giovedì 13 ottobre 2011

La statua di Totò "sfrattata" da Alassio arriva a Cuneo: «È un grande onore»

Il Mattino


CUNEO - La statua di Totò, proveniente da Alassio, realizzata dallo scultore albenganese Flavio Furlani, è stata sistemata nel pomeriggio nel cortile del Municipio di Cuneo. La statua era precedentemente sistemata nei giardini di piazza Stalla di Alassio, ma la nuova giunta comunale del comune ligure in agosto ha scelto di intitolare i giardini al conte Luigi Morteo e, di conseguenza, di rimuovere l'opera dedicata a Totò, cosa che ha fatto scoppiare polemiche. Per Cuneo, la città citatà dall'attore napoletano in diversi suoi film con la frase «Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo», questo è un secondo omaggio dopo avergli dedicato la piazzetta del teatro.



Da Alassio a Cuneo, quindi, per l'adunata nazionale degli "Uomini di Mondo". Dopo lo sfratto dalla cittadina ligure, che tante polemiche ha suscitato la scorsa estate, la statua di Totò trova sistemazione, anche se provvisoria. Questa mattina, infatti, il busto di bronzo che ritrae il principe della risata è stato consegnato all'assessore alla Cultura del Comune di Cuneo, Alessandro Spedale, e a Mario Merlino, dell'associazione 'Uomini di Mondo", che si ispirano alla celebre battuta dell'attore. «Per noi è un grande onore ospitare la statua di De Curtis che nei suoi film citò la città di Cuneo - dice l'assessore Spedale -. Insieme al sindaco, Alberto Valmaggia ,stiamo studiando l'opportunità di avere la statua in modo definitivo».

Giovedì 13 Ottobre 2011 - 18:33    Ultimo aggiornamento: 18:36




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Ricerca scientifica e paradossi italiani

Corriere della sera

Da Cavour a oggi, il contributo nazionale al progresso


Camillo Benso, Conte di Cavour
Camillo Benso, Conte di Cavour
MILANO - Della morte di Cavour e del racconto che ne hanno fatto il Lancet, il British Medical Journal e negli Stati Uniti il New England Journal of Medicine tra il 15 giugno e il 17 agosto del 1861 s’è già scritto . E dell’ammirazione incondizionata che emerge da quegli scritti «per l’eroe della libertà e per il letterato che sapeva di scienza». Allora il Lancet scriveva “il debito dell’Inghilterra verso l’Italia è incalcolabile” e in Inghilterra erano convinti che persino Harvey (quello che ha scoperto che il sangue circola e che ha messo le basi della medicina moderna) non ci sarebbe arrivato mai se non fosse stato a Padova, alla scuola di Fabrizio Acquapendente e di Casserio. Poi però s’è perso tutto.

IL DECLINO - Negli stessi giorni in cui moriva Cavour, lo stato Pontificio, quello stesso che trecento anni prima aveva perseguitato Galileo e che faceva di tutto per opporsi alla scienza, aveva cacciato fuori quindici medici, i migliori. Basta a spiegare il declino della scienza e della medicina in Italia? Probabilmente no, il problema è molto più complesso. L’Italia della prima metà dell’ottocento, paradossalmente più della Gran Bretagna, subisce il fascino di un medico inglese, John Brown, autore di un’opera monumentale “Elementa medicinae”. Sosteneva che la salute era fatta di un equilibrio tra l’essere rilassati ed eccitati e che le malattie erano per troppa eccitazione. Giovanni Rasori di Parma - che fu professore a Milano – ne traduceva tutti i libri. In quel periodo c’era «una eclisse del pensiero medico in Italia, quasi sprofondato nelle sabbie mobili di un dottrinismo sterile nel campo della ricerca e nefasto in quello della pratica, mentre altrove, ad esempio in Francia, Bichat e Laennec non abbandonavano la via tracciata da Morgagni nella quale in Germania, si istradavano Giovanni Muller e Rodolfo Virchow», così Antonio Cazzaniga nel suo libro “La grande crisi della medicina italiana” dell’inizio del diciannovesimo secolo. Lo stetoscopio di Laennec del 1816 fu il simbolo di una medicina che passava dai pregiudizi all’evidenza: osservazione, esame fisico, valutazione dei tessuti al microscopio. Tutti in Europa abbracciarono queste novità con entusiasmo. In Italia no.

ITALIA OBSOLETA - La teoria dell’eccitazione sfociava inesorabilmente nel salasso (“se uno è troppo eccitato è perché ha troppo sangue, e allora caviamoglielo fino a che riesce a tollerarlo, e anche di più se serve”), così la prima metà del ‘800 è stato un periodo buio per la scienza. Continue dispute e pratiche obsolete ci hanno tenuto lontani dai circuiti della medicina vera che ormai si praticava in tutta Europa. In Italia i dottori erano rimasti ciarlatani e la gente se ne rendeva conto. L’Italia era divisa in stati e staterelli retti da re, duchi e granduchi, intolleranti a tutte le novità. I “Congressi degli Scienziati Italiani” che c’erano ogni anno dal 1839 al 1847 avrebbero dovuto essere occasione per discutere di cose mediche e aprirsi alle idee che ormai avevano preso piede all’estero. Il primo di questi congressi, quello del 1839 lo fecero a Pisa e il Papa Gregorio XVI spaventato all’idea che questo diventasse un congresso di liberali e sovversivi impedì a Carlo Matteucci di prendervi parte. Dovette invece comparire davanti alla Santa Inquisizione dove gli fecero un sacco di domande prima che potesse pubblicare uno dei suoi libri di fisiologia.

