giovedì 20 ottobre 2011

La fine di Gheddafi: ucciso a Sirte L'urlo ai ribelli: «Non sparate»

Corriere della sera

Il cadavere portato nella moschea di Misurata. Incerta la sorte di Mutassim, il figlio-consigliere


MILANO - Muammar Gheddafi è stato ucciso giovedì mattina, nelle stesse ore in cui i nuovi leader della Libia annunciavano la presa di Sirte, città natale del Colonnello e ultimo bastione di resistenza. I dettagli sulla morte, avvenuta proprio vicino a Sirte, sono confusi, ma l'annuncio viene confermato dal primo ministro del Consiglio nazionale di transizione libico, Mahmoud Jibril. Che commenta: «Aspettavamo da tempo questo momento». Secondo la tv araba Al Jazeera, il cadavere di Muammar Gheddafi è stato caricato sul tetto di un veicolo e portato nella moschea di Misurata. Intorno, una vasta folla gridava: «Il sangue dei martiri non è stato versato invano».

GLI ULTIMI MINUTI DEL COLONNELLO- Diverse le versioni sugli ultimi istanti di vita del Colonnello. Gheddafi «è stato ucciso in un attacco da parte dei combattenti», dice a Reuters il ministro dell'Informazione del Cnt, Mahmoud Shammam. Al Jazeera riporta voci non confermate che Gheddafi fosse vivo quando è stato catturato e altre secondo le quali si trovava nascosto in un buco.


L'ultimo nascondiglio del rais

La tv libica e altre emittenti hanno inoltre mostrato le immagini di soldati che accerchiano due grosse tubature sotto un'autostrada dove sarebbe stato trovato Gheddafi. «È stato colpito in testa», testimonia Abdel Majid Mlegta, uno dei responsabili militari del Cnt, «c'è stato un fuoco intenso contro il suo gruppo ed è morto». Majid aveva riferito in precedenza che Gheddafi era stato catturato all'alba ed era stato ferito a entrambe le gambe mentre cercava di fuggire in un convoglio attaccato da caccia della Nato. L'Alleanza, da parte sua, riferisce che un suo aereo ha sparato contro un convoglio vicino a Sirte, ma non ha confermato la notizia che Gheddafi fosse tra i passeggeri.


LE IMMAGINI - A poche ore dalla notizia della morte di Gheddafi, una foto del volto insanguinato del leader è stata diffusa dall'agenzia France Presse, firmata da Philippe Desmazes. In seguito il canale inglese di Al Jazeera ha mandato in onda le immagini del cadavere di Muammar Gheddafi trascinato dai ribelli lungo una strada. Si vede il corpo mezzo nudo del leader libico deposto, a cui viene strappata la maglia. Il volto è rosso di sangue e ha un foro di proiettile su un lato della testa. Accanto al volto di Gheddafi ci sono le gambe di un combattente del Consiglio nazionale transitorio in uniforme.

I FIGLI - Incerte le sorti del figlio di Gheddafi, Mutassim. Secondo un comandante del Cnt sarebbe stato ucciso anche lui a Sirte, mentre cercava di resistere agli uomini che lo avevano catturato. Ma la notizia potrebbe essere smentita da un video in possesso della Reuters, in cui lo si vedrebbe coperto di sangue ma vivo. L'altro figlio Saif, invece, ricercato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l'umanità, è stato visto l'ultima volta nell'area di Bani Walid e si ritiene che si trovi «nel deserto» intorno alla città. Lo riferisce il membro del Cnt Abdel Majid Saif al-Nasr.

GLI ALTRI- Sarebbe confermata invece la notizia che il potente capo dei servizi segreti dell'ex regime Abdallah Senoussi e il capo dei servizi di sicurezza Mansour Daou siano stati arrestati. Al Arabiya aggiunge che a Sirte sono stati fermati anche il ministro dell'Istruzione dell'ex regime Ahmed Ibrahim e uno dei consiglieri di Mutassim.

CAROSELLI E BALLI IN CITTÀ - Scene di giubilo, caroselli di auto, suono ininterrotto di clacson, uomini che ballano in strada con i mitra in pugno. Sono le prime immagini che provengono da Tripoli e da diverse città della Libia, alla notizia della cattura del colonnello. «È una grande vittoria per il popolo libico», ha dichiarato il ministro dell'informazione, Mahmoud Shammam.

IL CONFLITTO - «Sirte è stata liberata. Non ci sono più forze di Gheddafi in città. Stiamo dando la caccia ai suoi miliziani che tentano la fuga» dice il colonnello Yunus Al Abdali ad Al Jazeera. Un altro comandante delle forze del Cnt che ha spiegato che l'attacco finale, iniziato verso le otto del mattino, è durato una novantina di minuti. Nei giorni scorsi le forze del Cnt avevano espugnato anche l'altra roccaforte di Gheddafi, Bani Walid.


Redazione Online
20 ottobre 2011 17:16

Il ragazzo che ha ucciso Gheddafi: "Ecco la pistola d'oro del tiranno"

La Stampa

Mohammad, 20 anni: è stato lui a trovare il raiss nella buca a Sirte: "Ha detto: non sparate"




Il colonnello libico Muammar Gheddafi era nascosto in una buca, a Sirte, e una volta trovato dalle milizie del Cnt (il Consiglio nazionale transitorio) ha detto, semplicemente: «Non sparate». È questo il racconto che un giovane miliziano del Cnt fa alla Bbc della cattura dell’ex leader libico, oggi nella sua città natale, conquistata questa mattina dagli insorti.

Mohammad, 20 anni, racconta il suo faccia a faccia con il Colonnello mentre indossa una maglietta blu e un cappello da baseball dei New York Yankees. Alla Bbc mostra una pistola d’oro che dice appartenesse a Gheddafi. Quindi viene portato via e alzato sulle spalle dai suoi compagni di battaglia, che lo festeggiano al grido di «Allah Akbar», Allah è grande, e sparando in aria.

L'immagine del ragazzo, mentre impugna la pistola d'oro, sta facendo il giro del Web. Portato in trionfo dai ribelli, la gloria potrebbe ora assumere contorni molto più concreti. A lui potrebbe andare infatti la taglia da 20 milioni di dollari che c'era sulla testa di Gheddafi.




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Da Mussolini a Gheddafi, quando il cadavere diventa trofeo

La Stampa

Hitler si salvò dallo scempio




ENRICO CAPORALE (AGB)
Non erano trascorse neppure due ore dall'annuncio dell'uccisione di Muammar Gheddafi che l'immagine del Colonnello libico, forse già morto e interamente ricoperto di sangue, faceva il giro del mondo. Nell'era di Internet e dell'informazione in tempo reale il corpo dei dittatori diventa subito trofeo. Ma la storia racconta tanti casi di sfruttamento di cadaveri a fini propagandistici. Il corpo di Benito Mussolini, ad esempio, venne appeso a testa in giù insieme a quello dell'amante Claretta Petacci in piazzale Loreto, a Milano. Era il 29 aprile 1945. Hitler, invece, riuscì a evitare lo scempio. Prima di inghiottire una capsula di cianuro, infatti, diede disposizione che il cadavere venisse cremato insieme a quello di Eva Braun.

Spostandoci in Russia, Stalin morì di ictus nel 1953. Il suo funerale attirò migliaia di persone e il corpo venne imbalsamato ed esposto al pubblico nella Sala delle Colonne del Cremlino. Ora è sepolto accanto a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.

Il cadavere del genocida cambogiano Pol Pot venne invece mostrato ai giornalisti disteso su un materasso, coperto di fiori con le braccia lungo i fianchi. Ufficialmente Pol Pot morì per arresto cardiaco nel 1998. Ad essere persino riesumato dal cimitero di Bucarest è stato il corpo di Ceausescu. Con lui il Dna entra nella storia dei dittatori. Dopo l'esame che ne confermò l'identità il cadavere venne riposto nel cimitero della capitale romena.

Saddam Hussein, condannato a morte dal tribunale iracheno per crimini contro l'umanità, è stato giustiziato per impiccagione il 30 dicembre 2006. La morte venne ripresa in diretta video. Il giorno successivo l'esecuzione, il suo corpo è stato consegnato al capo tribù cui apparteneva. Lavato ritualmente e avvolto nel sudario, è stato poi deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena e sepolto accanto ai figli uccisi dai soldati americani.

Osama bin Laden, infine, è stato ucciso a maggio nel corso di una missione delle forze speciali Usa vicino a Islamabad, in Pakistan. Il corpo, però, non è mai stato mostrato. Gli americani temevano ritorsioni. Così, dopo una sommaria cerimonia islamica a bordo della portaerei Vinson nel mar di Oman, il cadavere del leader di Al Qaeda è stato tumulato in mare. I test del Dna hanno poi confermato che si trattava dello «sceicco del terrore» al 100%.




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Dalle feste lussuose alla guerra La saga della famiglia Gheddafi

La Stampa


Odio e amore, litigi per il potere. Ma anche privilegi e vizi dorati




Dai vizi dorati in Sardegna alle fughe disperate nei cunicoli. La saga di Gheddafi e della sua famiglia è stata segnata da alti e bassi. Odio e amore, vita agiata e guerra. Otto figli, due matrimoni. Sette eredi maschi, una sola femmina. Una "tribù" che da sempre lotta per ottenere denaro e potere. I figli oggi sono a capo di una vasta rete economica. Si parla di un patrimonio di cento miliardi di euro. Ma molti sono tornati accanto al padre nelle ultime fasi della guerra, combattendo in prima linea. Il primogenito Mohammad Mohammad ha 41 anni ed è il presidente del Comitato Olimpico libico e capo della Libyana, una delle due aziende che gestiscono la telefonia mobile e le telecomunicazioni. Il secondogenito, Saif al-Islam, invece, è il figlio impegnato, l'intellettuale.

