martedì 18 ottobre 2011

Pannella attacca la Bindi "Ha parlato di stronzi? Si stava presentando"

di

Il leader dei Radicali replica alle accuse del Pd: "Noi non facciamo il resto di nessuno, lei è la Presidente degli stronzi". Sulle contestazioni degli indignati: "Erano sinceri, cosa dovrei fargli?"




Dopo essersi preso dello "stronzo" da Rosy Bindi perché alcuni Radicali erano in Aula durante il voto di fiducia al governo, dopo le uova e gli sputi che lo hanno costretto a lasciare il corteo di sabato a Roma, Marco Pannella torna alla carica e spara a zero contro il Pd.

Venerdì il centro sinistra non si è presentato alla Camera e si è dato appuntamento sull'Aventino per protestare contro il governo. Pannella non è andato "perché col cazzo che ci hanno invitato e perché andare con degli stronzi impotenti non mi andava, io non vado a fare stronzate con gli stronzi. E noi non facciamo il resto di nessuno!".

Ai microfoni di Un giorno da Pecora, Pannella attacca il presidente del Partito democratico: "La Bindi è stata male interpretata. Quando ha detto stronzi, stronzi, stronzi si stava presentando, essendo lei la Presidente degli stronzi. È come quando io arrivo, mi presento e dico piacere Pannella".  ha attaccato il radicale.

Sembrerebbe quindi che nella strategia del centrosinistra i Radicali non siano inclusi. Ne è convinto lo stesso Pannella che sottolinea: "Bersani, Vendola e Di Pietro hanno stabilito che devono avere una politica sostanzialmente con Casini. Loro hanno detto: con tutti, tranne che con i Radicali".

Di certo neanche la base della sinistra sarebbe felice di averlo come alleato, visto il trattamento a lui riservato durante la manifestazione degli indignati a Roma. Eppure Pannella sembra giustificarli: "Quella gente era sincera ed onesta con se stessa e solo per questo cosa dovrei fargli, dargli il reato d'opinione?".



Powered by ScribeFire.

Vedova Gucci rinuncia a semilibertà: «Non ho mai lavorato in vita mia»

Corriere della sera

La scelta di Patrizia Reggiani: «Preferisco restare in carcere a curare le mie piante»


MILANO - Da vera signora, non ha «mai lavorato» in vita sua, e non intende certo cominciare adesso. Neanche per uscire di prigione. Avere un lavoro le permetterebbe di ottenere la semilibertà, ma a lei non interessa: preferisce restare in carcere, a curare le sue piante. E' questa la scelta di Patrizia Reggiani, la «vedova Gucci». È a San Vittore dal gennaio del 1997, con l'accusa di essere stata la mandante dell'omicidio dell'ex marito Maurizio, avvenuto nel marzo del 1995. Condannata a 26 anni, ha già scontato da tempo la metà della pena (tenendo conto dello sconto dell'indulto e della liberazione anticipata), termine che dà la possibilità di richiedere l'accesso alla semilibertà. La donna però non ha mai voluto presentare istanza per chiedere il beneficio che permette di passare parte della giornata fuori dal carcere a lavorare per poi rientrare la notte nel penitenziario.

IL FURETTO E LE PIANTE - Nel corso dei colloqui con i magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Reggiani ha fatto presente di non aver «mai lavorato» e dunque di preferire passare il tempo in carcere, dove ha raggiunto un suo equilibrio e può dedicarsi alla curare le sue piante. A San Vittore, Patrizia Reggiani ha anche un animaletto a farle compagnia, un furetto. Come ha spiegato il suo legale, l'avvocato Danilo Buongiorno, la sua assistita «ormai da tempo usufruisce dei permessi premio» per andare a trovare la madre, quasi tutte le settimane.


Redazione online
18 ottobre 2011 17:31



Powered by ScribeFire.

Il Museo Egizio di Torino mette in Rete le mummie

La Stampa

Online tutta la collezione, compresi i magazzini. E intanto festeggia il suo 180° anno eguagliando il record storico di visitatori




MAURIZIO ASSALTO
TORINO

E così anche le mummie vanno online. Con tutti gli oggetti da cui erano circondate quando ancora non erano tali, con le statue colossali che contrassegnavano il loro panorama quotidiano, le steli, i papiri, i vasi, gli abiti, i gioielli, il mobilio, i giocattoli, e ovviamente con il loro corredo funerario. C’è tutto ma proprio tutto nel database del Museo Egizio di Torino che viene presentato questa mattina (ore 11,30 presso la Biblioteca Nazionale, con il presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie Alain Elkann e la direttrice Eleni Vassilika): i 6500 reperti esposti nel secentesco palazzo di Guarino Guarini, sede dal 1831 di una delle più importanti collezioni egittologiche al mondo, oltre ai 4400 conservati nei magazzini già conferiti dal ministero dei Beni Culturali dopo che il museo, sette anni fa, è diventato una Fondazione che unisce nella gestione pubblico e privato. Presto toccherà ai 1200 pezzi del lapidario, e poi agli altri 19 mila ancora da inventariare nei depositi.

Si realizza in questo modo uno dei punti qualificanti del programma della direttrice Eleni Vassilika, che fin dal suo insediamento, nel 2005, ha puntato sulla piena accessibilità, fisica e intellettuale, alle collezioni. Entro il 2015 il volto dell’antico museo sarà radicalmente trasformato e alla fine la superficie espositiva risulterà quasi raddoppiata, con l’acquisizione (dal luglio dell’anno prossimo) dei locali ora occupati dalla Galleria Sabauda. Mentre i lavori avanzano, l’Egizio festeggia il suo 180° compleanno avviandosi a confermare il record storico di 576 mila visitatori registrato l’anno scorso, in coincidenza con l’ostensione della Sindone, nonostante la minore capacità di accoglienza dovuta ai lavori in corso («Ma abbiamo sempre tenuto tutto esposto», sottolinea la direttrice). Intanto, però, mette a disposizione di tutti, in forma virtuale, il proprio straordinario patrimonio. Per ora soltanto in italiano, ma presto si rimedierà.

Si accede al database dal sito del museo (www.museoegizio.it), cliccando sul link «Le collezioni» e quindi ancora su «Collezione». Comparirà un schermata che consente le ricerche generiche, oppure per categoria (da «abbigliamento e ornamenti» a «ushabti» - piccole statue funerarie -, passando attraverso una trentina di voci), per materiale (legno, granito, tessuto ecc.), per provenienza (da «Abido» a «Valle delle Regine», 199 voci) e perfino per numero di inventario e collocazione museale. «In questo modo», spiega la Vassilika, «se un visitatore vuole sapere di più di un oggetto che ha visto nella Sala 3, ma di cui non si ricorda bene, potrà ritrovarlo ugualmente». Un esempio pratico: nella ricerca generica scriviamo «Nefertari» (la «bella tra le belle», grande sposa reale di Ramesse II).
Avremo una lista 65 oggetti attinenti (amuleti, cassette, statue ecc.). Se clicchiamo su uno di questi, per esempio «Statuetta di Ahmose Nefertari», otterremo una scheda con le dimensioni, la datazione (Nuovo Regno, XVIII-XX dinastia), il materiale (legno policromo), la provenienza (Deir el-Medina), la categoria e la collocazione, oltre ovviamente alle foto. Segue una breve descrizione e una bibliografia, con tutti i libri presenti nella biblioteca dell’Egizio, e quelli delle altre principali raccolte specializzate, in cui l’oggetto in questione viene trattato. Insomma, davvero, i segreti dell’Egizio non sono mai stati così accessibili.

«Ci siano messi nei panni di un ragazzo delle scuole medie», commenta la direttrice, «per questo non ci siamo dilungati troppo nelle descrizioni, lasciando a chi volesse la possibilità di approfondire. Abbiamo voluto offrire una ricerca friendly». Il software utilizzato - Museum Plus, messo a punto da una società svizzera - consente di gestire un gran numero di informazioni, comprese quelle che non sono state messe in rete, come il valore assicurativo dei singoli pezzi. Piuttosto contenuti i costi, circa 50 mila euro, grazie anche alla collaborazione di tutti quelli che sono impegnati al riallestimento del museo, lavorando soprattutto il lunedì, giorno di chiusura. «Molte fotografie le abbiamo fatte noi», aggiunge la Vassilika, «in qualche caso più d’una per ogni reperto, in modo da offrirne tutti i dettagli e le prospettive. In altri casi, quando erano di buona qualità, abbiamo utilizzato le vecchie foto in bianco e nero».

È invece sulle schede che si è intervenuti a fondo. Ce n’erano alcune che si portavano dietro errori grossolani di origine ottocentesca. La direttrice fa un esempio: «Prima nella descrizione di un djed, un amuleto in forma di geroglifico che rappresenta la stabilità, si trovava: “legno dorato, smaltato”. Un’assurdità, perché un oggetto di legno finirebbe bruciato dalle alte temperature necessarie per lo smalto. Adesso abbiamo corretto: “legno dorato, con incastri di pasta di vetro”».

L’occasione del database è servita per riprendere in mano tutti i reperti uno per uno, aggiornare e correggere dove necessario. Un lavoro che pone l’Egizio all’avanguardia tra gli altri musei consimili. «Il Metropolitan di New York», dice la Vassilika, «ha scansionato e messo online le vecchie schede, senza controllarle. Il British Museum non ha messo tutti i pezzi, e poi non propone categorie organizzate, così è uno strumento utilizzabile solo da chi sa cosa cercare. Il Louvre sta cominciando ora, l’Altes Museum di Berlino ha online soltanto l’archeologia classica. Al Cairo, invece, è avviato un progetto “Eternal Egypt” per un grande database che ospita anche 250 nostri oggetti, ma è indipendente dal museo».

