetta è figlia di un senatore con la tripla pensione

di

Brunetta perse le staffe proprio contro di lei ("Siete l'Italia peggiore"). A guidare la contestazione contro il ministro fu Maurizia Russo Spena. Suo padre Giovanni intasca 9mila euro netti al mese grazie a una tripla pensione d'oro: docente universitario, parlamentare e consigliere regionale




Roma



Ma c’era bisogno di scomodarsi tanto per combattere la casta dei privilegiati, quando bastava citofonare a papà? Magari per proporgli subito un sequestro proletario di almeno una delle sue tre pensioni? Russo Spena figlia aveva già minacciato uno sfracello, basterebbe, dice lei in una delle dozzine di interviste che ha fatto (sarà pure precaria, ma è una costante delle piazze indignade e intervistate), «pubblicate le pensioni di noi atipici e scoppierebbe la rivolta sociale». Scoppia qualcos’altro invece se si pubblicano gli assegni che Russo Spena papà, il suo, riceve mensilmente dallo Stato, quello che la figlia vorrebbe rivoluzionare.

Come già predicava il padre prima di lei, comunista e poi rifondatore comunista, che nell’attesa dell’eguaglianza sociale si gode le tre pensioni e scrive su Liberazione fondi vibranti tipo: «È il momento di rotture profonde e di radicalità culturale e sociale. Occorre ripensare anche modi e forme del conflitto. Moderatismi e prudenze tattiche portano al suicidio delle sinistre». Armatevi e partite per queste rotture profonde, che Russo Spena benedice voi indignados e tutte «le rivolte, come ineludibili forme di espressione dei movimenti».

Ecco, quei movimenti di rassegnati a non avere una pensione, infuriati contro la casta di chi vive di politica e ci vive benissimo. Ecco, personaggi tipo Russo Spena padre, un cuore operaio ma tre vitalizi: una da parlamentare, una da consigliere regionale, una da professore universitario. Avendo fatto l’onorevole per cinque legislature il padre dell’indignata anti-casta riceve 5.510 euro netti a fine mese. A questi si sommano 2.270 euro, ancora netti, che gli arrivano come ex docente universitario, ovviamente statale. I cronisti della Repubblica a Napoli (rilanciati da Dagospia) hanno però scoperto una terza fonte di reddito per l’ex ideologo del Pdup, Partito di Unità Proletaria. Un vitalizio come ex consigliere regionale della Campania, dal 1975 al 1979.

Quanto viene quest’altro obolo che i contribuenti versano alla famiglia Russo Spena? Il regolamento regionale prevede che l’assegno sia pari al 30 per cento dell’emolumento lordo di un consigliere. «La base di calcolo - si legge nella normativa regionale - è l’importo di carica mensile lorda più il rimborso spese spettante ai consiglieri regionali in carica nello stesso mese in cui si riferisce l’assegno vitalizio». Quindi, se traduciamo bene dal burocratese, il 30 per cento di 10.972 euro, pari al compenso lordo di un consigliere della Regione Campania. Dunque altri 3mila euro lordi circa. In tutto siamo attorno ai 9mila euro netti al mese, di pensione, anzi di pensioni.

Ne passasse una alla figlia, che vive solo con 1.800 euro (ovviamente statali anche quelli) pur avendo un master, così per fare un po’ di redistribuzione sociale quantomeno in casa sua. Stia attento perché la Russo Spena figlia sembra avercela proprio con la classe politica a cui Russo Spena padre appartiene da mezzo secolo: «Siamo un corpo collettivo accomunato da una condizione di sofferenza sociale, è questo che deve capire la classe politica, che se ne deve andare». La Russo Spena senza pensioni vorrebbe sapere «se c’è trasparenza nei redditi di chi ci governa», della casta insomma.

Purtroppo c’è trasparenza a sufficienza per sapere quanti sono i pluripensionati che hanno vitalizi da manager solo per aver fatto qualche anno in Parlamento o in Regione, lavoro non esattamente usurante. Che fare ordunque? Russo Spena figlia, grazie a Brunetta che perse i nervi proprio con lei («Siete l’Italia peggiore»), è già diventata un prezzemolino. Già comparsa come testimonial del precariato su Corriere, Stampa, Repubblica, Manifesto, l’Unità, Il Fatto, la figlia del tripensionato è salita pure sul palco organizzato da Santoro per la Fiom. Serena Dandini, Vauro, Travaglio, Crozza, Ingroia. E Russo Spena figlia. Che, si dice, sia già corteggiata da Idv e Sinistra radicale per candidarla in Parlamento. Porterebbe avanti le battaglie del padre, che sul quotidiano del Prc fa il Bakunin: «Sì, far saltare il banco per offrire una chance al cambiamento». Il banco sì, il bancomat magari un’altra volta.




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Sbandati. Vendola e i suoi non hanno più freni. Chiedono pietà per black bloc e boss mafiosi

Libero




Nonostante passi per fenomeno della comunicazione politica, da qualche giorno Nichi Vendola sta assestando mazzate micidiali alla propria immagine. Da quella pazientemente costruita di uomo di sinistra mite e poetico ancorché compagno, sta diventando quella di un Bertinotti in sedicesimo, stretto tra frequentazioni impresentabili e velleitarismi da estrema sinistra.

Ad incrinare maggiormente la «narrazione» (per usare in termine d’area) del Vendola moderato e redento dagli errori del passato è la gestione del dopo-15 ottobre. Con la ricaduta nel peccato originale della sinistra radicale: ossia il non potere o volere recidere senza ambiguità i legami con le frange più estreme dei movimenti. Se già nei giorni scorsi il governatore della Puglia si era dimostrato virtuoso del distinguo, con l’intervista rilasciata ieri a Repubblica ha compiuto il salto di qualità, spiegando che tra Berlusconi e i black bloc non c’è poi tutta questa differenza e che i black bloc medesimi vanno capiti in quanto «figli del precariato» («La sinistra si faccia carico della loro rabbia», intima). Fin qui, niente di nuovo. Sinistra, ecologia e libertà (il partito di Vendola) flirta notoriamente con i movimenti, indignados inclusi, e parlare dei violenti nei termini usati dagli esponenti del partito in questa settimana fa anche parte del gioco.

Il problema è quando dai black bloc si passa ai mafiosi. Come ha fatto il coordinatore di Sel Claudio Fava. Che, in un lungo intervento pubblicato dall’Unità di ieri, auspica il superamento del carcere duro per i mafiosi, il cosiddetto 41 bis. E il bello è che, a dare retta al vendoliano, l’addio al carcere duro rappresenterebbe un salto di qualità nella lotta alla mafia: si tratterebbe infatti «non di un armistizio coi mafiosi ma, al contrario, di una prova di democrazia. Che dovrebbe dimostrare a se stessa di non avere più bisogno di leggi speciali e ai mafiosi di non temerli più».