Il terzogenito Saadi, il calciatore, viene ricordato da tutti per aver indossato le maglie della Juventus, del Perugia, della Lazio e della Sampdoria. Dormiva nelle suites degli alberghi, tenendo una camera libera pure per il suo canedi. Poi c'è Hannibal, 35 anni, si dice che durante il conflitto si sia rifugiato in Libano, nella terra di sua moglie, ma non ci sono certezze. Viene descritto da tutti come «l'ubriacone» e «grande dissipatore di patrimoni». Lui è scappato, ma altri invece hanno preferito combattere al fianco del padre. Mutassim aveva scelto questa via. Il tenente colonnello dell'esercito e potente guida del Consiglio di sicurezza nazionale, a capo di un gruppo di fedelissimi, non ha mai abbandonato l'ex raiss fino all'altimo. Lui era il soldato della famiglia ed è morto col padre a Sirte. Anche Khamis, che è stato ucciso il 29 agosto scorso durante scontri a fuoco contro gli uomini del Cnt nella zona di al-Tarhuna, a sud di Tripoli, aveva scelto la strada della lotta e delle armi.

Poi c'è Aisha. E' l'unica donna della famiglia. E' soprannominata la «Claudia Schiffer del deserto». E' un avvocato, è stata delegata Onu per la lotta all'Aids, era nel collegio difensivo di Saddam Hussein, e aveva difeso Muntadhar Zaidi il giornalista che aveva tirato una scarpa a Bush. Un ragazza che di certo non ha mai avuto bisogna della protezione dei suoi fratelli. Ma per alcuni non è lei la sola figlia femmina di Gheddafi. Alcuni pensano, infatti, che Hanna, data per morta nel raid aereo Usa su Tripoli del 1986, sia ancora in vita. A sostegno di questa tesi anche le foto e un video trovati nella residenza-bunker del Colonnello. Ci sono persone che sostengono che Hanna lavori come chirurgo in un ospedale della capitale libica, altri invece credono che viva in Europa.

Gheddafi non era solo un padre. Era un uomo politico, un uomo d'affari, un dittatore. Girava con un esercito di amazzoni che lo proteggeva. Ma era anche un uomo normale e come tale aveva fisse e fobie. Organizzava i suoi viaggi nel dettaglio, era fissato con la logistica. Non doveva mai fare più di quindici gradini. Preferiva le tende ai palazzi. E non alloggiava mai in appartamenti situati al di sopra del primo piano. Non amava i voli troppo lunghi e non gradiva le tratte che sorvolavano il mare. Ad accompagnare sempre l'ex raiss c'era un'infermiera di 38 anni. Pare, infatti che "non potesse viaggiare senza di lei perché lei sola conosceva la sua routine". Una routine finita con un urlo disperato a Sirte.



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Gheddafi, 40 anni di potere in Libia

La Stampa


Il colonnello nemico degli Usa da leader di uno "Stato canaglia" al riavvicinamento all'Europa




Muammar Gheddafi è stato preso nella sua città, dov'è nato nel 1942, ed è stato preso in combattimento, nel sangue, come lo stesso colonnello aveva promesso. Aveva detto che non sarebbe scappato, ed era in Libia, nella città del suo cuore. E' stato, per 40 anni, la massima autorità della Libia, il più longevo leader del mondo arabo.

Ultimo figlio di una famiglia di Beduini, Gheddafi è cresciuto con il mito del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e il suo sogno è sempre stato quello di promuovere l’unità araba. Dopo la laurea, nel 1965 andò in Gran Bretagna per seguire un corso al collegio dell’esercito britannico. Rientrò in patria nel 1966 come ufficiale. Salì al potere perché fu la guida ideologica del colpo di stato militare che il 1º settembre 1969 portò alla caduta della monarchia (accusata di essere filo-occidentale) del re Idris I di Libia. Riaprì subito il contenzioso con l'Italia sul passato coloniale confiscando i beni degli italiani e espellendo gli italo-libici.

Fu finanziatore dell'Olp di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele, ed è stato sempre propugnatore di un'unione politica tra i tanti Stati islamici dell'Africa, caldeggiando in particolare, nei primi anni settanta, un'unione politica con la Tunisia.

Negli anni ottanta la sua ideologia anti-israeliana e anti-americana lo portò a sostenere gruppi terroristici, dall'IRA irlandese al Settembre Nero palestinese. Accusato dall'Intelligence statunitense di essere l'organizzatore di attentati in Sicilia, Scozia e Francia, fu responsabile del lancio di due missili SS-1 Scud (caduti in acqua) contro il territorio italiano di Lampedusa, come rappresaglia per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti.

Nemico numero uno degli Stati Uniti d'America fu vittima, il 15 aprile 1986, del blitz militare voluto da Ronald Reagan, disposto nonostante la Libia continuasse a esportare oltre il 40 per cento del proprio petrolio verso gli Usa: un massiccio bombardamento ferì la figlia, ma lo lasciò indenne. Fu l'allora primo ministro italiano Bettino Craxi, che lo informò delle intenzioni americane, a consentirgli la fuga.

Il 21 dicembre del 1988 esplose un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie, dove periscono tutte le 259 persone a bordo oltre a 11 cittadini di Lockerbie. Prima dell'11 settembre 2001, questo è l'attacco terroristico più grave mai avvenuto. L'Onu attribuì alla Libia la responsabilità dell'attentato aereo.internazionale.

Negli Anni Novanta condannò l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait nel 1990 e successivamente sostenne le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Nei primi anni duemila, si riavvicinò agli Usa e alle democrazie europee, con un conseguente allontanamento dall'integralismo islamico. Grazie a questi passi il presidente statunitense George W. Bush decise di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti. Sposato due volte, ha avuto 8 figli: una femmina molto amata, Aisha, e 7 maschi, molti dei quali con un ruolo nel regime e combattenti al suo fianco.



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Il Cnt conferma: "Gheddafi catturato e ucciso"

Quotidiano.net

"Preso a Sirte, morto a causa delle ferite riportate"


Il Colonnello intercettato da elicotteri Nato mentre tentava di fuggire, quindi gli insorti gli sono piombati addosso. Un testimone: "L'hanno preso a schiaffi, poi uno gli ha sparato".  Morto anche il figlio Mutassim, alla macchia Saif al Islam


La notizia della morte di Gheddafi su Al Jazeera


Roma, 20 ottobre 2011  - "Gheddafi è morto". La conferma arriva direttamente dal Consiglio Nazionale Transitorio libico dopo che le emittenti al Arabiya e Al Jazeera avevano annunciato che il Raìs era stato "catturato e ucciso". Il Cnt riferisce che la morte è avvenuta in seguito alle ferite riportate durante la cattura. Il Cnt riferisce che è stato ritrovato morto a Sirte il figlio del Raìs Mutassim, che in un primo momento sembrava essere stato solo catturato  e il ministro della Difesa lealista, Abu Bakr Younis. Arrestati il cugino Ahmed Ibrahim e altri uomini del regime come il portavoce Moussa Ibrahim. Rimane alla macchia nel deserto il figlio Saif al Islam.

La notizia ha scatenato festeggiamenti a Tripoli, dove nelle prossime ore è attesa una dichiarazione del presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil. La Nato non ha ancora confermato la notizia, mentre La Russa ha detto che "Gheddafi è morto al 99%".

Il corpo di Gheddafi viene portato in una località segreta per ragioni di sicurezza. Lo ha detto uno dei responsabili del Cnt, Mohamed Abdel Kafi all'agenzia Reuters. Di contro, un medico dell'ospedale di Misurata ha affermato che il nosocomio sta aspettando il cadavere del Raìs.

LA SCHEDA - La parabola del dittatore libico

LA FINE - L’ex leader libico stava fuggendo su un fuoristrada, attaccato da un velivolo della Nato mentre tentava di raggiungere Misurata. Era rimasto gravemente ferito alle gambe ed è deceduto poco dopo. Un combattente del Cnt ha raccontato che era finito in un fossato: all’arrivo dei miliziani era ancora vivo e li ha implorati di non sparare. All’alba, almeno cinque auto con combattenti lealisti avevano tentato di scappare da Sirte, un convoglio in cui c’era lo stesso Gheddafi: ma le auto sono state circondate e gli uomini uccisi dai rivoluzionari. Le versioni sulla fine di Gheddafi sono comunque ancora varie e contrastanti.

Il portavoce ufficiale del Cnt a Bengasi, Abdel Hafez Ghoga, ha dichiarato che il Colonnello “è stato ucciso per mano dei rivoluzionari”. Inizialmente, le tv avevano parlato solo di "ferite alle gambe". La foto del colonnello apparentemente morto con il viso insanguinato comincia intanto a circolare sui media.


Per ora la Nato dichiara che "ci vorrà tempo per verificare le notizie su Gheddafi", ma migliaia di libici si stanno riversando per le strade delle città e festeggiamenti sono in corso un po' ovunque. 

LA TESTIMONIANZA - "Ho visto catturare Gheddafi. L'ho visto trascinato fuori dal buco in cui si era nascosto. Un gruppo di persone l'ha preso a schiaffi. Poi uno ha estratto una pistola e gli ha sparato". Abdel, un ragazzo di Sirte, ha raccontato così a Sky gli ultimi momenti di Gheddafi, prima di essere ucciso dai ribelli del Cnt.


IL TAM TAM: "L'ABBIAMO PRESO, URLAVA DI NON SPARARE" - Pochi minuti dopo l'annuncio della caduta di Sirte, ultima roccaforte lealista, iniziano a circolare voci sulla cattura del Colonnello. Poi arrivano le conferme della tv libica e del comando del Cnt, quindi anche al Jazeera dà la notizia: il Raìs è stato preso proprio a Sirte. Secondo quanto riportato da Al Arabiya, il Colonnello sarebbe stato intercettato da elicotteri Nato mentre tentava di fuggire da Sirte. Alcuni combattenti del Cnt: "Trovato in una buca, urlava: non sparate". 