CONSEGUENZE CHE SI SENTONO OGGI - Le conseguenze di quel brutto periodo si sono fatte sentire e forse ne risentiamo anche oggi. Qualche esempio? Dal 1930 al 1960 in medicina è successo di tutto. La scoperta del primo sulfamidico è del ‘32, il pentothal fu usato per la prima volta in anestesia nel ’34 e questa scoperta ha coinciso con l’esplosione della chirurgia. La scoperta della struttura del DNA è del ’53, i primi vaccini sono comparsi nel ’54, il primo tentativo di dialisi è del ’56, i primi interventi a cuore aperto del ‘60. Qual è stato il contributo degli italiani? Quasi niente con una importante eccezione la scoperta della doxorubicina, il primo farmaco anticancro nel 1960. Merito di Farmitalia-Carlo Erba. Poi più nulla. Gli industriali del farmaco non hanno saputo mettersi insieme e i politici non hanno capito che questo era un settore cruciale. Gli italiani che hanno avuto il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia sono stati solo sei ma quattro di loro (Salvador Luria, Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi) lavoravano negli Stati Uniti.

LE RAGIONI - Le ragioni sono tante e in parte ben note, abbiamo meno ricercatori di tutti, degli Stati Uniti, del Giappone, di tutti gli altri paesi d’Europa. Investiamo in ricerca un terzo di quello che investono gli Stati Uniti, il Giappone e la metà di Francia, Germania e Regno Unito. La distribuzione dei fondi pubblici è ancora oggi viziata da procedure non trasparenti. Nelle liste delle prime università del London Times di Istituzioni italiane non ce n’è nemmeno una, peccato perché oggi l’Italia ha scienziati di prim’ordine in tutte le discipline.

Se uno guarda Thomson’s Scientific Essential Science Indicator che raccoglie e giudica la produzione scientifica e fa una graduatoria in base a quanto sono citati da altri i lavori degli italiani vede che su 106 paesi siamo al dodicesimo posto e secondo World Health Report of the Year dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2000 eravamo secondi solo alla Francia per qualità delle prestazioni del nostro Servizio Sanitario Nazionale. E poi c’è la politica. Sempre, prima delle elezioni, si sente dire che ci saranno più soldi per la ricerca, che si riformeranno le Università, che i ricercatori migliori e i medici migliori potranno avere una carriera accademica anche da noi. Tutte promesse che svaniscono regolarmente qualche settimana dopo. C’è sempre qualcosa di più urgente.

BIPARTIZAN CONTRO LA SCIENZA - Negli ultimi quindici anni abbiamo avuto governi di destra e di centro sinistra ma di qua e di là c’è chi è contro la scienza per principio o per convinzioni religiose. Lo si è visto per la fecondazione assistita, la ricerca sulle cellule staminali e le decisioni di fine vita. La legge 40 del 2004 che regola la fecondazione assistita è in contrasto con le regole della medicina e col buonsenso. Per la nostra legge non si possono produrre più di tre embrioni per volta e li si devono trasferire tutti e tre nell’utero della madre. La fecondazione assistita funziona nel trenta per cento dei casi e con tre embrioni soltanto la percentuale è ancora più bassa. E allora serve un altro ciclo di stimolazione ormonale, che ha dei rischi, e un nuovo intervento chirurgico per avere gli oociti.

C’è anche il caso che vada tutto bene, e allora saranno tre gemelli. Ma le probabilità che uno o due sia ammalato o muoia è alta, e anche la mamma corre qualche rischio. La legge dice che è vietata qualsiasi forma di selezione degli embrioni. Anche questo è in contrasto con i principi della medicina. Se uno dei genitori è portatore di anomalie genetiche, si vorrebbe evitare di trasmetterle ai figli. Ma da noi non si può. Gli embrioni che vengono dalla fecondazione in vitro, vanno messi tutti nell’utero, così come sono. Se mai si abortirà dopo. E non si può ricorrere al seme di un altro. Certe volte però un donatore servirebbe, o per la cattiva qualità del seme del partner o perché non ci sono abbastanza spermatozoi.

