mercoledì 12 ottobre 2011

Il leghista Speroni: ignoro il tricolore, mi dà fastidio

Quotidiano.net

"Non amo Scilipoti. Ma per combattere il nazismo bisogna fare di tutto"

 

L'europarlamentare è intervenuto alla Zanzara, su Radio 24. "La Lega è lontana migliaia di km da Scilipoti. Sembra che se non hanno problemi in tribunali non li pigliano. E’ uno stato di necessità"

Francesco Speroni
Francesco Speroni


Milano, 12 ottobre 2011 - “Quando bisogna vincere servono per necessità anche gli Scilipoti, ma la Lega è lontana migliaia di km da Scilipoti. Sembra che se non hanno problemi in tribunali non li pigliano. E’ uno stato di necessita’”. Lo ha dichiarato l’europarlamentare della Lega Francesco Speroni alla Zanzara su Radio 24.

“Quando si doveva combattere il nazismo si sono alleati con tutti. Gli Stati uniti si sono alleati con Stalin. Quando c’è bisogno di un alleato non si guarda che alleato sia e Scilipoti non è un personaggio fra i miei preferiti. A Varese non lo invito di certo” , assicura. Sulla bandiera nazionale dice: “Ignoro il tricolore, ne farei a meno perché non mi rappresenta. Anzi mi da’ fastidio vederlo sventolare. Per me è come per un basco vedere sventolare la bandiera spagnola o per un curdo quella turca. La mia bandiera è quella della Padania’’. Poi Speroni si lascia andare a una frase colorita per criticare quanto detto da Giorgio Napolitano sulla Padania.



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Il Fatto.it si blocca per il nuovo sistema

Corriere della sera

Lettrice supera per caso la barriera di sicurezza del sito «Non sono un hacker, volevo segnalare un problema»


MILANO - Da due giorni il Fattoquotidiano.it è offline. Al solito indirizzo compare una schermata con le scuse della versione web del quotidiano di Padellaro e Travaglio, diretta da Peter Gomez: «Da ieri sera i nostri tecnici stanno provando a risolvere grossi problemi. Il lavoro è continuato per tutta la notte e non si è ancora interrotto». Cosa è successo?

LA VERSIONE DI GILDISSIMA - Un altro quotidiano online, Linkiesta, diretto da Jacopo Tondelli, svela in un dettagliato articolo di Luca Pautasso un retroscena inaspettato. Una lettrice del Fatto, abbonata alla versione pdf del quotidiano, ha superato senza alcun problema le difese del nuovo sistema del sito. «Da ieri sera sono in possesso di un elenco di oltre tremila nominativi di persone a me sconosciute - spiega Gildissima, nickname dietro cui si cela Arianna Dongiovanni -.

Queste persone sono abbonate a un giornale: è dal sito di quel giornale che ho scaricato l'elenco, in tutta libertà e senza craccare niente. Ho scritto un po' in giro per segnalare questa cosa ma non ho avuto nessuna risposta. Possibile che questo fatto, che è grave, non interessi a nessuno?». Arianna racconta di aver cercato di contattare la redazione per segnalare il disguido. Ma non sarebbe riuscita a recapitare il messaggio. A quel punto ha cominciato a usare «le maniere forti». Allo stesso modo, senza cioè forzare il login, sarebbe penetrata nel sistema editoriale del sito, sostituendo occhielli e titoletti con inviti espliciti: «Gilda vi guarda», oppure «date retta a Gilda».

LA REPLICA DEL GIORNALE - Il direttore Peter Gomez specifica che non è stata la falla nella sicurezza a bloccare il sito d'informazione: «Anzi ho anche ringraziato Arianna - spiega - per averci segnalato il problema». I guai nella redazione milanese del Fatto.it sono cominciati quando il giornale è migrato ad un nuovo sistema editoriale, un'evoluzione della piattaforma Wordpress. «Stiamo lavorando senza tregua - aggiunge Gomez - per riportare online il giornale. Conto di riuscirci entro domani mattina all'alba». Il comunicato ai lettori sulla schermata del sito si conclude con un invito: «Augurateci, se volete, in bocca al lupo».



A. Cas.



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Musulmani barbari e invasori": manifesto della Lega Nord scatena le polemiche

Il Mattino

Volantini per celebrare il 440esimo anniversario della battaglia di Lepanto affissi a Piove di Sacco. L'Udc: frasi da ignoranti




PADOVA - Un manifesto e alcuni volantini stampati in occasione del 440esimo anniversario della battaglia di Lepanto stanno scatenando malumori e polemiche a Piove di Sacco, nel Padovano. A far infuriare sono le frasi scritte nero su bianco: Lega Nord-Liga Veneta "unico baluardo contro la nuova invasione islamica" e ancora, la vittoria della battaglia di Lepanto del 1571 fatta dalla gente "veneta e cristiana contro i barbari musulmani".

Il manifesto "della gloriosa e vittoriosa battaglia di Lepanto" riporta anche una frase attribuita al profeta Isaia: "Solo chi ha memoria del passato può avere speranza sul futuro" e chiude con un "viva San Marco".

La reazione: altri volantini che criticano la Lega e attaccano Renzo Bossi.
La comparsa dei manifesti, difesi dai rappresentanti locali del Carroccio, ha intanto portato anche a qualche gesto di reazione, come un volantino anonimo su posto sui cartelloni che prima cita le vicende scolastiche del figlio di Bossi e poi indica che la "Renzo Bossi bocciato più volte porta a casa 12 mila euro al mese. La Lega seduta comodamente a Roma è incapace di risolvere i problemi del Veneto e intanto i giovani sono senza lavoro e senza futuro. Questi sono i veri problemi, altro che le battaglie di 500 anni fa. Il Veneto merita di meglio".

Pesante il giudizio dell'on. Antonio De Poli (Udc): «La Lega? Vuole tornare alla preistoria.
Altro che battaglia di Lepanto, il Carroccio vuole tornare ai tempi delle caverne quando gli uomini delle tribù primitive delle foreste si difendevano con le fionde». Poi la richiesta che il segretario regionale Gian Paolo Gobbo «Bocci pubblicamente un'iniziativa riprovevole e da medioevo: sono frasi offensive, da ignoranti e che rischiano di minare la convivenza pacifica nelle nostre città». Anche la citazione di isaia, per De Poli, è fatta in maniera «impropria e assurda. Avere memoria del proprio passato e consapevolezza della propria identità non vuol dire cancellare l'altro».

Piero Ruzzante, consigliere regionale del Pd, ha annunciato un'interrogazione
rivolta al presidente Luca Zaia «per chiedere se anche lui condivide la sostanza e i toni di questa ennesima deprecabile iniziativa della Lega Nord». Ruzzante ha poi ricordato che a Lepanto oltre alla forze navali di Venezia parteciparono uomini e navi di altre realtà «federate sotto le insegne pontificie della "Lega Santa". se proprio vogliamo trarre un insegnamento, l'inevitabile conclusione è che unendosi e non dividendosi, come vogliono fare i leghisti, che si fanno la storia e le grandi imprese».

Mercoledì 12 Ottobre 2011 - 16:21    Ultimo aggiornamento: 16:53




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A Rai Sport fermi a vent'anni fa

Corriere della sera

 

Il «presentation studio», la gaffe di Mazzocchi e il commento di Collovati

di Aldo Grasso

Attentato sventato, gli Stati Uniti non escludono un'azione militare

La Stampa

Nel mirino l'ambasciatore saudita a Washington. La Casa Bianca contro l'Iran



L'ambasciata dell'Arabia Saudita a Washington
«Ogni opzione deve essere lasciata sul tavolo» e non si può «automaticamente dire che escludiamo un’azione militare»: lo ha affermato il repubblicano Peter King, presidente della Commissione Usa per la Sicurezza Interna, commentando la notizia - diffusa dal ministero della Giustizia Usa - dello sventato complotto iraniano contro la vita dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Parlando all’emittente americana Cnn, King ha definito lo sventato attentato «un atto di guerra»

Il dossier sul complotto iraniano che avrebbe dovuto uccidere l’ambasciatore saudita a Washington arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A volerlo portare lì, hanno riferito fonti diplomatiche occidentali, sono principalmente Stati Uniti e Arabia Saudita, in un contesto di relazioni diplomatiche tra l’Iran e il resto del mondo che sembra tornato a venti anni fa, quando la Repubblica islamica programmava omicidi mirati in diverse capitali dell’Occidente.