LA CADUTA DI SIRTE - In precedenza, il Consiglio Nazionale di Transizione aveva annunciato la caduta di Sirte. Con la presa della città la guerra di liberazione si può considerare conclusa, aveva riferito il Cnt.  In un ospedale di Sirte è stato trovato il cadavere di Abu Bakr Younis, il ministro della Difesa del regime di Gheddafi e nella roccaforte lealista sono stati arrestati anche il ministro dell’Istruzione dell’ex regime Ahmed Ibrahim e uno dei consiglieri di Mutassim Gheddafi, figlio del rais.

Queste le parole del colonnello Yunus Al Abdali, capo delle operazioni militari in città, dopo la conquista “Sirte è stata liberata. Non ci sono più forze di Gheddafi in città. Stiamo dando la caccia ai suoi miliziani che tentano la fuga”.

Il Cnt aveva anticipato di considerare la caduta di Sirte, città natale di Gheddafi, come l’ultimo atto ancora mancante per considerare chiusa la guerra di liberazione libica. Nei giorni scorsi le forze del Cnt aveva espugnato l’altro caposaldo dei Gheddafiani, Bani Walid.

La cattura della città è stata confermata anche da un altro comandante delle forze del Cnt che ha spiegato come l’attacco finale, iniziato verso le otto del mattino, è durato circa una novantina di minuti. Ora si apre la strada alla creazione di un governo definitivo della nuova Libia, governo che potrà definire anche i contratti petroliferi e non con le varie imprese straniere.




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Libia, Gheddafi aveva messo una taglia su una bimba di 7 anni che lo prese in giro

di

Un giovane freelance italiano, Jordi Schifano, ha viaggiato nella "nuova Libia" toccando con mano diversi aspetti, sino ad ora nascosti, della rivoluzione del 17 febbraio, quella che ha cacciato il Colonnello. Tra le testimonianze dei massacri contro i civili, la speranza sul futuro dei libici, la scuola di democrazia e... la musica rap




C'è una bambina, in Libia, sulla cui testa Gheddafi aveva posto una taglia. Si chiama Shorouq Rayan e ha soli sette anni. Vive a Bengasi, cuore della rivoluzione del 17 febbraio. Ma cos'aveva combinato per finire tra i maggiori ricercati del regime del raìs? Semplice, lo aveva attaccato, parlando sul palco di Freedom Square, con una battuta apparentemente innocua: "Maleshi Chafshoufa!", che vuol dire "scusa cappellone!". Ne è seguito un tam-tam impressionante. In molte piazze hanno cominciato a scandire quelle parole in modo ritmato, battendo le mani. E' diventato un vero e proprio slogan anti regime: prendere in giro il "cappellone" Gheddafi, un modo come un altro per far riemergere un po' di libertà dopo 42 anni di dittatura. E per tutta risposta il regime ha fatto scattare la caccia alla pericolosa sovversiva. Di sette anni (guarda il video).

L'incredibile storia è stata scovata da Jordi Schifano, un giovane che per 17 giorni ha visitato la Libia, incontrando la popolazione civile e respirando, con loro, quel desiderio di libertà e normalità per troppi schiacciato dal Colonnello. Schifano ha scritto i resoconti dei suoi viaggi in un blog, ricco di foto e testimonianze sui paesi del Nord Africa che ha visitato: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Alla Libia ha dedicato anche un e-book, "Un Ramadan di libertà", che è possibile acquistare online al prezzo di soli due euro (guarda il video). 

Il racconto che Schifano fa della Libia di oggi, la Libia del post Gheddafi - anche se la guerra non è ancora finita - è uno spaccato molto interessante. Colpiscono le foto segnaletiche dei martiri di Abu Bousleem, a Tripoli. Molte mille persone (1270 per l'esattezza) furono arrestate nel 1996. Di loro si perse ogni traccia. Oggi in una galleria d'arte moderna c'è una sala alle cui pareti, appese una accanto all'altra, ci sono svariate decine di queste foto segnaletiche. Viene lo sgomento solo a guardare tutte queste facce. Ovviamente di loro si è persa ogni traccia. Ma non sono stati dimenticate (guarda il video). 

Un altro aspetto della nuova Libia su cui Schifano si sofferma è la voglia di libertà che, specie tra i più giovani, emerge grazie alla musica. E' soprattutto il rap a scatenare la fantasia dei libici. Che, oltre a scrivere le loro canzoni amano moltissime i pezzi dell'italianissimo Fabri Fibra (guarda il video). 


Tra la musica, l'arte e il teatro il viaggio di Jordi Schifano si sofferma anche sulla democrazia. O meglio, sulla voglia di "insegnare" la democrazia a chi, per ovvie ragioni (42 anni di dittatura) non è ha mai sentito parlare. A spiegare cosa sia e come funzioni la democrazia sono tutti quei libicici che per anni hanno vissuto, studiato e lavorato all'estero. Nel loro cuore hanno sempre portato il loro Paese e oggi che sono riusciti a rientrarvi desiderano farlo crescere in piena libertà e democrazia. Il cammino da fare è ancora molto lungo, ovviamente. Però abbattuto un regime la democrazia può svilupparsi sono se essa viene amata dalla popolazione. E la prima cosa, per poterla amare, è comprenderla (guarda il video)




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Dal colpo di Stato del 1969 alla caduta del regime: ecco la parabola di Gheddafi

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Dal colpo di Stato del 1969 al ruolo di leader del Consiglio del comando della rivoluzione, passando per i rapporti con l'Italia e con gli altri paesi, per le ipotesi di terrorismo e la rinuncia al nucleare, fino alla caduta del regime di Gheddafi 


Ammiratore del leader egiziano Gamal Abdel Nasser, Gheddafi prende l’iniziativa nel 1969. Il 1 settembre di quell’anno i libici apprendono dalla radio che re Idris - da alcuni giorni partito per l’estero - è stato estromesso e che il loro paese ha cessato di essere una monarchia. A guidare il colpo di stato contro il sovrano - nel ruolo di leader del Consiglio del Comando della rivoluzione - è stato il giovanissimo Muammar, un perfetto sconosciuto negli ambienti dell’elite politico-commerciale-affaristica di Tripoli e Bengasi.


I primi atti di governo di Gheddafi sono in linea con i progetti coltivati in segreto negli anni precedenti: nazionalizzazione delle banche estere e delle compagnie petrolifere, nonché la chiusura di tutte le basi militari occidentali. Panarabismo ed accentuazione dell’aderenza ai precetti islamici in tutti i settori - tra cui la proibizione della vendita e del consumo di alcolici - caratterizzano la Libia dei primi anni della rivoluzione gheddafiana.

Uno dei primi provvedimenti della Libia rivoluzionaria - ormai trasformata in uno stato di polizia - è, nel luglio 1970, l’espulsione e la confisca dei beni dei circa 20.000 italiani rimasti nell’ex «Quarta Sponda», nel periodo successivo alla fine dell’occupazione coloniale italiana, le cui tracce sono ancora presenti nell’architettura urbana e rurale di un paese che ospita anche importanti resti d’epoca classica greca e romana.

Sempre sulla scia delle sue idee coltivate prima di giungere al potere, il colonnello di Tripoli diventa paladino di numerosi movimenti di liberazione nazionale ma anche di gruppi terroristici di tutto il mondo, che nella capitale libica trovano sostegno morale e, soprattutto, finanziario. E, parallelamente al distacco dall’alleanza politico-militare con gli occidentali, si realizza l’avvicinamento all’Unione Sovietica ed ai paesi del blocco comunista.
 
Investimenti in Italia dagli anni '70
Sin dai primi anni di governo di Gheddafi, i rapporti con l’Italia sono tanto instabili politicamente quanto stabili - anche se a volte irti di problemi ed incomprensioni - dal punto di vista degli scambi. L’ex potenza coloniale mantiene infatti imperterrita il ruolo di primo partner commerciale di Tripoli, persino dopo l’impetuosa, irresistibile «discesa in campo» della Cina del boom economico.

L’annuncio, nel dicembre del 1976, che una Banca libica - la Libyan Arab Foreign Bank - ha acquisito circa il 13 per cento delle azioni Fiat pagandole il doppio della quotazione di mercato, che allora era di circa 3.000 lire, suscita profonda meraviglia nella penisola. Ma anche preoccupazioni - rivelatesi infondate - per eventuali colpi di testa di un imprevedibile dittatore arabo, ormai entrato a suon di petrodollari nel salotto buono della finanza italiana


Nella primavera del 1977, Gheddafi decide che è arrivato il momento di dare una scossa all’impianto ideologico-statuale della sua rivoluzione varando due iniziative: il cambiamento il nome ufficiale del paese da Libia in «Jamahiriyah» (letteralmente: «Stato delle Masse»); l’esposizione di una sua originale teoria politica nel «Libro Verde», in base al quale il potere reale risiederebbe nei «Comitati popolari», mentre la sua permanenza alla testa del paese avrebbe solo lo scopo di eseguire la volontà delle masse.

Sin dalla morte di Nasser, Gheddafi inoltre si propone come il leader naturale mondo arabo, senza tuttavia - secondo lui - ricevere un’attenzione degna del suo spessore di statista di primo piano. Indispettito, non perde occasione per biasimare presidenti e regnanti arabi, evitando a volte di partecipare alle riunioni della Lega Araba. Le sue presenze a tali consessi si rivelano spesso un’occasione per accusare platealmente gli altri capi di stato arabi di servilismo verso gli occidentali.


Il terrorismo e l'emarginazione internazionale
Presunti coinvolgimenti di Tripoli in attentati terroristici portano, nel 1986, al bombardamento aereo americano di Tripoli: alcune bombe cadono sulla stessa caserma che funge da abitazione di Gheddafi, causando la morte di una sua figlia adottiva.

L’attentato contro un aereo di linea americano Pan Am - precipitato sulla località scozzese di Lockerbie e la cui responsabilità è attribuita ai servizi segreti di Tripoli - ha come conseguenza l’imposizione di sanzioni economiche sulla Libia, il cui isolamento si riflette soprattutto sulle condizioni di vita della popolazione, non certamente degne di un paese grande esportatore di «oro nero». Un altro attentato aumenta l’isolamento internazionale della Libia: quello contro un aereo della compagnia francese UTA nel cielo del Sahara.