La proposta, messa così, varrebbe persino la pena di essere discussa. Peccato che, alla fine, Fava sveli la cifra della propria proposta: la ripicca politica. «Ragioniamoci adesso che in Parlamento siedono deputati e ministri amici dei mafiosi», scrive il coordinatore di Sel, «se non altro per correggere questa vecchia ipocrisia italiana: fare la faccia feroce con Riina che ha molti ergastoli sulle spalle ma mostrarsi immensamente tolleranti con quei ministri che dei mafiosi furono sodali e contigui». Gran finale: «Un Paese che non riesce a processare Cosentino e Romano non può prendersi la licenza morale di imporre regimi carcerari speciali».

Svelata così clamorosamente la propria strumentalità politica, la sortita del vendoliano si trasforma in un assist a porta vuota per il centrodestra: «La tesi di Fava e della sinistra è da bocciare senza esitazioni», afferma il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, «né la coprono le pretestuose polemiche verso esponenti del centrodestra».

di Marco Gorra

22/10/2011




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Il piano segreto dell'opposizione: portare i black bloc in parlamento

di


Con l'aiuto di alcuni parlamentari dell'opposizione un gruppo di "indignati" voleva far piovere euro dall'alto dell'anello della Camera, quello riservato al pubblico, durante la votazione per la richiesta di arresto di Marco Milanese, il 22 settembre scorso. L'azione dimostrativa sventata grazie a un'informativa degli 007. L'onorevole Barbato, dell'Idv: "Sì, sono stato io ad accompagnarli. Erano solo cittadini arrabbiati"




Dall’hotel Raphael all’emiciclo di Montecitorio: 18 anni dopo l’assalto a Bettino Craxi il lancio di monetine si sposta dentro i palazzi istituzionali. O almeno questa sarebbe stata l’intenzione di un nutrito gruppo di «indignati» che con l’aiuto di alcuni parlamentari dell’opposizione si sarebbero dovuti divertire a far piovere euro di varia pezzatura dall’alto dell’anello della Camera, quello riservato al pubblico, nel corso della votazione sulla richiesta di arresto del deputato Marco Milanese.

Il piano, secondo una nota dei nostri apparati di sicurezza, sarebbe stato pianificato da un deputato campano per il 22 settembre scorso in concomitanza con l’avvio del dibattito parlamentare sull’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti, accusato di aver venduto consulenze e nomine nelle società partecipate del Tesoro in cambio di mazzette in denaro e costosi regali. Qualcosa, però, è andato storto, non solo per l’azione di contrasto messa in piedi dal questore della Camera Antonio Mazzocchi, destinatario della nota riservata, ma anche per la tempistica del dibattito in aula che avrebbe spiazzato i manifestati.

Mazzocchi, contattato dal Giornale, conferma l’sos relativo a un drappello di giovani pronti a mettere in atto violente e incontrollabili manifestazioni di dissenso, evitando però di fare nomi e cognomi sui deputati complici. Il deputato napoletano del Pdl Amedeo Laboccetta il nome lo fa per averlo appreso da Mazzocchi: «È il solito Franco Barbato dell’Idv, che infatti quel giorno arrivò tardi preso com’era a organizzare i tumulti». Barbato, rintracciato dal Giornale, conferma d’aver fatto entrare una decina di indignati ma sminuisce la portata dell’allarme rivendicando la correttezza di una protesta civile.

Per capire come sono andate davvero le cose occorre provare a ripercorrere le tappe della vicenda. Uno o due giorni prima del voto su Milanese, il questore della Camera, Mazzocchi, viene allertato sull’intenzione di scatenare la protesta dal loggione che ospita gli spettatori. Una contestazione-choc studiata nei dettagli attraverso un’ingegnosa modalità di ingresso dei manifestanti. Barbato li avrebbe fatti «accreditare», all’ufficio pass della Camera, in qualità di accompagnatori suoi e di altri cinque o sei parlamentari amici, ignari però delle reali motivazioni del gruppo.

Il questore Mazzocchi, col dirigente del servizio sicurezza Fabrizi, il 22 settembre decidono di inasprire i controlli. «Effettivamente – spiega il questore della Camera – una segnalazione riservata in tal senso ci era arrivata. Gli apparati di sicurezza ci avevano informato del possibile arrivo di alcune persone di area non pacifica. Per questo motivo, d’intesa con il funzionario Fabrizi, abbiamo inasprito i controlli: metal detector e verifiche accurate sulle persone, servizi dentro e fuori Montecitorio, per chiunque era stato autorizzato ad assistere alla votazione su Milanese. Chi era senza giacca e senza la cravatta, come da regolamento, poi non è stato fatto entrare». E aggiunge: «Per fortuna, i tempi previsti per la votazione non sono stati rispettati, così quando queste persone si sono presentate all’ingresso, la votazione era già avvenuta, o era in corso. Quindi, qualsiasi eventuale tentativo di disturbo, è venuto meno anche per questa variazione d’orario».

Ma la segnalazione riguardava anche l’eventuale lancio di monetine e sassi? Mazzocchi si cuce la bocca: «Di questo non posso parlare». Il grande sospettato dell’Idv non si sottrae alle richieste di chiarimento del Giornale: «Sì, quel parlamentare campano sono io – ammette Barbato - quel giorno ho raccolto il desiderio di gente indignata che stazionava in piazza Montecitorio e insieme all’onorevole Messina l’ho fatta entrare e partecipare alla vita del Parlamento. Non tenevano né monetine né sassi, protestavano civilmente. Addirittura hanno lasciato fuori i volantini che avevano in piazza con la lettera di licenziamento di questa classe politica. Quando ho saputo che non li facevano passare per vari motivi, come il fatto che non avessero le giacche e le cravatte, sono corso a casa dove ho invitato tutti per rivestirli dalla testa ai piedi. Alla fine chi è riuscito a entrare ha seguito l’aula rispettoso della sede istituzionale. Erano cittadini indignati non black bloc. Nessuno, fra quelli che sono riusciti a entrare, ha dato in escandescenze».




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Privilegiati. Rai da pubblicità gratis a Santoro. Ecco come fare un vero servizio privato

Libero




S timata dottoressa Lorenza Lei, ci permettiamo di disturbarla, pur immaginandola occupatissima dal suo incarico di direttore generale della Rai, perché da un po’ di tempo ci domandiamo con quale frequenza guardi i programmi della sua emittente.  Che sia attenta spettatrice del Tg1 lo deduciamo dalla costanza con cui bacchetta Augusto Minzolini, il quale ha il brutto vizio di scrivere e poi proporre al pubblico degli editoriali, cioè di fare il suo lavoro di direttore. Accertato che il telegiornale della rete ammiraglia è per lei un appuntamento fisso (e un apprezzato bersaglio di reprimende), ci sorge il dubbio che la visione assidua delle imprese minzoliniane la assorba completamente, impedendole di seguire con la dovuta attenzione ciò che va in onda altrove, per esempio su Rai Tre.

Qualora le fosse sfuggito, ci permettiamo di aggiornarla. Mentre lei, stimata dottoressa, si occupava delle «faziosità» del Tg1, il 14 ottobre si poteva ammirare sul Tg 3 un servizio di Mariella Venditti dedicato alla fiducia ottenuta dal governo. Nel pezzo, la cronista definiva  Angelino Alfano il «ventriloquo» di Berlusconi. Il video lo trova sul sito di Libero, dottoressa Lei, la preghiamo di guardarlo. E di farci sapere che cosa accadrebbe se in un servizio del Tg1  Pier Luigi Bersani fosse indicato come «ventriloquo di D’Alema». Scoppierebbe il finimondo, Minzolini sarebbe probabilmente crocifisso nella sala mensa di via Teulada.  Invece i colleghi di Rai 3 possono tranquillamente parlar male di Berlusconi e persino della televisione per cui prestano servizio, cioè la Rai.