I più determinati a voler punire Teheran sono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Arabia Saudita, che ha ritenuto «schiaccianti» le prove del coinvolgimento del governo iraniano. L’Iran, ha detto il vicepresidente americano, Joe Biden, nel corso di un’intervista a Abc, «sarà ritenuto responsabile di quest’atto scellerato». Washington è in continua consultazione con Londra sulla preparazione di un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Repubblica islamica. Riferendolo, un portavoce del premier britannico, David Cameron, ha sottolineato: «Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità». Il dossier sul complotto, hanno riferito fonti occidentali, arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

L’Unione europea ha espresso «grave preoccupazione». «Dovessero essere confermati, i fatti costituirebbero una grossa violazione della legalità internazionale, con gravi implicazioni globali», ha detto Maja Kocijancic, portavoce dell’Alto responsabile per la politica estera, Catherine Ashton. L’Ue, che segue «molto da vicino» gli sviluppi degli eventi, ha chiesto a Teheran di «cooperare totalmente con la giustizia americana», che gode della «fiducia» dei Ventisette. La Repubblica islamica si difende. Quello americano è «un gioco infantile e dilettantesco, un volgare falso per creare tensioni tra noi e Riad», ha detto il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani. Sullo stesso tono la dura reazione del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, che in una dichiarazione diffusa dall’agenzia Irna ha bollato le accuse come «un copione prefabbricato e senza alcun fondamento», «un trucco tipico della vecchia politica ostile degli Stati Uniti e del regime sionista».

Il portavoce ha assicurato che Teheran e Riad «mantengono rapporti di mutuo rispetto». «Queste false affermazioni non avranno alcun effetto sull’opinione pubblica della regione» mediorientale, ha aggiunto. Anche l’ambasciatore iraniano all’Onu si è attivato immediatamente, scrivendo una lettera al segretario generale Ban ki-moon e al Consiglio di Sicurezza in cui il regime degli ayatollah condanna «queste asserzioni vergognose» che fanno parte di «un ben congegnato complotto diabolico» ordito da Washington.




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Le basi in Sud America di Hezbollah e Pasdaran

La Stampa


Il "Piano orizzonte": infiltrare le comunità sciite all'estero
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Dietro il tentativo di assassinio dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti c’è il «Piano Orizzonte», ovvero il tentativo delle Guardie rivoluzione iraniane e degli Hezbollah libanesi alleati di Teheran di insediarsi nell’emisfero occidentale per poter colpire con più facilità gli interessi di Washington.

«Afaq» (Orizzonte) è il nome di un piano d’azione redatto da Hassan Nasrallah, sceicco degli Hezbollah a Beirut, per creare delle centrali operative in Messico, Cuba e Venezuela dove far confluire agenti, reclutare localmente nelle comunità sciite ed accumulare informazioni su possibili obiettivi avversari al fine di consentire alla «Forza Al Quds», emanazione all’estero delle Guardia della rivoluzione iraniana che risponde agli ordini della Guida Suprema Alì Khamenei, di poter realizzare azioni spettacolari. Disporre di un tale «network» punta a consentire a Teheran di poter minacciare rappresaglie dirette contro il territorio degli Stati Uniti in caso di un crisi militare nel Golfo Persico.

A svelare l’esistenza del «Piano Orizzonte» sono documenti di servizi di intelligence occidentali che «La Stampa» ha potuto visionare, relativi all’allarme per l’imminente arrivo in America Latina di un imprecisato numero di «inviati» degli Hezbollah in coincidenza con la festa musulmana di «Id al-Adha», dal 6 al 9 novembre, che consente di giustificare arrivi e partenze con la cooperazione religiosa a favore di numerose moschee sciite in più nazioni. Il network si basa su tre tasselli: ambasciate iraniane, agenti di Hezbollah in arrivo dal Medio Oriente e moschee sciite che li attendono per svolgere attività apparentemente di tipo religioso. Al centro del tentativo di insediamento nell’emisfero occidentale c’è il Messico e in particolare la città di Tijuana, alle porte degli Stati Uniti, dove la struttura degli Hezbollah ruoterebbe attorno ad un designer grafico di nome Ali Jamil Nasser, di circa 30 anni, che avrebbe ricevuto negli ultimi mesi messaggi e comunicazioni direttamente da Mustafa Badr al-Din, il capo delle operazioni all’estero di Hezbollah che ha sostituito in questo incarico il super-terrorista Imad Mughniyah dopo la sua uccisione a Damasco. Nel 2010 l’intelligence messicana, in cooperazione con altri servizi occidentali, era riuscita a smantellare una rete informativa degli Hezbollah che operava proprio nella regione di Tijuana, ed ora la volontà di tornare a renderla operativa in tempi così stretti coincide con le rivelazioni del dipartimento di Giustizia americano sul fatto che il complotto per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington è passato proprio attraverso il Messico.

I servizi di intelligence occidentali ritengono che la «piattaforma messicana» sia stata identificata da Hezbollah e Forza Al Quds come un indispensabile canale logistico per spostare velocemente uomini, informazioni e materiali fra l’America del Nord e del Sud, rendendo possibili operazioni su entrambi i fronti. Ad alimentare la piattaforma messicana, secondo i documenti, è il «ramo caraibico» di «Piano Orizzonte», ovvero i progetti per insediare in più località dell’isola di Cuba elementi di un’unità degli Hezbollah dipendente direttamente da Badr al-Din e dal suo stretto collaboratore Talal Hamia. Lo schema immaginato prevede che la base cubana divenga il posto dove gli agenti in arrivo dal Medio Oriente possono fare tappa per essere riforniti di valuta dei Paesi dove andranno ad operare e dei relativi documenti di identità,vvero passaporti brasiliani, argentini, colombiani e paraguaiani, ma anche, se necessario, di Paesi europei. L’ultimo tassello è il Venezuela di Hugo Chavez - dove i cittadini iraniani possono entrare senza visto -, identificato come la base di partenza delle operazioni degli inviati Hezbollah in America del Sud ed anche come possibile luogo di rifugio per gli agenti bisognosi di protezione dopo aver realizzato azioni contro gli interessi americani.




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Lo Yeti esiste ed è un'affare

Corriere della sera

Secondo l'International Center of Hominology, in Siberia vivrebbero 30 individui. Lo dimostrerebbero tane e peli




MILANO - A Tashtagol, cittadina siberiana a 3.500 chilometri da Mosca, ne sono certi: gli yeti esistono e vivono proprio in questa zona. Secondo Igor Burtsev, a capo dell'International Center of Hominology, in Siberia si troverebbero circa una trentina di cosiddetti uomini delle nevi (che i russi chiamano uomini della foresta) e le prove sarebbero rappresentate in particolare da un pelo bianco della lunghezza di sette centimetri e dalle impronte trovate nei boschi vicino a Tashtagol. Il segnale più emblematico dell’esistenza dell’abominevole uomo scimmia, sottolinea ancora Burtsev, sarebbe rappresentato dalle orme, poiché le impronte delle dita sono molto larghe e con capillari in rilievo, prova certa dell’appartenenza a un ominide.

L’EQUIPE DI ESPERTI – Dunque lo yeti esiste veramente: lo ipotizza un team di esperti cinesi, americani, mongoli, canadesi ed europei che è stato incaricato dal governo di Kemerovo di studiare il caso yeti, dopo che alcuni anni fa nei pressi di una stazione sciistica erano stati ritrovati indizi sospetti. Il meeting di Tashtagol si è concluso con una certezza al 95 per cento dell’esistenza dell’abominevole uomo delle nevi, dopo una spedizione nella caverna di Azasskaya nel corso della quale sono stati ritrovati marcatori del territorio, un capello, alcune impronte e una sorta di tana che dimostrerebbero, il condizionale è sempre d’obbligo, che le montagne Shoria sono abitate dallo yeti.

QUELLA COSA LA’ - I primi avvistamenti dell’abominevole uomo delle nevi (la definizione deriva dal nepalese Metoh Kangmi, uomo-orso) risalgono al 1407 e fu il tedesco Johann Schiltberger a imbattersi casualmente nella strana creatura mentre si trovava sulla catena degli Altai, presso i confini occidentali della Mongolia. “Quella cosa là”, dicevano gli sherpa per identificare questa strana creatura leggendaria che presenta inquietanti analogie sia con le scimmie che con gli umani. E il solo aspetto della mitica creatura che vivrebbe nell’Himalaya contribuirebbe ad alimentare i racconti fiabeschi. Ora, dopo che l’Università di Kemerovo aveva momentaneamente rinviato l’apertura di un centro di studi sullo yeti, arriverebbero delle prove definite per il momento inconfutabili e rimetterebbero in discussione l’idea di un centro di studi dedicato all’abominevole creatura. Anche se a onor del vero le prove ancora non sono state sottoposte alle analisi scientifiche previste e la trafila per dimostrare che lo yeti esiste davvero è ancora lunghissima. Tutti i materiali raccolti saranno infatti studiati attentamente a Mosca e a Pietroburgo e solo se le prime analisi daranno risultati confortanti i reperti saranno esaminati dagli scienziati di Novosibirsk per lo studio del DNA.