La rinuncia al programma nucleare
L’ostracismo internazionale viene superato solo dopo che nel 2003, a sorpresa, il colonnello annuncia la decisione di abbandonare il programma di costruzione di armi di distruzione di massa. Risultato della mossa: riprendono le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, che non considerano più la Libia uno «stato canaglia», e le compagnie petrolifere Usa ritornano in massa nel paese nordafricano.


Partner corteggiato dalle cancellerie occidentali
Anche le porte delle cancellerie occidentali, da Parigi, a Bruxelles, a Roma, si spalancano ora di fronte al rais di Tripoli, con il quale ora tutti i paesi desiderano fare affari d’oro. A conclusione di un lungo negoziato, Italia e Libia il 30 agosto sottoscrivono a Bengasi un Trattato di amicizia, alla presenza di Gheddafi e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che chiude definitivamente la dolorosa pagina del dominio coloniale italiano. Nel giugno 2009 e nell’agosto 2010 il leader libico è protagonista di due visite a Roma che suscitano non poche polemiche, per la plateale deferenza con cui viene ricevuto. Anche con la Francia di Nicolas Sarkozy vengono conclusi numerosi accordi economici e commerciali. 


LA RIVOLUZIONE DEL 17 FEBBRAIO E LA CAMPAGNA NATO
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Nonostante sia sdoganato a livello internazionale, il potere di Gheddafi inizia a vacillare lo scorso febbraio, quando, sull’onda della «primavera araba» che ha portato all’inizio dell’anno al rovesciamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, gli oppositori del colonnello da Bengasi scatenano una rivolta, presto appoggiata dalla Nato (con Francia, Gran Bretagna e Italia in prima fila), che interviene con i suoi jet in difesa dei civili libici, colpiti dalle forze lealiste.

L’ottimismo iniziale che faceva pensare a una rapida caduta del regime svanisce presto. Il rais resiste alla rivolta grazie anche all’impiego di mercenari assoldati da altri Paesi africani. Fino ad oggi, quando viene ferito gravemente e catturato nella sua Sirte. Sirte e Sebha: sono queste due località - la prima quasi al centro dei 1.800 chilometri della costa libica e la seconda in pieno deserto - che hanno segnato il destino di Muammar Gheddafi, il più longevo leader arabo-musulmano.



LA GIOVENTÙ E IL NAZIONALISMO PANARABO - A Sirte Gheddafi è infatti nato in un giorno imprecisato del 1942 (forse tra giugno e settembre, ma non se ne conosce la data di nascita) da una famiglia di poveri beduini, mentre nella seconda - dove trasferì all’età di nove anni - è andato a scuola, ha forgiato il suo carattere ribelle ed ha assorbito le idee provenienti dal vicino Egitto, teatro della rivoluzione di Gamal Abdel Nasser, uno dei massimi esponenti del nazionalismo arabo.

Proprio a Sebha, l’adolescente Gheddafi comincia la sua marcia verso la rivoluzione, organizzando in gruppi di studio i suoi compagni di scuola - tutti insoddisfatti del ruolo di una Libia guidata da re Idris El-Senussi e allineata sulle posizioni degli alleati che l’avevano liberata dall’occupazione coloniale italiana. L’attività politica del giovanissimo Muammar continua nell’Università di Tripoli, dove ottiene un diploma in Storia, prima di essere ammesso all’Accademia militare di Bengasi, in cui non pochi cadetti si mostrano sensibili alle sue idee di nazionalismo panarabo ed anti-occidentale.











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Gheddafi parla al Giornale "I ribelli? Ammazzeremo chi non si arrenderà"

di

Il nostro Biloslavo è entrato nella cittadella fortificata di Bab Al Azizya. Il raìs racconta: "Non farò la fine di Saddam, se l’Occidente mi aggredisce sarà guerra santa". E su Berlusconi: "E' stato uno choc"




Tripoli - La telefonata da Bab al Azizya, la cittadella fortificata al centro di Tripoli dove vive Muammar Gheddafi, arriva in mattinata. «Tieniti pronto, il leader ti aspetta» dicono gli uomini del Colonnello. In realtà passeranno oltre quattro ore prima di intervistare in esclusiva il nemico numero uno della comunità internazionale.

Bab Al Azizya ha diversi muri di fortificazione e ad ogni passaggio unità speciali, che assomigliano ai marines per l'equipaggiamento, ti passano ai raggi X. Poi ti fanno attendere in una palazzina usata come anticamera per gli ospiti servendo tè alla menta. Oltre ai reticolati, le feritoie e i blocchi anticarro spunta ogni tanto qualche postazione messa in piedi di recente con i sacchetti di sabbia.

Ad un certo punto i pretoriani di Gheddafi mi scortano nella cerchia più interna della cittadella fortificata. Ed il mondo cambia. Un vasto prato verde, palme, poche guardie armate ed un'incredibile mucca pezzata, che bruca l'erba, neanche fossimo in Svizzera. L'intervista si fa rigorosamente sotto una grande tenda in mezzo al piccolo parco. Dentro è colorata di verde e spartana, a parte gli enormi condizionatori ed una tv al plasma. Il colonnello in tenuta da beduino color terra arriva al volante di una macchinetta elettrica.

Mi presento con un «Salam aleik» («la pace sia con te») e lui sorride. Ordina subito niente foto e telecamere. Solo i suoi uomini possono scattare qualche immagine. Ci sediamo su delle poltrone un po' impolverate attorno ad un tavolino basso. Fra noi solo un telefono ed un pulsante, forse per far intervenire le guardie che non si fanno vedere.

Gheddafi sembra di buon umore e da vicino appare in forma, anche se con qualche ruga di troppo ed i capelli riccioluti visibilmente tinti. Non solo è alla mano, ma ogni tanto ridacchia alle domande più scabrose. Cerco sempre di incrociare il suo sguardo, ma ad un certo punto inforca gli occhiali da sole a goccia. Nell'intervista con Il Giornale ne spara di tutti i colori.


Le sue truppe marciano su Bengasi, la roccaforte ribelle. Siete pronti a riconquistare la Cirenaica con la forza militare o utilizzando anche il negoziato?
«Dialogo con chi? Il popolo è dalla mia parte. La gente ci chiede di intervenire dicendo “liberateci da queste bande armate”. Negoziare con i terroristi legati ad Osama Bin Laden non è possibile. Loro stessi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e ad uccidere, uccidere ed uccidere. La sua idea della situazione a Bengasi è completamente sbagliata. La popolazione ha paura di questa gente e dobbiamo liberarla».


Scusi, ma il capo del Consiglio nazionale dell'opposizione, Mustafa Abdel Jalil, era il ministro della Giustizia libico fino a poche settimane fa. Non tutti i ribelli sono terroristi...
«La gente di questo Consiglio è come se fosse ostaggio di Al Qaida. Li stanno temporaneamente usando. Il Consiglio è una facciata, non esiste. Alcuni militari che ne fanno parte ci hanno detto che non avevano alternative: o accettavano o li avrebbero sgozzati come faceva Al Zarqawi (il terrorista di Al Qaida ucciso in Irak nda)».


Quanto tempo ci vorrà per riconquistare la Cirenaica in mano ai ribelli?
«Non hanno speranze, per loro è una causa oramai persa. Ci sono solo due possibilità: arrendersi o scappare via. Questi terroristi utilizzano i civili come scudi umani, comprese le donne».


Non teme che un attacco alle grandi città in mano ai ribelli possa finire in un bagno di sangue?
«Dobbiamo combattere il terrorismo. Per questo stiamo avanzando rapidamente prima di evitare massacri».


Però state negoziando con le cabile, le tribù libiche, per evitare il peggio...
«I terroristi non stanno a sentire né le cabile, né il sottoscritto, né lei. L'ordine alle nostre truppe è di circondarli, metterli sotto assedio. Poi spero e prego Allah che accettino la resa senza combattere mettendo in mezzo i civili. Se si arrenderanno non li uccideremo».


Misurata, la terza città del paese, è già assediata. Come andrà a finire?
«I terroristi verranno processati, ma la gente normale, che è stata fuorviata, verrà perdonata. Ci sarà clemenza se abbasseranno le armi».


La comunità internazionale pensava fin dall'inizio che lei fosse spacciato...
«Non sanno cosa accade veramente in Libia (e comincia a ridacchiare). Il popolo è con me. Il resto è propaganda. Posso solo ridere».


La Libia aveva un ottimo rapporto con l'Italia e lei personalmente con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Come giudica la netta presa di distanza e le mosse del governo italiano?
«Sono realmente choccato dall'atteggiamento dei miei amici europei. In questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza, nel loro interesse e la cooperazione economica che avevamo».


Con Berlusconi c'era anche un rapporto personale...
«Sono talmente choccato, mi sento tradito: non so che dire a Berlusconi».


Ma è vero che ci sono contatti con il governo italiano?
«Io non ho più alcun contatto con l'Italia e Berlusconi. C'è, però, la possibilità che il ministero degli Esteri libico e altre autorità siano in contatto con gli italiani».


L'Eni ha grandi contratti e joint venture per lo sfruttamento del petrolio e del gas in Libia.



Cambierà qualcosa?
«Penso ed auspico che il popolo libico riconsidererà i legami economici e finanziari e anche quelli nel campo della sicurezza con l'Occidente».



Significa che volete rescindere i contratti energetici con l'Italia?
«Quando il vostro governo sarà sostituito dall'opposizione ed accadrà lo stesso con il resto del'Europa il popolo libico prenderà, forse, in considerazione nuove relazioni con l'Occidente».



Lei ha lanciato l'allarme: una marea di immigrati invaderanno l'Europa e per prima l'Italia. Il pericolo è reale?
«Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden gli africani si muoveranno in massa verso l'Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos. Per il momento la striscia di Gaza è ancora piccola, ma si rischia che diventi grande. Tutto il Nord Africa potrebbe trasformarsi in una sorta di Gaza. Per Hamas è una buona notizia».