SI VA ALL'ESTERO - Dal momento che questi limiti non ci sono in Francia, Regno Unito, Spagna, Grecia e Belgio gli italiani vanno all’estero. Lo stesso per la ricerca con le cellule staminali embrionali. Le possiamo usare ma non le possiamo produrre nemmeno da embrioni che se no si butterebbero via. Chi ci lavora, le cellule le va a prendere all’estero. Intanto chi è contro continua a sostenere che di cellule embrionali, non ce n’è bisogno, si può far tutto con le cellule adulte. Ma questo non è vero. Anche le disposizioni di fine vita e i diritti dell’individuo sono da noi materia di scontro politico. Entrare nel merito di questioni così delicate importa poco. L’importante è compiacere gli elettori, se questo va contro le regole della medicina che sono le stesse in qualunque parte del mondo pazienza. Dagli Stati Uniti all’Europa, al Giappone, all’Australia e sempre di più anche nei paesi emergenti fare il medico è rianimare, ma anche saper sospendere le cure quando sono inutili. Fa parte delle nostre responsabilità. E’ a tutela di chi non ha più speranza perché non debba subire trattamenti inappropriati - alimentazione e idratazione aiutano a guarire ma ci sono casi in cui farlo aumenta le sofferenze anziché alleviarle.



Giuseppe Remuzzi
Arrigo Schieppati

13 ottobre 2011 18:35



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Il danno morale non è uguale per tutti i familiari della vittima

La Stampa


Con la sentenza 10108/11 la Cassazione ha stabilito che la liquidazione del danno morale, derivante da uccisione di un congiunto in un sinistro stradale, deve essere sempre personalizzata: il giudice deve tenere conto di tutti gli elementi della fattispecie concreta e della diversa posizione dei familiari rispetto alla vittima, rapportando il pretium doloris di ciascuno al turbamento psichico subito.

Il Caso

A seguito di un incidente stradale muore una donna, moglie e madre. La Corte d’Appello di Napoli liquida il danno morale, spettante ai familiari in parti uguali, il danno patrimoniale futuro da mancata percezione dell’unico reddito familiare prodotto dalla vittima, e dichiara inammissibile il danno esistenziale. La compagnia assicurativa fa ricorso, mentre i familiari della vittima propongono un ricorso incidentale.

Con il primo motivo di ricorso incidentale, i familiari lamentano l’errata liquidazione del danno morale operata dalla Corte territoriale: questa, infatti, ha ritenuto di dividere l’importo in misura uguale tra il coniuge e i due figli, stante l’asserita pari intensità del dolore subito da ciascuno di essi.
La Suprema Corte non ritiene condivisibile tale conclusione. Richiamandosi, infatti, a precedenti pronunce, afferma che il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto deve essere liquidato in base a una valutazione equitativa che tenga conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni utile circostanza, come ad esempio le abitudini di vita e l’età dei singoli familiari.

La Corte territoriale non ha chiarito, come avrebbe dovuto, l'argomentazione che l’ha portata a stabilire una paritaria distribuzione dell’importo, nonostante la differenza d’età dei congiunti e la presumibile conseguente differenza dell’intensità del vincolo con la vittima. Il giudice, invece, deve sempre dimostrare di aver tenuto conto delle particolarità del caso concreto e di non aver rimesso la liquidazione del danno ad un mero automatismo.

Il ricorso alle tabelle, in uso presso i tribunali e contenenti i valori medi per casi simili, è corretto, ma deve essere integrato con la richiamata personalizzazione, in modo da adeguare la liquidazione alle particolarità della fattispecie concreta.

La liquidazione del danno patrimoniale tiene conto della carriera che la vittima avrebbe potuto fare. Il Collegio, inoltre, accoglie un altro motivo di impugnazione incidentale e afferma che, nel liquidare il danno patrimoniale futuro per la morte di un congiunto, si deve tenere conto non solo del reddito della vittima al momento del decesso, ma anche di probabili incrementi di guadagno derivanti dallo sviluppo della carriera di cui la vittima avrebbe potuto beneficiare.



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Bush in Canada, Amnesty ne chiede l'arresto

Quotidiano.net

La richiesta è giunta al procuratore generale

Amnesty International ha chiesto alle autorità di Ottawa di arrestare e incriminare l’ex presidente Usa per aver autorizzato la tortura durante la guerra contro il terrorismo.



Ottawa, 12 ottobre 2011 - Amnesty International ha chiesto alle autorita’ canadesi di arrestare e incriminare George W. Bush, responsabile - secondo l’organizzazione - di aver autorizzato la tortura durante la guerra contro il terrorismo.

La richiesta e’ giunta al procuratore generale canadese in occasione di una visita che l’ex presidente americano dovrebbe compiere in Canada il 20 ottobre, per partecipare a un summit economico nella provincia della Columbia Britannica.

“Il Canada ha l’obbligo internazionale di arrestare e incriminare l’ex presidente Bush in considerazione della sua responsabilita’ per crimini di diritto internazionale, inclusa la tortura”, ha affermato la direttrice di Amnesty per le Americhe, Susan Lee.

“Visto che gli Usa finora non hanno portato l’ex presidente di fronte alla giustizia, la comunita’ internazionale deve intervenire. Se il Canada non assumera’ l’iniziativa durante la visita dell’ex presidente, violera’ la Convenzione Onu contro la tortura e mostrera’ disprezzo nei confronti dei diritti fondamentali”, ha aggiunto Lee.