IL BUSINESS DELLO YETI –Per il momento insomma, nonostante le notizie riprese da più parti e il clamore mediatico, tutto è ancora da dimostrare e nessuno ha mai fotografato, anche se lo stesso Messner, nel 1986, ipotizzò di averne visto uno. Il sospetto malizioso che l’amministrazione di Kemerovo abbia però un suo ritorno turistico dall’affaire-yeti non è da escludere. La regione russa della Siberia sud-occidentale sta valutando infatti di ripescare il vecchio progetto dell’osservatorio dedicato, abbinandolo addirittura a un giornale dedicato alle ultime news sullo yeti. Tutti gli anni inoltre viene celebrato lo Yeti-day ed esiste anche un bar a tema.



Emanuela Di Pasqua
12 ottobre 2011 17:36




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La strage dei Copti e l'«inverno» egiziano

Corriere della sera

Tra censura e repressione in cerca della «primavera araba»
di P. Battista

Se Bill Gates prendesse il posto di Marconi

La Stampa

La Radio Vaticana compie ottant'anni che racconta come è nata ed è giunta fino ai giorni nostri sempre al servizio del Papa


Fabrizio Mastrofini
Roma


80 anni di storia e di vita, attraverso sette pontificati (finora). È la Radio Vaticana come emerge dall’opera in due volumi che ne racconta antefatti e fatti. Dei due libri, il primo che va dalle origini (1931) al 1981, era già edito ma oramai introvabile e curato da Fernando Bea, oggi scomparso, per molti anni giornalista per la Radio Vaticana. Ora la Libreria Editrice Vaticana lo ripubblica, affiancando un secondo volume che va dal 1981 ai giorni nostri e dunque assume per forza un andamento narrativo più cronachistico. Il primo volume, con lo stile d’altri tempi, illustra l’intuizione di Pio XI: aveva capito che per la Santa Sede era necessario avere una voce indipendente, dunque una radio per raggiungere tutti gli angoli del mondo. A chi affidarsi? Al più importante scienziato del momento: Guglielmo Marconi. Come se oggi volendo fare un sito internet la Santa Sede si affidasse a Bill Gates…






Dalla prima trasmissione del 12 febbraio 1931, la Radio Vaticana ha attraversato le vicende del secolo scorso e di questo inizio del nuovo: sette papi, una guerra mondiale, totalitarismi e persecuzioni della Chiesa, un Concilio ecumenico e molti Sinodi, Anni Santi e un Grande Giubileo, oltre cento viaggi internazionali degli ultimi papi in tutti i continenti. Un avvicendarsi di eventi scandito da continue rivoluzioni tecnologiche: dalla macchina da scrivere al computer, dal disco di vinile al CD, dall'analogico al digitale. Il primo volume ci porta attraverso la Seconda Guerra Mondiale e la diffusione di milioni di messaggi per ritrovare i dispersi, ci porta attraverso il passaggio dagli inizi pionieristici alla solidità che ha consentito di seguire i frenetici viaggi di Giovanni Paolo II, sempre sotto la guida attenta dei Gesuiti, cui la Radio Vaticana è affidata.

Il secondo volume documenta la trasformazione da radio a strumento multimediale e crossmediale: dalle trasmissioni in onde corte, medie, modulazione di frequenza ai satelliti e all’incrocio con le poliedriche potenzialità di internet. Come spiega padre Federico Lombardi, gesuita, che della Radio è il Direttore generale, “in tutta questa storia non è solo un cambio di uso di strumenti o di organizzazione dei programmi, è un evolversi del nostro modo di essere comunicatori al servizio della Chiesa universale. Oggi la Radio Vaticana cerca le vie, i linguaggi, gli strumenti, le forme sempre nuove per svolgere questa missione. Dire ‘Radio’ è oggi limitante perché noi facciamo anche il web, un web multimediale”.

Nonostante l’intento celebrativo che li anima, evidente anche nella grande profusione di nomi che dicono poco ai non addetti ai lavori o al vasto pubblico, i due volumi fanno comprendere quanto vasto sia l’impegno mediale e oramai multimediale della Santa Sede. Ai lettori suggerisco due domande da porsi per affrontare la complessa e affascinante lettura dei volumi.  La prima: in che modo 80 anni di Radio hanno cambiato la comunicazione ecclesiale? E la seconda: quali soluzioni sono state inventate e individuate per governare una struttura complessa, multiculturale e multilingue, la prima del genere nel suolo italiano? Con questa bussola il lettore potrà così comprendere l’importanza dell’ultimo snodo: la svolta in corso d’opera della comunicazione ecclesiale per rispondere alle sfide del futuro, per collegare centro e periferia (come diceva il Concilio?), per dare spazio ad un messaggio difficile da trasmettere nell’agorà odierna perché porta contenuti e valori e non prodotti commerciali.

OTTANT'ANNI DELLA RADIO DEL PAPA - Vol. I da Pio XI a Giovanni Paolo II (1931-1981) Vol. II da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI (1981-2011). Autori: Vol. I di Fernando Bea; Vol. II di Alessandro De Carolis, Libreria Editrice Vaticana 2011; euro 70 (in cofanetto).




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Mano pesante del Coni, chiesti 12 anni per Riccò: carriera a rischio

La Stampa

Il corridore era recidivo. Nei giorni scorsi ha ammesso un'autotrasfusione




Riccò era risultato positivo per la prima volta al Tour 2008


MODENA

Una scure pende sulla carriera di Riccardo Riccò. La richiesta di 12 anni di squalifica avanzata nei suoi confronti dalla Procura antidoping è stata presentata il giorno dopo le ultime rivelazioni sulla vicenda, secondo le quali il corridore avrebbe dichiarato agli investigatori del Coni di aver effettuato un'autotrasfusione di una soluzione ferrosa prescritta da un medico. Riccò avrebbe invece negato ancora di avere fatto ricorso all'autoemotrasfusione. Il ciclista avrebbe effettuato l'operazione da solo, lo scorso febbraio, nelle propria abitazione per poi accusare il malore che lo aveva fatto ricoverare d'urgenza prima all'Ospedale di Pavullo, poi in quello di Modena.

Sulla condotta del ventottenne di Formigine (Modena) è anche aperta un'inchiesta della Procura di Modena. Presto Riccò sarà ascoltato dal pm Pasquale Mazzei, che sta per chiudere l'indagine. L'ipotesi dell'autoemotrasfusione emerse subito dopo il ricovero. Il medico del pronto soccorso dell'ospedale di Pavullo (Modena) dichiarò che il corridore aveva confessato di essersi praticato una autoemotrasfusione con sangue conservato in frigorifero per 25 giorni. Tale pratica è espressamente vietata dalle normative antidoping fin dal 1985.

Riccò deve sempre fare i conti con un altro episodio relativo al doping. Nel 2008 risultò positivo al Cera, l'eritropoietina di ultima generazione, al Tour de France. La scoperta fece scalpore, perchè il ciclista aveva appena vinto due tappe della Grande Boucle, e si chiuse con una squalifica a 20 mesi. Riccò tornò alle gare nel 2010, prima con la Ceramica Flaminia e poi con la squadra belga Vacansoleil, conquistando anche qualche vittoria. La stagione 2011 doveva essere quella del ritorno al top, ma quel sabato di febbraio ha cambiato tutto. Pochi giorni dopo la Vacansoleil lo sospese.

A maggio il corridore ebbe contatti con Ivano Fanini, patron di Amore e Vita Conad, per tentare un rientro, ma la cosa non ebbe seguito anche perchè a giugno fu sospeso prima dalla Federciclismo, con un atto «a difesa della sua salute»; poi dal Tribunale nazionale del Coni, per violazione della normativa antidoping, con un provvedimento valido in tutto il mondo.




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Bara fuori misura, funerale bloccato

Corriere della sera

Il feretro non entra nel loculo. I familiari costretti ad attendere quasi cinque ore



MILANO - Non sono bastate le lacrime, il dolore. Bisognava che un maldestro falegname di un'impresa di pompe funebri provocasse sgomento e indignazione nei familiari di uomo di 59 anni, morto l'altra mattina e sistemato in una cassa più larga dei 75 per 75 centimetri standard previsti per il loculo.

Così, parenti e amici hanno dovuto attendere dalle 16.30 alle 20 all'interno del cimitero Maggiore per vedere il caro estinto tumulato alla meno peggio. Dopo due tentativi andati a vuoto di piallare e segare il pregiato legno.

Tra l'imbarazzo di chi era arrivato in pullman da Ferrara per rendere omaggio al concittadino Alberto Aretusi, da anni trasferito a Milano, e lo strazio di sua madre, Renza, 79 anni, obbligata alla sedia a rotelle, perché invalida al cento per cento.