A livello internazionale si sta parlando di imporre alla Libia una zona di non sorvolo e la Francia sembrava pronta a bombardare. Qual è la sua reazione?
«Penso che il signor Sarkozy ha un problema di disordine mentale (ed il Colonnello si batte il dito indice sulla tempia per spiegarsi meglio). Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo».



Pensa che gli americani torneranno a bombardare la Libia come nel 1986?
«Se diventano matti, come Reagan, lo faranno. Noi combatteremo e vinceremo. Una situazione del genere servirà solo ad unire il popolo libico».



Se supererà la crisi è pronto a fare un passo indietro lasciando spazio a suo figlio Seif al Islam e a riforme?
«Lo decideranno i libici attraverso i Comitati popolari ed il Congresso del popolo (una specie di Parlamento nda). Le riforme vanno bene e pure per mio figlio, se la scelta verrà dal popolo l'accetterò».



Il presidente tunisino Ben Ali è fuggito. Quello egiziano lo hanno costretto a ritirarsi a Sharm el Sheik. Non ha paura di finir male? (Gheddafi capisce la domanda e fa una risata)
«Sono ben diverso da loro. La gente sta dalla mia parte e mi da la forza. Non ho paura».



Neppure di venir processato per crimini di guerra?
«Qualsiasi commissione internazionale può venire in Libia a rendersi conto sul terreno cosa è accaduto veramente».



Non teme di finire come Saddam Hussein? (Il traduttore a questa domanda sbianca e ci gira attorno parlando più vagamente del destino dell'Iraq. Il colonnello capisce e ridacchia)
«No, no, la nostra guerra è contro al Qaida, ma se loro (gli occidentali) si comportano con noi come hanno fatto in Iraq, la Libia uscirà dall'alleanza internazionale contro il terrorismo. Ci alleiamo con al Qaida e dichiariamo la guerra santa».


(ha collaborato nella traduzione Sergio Bianchi)
www.faustobiloslavo.eu






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E' reato mettere in dubbio la cultura delle persone

La Stampa

Non si possono insultare le persone mettendone in dubbio il livello culturale. Lo afferma la Cassazione (sentenza 36863/11) che non giustifica certe offese, soprattutto se rivolte, anche in forma «impersonale», a chi è preposto alla tutela del patrimonio culturale.


Il Caso


La Suprema Corte ha confermato la condanna al risarcimento dei danni nei confronti della presidente della fondazione "Il Vittoriale" finita a processo per diffamazione (il reato si è prescritto ma restano in piedi i danni) per avere rilasciato, attraverso l’invio di un fax, a un giornalista di un quotidiano bresciano espressioni ritenute lesive della reputazione del presidente del Centro Nazionale di Studi Dannunziani in quanto ne screditavano la levatura culturale.

La signora si era sfogata affermando che «da Pescara era arrivata una lezione inutile. Il Vittoriale continua la sua fortunata avventura mentre la fondazione pescarese ha cessato di esistere da un pezzo. In realtà, gente incolta avvelenata da malafede intende colpire il Vittoriale e chi lo gestisce». Poco dopo era arrivata la denuncia del presidente del Centro Studi Dannunziani che si era sentito offeso in prima persona. In primo grado era pronunciata la sentenza di condanna per diffamazione della presidente della fondazione "Il Vittoriale" e la conferma del risarcimento danni da parte della corte d’appello di Brescia, nel marzo 2002 che constatava la prescrizione del reato.

Poi la presidente della fondazione "Il Vittoriale" ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che Edoardo T. non poteva considerarsi il destinatario delle sue dichiarazioni perchè "l’impersonale gente incolta" da lei utilizzato era da considerarsi inserito «in una più ampia riflessione» che nel suo pensiero «voleva colpire non i colti (i politici locali e il presidente dell’associazione) ma i politici locali».

La Suprema Corte, però, ha affermato che i giudici del precedente grado di giudizio «hanno correttamente e razionalmente ritenuto che il testo del telefax si riferisse al presidente del Centro di Pescara, unico ente, unitamente alla fondazione "Il Vittoriale" impegnato nello studio dell’opera di D’Annunzio». Quanto al contenuto che screditava la cultura di Edoardo T., la Cassazione ha rilevato che in esso «c’è una indiscutibile e inequivocabile carica diffamatoria». La presidente della fondazione, oltre ai danni, dovrà anche rifondere le spese processuali sostenute dal collega, quantificate in 1.100 euro.




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Privacy, uno studente austriaco sfida Facebook

La Stampa

La denuncia: «Violate le direttive Ue, dati personali conservati anche dopo la cancellazione». Scoperte 22 violazioni. In Irlanda (sede europea) il Garante della privacy avvia un'indagine. Presto sentiti i dirigenti
CARLO DI FOGGIA

Fin da quando è diventato uno strumento conosciuto e utilizzato da migliaia di persone Facebook ha sempre avuto un tasto dolente: la tutela della privacy.

Come spesso succede quando un sospetto inizia ad essere rilanciato dalla rete, capita che qualcuno si prenda la briga di verificarlo. È la paradossale storia di Max Schrems, ventiquattrenne studente di legge all’Università di Vienna che un bel giorno decide, carte alla mano, di richiedere al più grande social network del mondo (800 milioni d’iscritti) di poter visionare i dati personali conservati nel database della compagnia. Il ragionamento è semplice ma efficace: avendo sede a Dublino Facebook è soggetta alle leggi irlandesi in materia di privacy e dunque alle normative comunitarie.

L’articolo 12 della direttiva Ue sulla tutela dei dati personali (94/45 CE) recita infatti: “Gli stati membri devono garantire a qualsiasi persona interessata, il diritto di ottenere dal responsabile del trattamento, la comunicazione in forma intelligibile dei dati che sono oggetto dei trattamenti, nonché di tutte le informazioni disponibili sull’origine dei dati”. In pratica è possibile verificare - previa richiesta formale - tutte le informazioni private in mano ai servizi web. In Irlanda questo diritto è stato recepito fin dal 2003 dal Data Protection Act e riguarda tutti gli utenti di Facebook che non risiedono in Canada o negli Stati Uniti, dove le norme sulla privacy sono meno severe.

Schrems, insieme a due compagni di Università, decide allora di compilare l’apposito form ufficiale di Facebook e, dopo vari tentennamenti, la risposta gli viene recapitata direttamente a casa in formato cd. Spulciando il lunghissimo elenco i tre individuano ben 22 violazioni e decidono di segnalarle alla Data Protection Commissioner, l’equivalente irlandese del Garante della privacy, che il 24 agosto accoglie la richiesta e ha avvia un’indagine conoscitiva. Parte cosi il progetto “Europe Versus Facebook”, un blog dove raccogliere tutte le anomalie accertate nella gestione della privacy ed aiutare gli utenti ad ottenere i propri dati personali grazie ad un indice elaborato dagli stessi creatori.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Scherms il resoconto conteneva infatti una serie di informazioni che invece aveva rimosso. Tag, poke, messaggi, amici, foto, note e indirizzi mail, tutto conservato nel cervellone della compagnia violando apertamente il Dpa che invece prevede la cancellazione definitiva dal server di tutte le informazioni eliminate dall’utente. “Anche se si elimina l’intero account - si legge sul blog - facebook manterrà alcuni di questi dati personali”. Non finisce qua però: si passa dalla possibilità di essere ‘taggati’ in qualche foto pur senza averne dato il consenso, al salvataggio dei cookies che permettono di tracciare i movimenti degli utenti anche dopo aver effettuato il logout (come denunciato qualche giorno fa da un hacker grazie alla semplice presenza su molti siti del tasto “mi piace”. Si può inoltre essere aggiunti ad un gruppo senza volerlo e alcune applicazioni degli ‘amici’ possono accedere ai dati personali senza chiederne l’autorizzazione.

Più in generale però è l’intero sistema di tutela della privacy ad essere messo sotto accusa da Schrems e soci, a partire dalle impostazioni. Facebook infatti utilizza “l’opt-out” cioè attiva automaticamente tutte le impostazioni che garantiscono il più alto livello di condivisione pubblica delle informazioni e spetta all’utente deselezionare tutto ciò che non desidera condividere. “Gli utenti più anziani o inesperti - spiega il ventiquattrenne austriaco - potrebbero anche non essere in grado di farlo”. La normativa europea infatti prevede esattamente l’opposto: attraverso l’opt-in l’utente deve poter scegliere volontariamente e in modo chiaro le impostazioni che preferisce.

La prossima settimana i dirigenti di Facebook potrebbero essere ascoltati in audizione davanti alla Data Protection Commissioner. La posta in gioco è altissima, soprattutto se si tiene conto del valore commerciale delle informazioni personali conservate. Qualunque sia l’esito è probabile che molti dubbi e dicerie possano finalmente essere verificati e aprire un clamoroso precedente legale.




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Lega all'attacco: «Calamità naturale? Roma i soldi li ha ma li usa per i festival»

Corriere della sera


Botta e risposta tra Gasbarra (Pd) e il leghista Reguzzoni alla Camera: «Colpa del governo», «Solo sciacallaggio»


MILANO - Roma non si lamenti e non chieda ulteriori stanziamenti per fare fronte ai danni del maltempo. E, soprattutto, non imputi al governo centrale il problema delle risorse per le manutenzioni. La Lega Nord, per bocca del capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni - mette le mani avanti e cerca di smorzare sul nascere le polemiche sui fondi a disposizione della capitale. Polemiche innescate da un intervento del deputato del Pd, Enrico Gasbarra, ex presidente della Provincia di Roma, che aveva imputato il disastro conseguenza del nubifragio ai tagli agli stanziamenti agli enti locali per le manutenzioni. «Le responsabilità non hanno due anni ma venti anni - ha commentato Reguzzoni -. Sotto l'On. Gasbarra siede chi è stato responsabile dell'amministrazione di Roma in quegli anni. E poi, su 8mila comuni l'ultimo che può lamentarsi sui fondi è Roma».