L’iniziativa e’ stata criticata dal ministro dell’Interno canadese, Jason Kenney, che l’ha definita “ideologica”. “Queste bravate spiegano perche’ molti rispettati difensori dei diritti umani hanno abbandonato Amnesty International”, ha sottolineato l’esponente di governo.
Non e’ la prima volta che gruppi per i diritti civili si attivano per far arrestare Bush all’estero. A febbraio l’ex presidente fu costretto ad annullare un viaggio in Svizzera per il timore di finire in manette.




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Acciuffata in Spagna la «gastro-gang»

Corriere della sera

Colpiva i ristoranti premiati dalla guida Michelin



Juan Mari Arzak uno degli chef vittime della gastro-gang
Juan Mari Arzak uno degli chef vittime della gastro-gang
MILANO - Erano diventati lo spauracchio degli chef più celebri della Spagna e negli ultimi due mesi avevano svaligiato i locali più amati dai buongustai iberici. Mercoledì scorso la polizia ha finalmente sgominato la «gastro-gang», la banda, composta da sette malavitosi, che da marzo scorso aveva portato a termine oltre cinquanta rapine: le ultime delle quali nei ristoranti più chic del paese. Tra le vittime della gang anche tre dei sei locali spagnoli premiati nel 2011 con le mitiche tre stelle Michelin.

ARRESTO - La notizia dell'arresto della banda, composta principalmente da albanesi e kosovari, è stata accolta con un sospiro di sollievo da Juan Mari Arzak, Pedro Subijana e Martín Berasategui,tre dei più importanti chef iberici che proprio negli scorsi mesi avevano visto i propri ristoranti essere presi di mira dai rapinatori. La tecnica della gastro-gang, che viveva a Torrevieja, paese marino vicino a Valencia, ma che operava in tutta la Spagna, era sempre la stessa: si spostavano in una nuova città, dove restavano un paio di giorni a osservare i movimenti della gente, poi prendevano di mira il ristorante più frequentato e considerato più chic. A notte inoltrata, armati di mazze, piedi di porco e martelli, s’introducevano nel locale, dopo aver disabilitato l'allarme. Per spostarsi nella penisola fittavano auto usando falsi documenti e occultavano gli strumenti utilizzati per le rapine in due nascondigli nella regione di Madrid.

COMMENTI - Pedro Subijana, proprietario di Akelarre, ristorante nei Paesi Baschi che anche quest'anno è stato insignito delle tre stelle Michelin, conferma che i rapinatori sei settimane fa hanno prima staccato dalla parete la cassaforte e poi l'hanno portato via dal suo locale: «Avevano tutte le attrezzature necessarie e anche un sacco di esperienza - ha dichiarato lo chef spagnolo - Sono sorpreso che li abbiano acciuffati. Ci avevo perso le speranze». Anche Martin Berasategui, che gestisce un locale nel comune di Lasarte-Oria, sempre nei Paesi Baschi, ha visto scomparire dalle casse del suo ristorante diverse migliaia di euro. Più fortunato Juan Mari Arzak, lo chef che possiede un rinomato ristorante che porta il suo nome a San Sebastian e che lo scorso luglio è stato colpito dalla gastro-gang: «Circa l'80% dei nostri clienti pagano con la carta di credito, quindi non avevamo tanti soldi liquidi nelle casse - ha rivelato Arzak - A parte il vino, non c'era null'altro di valore nel ristorante. I segreti della nostra cucina sono ben custoditi».


Francesco Tortora
13 ottobre 2011 13:14



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A Roma, nell'auto del tassista abusivo «Ecco come truffiamo i passeggeri»

Corriere della sera

Con la telecamera nascosta sulla macchina abusiva. Tra trucchi, soldi anticipati e il viaggio minimo da 50 euro in su



ROMA - Tra la stazione Termini di Roma e piazza San Giovanni Laterano ci sono poco più di 2 km. Per percorrerli in taxi occorrono mediamente 10 euro. Questi pochi passi vi sono costati dai 50 euro in su? Allora siete capitati nelle grinfie di qualche abusivo. E se i tassisti romani sono i peggiori d'Europa, potete immaginare cosa possano essere i loro cloni clandestini.

NIENTE - Niente ricevute, nessun segnale stradale da rispettare, poche chiacchiere e soldi anticipati per viaggiare in auto anonime e alquanto indecenti. «Anche cinque passeggeri alla volta va bene, li spingo tutti dentro - dice con orgoglio uno di loro che staziona ogni mattina proprio all'uscita della stazione -. Che me ne frega? Tanto io sto comodo lo stesso». Filosofia spicciola, da parassita dell'ultima ora che però sottrae clienti ai regolari e porta a casa uno stipendio medio di 1800 euro al mese. E così i tassisti abusivi proliferano fuori la stazione ferroviaria ma anche nei dintorni dell'aeroporto, delle principali stazioni metropolitane, i musei, le fermate dell'alta velocità. Li trovate persino in zone più periferiche o al centro della movida capitolina.

