venerdì 14 ottobre 2011

I radicali spaccano il Pd La Bindi perde le staffe: "Sono degli stronzi...

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I Radicali entrano in aula alla prima chiama contravvenendo alle indicazioni del Partito Democratico e scatta la caccia al deputato. Bindi: "Sono stronzi". Granata: "Fanno pena"




Camera dei Deputati, aperta la stagione di caccia al radicale. La pattuglia pannelliana è stata determinante affinché il governo ottenesse la fiducia alla Camera dei deputati? Per qualcuno sì, per altri no. Ma fa lo stesso, nel dubbio meglio colpire. Quando le cose vanno male un capro espiatorio lo si deve comunque trovare, altrimenti si rischia di fare autocritica. E questa volta tocca ai seguaci di Marco Pannella ed Emma Bonino. La tensione alla Camera si tagliava coltello.

Incontri, trattative e commenti a caldo. Poi scoppia il parapiglia: i radicali sono entrati in aula, gridano i deputati dell'opposizione che fanno capannello in Transatlantico. La sinistra perde le staffe: volano urla e insulti anche pesanti. La più arrabbiata è Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico che sbotta: "Quando gli str.. sono str.. galleggiano senz’acqua". La colpa dei radicali? Non essere entrati in aula al segnale del generale Bindi. Così i radicali "liberi" hanno fatto scattare l'intolleranza di tutti quelli che speravano che fosse la volta buona per dare una spallata al Cavaliere.

Fabio Granata, di Futuro e Libertà, ci va più leggero (per modo di dire): "Che pena i radicali! Avessero almeno chiesto l’amnistia! Ma per un tozzo di pane o una radio non si può". Antonio Di Pietro invece, prima della votazione finale, salmodiava sui numeri della maggioranza: "Il governo non ce la fa, nel senso che non c’è più una maggioranza politica, ma solo numerica, dovuta al fatto che i radicali hanno cercato la loro visibilità". L'ex pm non funzionato e c'è stato uno scambio di battute piuttosto acceso tra la Melandri e Nannicini e i deputati Radicali Farina Coscioni, Turco e Beltrandi.

Poi arriva Franceschini e suona il gong: fine del round, tutti giù dal ring. I radicali non c'entrano un accidenti: "Non sono stati determinanti". Il capogruppo dei Democratici alla Camera spiega, pallottoliere alla mano, che al termine della prima chiama i votanti erano 322, di cui 315 sì (voti di maggioranza) e 7 no (cinque radicali e due Autonomie). Dunque il numero di 315, necessario per far scattare il numero legale, era già stato raggiunto prima dell’ingresso in aula dei radicali. Questa la teoria di Bersani. Epperò ci sarebbe una strategia molto più sottile.

I radicali semnrano essere stati determinanti per la tenuta del numero legale durante il voto di fiducia al governo creando una sorta di "effetto traino" per quota 315. Il primo deputato radicale che ha votato è stato Marco Beltrandi, per 298/o. Dopo di lui ci sono stati gli altri voti radicali e 14 della maggioranza. Insomma il calcolo è complesso, ma per sicurezza la sinistra se la prende coi Radicali.



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Alla faccia dei poveri, ecco il comunismo russo: il leader con le scarpe di iguana da 1800 euro

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Ghennadi Ziuganov, comunista irriducibile del Pkrf russo, è stato pizzicato dal tabloid Tvoi Dien mentre acquistava un paio di scarpe d'iguana per un valore di 1500 euro. Un piccolo vezzo davvero poco "rosso"




Neppure il comunismo è più quello di una volta. Difesa del proletariato? Abolizione della proprietà privata. Si, solo se non tocca le nostre tasche. La curiosa lezione di economia alla russa viene da Ghennadi Ziuganov, esponente del Pkrf, il Partito comunista della federazione russa e probabile nuovo candidato al Cremlino alle elezioni del prossimo marzo.

Ziuganov è stato pizzicato dal tabloid Tvoi Dien a fare acquisti da Rustam Adiukanov, 34enne mastro calzaturiere noto per le sue scarpe decisamente inusuali, realizzate con i materiali più costosi, da pelli inusuali, fino alla ceramica e al ferro. Armato delle sue convinzioni più rosse, il leader politico stava acquistando un paio di scarpe da "soli" 75mila rubli, una cifra che corrisponde a circa 1.800 euro, realizzate in pelle d'iguana e borchiate in oro puro.

Un piccolo vezzo che al candidato alla presidenza forse costerà un po' di credibilità, visto e considerato che il costo dell'acquisto fatto da Ziuganov è pari - rublo più, rublo meno - allo stipendio mensile di un manager di medio livello. Un paio di scarpe che male si adattano alle iniziative politiche del capo comunista, in lotta per rinazionalizzare risorse naturali e industria, per restituire al suo paese un po' della sua passata grandezza.

Ma Ziuganov non è l'unico politico a servirsi da Adiukanov. Come lui, aficionado delle calzature artigianali moscovite è anche Boris Nemtsov, che ha optato però per un meno costoso modello in pelle di coccodrillo. E che, convinzioni liberali alla mano, della coerenza del gesto può preoccuparsi un po' meno.




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Il papà de "I 3 moschettieri" 150 anni fa: «Camorra, eclatante manifestazione di arretramento mentale»

Il Mattino


PARIGI - Nel 1860 Alexandre Dumas (1802-1870) si stabilisce a Napoli per tre anni sulla scia della spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. Lo scrittore francese crea il giornale «L'Indipendente», con il quale intende contribuire alla causa dell'unificazione dell'Italia e denunciare l'assolutismo borbonico con i suoi 'scagnozzi', in particolare i briganti e i camorristi. Questa battaglia politica ispirò a Dumas numerosi scritti, alcuni dei quali finirono dispersi in varie parti d'Europa, rimanendo finora inediti.



Ora questi testi, in francese e in italiano, sono stati raccolti e pubblicati per la prima volta in Francia nel volume «La Camorra et autres recits de brigandage» (La camorra ed altre notizie sul brigantaggio) a cura di Claude Schopp, massimo specialista dell'opera dell'autore dei «Tre moschettieri» e scopritore di numerosi di manoscritti del grande romanziere. Edito da La Librairie Vuibert, il libro (416 pagine, euro 19) è il frutto dell'intuizione e del talento di investigatore di Schopp, che ha rintracciato i frammenti dei testi di Dumas negli archivi della Biblioteca dell'Istituto di Francia a Parigi, a Napoli e a Praga.

«Dumas accenna a questi articoli e racconti in alcuni suoi scritti e quindi io sapevo dell'esistenza di questi testi perduti. Così mi sono messo a investigare e grazie anche alla collaborazione di un amico di Napoli ho potuto avviare la ricerca che mi ha condotto al primo troncone - ha raccontato Schopp - Altri manoscritti sono riuscito a ritrovarli nella Biblioteca Nazionale di Praga, dopo aver appreso che là erano arrivati per donazione della figlia di Dumas».

Quell'osservatore lucido che fu Dumas analizza chiaramente le cause del brigantaggio, descrive il fenomeno della camorra, che considera «la più eclatante manifestazione di arretramento mentale» del Regno delle Due Sicilie. Scrive tra l'altro Dumas: «Il Re Ferdinando II era il vero capo della camorra. Sotto il suo regno, tutti rubavano. Il Re Borbone lasciava rubare e lui stesso dava l'esempio, in certi casi, rubando a piene mani». Ma da romanziere provetto, amante degli intrighi, Dumas si sofferma anche su piccoli e grandi episodi di cui in parte era stato anche testimone a Napoli, descrivendo abbuffate a tavola, razzie, imboscate, casi di corruzione e assassini.