Comizi d’amore - A questo proposito, cara dottoressa, le raccontiamo che cosa avviene  da settimane sulla terza rete.  Vengono trasmessi spot - che immaginiamo gratuiti - a beneficio del nuovo format di Michele Santoro, Comizi d’amore. Come forse sa, non sarà trasmesso dalla Rai, ma da altre emittenti: televisioni locali (visibili però in tutto il Paese grazie al digitale terreste) e persino un canale Sky. Si tratta, dunque, di concorrenti dell’azienda pubblica. Ci sembra perciò strano che fior di conduttori sotto contratto con Viale Mazzini pubblicizzino un prodotto il quale mira a sottrarre ascolti ai programmi delle reti per cui lavorano.

Fabio Fazio, Giovanni Floris, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer con il suo Tg3 e Maurizio Mannoni a Linea notte da giorni ricordano ai telespettatori che Santoro sta per tornare in video e si prodigano per sostenerlo e offrirgli visibilità. Singolare, no? Che ne penserebbe, stimata dottoressa Lei, se alcuni dei più noti giornalisti Rai invitassero il pubblico a sintonizzarsi su una trasmissione di Mediaset? Eppure su Rai 3 cose del genere avvengono con regolarità. Non solo. Durante i messaggi promozionali gratuiti per Comizi d’amore si rimarca assiduamente come Santoro sia un giornalista «libero». Di fatto, si spiega che Michele realizzerà programmi più interessanti e meno condizionati dalla politica rispetto a quelli Rai.

Lucia Annunziata, qualche domenica fa, ha mostrato durante In mezz’ora il messaggio in cui Santoro invitava i suoi fan a inviare dieci euro all’associazione Servizio Pubblico per finanziare il suo programma. «Mandateli», ha incalzato la conduttrice, «li invieremo anche noi, ci teniamo a sostenere l’impresa di Santoro ma anche il suo concetto di servizio pubblico». Sul caso c’è stata un’interrogazione parlamentare di Agostino Ghiglia e Antonino Salvatore Germanà del Pdl, tuttavia l’aria non è cambiata. Giovanni Floris, al termine di una puntata di Ballarò, ci ha tenuto a dare il suo «in bocca al lupo a Michele Santoro per Serviziopubblico.it». Un minuto dopo, lo stesso Floris lamentava di essere stato costretto a leggere la lunga rettifica di un politico a seguito di «pressioni» ricevute dall’azienda.

Fazio e Travaglio - Qualche giorno prima, a Che tempo che fa, Fabio Fazio aveva invitato Marco Travaglio, spalla di Santoro e suo socio - con il Fatto quotidiano - nella nuova avventura catodica. «Non prendiamo soldi dallo Stato né da banchieri né da palazzinari», ha detto il giornalista. «Si tratta di un fatto straordinario per l’Italia. Comizi d’amore rappresenta il tentativo di portare il Fatto Quotidiano dalle edicole alla televisione. In Italia c’è un panorama sempre più stretto, sempre più asfittico e sempre più controllato dai partiti». Nel mirino, ovviamente, c’era la Rai. Il medesimo Travaglio, poche sere fa, era ospite di riguardo a Linea notte. Per quasi sette minuti il vicedirettore del Fatto ha elencato le virtù di Comizi d’amore e magnificato i servizi dei suoi inviati: «Non mi pare si siano viste cose di quel livello in questi giorni», ha chiosato, riferendosi ancora la Rai. Il conduttore Maurizio Mannoni gli ha dato ragione: «No, purtroppo no», ha detto sconsolato.

Bersaglio pubblico - Insomma, è passato questo messaggio: la Rai non sa informare, è asservita al potere, guardate Santoro, il quale al contrario è bello, bravo e libero. In ragione delle sue virtù -  come ci ha comunicato a fine settembre un servizio del Tg3 -  l’ex conduttore di Annozero ha avuto «difficoltà nei rapporti con la Rai», ha subìto «interferenze della politica, del presidente del Consiglio» ed è stato obbligato, «per una scelta di libertà», a lasciare viale Mazzini.  Stimata dottoressa Lei, non le pare che -  tra una punzecchiatura a Minzolini e l’altra -  sia il caso di prendere qualche provvedimento? Quelli che abbiamo citato, per altro, sono solo alcuni episodi. Forse molti altri ci sono sfuggiti. Ma, sa com’è, non possiamo guardare la terza rete tutto il giorno. Non siamo mica i direttori generali dalla Rai, noi.

di Francesco Borgonovo

22/10/2011




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Rabbia sociale? "Io in piazza coi black bloc perché cornuto"

di

Uno dei contestatori scesi in piazza coi black bloc ha mandato una lettera sull’Espresso: "Lasciato da mia moglie, ho tirato un sampietrino"


Roma - Più che la politica poterono le corna. E il conseguente divorzio. Un divorzio di quelli devastanti, con la moglie fedifraga che se ne va con tutto il «cucuzzaro» (casa, figli, assegno di mantenimento) e il marito che resta là a ruminare rabbia e stenti, un camper come indirizzo. Alessandro C. in una lettera sperabilmente autentica pubblicata sull’Espresso racconta delle motivazioni - molto private e poco politiche - che lo hanno spinto sabato 15 a San Giovanni a Roma a lanciare sampietrini. Anzi, un sampietrino. «Senza colpire», specifica il tapino. Perché quando uno è sfigato, nel torneo degli sfigati non arriva primo, ma secondo.

La storia che Alessandro racconta ai lettori del settimanale offre uno spaccato sconcertante del sabato della vergogna. Leggendola non si sa che sentimento provare: solidarietà? Pietà? Rabbia? Perfino Stefania Rossini, incaricata di rispondergli, non sa che pesci prendere. «Non ho commenti né tanto meno consigli. Se non uno, minimo: provi a rivolgersi a una delle tante associazioni di padri separati. È lì che forse troverà i suoi simili, non nella furia senza nome dei black bloc», scrive la giornalista intingendo la penna nel buon senso da zia.

«Ho 32 anni, sono laureato e disoccupato, e in più sono separato e cacciato con tanto di sentenza dalla cosiddetta casa coniugale», si presenta Alessandro. Prima, bei tempi. «Per anni - scrive - è andato come nelle più banali pubblicità familistiche: un matrimonio d’amore, due figli meravigliosi, un lavoro come esperto informatico a tempo determinato, ma sempre rinnovato, il mutuo per la casa, le vacanze tutti insieme in un camper». Poi, lei si innamora di un altro e chiede il divorzio. «Certo, io sbraito, faccio scenate, imploro, piango, una volta arrivo anche a darle uno spintone».