Anche a Torino, chiarisce la direttrice, il work è in progress: «Siamo aperti ai contributi, in particolare invitiamo gli studiosi di tutto il mondo a arricchire la nostra bibliografia». L’auspicio è quello di dare vita a una comunità virtuale senza confini, dove possano entrare, e trovare quel che serve loro, gli egittologi come i semplici appassionati, e soprattutto gli studenti. Per gli Egizi, già consegnati alla durata eterna dal lavoro degli antichi mummuficatori, si spalancano le porte dell’eternità digitale.




Powered by ScribeFire.

Cassazione, lo "spam" non è reato di molestia

La Stampa

La Cassazione, con la sentenza 36779/11 esclude che la fastidiosa pratica dello "spamming" configuri il reato di molestia.


La Sentenza

L’attuale tecnologia - si legge nella sentenza - "è in grado di veicolare, in entrata ed in uscita, tramite apparecchi telefonici, sia fissi che mobili, anche di non ultimissima generazione, sia sms sia e-mail. Il carattere sincronico e a-sincronico del contenuto della comunicazione, elemento distintivo secondo una tesi più restrittiva dal quale si dovrebbe ricavare il criterio" per capire o meno se c'è il reato di molestia "non è affatto dirimente.

Entrambe le comunicazioni sono sempre segnalate da un avvertimento acustico che ne indica l’arrivo, e che può, specie nel caso di spamming, costituito dall’affollamento indesiderato del servizio di posta elettronica con petulanti e-mail, recare quella molestia e quel disturbo alla persona che di questa lede con pari intensità la libertà di comunicazione costituzionalmente garantita.

In tale caso è palese l’invasività dell’avvertimento al quale il destinatario non può sottrarsi se non dismettendo l’uso del telefono, con conseguente lesione, per la forzata privazione, della propria tranquillità e privacy, da un lato, con la compromissione della propria libertà di comunicazione, dall’altro".


Però, il carattere invasivo, senza possibilità di sottrarsi al suono molesto, dell’avvertimento dell’arrivo della posta elettronica "non può dirsi realizzato perchè gli imputati comunicavano con le persone offese tramite computer ed intanto la posta elettronica con questo mezzo inviata poteva essere letta in quanto i destinatari di essa, per nulla avvertiti dell’arrivo, avessero deciso di “aprire” la posta elettronica pervenuta".

Situazione simile alla ricezione della posta per lettera, che viene riposta nella cassetta, per l’appunto, delle lettere e che il destinatario può decidere o meno di aprire.
Quindi, se il mittente può sottrarsi (non leggendo il messaggio spam) non è reato, mentre la telefonata o un suono o una voce "imposti" al destinatario sono molestie.



Powered by ScribeFire.

Al via Wikitalia, per migliorare il dialogo tra cittadini e PA

La Stampa



FEDERICO GUERRINI

“È un momento in cui si impreca molto contro la politica, ma attenzione. La politica siamo tutti noi”. Questa frase del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sintetizza bene lo spirito con cui è partito Wikitalia, un progetto nato per semplificare rendere più trasparente l'azione della pubblica amministrazione, e contempo incentivare il coinvolgimento dei cittadini, utilizzando strumenti di partecipazione attiva fruibili via Web. Gli esempi da seguire non mancano: nel Regno Unito c'è My Society, una piattaforma attraverso cui si possono contattare i propri rappresentanti e controllare il loro operato in Parlamento.

Negli Usa c'è Code for America, un'associazione no-profit tramite cui esperti di tecnologia mettono le loro conoscenze al servizio di chi decide le sorti della cosa pubblica. In Italia ci sono molte energie, molte personalità di primissimo livello nell'ambito del Web 2.0, ma mancava un catalizzatore di tutte queste energie, cosa che Wikitalia si propone appunto di rappresentare. Dei promotori fanno parte nomi piuttosto noti per coloro che seguono l'evoluzione della Rete tricolore: dall'ex direttore di Wired Riccardo Luna, all'avvocato esperto in diritto di Internet Guido Scorza; dal “mago” degli open data Matteo Brunati, al presidente dei Green Geek Mauro Lattuada; dall'economista Alberto Cottica al direttore del centro Nexa di Torino (e editorialista de La Stampa) Juan Carlos De Martin.

A proposito di Torino, proprio il capoluogo piemontese sarà teatro di una delle prime realizzazioni concrete di Wikitaly, la cui azione sarà concentrata in una prima fase sul dialogo con le realtà locali: una piattaforma di segnalazione di idee e suggimenti dei cittadini per risolvere proporre soluzioni su progetti specifici. Altre città in cui dovrebbero partire iniziative nei giorni a venire sono Firenze (apps4Firenze sfrutterà dati pubblici per realizzare applicazioni utili) e Matera. “Di Wikitaly – spiega Mauro Lattuada che coi Green Geek, oltre a portare il wi-fi nelle zone non coperte ha ideato l'applicativo “sindacosentilamia” per aggregare e inviare i commenti dei cittadini ai consigli comunali – cominciammo a parlare tutti assieme parecchi mesi fa, all'epoca dell'anniversario del terremoto dell'Aquila. Ci siamo divisi in vari gruppi, ognuno con un compito specifico: c'è chi si occupa della programmazione, chi della comunicazione, chi dell'organizzazione generale. Entro tre mesi vorremo darci una forma associativa più precisa, creando una Fondazione che fornisca consulenza e supporto ai Comuni che ne faranno richiesta”.

Fra gli applicativi già pronti a partire, oltre a sindacosentilamia e ai progetti legati agli open data, c'è Decoro Urbano, uno strumento partecipativo per la segnalazione di situazioni di degrado.




Powered by ScribeFire.

Non parlare, tagliati i capelli, cambia i vestiti": il manuale dei teppisti per sfuggire alla polizia

di

Sul portale degli antagonisti c'è un manuale che contiene le regole e i consigli da seguire per non farsi beccare dalla polizia. "Non parlare con nessuno, non lasciare trace sul web, liberati dei vestiti, tagliati i capelli, fatti crescere la barba, non fare la spia"




Il manuale perfetto per i violenti che hanno devastato Roma corre sul web. Precisamente su Indymedia, il portale degli antagonisti. Contiene vere e proprie strategia di difesa e consigli su come agire una volta fermati dalla polizia. Il titolo non lascia dubbi sui destinatari del messaggio: "Per tutti quelli a Roma il 15 ottobre".

E poi via: ecco sciorinate le direttive. "Se pensi di essere identificabile dalle foto o dai video pubblicati: non andare nel panico. Le foto e i video pubblicati non sono necessariamente una prova. Solo perché la polizia ha una foto sfocata o un video dall’alto in cui potresti essere ritratto non vuol dire che sappiano chi sei. Non cedere alla pressione psicologica. Non sanno chi sei e non è detto che abbiano delle prove contro di te. Non pensare che visto che ti riconosci in un video o in una foto un giudice possa fare altrettanto".

Per i redattori del manuale basta negare tutto perché il vecchio detto: “Questo non sono io” funziona più di quanto credi. Massima attenzione a non farsi scoprire e a non lasciare tracce sul web. "Non pubblicare video, foto, commenti sui social network o su siti di condivisione. La polizia li monitora. Non scrivere mail in cui racconti la tua giornata e non riportare nessuna “voce” nelle mailing list in cui partecipi. Liberati dei tuoi vestiti". Perché in questo "non c’è nessuna possibilità di dire “questo non sono io” se ti trovano a casa i vestiti ritratti nei video e nelle foto. Liberati di tutti i vestiti che indossavi alla manifestazione, incluse le scarpe, il casco, lo zaino, e gli accessori più evidenti, compresi piercing e altro. Tieni per un po’ un basso profilo".


Ci sono pure gli avvertimenti per partecipare al prossimo corteo senza farsi riconoscere. "Alla prossima manifestazione la polizia terrà d’occhio le facce che hanno messo nella loro lista nera. Cerca, se sei molto a rischio, di cambiare look. Tagliati i capelli, colorateli, fatti crescere la barba. Tieni la tua casa “pulita”. Liberati delle bombolette spray, di ogni oggetto relativo alla manifestazione, testi radicali, foto. Cancella dal cellulare messaggi e foto particolari. Non rendergli la vita più facile facendogli trovare in casa droga o altre cose illegali. Stai attento con chi parli. Ammetti il tuo coinvolgimento SOLO alle persone di cui ti fidi veramente.

Stai molto attento a quello che dici in rete. Cerca di stare calmo e di non andare nel panico. Aspettare una bussata alla porta può essere davvero stressante. Prendi contatto con un avvocato di fiducia. Se ti viene chiesto di presentarti in questura informati sempre sul motivo e contatta l’avvocato. Se ti arrestano usa il tuo diritto di rimanere in silenzio fino a che non sarà presente il tuo avvocato".

Naturalmente nel manuale la denigrazione della polizia è d'obbligo. "Non dire niente alla polizia anche se loro ti dicono che è “nel tuo interesse”. Non ci si deve mai fidare dei poliziotti. Dal momento in cui vieni arrestato ogni cosa che dici può diventare una prova – non esistono conversazioni amichevoli. Cercheranno ad ogni costo di trovare delle prove su di te e su gli altri.

È molto meglio tacere che rispondere selettivamente a delle domande. Non parlare e non firmare nulla senza prima aver visto il tuo avvocato. La notifica di un reato avviene entro 6 mesi, prorogabili fino a 18". E poi alla fine ecco elecanti i quattro comandamenti che i teppisti devono seguire pedissequamente: "Non ti vantare, non fare la spia, non parlare di altri, stai al sicuro".




Powered by ScribeFire.