Venerdì 14 Ottobre 2011 - 16:17    Ultimo aggiornamento: 17:09




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L'ultima beffa dell'Rc auto: niente incidenti, via la polizza

Libero




La regola è chiara e inequivocabile: più sei affidabile ovvero meno incidenti stradali commetti, più il premio assicurativo si abbassa quindi meno ti costa la polizza secondo il famoso meccanismo bonus-malus. Risultato? Contento tu che paghi meno la tua assicurazione, contanta la tua compagnia che con un cliente virtuoso riduce il proprio rischio. Ma se questo sembrava essere il semplice principio alla base dell'Rc Auto, ora non è più così. E infatti negli ultimi tempi su migliaia di automobilisti con pochi, a volte nessun incidente alla spalle, piovono disdette da parte delle compagnie assicurative o addirittura vengono proprosti nuovi contratti più onerosi. Ma che motivo si nasconde dietro a questo comportamento apparentemente senza senso?

Nuove regole - Anzitutto c'è da dire che il comportamento descritto seppur scorretto è legale. Nel 2006 è entrato in vigore il nuovo Codice delle Assicurazioni private che mira a garantire l'assicurato e a favorire la concorrenza. In realtà però le nuove norme mettono le imprese in una posizione invidiabile: anche loro possono "disdettare" polizze senza problemi e con un tempo di preavviso di soli 15 giorni.

Ma perché? -
Ma rimangono ancora da chiarire però i motivi per cui ciò avviene. Dove sta la convenineza per la compagnia? E' presto detto. Da una parte la società assicuratrice preferisce ridurre il rischio, ripulire il portafoglio da possibili sorprese puntando sulla cacciata dei clienti che ritengono meno affidabili, anche se fedelissimi negli anni. E basta solo una picccolissima macchia nella propria condotta, a volte neanche quella. Ma la beffa non è finita. Se però in cliente è estremamente virtuoso, il motivo per disdire la polizza c'è comunque. Perché il criterio non è più l'eliminazione del rischio ma l'antieconomicità nel meccanismo bonus-malus di avere un assicurato troppo affidabile. Qundi in un caso o nell'altro puoi esser sempre fregato.


14/10/2011




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Studenti, un altro corteo contro le banche. Uova e spazzatura contro diverse filiali

Corriere della sera

Tentato un blitz a Goldman Sachs, fitto lancio di oggetti contro i mezzi della polizia a difesa della sede Fininvest



MILANO - E' finito con un lancio di oggetti contro i mezzi della polizia, a due passi dalla sede di Finivest in via Paleocapa, il corteo degli studenti. I cordoni di agenti e i mezzi della polizia sono stati tempestati da un fitto lancio di frutta, ortaggi, bombolette spray e immondizia. Le due parti non sono venute a contatto . Alla manifestazione degli studenti (per fondi alla scuola pubblica e contro la crisi e il governo) hanno partecipato circa duemila persone. Un blitz nella sede della banca americana Goldman Sachs era stata la prima azione dimostrativa degli studenti, di nuovo in corteo nel centro di Milano dopo la manifestazione di venerdì scorso. Un gruppo di una ventina di ragazzi ha tentato di entrare di sorpresa nella sede meneghina della banca americana, in piazzetta Bossi, vicino a piazza Cordusio. Respinti da alcuni dipendenti della sede, i giovani hanno allora imbrattato l'androne con vernice spray e gettando sacchi pieni di immondizia al grido di «Goldman Sachs non ha il coraggio di guardare in faccia i giovani senza futuro».

UOVA E VERNICE - Il corteo, formato dai ragazzi delle scuole superiori di Milano e provincia, ha preso di mira vetrine e sportelli bancomat degli istituti bancari incontrati lungo il tragitto. In particolare, a partire dall'inizio di via Mazzini, in pieno centro, gruppi di giovani hanno bersagliato con secchiate di vernice e uova ogni filiale bancaria incontrata sul percorso, scrivendo sui muri e attaccando manifesti.

La sinistra non vuole autisti extracomunitari L'Amt di Genova : "Lo prevede un regio decreto"

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Fare l'autista degli autobus "non può rientrare tra le mansioni degli extracomunitari", secondo gli avvocati di Amt che hanno chiesto di respingere il ricorso presentato da Asgi contro l’azienda di trasporto pubblico locale che esclude i cittadini extracomunitari dalla selezione per autista




Ci si aspettava una spiegazione magari imbastita in punta di diritto, con inoppugnabili citazioni di codici e articoletti. Invece no, Amt è riuscita a mettere una toppa che è peggio del buco. Laddove il buco era la questione aperta per la scelta di accettare extracomunitari nel concorso per autisti. E laddove la toppa rischia di provocare, questa sì, polemiche improntate alla presunta discriminazione razziale.

Sì, perché Amt ha spiegato che la scelta di escludere gli immigrati non è dettata da vincoli di legge. L’autista degli autobus però svolge mansioni che riguardano la pubblica incolumità, l’ordine pubblico e la sicurezza, per cui condurre mezzi pubblici «non può rientrare tra le mansioni degli extracomunitari». Queste le controdeduzioni degli avvocati di Amt che hanno chiesto di respingere il ricorso presentato da Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’immigrazione contro l’azienda di trasporto pubblico locale che esclude i cittadini extracomunitari dalla selezione per autista.

I dettagli sono emersi nel cordo dell’udienza di oggi presso la sezione lavoro del tribunale civile di Genova. E in effetti un appiglio legale la tesi dell’Amt (che assicura di aver tenuto conto anche delle normative europee) ce l’ha. Ma inevitabilmente la data della norma citata rischia di aumentare le accuse nei confronti dell’azienda di trasporto pubblico. La scelta dell’Amt si basa sull’«articolo 10 del Regio decreto n. 148 del 1931 che impone il divieto di assunzione di cittadini extracomunitari nell’ambito del comparto degli autoferrotranvieri».

Trattandosi di una norma speciale, sostengono i legali dell’azienda, potrebbe derogare al principio di parità di trattamento. L’avvocato Elena Fiorini che ha presentato il ricorso per l’Asgi, sottolinea invece che la richiesta dell’Amt «viola il testo unico sull’immigrazione e la convenzione Oil del 1975 ed è discriminatoria». Il legale sostiene inoltre «l’insussistenza, nel nostro ordinamento, di un principio che esclude gli extracomunitari dal pubblico impiego. In ogni caso - conclude - la normativa europea impone il rispetto del principio di uguaglianza nell’accesso al lavoro». Il giudice si è riservato di decidere.




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Gli abiti usati della beneficenza? Finiscono dritti nel cassonetto

Corriere del Mezzogiorno

Tra i rifiuti le buste rosse con maglie, tute, giacche raccolte dall'associazione «Humana»


NAPOLI - «Stiamo dando una nuova vita al tuo abito». Sì una vita da straccio, nella spazzatura. La scritta campeggia sulle buste rosso fuoco firmate Humana-people to people, associazione di volontariato internazionale che si occupa, tra le altre cose, di redistribuire vestiti usati alle popolazioni africane disagiate.



Beneficenza nella spazzatura: le foto


Buste contenenti vestiti scaraventate nei cassonetti di via Tommasi, nei pressi di piazza Dante a Napoli. Pacchi squarciati o ancora sigillati con dentro maglie, scarpe, jeans, giacche, tute destinati ai bisognosi. Triste morale: chi doveva spedire gli abiti usati non l'ha fatto. E la beneficenza, non è la prima volta, finisce nella monnezza. Così, ripensando allo slogan scappa un sorriso amaro (per non piangere): «Stiamo dando una nuova vita al tuo abito».