La moglie riesce così a far passare Alessandro come un violento e vince su tutto il fronte. Ma le disgrazie di Alessandro non finiscono qui: licenziato in tronco, vive nel camper, campa riparando computer e vede i figli solo all’aperto. Fin quando li vedrà, visto che è in arretrato sul mantenimento. «Mi chiedo quanto io possa essere direttamente responsabile del crollo della mia vita, ma non trovo quasi niente». Come usava negli anni Settanta, Alessandro preferisce dare la colpa alla società «che ci sta togliendo spudoratamente sicurezza, lavoro, diritti e pace interiore».

Tra Dickens e Fantozzi, arriva il giorno del riscatto: la manifestazione degli indignados a Roma, che Alessandro vive in prima linea, schierato con i black bloc: «Era nell’aria che con loro sarebbe accaduto qualcosa». Quando accade, Alessandro prende il suo cubo di porfido e manca inesorabilmente il colpo. Lui. Gli altri, quelli di buona famiglia con l’hobby della violenza di piazza, la mira ce l’hanno sicuramente migliore.




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Gheddafi giustiziato da professionisti"

di

Hanno freddato il raìs senza farsi vedere ed eliminato i testimoni scomodi. Nascondendosi tra gli insorti. A Misurata tutti in fila per vedere il cadavere. E Mubarak piange davanti alla tv. La famiglia del Colonnello ha 200 miliardi nascosti in costi segreti




La fine di Gheddafi forse è iniziata con una telefonata a Damasco, dal suo apparecchio satellitare, intercettata dalla Nato a Sirte, l’ultima roccaforte. Ed è finita con un’esecuzione sommaria, preceduta da un linciaggio, compresa la sodomizzazione del colonnello. Un oltraggio registrato in pochi secondi di video girato da un telefonino subito dopo la cattura e reso noto ieri sera su YouTube.

Quello che segue è la ricostruzione della fine del colonnello grazie all’incrocio di fonti Nato riservate, testimonianze credibili raccolte dai giornalisti sul posto e l’analisi dei video sugli ultimi minuti di vita di Gheddafi. Mercoledì scorso, i ribelli che circondano la sacca di Sirte, lanciano un bombardamento d’artiglieria senza precedenti per farla finita con gli 800 uomini asserragliati nel Village 2, vicino al mare. Alle 8.30 di giovedì mattina la Nato segnala, grazie alla sorveglianza elettronica dal cielo, che una colonna di un centinaio di mezzi sta per mettersi in marcia. Molti sono armati con mitragliatrici pesanti, antiaeree e lanciarazzi multipli. Un velivolo senza pilota Predator Warrior americano armato con missili Hellfire manda le immagini in diretta.

Secondo il quotidiano Telegraph è stato lanciato ore prima da Sigonella, ma telepilotato da una base vicino a Las Vegas. La colonna parte per sfuggire all’assedio in direzione di Misurata con l’idea di aggirarla. Forse Gheddafi voleva arrivare ad al Qoms dove era stato segnalato che tenevano ancora duro i corpi speciali della Marina. Una coppia di caccia bombardieri Rafale francesi è già in volo e attacca il lungo convoglio sulla strada costiera «finendo il munizionamento». Gheddafi e molti dei suoi trovano riparo nei due famosi tunnel di cemento sotto la strada per salvarsi dalle bombe. La zona pullula di ribelli ed un primo gruppo ingaggia un violentissimo scontro a fuoco. I piloti dei caccia ed il Predator forniscono continue informazioni alla base Nato di Napoli e a Poggio Renatico, che gestisce le operazioni aeree. Parte di queste informazioni vengono girate ai corpi speciali e all’intelligence Nato, al fianco dei ribelli a Sirte.

Gli uomini di Gheddafi vengono uccisi o si arrendono e alla fine due ribelli entrano in uno dei tunnel saltando addosso al colonnello, ferito ma vivo. Salem Bakeer, dichiara al Telegraph: «Aveva la pistola d’oro con sé ed un altro revolver in una sacca». Lo tirano fuori e i telefonini cominciano a girare la scena del linciaggio. Una delle sequenze più oltraggiose è stata resa nota ieri sera su YouTube. Un libico che lo ha catturato lo sodomizza con un bastone, mentre il colonnello, appena stanato dal tunnel, viene sospinto verso la strada dove verrà ucciso. La sequenza dura pochi secondi, ma registra l’abuso sessuale e rende l’idea dell’odio per il Rais. Gheddafi sembra intontito dalla violenza e ai ribelli inferociti biascica: «Cosa vi ho fatto?». Poi tenta di chiedere rispetto come prigioniero e dice: «Sapete cosa è giusto e cosa sbagliato?». Attorno urlano «Allah è grande». E lui trascinato e bastonato sembra replicare «solo Allah mi può giudicare».

Altri testimoni della cattura giurano che offriva oro e denaro per risparmiargli la vita. I filmati sono cinque, per ora, e mostrano il colonnello sanguinante, ma vivo fino a quando lo piazzano sul cofano di un fuoristrada. Qualcuno grida che bisogna ammazzarlo e altri che va tenuto in vita. Nelle ultime immagini di Gheddafi, stordito, si vedono anche dei civili, alcuni armati, che colpiscono il colonnello.
«L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de Il Giornale impegnata nel conflitto.

Prima, alcuni neri della scorta di Gheddafi, catturati vivi, venivano dissetati e si vedevano sdraiati a terra con le mani legate dietro la schiena. Poi altre immagini li mostrano immobili, probabilmente giustiziati con un colpo alla nuca. Testimoni scomodi, come l’ex ministro della Difesa libico ucciso sul posto e Muttasim, il figlio del colonnello, ammazzato con calma dopo avergli fatto fumare l’ultima sigaretta. Alcuni miliziani volevano portare Gheddafi a Misurata e lo urlano nei video registrati dai telefonini. Poi qualcuno del secondo gruppo, con l’ordine di uccidere, dev’essersi avvicinato al colonnello sanguinante, ma vivo, per il colpo di grazia in mezzo alla confusione.




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Addio a Don Mazzi Il sacerdote 'ribelle'

La Nazione

Era malato da tempo

Fu rimosso dalla parrocchia dell'Isolotto dal cardinale Florit nel 1968. I funerali nel suo quartiere, fra la gente che per decenni ha continuato a seguire le sue celebrazioni in piazza


Firenze, 22 ottobre 2011



E' morto a Firenze Don Enzo Mazzi, il sacerdote rimosso dalla sua parrocchia dell'Isolotto dal cardinale Ermenegildo Florit nel 1968. Aveva 84 anni ed era malato da tempo.

La comunità dell'Isolotto ricorderà  Don Mazzi domani mattina alle 10,30 nello stesso popolare quartiere fiorentino dove, dopo la sua rimozione da parroco, per decenni è proseguita la celebrazione eucaristica in una piazza sotto le tettoie che abitualmente ospitano il mercato.

La rottura con la Chiesa avvenne per la solidarietà data da Don Mazzi ai giovani che avevano occupato il duomo di Parma, nell'ottobre del 1968: una protesta contro la costruzione di una chiesa finanziata dalla locale Cassa di risparmio. Il cardinale Ermenegildo Florit chiese al sacerdote di ''ritrattare la lettera o di dimettersi'' da parroco e, per tutta risposta, Mazzi convocò i suoi parrocchiani in assemblea in piazza e, davanti a loro, rispose ''no'' al vescovo.