Mafia e tangenti, i Comuni nei guai vent'anni dopo Mani pulite

Corriere della sera

Dalle infiltrazioni della 'ndrangheta a Buccinasco, all'inchiesta sul «sistema Sesto»


MILANO - Il sindaco di Buccinasco che girava in Ferrari in cambio di favori ad alcuni imprenditori. Il boss della 'ndrangheta di Bollate, Vincenzo Mandalari, che cercava di condizionare le elezioni comunali tramite l'ex consigliere comunale Francesco Simeti, l'ex sindaco di Cassano d'Adda, Edoardo Sala, accusato di aver intascato tangenti per modificare il Piano regolatore. Storie milanesi a vent'anni di distanza da Mani pulite. Vicende da prima pagina, come l'affaire «Sesto San Giovanni», e altre meno clamorose che messe insieme dipingono una realtà dove malaffare, malapolitica e malavita si mischiano fino a far perdere il filo tra inchieste, processi, patteggiamenti e condanne.



L'ex sindaco del Pd di Trezzano sul Naviglio,
Tiziano Butturini, e l'ex consigliere comunale del Pdl, Michele Iannuzzi, hanno prima subito l'arresto e poi patteggiato insieme un anno fa le pene di 2 anni e 5 mesi e di 2 anni e 8 mesi di reclusione per aver preso tangenti. Il tutto in un'inchiesta sui fiancheggiatori del clan calabrese di Corsico e Buccinasco, Barbaro-Papalia. Estrazioni politiche diverse, stesse accuse. La mafia in certi territori (e lo conferma l'inchiesta del luglio 2010 che ha portato in carcere 168 affiliati e fatto scoprire 15 «locali» in tutta la Lombardia), condiziona spesso anche la vita amministrativa. Solo una settimana fa lo stesso sindaco che girava in Ferrari, Loris Cereda, s'è visto recapitare un nuovo avviso di garanzia per aver contribuito all'inquinamento del quartiere residenziale di via Guido Rossa.

E in questa mappa piena di buchi neri ci sono i paesi della ricca Brianza, scopertasi fragile di fronte al rischio infiltrazioni. E anche quei piccoli paradisi come Arconate, dove si vive nel verde, ma il comando dei vigili è stato azzerato perché i suoi agenti intascavano i soldi delle contravvenzioni. Non sembra, ma anche questa è Milano.


Cesare Giuzzi
18 ottobre 2011 12:08



Powered by ScribeFire.

Doppio vitalizio: da Regione e Parlamento Ecco i nomi della supercasta partenopea

Corriere della sera

Gli stipendiati di Santa Lucia: Amato, Scalera e Calabrò. C'è anche Zinzi che è pure presidente di Provincia


L'ingresso del consiglio regionale della Campania
L'ingresso del consiglio regionale della Campania

NAPOLI — Percepiscono il vitalizio grazie alla permanenza pregressa in Consiglio regionale. Ma anche l'indennità di parlamentari grazie, appunto, alla nuova carica. Questa vera e propria casta nella casta è rappresentata da otto ex consiglieri regionali promossi a Roma alla Camera o al Senato. Sono: Teresa Armato, Raffaele Calabrò, l'avellinese Vincenzo De Luca (da non confondere con l'omonimo sindaco di Salerno), Arturo Iannaccone (percepirà il vitalizio dal primo novembre), Cosimo Izzo, il beneventano Mario Pepe, Giuseppe Scalera e Domenico Zinzi.

Quest'ultimo, peraltro, oltre all'incarico di parlamentare, è anche il presidente della Provincia di Caserta. I destinatari del doppio bonifico (o magari anche triplice) devono ringraziare una leggina varata in tutta fretta e, come di solito avviene in questi casi, senza troppo strepito al tramonto della prima legislatura dell'era Bassolino. Come hanno ricordato domenica sul «Corriere della Sera» Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, autori di un'inchiesta, il blitz risale al febbraio del 2005. Una norma che ha abrogato una precedente disposizione risalente alla seconda metà degli anni Novanta, all'epoca dell'amministrazione Rastrelli.

Quest'ultimo precetto recitava testualmente: «L'erogazione dell'assegno vitalizio è sospesa qualora il titolare venga eletto al Parlamento europeo, al Parlamento nazionale o ad altro Consiglio regionale». L'innovazione naturalmente ha dispiegato i suoi effetti benefici con equità bipartisan.

I beneficati appartengono infatti sia al centrodestra che al centrosinistra, confermando, ancora una volta che l'etica in politica non è patrimonio di uno schieramento piuttosto che di un altro.
La percezione del vitalizio, peraltro, può essere anticipata al compimento del cinquantacinquesimo anno a patto che il destinatario sia stato eletto consigliere regionale entro la settima legislatura (quella attualmente in corso è la nona). E non manca la classica foglia di fico, a tutela di un pudore ormai quasi del tutto evaporato.

Il regime attualmente in vigore prevede, infatti, che il vitalizio anticipato (a 55 anni) si può percepire solo se si hanno alle spalle due legislature. O, meglio: non si può percepire per intero. Con una sola legislatura all'attivo si può ugualmente ottenere l'emolumento regionale, solo che quest'ultimo viene diminuito del 5 per cento per ogni anni di anticipo rispetto al limite ordinario dei 60 anni. La perdita per gli impazienti che proprio non ce la fanno a tirare a campare col solo stipendio di deputato o senatore ammonta al 25 per cento del vitalizio.

Senza scadere nella facile demagogia, si tratta di un boccone davvero amaro da ingoiare per i cittadini che vedono allontanarsi giorno dopo giorno di anni il traguardo della pensione. Un'iniquità che, riportata sotto i riflettori, ha fatto avere un sussulto di dignità anche a quei politici, che, in prospettiva, avrebbero tutto da guadagnare dall'anomalia campana. Il presidente dell'assemblea Paolo Romano fa sapere, infatti, che una proposta di legge per rimuovere lo sconcio «è già stata approntata all'interno dell'ufficio di presidenza». Prendendo atto delle buone intenzioni, ci sarà da verificare se la cumulabilità verrà effettivamente abolita. Romano approfitta della vicenda del doppio emolumento per intervenire sui costi della politica. E in particolare sulle dimensioni del proprio staff. «La segretaria personale alla quale ho diritto per legge si compone attualmente di 11 unità, compresa la coordinatrice, invece delle quindici previste. Si occupano di mantenere i rapporti con gli assessorati, con le commissioni, con i consiglieri.

Poi c'è il protocollo, la segreteria vera e propria. L'ufficio di Gabinetto invece, introdotto a giugno, è composto di sei membri, ma non può essere attribuito esclusivamente alla presidenza, bensì all'ufficio di Presidenza che comprende anche due vice, due segretari e due questori. Solo il capo di gabinetto è un esterno».


Gimmo Cuomo
18 ottobre 2011




Powered by ScribeFire.

Il San Carlo sbarca in Russia È la prima volta nella storia

Corriere del Mezzogiorno

A San Pietroburgo si inizia con i Pagliacci di Leoncavallo


Teatro San Carlo
Teatro San Carlo


MOSCA - Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo sbarcano in Russia, per la prima volta, presentando un'opera, i "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo, nell' allestimento prodotto dal Lirico di Napoli e firmato da Daniele Finzi Pasca con la direzione di Donato Renzetti e avrà inizio il 20 ottobre al Marinski di San Pietroburgo. Una tournée che si svolge nell'ambito dello scambio culturale avvenuto quest'anno tra i due Paesi: dopo il San Carlo, sarà il turno della Scala con il Requiem di Verdi nel rinnovato Bolshoi, della più grande mostra all'estero su Caravaggio e dell'esposizione all'Hermitage di affreschi e reperti archeologici di Ercolano.

L'opera i "Pagliacci", co-prodotta con la Fondazione Campania dei Festival e con la Regione Campania, ha debuttato al Massimo partenopeo lo scorso 17 luglio con grande consenso di critica e di pubblico. Invitato per la prima volta in un teatro d'opera italiano, il regista Finzi Pasca ha ideato per questa versione del capolavoro del melodramma verista una visione onirica e circense, riprendendo in parte l'esperienza maturata con gli spettacoli prodotti per il Cirque du Soleil e il Cirque Èloize. Le scene sono di Hugo Gargiulo, le coreografie di Maria Bonzanigo e i costumi di Giovanna Buzzi.

Sul podio ci sarà anche in Russia Donato Renzetti, alla guida di Orchestra e Coro del San Carlo, quest'ultimo preparato da Salvatore Caputo. Nel cast figurano Kristin Lewis (Nedda), Carl Tanner (Canio), Dario Solari (Tonio). Francesco Marsiglia (Peppe) e Simone Piazzola (Silvio). Dopo i lo spettacolo dei Pagliacci,nello stesso teatro, l'Orchestra e Coro - questa volta diretti da uno tra i più grandi interpreti del repertorio verdiano, il maestro Nello Santi - si esibiscono nel concerto «Viva Verdi», in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia.

Il programma è interamente dedicato al compositore simbolo del melodramma italiano, e accoglie nove pezzi tra partiture sacre, brani d'opera e pagine sinfonico-corali: l'ouverture e i cori «Gli arredi festivi» e «Và pensiero» dal «Nabucco», le ouverture da «Giovanna d'arco», «La battaglia di Legnano» e «I Vespri siciliani», il coro «Patria oppressa» dal «Macbeth», lo «Stabat Mater» e il «Te Deum». Il concerto sarà proposto domenica al teatro Stanislavski di Mosca, ultima tappa della tournee del San Carlo in Russia.

«Abbiamo accolto con grande onore l'invito per la tournèe in Russia- ha sottolineato il Commissario straordinario al San Carlo, Salvatore Nastasi - tutto ciò testimonia ancora una volta il prestigio internazionale che il Teatro di San Carlo sembra ormai aver pienamente ritrovato. Vogliamo portare in una nazione che da sempre ci segue e ci ama la migliore tradizione musicale del nostro Paese». «Dopo il successo cileno del 2010 - afferma la sovrintendente Rosanna Purchia - diamo continuità al nostro progetto di rinnovare, ogni anno, l'appuntamento del San Carlo con il pubblico internazionale.