Alessandro Chetta
14 ottobre 2011




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Cesare Battisti: la procura chiede l'annullamento del visto

Corriere della sera

Per il pm dovrebbe essere trasferito in Paesi viveva prima di arrivare in Brasile: Francia o il Messico



MILANO - La procura federale di Brasilia ha chiesto l'annullamento del visto di permanenza in Brasile di Cesare Battisti e il suo trasferimento non in Italia, dove è stato condannato al carcere, ma in altri Paesi dove l'ex terrorista viveva prima di arrivare nel Paese latinoamericano, e cioè la Francia o il Messico. Lo riferisce il giornale OGlobo. Nel motivare la richiesta, il procuratore Helio Heringer ha affermato che è illegale la concessione del visto a uno straniero condannato o processato per un reato in un altro Paese. Il procuratore Helio Heringer ha presentato un'azione civile pubblica all'organo del Ministero della Giustizia brasiliano che ha concesso in agosto il visto permanente a Battisti. E ha chiesto la sua immediata espulsione in un paese, come il Messico o la Francia da cui proveniva, o verso un altro paese che accetti di riceverlo.


LA DECISIONE- Il procuratore ha tenuto a sottolineare che la richiesta non ha nulla a che fare con il dossier sull'estradizione di Battisti, chiuso dal rifiuto dell'ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva di consegnare l'ex terrorista all'Italia. Il giudice si rifà alla sentenza con cui la Corte suprema definì «comuni» e non «politici» i crimini di Battisti. Di conseguenza, ha spiegato Heringer, «il visto non andava concesso». Inoltre, ha aggiunto il giudice, la decisione di Lula non sarà violata se Battisti non sarà trasferito in Italia.

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IL TRIBUNALE- Ma il giudice del Supremo Tribunale Federale (Stf) di Brasilia, Marco Aurelio Mello «Non credo che Cesare Battisti possa essere sottoposto ad una nuova via cricis», «lui è in brasile per una decisione sovrana». E aggiunge: «Di certo lui resta in Brasile per una decisione sovrana - ha detto Mello- e ha bisogno di documenti per restarvici. Quali saranno i documenti? Se la procura della repubblica ne indicherà un altro, tutto bene. Ma se non lo indicherà è il visto».

Redazione Online
13 ottobre 2011(ultima modifica: 14 ottobre 2011 09:06)

Calze pulite? In Italia un po' meno

Corriere della sera

Solo il 73% degli italiani ritiene necessario indossare calzini puliti ogni giorno, contro il 78% di tedeschi




MILANO - Per quanto tempo, per quante volte: queste sono le pressanti domande che interessano a un’azienda svizzera produttrice di calze. Gli elvetici hanno commissionato uno studio sull’igiene plantare in sei Paese europei. Che ha dato risultati sorprendenti.

IGIENE PLANTARE - I calzini, si sa, sono un prodotto tutt'altro che sexy. Ma per alcuni produttori meritano un sondaggio ad hoc. Per studiare il comportamento d'acquisto dei propri clienti un’azienda svizzera ha chiesto a 3.000 persone in Svizzera, Austria, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna, quante volte cambiano i calzini. Il sondaggio arriva dalla Blacksocks, fondata nel '99. Ebbene, la prima sorpresa: in totale risulta che il 77% degli europei interrogati - uomini e donne - cambia le calze tutti giorni. Per il restante 23% l’igiene dei piedi non è però una parola del tutto sconosciuta: il 5% cambia calze più volte al giorno. L’11% lo fa ogni due giorni, il 4% ogni tre e (fortunatamente) solo l'1% ha dichiarato che sia più che sufficiente cambiare le calze una sola volta (o meno) a settimana.

LA NAZIONE DEL FORMAGGIO - In fatto di igiene plantare i più attenti sono gli uomini tedeschi e quelli inglesi. L'indagine ha rilevato che il 78% di loro dichiara di cambiare le calze tutti i giorni. Cosa che non si può dire per gli svizzeri. E qui non sono i caratteristici formaggi a puzzare: infatti, tre persone su dieci non cambia quotidianamente le proprie calze; oltre il 10 per cento le indossa addirittura per più di due giorni di seguito. «La nazione del formaggio detiene perciò la prima posizione nell’ «Indice dell’raccapriccio», ha constatato la tv pubblica SF. A dire la verità il Paese dell’Emmentaler si trova però in buona compagnia. Pure i francesi non risultano essere campioni di igiene con solo il 66% delle persone che dichiara di cambiare le calze quotidianamente. Ben un terzo degli uomini ha ammesso infatti di usare gli stessi calzini «per più di un giorno».
GLI ITALIANI LO FANNO PIU’ SPESSO - Come per gli svizzeri anche gli italiani non si piazzano bene. Tre su dieci ritiene che non sia necessario indossare calzini puliti ogni giorno. Tuttavia, ben il 10% degli uomini asserisce di cambiarli anche più volte in una sola giornata. Notevoli differenze sono state riscontrate tra i due sessi: stando al sondaggio effettuato dalla società di ricerche di mercato GfK Switzerland risulta che il 73% degli uomini cambia le calze tutti giorni. La percentuale sale all’80% tra le donne. Discrepanze risultano anche per quanto riguarda l’età degli intervistati: in tutti i sei Paesi europei i giovani (tra i 15 e i 29 anni) sostengono di cambiare calzini con relativa frequenza e più di una volta nell’arco della giornata.



Elmar Burchia
13 ottobre 2011(ultima modifica: 14 ottobre 2011 10:19)



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La Coca Cola alla guerra in Cina "Hanno copiato la nostra bibita"

La Stampa

L'accusa: "Bottiglietta, etichetta, colore e sapore sono uguali" ma il "clone" orientale costa meno




La bevanda cinese che copierebbe quella americana


SHANGHAI

Tutto uguale: la bottiglia, l'etichetta, il colore della bevanda, pure il sapore. Così, almeno, la pensa la Coca Cola, che accusa la nota marca di acqua minerale cinese "Nongfu Spring" di aver copiato, per la sua bevanda «Victory Vitamin Water», l’idea e il disegno della sua «Glaceau Vitamin Water». Neanche a dirlo, il "clone" cinese costa molto meno della bibita americana.

Lo riferisce il quotidiano China Daily. Secondo la stampa locale i problemi tra le due aziende sarebbero cominciati già all’inizio del 2011 quando la Coca-Cola chiese alla Nongfu di rivedere il design della bottiglia e dell’etichetta della sua bevanda al gusto di frutta, ritenuta troppo simile alla propria. Zhou Li, portavoce della Nongfu Spring, ha fatto sapere che le accuse della Coca-Cola sono prive di fondamento e non hanno sostanza legale, considerando che la Nongfu Spring ha ottenuto un regolare brevetto per l’impacchettamento e il design della «Victory Vitamin Water».

Zhou ha anche aggiunto che il costo della bevanda della Coca-cola è molto più alto del loro. Attualmente una bottiglia della bevanda della Nongfu costa intorno ai 4 yuan, circa 40 centesimi di euro, circa un terzo del costo della «Glaceau Vitamin Water». Intanto il capo del dipartimento affari pubblici e comunicazione della Coca-cola ha fatto sapere che almeno per il momento la sua azienda non intende effettuare azioni legali contro l’azienda cinese ma semmai proseguire sulla strada dei colloqui.