Per lui scattò la rimozione da parroco e la chiesa fiorentina si spaccò tra coloro che cercavano una soluzione più morbida, che in qualche modo facesse tornare indietro il cardinale Florit e lo stesso Mazzi. Tra i due, però, non ci fu dialogo, nonostante gli inviti rivolti ad entrambi da una parte dei preti fiorentini, tra cui il futuro arcivescovo Silvano Piovanelli, che fu tra i firmatari di una lettera che non ebbe risposta.

L'arcivescovo Florit dopo aver fatto sgomberare la canonica, nominò un nuovo parroco all'Isolotto e don Mazzi dette vita alla Comunità di base che da allora, e fino ad oggi, ha continuato a riunirsi ogni domenica per una celebrazione nei prefabbricati costruiti vicino alla chiesa. Qualche anno più tardi, nel 1974, per Enzo Mazzi arrivò la sospensione a divinis.

Fu proprio Piovanelli a cercare un riavvicinamento
, in particolare durante il Sinodo della Chiesa fiorentina nel 1992, ma senza riuscire a ricondurre l'ex sacerdote all'interno della Chiesa. Mazzi è stato un punto di riferimento di tanti preti del dissenso, e nel corso degli anni la sua Comunità ha preso posizione su tutti le battaglie 'civili' che hanno spesso diviso gli stessi cattolici, dal divorzio all'aborto, dalla guerra al caso di Eluana Englaro. Mazzi, come don Alessandro Santoro, il parroco fiorentino delle Piagge, accolse Beppino Englaro quando nel marzo 2009 venne a Firenze per ricevere la cittadinanza onoraria.

IL CARDINALE PIOVANELLI: "NESSUNO PUO' GIUDICARE"

''Nessuno può giudicare''. Con queste parole, ''ma soprattutto con la preghiera'', l' arcivescovo emerito di Firenze, cardinale Silvano Piovanelli, ha accolto la notizia della morte di Enzo Mazzi. Piovanelli, che nel 1968, poco dopo l'annuncio della rimozione di don Mazzi da parroco dell'Isolotto, fu tra i firmatari di una lettera indirizzata all'arcivescovo Ermenegildo Florit e allo stesso sacerdote per trovare una soluzione non dirompente per la chiesa fiorentina, ricorda poi le parole di Marcello Labor, un ex sacerdote di Trieste, ''per il quale ora è in corso la causa di beatificazione'': ''Diceva Labor - spiega l'arcivescovo emerito - 'quando mi trovo davanti a un peccatore, prego per lui e mi domando quale sia la mia responsabilità del suo peccato''.

DON SANTORO: "AMAVA IL VERO GESU'"

Un amico, un compagno, una persona che ha sempre amato quel Dio 'vero' del Gesù del Vangelo''. Don Alessandro Santoro, parroco alle Piagge, quartiere alla periferia di Firenze, spesso in contrasto con le gerarchie ecclesiali e molto legato a Enzo Mazzi, parla così appena avuta la conferma della morte dell'ex parroco dell'Isolotto.
''E' stato vicino a tutte le vicende civili con grande capacita' di lettura - prosegue don Santoro -. Un amico nel mondo ecclesiale, un acuto interlocutore. Una persona da accompagnare con affetto e tristezza profonda sapendo che aveva ancora tante cose da dire e da fare''.  Don Santoro anche nel pomeriggio di oggi aveva sentito la Comunità dell'Isolotto, dove Mazzi e' morto, dopo una lunga malattia: ''negli ultimi giorni era in coma - spiega - ma io voglio portare rispetto al silenzio che intorno a lui voleva la sua famiglia. Cercherò di essere vicino nei prossimi giorni a tutti''.

IL CORDOGLIO DI MATTEO RENZI

Il sindaco Matteo Renzi esprime "sentite condoglianze ai suoi famigliari e alla sua comunità". "Con Enzo Mazzi se ne va una figura fortemente legata alla città - ricorda Renzi - e in particolare al quartiere dell'Isolotto, dove il suo impegno si è protratto fino agli ultimi giorni''.





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Che vergogna i signori della «zona grigia»

di


L'ultima tentazione della sinistra è cercare di guardare il mondo con gli occhi dei caschi neri. È la ricetta di Nichi Vendola per risolvere le devastazioni dei black bloc. Non è colpa loro. Sono disperati, sono fragili, sono giovani. Sono violenti, ma chi non lo sarebbe al loro posto. La colpa è del Cavaliere e del suo governo, di questa società berlusconizzata. I black bloc tirano estintori e sfasciano vetrine perch´ sono precari. Non hanno un lavoro e se ce l'hanno è a tempo.

La sintesi è: poveri figlioli, bisogna capirli. Se il governo non gli dà subito un posto di lavoro pubblico, dove magari si fatica poco, si guadagna bene, e non ti posso licenziare anche se spacchi la scrivania allora sono guai. Questi qui potrebbero mettersi a sparare, torna la lotta armata, torna il terrorismo. Vendola, preoccupato, sente odore di piombo in giro. Quando andrà lui al potere vedrete che i «caschi neri» verranno tutti perdonati e santificati.

Questo atteggiamento comprensivo è, purtroppo, il primo passo per dare agli apprendisti terroristi una buona scusa per giocare alla rivoluzione. Non sfasciamo tutto perch´ siamo cattivi, ma per la miopia di una società ingiusta. Chi devasta è la vittima, il resto degli italiani sono un branco di egoisti. La filosofia di Vendola non è nuova. È già successo. È quella zona grigia che all'inizio degli anni '70 non ce la faceva proprio a vedere le Br come semplici esaltati sanguinari. Cercava di capirli, di mostrarsi vicini alle loro ragioni e ai primi sequestri rispondevano con una carezza: sono compagni che sbagliano.

Erano due, allora, le risposte della sinistra nei confronti dei terroristi. C'era chi negava che le brigate fossero rosse e le chiamava sedicenti. Era un modo per non fare i conti con la propria cultura e gli errori ideologici e spostare il problema da un'altra parte. Oppure erano contigui, un po' complici e un po' paternalistici. Troppo tardi si è capito che l'irrequietezza dei brigatisti stava producendo una lunga scia di sangue. Fino al delitto Moro e all'uccisione del sindacalista Guido Rossa c'era sempre un sociologo, un intellettuale, un politico, un militante che tirava fuori una scusa per giustificarli, l'America, la Dc, il capitalismo, le multinazionali, i fascisti, mancava solo Babbo Natale.

I black bloc sotto certi aspetti sono perfino più sinceri delle Brigate rosse. Non si nascondono neppure dietro il colore della rivoluzione. Sono neri, vestiti di nero, non si mimetizzano, non cercano neppure di strappare la simpatia della stampa anti-berlusconiana. Si vestono da cattivi e non fanno nulla per nasconderlo. Eppure trovano sempre qualcuno, qualche frustrato della rivoluzione mancata, che non perde tempo a dargli aiuti, intrighi e solidarietà. Tra questi ci sono perfino dei parlamentari.