IL BOTTA E RISPOSTA - «Mi chiedo se è normale che avvenga questo - aveva detto Gasbarra - e non entro nella polemica sull'amministrazione comunale ma entro sulla riflessione che il Parlamento deve fare quando taglia i fondi alle amministrazioni comunali e rovina la vita alle persone fino alla morte con una semplice pioggia». Dura la replica di Reguzzoni. «Questo è un intervento di sciacallaggio». Il capogruppo leghista ha spiegato che la richiesta di calamità naturale da parte del Comune andrà verificata attentamente: «Rispetto a tutti gli altri Comuni Roma gode già di fondi straordinari. È quindi l'ultima amministrazione che può lamentarsi. Quanto alla richiesta di calamità naturale è possibile che comporti altri stanziamenti e non so dire se ci siano i presupposti. Andrà fatta una verifica. Ma di certo Roma i soldi ce li ha: il problema è che li usano per fare i festival di cinema, invece che togliere le foglie dalle condotte. Usino meglio i soldi che hanno».


Redazione Online
20 ottobre 2011 13:24



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Soldi, auto ed elicotteri Niente tagli, siamo politici

Corriere della sera

La Regione Lombardia avrà un super eliporto, la Liguria protesta per le cilindrate delle auto blu limitate a 1.600 cc


La stampa ha preso l'ennesima cantonata. Ci era sembrato di capire che i politici avrebbero pagato sugli stipendi più alti una tassa doppia di quella già applicata a tutti i dipendenti pubblici dall'inizio di quest'anno. Ovvero, il 10% anziché il 5% oltre i 90 mila euro, e il 20% invece del 10% oltre i 150 mila. Ma ci eravamo sbagliati. Almeno a giudicare dalla nota con cui il dirigente del ministero dell'Economia Roberta Lotti, come ha rivelato Italia oggi , ha precisato che ministri e sottosegretari quella tassa non la dovranno pagare per nulla.

Il motivo? Non sono lavoratori dipendenti bensì titolari di «cariche politiche». Perciò, niente sforbiciata. Anzi: a novembre verranno rimborsati a Lorsignori i tagli erroneamente applicati dallo scorso gennaio. Tanto per fargli passare un Natale più sereno di quello che aspetta milioni di italiani.
Siamo alle solite. Nel momento in cui la cinghia è sempre più stretta e di fronte alle richieste di interventi per uscire dalla crisi il presidente del Consiglio allarga le braccia ammettendo «non ci sono soldi, ci inventeremo qualcosa», arrivano dal Palazzo segnali ai confini della realtà.

Surreale è il tema in discussione al «question time» di martedì nel Consiglio regionale della Lombardia: a che cosa serve l'eliporto realizzato per la nuova sede della Regione? Domanda rimasta inevasa ma che inevitabilmente ne suscita una seconda: quale sarà il colore dell'elicottero che si alzerà da quel tetto? Sulle dimensioni potremmo già farci un'idea. La pista con «diametro di 26 metri e portanza di 6,4 tonnellate», come spiega il sito internet regionale può consentire perfino il decollo e l'atterraggio di un mostro tipo Agusta AW 139, elicottero da supervip in grado di ospitare fino a 15 passeggeri.

Ma il colore? Forse il classico blu delle possenti berline di servizio? Aspettando di avere maggiori dettagli sul motivo per cui il nuovo luccicante quartier generale del governatore Roberto Formigoni disponga di un eliporto validato per 40 (quaranta) voli settimanali (uno all'ora per ogni ora di lavoro), secondo quanto ha dichiarato ieri l'assessore ai Trasporti Raffaele Cattaneo, ci sia consentita un'osservazione. Che cosa, meglio di un elicottero, sottolinea la distanza siderale che separa una certa politica dal Paese?

Surreale, per restare in Lombardia, è anche un altro dibattito che si è svolto lo stesso giorno nel Consiglio regionale, dov'è stata respinta una mozione «demagogica» dei dipietristi i quali chiedevano l'abolizione del rimborso spese spettante ai componenti di vertice dell'assemblea che rinunciano all'auto blu: 51.600 euro lordi l'anno, che moltiplicati per cinque anni di mandato fanno 258 mila euro, ossia mezzo miliardo delle vecchie lire. Il tutto rubricato sotto la voce «risparmi», considerando che il costo annuale di un'auto di servizio, autista compreso, ammonta secondo l'assemblea lombarda a qualcosa come 86 mila euro.

Surreale è il ricorso alla Corte costituzionale promosso dalla giunta regionale ligure presieduta da Claudio Burlando contro l'articolo della manovra economica che limita per il futuro la cilindrata delle auto blu a 1.600 cc, seguito dall'invito a Giulio Tremonti «ad occuparsi di cose serie come gli eurobond, la speculazione finanziaria o il difficile equilibrio dell'Europa e della Germania». Come se lo schiaffo assestato ai cittadini che si vedono sfrecciare ogni giorno sotto il naso i cortei di monumentali e voraci Audi, Mercedes o Bmw con il loro prezioso carico protetto dai vetri oscurati, mentre i poliziotti che dovrebbero garantire la loro sicurezza sono costretti a fare il pieno alle volanti di tasca propria, non fosse una cosa seria.

Surreale è la dichiarazione a Radio 24 di Catia Polidori, ex contestatrice di Berlusconi quando militava nel Fli di Gianfranco Fini, nominata sottosegretaria dopo aver votato la prima fiducia il 14 dicembre 2010 e rinominata viceministra dopo aver votato la seconda il 14 ottobre scorso. Eccola: «Garantisco che avere un viceministro che si può chiamare viceminister all'estero fa la differenza». Come se davvero potessimo credere che il motivo reale della sua promozione, una delle quattro seguite all'ultimo salvataggio del governo di Silvio Berlusconi, fosse proprio quello.

Surreale è la replica al Corriere di Annalisa Vessella, consigliere regionale della Campania a 9.665 euro netti al mese, moglie del deputato «Responsabile» Michele Pisacane collocata dal ministro «Responsabile» Francesco Saverio Romano anche sulla poltrona di una società pubblica con relativo stipendio da 140 mila euro l'anno, che ha rivendicato seccata, senza il minimo imbarazzo per il doppio imbarazzante incarico, la laurea «in legge» oltre alle proprie «acclarate competenze». Ci scusi, signora, se ci siamo permessi...

Surreale è la notizia, raccontata da questo giornale, che mentre si dà un'altra spuntatina alle pensioni c'è in Parlamento una pattuglia di onorevoli che alla lauta retribuzione per l'incarico attuale somma anche il vitalizio per essere stato consigliere regionale della Campania: alcuni appena cinquantacinquenni. E uno di loro, Domenico Zinzi, anche presidente della giunta provinciale di Caserta. La cassa è vuota, vuotissima. Ma per cosucce di questo genere i soldi si trovano sempre. Abbiamo davvero l'impressione di vivere su un altro pianeta.




20 ottobre 2011 08:45




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Toscana, il borgo dei supermilionari si ribella: quei profughi di lusso pagati per bighellonare

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Albergo e ristorante pagati e tutto il giorno a bighellonare. Il soggiorno dorato di 13 rifugiati dalla Libia scatena le ire di Bagnone, paese del "6" da record al Superenalotto. Tutti protestano ma sottovoce: "Sennò passiamo da razzisti"




Bagnone ha deciso che no, proprio non vuole fare brutta figura. Come fa il borgo della fortuna, il mini paese dove nel 2009 sono piovuti 148 milioni di euro, ancor oggi la più alta vincita mai realizzata al Superenalotto, a rifiutare solidarietà? Nella ricca Toscana, culla del buonismo, se un povero profugo bussa alla porta, il ricco non può sbattergliela in faccia.

Così, quando nel bellissimo paesino in provincia di Massa Carrara, arrivano tredici rifugiati dalla Libia sbarcati a Lampedusa, parte una vera e propria gara di solidarietà. Si spalancano le porte dell’ostello in piazza. Il comfort e la qualità della sistemazione non fanno una piega. E per la sistemazione se ne vanno 17 dei 46 euro al giorno di rimborso messi a disposizione dallo Stato. Non si può mica far la cresta sugli ultimi del mondo. E allora il Comune decide di assoldare due donne per fare le pulizie nelle camere. Anche per pranzo e cena il sindaco e l’amministrazione ci tengono a far bella figura. Nel borgo dei miracoli la manica larga è un obbligo: e così la prima colazione viene servita direttamente nell’elegante bar in piazza, mentre pranzo e cena al ristorante. «Naturalmente convenzionati» - ci tiene a sottolineare il sindaco, Gianfranco Lazzeroni.

E i paesani? Accoglienza qui è una parola d’ordine a cui non si sfugge. Ma qualche malumore comincia a serpeggiare. C’è chi a mezza bocca butta là il dubbio: ma almeno le camere non potevano pulirsele da soli? Possibile che la vita da rifugiati debba trasformarsi in villeggiatura?

I borbottii incalzano, ma sempre sotto traccia. A dire certe cose ad alta voce da queste parti ti becchi subito il marchio di razzista. Il sindaco però capisce l’antifona e prova una soluzione alternativa, meno sfacciata: una foresteria con cucina di proprietà del Comune. L’esperimento però fallisce dopo meno di un mese. I profughi non vanno d’accordo tra loro, i litigi sono all’ordine del giorno, accendono i riscaldamenti nonostante sia estate. Così vengono riportati nell’ostello. Lì effettivamente è un’altra vita. Non c’è il problema di cucinare, di pulire. Servizio di lusso. «Tutti hanno paura a parlare per non passare per razzisti- dice una signora di Bagnone che implora di mantenerla anonima. - Però non mi sembra giusto. Sono ragazzi giovani e forti. Perché devono passare le giornate al bar a oziare?».