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Ex muratore senza pensione perché l'Inps lo crede morto

Il Messaggero


LEGNAGO - Gode di ottima salute ma per l'Inps è morto e dunque non ha più diritto alla pensione che gli viene sospesa. Protagonista di quello che appare un pasticcio burocratico un ex muratore di Boschi Sant'Anna, nella bassa veronese, Giulio Marchetto di 62 anni che dall'istituto pensionistico ha saputo di non poter più ricevere i 970 euro mensili di pensione perchè passato, secondo l'Inps, a miglior vita. Come non bastasse l'ufficio previdenziale, in una lettera, ha chiesto agli eredi il pagamento di somme già erogate. Rivoltosi al proprio Centro di Assistenza Fiscale, il Caf, Marchetto, come indica L'Arena, dovrà ora produrre una serie di documenti per dimostrare di essere vivo e vegeto. Al pensionato e a sua moglie l'intoppo sta creando notevoli problemi economici. «Chissà perchè - ha detto l'uomo ai giornalisti - hanno tolto la pensione a una persona viva quando in Italia si scoprono spesso truffatori che riscuotono pensioni di congiunti morti da tempo».

Venerdì 14 Ottobre 2011 - 09:25




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Corte Ue: volo cancellato? Sì anche ai danni morali

La Stampa

Sì al danno morale, oltre che materiale, se il collegamento aereo salta e il passeggero resta a terra. Ma attenzione: nella categoria del volo cancellato rientra anche l'ipotesi in cui il velivolo di linea sia costretto a rientrare nello scalo di partenza poco dopo il decollo. Lo stabilisce Corte di Giustizia europea nella sentenza C-83/10 del 13 ottobre.

I Fatti

La circostanza che il decollo sia stato garantito, ma che l'aereo sia poi rientrato alla base senza aver raggiunto la destinazione prevista dall'itinerario, fa sì che il volo, così come era inizialmente previsto, non può essere considerato effettuato. 
 
Quando un volo è cancellato?
I giudici comunitari precisano che per stabilire se si sia in presenza di una "cancellazione" è necessario studiare la situazione individuale di ciascun passeggero: bisogna dunque verificare se, per ogni viaggiatore, la programmazione iniziale del volo sia stata abbandonata.
Per poter parlare di cancellazione, tuttavia, non è affatto necessario che tutti i passeggeri che avevano prenotato un posto sul volo inizialmente previsto siano trasferiti su un altro volo.
I sette passeggeri protagonisti della causa 83/10 sono stati trasferiti su altri voli, programmati all'indomani del giorno previsto per raggiungere la destinazione finale: la Corte di Lussemburgo conclude che il loro rispettivo volo inizialmente previsto deve essere qualificato come "cancellato".

Danni morali
I giudici di Lussemburgo precisano che la nozione di risarcimento supplementare consente al giudice nazionale di concedere il risarcimento del danno morale cagionato dall'inadempimento del contratto di trasporto aereo alle condizioni previste dalla convenzione di Montreal o dal diritto nazionale: il risarcimento supplementare è destinato a completare l'applicazione delle misure uniformi e immediate previste dal regolamento 261/2004; in base alle norme Ue, in caso di cancellazione del volo scatta il rimborso del biglietto ai passeggeri oppure il loro imbarco su un volo alternativo; e durante l'attesa del successivo collegamento aereo, la compagnia deve offrire ai viaggiatori un'adeguata assistenza: sistemazione in albergo, possibilità di ottenere pasti e bevande e di effettuare chiamate telefoniche.

Risarcimento supplementare
Nell'ipotesi di cancellazione del volo il risarcimento supplementare consente ai passeggeri di ottenere il risarcimento del danno complessivo, materiale e morale, subito a causa dell'inadempimento da parte del vettore aereo dei suoi obblighi contrattuali. A carico del vettore, dunque, si configura una serie di obblighi di sostegno e di spesa. Se la compagnia aerea viene meno al suo dovere, i passeggeri possono legittimamente far valere un diritto al risarcimento, che deriva dal regolamento e dunque non rientra nel ristoro "supplementare".




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La Libia tomba dei pacifisti: ma dove sono?

di


Occhi chiusi davanti alle guerre che non dispiacciono. Massacri, violenze e migliaia di arresti illegali. Ma per gli eroi della pace tutto questo non fa notizia. I drammi dei neri libici e degli immigrati africani non appassionano


Ve li ricordate? Si chiamavano pacifisti e nel segno dell’arcobaleno ne facevano di tutti i colori. C’erano gli scudi umani pronti a morire per Arafat e Saddam Hussein. C’erano Vauro e i suoi decisi a liberare Gaza dall’assedio israeliano. Per non parlare di Gino Strada sempre pronto ricordarci le vittime del conflitto afghano. O di quel vescovo deciso a non recitare mezza preghiera per Matteo Miotto, l’alpino colpevole di esser morto combattendo i talebani. E c’era tutta l’allegra brigata di Assisi, quella dei Vendola e delle Bindi, sempre felici di marciare nel nome della santa pace. Son tutti scomparsi. Si son tutti perduti nelle sabbie libiche.

Lì a due mesi dalla caduta di Gheddafi la Nato continua a bombardare. Lì uomini, donne e bambini senza acqua, cibo e cure mediche attendono che qualcuno faccia valere anche per loro la risoluzione votata dall’Onu nel nome della difesa dei civili libici. Ma Assisi non ne parla. Lì Bindi, Vendola e i loro amici inneggiano alle rivolte arabe, ma non sprecano mezza parola per la guerra di Libia. A raccontare quel dramma senza fine rimane solo la Croce Rossa Internazionale.

«La situazione all’interno dell’ospedale è caotica e inquietante - riferisce da Sirte il delegato dell’Icrc Patrick Schwaerzler - abbiamo trovato pazienti feriti dalle schegge e con gravissime ustioni. Alcuni hanno appena subito delle amputazioni. Altri sono in stato d’incoscienza tra gruppi di pazienti che continuano a implorare aiuto».

Ma le pene dei libici non allineati con i principi della santa primavera araba non rientrano purtroppo fra quelle capaci di mobilitare i pacifisti nostrani. Guardatevi la prima pagina del sito di Emergency o di Peace Reporter, «la rete della pace». C’è un appello per la liberazione del volontario Francesco Azzarà, un richiamino ai 10 anni di guerra in Afghanistan, ma per la Libia manco mezzo titolo. Non che gli argomenti manchino.

Secondo un rapporto di Amnesty International, pubblicato dopo una visita a 11 centri di detenzione sparsi tra Tripoli e Misurata, nelle galere degli ex ribelli languono più di tremila prigionieri catturati dopo la caduta del regime. Per la maggioranza di loro non esisterebbero né prove, né capi d’imputazioni. E tantomeno la certezza di un processo o di una detenzione priva di abusi. «In alcuni casi – si legge - c’è la chiara evidenza di torture praticate per ottenere confessioni o per infliggere una punizione».

In una prigione i delegati di Amnesty trovano degli strumenti di tortura, in un altra ascoltano il rumore delle frustate e i lamenti dei prigionieri. Ma quel che più dovrebbe inquietare la grande tribù dei pacifisti scomparsi è la sistematica detenzione di africani accusati di essere dei mercenari di Gheddafi esclusivamente in base al colore della pelle.

«Gli africani originari delle regioni sub sahariane e i neri libici - scrive il rapporto - sono particolarmente soggetti ad arresti arbitrari a causa del colore della pelle e delle voci secondo cui le forze gheddafiane hanno usato combattenti stranieri per combattere le forze del Consiglio di Transizione... circa il 50 per cento dei detenuti sono africani, la metà dei quali lavoratori immigrati». Un tempo accuse di questo tipo avrebbero mobilitato non solo la grande tribù pacifista, ma anche la rete dei movimenti anti razzisti della sinistra italiana.