Tutto comincia quando, dopo la morte di Alberto, i familiari si rivolgono alla ditta «Bosoni», scelta dall'elenco telefonico. Il privato non può comprare direttamente dal Comune il loculo, ma bisogna, giocoforza, passare dagli addetti ai lavori. Quattromila euro solo per lo spazio richiesto e altri seimila per il resto. Ma la cassa è più larga di circa 4 centimetri e non entra. Allora, alle 17.30, ci provano con martelletto e carta vetrata. Niente. Poi arriva l'ordine del direttore del cimitero di rimandare tutto al giorno dopo.

Ma, di fronte alla durissima protesta dei presenti, mette a disposizione una sala, gli attrezzi e il personale, compresi addetti comunali. Quindi chiama i vigili urbani per giustificare il fatto che alcune persone erano rimaste all'interno del cimitero oltre l'orario di chiusura.


Michele Focarete
12 ottobre 2011 12:22



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Quirinale, gli affreschi ritrovati: rinasce la Galleria di Alessandro VII

Corriere della sera

Torna alla luce l'opera magnifica del pittore secentesco che Bonaparte aveva diviso e coperto per creare i suoi appartamenti (mai abitati)


Di PAOLO CONTI

ROMA - «Adesso tutto dialoga mirabilmente con la luce, con gli esterni, come era nel progetto di Pietro da Cortona. Le colonne grigiastre affrescate, circondate dalle verzure, lo sfondo celeste del cielo dipinto, la luce esterna e, al di là delle finestrature, gli scorci della Roma autentica e il cielo vero...». Rossella Vodret, Soprintendente per il Polo Museale Romano, ha maturato un rapporto speciale con la Galleria di Alessandro VII al Quirinale, restituita allo smagliante splendore originario dopo l'ultimo capitolo dei lavori di restauro cominciati nel settembre 2010 e finiti poche settimane fa, un anno dopo, nel settembre scorso, sotto la direzione dei lavori di Giorgio Leone, storico dell'arte e ispettore del ministero per i Beni e le attività culturali.

Rinasce la Galleria di Alessandro VII

Proprio Rossella Vodret racconta le vicende legate a una radiosa pagina del barocco romano dove tante stratificazioni testimoniano altrettanti capitoli della storia romana ed europea: «La peste stava falcidiando Roma quando Alessandro VII Chigi commissionò a Pietro da Cortona e ai suoi collaboratori la decorazione del lungo corridoio di 70 metri che collegava gli appartamenti papali alla Cappella Paolina. Rimasero chiusi lì dentro per due anni tra il 1656 e il 1657. Pietro da Cortona immaginò un vero e proprio "corridoio coperto" immerso in una natura dipinta: ventiquattro colonne binate con sfondo di verzura che inglobavano le ventisei finestre, tredici per ogni lato». Una struttura monocroma che «accoglieva», racconta Vodret, le storie dell'Antico e del Nuovo Testamento affrescate nei riquadri superiori e nei medaglioni tra le colonne. Un gioco cromatico raffinatissimo e di effetto spettacolare. Sulla parte bassa, un basamento di finti rilievi con grifi, leoni, elementi vegetali. E tra le colonne anche otto finti altorilievi con coppie di personaggi intenti ad offrire a una divinità. Non solo, ma all'inizio e alla fine della galleria, sulle pareti, la raffigurazione di Santa Maria della Pace, opera di Da Cortona su commissione di Alessandro VII, e la berniniana Porta del Popolo e Santa Maria del Popolo, primo titolo cardinalizio del papa Chigi.


Tutto questo, in un secolo e mezzo, aveva certamente perso il suo splendore: «E qui arriviamo a Napoleone, al 1812, al suo progetto di arrivare a Roma trasformando il Quirinale nella sua reggia imperiale. Occorreva un appartamento per l'imperatrice Maria Luisa e gli spazi vennero individuati qui. Il progetto fu affidato a Raffaele Stern che divise la lunga galleria in tre ambienti, Sala Gialla, Sala del Trono, Sala degli Ambasciatori».
Il che significò la copertura di tutta l'opera di da Cortona: una scialbatura sugli affreschi («bisogna ringraziare i francesi, avrebbero potuto distruggere le pitture...», ammette Vodret), colla naturale per applicare prima il mollettone e poi le stoffe da parati, i tipici girali imperiali dorati al posto delle verzure, i monogrammi di Napoleone e Maria Luisa. Le finestre sul lato del cortile vennero tamponate e oscurate.

Ma i due imperatori, come si sa, non vennero mai a Roma. Ironizza Louis Godart, Consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico del Presidente della Repubblica: «Come scrive Chateaubriand, Roma rimase la vera ferita nel cuore di Napoleone, l'imperatore parlava continuamente del suo mancato arrivo nella Città Eterna a Sant'Elena». Quel desiderio di Reggia Imperiale alterò comunque per sempre la Galleria di Alessandro VII. Poi ci fu il ritorno di Pio VII, che cancellò i simboli imperiali e li sostituì con quelli sacri. Quindi Pio IX si impegnò in altre aggiunte decorative. Infine l'arrivo dei Savoia, con ulteriori interventi: carte da parati, vasi di fiori dipinti, stemmi sabaudi.


Dice ancora Godart: «Siamo insomma di fronte a molte e significative stratificazioni e il restauro non è stata un'operazione semplice. Abbiamo potuto contare sul convinto e costante incoraggiamento del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano». Ammette Rossella Vodret: «Senza il generoso contributo della Fondazione Bracco nulla di tutto questo sarebbe stato possibile, soprattutto in tempi di crisi economica come l'attuale». Con un contributo di 500 mila euro, la Fondazione ha permesso la fine dei lavori nella Sala degli Ambasciatori entro l'anno delle celebrazioni per il 150esimo dell'Unità.

I lunghi anni di ispezioni, prima, e poi di restauri hanno riportato in parte la Galleria alla sua bellezza seicentesca. Ma, appunto, in parte perché l'incanto delle colonne e delle verzure è spezzato a metà dagli interventi napoleonici e dalle raffigurazioni sacre volute da Pio IX a metà Ottocento.
Ma la vicenda non è finita qui. Rossella Vodret, Giorgio Leone e lo stesso Godart sono «complici» di un piano successivo: staccare (non distruggendo ma conservando come testimonianza) gli interventi savoiardi e comunque ottocenteschi, ripristinare lo slancio del colonnato di Pietro da Cortona. Insomma, restituirci l'onirico «camminamento coperto ma all'aperto» voluto da Alessandro VII che nemmeno le maestranze pagate da Napoleone I ebbero il coraggio di cancellare.

Come entrare al Quirinale Il Palazzo del Quirinale è aperto al pubblico (quindi anche per la visita alla Galleria di Alessandro VII) tutte le domeniche dalle ore 8.30 alle 12 , con esclusione del 18 e del 25 dicembre. Non è necessario espletare alcuna formalità se non il pagamento del biglietto d' ingresso di € 5 . L'accesso dalla piazza del Quirinale è gratuito per i minori di 18 anni o i maggiori di 65; per i gruppi di studenti accompagnati dai loro insegnanti; per le guide turistiche; per gli interpreti turistici che affiancano la guida. Tra i tanti ambienti visitabili: il Cortile d'Onore, lo Scalone, il Salone dei Corazzieri, la Cappella paolina, la Sala del balcone, la Sala d'Ercole, la Sala degli Arazzi, il Salone delle Feste, la Sala degli Specchi, la Sala dello Zodiaco. Inclusa la Galleria di Alessandro VII, appena restaurata. Info sul sito www.quirinale.it , cliccando su «visita il palazzo», dove sono disponibili anche le regole per le visite scolastiche infrasettimanali

Paolo Conti
12 ottobre 2011 13:03

Nichi Vendola: «Steve Jobs guru della sinistra? Un abbaglio»

Corriere della sera

Il segretario prende le distanze dalla federazione romana di Sel: aveva dedicato un manifesto al fondatore di Apple



La risposta su facebook di Nichi Vendola

MILANO - Mercoledì mattina Roma si è svegliata con i muri ricoperti di singolari manifesti: una mela, quella della Apple, tanto vista in questi giorni , con all'interno il logo di Sinistra e Libertà e un saluto all'americano scomparso qualche giorno fa.

INDIGNAZIONE SU TWITTER - Un'iniziativa della federazione romana del partito che non ha incontrato i favori dei militanti sui vari social network, Twitter in primis. I commenti che circolavano (i più delicati peraltro) avevano più o meno questo tenore «Ma come compagni? Celebrate il guru del turbocapitalismo? L'oligarchico detentore del potere informatico?».

LA RISPOSTA DI NICHI - Tanta fu l'indignazione che alla fine anche Nichi Vendola ha dovuto dissociarsi dai suoi (incauti?) colleghi. Affidando la risposta, visto che di social network si trattava, alla sua pagina di Facebook. Dopo il dovuto omaggio al genio di Jobs l'affondo: « Fare del simbolo della sua azienda multinazionale - per noi che ci battiamo per il software libero - un'icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio» E poi un severo rimbrotto ai compagni della Capitale: «Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l'utilizzo del software libero, segna in modo netto la nostra scelta». Ma non potevano mettersi d'accordo prima?