IL SISTEMA - Per capire meglio come funziona tutto il sistema, ci fingiamo turisti in cerca di un passaggio. In poco tempo ci aggancia un abusivo al quale però raccontiamo di essere venuti a Roma per intraprendere il mestiere del tassinaro. Ovviamente in nero. E così ci svela i trucchi del mestiere. "Primo: mai prendere soldi per strada: dai nell'occhio e in qualsiasi posto ti può fermare la Polizia. Meglio in macchina. E se il cliente non vuole darteli in auto allora lo fai scendere e se la fa a piedi". Poi è tutta una sfilza di consigli paradossali. Per le strade bisogna far presto, cartelli e divieti vanno ignorati categoricamente. «Le multe? Ma sei matto? Non si pagano. E se me le contestano si attaccano al cavolo». Stesso discorso per l'auto. Quasi nessuno l'ha intestata a sé. «Si trova una testa di legno, un prestanome, così se devi pagare qualcuno non paghi nessuno».

COME FARE - Ma prima di poter iniziare a fare questo lavoro bisogno subire: «Due, tre, quattro volte». Non è facile per nessuno e nessuno lascia spazio agli altri. «Pagate qualcuno per fare questo lavoro?» gli chiedo, forse con troppo candore. «Senti, qui non ci sono chiacchiere da fare... - risponde quasi seccato -. Vuoi fare questo lavoro? Allora devi subire e stare al gioco finché non capisci dove, come e perché». Possibilmente stando attenti anche a quelli della "squadra". Chi sono? «Quelli che ci perseguitano - ride beffardo il tassinaro abusivo -. Ci conoscono tutti, siamo un po' come guardie e ladri. Ma noi siamo svegli, non ci facciamo prendere».

Antonio Crispino
13 ottobre 2011 11:37

Decide di vendere la collezione di orologi

Il Giorno

Ma prende soldi fotocopiati: truffato di 500mila euro

Vittima, un costruttore di 56 anni di Castelcovati che si è visto soffiare sotto gli occhi 19 orologi gioiello. Tutto è iniziato con un annuncio sul web

Truffa orologi sul web (Alabiso)
Truffa orologi sul web (Alabiso)


Castelcovati, 13 ottobre 2011 - Una collezione di orologi preziosi. Signori in giacca e cravatta. Sedicenti magnati russi sullo sfondo. Valigette che vanno, valigette che vengono. Bigliettoni da 500 euro. Risultato: una truffa di mezzo milione. Ecco gli ingredienti di un raggiro da film. Vittima, un costruttore di 56 anni di Castelcovati che si è visto soffiare sotto gli occhi 19 orologi gioiello. «Non solo gli anziani finiscono nel mirino dei truffatori», hanno chiosato il capitano di Chiari, Egidio Lardo, e il maresciallo di Castelcovati, Sergio Spatafora, cui il 7 ottobre è stata sporta denuncia.

Tutto è iniziato con un annuncio sul web. L’imprenditore, villa con caveau per custodire Rolex, Patek Philippe, IWC, Franck Muller aveva deciso di vendere parte del tesoro. All’offerta risponde un nome altisonante, tal Alexander Hamilton, che in un ristorante milanese acquista un pezzo da 1.200 euro. In contanti. Nei giorni successivi il collezionista è bersagliato da richieste di acquisto. «Persone che garantivano disponibilità milionaria giustificata da contatti con magnati russi». L’uomo si insospettisce ma non mangia la foglia, rassicurato dal tono esperto della controparte. La scena finale del film si gira in un bar di Chiari. Ad attendere il bresciano, due individui distinti.
Lui arriva con un trolley di orologi, loro con due beautycase rigidi con, crede il tapino, il denaro. Ha con sé una macchinetta per verificare l’autenticità delle banconote, ma la coppia lo convince a controllare una mazzetta per volta per evitare spostamenti poco sicuri. Inizia il controllo.Il truffatore offre la prima mazzetta, poi la ripone, dice, e ne riporta un’altra. La mazzetta è sempre la stessa. Dopo 25mila euro autentici, l’imprenditore si ferma e accorda l’ok alla vendita. Strette di mano, grazie, arrivederci. Rimane solo con il beautycase rosso. Lo apre. I bigliettoni ci sono. Ma con la scritta Facsimile.


di Beatrice Raspa




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Liberate Bella ciao» Sfotteva i giudici e lo hanno internato

di


Giorgio suonava la canzone partigiana e lanciava insulti alle toghe Una petizione chiede che l’uomo con la fisarmonica lasci l’ospedale




«Liberate Bella Ciao». Sulla petizione fioccano le firme di passanti, avvocati, uomini delle forze dell’ordine: tutta gente che da sempre bazzica corso di Porta Vittoria, e alla presenza di quell’omino che suonava la vecchia canzone partigiana, su uno sgabello davanti al Palazzo di giustizia, aveva fatto l’abitudine. In ciabatte sotto il solleone di luglio, o infagottato nel gelo dell’inverno, «Bella Ciao» (come i passanti lo avevano ribattezzato) era sempre lì, con la sua fisarmonica suonata in modo approssimativo, e in repertorio una sola canzone. Adesso lo hanno portato via, in quello che in gergo si chiama Tso, trattamento sanitario obbligatorio: ovvero, non essendoci più manicomi a disposizione, lo hanno rinchiuso al reparto psichiatrico del Fatebenefratelli. «A firmare il Tso - raccontano al banchetto dove si raccolgono le firme - è stata Lucia Castellano, l’assessore al Demanio, a nome del sindaco Pisapia».