Oggi invece il sito di “Sos razzismo” l’organizzazione «sempre pronta a combattere le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza, alla cultura, alla fede professata» non gli dedica manco mezza riga. Difende l’immigrato Rudy Guedé - unico condannato del delitto Kercher -, chiede miglior accoglienza per i disperati di Lampedusa, invoca l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, ma non spende una parola per gli africani prigionieri del nuovo regime libico. Non sono figli delle primavere arabe. Non sono in linea con il pensiero alla moda. Si meritano guerre, torture e razzismo.




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Senza Silvio niente pensione Mezzo Parlamento lo salver

Il Tempo

Il vitalizio allunga la vita del governo. Sono 350 i deputati e i senatori che devono arrivare al 2013 per maturare l'assegno. Se il governo cade molti non l'avranno. Sono la migliore garanzia per Berlusconi.

'opposizione diserta Montecitorio durante il discorso di Silvio Berlusconi (foto Pizzi) C'è una parolina che corre veloce in questi giorni di crisi tra centinaia di deputati. Una parolina che è anche la migliore garanzia per Berlusconi della tenuta del suo governo, l'elisir di lunga vita almeno fino al 2013. È il vitalizio, la pensione che i parlamentari – deputati e senatori – maturano dopo cinque anni di legislatura. Chi è stato eletto per la prima volta deve arrivare al 3 aprile del 2013. Altrimenti niente, l'ebbrezza di un'esperienza politica a Montecitorio o palazzo Madama non lascerà segno nella loro vecchiaia.

Alla Camera sono in tutto 247, un po' di meno al Senato, 103. La fotografia l'ha fatta il sito specializzato Openpolis.it che ha messo in rete numeri, elenchi e percentuali dei parlamentari in attesa della loro prima pensione. Diciamo subito che l'assegno che i nuovi deputati riceveranno quando compiranno 65 anni non è esagerato visto che con la nuova legge entrata in vigore proprio nel 2008 è pari al 20 per cento dell'indennità parlamentare. Spicciolo più spicciolo meno, intorno ai mille euro al mese. Soldi però che potranno andare a sommarsi ad altre pensioni maturate negli anni.

«È vero – ammette Beatrice Lorenzin, deputata Pdl alla sua prima esperienza in Parlamento – è un fenomeno che esiste e che incide sul voto. Però le nostre pensioni non saranno certo quelle che andranno a prendere i colleghi più anziani, vitalizi da 3000 euro al mese magari per aver fatto pochi giorni in aula. E sono proprio loro i più accaniti nel voler togliere anche questa forma di vitalizio. Una carognata, tanto loro lo hanno già maturato. Oltretutto per una come me che è stata sempre precaria al momento è l'unica forma di pensione che potrei riuscire a costruirmi».

La somma, dunque, diventa un bell'incentivo a far durare questo governo fino alla sua scadenza naturale. Anche perché molti sanno che per loro il giro nella politica di primo piano è finito e che alle prossime elezioni non saranno ricandidati. E se a questo si aggiunge che durare fino al 2013 significa continuare a incassare circa 15 mila euro al mese per un altro anno e mezzo, l'assicurazione sulla vita – politica – di Berlusconi è fatta. A leggere la lista dei partiti e dei deputati con in mente la parola chiave «vitalizio» ci si può fare anche un'idea di molti comportamenti.

Si scopre ad esempio che alla Camera la formazione che vanta il maggior numero di deputati che hanno bisogno di arrivare al 2013 è il Carroccio. Su 59 leghisti ben 36 sono al loro primo mandato, una percentuale del 61 per cento. Il partito di Bossi è l'unico che potrebbe realisticamente far cadere Berlusconi ma è anche l'alleato più fedele, quello che continua a ripetere che questo governo deve arrivare a fine mandato. Nel Pdl la percentuale scende al 35% (78 su 218), sale fino al 40% nel Partito Democratico (84 su 206), sale ancora nell'Italia dei Valori fino al 54% (12 su 22), ridiscende leggermente per Popolo e Territorio, gli ex Responsabili: 48%, 14 deputati su 29.

Si attesta infine su cifre più basse nelle altre formazioni: il 17% nell'Udc (6 su 35), il 29% dentro Futuro e Libertà (8 su 27), il 26% nel gruppo Misto (9 su 34). Interessante anche leggere i nomi di coloro che aspettano il 2013 per conquistare il tanto agognato vitalizio. Massimo Calearo, ad esempio, imprenditore vicentino che Walter Veltroni aveva candidato come capolista del Pd in Veneto, è passato l'anno scorso prima all'Api di Francesco Rutelli, poi nel Misto e infine armi e bagagli al gruppo dei Responsabili. Motivi politici, sicuramente. Ma intanto il 14 dicembre scorso, quando l'opposizione presentò la mozione di sfiducia al governo, votò contro. Salvando l'esecutivo.

Altro caso è quello di Domenico Scilipoti, vulcanico parlamentare siciliano eletto nell'Italia dei Valori e poi passato nel Misto proprio alla vigilia di quel voto del 14 dicembre. Che lo vide tra i salvatori di Berlusconi. Un altro in attesa di maturare la pensione è l'attore Luca Barbareschi. Eletto nel Pdl venne «fulminato» dall'astro nascente di Futuro e Libertà guidato da Gianfranco Fini ma dopo qualche mese decise di approdare nel gruppo Misto. Altra deputata al lavoro per maturare il suo vitalizio in questo governo è Catia Polidori, pure lei protagonista di un paio di piroette. Dal Pdl approdò a Fli ma il 14 dicembre, parlando in aula, spiegò che lei a sfiduciare Berlusconi proprio non ce la faceva. E dopo il voto trovò un «porto» sicuro tra i Responsabili. Nel gruppone dei pensionati a rischio del Pdl c'è, ad esempio, Ignazio Abrignani, scajoliano assai critico, in questi giorni, con il premier. Ma oggi, per disciplina della corrente a cui fa riferimento, voterà la fiducia. Cioè si darà da fare per arrivare al 2013. Al Senato, dove comunque la maggioranza rischia poco, i senatori che devono ancora maturare la pensione sono 103. E stavolta la Lega scivola al secondo Posto (48%), dopo l'Idv (58%).



Il vitalizio allunga la vita del governo

Ecco la lista dei 350 i deputati e senatori che devono arrivare al 2013 per maturare l'assegno. Se il governo cade molti non l'avranno. Sono la migliore garanzia per Berlusconi.


BECCALOSSI Viviana Popolo della Libertà

DE TORRE Maria Letizia Partito Democratico

CARDINALE Daniela, Partito Democratico

MURER Delia, Partito Democratico

GRANATA Benedetto Fabio, Futuro e Libertà

GRAZIANO Stefano, Partito Democratico

IAPICCA Maurizio, Gruppo Misto

LEHNER Giancarlo, Popolo e Territorio (già IR)

LABOCCETTA Amedeo, Popolo della Libertà

GOLFO Lella, Popolo della Libertà

GAROFALO Vincenzo, Popolo della Libertà

GARAVINI Laura, Partito Democratico

GATTI Maria Grazia, Partito Democratico

GIAMMANCO Gabriella, Popolo della Libertà

GIBIINO Vincenzo, Popolo della Libertà

LORENZIN Beatrice, Popolo della Libertà

MANNUCCI Barbara, Popolo della Libertà

MESSINA Ignazio, Italia dei valori

MELIS Guido, Partito Democratico

MILANESE Marco Mario, Popolo della Libertà

MINARDO Antonino, Popolo della Libertà

MIOTTO Anna Margherita, Partito Democratico

MAZZUCA Giancarlo, Popolo della Libertà

MAZZONI Riccardo, Popolo della Libertà

FOTI Antonino, Popolo della Libertà

MADIA Maria Anna, Partito Democratico

MARTINO Pierdomenico, Partito Democratico

MASTROMAURO Margherita Angela, Partito Democratico

MAZZARELLA Eugenio, Partito Democratico

LOSACCO Alberto, Partito Democratico

FERRANTI Donatella, Partito Democratico

CASSINELLI Roberto, Popolo della Libertà

CARRA Marco, Partito Democratico

CAZZOLA Giuliano, Popolo della Libertà

CENTEMERO Elena, Popolo della Libertà

COLANINNO Matteo, Partito Democratico

CIRIELLO Pasquale, Partito Democratico

CAPANO Cinzia, Partito Democratico

DIMA Giovanni, Popolo della Libertà

BONCIANI Alessio, Popolo della Libertà

BONAVITACOLA Fulvio, Partito Democratico

BRAMBILLA Michela Vittoria, Popolo della Libertà

CALEARO CIMAN Massimo, Popolo e Territorio (già IR)