Per la Russia abbiamo scelto di puntare su una nostra produzione firmata da un regista tra i più geniali della sua generazione, Daniele Finzi Pasca, convinto proprio da noi a realizzare la sua prima regia lirica in Italia. Essere ospitati da prestigiosi teatri quali il Mariinsky di San Pietroburgo, tempio internazionale della lirica, e lo Stanislavsky di Mosca, simbolo della più ricercata arte scenica e musicale, ci riempie di orgoglio. La nostra tournée rappresenta perciò - conclude - l'occasione per riportare l'attenzione sulla nostra città, sulla sua orchestra e il suo Lirico, e non ultimo sulla sua capacità di fare ed esportare musica e cultura».


Redazione online
18 ottobre 2011




Powered by ScribeFire.

L'ex leader dei No Global: «I black bloc? quel corteo di sabato è stata una follia»

Corriere del Mezzogiorno

«Scontri prevedibili, avevo avvertito gli organizzatori De Magistris e Vendola non critichino soltanto»


Francesco Caruso



NAPOLI — Francesco Caruso, ex leader dei No Global.

C'era anche lei sabato in piazza a Roma?

«Sì».

Dica la verità, se l'aspettava tutta quella violenza?
«Certo. Li avevo anche avvertiti».

Scusi chi è che aveva avvertito?
«Gli organizzatori della marcia, quelli del Coordinamento 15 ottobre».

E che gli aveva detto?
«Che erano pazzi, che un unico corteo così grande era un rischio tremendo. Dico, ma ve la ricordate la manifestazione del 14 dicembre a Roma con tutti quegli incidenti? Era ovvio che accadesse di nuovo, e loro invece mi dicevano che non sarebbe successo nulla. Com'è andata a finire l'avete visto».

Be', forse neppure gli organizzatori pensavano che gli infiltrati fossero così violenti...
«Macché, queste sugli infiltrati sono dichiarazioni di facciata. La verità è che nei movimenti si sa chi sono gli incappucciati, perché sono i nostri fratelli, i nostri figli. Solo che loro sono più violenti e meno colti. Noi, ai miei tempi, usavamo più libri e meno bombe».

Francesco Caruso da Benevento, classe '74, nome in codice Striker (che oggi però utilizza a mo' di ricordo solo per la posta elettronica), un dottorato a Cosenza e un assegno di ricerca all'Università di Madrid per un'analisi comparativa sui lavoratori migranti di Castelvolturno e El Ejdo, è l'ex leader della rete No Global, uno che con le forze dell'ordine non è mai andato troppo d'accordo. Denunciato non sa neppure più lui quante volte per resistenza, è ancora imputato in Cassazione con l'accusa di associazione sovversiva ai danni dello Stato, dalla quale finora è stato assolto. Insomma, è uno che in piazza ne ha combinate «di cotte e di crude», per sua stessa ammissione.
«Ma dar fuoco ai blindati mai. Sono pazzi».

Dice che il movimento non ha saputo isolare i violenti?
«Dico che non ha saputo analizzare la loro rabbia, controllarla».

Cioè la colpa è degli organizzatori e non dei black bloc?
«Qualcuno si è chiesto perché a Madrid non è accaduto nulla?».
Scommetto che lei lo sa.
«Lì avevano capito che c'era una frangia incazzata, e hanno organizzato l'accampamento a mezzanotte a Puerta del Sol, poi cinque cortei diversi sabato mattina: la rabbia dei più violenti, così, si è placata, vuoi perché erano stanchi dopo una notte in tenda, vuoi perché erano divisi in diversi gruppi».

E a Roma?
«A Roma invece pensavano di fare una passeggiata sindacale, e così s'è ripetuto uno schema simile a quello della cacciata di Luciano Lama del 17 febbraio del '77, quando il segretario della Cgil fu costretto ad interrompere un comizio alla Sapienza per la contestazione degli studenti di Autonomia operaia. La manifestazione se la sono presa loro, gli incappucciati. Autolesionisti».

A contare i danni sembrano più «lesionisti», per la verità.
«No, perché il danno l'hanno fatto anche a sé stessi. Costruire un immaginario alternativo, da sabato, è più difficile. E io mi chiedo: quanti di quei manifestanti pacifici tornerebbero domani in piazza? Pochissimi. E gli incappucciati, indebolendo il movimento, hanno indebolito anche le loro istanze».

Il movimento però li ha cacciati. E tutti, da Nichi Vendola a Luigi de Magistris, hanno condannato le violenze «senza se e senza ma».
«I black bloc, incappucciati o come cavolo volete chiamarli, non possono essere ridotti a un problema di ordine pubblico. E gli atteggiamenti di Vendola e de Magistris sono un errore».

Che dovevano fare, plaudire agli scontri?
«No, ma non dovevano neppure tirarsi fuori, mettersi sul piedistallo ed emettere condanne. Dovevano venire là a sporcarsi le mani, piuttosto. Gestire la piazza, come facevamo noi. Tornando indietro, ho visto l'ex segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero portarsi via i suoi duemila uomini. Perché non è rimasto lì?».

A far che, il «celerino»?
«Ripeto, a gestire la piazza».

Lei che avrebbe fatto?
«Avrei detto: volete violare il cordone di polizia per puntare su Palazzo Grazioli? Bene, facciamolo. Ma con gli strumenti della disobbedienza civile, con le mani alzate, senza sfasciare vetrine e incendiare auto. Ci sarebbe venuto dietro tutto il corteo, e avremmo avuto il consenso di mezz'Italia».

Non è che vuol tornare lei in piazza per isolare i violenti?
«Questo è un altro errore. Non basta etichettare questi ragazzi come violenti per pensare di eliminarli. La loro rabbia, la loro frustrazione, deve trovare uno sbocco. Loro sono una delle anime del movimento, non degli estranei».

E questa storia degli infiltrati?
«Falsa. C'è una parte del movimento che li conosce, e anche bene. Perché loro sono i nostri fratelli, i nostri figli, non gente sconosciuta. E chi finge che siano solo dei cattivi con il cappuccio lo fa per autoassolversi».
Genova 2001, Roma 2011. Cos'è cambiato, in questi dieci anni, tra voi e i vostri fratelli (o figli)?
«La cosa che più m'impressiona è l'età. Questi non arrivano neppure a vent'anni, sono cresciuti a Playstation, sono pazzi scatenati. Noi avevamo un approccio idealista, loro sono molto più pratici, anche per colpa della crisi».

Sono anche più violenti?
«Sì, hanno la logica del tumulto, una rabbia indistinta che però sarebbe un errore non analizzare e cercare di gestire, perché non è che se la ignori o tenti di annientarla con le leggi speciali come vuole fare adesso Antonio Di Pietro la tieni fuori dai cortei. Ecco, noi dieci anni fa avevamo la capacità di riempire questo vuoto politico».

Insomma, ci dobbiamo rassegnare ad altre violenze dei black bloc?
«Se si continua ad affrontare il problema da un punto di vista militare, sì. Se i politici continuano a tirarsi indietro, sì. Se si organizzano manifestazioni come quella di Roma, sì. Perché non puoi ignorare la realtà, e i black bloc fanno parte della realtà, come la loro esasperazione. Che facciamo, li emarginiamo per tornare agli anni '70? Io penso, al contrario, che sia necessario costruire nessi sociali in cui la loro indignazione possa trovare forme di manifestazione diverse dalla violenza».

Sia sincero: non le fanno paura i suoi «fratelli» col cappuccio?
«Mi fa paura l'ignoranza. E, rispetto a noi, ho l'impressione che loro siano meno colti. Forse sarebbe ora che nel movimento ci fossero più libri e meno bombe carta».
A proposito di bombe, dicono che questa volta ci poteva scappare il morto. Lo ha temuto anche lei? «Quando ho visto la scena del blindato avvolto dalle fiamme ero terrorizzato dall'idea che ci fosse una persona lì dentro».
Ce n'erano due. Carabinieri. Salvi per miracolo.
«È un altro segno della regressione culturale dei movimenti. Oggi questi ragazzini non capiscono che il nemico è la Bce, Mario Draghi, e non un carabiniere o un poliziotto. Quelli sono povericristi, prendersela con loro è inutile, banale. E poi la crisi non è che la risolvi incendiando i blindati»


Gianluca Abate
18 ottobre 2011




Powered by ScribeFire.

Israele, Gilad Shalit torna libero «Hamas mi ha trattato bene. Ora la pace»

Corriere della sera

Il soldato era stato rapito nel giugno del 2006. Come contropartita scarcerati 477 detenuti palestinesi



Shalit al momento della liberazione in un frame tratto dalle tv arabe

MILANO - È tornato in libertà Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito nel giugno 2006 da un commando palestinese in un blitz sul confine tra lo Stato ebraico e la Striscia di Gaza, e diventato in questi cinque anni di prigionia il simbolo della tensione in Medioriente. E mentre il giovane israeliano è stato condotto in Egitto e liberato, in cambio il governo di Gerusalemme ha stipato tre convogli di 133 detenuti palestinesi, rimessi in libertà in Cisgiordania. Un altro convoglio con 147 detenuti è arrivato invece al valico di Kerem Shalom, situato nei pressi della Striscia di Gaza. In totale, sono stati rimessi in libertà da Israele 477 detenuti, tra cui 27 donne. «Hamas mi ha trattato bene. Sono stato informato del mio rilascio una settimana fa» sono state le prime parole pronunciate da uomo libero da Shalit, intervistato da un canale televisivo egiziano.

«E ORA LA PACE» - Shalit ha spiegato di essere stato sempre convinto che un giorno sarebbe stato liberato anche se solamente «una settimana fa ho saputo della mia liberazione» e proprio in quel momento «ho sentito che finalmente era arrivata la mia libertà e per la prima volta in cinque anni ci ho creduto davvero». Negli anni trascorsi in prigionia, ha spiegato, «mi è mancata la mia famiglia, mi è mancato parlare e vedere la gente». E ancora: «Spero che questo accordo possa aiutare il processo di pace tra israeliani e palestinesi». Sulla contropartita della liberazione di quasi 500 detenuti arabi, Shalit si è detto felice, «ma a condizione che essi tornino alle loro famiglie e abbandonino la lotta armata».