Qualcuno, probabilmente, sarà contento: perché gli accordi di fisarmonica, ripetuti a oltranza da mattina a pomeriggio, davano ai nervi di più di un magistrato con le finestre affacciate sul corso. E forse più ancora degli accordi davano fastidio le esternazioni gridate a squarciagola dall’omino, contro l’uno o l’altro dei suoi bersagli: giornalisti, magistrati, politici, i protagonisti di un grande complotto politico, giudiziario e sessuale, da Scalfaro, alla Boccassini, a Violante. E poi giornalisti, generali dei carabinieri, pentiti di mafia, protagonisti di una Italia dei misteri, di antichi delitti passionali e di stragi di mafia dove tutto si incrociava e tutto si teneva, all’insegna di una rilettura del tutto personale della cronaca e della storia.

L’omino con la fiosarmonica non è uno stupido nè un ignorante. La sua parabola somiglia a quella di altri personaggi simili passati in questi anni dal palazzaccio, che da una causa giusta o sbagliata si incaponiscono, sconfitta dopo sconfitta, fino ad odiare tutto e tutti. Già in passato lo avevano spedito in un reparto psichiatrico, e ne è uscito devastato dai farmaci: «Scusate ma sono totalmente incapace di intendere e di volere, 100 per cento disabile mentale, condannato a vita... Cosa volete che vi dica...», scriveva in uno dei messaggi di posta elettronica che, come lettere in una bottiglia, lanciava ogni tanto nel mare di Internet.

Davanti al tribunale, non era chiaro se «Bella ciao» conducesse una sua personale protesta, lavorasse come artista di strada o se chiedesse l’elemosina. Probabilmente, tutte e tre le cose insieme. «Qualche giorno fa sono arrivati i vigili e l’hanno portato via», raccontano i suoi sostenitori. Erano, probabilmente, gli stessi vigili che qualche tempo fa gli avevano sequestrato la fisarmonica perché smettesse di turbare gli inquilini degli uffici prospicienti. Poi l’omino in qualche modo si era fatto ridare lo strumento, o se ne era procurato un altro. Ed era tornato lì, a strimpellare e a commentare ad alta voce i mondiali di rugby (altra sua passione) in Nuova Zelanda: «Bisogna avvisare Mallett che lì l’acqua gira al contrario!».
Adesso il Comune ha deciso che l’innocua protesta di «Bella ciao» è roba da manicomio.



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Politica semi-seria: Il duello «così per dire»

Corriere della sera

Berlusconi e Tremonti story

E il procuratore Bruti Liberati consiglia ai pm le frasi anti-berlusconiane del cardinal Bagnasco

di


Gesto discutibile del procuratore di Milano: invia una e-mail a tutti i sostituti di Milano. "Leggete soprattutto i punti 8 e 9", quelli letti come un attacco a Berlusconi. Il magistrato: "Tratta i problemi della giustizia". Ma è riferito al Rubygate. Il pm Forno aveva criticato i silenzi della Chiesa sui preti pedofili



Milano
- Un appoggio in alto, anzi in Altissimo: la Procura di Milano arruola a sostegno delle proprie inchieste nientemeno che il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, massimo rappresentante della Chiesa cattolica nel nostro paese. Con una mail indirizzata a tutti i suoi sostituti, il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha volantinato la prolusione tenuta da Bagnasco il 26 settembre al consiglio della Cei. Un lungo discorso interpretato dalla maggior parte degli osservatori di cose vaticane come una rottura senza ritorno dell’intesa tra la Cei e Silvio Berlusconi. E Bruti segnala ai suoi pm proprio i passaggi della prolusione di Bagnasco che sembrano fare riferimento al presidente del Consiglio e alle inchieste della Procura milanese sul «Rubygate», ovvero sulle feste che si tenevano nella residenza del Cavaliere ad Arcore.

Il discorso di Bagnasco è del 26 settembre, ma passano dieci giorni prima che Bruti Liberati ne riceva e ne legga la copia integrale. Il procuratore ne viene talmente colpito che, con un gesto inconsueto, decide di rilanciare il discorso del presule attraverso il sistema di posta elettronica della Procura. Tre scarne righe di accompagno: «Cari colleghi, ho avuto occasione di leggere solo oggi nella sua integralità la Prolusione del 26 settembre scorso del Card. Bagnasco al consiglio Cei. Vi allego il pdf (ovvero il testo in formato elettronico, ndr) segnalando in particolare, per quanto tocca i problemi della giustizia, i punti 8 e 9».