CALLEGARI Corrado, Lega Nord Padania

CONCIA Anna Paola, Partito Democratico

DAL MORO Gian Pietro, Partito Democratico

FARINA Renato, Popolo della Libertà

DISTASO Antonio, Popolo della Libertà

FARINA COSCIONI Maria Antonietta, Partito Democratico

FEDRIGA Massimiliano, Lega Nord Padania

MOGHERINI REBESANI Federica, Partito Democratico

DI GIUSEPPE Anita, Italia dei valori

DI CATERINA Marcello, Popolo della Libertà

DE MICHELI Paola, Partito Democratico

DE GIROLAMO Nunzia, Popolo della Libertà

DE NICHILO RIZZOLI Melania, Popolo della Libertà

DE PASQUALE Rosa, Partito Democratico

DI BIAGIO Aldo, Futuro e Libertà

FORMICHELLA Nicola, Popolo della Libertà

MOLTENI Laura, Lega Nord Padania

SISTO Francesco Paolo, Popolo della Libertà

SCILIPOTI Domenico, Popolo e Territorio (già IR)

SOGLIA Gerardo, Popolo e Territorio (già IR)

SPECIALE Roberto, Popolo della Libertà

TORAZZI Alberto, Lega Nord Padania

STASI Maria Elena, Popolo e Territorio (già IR)

SCELLI Maurizio, Popolo della Libertà

SBAI Souad, Popolo della Libertà

RUSSO Antonino, Partito Democratico

RUBEN Alessandro, Futuro e Libertà

SANI Luca, Partito Democratico

SARUBBI Andrea, Partito Democratico

SAVINO Elvira, Popolo della Libertà

TOTO Daniele, Futuro e Libertà

TULLO Mario, Partito Democratico

ZAZZERA Pierfelice, Italia dei valori

ZAMPARUTTI Elisabetta, Partito Democratico

BRAGA Chiara, Partito Democratico

MECACCI Matteo, Partito Democratico

TORRISI Salvo, Popolo della Libertà

ZAMPA Sandra, Partito Democratico

VOLPI Raffaele, Lega Nord Padania

VELLA Paolo, Popolo della Libertà

VASSALLO Salvatore, Partito Democratico

VERINI Walter, Partito Democratico

VERSACE Santo Domenico, Gruppo Misto

VIGNALI Raffaello, Popolo della Libertà

ROTA Ivan, Italia dei valori

ROSSOMANDO Anna, Partito Democratico

PALAGIANO Antonio, Italia dei valori

PAGLIA Gianfranco, Futuro e Libertà

PAOLINI Luca Rodolfo, Lega Nord Padania

PAPA Alfonso, Popolo della Libertà

PARISI Massimo, Popolo della Libertà

NIRENSTEIN Fiamma, Popolo della Libertà

NICOLUCCI Massimo, Popolo della Libertà

MOLTENI Nicola, Lega Nord Padania

BOCCUZZI Antonio, Partito Democratico

MOSCA Alessia Maria, Partito Democratico

MOTTOLA Giovanni Carlo Francesco, Popolo e Territorio (già IR)

MUNERATO Emanuela, Lega Nord Padania

PEDOTO Luciana, Partito Democratico

PES Caterina, Partito Democratico

RECCHIA Pier Fausto, Partito Democratico

RAO Roberto, Unione di Centro

ROCCELLA Eugenia Maria, Popolo della Libertà

RONDINI Marco, Lega Nord Padania

ROSSI Mariarosaria, Popolo della Libertà

RAINIERI Fabio, Lega Nord Padania

PUGLIESE Marco, Gruppo Misto

PICIERNO Pina, Partito Democratico

PETRENGA Giovanna, Popolo della Libertà

POLIDORI Catia, Popolo e Territorio (già IR)

PORTA Fabio, Partito Democratico

PORTAS Giacomo Antonio, Partito Democratico

MOLES Giuseppe, Popolo della Libertà

CALVISI Giulio, Partito Democratico

FAVIA DAVID, Italia dei valori

FAENZI MONICA, Popolo della Libertà

FOLLEGOT FULVIO, Lega Nord Padania

FONTANELLI PAOLO, Partito Democratico

FUCCI BENEDETTO, Popolo della Libertà

FORCOLIN GIANLUCA, Lega Nord Padania

ESPOSITO STEFANO, Partito Democratico

D'INCECCO VITTORIA, Partito Democratico

DAL LAGO MANUELA, Lega Nord Padania

CUOMO ANTONIO, Partito Democratico










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Senza soldi L'Unità fa causa al suo cane. E' in rosso e vuole il cash del pastore tedesco

Libero




E' l’ultima grana scoppiata nella sinistra italiana. Uno scontro feroce (altro non poteva essere) fra la proprietà del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, L’Unità, e un cane lupo di nome Gunther. Cose da combattimenti clandestini, ma il tema è serio perché in mezzo c’è un assegno da 1,75 milioni di euro che il cane lupo avrebbe dovuto versare nelle casse non proprio floride del quotidiano, controllato da Renato Soru. Avrebbe dovuto farlo entro il 31 dicembre 2010 sottoscrivendo una quota di 1,25 milioni di azioni di un aumento capitale a lui riservato con sovrapprezzo di 40 centesimi per ogni azione da un euro.

Solo che il cane lupo ha promesso, ma non ha sottoscritto e l’aumento di capitale è lì aperto per l’inutile attesa. Lo ha rivelato Fabrizio Meli, presidente del consiglio di amministrazione della Nie, società editrice dell’Unità, nella nota integrativa al bilancio 2010 depositato con un certo ritardo alla Camera di commercio solo questa settimana. «La quota di capitale», scrive Meli, «a disposizione di Gunther Reform Holding Spa non è stata sottoscritta alla data di scadenza, in quanto è in corso un arbitrato». Gunther è proprio un cane lupo vero, che appartiene a un eccentrico farmacologo pisano, Maurizio Mian.

Fu lui a inventarsi anni fa l’avventura finanziaria del suo cane lupo facendo circolare una leggenda metropolitana costruita per divertirsi con la stampa credulona (quasi tutta). Mian diffuse la notizia di un cane lupo che aveva ereditato una fortuna inestimabile da una contessa tedesca (mai esistita), Charlotte Lieberstein. Con quei soldi il cane lupo si era dato a spese pazze acquistando piccole squadre di calcio (Pontedera e Pisa), e ville appartenute a vip dello spettacolo (Sylvester Stallone e Madonna). Fino a prendere una quota in società che controllavano l’Unità.