IL PASSAGGIO IN EGITTO - Gilad Shalit è stato trasferito in Egitto attraverso il valico di Rafah, da dove ha poi fatto rientro in Israele. Ad accoglierlo il premier Benjamin Netanyahu e i suoi familiari, che fin dalle prime ore del giorno lo hanno atteso presso la base area di Tel Nof, nel sud del paese. Shalit era stato catturato nel giugno 2006 da un commando palestinese in un blitz sul confine tra lo Stato ebraico e la Striscia di Gaza.

In passato c'erano stati numerosi tentativi di ottenere la sua liberazione . Era stata avviata anche una trattativa, ma ben presto si è arenata. La questione era finita anche davanti alla Corte Suprema israeliana. Lo stallo dei negoziati è stato superato solo il 12 ottobre scorso, quando è stato dato l'annuncio del raggiungimento di un accordo per la liberazione del soldato, in cambio della quale il governo israeliano ha dato il suo assenso alla scarcerazione di un migliaio di palestinesi reclusi nelle carceri israeliane.

LE TAPPE VERSO LA LIBERAZIONE - Il caporale israeliano, che ha anche nazionalità francese, si trovava nelle mani delle milizie palestinesi ormai da cinque anni. Le forze armate israeliane hanno più volte tentato di liberarlo con la forza. La prima operazione venne lanciata nella zona meridionale della Striscia appena quattro giorni dopo il sequestro. Successivamente iniziarono le prime trattative con la mediazione egiziana, sulla base della richiesta palestinese di uno scambio di prigionieri: ai mediatori venne consegnata una lettera autografa del militare, la cui autenticità venne confermata dalle perizie calligrafiche.

All'inizio del 2009 era stato annunciato un possibile accordo sulla base del rilascio di un migliaio di prigionieri palestinesi, poi arenatosi per i disaccordi fra le parti sulla lista dei detenuti da liberare. Nel settembre del 2010 Israele ha accettato di rilasciare 20 detenute palestinesi in cambio di un video che provasse che Shalit era ancora in vita: il 2 ottobre le immagini - che mostrano il militare con in mano un giornale datato 14 settembre - è stato trasmesso dalle televisioni israeliane.

A complicare le trattative nel corso degli anni sono state non solo le richieste palestinesi che il governo dello Stato ebraico ha sempre respinto giudicandole eccessive, ma anche il perdurante blocco della Striscia di Gaza e l'offensiva missilistica palestinese culminata nell'offensiva israeliana del gennaio 2009. Infine l'epilogo positivo del sequestro, durato quasi 2.000 giorni, grazie a un accordo sulla liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi.

Redazione Online
18 ottobre 2011 11:54

Liste Formigoni, false 926 firme Il pm incrimina 15 dirigenti Pdl

Corriere della sera


Tra gli indagati anche la viceresponsabile elettorale Clotilde Strada, assistente di Nicole Minetti


MILANO - Il listino «Per la Lombardia» di Roberto Formigoni, poi eletto presidente della Regione, non avrebbe potuto concorrere alle elezioni regionali del 2010 perché 618 delle 3.800 firme presentate erano false, e senza esse la quota necessaria per legge (3.500) non sarebbe stata raggiunta. Per le conseguenze politiche ormai è tardi, perché dopo la recente sentenza della Consulta (sul fatto che il Tar per valutare la legittimità delle elezioni deve aspettare l'esito del giudizio civile) è scontato che Formigoni faccia in tempo a completare il mandato. Ma almeno per la storia, che aveva già registrato il rinvio a giudizio di Formigoni per diffamazione dei radicali Cappato e Lipparini all'origine dell'inchiesta con le loro denunce, ora a fissare un punto fermo è l'«avviso di conclusione delle indagini», preludio alla richiesta di giudizio per 15 persone.

Il procuratore aggiunto milanese Alfredo Robledo ha raccolto (tramite un capillare porta a porta demandato ai carabinieri) il disconoscimento della propria firma da ciascuna delle persone che parevano averla apposta a sostegno del listino Formigoni. E le altre 308 firme apocrife nella lista provinciale «Il Pdl-Berlusconi per Formigoni» portano il totale a 926. Le liste furono fatte e rifatte in seno al Pdl per far quadrare gli equilibri politici destabilizzati (tra Pdl e Lega, nonché tra correnti dentro il Pdl) dal dovervi inserire a tutti i costi candidati quali Nicole Minetti, il fisioterapista del Milan Giorgio Puricelli o il geometra di fiducia del premier, Francesco Magnano.

Adesso, del «falso ideologico» nell'attestazione delle firme false, la Procura chiama a rispondere «la viceresponsabile del settore elettorale del Pdl Lombardia» (e poi assistente di Minetti), Clotilde Strada, e 4 consiglieri pdl della Provincia di Milano, e cioè Massimo Turci, Barbara Calzavara, Marco Martino e Nicolò Mardegan; ma consiglieri provinciali sono indagati anche a Monza (Fabrizio Figini e Massimo Vergani), Varese (Franco Binaghi), Crema (Maurizio Borghetti), Lodi (Nicola Buonsante), Brescia (Emanuel Piona) e Pavia (Gianluigi Secchi). «Per ora ha parlato solo la pubblica accusa, la coalizione Pdl-Lega è legittimamente al governo della Regione perché votata dal 57% degli elettori lombardi», commenta Formigoni, che invece per il pd Civati «non può far finta di niente».



Luigi Ferrarella
18 ottobre 2011 10:54



Powered by ScribeFire.

Gli Usa adottano il drone kamikaze

Corriere della sera

Trasportato in uno zaino, è videocontrollato e può essere usato per azioni rapide nei territori più insidiosi



Un'immagine dello «Switchblade», il drone kamikaze
Un'immagine dello «Switchblade», il drone kamikaze
WASHINGTON – Lo hanno definito – impropriamente – il drone kamikaze. Ma il nome rende bene l’idea di un mini-velivolo radiocomandato, utilizzabile da un solo soldato, in grado di colpire con precisione una postazione nemica.

L'AEREO NELLO ZAINO - L’esercito americano alla fine di giugno ha firmato un contratto da 4,9 milioni di dollari per la fornitura di dozzine di “Switchblade” che saranno impiegati dalle truppe in Afghanistan. Il mini-drone, che pesa due chilogrammi ed è trasportato in un grosso zaino, è lanciato da un piccolo tubo che fa da rampa. Spinto da un piccolo motore elettrico, è dotato di una videocamera che trasmette immagini in tempo reale al soldato che lo controlla. In questo modo il militare può verificare la presenza di una minaccia e neutralizzarla usando lo “Switchblade”. Il velivolo si schianta sul bersaglio e fa detonare la carica esplosiva che trasporta. Per aumentare l’effetto sorpresa, il soldato può spegnere il motore nella fase finale: il robot-kamikaze plana silenzioso come un aliante sul bersaglio.


RISPOSTA RAPIDA - Il drone è stato adottato dall’Us Army che ritiene sia un valido supporto per le pattuglie impegnate nel teatro afghano. Se una pattuglia finisce sotto attacco può essere costretta a chiedere l’intervento dell’aviazione o di un drone da combattimento. Ma spesso la risposta non può essere così veloce e richiede comunque l’attivazione di una catena di comando. Il “Switchblade” consente, invece, all’unità di reagire in modo veloce. Inoltre, affermano gli ufficiali, l’aeretto può ridurre il rischio di colpire innocenti.

LA FLOTTA USA - Il Pentagono dispone ormai una flotta di 7 mila droni. Ci sono quelli d’attacco come il "Reaper" oppure quelli per la ricognizione a lungo raggio come il “Global Hawk” schierato anche in Italia, nella base di Sigonella. E poi i velivoli che svolgono il ruolo di esploratori per le unità terrestri. In questi ultimi tre anni i droni armati si sono anche trasformati nel lungo braccio della Cia, che li ha impiegati con successo nella caccia ai terroristi dal Pakistan allo Yemen.

Guido Olimpio
18 ottobre 2011 10:21

Tibet, cresce la protesta anti-Cina Una suora di vent'anni si dà fuoco

La Stampa

E' il nono caso da marzo. Per la prima volta si tratta di una religiosa



Il Dalai Lama in esilio


ILARIA MARIA SALA
TOKYO

Continuano le immolazioni di protesta di giovani religiosi in Tibet: lunedì, secondo informazioni appena diffuse da gruppi pro-tibetani con sede in India e a Londra, è stata la volta di Tenzin Wangmo, una monaca di 20 anni, morta nelle fiamme nei pressi della provincia tibetana di Aba, oggi sotto l'amministrazione della regione cinese del Sichuan.

Prima di morire, Tenzin Wangmo aveva lanciato un appello per il ritorno del Dalai Lama, e per la libertà religiosa in Tibet. Aba, sede del travagliato monastero di Kirti, sotto un severo controllo militare dai tempi della rivolta tibetana anti-cinese del 2008, ha già visto nove episodi di questo tipo da marzo di quest'anno, con giovani monaci che si danno fuoco per protestare la durezza del controllo cinese, e chiedere diritti e libertà per il Tibet. In marzo, il giovane monaco Phuntsog, di 21 anni, del monastero di Kirti, é morto dandosi alle fiamme.

Da allora, sono stati portati avanti almeno 300 arresti nel monastero, con detenzioni della durata di un mese, e il rinnovo di una severa "educazione patriottica" all'interno del monastero. Secondo le informazioni ricevute, la polizia paramilitare cinese avrebbe aperto il fuoco domenica su sette dimostranti tibetani che avevano sventolato la bandiera tibetana raffigurante il leone dell'Himalaya, proibita su suolo cinese. I due giovani, i monaci Dawa e Druklo, feriti uno a una gamba e l'altro al torso, sono stati portati via da una camionetta della polizia, e non si hanno ulteriori notizie sulla loro salute e condizione.