Quando bisognava votare per l'arresto di Milanese due onorevoli dell'opposizione hanno tentato di far entrare un gruppo di manifestanti a Montecitorio con monetine. Non erano black bloc dichiarati, ma facevano parte di quella zona grigia tendente al nero che tira sampietrini e nasconde la mano. Era solo per fare un po' di casino? Per mettere in scena uno spettacolo di forcaioli e monetine? Può darsi. Il risultato è che si diventa complici della violenza e della piazza demolitrice. Quei due parlamentari giocavano con il fuoco, volevano addirittura portare la violenza in parlamento, dando lo start a un'onda violenta di caterpillar.

Forse sono questi atteggiamenti complici e comprensivi a fare dell'Italia la solita anomalia. Gli indignados sono un fenomeno globale. Sono un aspetto della dialettica tra massa e potere in una stagione di crisi economica che lascia cicatrici sociali e cancella la speranza. Ma solo a Roma si è visto un grado così alto di violenza nichilista. A New York gli indignados contestano a Obama di aver tradito le sue promesse, di sentirsi ai margini della ricchezza e quello che chiedono al governo di Washington è di poter partecipare anche loro al sogno americano. Gli hanno detto «tu puoi» e invece si ritrovano a «non potere».

Gli indignados romani, con l'apice violento dei black bloc, non hanno invece sogni. Sono sommersi dalla rabbia e sperano di distruggere tutto. Perfino i più moderati sono malati di un virus nostalgico e reazionario, vogliono tornare allo Stato assistenziale della prima repubblica. È qui la differenza. È qui l'anomalia. È questo vento di reazione di cui lo stesso Vendola è uno degli ispiratori principali. Ma il precariato non si risolve con un passo indietro. Lo Stato assistenziale ha fatto, da tempo, bancarotta.



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Pedoporno e Stasi, parola ai periti

La Provincia Pavese

Garlasco, la tesi: «Non è utente abituale di immagini hard con bambini. Oggi torna il processo





Alberto Stasi non era un cultore della pedopornografia: è dubbia anche la volontarietà nel conservare sul suo computer questo tipo di materiale». I periti del giudice, Roberto Porta e Daniele Occhetti, ribadiranno in aula il contenuto della loro relazione -acquisita i sede di rinvio a giudizio - favorevole all’imputato. Entra nel vivo domani (ore 9.30), con una nuova udienza in tribunale a Vigevano, l’altro procedimento (di primo grado) a carico del 28enne garlaschese che dall’8 novembre, a Milano, affronterà anche il processo d’appello per l’omicidio di Chiara Poggi.

Per il pedoporno il capo di imputazione è molto ridimensionato, rispetto alla richiesta di rinvio a giudizio. Stasi deve rispondere solo di aver scaricato da Internet ( ma non conservato) cinque frammenti di videopedopornografici, recuperati dai Ris analizzando il suo pc durante le indagini per l’omicidio. Domani verranno sentiti in aula i due carabinieri che il 20 agosto 2007 - una settimana dopo il delitto Poggi – sequestrarono il suo computer. E poi i periti informatici e i consulenti di accusa (Saverio Paolino dei Ris e Antonio Lioy) e difesa (Enrico Cerati e Alessandro Borra).

«Le condotte di Stasi non appaiono tipiche di chi vuol fruire di contenuti pedopornografici» , ribadisce l’ingegner Porta. «Nessuno dei supporti di archiviazione esaminati ha contenuti relativi alla pornografia minorile regolarmente memorizzati, con possibilità diretta di accesso e fruizione da parte di un utente». Dunque si deduce secondo i periti «un’espressa e consapevole volontà di non detenere materiale riconducibile a pornografia minorile». Inoltre, il materiale (sospetto) pedoporno recuperato è esiguo: gli spezzoni di video e 20 immagini.

E poi non è catalogato con cura, come Stasi aveva fatto con migliaia di immagini hard “adulte” trovate nel suo pc. Molto dubbia secondo i periti, nominati a suo tempo dal Gup Stefano Vitelli ,anche la volontarietà nello scaricare materiale pedo. «Ma questa parte del capo di imputazione andrà verificata in udienza, con il contraddittorio delle parti», commenta il dottor Occhetti. C’è incertezza anche sulla stessa natura “pedo” del materiale: «I contenuti dei siti web in esame — dice la perizia — sono prevalentemente di dubbia interpretazione.

Ritraggono soggetti che potrebbero risultare indifferentemente di maggiore o minore età». Ancora: il materiale non era «in stato di regolare memorizzazione», era cancellato «per volontà di Stasi o eventi esterni». Ma qui non c’entrano le aperture irregolari del pc fatte dai carabinieri della territoriale, prima dell’affidamento a periti e consulenti di parte. Resta poi un fatto certo: da aprile 2007, in poi, Alberto non ha più cercato materiale pedoporno in Rete.
Quella di domani è la terza udienza del processo che si tiene davanti a un giudice unico- essendo caduta l’accusa più grave, la condivisione di materale pedopornografico – e a porte aperte al pubblico. Ma come per le altre udienze del pedoporno, probabilmente Alberto non sarà in aula. Davanti al giudice Stefano Scati, ci saranno invece i difensori Angelo Giarda e Giulio Colli.




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In compagnia di Fido: norme e prudenza

La Stampa

GERMANO PALMIERI

Il possesso di uno o più cani è sicuramente appagante in termini di compagnia (soprattutto per bambini e persone sole), utilità (si pensi ai cani guida per ciechi o a quelli in dotazione alle forze dell’ordine), sicurezza: è il caso dei cani da guardia e di quelli da pastore.
C’è però un rovescio della medaglia, rappresentato dai danni e dai fastidi che possono essere provocati dall’animale, soprattutto se oggetto di una gestione imprudente o scriteriata. Per non parlare dei reati riconducibili al possesso di un cane; reati di cui l’animale è incolpevole strumento o vittima innocente: si pensi, rispettivamente, ai disturbi provocati dall’abbaio dovuto alle condizioni estreme in cui l’animale è costretto a vivere, o al suo abbandono da parte di un proprietario becero.
In questo focus esamineremo le conseguenze riconducibili ai danni provocati dall’animale, ed i reati di cui si può rendere responsabile il proprietario o il detentore dell’animale.

Norme e responsabilità

L’art. 2052 del codice civile stabilisce che il proprietario di un animale, o chi se ne serve per il periodo in cui l’ha in uso, è responsabile dei danni causati dall’animale, sia che fosse sotto custodia, sia che fosse smarrito o fuggito.
Questa presunzione di responsabilità può essere superata solo se il proprietario o chi si serve dell'animale prova il caso fortuito, ossia l’intervento di un fattore esterno idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell’animale e l’evento lesivo: esimente non ravvisata dalla Cassazione (sentenza n. 6454 del 19/3/2007) nel morso inferto dal cane a un visitatore che si era recato nell’abitazione del proprietario, avvicinandosi all’animale: è infatti irrilevante dimostrare di aver usato la normale diligenza nella custodia dell’animale (Cass. 6/1/1983, n. 75), o che il danno è stato causato da un impulso imprevedibile dell’animale; così, non è stato considerato un caso fortuito il fatto che un cane si fosse liberato dalla catena alla quale era legato.
Al caso fortuito è assimilabile la colpa del danneggiato, se questi ha tenuto un comportamento tale da costituire la causa dell’evento: come nel caso di chi, introdottosi abusivamente nel fondo altrui, si avvicini eccessivamente al cane impegnato a mangiare e venga aggredito dall’animale (Cass. 23/2/1983, n. 1400), o di chi, introdottosi nel magazzino del proprietario del cane nell’ora di chiusura al pubblico, venga assalito dalla bestia (Trib. Pordenone 10/4/1989).