Poi rivelò la beffa, spiegando che però tutto il suo Gunther group portava proprio il nome del cane lupo di casa Mian, che se non ne era il proprietario, era comunque l’ispiratore. Certo avrebbe preferito continuare la manfrina quando venne fuori la storia del conto in Lichtenstein di Gunther. Ma anche lì se la cavò nel modo più semplice possibile: scudando tutto grazie alla nuova legge varata da Giulio Tremonti. I soldi scudati sarebbero serviti a sottoscrivere l’aumento di capitale dell’Unità, a cui non avrebbero fatto proprio alcun schifo. Non è nota la ragione del contrasto per cui tutto ciò non è avvenuto.

Il contratto fra il giornale di Gramsci e la holding del cane lupo però esisteva, e di fronte al litigio non è restato che attivare l’arbitrato. Si può capire che a Gunther non debbano stare troppo simpatici quelli del Pd che vorrebbero bastonare chiunque abbia aderito allo scudo fiscale. Ma qualche salvacondotto all’Unità glielo avrebbero comunque trovato. Secondo il bilancio 2010 la situazione non è un granché florida: ci si è già mangiati per coprire le perdite negli ultimi tre anni più di 10 milioni di capitale. E gli amministratori lanciano l’allarme: «L’indice di liquidità è pari al 56%. La situazione finanziaria della società evidenzia la difficoltà a mantenere l’equilibrio finanziario e a fronteggiare le uscite nel breve termine». Servirebbe come il pane quella ciotola del lupo Gunther...


di Fosca Bincher
14/10/2011




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Sparò a un ladro in fuga Condannato a 8 anni per omicidio volontario

di

Sorprese un gruppo di malviventi in casa e li vide scappare con il suo Suv. Sparando dal balcone uccise un 19enne. Condannato nonostante la legge sulla legittima difesa


Bergamo - Cinque anni fa sparò a un ladro in fuga, sorpreso nella sua abitazione. Ora, Antonio Monella, dovrà scontare otto anni di reclusione per omicidio volontario. La vittima, Helvis Hoxa, cittadino albanese, aveva 19 anni.

La sentenza contro l'imprenditore 50enne è stata pronunciata stamattina con rito abbreviato dal gup Vittorio Masia. Eppure il legale di Monella, l’avvocato Enrico Mastropietro, aveva chiesto l’assoluzione invocando la nuova legge sulla legittima difesa, secondo la quale in casi di violazione di domicilio il proprietario dell’abitazione può difendersi, per tutelare la sua incolumità, ma anche agire contro l’aggressione ai propri beni materiali.

Nella sera tra il 5 e 6 settembre del 2006 l’imprenditore Antonio Monella era in casa con la moglie e il figlio. Aveva sentito dei rumori e aveva trovato in corridoio un gruppo di malviventi che avevano in mano le chiavi del Suv, parcheggiato nel cortile di casa. Spaventato, aveva quindi impugnato il suo fucile calibro 12, regolarmente detenuto, e aveva sparato ad uno dei ladri dal balcone. Sanguinante il 19venne aveva raggiunto i suoi complici, che lo hanno abbandonato di fronte ad un bar di Truccazzano, già in provincia di Milano. Hoxa era poi morto in ospedale.

Durante il processo, le perizie balistiche di accusa e difesa hanno dimostrato che l’imprenditore non aveva mirato contro il malvivente in fuga. Tanto che persino l’accusa parlava di "eccesso colposo di legittima difesa" e non di "omicidio volontario". Ma il gup Bianca Maria Bianchi aveva rispedito gli atti alla procura, sostenendo che il reato da ipotizzare era il secondo perché l’imprenditore sparando dal balcone doveva mettere in conto che qualcuno dei malviventi avrebbe potuto morire. E far leva sulla legge in merito alla legittima difesa non è servito: i ladri, al momento della fuga, non stavano mettendo a repentaglio l’incolumità dell’imprenditore o dei familiari.




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Attacco a Mediaset: l'inviata di Rete4 aggredita dagli operai

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Clima sempre più pesante. I lavoratori di Fincantieri impediscono le riprese alla troupe della Versione di Banfi





Brutto episodio di intolleranza e discriminazione ieri sera a Sestri Ponente. E su Rete4. Durante il collegamento alla sede di Fincantieri della trasmissione «La versione di Banfi», organizzato per dibattere della crisi dell’azienda, una troupe è stata aggredita dagli operai in agitazione, che erano intervenuti per partecipare in diretta. All’apertura del collegamento, nel secondo blocco del programma dopo che era andata in onda l’intervista ad Enrico Letta sul voto di fiducia di oggi, i lavoratori hanno aggredito la giornalista Monica Giandotti e la troupe del programma, dichiarandosi «stufi di sentire le chiacchiere dei politici».

Con un’azione clamorosa per un programma d’informazione in presa diretta, gli scalmanati hanno letteralmente impedito alla Giandotti - giornalista che ha tra l’altro lavorato con Michele Santoro per Anno Zero e che come tale non è priva di esperienza di questo tipo- di iniziare il servizio e agli operatori di riprendere la scena, oscurando la telecamera.

L’unica colpa del programma,anche a sentire gli stessi lavoratori, sarebbe stata la lunga attesa del collegamento, circa mezz’ora, passata a seguire dai teleschermi la fase iniziale della trasmissione (dove a parlare era per di più un esponente di spicco dell’opposizione quale appunto Enrico Letta). Una prassi normale per i collegamenti con il pubblico all’aperto, dettata sia dai tempi tecnici, sia dalla necessità di introdurre la piazza allo svolgimento del dibattito condotto da Alessandro Banfi con gli ospiti presenti in studio.

Non a caso l’impressione è stata che l’esito della serata sia stato determinato da una chiara ostilità verso Retequattro e le reti Mediaset in generale, controllate dalla Fininvest di Silvio Berlusconi. Non si spiega diversamente un atteggiamento e un clima così pesante nei confronti di un programma tivù che, sia per il tema che voleva trattare, sia per gli ospiti in studio (tra cui Basilio Rizzo, Giampaolo Pansa, Marina Salamon), non poteva certo dirsi sbilanciato a destra.



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La donna è libera se ci sta solo col politico di sinistra

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Nel sexgate dell’Italia dei Valori due parlamentari sono stati assolti dall’accusa di violenza: "Rapporti frutto dell’autodeterminazione"




Questa è la storia di Claudia, una ragazza che va a letto con un senatore e un deputato con la speranza di ottenere un posto di lavoro. Claudia vive a Bari e anche lei frequenta quel sottobosco del potere dove si promette e si paga, se possibile in natura. Solo che Claudia non fa parte del giro di Tarantini e per questo non diventerà famosa. Si risparmia un marchio, una lettera, sulla spalla. La sua storia non fa notizia e non fa politica. Non è un caso da telegiornali.
Claudia, due anni fa, si imbatte in una coppia di parlamentari. L’onorevole Pierfelice Zazzera e il senatore Stefano Pedica.

Tutti e due stanno con Di Pietro, eletti sotto il simbolo Idv. Non è un particolare irrilevante. I due, meglio dirlo subito, non hanno commesso alcun reato. C’è un atto del giudice che lo certifica. Ma questa storia ci serve a far capire qualcosa sul corpo delle donne. Come uno di quei test stupidi che si fanno d’estate: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Se vai con un papavero dell’Idv è quasi amore, «espressione della libertà di autodeterminazione della donna», se finisci con qualcun altro c’è poco da fare: ti vendi.

C’è il sesso di chi si illude e il sesso delle escort. C’è il sesso che ai pm non interessa e quello che nasconde sotto il materasso favori, tangenti, concussioni, ricatti e malacarne. C’è il sesso da intercettare e quello che va bene così. Quello morale, figlio di un partito giacobino, e quello per definizione immorale.