Powered by ScribeFire.

Strage di piazza Loggia, nuovo pentito

Corriere della sera

Le sue dichiarazioni rafforzano l'ipotesi della pista veneta


Non ce la faceva più a tenersi dentro quel peso enorme. Il 19 ottobre di un anno fa ha detto di voler collaborare con la procura di Brescia, per dire quello che sapeva. Così un sessantenne friulano vicino agli ambienti dell'estrema destra ha confessato ai carabinieri dei Ros di Brescia avere ricevuto, nel 1974, delle dichiarazioni di un ragazzo veneto della destra eversiva, allora minorenne, che gli avrebbe confidato di «avere avuto un ruolo operativo» il giorno della strage. Strage che costò la vita a 8 persone e che provocò 102 feriti.
E' una conferma della tesi sulla «pista veneta» seguita dalla procura di Brescia e dai pm Di Martino (ora procuratore a Cremona) e Piantoni. A seguito delle dichiarazioni del nuovo pentito a Brescia si sono aperti due nuovi fascicoli «contro ignoti». Nessun indagato per ora. Uno dei due fascicoli è stato aperto alla procura dei Minori proprio perchè l'ex giovane citato dal pentito, al momento della strage aveva solo 17 anni. I magistrati dovranno ora valutare la credibilità del collaboratore e decidere se le sue dichiarazioni possano essere l'asso nella manica per il processo d'appello fissato il 14 febbraio 2012.



Redazione on line
18 ottobre 2011 11:24



Powered by ScribeFire.

Arrestato

di

Era su tutte le prime pagine dei quotidiani. Noi del Giornale.it, grazie alle segnalazioni dei lettori, siamo stati i primi a indentificarlo. Abbiamo selezionato una a una le foto degli scontri di sabato. Adesso il biondo che lancia l'estintore è stato fermato dalla Digos. Si tratta di Fabrizio Filippi, giovane studente di 24 anni di Bassano Romano, con alcuni precedenti per stupefacenti. E' noto con il soprannome di "er pelliccia". Per lui è scattato il fermo per resistenza pluriaggravata. Aiutateci a trovarne altri inviando le vostre foto all'indirizzo segnala@ilgiornale.it. GUARDA tutte le facce dei violenti. GUARDA le foto segnalateci dai lettori




Era su tutte le prime pagine dei quotidiani. Il "simbolo" della rivolta, il ragazzo biondo coperto in volto che accanto a un'auto in fiamme scaglia in aria un estintore ora è stato arrestato. Noi del Giornale.it, grazie alle segnalazioni dei lettori, siamo stati i primi a indentificarlo. Siamo entrati in possesso di un'immagine di un ragazzo davanti a un'auto avvolta dalle fiamme e a volto scoperto. I tratti del viso e il bracciale al polso destro erano identici a quelli del ragazzo con l'estintore e non hanno lasciato dubbi. Tutto ciò ha aiutato la polizia scientifica nell'identificazione del ragazzo.
Si tratta di Fabrizio Filippi, giovane studente di 24 anni di Bassano Romano. E' stato identificato e fermato nella Capitale dagli agenti della Digos, perché ritenuto tra i responsabili dei disordini avvenuti sabato scorso a Roma durante il corteo degli Indignati. Il giovane, che ha alcuni precedenti per stupefacenti ed è noto con il soprannome di "er pelliccia", è stato fermato sotto casa dagli agenti, guidati da Lamberto Giannini.
Per lui è scattato il fermo per resistenza pluriaggravata. Dopo la perquisizione nella sua abitazione, il giovane ha consegnato agli agenti alcuni dei vestiti utilizzati durante gli scontri. Alle prime domande degli agenti della Digos, si è giustificato dicendo di aver "usato l’estintore per spegnere l’incendio".




Powered by ScribeFire.

Abbiamo beccato un altro violento

di

Dopo aver individuato il ragazzo che ha lanciato un estintore durante gli scontri di Roma, abbiamo individuato un altro violento. Ecco le facce dei violenti. Inviate le vostre foto a segnala@ilgiornale.it






Dopo il ragazzo biondo, "simbolo" della rivolta, visionando le immagini della protesta abbiamo individuato un altro "incappucciato" e, incrociando alcune foto, lo abbiamo beccato. Nelle immagini si vede che prima rompe una transenna e poi con il pezzo di ferro in mano si dirige verso una camionetta della polizia 



Powered by ScribeFire.

Io, giornalista, a capo di una banda criminale" E Repubblica infanga un cronista del Giornale

di

A capo di una banda di feroci criminali arrestati dai carabinieri. Sei ragazzi che si atteggiavano e si facevano chiamare con i nomi dei personaggi della famigerata banda della Magliana. E a comandarli ci sarebbe Stefano Vladovich, cronista di nera del Giornale dal 1996




A capo di una banda di feroci criminali arrestati dai carabinieri. Sei ragazzi che si atteggiavano e si facevano chiamare con i nomi dei personaggi della famigerata banda della Magliana. E a comandarli ci sono io, Stefano Vladovich, cronista di nera del Giornale dal 1996. Strabuzzo gli occhi, eppure sembra proprio così, lo leggo sulla prima pagina del sito Google.it, ma il pezzo in questione è sulla Repubblica.it. Com’è possibile, mi chiedo. No, non può esserci un mio omonimo in Italia, soprattutto nella mia stessa città, Roma.

Sarà un caso ma nel momento in cui leggo tutto ciò mi trovavo in un'aula di Tribunale, a Viterbo. Era l’11 marzo scorso, seguivo le fasi finali, in Corte d’Assise, per un duplice omicidio commesso a Gradoli, nel viterbese. Da mesi stavano sfilando decine di testimoni e, a dirla tutta, quell’udienza non era molto interessante. E così "smanetto" un po' sul web per vedere cosa succede nel resto del mondo.

Vado avanti con la schermata del mio pc. Leggo il sommario che appare sulla pagina iniziale del più importante, e seguito, motore di ricerca internet: "Da Romanzo Popolare a Eroi Criminali" il titolo. "16 dicembre 2010 … - prosegue -. Il loro capo indiscusso era Stefano Vladovich, il Freddo del gruppo, ma anche altri erano chiamati come personaggi della banda della Magliana…". Sono incredulo ma comincio a capire quello che potrebbe essere accaduto.

La conferma arriva un clic di mouse dopo, quando mi collego direttamente al sito in questione: "La Repubblica.it, sezione La Repubblica@scuola". E leggo l’articolo per intero, o meglio quello che qualche studente pasticcione ha combinato e che qualcuno, ben più pasticcione di lui nella redazione web del noto quotidiano, ha fatto dopo.

Ovvero messo in pagina uno scritto arrivato per posta senza effettuare il minimo, e doveroso, controllo giornalistico. Sul pezzo, firmato da un fantomatico "elguaje", si parte dal libro di Gianluca De Cataldo, Romanzo criminale, da cui sono stati tratti il film per il grande schermo e la serie televisiva Sky. Si parla dello spirito di emulazione di questi ragazzi arrestati dai carabinieri di Roma, bulli di periferia, zona Primavalle, tra i 18 e i 21 anni.

I sei sono accusati, in seguito processati e condannati in primo grado, "per sequestro di persona - si legge su Repubblica.it -, estorsione, rapina, porto abusivo di armi, lesioni aggravate, tutto questo per imitare la banda della Magliana". Adesso viene il bello, si fa per dire. "Il capo indiscusso - continua la Repubblica - era Stefano Vladovich, il Freddo del gruppo, ma anche altri erano chiamati come personaggi della banda gli (sic) Abbatino, Libano e Scrocchiazzeppi".

Capisco tutto. Il lettore-studente, nella smania di infilare sul sito della Repubblica un "suo" articolo, ha messo in scena un maldestro quanto tragicomico pastrocchio a base di copia e incolla. Il pezzo in questione, insomma, è un mio articolo uscito, come cita lo stesso apprendista cronista, "a luglio in un giornale romano". La data, almeno quella, è giusta. L’articolo in questione, difatti, era uscito sul Giornale del il 31 luglio 2010 a pagina 13 delle Cronache nazionali (non della Cronaca di Roma). Tutto il resto coincide, persino alcuni frasi riprese (copiate) pari pari dal mio scritto.

Un articolo messo di taglio in pagina dal titolo "Volevano imitare la Banda della Magliana. In manette a Roma sei bulli di periferia". E subito dopo la firma, la mia. L’incipit del pezzo è "Il Freddo era il loro capo indiscusso". Tutto chiaro? Prima la prendo a ridere, poi mi arrabbio. Soprattutto quando con il passare del tempo decine di amici, parenti e colleghi mi chiamano a tutte le ore per chiedermi se sono ancora "in libertà". Insomma, mi sento quasi uno zimbello.

Possibile che nessuno in redazione, in oltre tre mesi dalla pubblicazione on line, si sia accorto dello svarione? Passa il tempo. Nel giugno scorso, e solo dopo un tentativo di conciliazione fallito, la Repubblica riesce a "deindicizzare" il mio nome su Google.it in riferimento alla notizia falsa quanto diffamatoria. Elguaje, mi viene da pensare, li ha proprio inguaiati. Il paradosso è che l’ha fatto su una sezione web ideata per fare scuola di giornalismo. Eppure bastava poco per verificare nome e cognome del bandito citato nel pezzo. E sempre su Google. Per la cronaca (nera) "sono" ancora a capo di una banda di malviventi. Su Google il riferimento è stato cancellato, sul sito de La Repubblica no.



Powered by ScribeFire.