In Italia muoiono ogni anno, travolti da autoveicoli, circa 20.000 cani, di cui quasi 5.000 fra luglio e agosto, mesi di punta di questa ecatombe: ciò che la dice lunga sul numero di veicoli in circolazione, ma anche sul numero di coloro che sono soliti sbarazzarsi dell’animale per andare in vacanza.
Il primo comma dell’art. 2054 c.c. stabilisce che il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose (quindi anche ad animali) dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Da ciò discende che, se non viene fornita questa prova e il proprietario dell’animale agisce in giudizio per il risarcimento del danno esistenziale patito a causa della perdita dell’animale, questo gli è dovuto (Giudice di pace di Ortona 8/6/2007).
In precedenza (sentenza del 7/3/2002) il Giudice di pace di Venezia non aveva riconosciuto la risarcibilità del danno esistenziale consistente nel turbamento sofferto per aver assistito all’aggressione e al ferimento del proprio cane da parte di un altro cane.


Come ovviare ai danni

Per coprire le spese derivanti dall’obbligo di risarcire i danni prodotti dagli animali di cui si abbia la detenzione si può stipulare una polizza assicurativa, con o senza franchigia: nel primo caso l’assicurazione copre il danno solo per la parte che supera l’importo concordato, restando la residua quota (franchigia) a carico dell’assicurato. Pagando un supplemento di premio la copertura assicurativa può riguardare anche le spese veterinarie conseguenti a malattia o infortunio dell’animale, nonché i danni da questo provocati quando sia stato affidato, per esempio, a un amico, a un domestico o a un dog sitter.

L’art. 3 dell’ordinanza del Ministro della salute 3/3/2009 per la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani, la cui validità scadrà il 23/3/2011 salvo proroga, fa obbligo, ai possessori di cani compresi nel registro tenuto e aggiornato dai servizi veterinari (vi sono indicati gli animali potenzialmente pericolosi, individuati in base alla gravità delle eventuali lesioni provocate a persone, animali o cose), di stipulare una polizza di assicurazione contro la responsabilità civile per danni causati a terzi dal proprio cane, e di applicare sempre sia il guinzaglio che la museruola all’animale quando si trovi in aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico.

L’assicurazione
, che può ovviamente essere stipulata anche per gli eventuali danni provocati da animali assolutamente pacifici, non mette però al riparo dalle conseguenze penali derivanti, per esempio, dalle lesioni provocate a terzi dal proprio cane, conseguenze destinate a ricadere comunque sul proprietario dell’animale o su chi ne abbia la custodia.
Una Compagnia di assicurazione inglese ha stilato la classifica dei cani che fanno più danni: al primo posto l’alano, seguito da chihuahua, mastino, bassetthound, levriero, setter inglese, bulldog, bassotto, boxer e beagle.





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L'ultima avventura nell'inferno bianco

La Stampa

1911: Amundsen precede Scott e conquista il Polo Sud. In una mostra l'impresa che chiuse l'era delle esplorazioni


Il 14 dicembre, dopo 99 giorni e oltre 3.000 chilometri di viaggio, Amundsen e il suo team raggiungono il Polo in uno scenario lunare


FABIO POZZO
Genova

Quando Robert Falcon Scott, il capo della spedizione inglese finanziata dalla Royal Geographical Society, attracca a Melbourne con la nave «Terra Nova», trova ad attenderlo un telegramma: «Vado a Sud. Amundsen». Quattro scarne parole, che aprono la corsa all'ultima grande conquista geografica, quella del Polo Sud. Era il 12 ottobre 1910, quando Scott lesse quelle righe. L'anno successivo, il 14 dicembre 1911, il norvegese Roald Amundsen pianterà la bandiera norvegese sull'estremo punto meridionale dell'asse terrestre. Per primo.

Volete rivivere questa storica gara nel luogo più ostile del mondo? No, non occorre imbarcarsi su una di quelle poche navi rompighiaccio che ospitano crocieristi danarosi e amanti dei viaggi al limite, né tanto meno cercare di trovare posto nelle oltre venti stazioni di ricerca che osservano da vicino l'Inferno bianco, ospitando ogni anno dai mille ai 5 mila scienziati e tecnici. Più semplicemente, è sufficiente lasciarsi guidare dal percorso della mostra «The Race. Alla conquista del Polo Sud», che Genova ospita proprio per celebrare i cent'anni di quell'impresa, tanto grande quanto tragica.

Scott, ufficiale della Royal Navy, aveva già tentato di raggiungere il Polo Sud nel 1902, insieme a Edward Wilson ed Ernest Shackleton, ma l'impresa fallì, secondo il capo spedizione per colpa dei pony cui aveva affidato le slitte. In realtà, erano stati gli errori di preparazione a minare il suo corso: tra bufere, scarse razioni, cecità da neve e scorbuto, i tre riuscirono a raggiungere l'82esimo parallelo, fermandosi a circa 480 km dalla meta.

Amundsen, una laurea in Medicina mancata, si era invece aperto in precedenza la strada tra le acque ghiacciate del Passaggio a Nord-Ovest e aveva scelto di conquistare il Polo Nord. Ma la notizia che gli americani Robert Peary e Fredrick Cook lo avevano preceduto, nel 1909, lo indusse a cambiare rotta. Segretamente. Solo quando la «Fram», la sua nave, che aveva preso il largo da Christiania il 9 agosto 1910, si fermò a Madera, anziché nell'Artico, l'esploratore rivelò il suo vero obiettivo all'equipaggio. «Chi non ci sta, può scendere. Questa è l'ultima fermata prima dell'Antartide».

Scott era salpato il primo giugno 1910 da Cardiff con la «Terra Nova» e non sapeva ancora che la conquista del Polo Sud sarebbe stata una gara e non solo un'impresa. Era intenzionato sì a piantare per primo la bandiera della Regina, ma in realtà era spinto anche dallo spirito di ricercatore scientifico. Il telegramma di Amundsen, che trovò ad aspettarlo a Melbourne, cambiò la posta in gioco.

Entrambi gli esploratori sapevano a che cosa andavano incontro. E si erano preparati al meglio. Il norvegese arriva in Antartide il 14 gennaio 1911 e allestisce il campo base nella Baia delle Balene, cento chilometri più vicino al Polo rispetto a Scott. Ha studiato da vicino gli Inuit, dai quali ha acquisito l'abbigliamento e le conoscenze, e lancia la sfida con cinque uomini, quattro slitte e 52 cani groenlandesi.

Scott si affida ancora ai pony, una decina; oltre che a 24 cani, 16 uomini, 12 slitte e due motoslitte. Ma tanto i cavalli, ancora una volta, quanto i motori si fermeranno per sempre prima della meta, piegati dal freddo e dalla fatica.