Basta leggere il discorso, però, per rendersi conto che ai punti indicati da Bruti il cardinale non affronta tanto i temi della giustizia generalmente intesa, quanto il problema dei comportamenti di Silvio Berlusconi, e proprio nei termini in cui ritiene di averli ricostruiti la Procura milanese. Sono i passaggi in cui Bagnasco afferma che «mortifica dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui» oppure che «si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che se comprovati, rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e con la vita pubblica». Il riferimento al «bunga bunga» non potrebbe essere più esplicito. E Bruti Liberati non può non apprezzare che Bagnasco faccia propria (a parte quell’inciso «se comprovati») la tesi d’accusa della Procura milanese.

Certo, c’è anche quella frase di Bagnasco che tira le orecchie al furore investigativo dei pm («colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano inattesi e indisturbati»). Ma il senso politico dell’endorsement di Sua Eminenza è chiaro. Ed è in questa veste che Bruti Liberati lo rimbalza ai sostituti procuratori della Repubblica.
È una scelta importante, anche perché suona come una totale riappacificazione tra gli ambienti giudiziari milanesi e le gerarchie ecclesiastiche, che finora non avevano perdonato alla Procura le dichiarazioni-choc rese nell’aprile dello scorso anno dal procuratore aggiunto Pietro Forno (uno dei tre pm che oggi indaga sulle serate a casa Berlusconi) sui silenzi della Chiesa davanti ai casi di preti pedofili. Il Vaticano aveva chiesto e ottenuto che dal ministero della Giustizia partisse a tempo di record una ispezione a carico del dottor Forno. L’ispezione finì in nulla, ma sui rapporti tra Chiesa e Procura scese il gelo. Ora, in nome della lotta al «bunga bunga», evidentemente è tornato il sereno.



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Colpevoli o innocenti? Indagini e milioni buttati per non avere risposte

di

La verità? Giustiziata dai tribunali. Da Sarah Scazzi a Melania Rea: una serie di indagini senza fine, sentenze ribaltate e milioni buttati. Senza neppure una certezza




Rigorosa con i suoi tempi e con le sue abitudini, la giustizia italiana sta prodigandosi per allontanare un’altra verità che il popolo sovrano attende ansioso: accogliendo la richiesta dei difensori, poi sposata dal procuratore, la Cassazione deve decidere se spostare il processo “Sarah“ da Taranto a Potenza. Il caso è clamoroso, più unico che raro. I motivi? In Puglia, ormai, non è aria: si parla di condizioni ambientali impossibili, di pressioni mediatiche pazzesche, tutto un contesto colpevolista che non garantirebbe alla cugina Sabrina e a sua madre Cosima un sereno verdetto sull’omicidio della povera bambina.

Riconosciamolo: qualunque cosa decidano i tribunali, nessuno riesce più a stupirsi. E magari pure a indignarsi. Siamo assuefatti a questo clima di sbando e di confusione. Ormai nelle nostre aule fanno giurisprudenza le nebbie e le paludi, l’effimero e l’indeterminato. A memoria d’uomo, nessuno ricorda più l’ultima volta in cui, sollevati e soddisfatti, abbiamo assaporato il gusto di pronunciare la fatidica frase: sì, giustizia è fatta. Da troppo tempo va di moda un altro motto, rovinoso e malsano: anche stavolta giustizia è sfatta.

Ma allora, sono colpevoli o sono innocenti? Questa è la domanda che ci rimpalliamo dall’apertura delle indagini, com’è giusto e com’è normale, fino alla fine dell’ultima udienza, come invece non è per niente normale. Nessuna certezza, mai. Nemmeno dopo il famoso terzo grado di giudizio. Anni di udienze, di interrogatori, di testimonianze e di perizie, poi chiudiamo il processo così come l’avevamo aperto: con la fondata sensazione che qualcosa sfugga, che qualcosa non sia risolto, che qualcosa ancora ci separi dalla vera verità.

Pochi giorni fa, persino il presidente della Corte d’assise d’appello di Perugia, che ha rimandato a casa liberi e belli Amanda&Raffaele, non ha esitato a confermare la sgradevole sensazione: «La verità processuale è una, soltanto chi c’era quella sera conosce la verità sostanziale». Non è una frase così clamorosa, perchè sempre la verità dei processi è una verità soltanto logica e verosimile, non certa, ma in questo clima contribuisce ad alimentare il senso di confusione e di incertezza. Tutto si potrà dire, ma ripensando alla povera Meredith nessuno può sentirsi di dire che almeno in questo caso, almeno stavolta, giustizia è fatta. Siamo arrivati alla fine e ci accorgiamo che bisognerebbe ricominciare tutto da capo. Giustizia da rifare.

Non è disfattismo, non è ragionare per luoghi comuni. É un sentire diffuso, con una sfilza di casi che va facendosi decisamente inquietante. Coincidenza incredibile: è una lista tutta declinata al femminile. Oltre a Sarah, oltre a Meredith, giustizia non è fatta per Chiara Poggi, per la piccola Yara, per Melania Rea. Interminabili indagini, quintali di carta, milioni di euro per arrivare alla verità. Alla fine, però, prevalgono sempre e immancabilmente il cavillo, l’eccezione, il ricorso.