Un’associazione prova a smuovere le acque coinvolgendo i rifugiati nel servizio di accompagnamento per i bambini della scuola materna. Li aiutano a scendere e a salire. Un compito semplice, ma delicato. E a Bagnone nessuno può dire di conoscere la storia di questi profughi. «All’inizio non riuscivo a crederci - mormora una mamma-. Non sappiamo niente di questa gente. Lei lo lascerebbe in mano loro il suo bambino?». Neppure il marito della signora è molto convinto: «Sappiamo solo che sono fuggiti dalla Libia. E se fossero scappati da qualche prigione? Non parlano neppure italiano. Come fanno a comunicare con i bimbi?». Le voci si fanno sempre più insistenti. Le mamme e i papà si lamentano: «Non sarebbe meglio fargli fare lavori di giardinaggio?».

Qualcuno guarda all’amministrazione di Berceto, il cui sindaco Luigi Lucchi ci tiene a sottolineare la differenza: «Da noi - racconta - ne sono arrivati otto. La mattina lavorano. Hanno appena finito di verniciare le panchine e aiutato a sistemare le strade».

A Bagnone, invece, l’altra sera la goccia che fa traboccare il vaso. «Eravamo in piazza io e alcune amiche quando è passato uno di questi ragazzi - racconta una signora che abita in centro. Si è fermato davanti al lampione e si è messo a fare pipì davanti a noi. Evidentemente una provocazione visto che l’ostello era proprio lì, a un metro». Anche nel regno del politicamente corretto la pazienza ha un limite.



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Viva la mamma violenta Adesso Repubblica santifica i devastatori

di

Dalla ragazza madre al giovane di buona famiglia, il quotidiano progressista dà voce ai deliri dei black bloc "della porta accanto"




Intanto cominciamo con il dire che è una ragazza madre. Mamma di una bambina molto piccola, per di più. E dunque se in mano, anziché biberon e pasta Fissan, tiene una spranga, beh, sarà mica colpa sua? Brucia le auto, tira le pietre, spacca la testa dei poliziotti, ma poi alla fine della manifestazione va a cambiare il pannolino. Come non si può stare dalla sua parte? Non ne conosciamo il volto, ma sicuramente dev’essere un volto buono. Roba da aureola. Ce lo garantisce Repubblica , il quotidiano indignados, che da qualche giorno ha fatto partire l’Operazione Simpatia,altresì detta «Adotta un teppista e fallo parlare a briglia sciolta».

Due giorni fa il giornale ha intervistato un black bloc che raccontava come erano state nascoste le armi in piazza, ieri ha intervistato la mammina sfasciacrani: entrambi i colloqui si sono caratterizzati per il ritmo incalzante delle domande. La raffica di interrogativi posti dai colleghi («Quale?», «Loro chi?», «Come si definisce?», fino all’insuperabile «È stato giusto devastare Roma?») hanno messo i criminali alle strette, come nemmeno uno stuoino sgualcito avrebbe saputo fare.

Speriamo che domani non ci tocchi una terza intervista, magari a una manifestante zia (di una nipote piccola), altrimenti l’ultima domanda potrebbe essere: «Le possiamo offrire un tè?». Violenta, ma necessaria: non si scappa dalle grinfie dei giornalisti-verità. D’altra parte, se una mammina passa il sabato a lanciare sassi e bastoni contro la polizia, che cosa le si può obiettare? Nulla, si capisce. Lei è precaria, «furiosa», «non riesce ad arrivare a fine mese », e dunque quando «racconta il suo giorno di guerra» bisogna starla ad ascoltare in devoto silenzio.

Prego. Dica. Ma si figuri. La prima impietosa domanda è: «Lei si definisce una black bloc?». Roba da inchiodarti lì. Poi il tono dei quesiti diventa, se possibile, ancora più aggressivo: «È stato giusto devastare Roma?». Notate bene: l’intervistatore di Repubblica poteva anche chiedere:«Ma c’era il sole o la pioggia? Lei preferisce il Colosseo o il Pantheon?». Invece no: spietato fino in fondo ha voluto sentire il parere della black bloc intorno al tema «è giusto oppure no devastare Roma, opinioni a confronto».

E quando mamma violenza dice che «bruciare le vetrine ha un senso » e «incendiare i Suv pure», la replica stringente qual è? Una domanda che metterebbe in difficoltà chiunque: «Cosa ha fatto durante la manifestazione?». Ma come «cosa ha fatto durante la manifestazione»? O razza d’un tappetino col microfono in mano. Te l’ha appena detto:«Sfasciava vetrine » e «incendiava Suv». Magari sarebbe il caso di far notare alla mammina che le suddette pratiche non sono proprio da giardino d’infanzia.E invece,nulla:l’intervistatore non fa altro che prendere atto delle dichiarazioni. E chiosa: «Con la polizia c’è stata una battaglia durissima».

Accidenti, che obiezione forte. Che osservazione ficcante. La ragazza è perfino in difficoltà a replicare: «Tutta la mia violenza era rivolta alla polizia ». E poi: «Loro rappresentano lo Stato. E io sono anarchica». Fine dell’articolo, tanti saluti e arrivederci. Lunedì con l’intervista al black bloc «figlio della buona borghesia », Repubblica non era stata meno impertinente. Quello parlava di campi di addestramento in Grecia, di organizzazione a falangi, si definiva«uno in guerra».

E gli intervistatori (nell’occasione due, per non dargli proprio scampo) lo mettevano alle strette con una serie di domande stringenti. Queste le prime quattro: «Vi preparate?»,«Quale master?», «Quale organizzazione avevate? », «Quale?». Tutto qua, ebbene sì. E il resto è anche peggio. Nemmeno un’obiezione,nemmeno una presa di distanza. Più che un’intervista, roba da trottolino amoroso dududadada. Che ci volete fare? Evidentemente, da quando il ricco finanziere che odia la ricca finanza s’è schierato al fianco degli indignados, a Repubblica hanno pensato di dedicarsi anima e corpo alla nuova Opa, Operazione proteggi gli anarco- insurrezionalisti.

E quindi sono passati rapidamente dal mestiere dei giornalisti a quello dei fiancheggiatori. Pensate un po’ la nemesi: proprio loro, che sulle domande hanno costruito una fortuna, proprio loro che si vantano di porre quesiti scomodi a tutti, proprio loro che quando c’è di mezzo Berlusconi levano interrogativi come se fossero mazze da baseball, ebbene proprio loro, di fronte ai criminali che hanno devastato Roma, si scoprono mansueti come agnellini. Più che fare i cronisti, fanno i portavoce. Più che realizzare interviste, stendono tappeti, naturalmente rossi. Più che denunciare i violenti, ne sembrano ammaliati. Come fossero i militanti di una nuova Lotta continua. O meglio, visto la facilità d’infatuazione, Cotta continua.



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Caccia al nuovo teppista simbolo Il piromane che brucia i blindati

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Continua la caccia ai black bloc: ecco il teppista che getta benzina sui blindati. Spegneva l'incendio come "Er Pelliccia"? Un lettore offre una taglia sul vandalo che ha distrutto la Madonnina. Mandateci le vistre fotografie qui. GUARDA Le immagini inviate dai lettori. Intanto la Fiom strappa l’accordo e domani torna in piazza a Roma




Il portellone è spalancato. Dentro le fiamme sono già alte. Il blindato brucia, sulla fiancata la scritta Carabineri, bianca, è ancora integra ma è soltanto questione di secondi. A ravvivare il falò ci pensa un giovane che è a due passi dal mezzo in panne. Il vandalo sta spruzzando il contenuto di una bottiglia, forse liquido infiammabile, all’interno della camionetta. Una colonna di fumo si alza verso il cielo. Un carabiniere, ferito, si è appena messo in salvo, lasciando quella trappola di fuoco. L’assalto è riuscito, il furgoncino è perduto, intorno si sentono urla e ululati di gioia, misti a battimani, come a teatro; qualcuno alza le due dita, protette dal guanto nero, nel classico gesto di vittoria.

Il blindato è ormai avvolto dalle fiamme. Sul portellone posteriore si leggono ancora le scritte tracciate dai rivoltosi: «Acab», acronimo per «All cops are bastard», ovvero tutti i poliziotti sono bastardi e «Carlo vive». Dove Carlo, naturalmente è Carlo Giuliani, morto a Genova dieci anni fa mentre lanciava sciaguratamente un estintore contro un militare e beatificato in morte. Sulla fiancata campeggia la «A» cerchiata, classica firma degli anarchici. Il blindato adesso non c’è più, è un relitto spettrale, ma per fortuna il carabiniere che grondava sangue è già lontano. Il teppista della bottiglia, invece, dev’essere ancora nei paraggi a godersi l’opera.

Colpisce, nella foto, la tranquillità con cui lavora: il volto è scoperto, perfino tranquillo, anche se in quei secondi sta accadendo di tutto. Il barbaro non si preoccupa di quello che lo circonda e dei curiosi che lo guardano; ha altro da fare e lo fa con sicurezza, ben piantato a gambe divaricate sull’asfalto ingombro di detriti. Ecco, le gambe aperte ricordano quelle di Giuseppe Memeo nella foto simbolo degli anni di piombo scattata a Milano, in via De Amicis, il 14 maggio 1977, il giorno in cui muore l’agente Antonino Custra. Ma Memeo impugna una pistola e ha il volto protetto da un passamontagna, questo signore agita la bottiglia come fosse champagne. I tempi cambiano, gli antagonisti o chi per loro sono sempre più sfrontati.

La foto che pubblichiamo oggi entra nella stessa affollata galleria di teppisti in cui spiccano figuri come lo spiritato «Er Pelliccia», al secolo Fabrizio Filippi, il ragazzo dell’estintore, riconosciuto dai genitori per un tatuaggio e arrestato l’altro ieri, e l’ancora sconosciuto saccheggiatore che ha fatto a pezzi la statua della Madonna di Lourdes, portata fuori dalla chiesa dei santi Pietro e Marcellino, sfasciata sull’asfalto di via Labicana e presa a calci senza pietà. Una profanazione che non si era mai vista dal ’68 in poi.