La gara, che la mostra di Genova ripercorre passo per passo e giorno dopo giorno, si chiude in favore del norvegese. Amundsen raggiunge il Polo Sud in 57 giorni, il 14 dicembre 1911, precedendo di oltre un mese Scott.

Questi, quando finalmente vi arriva, stremato, vede quattro bandiere norvegesi e una tenda con dentro due messaggi, uno in inglese e uno nella lingua madre del suo rivale, a lui indirizzati. è l'amara sconfitta. «Il peggio, o quasi, è accaduto» scriverà l'esploratore inglese. Non c'è lieto fine, in questa storia. Scott e i suoi non torneranno mai indietro e la loro morte offuscherà la conquista di Amundsen. Che diciassette anni dopo precipiterà in mare con un aereo, durante le ricerche di Umberto Nobile, disperso nell'Artico con il dirigibile Italia. «Vi dico questo - scrive un membro della spedizione di Scott -: se siete avidi di conoscenze e siete capaci esprimere fisicamente questa vostra avidità, esplorate».




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Pompei crolla ancora: cede un muro di «opus incertum» vicino Porta di Nola

Corriere del Mezzogiorno

Dopo un anno dal caso della Scuola dei Gladiatori, gli scavi continuano a sfarinarsi. L'area è stata sequestrata La soprintendenza: ma l'entità del danno è contenuta


NAPOLI - Soltanto pochi giorni fa era stato lanciato l'allarme piogge per Pompei, dopo i crolli avvenuti nel novembre dello scorso anno. Oggi, sabato, un nuovo cedimento negli scavi archeologici tra i più celebri al mondo: a crollare è stato un muro romano realizzato con la tecnica «opus incertum» (schegge di pietra irregolari e sassi mescolati alla malta). Il cedimento è avvenuto nei pressi di Porta di Nola, vicino la cinta muraria della città antica. Una zona non molto battuta dai turisti, ornata dalla testa della dea Minerva degli inizi del III secolo a.C.

IL SEQUESTRO DEI CARABINIERI - I carabinieri di Pompei hanno sequestrato la piccola area a nord degli scavi archeologici dove si è verificato il crollo. La zona, sebbene non molto centrale, era aperta al pubblico. A terra ci sono circa tre metri cubi di macerie. Il cedimento si è verificato a quasi un anno di distanza dal crollo della Schola Armaturarum e non ha provocato danni a persone né ad altre strutture. E' in corso un sopralluogo del direttore degli Scavi, Antonio Varrone. Una nuova emergenza proprio nel momento in cui si attendevano 25 nuove assunzioni e 105 milioni di euro di finanziamento per l'area degli scavi.


CROLLO PER «CAUSE ACCIDENTALI» - Secondo un primo rapporto redatto dai carabinieri, il crollo del muro romano è stato determinato da «cause accidentali» anche se, così come accadde per la Schola Armaturarum, la pioggia caduta abbondantemente nei giorni scorsi potrebbe essere verosimilmente una concausa decisiva. A parere dell'architetto Antonio Irlando, presidente dell'Osservatorio Patrimonio Culturale, «il crollo è, in ogni caso, una perdita importante. Si tratta, infatti, di un tassello dell'unicum rappresentato dagli Scavi di Pompei». Irlando, in più occasioni, aveva denunciato l'assenza totale di manutenzione ordinaria che affligge una delle aree archeologiche più importanti del mondo. La zona interessata dal crollo è una zona periferica della città antica. E, precisamente, si trova nelle immediate vicinanze di un'ampia area, pari a 1/3 della superficie totale, ancora non scavata. «I crolli all'interno degli scavi - conclude Irlando - sono praticamente quotidiani e confermano l'assoluta necessità di intraprendere azioni ordinarie di conservazione, tralasciando la tentazione, che ha provocato spesso molti danni, di limitarsi a interventi parziali e straordinari su monumenti che, al contrario, necessitano di interventi organici e continui».

LA SOPRINTENDENZA: DANNO LIMITATO - La soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei , dall canto suo, comunica che proprio a causa del «maltempo della notte tra il 20 e il 21 ottobre, aveva disposto nella mattinata del 21 sopralluoghi di verifica sull’intera area archeologica, estesa per 66 ettari rilevando il distacco di un piccolo tratto di circa 4 metri per 2 del paramento esterno della parte superiore del muro di cinta nei pressi di Porta Nola». Da qui l'intervento dei carabinieri: «L’accaduto è stato comunicato agli uffici centrali del ministero e al Nucleo Tutela dei Carabinieri e l’area è stata sottoposta successivamente a sequestro da parte della Procura di Torre Annunziata. Appena l’ufficio rientrerà nella disponibilità dell’area saranno attivati i lavori di messa in sicurezza della struttura archeologica per verificare l’entità del danno che ha comunque una portata limitata e contenuta».

LA RABBIA DEGLI ARCHEOLOGI - A un anno dal crollo della Schola Armaturarum «a Pompei di concreto non si è fatto nulla». È la denuncia dell'Associazione Nazionale Archeologi, che commenta con «rammarico e rabbia» la notizia del nuovo crollo. E avverte: «continua a mancare la manutenzione ordinaria,unica possibile cura per salvare Pompei. Temiamo che nei nuovi mesi vedremo crolli sempre più frequenti e gravi».

VILLARI: «STUPORE E DISAPPUNTO» - «Ho appreso con stupore e con disappunto che nella giornata di ieri si è verificato un danneggiamento al rivestimento della parte superiore di un muro all'interno del sito archeologico di Pompei, un accadimento che di per sé non è grave, ma che riguarda un gioiello del nostro patrimonio, dove qualsiasi danno avvenga deve immediatamente metterci in allarme». Questa la dichiarazione del sottosegretario ai beni culturali Riccardo Villari che è arrivato nel sito di Pompei. «Dobbiamo migliorare il sistema di tutela e prevenzione che fino ad ora non è stato ottimale. In particolare voglio approfondire una volta per tutte alcune cose: primo, come è possibile che il Ministero venga informato dell' accaduto solo stamattina su un crollo avvenuto alle 13 di ieri, è un fatto gravissimo».

«SERVONO RINFORZI» - E poi: «Il nuovo crollo a Pompei rende ancora più attuale la necessità di affiancare strutture, uomini e mezzi esterni per rafforzare l'azione della soprintendenza in attesa dei 25 tra archeologi e architetti che arriveranno grazie alla legge di Stabilità». Lo dice in un'intervista a La Stampa.it. E aggiunge: «Io sono il primo a difendere la struttura del ministero ma servono rinforzi», spiega il sottosegretario che stamattina è arrivato sugli scavi per un sopralluogo insieme con il magistrato. Quanto ai soldi, «In teoria le risorse ci sono.- assicura- La soprintendenza di Pompei non è povera. Dobbiamo esser messi nelle condizioni di poter spendere le risorse in cassa presto e bene. La messa in sicurezza del sito è la cosa più urgente e non bisogna chiudersi a riccio in personalismi ma collaborare tutti assieme».

Marco Perillo
22 ottobre 2011