Certo può succedere, in qualche caso. Succede da sempre, ovunque. Ma quando diventa la regola, il segnale è triste. Alla fine di queste maratone caotiche e picaresche, ormai gli italiani possono permettersi soltanto una penosa dichiarazione: giustizia è matta.




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A Napoli vent’anni di agguati finiti nel vuoto Ecco la procura del fango che cerca visibilità

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I pm partenopei da tempo cercano visibilità mediatica con indagini "d’alto livello". Ma alla fine mancano sempre le prove e frana tutto. Come nell’inchiesta Lavitola. Già 492 cause nel 2009 per ingiusta detenzione: un record nazionale




L’ultimo mezzo flop è l’inchiesta sul duo Tarantini-Lavitola, con Berlusconi nella parte del pollo da spennare.
Un’indagine strattonata da tutte le parti, ammaccata, rovesciata dal tribunale del Riesame, quindi tolta ai pm di Napoli per il solito problemino della competenza. E ora proseguita senza entusiasmo dalla magistratura di Bari che annuncia: l’ordine di custodia contro Valter Lavitola ha i giorni contati. La procura di Napoli ha ormai una visibilità altissima, ha superato perfino quella di rito ambrosiano, ma i risultati non sono all’altezza. Inchieste clamorose che si sgonfiano, ritardi intollerabili nella pur elastica Italia, scarcerazioni di boss per un cavillo.

I pm napoletani, sia chiaro, sono in prima linea e pure oltre nel combattere tutte le forme possibili di criminalità. Un quinto dei bersagli intercettati nella penisola viene spiato dal Centro direzionale del capoluogo campano, con una spesa - nel 2010 - di 11,6 milioni di euro. Siamo a livelli record. Ma fra errori, lungaggini e scivoloni una parte del lavoro evapora nel nulla. Capita che un boss di prima grandezza, Vincenzo Di Lauro, uno dei primi cinquecento ricercati d’Italia insieme al padre Paolo, venga infine catturato. Un’operazione vanificata da un incredibile passo falso della procura: nell’ordinanza di arresto mancano le motivazioni. Il paragrafo, quindici righe su otto pagine, è saltato e gli avvocati difensori lo fanno notare. Risultato: il giovane viene scarcerato.

I numeri degli errori giudiziari sono impressionanti. E non hanno riscontri in Italia, proprio come quelli delle intercettazioni. Solo nel 2007 a Napoli sono stati iscritti 335 procedimenti per ingiusta detenzione, per un totale (nel 2009) di 492 cause. Un’enormità. Per raggiungere una massa analoga bisogna sommare tutti i processi in corso a Roma, Milano, Torino, Palermo, Firenze, Genova, Catania, Bologna, Potenza, Cagliari e Trento. Napoli combina da sola gli errori di mezza Italia. E la memoria corre al peccato originale, il caso simbolo di una giustizia che non c’è: le manette a Enzo Tortora, le farneticanti accuse di contiguità alla camorra, la condanna in primo grado, prima della tardiva assoluzione.

La vicenda Tortora fa purtroppo parte della storia italiana, ma tanti altri nomi sono rotolati nella polvere del disprezzo per essere poi riabilitati dopo lunghissime odissee. Antonio Gava, il potente ex ministro dell’Interno, viene assolto nel 2000 dall’accusa infamante di concorso esterno in associazione camorristica. Per ridargli l’onore ci sono voluti 5 anni e 4 mesi, riempiti da 268 udienze.

Capita, capita spesso a non solo a Napoli, che la giustizia rimedi quando ormai è troppo tardi e i giochi sono fatti. Dalla politica allo spettacolo: Gioia Scola, bellissima attrice alla ricerca del film di successo, viene catturata nel 1995 per traffico internazionale di stupefacenti. La carriera s’infrange contro i titoloni dei giornali. La tengono 73 giorni in cella e 78 agli arresti domiciliari; poi si scopre che Napoli non è competente. Le carte traslocano a Roma e nella capitale Gioia Scola è assolta dodici anni dodici anni più tardi, nel 2007. Ormai è troppo tardi per tornare davanti alla telecamere.

Capita. Anche il processo per la Global service, altro capitolo apparentemente glorioso dell’investigazione napoletana, si conclude con un disastro. Si tratta di un’indagine importantissima, che ha portato alla decapitazione della giunta di Rosa Russo Iervolino. Una vicenda che s’intreccia con il suicidio di Giorgio Nugnes, impiccatosi in casa. Il tribunale emette una raffica di assoluzioni. Per la Procura è una Caporetto. E finisce anche sul binario morto dell’archiviazione l’indagine che aveva messo in fibrillazione il mondo della politica: quella delle giovani attricette raccomandate dal presidente del Consiglio. Un altro flop, autenticato dai giudici di Roma. È Napoli: grandi titoli all’inizio, ma titoli di coda da dimenticare.



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