I pompieri incendiari

di


Contro i delinquenti che sfasciano le città, l’ono­revole Di Pietro ha pro­posto leggi speciali. Fa come il piromane che appicca l’in­cendio e poi invoca l’arrivo dei pompieri


Contro i delinquenti che sfasciano le città, l’onorevole Di Pietro ha proposto leggi speciali. Fa come il piromane che appicca l’incendio e poi invoca l’arrivo dei pompieri. Se lui, e i suoi soci di sinistra, non avessero dato in questi anni copertura politica a quei bravi ragazzi dei centri sociali, se avessero invocato la cultura della legalità non solo contro Berlusconi, se non avessero difeso una giustizia ideologica che non ha mai osato agire davvero contro violenti e mascalzoni, se non avessero santificato Carlo Giuliani e linciato i poliziotti e i carabinieri del G8 di Genova, se insomma questi signori si fossero comportati con senso di responsabilità nei confronti del Paese, oggi non saremmo qui a pensare a leggi speciali. Già, perché sarebbe bastato applicare quelle ordinarie per stroncare la nascita di cellule eversive.

E forse siamo ancora in tempo, a patto che da oggi si cambi registro. Non mancano le leggi. Manca chi le faccia applicare almeno con gli stessi rigore e severità usati nei confronti dei cittadini. I quali non possono occupare case abusivamente, non possono operare in un regime di non fiscalità come avviene nei centri sociali, non possono danneggiare beni pubblici e privati, non possono minacciare né portare con sé, e usare, armi improprie, né girare per le strade a volto coperto. A quando risale l’ultima perquisizione in uno dei tanti centri sociali dove è noto a tutti che ci si allena alla guerriglia?

L’eventuale legge speciale dovrebbe comporsi di un solo, semplice articolo: la ricreazione è finita. E se poi ci scappa il morto? Peggio per loro. Anche i rapinatori mettono in conto che possono morire sul lavoro, non per questo abbiamo abolito o lasciato nel limbo il reato di rapina. Se invece di intercettare il presidente del Consiglio (cosa illegale), i pm spiassero i leader dell’autonomia, farebbero certo miglior servizio al Paese tutto e forse riuscirebbero a sventare agguati come quello di sabato. Ma non illudiamoci. Se non si rompe la cappa di buonismo ipocrita che soffoca il Paese (lo stesso che ha permesso l’invasione impunita di migliaia di clandestini) le cose non cambieranno.

Già in queste ore ci sono segnali di voler ribaltare sul governo e su altri la responsabilità di quello che è successo. Come la ridicola caccia a fantomatici infiltrati o il processo a presunte responsabilità di chi ha gestito l’ordine pubblico.Non vorremmo che, come già visto al G8 di Genova, a pagare, in ogni senso, alla fine fosse solo chi stava dalla nostra parte.



Powered by ScribeFire.

Via l’italiano dalle scuole del Cantone E scoppia la bufera

Il Giorno

Nuova frizione in Obvaldo dove è stato abolito l’insegnamento della nostra lingua

Bambini a scuola


Como, 18 ottobre 2011



È destino che i rapporti tra Italia e Svizzera debbano rimanere tesi. I vari tentativi di riconciliazione politica, seguiti con particolare attenzione nelle zone di confine (dove è stato addirittura costituito un tavolo politico transfrontaliero), probabilmente subiranno un duro colpo a causa di quanto accaduto nel Cantone Obvaldo, due ore d’auto dal capoluogo lariano. Lì, l’integerrimo Consiglio di Stato, a sorpresa, ha deciso di abolire l’italiano come opzione specifica - in pratica come materia - da una scuola molto conosciuta in loco: la Kantonsschule Obwalden di Sarnes.
Il provvedimento, messo nero su bianco con tanto di delibera, non è passato inosservato, tanto che l’eco si è allungata sino al Comasco e più in generale a tutte le zone di confine. A dare voce alla levata di scudi, a difesa dell’italiano, ci ha pensato nella vicina Confederazione elvetica il gruppo italianoascuola.ch, cui a oggi hanno aderito oltre 300 docenti, molti dei quali insegnanti di italiano in Svizzera. «Una decisione quella del Consiglio di Stato non supportata dai numeri.
La delibera del Consiglio di Stato obvaldese, peraltro, non favorisce l’apprendimento di una terza lingua nazionale, molto utilizzata nella Confederazione anche nel mondo del lavoro», precisano attraverso una nota i referenti di italianoascuola.ch. Da qui la decisione di una raccolta firme contro il provvedimento cui hanno aderito anche la Pro Grigioni italiano e il Dipartimento della Scuola, della Cultura e dello Sport del Canton Ticino. Dipartimento al quale va dato atto quantomeno di aver espresso pubblicamente il malumore per la delibera. Secondo i dati diffusi dal gruppo di docenti, nel Canton Obvaldo gli studenti che scelgono l’italiano come opzione specifica sono numericamente superiori a quelli degli altri cantoni.
di Marco Palumbo




Powered by ScribeFire.

Sfogo di Ezra Pound in cella: Hitrlr? Un santo raggirato

Libero




«Hitler e Mussolini erano uomini semplici provenienti dalla campagna. Ritengo che ’antisemitismo. E qesto lo ha rovinato». A sostenerlo è «Ezra Loomis Pound, residente temporaneamente a Sant’brogio 60, - recita burocraticamente un verbale - un piccolo villaggio vicino a
Si tratta delle dichiarazioni scritte rilasciate dal grande poeta americano a Frank L. Amprim, agente speciale dell’Fbi a Genova l’8 maggio 1945 a completamento dell’interrogatorio rilasciato qualche giorno prima alle autorità alleate. Questo supplemento di deposizione si trova negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, da poco desecretati, che risultano ora a disposizione di storici e ricercatori. Sono gli stessi documenti che Mario Cereghino e Giovanni Fasanella hanno messo a frutto per il loro libro il Golpe inglese (Chiarelettere), di cui «Libero» ha già parlato. Della deposizione aggiuntiva di Pound ne ha dato l’annuncio «il Piccolo» di Trieste traendoli dal ricco sito di Giuseppe Casarrubea, dove sono riprodotti e scaricabili gli originali dei documenti. Ezra Pound è il poeta americano che oltre a rivoluzionare la lirica del Novecento si industriò a fornire agli americani con i suoi Cantos quel poema epico che essi non conoscevano. Ma il suo curriculum è segnato da una macchia. Aveva infatti sostenuto, durante il secondo conflitto mondiale, Benito Mussolini, perché considerato erede delle politiche agrarie e populiste del presidente americano Jefferson.

Alla fine della guerra però è costretto a fare i conti con la giustizia americana. La sua posizione giuridica, dinanzi ai vincitori, è difficile da districare. Per gli americani Pound è, semplicemente, un traditore. E quando il 3 maggio del 1945 si trova in ceppi tenendo in tasca i detti di Confucio, che s’accingeva a tradurre, ignora quanto difficili sarebbero stati gli anni immediatamente successivi alla fine delle ostilità. Non sapeva del calvario che lo avrebbe atteso. Non sospettava che dopo il Disciplinary Training Center nei pressi di Pisa, dal 18 novembre dello stesso anno lo avrebbero aspettato per lunghi anni i rigori della giustizia democratica elargita dal manicomio St.Elizabeth di New York.

Eppure mai sceglie di denigrare le sue scelte, cercando delle giustificazioni. Al punto che, nel momento in cui molti in difficoltà scelgono di trattare, lui, il poeta e l’intellettuale, decide di attaccare. «La politica di Winston Churchill - scrive nella sua deposizione - fu un “massimo di ingiustizia rinforzato da un massimo di brutalità”. Si pensi per esempio ai bombardamenti inflitti a obiettivi non militari». E continua senza esitare: «Alcuni di coloro che nell’autunno del 1943 raggiunsero il Nord Italia per aderire al governo fascista repubblicano erano uomini onesti incapaci di sopportare il lerciume di Badoglio. Il maresciallo presumibilmente trasse del denaro dalla resa agli Alleati. I documenti che riproducono le ricevute dei pagamenti sono stati pubblicati. Così come sono disponibili lettere manoscritte concernenti i debiti esteri di Vittorio Emanuele III. E queste sono state scritte dal re in persona».

Ma quando il conflitto diventa guerra civile i conti si regolano in maniera grossolana, trattando chi non sta da una parte come il pazzo o il nemico da eliminare. Contro questa tendenza il poeta americano non esita a opporre dei distinguo. E alle insinuazioni che gli vengono attribuite risponde a tono: «Non sono un antisemita. Non confondo l’usuraio ebreo e l’ebreo che si guadagna onestamente da vivere di giorno in giorno». «Lo so di essere stato incriminato per tradimento - continua - dal Grand Jury federale degli Stati Uniti. Eppure non ho mai compiuto atti di spionaggio durante le trasmissioni a radio Roma». La scelta di parlare alla radio è retta dalla sua convinzione nella libertà di parola: «Ho sempre lottato contro la censura. Anche in tempo di guerra ognuno ha il diritto di criticare le cause scatenanti dei conflitti che affliggono l’umanità. Nessuno ha il diritto di fornire al nemico informazioni di natura militare. Per esempio al momento dell’entrata in guerra degli Stati Uniti ho criticato il presidente Roosevelt perché credevo che fosse stato male informato e soprattutto in maniera incompleta. Roosevelt subiva condizionamenti sbagliati». E su questo l’America non l’aveva perdonato.

di Simone Paliaga
17/10/2011




Powered by ScribeFire.

Sogno da Indignados: far vivere i lavativi a spese di chi lavora

Il Tempo

Ecco dunque il grande scopo degli indignati: uno Stato che permetta ai lavativi di tutta la terra di vivere e spassarsela a spese di pochi schiavi.