Matteo Cruccu
12 ottobre 2011 14:38



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Napoli, ritrovate le spoglie di G.B. Vico Straordinaria scoperta ai Girolamini. Attesa per i riscontri con l'esame del Dna

Il Mattino

di Paolo Barbuto
NAPOLI - L’uomo che supera il computer, la memoria storica che batte la memoria ram: la ricerca delle spoglie di Vico, per la quale erano stati utilizzati moderni sistemi di monitoraggio è arrivata a una svolta grazie alla testimonianza di un ottantenne che ha ricordato i suoi studi di sessant’anni fa e ha spiegato «il corpo del filosofo è lì».



Questa storia è iniziata la settimana scorsa, perciò per comprenderla bisogna riavvolgere il nastro e concedersi un flash back.

Ripercorrendo la strada già battuta da Benedetto Croce, il rettore del complesso dei Girolamini, don Sandro Marsano, ha deciso di riaprire la campagna di ricerca delle spoglie perdute di Giovanbattista Vico. È stato individuato un luogo all’interno della «cappella dei fanciulli» ed è stata costituita una squadra di ricerca composta da Fabio Sansiveri dell’Osservatorio Vesuviano (per gestire l’avveniristica termocamera), dal geologo Gianluca Minin, e dallo speleologo Luca Cuttita.

Alla partenza delle prime ricerche il nostro giornale ha dato notizia della novità e l’articolo ha avuto una vasta eco. È arrivato anche sulla scrivania di un architetto in pensione, Vincenzo Spada, che ha avuto un sussulto: quelle stesse ricerche lui le aveva condotte sessant’anni fa.


Qui termina il flash back e comincia la storia attuale. L’altro giorno Vincenzo Spada ha bussato al portone dei Girolamini: «Io so dove sono i resti di Giovanbattista Vico». E senza nemmeno entrare nella chiesa ha spiegato con precisione che si trovavano al di sotto del pavimento in una cripta sulla destra del portone grande.

Un particolare aveva colpito Vincenzo Spada quando era giovane architetto: «Ho letto antichi documenti secondo i quali Vico è stato sepolto con un saio addosso, mi è sempre sembrato strano perché non aveva mai preso i voti». Subito dopo aver salutato e ringraziato l’architetto Spada, il rettore dei Girolamini ha chiesto di andare a verificare. Nel luogo descritto dall’architetto c’è realmente una cripta; sollevata la botola si percorrono dieci scalini e si finisce in una camera quadrata dove ci sono gli antichi «scolatoi», e una sola bara. All’interno ci sono resti inceneriti di un corpo coperto da un saio.

L’emozione è stata immensa, ma il rettore Marsano ha imposto a tutti di mantenere la calma: «Solo quando gli esami scientifici daranno certezze potremo dire che queste sono le spoglie di Giambattista Vico».

E per far scattare immediatamente il progetto di approfondimento si è rivolto a Marielva Torino, docente di Archeoantropologia al Suor Orsola e appassionata ricercatrice di memorie storiche della città.

La professoressa ha iniziato il suo lavoro ieri mattina; accompagnata da don Sandro Marsano, e da una parte del gruppo di studio, si è calata nella cripta e ha effettuato un primo esame dei resti. Il primo sopralluogo, semplicemente «visivo» ha consentito di stabilire un primo punto: «Quello che a prima vista sembra un saio è invece una giacca di importante fattura. Ma la giacca è stata semplicemente appoggiata sopra il corpo deposto nella bara che aveva indosso altre vesti, forse un saio».

La prima ipotesi avanzata è che sul corpo di Vico coperto dalla veste francescana sia stata appoggiata la sua giacca da professore universitario. Ma si tratta, per adesso, di una banale supposizione. Solo esami specifici potranno dare certezze: si cercherà, soprattutto, di individuare parti dei resti dalle quali estrarre il Dna. Se si riuscirà a recuperare il prezioso «codice», si potrà tentare di compararlo con il dna prelevato da oggetti personali appartenuti al filosofo e si arriverà a una determinazione certa.

Durante il sopralluogo della professoressa Torino, ai Girolamini è tornato l’architetto Spada. Ha visto la botola, avrebbe voluto entrare per vedere di persona ma non è stato possibile: «Sono certo che sia lui - ha detto con emozione - c’era tensione dopo la sua morte: professori universitari e adepti della congrega alla quale era iscritto si contendevano la sua sepoltura. C’era il timore che il corpo potesse essere trafugato, così venne spostato dal luogo nel quale venne deposto inizialmente, dove c’è ancora la lapide di marmo. È occultato qui. Senza un segno, senza un nome, per consentirgli di riposare in pace».


FotoGallery "Ritrovate le spoglie di G.B. Vico" (NewFotoSud-Sergio Siano)

Prima di Romano Prodi in tv: il pubblico lotta contro il sonno

Libero




La prima di Romano Prodi in tv? Tutto come previsto: il suo esordio a La7 è stato soporifero, una lotta (persa) contro il Mago Sabbiolino. La tentazione del sonno, per la maggior parte degli ascoltatori, è stata irresistibile. Con l'incarico di farci capire quale sia "il mondo che verrà", il Mortadellone costringe il pubblico al famigerato stuzzicadente per reggere la palpebra. Il buon Romano torna sul piccolo schermo e balla da solo. Si diverte lui e lui soltanto.

A rendere ancor più inquietante la lectio dell'ex leader della sinistra ci si è messo anche il contesto: la sua università di Bologna, anzi l'aula magna da cui a ritmo di tartaruga dispesnava perle economiche sulla situazione del sistema mondo e di quell'euro che Prodi volle con irresistibile pervicacia. Non potevano poi mancare battute sulla situazione del nostro Paese - ricordiamo che solo pochi giorni fa il Professore ci illuminò con la sua soluzione: "Vanno bene tutti quelli che non sono Berlusconi" -, mentre poi spaziava dai problemi demografici, a quelli energetici e fino a quelli alimenatri: la fame nel mondo.

Prodi gongola in video, intervistato dalla conduttrice e circondato da tre studenti o presunti tali, indaffarati a prender nota di quel che dice. A un certo punto il rumore monotono dell'eloquio del Professore viene squarciato dal lancio di un video. Il pubblico televisivo si divide: metà tira un respiro di sollievo, perché finalmente sale il ritmo del polpettone catodico, l'altra metà invece trasale sul divano (e si spera che lo stecchino reggi-occhio non si finito dritto dritto nel bulbo per lo sconsiderato gesto).

Ovviamente, ci sono anche i contenuti. Sorprese? Ahimè zero. Il fu leader della armata Brancaleone di sinistra ripete quello che ha sempre detto. "L'euro resisterà". "La Grecia pure. Forse". "La situazione è difficile, ma il deficit dei Paesi di eurolandia è quattro punti inferiore a quello americano". "Non si può avere una moneta comune senza una politca comune". Quatto quatto, il professore, a un certo punto si lancia in digressioni storiche relative all'800: sui divani scene di isteria collettiva, tra capelli strappati e thermos di caffè bevuti con eccessiva fretta.

L'odissea del temerario telespettatore che non può resistere all'impulso di sorbirsi il tele-predicozzo di Prodi è quasi giunta al termine. Mancano pochi minuti. Una manciata di secondi. Ma ecco spunta come l'alligatore dalla palude il ricettone per l'Italia (tanto per capirsi, lunedì il Wall Street Journal accusò Prodi di aver taroccato i conti dello Stato per entrare nell'euro, come fece la Grecia). "Serve ricerca, sviluppo, scuola, innovazione, industria. Non servono evasione fiscale e criminalità organizzata". Prodi ha scoperto il segreto di pulcinella. Momenti di gioia collettiva nell'aula magna dell'ateneo di Bologna. Non per il ricettone. La trasmissione è terminata. Buonanotte, per chi ancora non si fosse addormentato.
12/10/2011




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Il cellulare sotto la gonna delle ragazze per filmare le parti intime: denunciato

Il Mattino


ROMA -irvaArmato di telecamera, alla ricerca di donne con la gonna. La tattica adottata era sempre la stessa: dopo aver individuato la preda giusta entrava in azione e, attento a non dare nell'occhio, riprendeva gambe e parti intime. Per non farsi scoprire nascondeva il cellulare dotato di telecamera all'interno di un marsupio. È stato un passeggero che viaggiava a bordo della metro a notare l'uomo, un genovese di 46 anni, che, dopo essersi avvicinato a delle ragazze, posizionava il marsupio sotto le loro gonne e attivava la telecamera per riprendere


Il viaggiatore si è rivolto all'uomo, chiedendo spiegazioni riguardo al suo comportamento
. Ma il «voyer» per tutta risposta, appena il convoglio si è fermato alla stazione di Piazzale Flaminio, è sceso dal vagone allontanandosi a passo svelto. A chiamare il 113 una guardia giurata in servizio di vigilanza, allertata dal cittadino, che nel frattempo era sceso con il 46enne per non perderlo di vista. Gli agenti del Commissariato Villa Glori, diretto dal dr. Giuseppe Rubino, giunti immediatamente sul posto, lo hanno bloccato mentre cercava in tutti i modi di nascondere il marsupio. È stato il passeggero a raccontare agli agenti che, durante il tragitto in metro aveva visto l'uomo che approfittando del vagone affollato, si avvicinava a delle ragazze in modo particolarmente «intimo».