Claudia a tutte queste cose naturalmente non ci pensa. Ha solo bisogno di un posto di lavoro. Non sa a che santo votarsi e punta sulla scorciatoia. Questo non è il Paese delle raccomandazioni? Sarebbe bello se non fosse così, ma gli italiani sono disillusi e considerano la politica un tram per i desideri. Così Claudia si ritrova su un materasso del Palace Hotel di Massafra con l’onorevole Zazzera e poi replica all’Hotel Minerva di Brindisi con il senatore Pedica.

Tutti e due i politici dichiarano agli inquirenti che la loro era solo una normale relazione sentimentale. Non hanno fatto promesse. Claudia ci spera. Sogna un posto all’ufficio legislativo del Parlamento. Ne parla con loro. Niente. Mezze frasi, lasciate cadere lì. Nulla di sicuro. Promesse? Vaghe. Quelle strappate a letto, poi, muoiono in fretta.

L’onorevole Zazzera, però, qualcosa fa. Senza dire nulla a Claudia mette il suo nome tra i candidati dell’Idv per le elezioni regionali in Puglia. I dipietristi predicano bene, ma non si tirano indietro quando c’è da ricompensare la ragazza del letto accanto. Tonino pensa al figlio e Zazzera a Claudia. Quello che l’onorevole non si aspetta è che però Claudia dica di no. Questa storia non gli piace. Sta cercando un posto di lavoro, non le interessa fare bella presenza in consiglio regionale. Non vuole iscriversi alla lotteria del voto e degli eletti. Non si sente casta.

Claudia va da un avvocato e chiede di essere cancellata. Non sa nulla, l’hanno iscritta di nascosto. Fatto. Questo almeno lo ottiene. Niente lavoro, ma almeno non si fa prendere in giro con questa burla di candidatura. La ragazza vuole solo dimenticare tutto, chiudere con quei due e andare avanti. C’è qualcuno che però questa storia la sta prendendo male. È il suo convivente. Si sente tradito e beffato. Claudia non ha ottenuto nulla. La politica è un mondo di schifo. Chiede giustizia e così denuncia i due parlamentari. L’accusa? Violenza sessuale.

Il caso è delicato. Se ne occupa di persona il procuratore capo di Bari, quell’Antonio Laudati accusato dai suoi stessi pm di aver tenuto un atteggiamento troppo morbido sul caso Berlusconi. Il Csm gli ha dato ragione. E anche sui due politici dell’Idv non vuole enfatizzare lo scambio di prestazioni. L’accusa di violenza sessuale francamente è fragile. Zazzera e Pedica ammettono di aver avuto una relazione sentimentale con Claudia, ma lei era consenziente. È amore, o quasi amore. La candidatura? Un regalo. Come un fiore. Laudati chiede l’archiviazione. Il Gip conferma. Non c’è reato. Normali rapporti sessuali.

Nella motivazione della sentenza il giudice Marco Guida parla, appunto, di «libertà di autodeterminazione della donna». Claudia è libera di andare a letto con chi vuole. La vita privata di Pedica e Zazzera non interessa la giustizia. È giusto così. Resta solo un dubbio: ma il principio dell’autodeterminazione della donna vale solo quando in ballo ci sono i bravi ragazzi dell’Idv? Per gli altri ballano sempre le escort.




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Nuovi indignados? Sono i soliti noti

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In Italia dietro la protesta anticrisi ci sono sindacati, popolo viola, centri sociali, no global e sinistra massimalista. In testa al movimento i leader di Fiom, Cobas e collettivi antagonisti. Domani a Roma un'altra manifestazione degli habitué dei cortei



Roma si prepara all’assalto degli indignati. Domani manifestazione di massa come in altre 70 capitali mondiali altrettanto arrabbiate. Risveglio tardivo, quello tricolore, visto che da Madrid a New York sono mesi che gli «indignados» occupano la Puerta del Sol o l’ingresso di Wall Street, mentre in Italia hanno fatto capolino solo in questi giorni. C’è voluto tempo per organizzare la protesta. Proprio così: organizzare. Quello che in tutto il mondo appare in larga misura come un moto popolare e spontaneo dei nuovi poveri, da noi ha alle spalle la poderosa macchina per la mobilitazione.

È un apparato ben noto: quello dei professionisti della contestazione di sinistra.
Gruppi organizzati che negli armadi tengono un armamentario di bandiere e casacche pronte all'uso. Una volta sventolano il vessillo arcobaleno pacifista, un’altra indossano la maglia del popolo viola o le t-shirt «No Dal Molin», un altro giorno srotolano gli striscioni «No Tav». Militanti no-global, disobbedienti, collettivi studenteschi, centri sociali, precari, comitati di base, occupanti di case: ecco il retroterra dei cosiddetti «Draghi ribelli».

La benzina che alimenta il motore della rivolta è gentilmente offerta dai sindacati rossi. Sui social network internettiani si rincorre la voce: non preoccupatevi di quanto costa il pullman per Roma, pagano Cgil e Fiom, al massimo chiederanno un piccolo contributo. I metalmeccanici parteciperanno in forze al corteo di domani «contro le politiche di austerità e per una democrazia reale», come è scritto nell’ordine del giorno approvato dall’assemblea nazionale Fiom-Cgil di Cervia il 23 settembre scorso.

I centri sociali, la rete antagonista e i brandelli della sinistra massimalista (da Rifondazione di Ferrero a Sel di Vendola fino ai Verdi di Bonelli) sono in fermento in tutta Italia. I pullman veneziani partiranno dal piazzale davanti al centro sociale Rivolta, quelli padovani davanti al Pedro. I siti internet globalproject.info, indymedia.org e controlacrisi.org sfornano controinformazione in tempo reale. Radio Sherwood ripropone a ciclo continuo appelli audio (e video su internet) per il 15 ottobre. I redivivi «No Dal Molin» per un giorno toglieranno il presidio davanti alla base americana vicentina per correre a Roma. I coordinamenti studenteschi di tutta Italia sono in strada da giorni.

Da Torino quelli del centro sociale Askatasuna fanno sapere che «verso il 15 ottobre Val Susa chiama Italia». Anche il «popolo viola» che organizzò il «No-B day» è mobilitato «per riappropriarci delle nostre vite e delle nostre decisioni». Per tutti la parola d’ordine è «costruire l’alternativa alla loro crisi». Domani a Roma sfileranno, per gran parte, sempre le solite facce che saltano dal G8 al Dal Molin, dal Palasharp alla Val Susa, dagli Ogm ai referendum sull’acqua, dalle scuole alle case occupateçÇ. Oggi è il turno della grande finanza speculatrice e affamatrice.

I professionisti dei cortei sfruttano la scia delle proteste mondiali per riguadagnare visibilità, contestare il governo. E fare incetta di sostenitori «vip», da Luca di Montezemolo a Sabina Guzzanti. Ci sono pure i politici che vorrebbero mettere il cappello sull’indignazione: Vendola, Di Pietro, Ferrero, De Magistris. Ma sono sgraditi. Del resto, i leader della nuove protesta anti-banche cavalcano da anni l’onda della contestazione. Giorgio Cremaschi, numero uno della Fiom, guida il movimento «Il debito non lo paghiamo». Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei Cobas, rilascia da giorni interviste per richiamare «una marea di popolo indignato e infuriato».

E ancora Bartolo Mancuso, del collettivo romano Action, un avvocato che vive in una casa occupata. Giuseppe De Marzo, fondatore di A Sud, arrestato anni fa in Ecuador per attività contro le multinazionali. Gianfranco Mascia, fondatore nel 1993 dei comitati Bo-Bi (boicotta il Biscione) oggi storiografo del movimento viola passato attraverso le proteste contro guerre e Ogm. Fausto Bertinotti, che sarà in piazza «con intensità e modestia». E con un pulloverino di cachemire.




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