Indignati pronti a manifestare Come sarebbe il mondo se vi si attuasse il programma abbozzato nel manifesto degli indignados di Occupy Wall Streeth, battezzato allegramente «Nuovo Statuto Economico del Popolo Americano»? Per capirlo basta osservare che in quel documento spiccano i seguenti punti che sono esplicativi del loro pensiero. Ecco i punti: il solito welfare dalla culla alla tomba; scuola e università gratuite per tutti; anatemi contro banche e grandi aziende; cancellazione dei debiti; riduzione delle tasse per il 99% dei cittadini: super aliquote per i privilegiati e i capital gain; apertura di tutte le frontiere: pacifismo senza se e senza ma: abolizione del Pentagono. Ci sono alcune misure per l'energia: chiusura dell'èra del nucleare e inizio dell'èra dell'energia geotermica, idroelettrica ed eolica; finanziamento pubblico della stampa e dell'informazione audiovisiva; sottrazione dei figli ai genitori incapaci di educarli in modo conforme a un'imprecisata «moralità universale» e così via assistendo e controllando.

Il mondo che uscirebbe dall'attuazione di questo programma sarebbe insomma un simpatico regime statalista e pedagogico che anziché abbattere il capitalismo tenterebbe di addomesticarlo e potarlo per poter meglio imporre ai suoi avanzi la funzione di provvedere al sostentamento di quelle masse alle quali esso dovrebbe assicurare il diritto a campare gratis. Più esattamente, sarebbe un mondo diviso in due classi, anzi in due razze, meglio: in due diversissime specie umane. L'una composta da un numero irrisorio di elementi attivi e laboriosi, l'altra da uno sterminato armento di scansafatiche di professione.
Da un lato avremmo, cioè, una risibile minoranza di lavoratori di vario genere e grado addetti alle diverse attività necessarie all'incessante produzione dei beni richiesti dalla collettività, dall'altro un'immensa, sterminata mandria di fannulloni mantenuti da quel piccolo pugno di faticatori. È un sogno che può ricordare l'impasto di astuzia, indolenza e incapacità che permette anche a certe bestioline di campare a sbafo degli elementi più operosi del loro gruppo. Noto a questo proposito è il seguente esperimento escogitato tempo fa da una squadra di etologi americani.

L'esperimento ci aiuta a capire la logica degli Indignados. La scena è un recinto rettangolare. Fra i due lati maggiori corre una distanza tripla rispetto a quella fra i due lati minori. Al centro di uno dei due lati minori c'è un cestino sistemato sotto una cassetta. Al centro dell'altro c'è un apparecchio munito di levette di bottoni azionando i quali nel modo giusto si ottiene che dalla cassetta, grazie a un dispositivo nascosto, cadano nel cestino alcuni pezzi di formaggio. Nel recinto viene introdotto un certo numero di topolini. Quindi gli autori dell'esperimento, armeggiando sull'apparecchio, ne fanno più volte funzionare il meccanismo. Quale è lo scopo di questo esperimento. È presto detto.

Con questo esperimento ci si proponeva ovviamente di verificare quanti topolini, e in quanto tempo, assistendo alle manovre dei loro istruttori, sarebbero riusciti a imparare a far funzionare il marchingegno. Ma il risultato permise di verificare ben altro. Risultò infatti che i pochi topolini intelligenti che appresero a usare quel congegno non poterono trarre quasi alcun vantaggio dalla loro scoperta, giacché tutti gli altri sorci impararono a loro volta ben presto a mangiare a loro spese restando immobili presso il cestino all'altro lato del recinto in attesa che vi cadesse il formaggio liberato dal dispositivo. E ai pochi scopritori di quel popolo di roditori sorci, subito dopo ogni operazione, toccò di doversi mettere ogni volta a correre come pazzi da un lato all'altro del recinto per non trovare il cestino svuotato dal branco dei loro infingardi compagni. Ecco dunque il grande sogno degli indignados: uno Stato che permetta ai lavativi di tutta la terra di vivere e spassarsela a spese di pochi schiavi.


Ruggero Guarini
18/10/2011




Powered by ScribeFire.

Il Parlamento? Solo 14 Leggi

Corriere della sera

Le norme promosse dalle Camere: dal nome del Parco del Cilento all'insalata in busta


Volendo proprio mettere i puntini sulle i, in «una complessiva superficie di 178.172 ettari, gli Alburni offrono il 65% delle aree naturali, il Vallo di Diano offre la Certosa di Padula e alcuni monti, il Cilento la maggior parte delle aree costiere». E se l'ha addirittura scritto su una proposta di legge l'onorevole Mario Pepe, rieletto nel 2008 nelle liste del Pdl per scoprirsi tre anni dopo «Responsabile», dobbiamo crederci. Lui è di Bellosguardo, un paese che sta alle pendici dei monti Alburni. Chi dunque meglio di lui avrebbe potuto impegnarsi per sanare una clamorosa ingiustizia? La verità storica è stata ristabilita a febbraio, grazie appunto alla legge da lui proposta. Un provvedimento con il quale il Parlamento nel febbraio scorso ha cambiato il nome del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano in quello «più corrispondente alla realtà» di Parco nazionale degli Alburni, del Cilento e Vallo di Diano. Alleluia.

Vi chiederete: e ci voleva una legge? Ci voleva. Ma è legittimo domandarsi se davvero non ci fosse niente di più urgente e importante.
Tanto più considerando che questa è una delle sole quattordici leggi di iniziativa parlamentare approvate da gennaio a oggi. Quattordici, a incorniciare un'apatia senza precedenti. Già nel 2010 l'attività del Parlamento aveva toccato i minimi storici, con 58 provvedimenti varati nell'arco dei primi dieci mesi. Adesso siamo scesi addirittura a 50. Se poi dal totale si tolgono le ratifiche di trattati internazionali, atti dovuti che non comportano alcun impegno, si cala ancora a 31, contro 36 dell'anno scorso. E poi va detto che la maggior parte di queste leggi, diciassette, non sono altro che conversioni di decreti o frutto di altre proposte governative.
Profetiche, le parole del presidente della Camera Gianfranco Fini, pronunciate a maggio del 2010: «A meno che il governo non presenti un decreto, c'è il rischio di una sostanziale paralisi dell'attività legislativa della Camera».

Perché il rischio si fa sempre più concreto. In un Parlamento di nominati dai boss di partito, per il quale il premier Silvio Berlusconi era arrivato perfino a ipotizzare di dare il potere di voto esclusivamente ai capigruppo per evitare il fastidio dei lunghi dibattiti in assemblea, l'iniziativa è ridotta al lumicino. Non bastasse poi la quantità ridottissima delle leggi proposte dagli onorevoli che vengono sfornate da Camera e Senato, c'è anche il problema della qualità. Con tutto il rispetto, sia chiaro, per il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Pardon: Parco nazionale degli Alburni, del Cileno e Vallo di Diano. Allora guardiamole, le leggi che in questi dieci mesi ha fatto il Parlamento senza che in nessuna di loro il governo ci abbia messo il suo zampino.

Ce n'è una che riguarda le assunzioni obbligatorie dei disabili nella pubblica amministrazione: giustissima. Una seconda che fissa il principio secondo il quale le madri di bambini piccoli non possono essere detenute: sacrosanta. Una terza che stabilisce come i consigli di amministrazione delle società quotate debbano essere composti per il 30% da donne: finalmente, argomenteranno in molti. Una quarta grazie a cui verranno indennizzati i familiari delle vittime del disastro ferroviario del 2010 in Val Venosta: assolutamente doverosa.

Certamente più di quella che contiene surreali «Disposizioni concernenti la preparazione, il confezionamento e la distribuzione dei prodotti ortofrutticoli di quarta gamma». Di che cosa parliamo? Dell'insalata lavata e imbustata, per esempio. Legge frutto della fusione di due diverse proposte. Primi firmatari: il deputato Sandro Brandolini del Pd, titolare fino a un annetto fa del 30% di una società alimentare (Gustitalia) recentemente entrata nell'orbita del gruppo Saclà, e l'onorevole leghista Fabio Rainieri, esponente di spicco dei Cobas del latte.

Per non parlare della legge che aumenta di 1,7 milioni l'anno i contributi alla Biblioteca italiana per ciechi Regina Margherita di Monza, voluta dal leghista Paolo Grimoldi e da tre suoi colleghi di partito. O della impegnativa norma che riconosce alle associazioni «maggiormente rappresentative» dei mutilati e invalidi del lavoro una poltroncina nei comitati provinciali dell'Inail. Oppure del provvedimento che abroga una norma, approvata sei anni fa dallo stesso governo, che equiparava la laurea in scienze motorie a quella in fisioterapia: legge promossa dall'onorevole dipietrista Giuseppe Caforio, titolare di un piccolo impero nel campo delle protesi sanitarie. Se ne sentiva il bisogno. Ancora, nello scarno elenco troviamo una leggina che istituisce la «Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali», il quale dice più o meno questo: il 9 ottobre di ogni anno si possono fare delle manifestazioni per sollevare l'attenzione su questo tema, però senza spendere un euro di fondi pubblici e senza andare in vacanza. Ce n'è quindi un'altra che esclude dal diritto di percepire la pensione di reversibilità il familiare che ha assassinato il pensionato. Una che decreta lo sconto massimo che gli editori possono applicare al prezzo di copertina dei libri...

Niente da dire, se però altre leggi, forse un tantino più decisive di queste, non arrancassero nelle Commissioni
con il rischio di non riuscire a vedere l'approdo prima della fine della legislatura. Il disegno di legge anticorruzione, se lo ricorda qualcuno? Annunciato in pompa magna dal Consiglio dei ministri ormai 20 mesi fa, è stato approvato dal Senato ed è adesso nelle curve della Camera, dove sarà quasi certamente modificato per poi tornare a Palazzo Madama: se mai ne avrà il tempo. Il calderoliano codice delle autonomie che dovrebbe ridisegnare la nostra architettura istituzionale, quando sarà pronto? Il famoso disegno di legge sulla concorrenza, che fine ha fatto? E la riduzione del numero dei parlamentari, la vedremo mai?



18 ottobre 2011 08:30



Powered by ScribeFire.