Sabato a Roma è successo di tutto e solo un miracolo ha evitato il morto. Decine di facinorosi hanno bruciato, hanno distrutto, hanno sfregiato la città. E l’hanno fatto sotto gli occhi di tutti, davanti alle telecamere e alle macchine digitali che hanno ripreso momento per momento quell’esplosione di follia.

Il Giornale non rimane indifferente davanti a questo scempio e ha deciso di pubblicare alcune istantanee della battaglia. Non per documentare le distruzioni, che pure sono avvenute in pieno centro, ma per dare un nome a chi ha seminato il terrore. Come richiesto dagli stessi manifestanti, dall’opinione pubblica e dai lettori del Giornale che chiedono giustizia. Uno di loro, in particolare, offre attraverso il Giornale una ricompensa di 500 euro a chi riconoscerà il vandalo che ha distrutto la statua della Vergine di Lourdes in via Labicana.

Intanto, dopo giorni di polemiche, riprendono le manifestazioni. Domani sui temi dal lavoro tocca alla Fiom che però si accontenterà di un sit-in e si concentrerà in piazza del Popolo. Sarà insomma, per usare il linguaggio della burocrazia, un appuntamento statico, senza il tradizionale corteo che il questore di Roma ha vietato nel modo più assoluto. Una via di mezzo per provare a tornare alla normalità.



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Vendesi casa Hitler in Patagonia": asta sul web

Quotidiano.net

Sono già in 2.284 a volere la presunta ultima dimora del capo nazista


Gli scrittori inglesi Williams e Dunstan sostengono che il dittatore non morì nel bunker di Berlino, ma riuscì a scappare in Argentina con Eva Braun, dalla quale ebbe due figli e morì nel 1962 a 75 anni

Carrara - Bottiglie di Hitler e Mussolini in vendita a Marina di Carrara
Carrara - Bottiglie di Hitler e Mussolini in vendita a Marina di Carrara


Buenos Aires, 19 ottobre 2011  Adolf Hitler si è davvero suicidato quel 30 aprile 1945 nel bunker di Berlino?      Il suo corpo è diventato cenere nel 1970 e quel poco che resta del suo cranio negli archivi storici di Mosca non può essere comparato con nessun Dna. E' logico perciò che il mistero attorno al Fhurer si sia trasformato in un'altra verità: Hitler è fuggito in Argentina in gran segreto. Gli ultimi due scrittori che hanno sposato in pieno la prima teoria sostenuta dal giornalista argentino che l'ha pubblicata nel suo libro "Hitler in Argentina" tradotto anche in tedesco, sono due giornalisti inglesi: Gerrard Williams e Simon Dunstan.

Anche loro sostengono di avere fatto moltissime ricerche e aver trovato altrettanti riscontri al sospetto che il Fhurer non sia morto in Germania, bensì si sia rifugiato in Patagonia con Eva Braun, abbia avuto qui due figli con la neomoglie e infine sempre qui sia morto nel 1962.

La casa di Hitler era già stata individuata anche dal giornalista argentino. E' una casa a due piani con tre stanze al primo piano comunicanti con due bagni. Un'insolita architettura che ne ricalca perfettamente un'altra: quella che Hitler usava per le sue vacanze in Baviera. La teoria del nuovo libro (ormai il terzo: ne è stato pubblicato anche uno dello storico paraguayano Mariano Liano dal titolo "Hitler, i nazisti in Partagonia") ricostruisce gli ultimi giorni prima della caduta del Terzo Reich nella capitale tedesca. Hitler, sapendo di essere stato tradito dai suoi gerarchi (uno di questi era il marito della sorella di Eva Braun) e ormai col fiato dei russi addosso, avrebbe preso accordo con i servizi segreti americani per lasciare il bunker prima del loro arrivo.

Sarebbero stati tre sommergibili, con sette persone a bordo, tra cui la moglie Eva sposata in gran fretta il 29 aprile, a raggiungere prima la Spagna e poi la città di Cordoba, la città più antica dell'Argentina, a 800 chilometri da Buenos Aires.

 Hitler sarebbe giunto in Argentina nel '46, quando il generale Juan Peròn era al potere e, come noto, aveva già offerto ampia collaborazione per dare ospitalità e rifugio segreto ai nazisti fuggiti dalla Germania conquistata dall'Armata russa. La prima casa di Hitler infatti sarebbe stata in un villaggio (La Falda), occupata da agenti del Terzo Reich.

In seguito Hitler si sarebbe spostato nella provincia di Rio Negro con i famosi sommergibili che una volta giunti nella caletta sarebbero stati prontamente affondati per non lasciarne alcuna traccia.

Nella provincia del Rio Negro c'è la famosa località di Bariloche, oggi chiamata la "piccola Svizzera". A ridosso delle Ande cilene, abitata dai mapuche (gli indios patagonici) e dagli europei (austriaci, tedesci, ebrei e bellunesi che qui vennero prima della guerra) con case in stile bavarese, immersa nei laghi e circondata dalle montagne, oggi vive di turismo soprattutto invernale.

Bisogna immaginarla nel dopoguerra europeo: un luogo isolato e difficilmente raggiungibile (senza aeroporto), incontaminata e silenziosa, protetta dagli stessi abitanti muti come pesci visto che di Priebke, anni e anni dopo, ebbero a dire che mai si sarebbero sognati di denunciarlo perchè aveva la salumeria più buona di tutta la provincia. In un lembo di terra dove convivevano ebrei e tedeschi in pace, nazisti e indios, che ci avrebbe fatto Hitler?

Secondo gli scrittori inglesi, assolutamente niente. Insomma si sarebbe goduto il panorama, la moglie e i figli fino alla morte sopraggiunta nel 1962 (a 75 anni).

Del mito di Hitler in Argentina, Conrad Meier, un ricercatore di storia locale di Bariloche, se ne fa un baffo. Anzi, smentisce tutto. L'ipotesi che Hitler visse a Villa La Angostura (località a 82 chilometri da Bariloche) è solo una grande seduzione, dice. Anzi, la definisce una fantasia: "Non esiste nessun documento, nè un testimone diretto della sua presenza qua". Meier è nato e cresciuto in quella località, e della casa attribuita a Hitler (la Inalco) sa praticamente tutto perchè ci andava a prendere il latte da un fattore negli anni '50 e mai vide strani movimenti o persone nascoste. Oltretutto, sostiene il ricercatore, a quel tempo nella cittadina vivevano 500 persone. Ben difficile non conoscerne due, o almeno una: anche se si fosse tagliato i baffi, Hitler non sarebbe stato uno sconosciuto neppure al Sud del mondo.

Fatto sta che la Estancia Idalco della fredda Patagonia, affacciata sul lago Nahuel Huapì, a 800 metri sul livello el mare, 452 ettari di tereno attorno, è in vendita su un sito immobiliare patagonico. Sotto l'annuncio è ben specificato: Hitler ha vissuto in questa estancia? Oltre al turismo che ci va a curiosare, i libri pubblicati e la fama arrivata in tutto il mondo, già 2.284 persone hanno lasciato traccia nel sito della vendita. Il prezzo? Zero dollari. C'è spazio per deciderlo sui due piedi.


di Bruna Bianchi




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Casta vergogna: rimborsati i tagli ai ministri

Quotidiano.net


Così, con un cavillo scandaloso, anche i sottosegretari non perderanno un euro d'indennità


Già nello stipendio di novembre, lo Stato restituirà a titolari e sottotolari di dicastero le somme trattenute dlal'ultima manovra. Lo ha scoperto Italia Oggi che pubblica una nota riservata del Ministero del'Economia

Roma, 19 ottobre 2011 - Non c'è niente da fare. Questa Casta è senza vergogna e deve essere spazzata via con tutit i suoi privliegi. L'ultima scoperta l'ha fatta stamane Italia Oggi. Con un minuzioso quanto dettagliato articolo, a firma di Antonio G. Paladino ("La Casta esentata dai tagli"),  è venuts a galla la nota riservata del Tesoro che scopre l'ennesimo altarino. Assolutamente legale, ma altrettanto indecente.

Scrive Paladino: "Contrordine ministri e sottosegretari, non agitatevi. Meno vi muovete e meno si nota che era tutta una finta. La riduzione del vostro stipendio, annunciata in pompa magna nell'imminenza della «manovra bis» era solo un eufemismo, un modo di dire. Stupisco che ci siate cascati. Insomma era solo uno scherzo o, se volete, un gioco di destrezza per tenere buoni i cittadini normali, quelli che Palazzo Chigi lo vedono solo sugli schermi tv quando la sera si abbioccano davanti ai Tg. Solo per loro erano (e sono) i tagli.

 Infatti ministri e sottosegretari, poiché ricoprono cariche politiche e non sono titolari di un rapporto di lavoro dipendente, non posso essere destinatari dei tagli al trattamento economico complessivo disposti dall'articolo 9, comma 2 della manovra correttiva del 2010. A questi, pertanto, sulla mensilità in pagamento il prossimo novembre, sarà rimborsato quanto trattenuto in applicazione della predetta norma.

... Il legislatore ha previsto che, a decorrere dall'1.1.2011 e sino al 31.12.2013, i trattamenti economici complessivi dei dipendenti, anche di qualifica dirigenziale delle amministrazioni pubbliche, superiori a 90.000 euro lordi annui, sono ridotti del 5 per cento per la parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro, nonché del 10 per cento per la parte eccedente 150.000 euro...  Sulla scorta delle indicazioni fornite dall'Ispettorato generale per gli ordinamenti del personale e l'analisi dei costi del lavoro pubblico (IGOP) della stessa Ragioneria generale dello Stato, dall'applicazione della norma in oggetto devono essere esclusi i Ministri e i Sottosegretari. Ciò in quanto "tale personale ricopre una carica politica e non è titolare di un rapporto di lavoro dipendente".
Redazione




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