Occultate nel marsupio dell'uomo, i poliziotti hanno trovato tre memorie card e una sim card tagliata.
Una volta in ufficio, gli agenti hanno potuto visionare il contenuto dei tre micro chip, che hanno fatto uscire allo scoperto il passatempo del genovese. L'uomo, infatti oltre ad essere un esperto di elettronica, era un grande appassionato di voyeurismo e aveva filmato le sue vittime, ragazze giovani ed avvenenti, nelle situazioni più disparate: dalle passeggere di mezzi pubblici ad altre intente a prelevare al bancomat, ad altre in fila alle casse del supermercato fino a riprendere quelle nel procinto di salire delle scale. Al termine degli accertamenti, C.G., è stato denunciato in stato di libertà per molestie e disturbo alle persone.

Mercoledì 12 Ottobre 2011 - 11:40    Ultimo aggiornamento: 11:41




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La tivù Europa7 fa causa all'Italia "Chiediamo due miliardi di danni"

La Stampa

La sentenza oggi a Strasburgo. Nonostante avesse la licenza per trasmettere, non poteva farlo perché non aveva le frequenze


STRASBURGO 

Dalla Corte di Strasburgo «mi aspetto una sentenza esemplare» nei confronti dell’Italia, cui «abbiamo chiesto un risarcimento di due miliardi di euro». Lo ha detto oggi Francesco Di Stefano, proprietario del canale tv Europa 7. Di Stefano è a Strasburgo per assistere all’udienza della causa intentata da Europa 7 contro l’Italia.

All’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo in pratica con il caso di Europa 7 , si esaminano le condizioni delle libertà di stampa in Italia. I 17 giudici della Grande camera della Corte si dovranno pronunciare sul ricorso presentato dall’emittente italiana dopo aver ascoltato oggi gli avvocati delle parti.

Da un lato c’è Europa 7, l’emittente di Francesco di Stefano che per anni, nonostante avesse la licenza per trasmettere, non poteva perchè non aveva le frequenze e quindi lo spazio per farlo. Dall’altro lo Stato Italiano, che dovrà dimostrare di non ha violato il diritto alla libera espressione di Europa 7 e quindi quello degli italiani a essere informati. I giudici prenderanno la loro decisione subito dopo l’udienza pubblica ma la sentenza non sarà resa nota prima di almeno tre mesi. Sarà una sentenza definitiva senza appello.





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Parte la grande caccia ai "tesori" svizzeri

Il Tempo


Le banche elvetiche verserebbero all'Italia, le tasse recuperate sui nostri capitali esteri.


Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino Il Paradiso può attendere. E per chi c'è già, è meglio traslocare subito in purgatorio. Sta infatti per partire la grande caccia al tesoro dei capitali italiani in Svizzera. L'Italia potrebbe presto sottoscrivere l'accordo sui capitali esteri depositati nelle banche elvetiche già firmato da Germania e Gran Bretagna.

Il segnale che l'accordo è vicino è arrivato ieri dal presidente dell'Abi (l'associazione dei banchieri italiani), Giuseppe Mussari: «L'adesione dell'Italia alla proposta di accordo presentato da governo e sistema bancario elvetico ridurrebbe l'efficacia di molte misure di contrasto all'evasione», ha detto Mussari in audizione alla commissione finanze del Senato aggiungendo che «gli sforzi compiuti per la realizzazione di un sistema di controlli basato sulla tracciabilità mal si concilierebbero» con l'adesione all'accordo. Questo inoltre «pur potendo portare un qualche vantaggio per le casse dell'erario comporterebbe un trattamento di discriminazione sul piano della riservatezza tra cittadini che mantengono risorse finanziarie in Italia e quelli che le spostano in Svizzera».

Secondo la proposta, avanzata anche a diversi altri Paesi, i capitali dei cittadini europei verrebbero tassati in Svizzera e i proventi verrebbero versati alle rispettive autorità fiscali in cambio dell'anonimato del cliente. Nel 2011, ha proseguito il numero uno dell'Abi, «le segnalazioni da parte delle banche delle operazioni» sospette in cui è possibile «una provenienza illecita anche su evasione fiscale, si moltiplicheranno». La strada della trasparenza è lunga ma già a partire dall'inizio di agosto le diplomazie politiche, dell'una e dell'altra parte, si sono mosse per aprire la strada a questo traguardo. L'Italia potrebbe incamerare, grazie all'accordo, non meno di 2 miliardi l'anno, la Svizzera verrebbe tolta dalla «black list» dei paradisi fiscali in cui Tremonti continua a mantenerla ma vedrebbe nel contempo salvaguardato il fortino del segreto bancario. La «traccia» dell'accordo prevede infatti che le banche elvetiche gireranno sì all'Italia il prelievo sui depositi bancari ma manterranno l'anonimato sui titolari dei conti.

Ma quanti sono i soldi italiani nelle banche di Lugano e dintorni? Secondo le stime si tratterebbe di una cifra compresa fra i 130 e i 230 miliardi di euro depositati in Svizzera senza informare, a tutt'oggi, il Fisco tricolore. Considerando una media di 180 miliardi di redditi parcheggiati oltre confine nel corso degli anni e applicando un'aliquota Irpef media del 33%, si arriva a circa 60 miliardi. Denaro che l'Agenzia delle Entrate avrebbe potuto incassare ma non ha potuto farlo. Più o meno l'intero fabbisogno dello Stato italiano nel 2010. Chi ha delocalizzato illegalmente una parte del patrimonio oltreconfine farebbe dunque meglio a redimersi. Ma a quale prezzo? Gli evasori che si «pentiranno» oggi rispetto a quelli che hanno ammesso le proprie colpe nell'ultimo scudo fiscale potrebbero pagare cinque volte tanto.

La prima tranche della sanatoria del 2009 tassava i capitali emersi all'estero al 5%, il possibile accordo fiscale tra Roma e Berna potrebbe alzare l'asticella al 25%, in linea con gli accordi già firmati da Berna con Londra e Berlino per la tassazione dei capitali di tedeschi e britannici (non residenti in Svizzera) depositati nella Confederazione e non dichiarati al Fisco d'appartenenza, inglese o germanico che sia. Partendo (e scendendo) da un prelievo massimo del 34%, infatti, l'aliquota media sui capitali degli evasori tedeschi e britannici «neopentiti» dovrebbe attestarsi intorno al 25%. Questo vale per chi sceglierà di mantenere l'anonimato accettando il nuovo prelievo alla fonte da parte degli svizzeri e poi girato a Berlino e Londra, evitando di dichiararsi apertamente al proprio Fisco e pagare le aliquote nazionali intere.

Quanto ai redditi degli anni a venire (gli accordi preliminari partono dal 2013), Berlino ha firmato con Berna per un prelievo del 26,3%, mentre Londra ha replicato le aliquote nazionali, come il 40% sui dividendi. Se l'Italia scegliesse la via inglese, dal 2013 i nuovi interessi emersi dalle valli elvetiche verrebbero tassati al 20%. Sul fronte fiscale, però, ieri Mussari in Senato non ha parlato solo di evasione. «Un assetto giuridico coerente accompagnato da seri interventi di redistribuzione del carico fiscale al fine di ridurre il peso dell'imposizione per famiglie e imprese darebbe impulso alla crescita», ha detto a proposito della riforma fiscale ricordando come si tratta della prima richiesta del manifesto delle imprese sottoscritto da Abi e le altre associazioni imprenditoriali.


Camilla Conti
12/10/2011




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E l'auto di Gheddafi finì in sosta vietata

Corriere della sera

Erbusco, il gippone nel resort prediletto dalla moglie Safiya. Potrebbe essere alienato e messo all'asta


ERBUSCO (Brescia) - Il gigantesco Hummer di colore nero sta lì parcheggiato, con la polvere e i «souvenir» dei piccioni che ne imbrattano la vernice luccicante e le cromature. E perché nessuno si sogna di toccare quel bisonte della strada? Perché appartiene alla famiglia Gheddafi, perché adesso è sottoposto a fermo amministrativo e soprattutto perché - per ragioni che tutti possono ben immaginare - non si sa quale fine abbiano fatto i legittimi proprietari. La diaspora del clan del Colonnello - chi lo vuole a Tripoli, chi asserragliato a Sirte, chi giura di averlo visto varcare il confine col Niger - passa anche per la Lombardia e precisamente per l'hotel Albereta di Erbusco, inserito nella classifica dei 100 resort più lussuosi del mondo, con annessa spa a cinque stelle e ristorante affidato a Gualtiero Marchesi. Mentre il capo supremo della Jamahirya libica quando girava il mondo si faceva montare la tenda berbera, i membri della sua famiglia preferivano optare per le comodità della civiltà occidentale. A Erbusco infatti ha trascorso più volte le vacanze la moglie di Gheddafi, Safiya, mentre sempre all'Albereta ha a lungo alloggiato Mohamed Gheddafi, uno dei nipoti del colonnello; a quest'ultimo risulta intestato l'Hummer che oggi giace abbandonato sotto gli alberi del parco dell'hotel.

Il gippone di Gheddafi

L'ultimo soggiorno di lady Gheddafi in Franciacorta risale a tre anni fa: carabinieri e polizia si ricordano bene l'imponente apparato di sicurezza (e di privacy assoluta) che circondò l'arrivo dell'illustre ospite a Erbusco: Safiya era seguita da guardie del corpo ovunque, due militari dovevano rimanere giorno e notte a piantonare il corridoio proprio davanti all'appartamento della signora. La permanenza in questi casi si limitava a poche settimane. Più prolungato - e anche più turbolento - è stato invece il soggiorno del giovane Mohamed. Fonti delle forze dell'ordine raccontano di aver controllato in più di una circostanza il ragazzo piuttosto alticcio e riferiscono anche di un pauroso incidente stradale conclusosi con un'auto sfasciata e per fortuna nessun danno per il guidatore. «Ma alla fine eravamo diventati quasi amici: quando vedeva gente in divisa salutava sempre rispettosamente» confidano ancora carabinieri e poliziotti.

La presenza del nipote di Gheddafi a Erbusco è certa
fino a poche settimane prima che in Libia cominci la rivolta, dunque meno di un anno fa. Poi d'improvviso il ragazzo sparisce, sparisce un'Audi sulla quale il giovane si spostava (e che risulterebbe intestata a una società di leasing ), resta al suo posto solo l'Hummer. Cosa potrebbe accadere adesso al «gippone»? Secondo indiscrezioni sul mezzo sarebbe stato applicato un fermo amministrativo perché non più coperto da assicurazione. In teoria lo Stato italiano potrebbe più avanti alienarlo e metterlo all'asta. Ma se nel frattempo, per un qualunque accidente della storia, il giovane Gheddafi dovesse ricomparire e reclamare quel che gli appartiene? Per ora dunque la vettura- monstre rimane lì, monumento e simbolo a una grandeur improvvisamente dissoltasi.


Claudio Del Frate
12 ottobre 2011 12:21



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Tutti i segreti del comunista in camicia nera

di

Dettagli inediti del fondatore del Pci, fucilato dal Duce. Bombacci, longa manus di Lenin in Italia, disse a Mussolini: "Tu a destra, io a sinistra. Così battiamo di sicuro i padroni". E si scopre che uno dei suoi figli ebbe come padrino Umberto II


Che Nicola Bombacci, longa manus di Lenin in Italia e tra i fondatori del Pci, fosse amico per la pelle di Benito Mussolini, al punto tale da farsi uccidere insieme con lui a Dongo e finire appeso a testa in giù a piazzale Loreto, è cosa risaputa. Che il compagno Nicolino prima della scissione di Livorno del 1921 avesse stretto col futuro Duce un patto segreto dal quale nacquero il Partito nazionale fascista e il Partito comunista italiano («Tu buttati a destra, io mi butto a sinistra, così siamo sicuri che almeno uno dei due ce la farà a battere i padroni»), è invece una scoperta ora supportata da una testimonianza di prima mano.

Che, infine, il sodale di Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti abbia avuto un figlio battezzato di nascosto alla presenza del principe Umberto di Savoia in veste di padrino, è una novità assoluta, tale da lasciare di stucco persino Annamaria Bombacci, la nipote, autrice del libro Nicola Bombacci, rivoluzionario, e Giancarlo Mazzuca e Luciano Foglietta, che hanno appena pubblicato per Minerva Edizioni il documentatissimo Sangue romagnolo, sottotitolo I compagni del Duce: Arpinati, Bombacci, Nanni. Ma a confermarla al Giornale è Maria Corsini, che per 57 dei suoi 85 anni è stata la moglie di Wladimiro Bombacci, figlio del fondatore del Pci e figlioccio del re di maggio.

Le nuove rivelazioni fanno seguito a un’intervista con Foglietta, apparsa sulle nostre pagine lo scorso 31 luglio per la serie Tipi italiani. In quel dialogo, il coautore di Sangue romagnolo ricordava un aneddoto, riferito da Indro Montanelli a Mazzuca, che ebbe per protagonista Quinto Navarra, segretario particolare di Mussolini. Un giorno Navarra appariva turbato e taciturno. Il Duce gli chiese che cosa mai fosse accaduto e il suo collaboratore gli confessò d’aver mandato un assegno di mille lire al comunista Bombacci, perché la moglie di Nicolino aveva inviato una lettera a Palazzo Venezia chiedendo aiuto per un figlio molto malato.

Per questo gesto di generosità Navarra era stato convocato da Achille Starace, segretario del Partito nazionale fascista, che gli aveva stracciato la tessera del Pnf. Due giorni dopo aver raccontato l’episodio a Mussolini, il braccio destro del dittatore fu riconvocato da Starace, il quale gli consegnò una tessera nuova di zecca e, con un buffetto sulla guancia, aggiunse ammiccando: «Ci avevi creduto, eh, cretinetti!».

Quel figlio molto malato si chiamava Wladimiro (probabilmente in onore di Lenin, il cui vero nome era appunto Vladimir Il’ic Ul’janov), quartogenito di Nicola Bombacci e della maestra disoccupata Erissene Focaccia, unitisi in matrimonio nel 1905 a Forlì, nell’abbazia di San Mercuriale. Wladimiro era nato nel 1922 a Roma, dove suo padre due anni dopo avrebbe trovato un posto di lavoro all’ambasciata sovietica.

Prima di lui erano venuti al mondo Raoul, nel 1906 a Forlì, e Gea, nel 1914 a Modena. Tutti e tre avevano mitigato il dolore dei genitori per la perdita prematura della primogenita Fatima Idea Libertà, un nome che fondeva reminiscenze cattoliche e ideali massimalisti: non bisogna dimenticare che Bombacci a 17 anni era stato mandato in seminario e che suo padre Antonio, ex milite pontificio, avrebbe desiderato a tutti i costi vederlo prete.

«Ma poi la politica ebbe il sopravvento e Nicola non fece battezzare nessuno dei tre figli», assicura Annamaria Bombacci, che ha condotto approfondite ricerche in proposito. «Raoul, nonostante avesse lavorato anche lui presso l’ambasciata sovietica di Roma, si offese con me perché avevo svelato questo particolare. Insisteva nel sostenere d’aver ricevuto il sacramento. Ma nei registri di battesimo della parrocchia di San Mercuriale il suo nome non figura. Del resto era stato proprio il padre Nicola a scrivere sul settimanale che dirigeva a Cesena, Il Cuneo, di non aver fatto battezzare i figli in nome della libertà».

Ma un lettore del Giornale, Andrea Abbiati, 76 anni, residente a Roma, dirigente in pensione che ha lavorato nel settore petrolifero (Api, Shell e Agip), è in grado di correggere questa ricostruzione. Abbiati è stato amico di Wladimiro Bombacci fino alla morte, avvenuta nel 2005. «Partecipai anche ai suoi funerali. C’eravamo incontrati una decina d’anni prima sulle piste del Terminillo. Era un patito dello sci di fondo, socio del Club alpino italiano. Aveva fondato l’associazione Amici della Groenlandia. Mi chiese se potevo dargli un passaggio in auto per il ritorno.

Con me c’erano anche Renato Andaloro e quel grande campione di marcia che fu Abdon Pamich. Durante il viaggio gli chiedemmo di parlarci del padre. Ci spiegò che era molto amico di Mussolini, perché erano nati a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro da famiglie assai modeste ed entrambi avevano frequentato l’istituto magistrale.

Fecero molte battaglie politiche insieme per cercare di migliorare le condizioni dei lavoratori. Quando si rese conto che le speranze rivoluzionarie dei socialisti venivano regolarmente frustrate, Bombacci propose a Mussolini di radicalizzare la lotta con una manovra a tenaglia contro i padroni: “Facciamo così, tu vai a destra e io vado a sinistra”. E poco dopo il primo fondò il Pci e il secondo il Pnf».

Ma la confidenza più sorprendente che Wladimiro Bombacci fece ad Abbiati riguardò il proprio battesimo, avvenuto con ogni probabilità nel 1930, a Cortina d’Ampezzo. È all’inizio di quell’anno, come scrivono Mazzuca e Foglietta in Sangue romagnolo, che la madre Erissene inoltra a Mussolini la famosa richiesta d’aiuto citata da Montanelli.
«Wladimiro mi raccontò che da piccolo s’era fratturato le vertebre cervicali sbattendo violentemente la nuca contro lo spigolo di un termosifone. Aveva assoluto bisogno di cure, che i genitori non potevano permettersi. I soldi arrivati sottobanco dal Duce consentirono il ricovero nella clinica ortopedica Rizzoli di Bologna.

Ma lì il bambino apparve deperito e rachitico, per cui i medici consigliarono di trasferirlo in un sanatorio dell’Ampezzano, l’istituto Codivilla, dove avrebbe potuto proseguire le cure e giovarsi del clima dolomitico. La madre ovviamente rispose che la famiglia non era in grado di pagare un soggiorno in montagna. Un nuovo intervento di Mussolini rese la cosa possibile. Fu così che madre e figlio partirono per Cortina».

La presenza sotto le Tofane del quartogenito di Bombacci non poteva certo passare inosservata. Tanto più che lo stesso fondatore del Pci almeno una volta si recò a trovare il piccolo degente: lo comprova una foto consegnata ad Annamaria Bombacci da Rosina Del Col, a quell’epoca infermiera al Codivilla, che ritrae il barbuto rivoluzionario insieme con i parenti di altri ricoverati, seduto in prima fila. Dietro di lui, nel primo letto da sinistra, si vede Wladimiro.

L’indiscrezione arrivò anche all’orecchio di don Pietro Frenademez, un prete leggendario, più importante di un sindaco, che dal 1922 al 1961 fu alla guida della parrocchia di Cortina, ancor oggi tutelata dal diritto di giuspatronato, per cui il prevosto viene scelto dal Consiglio comunale fra una terna proposta dal vescovo. «Quando don Frenademez seppe dalla signora Bombacci che il bambino non era cristiano e che mai e poi mai il padre Nicola, ateo e anarchico, avrebbe acconsentito a farlo battezzare», rievoca Abbiati, «tanto insistette che alla fine riuscì a strapparle il permesso di amministrare in segreto il sacramento al figlioletto».

A quel punto il parroco fu però costretto a informare il suo diretto superiore, il vescovo di Bressanone (Cortina sarebbe passata alla diocesi di Belluno solo nel 1964). Poteva trattarsi di monsignor Johannes Raffl, reggente fino al 2 aprile 1930, oppure di monsignor Johannes Baptist Geisler, che gli subentrò. Non v’è certezza al riguardo. È invece sicuro che il vescovo in carica, resosi conto di quanto delicata fosse la faccenda, decise di battezzare personalmente Wladimiro Bombacci.

E qui s’inserisce Umberto di Savoia. Il quale, reduce dal viaggio di nozze con Maria José, la principessa del Belgio sposata l’8 gennaio 1930 nella Cappella Paolina del Quirinale, si trovava in quel periodo in vacanza all’hotel Cristallo di Cortina. «Appreso che il vescovo di Bressanone veniva a battezzare il figlio di Bombacci», riprende Abbiati, «si offrì immediatamente di fare da padrino al fanciullo. Finita la seconda guerra mondiale, Wladimiro volle andare a trovare Umberto II a Cascais, dove il sovrano rimasto sul trono per meno di un mese viveva in esilio. Il re di maggio gli gettò le braccia al collo ed esclamò: “Mi ricordo benissimo di te! Tu sei il mio figlioccio”».

«Andò esattamente così, re Umberto fu davvero molto affettuoso con Wladimiro», conferma Maria Corsini Bombacci, la vedova, superando l’iniziale ritrosia. «Posso testimoniarlo perché in quel giorno del 1948 mi trovavo al fianco di mio marito nella Villa Italia di Cascais. Eravamo sposati da poco e facemmo scalo in Portogallo durante il viaggio verso l’Argentina».

Viaggio di nozze? «Lo chiami così, se vuole. In realtà fu una fuga, conclusasi con un confino in Sudamerica che sarebbe durato per molti anni. Se sapesse che brutta aria tirava in Italia nel 1948...». Già. Aveva cominciato a dare i suoi frutti velenosi l’interdetto pronunciato da Luigi Longo, il rappresentante del Pci nel Comitato di liberazione nazionale di Milano, alla vista dei cadaveri esposti a piazzale Loreto: «Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve parlare mai più».



stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Affranti. Tonino Di Pietro è un uomo disperato "E se non c'è più Berlusconi io cosa faccio?

Libero




Quando esce da Montecitorio, dopo aver rilasciato l’ennesima dichiarazione sul governo «sfiduciato che non ha più nulla da dire al Paese», Antonio Di Pietro scopre di aver paura del salto nel buio. «Che lo faccio a fare questo mestiere se non c’è più Berlusconi?», si lascia scappare il leader dell’Italia dei valori al termine del voto con il quale l’Aula di Montecitorio ha bocciato l’aggiustamento di bilancio dello Stato. Parole che dopo l’euforia per aver inferto un nuovo colpo alla maggioranza, danno fiato alle preoccupazioni dell’opposizione su quello che potrà accadere nelle prossime ore. Va bene la richiesta delle dimissioni del presidente del consiglio, ma con quale sbocco? Le elezioni anticipate o un governo di larghe intese? E con chi, eventualmente? Sulla strada da intraprendere, i partiti del centrosinistra e il Terzo polo marciano più divisi che mai.

Tanto per cominciare, l’opposizione incassa una vittoria ottenuta per caso. Un po’ per le assenze tra le fila della maggioranza, un po’ per l’astuzia di uno dei suoi deputati più navigati, il pd Roberto Giachetti. È lui stesso a spiegare i segreti del successo: «Si tratta di intercettare tre deputati ai quali si chiede di nascondersi poco prima della votazione per poi rientrare in Aula al momento opportuno cambiando così i numeri della votazione». Una tattica che ieri ha depistato il centrodestra. Fatto sta che al centrosinistra si sono affrettati a cantare vittoria chiedendo a Silvio Berlusconi di recarsi immediatamente al Quirinale. «Un governo bocciato sul consuntivo non può fare l’assestamento di bilancio e senza assestamento il governo non c’è più. Mi aspetto che Berlusconi ora si convinca ad andare al Quirinale», dà fiato alle trombe Pier Luigi Bersani, segretario del Pd. Guai, rincara la dose Dario Franceschini, il capogruppo, se l’esecutivo dovesse incassare di nuovo la fiducia «su un’altra cosa, magari su una risoluzione generica di due righe. Berlusconi si dimetta, poi sarà il presidente della Repubblica a decidere». Facendo intendere, però, che per quanto lo riguarda le urne non sono inevitabili.

Non è un mistero, del resto, che nel Pd Bersani spinga per le elezioni con la speranza di fare il candidato premier del centrosinistra e Walter Veltroni, invece, per un «governo di decantazione» aperto ai ribelli del Pdl magari capitanati da Giuseppe Pisanu. Chiede il voto anche Nichi Vendola, leader di Sel, che invita «le opposizioni unite» a battersi per il «voto anticipato». E per le urne è ovviamente Di Pietro, che addirittura suggerisce a Giorgio Napolitano cosa fare nel caso Berlusconi non si decida a mollare: «Ci auguriamo che il capo dello Stato possa autonomamente prendere atto che questo Parlamento è ormai asfittico e ci mandi alle elezioni anticipate». Parole che provocano la reazione del pd Enzo Bianco: «Quando la smetterà Di Pietro di tirare per la giacca il presidente Napolitano?».

Poi c’è il Terzo polo. In Aula Gianfranco Fini, presidente della Camera, ha accettato di sospendere la seduta fino a stamattina: «Mi sembra giusto, date anche le evidenti implicazioni di carattere politico dell’accaduto». Il ko sull’assestamento di bilancio, ha aggiunto, «è un fatto che non ha precedenti». Il vicepresidente di Futuro e Libertà, Italo Bocchino, non va però al di là del solito disco delle dimissioni di Berlusconi: «Ne prenda atto: non ha più i numeri per andare avanti». Più deciso Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc: «È assolutamente necessario che si apra una fase di armistizio tra i partiti. Il Terzo polo è intenzionato a dare un contributo costruttivo».

di Tommaso Montesano
12/10/2011




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Chiaia e Vomero, il pirata del Bancomat catturato con decine di carte clonate

Il Mattino

Frodi informatiche, tutti i consigli degli esperti


di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI - Lo pedinavano da giorni. Di lui sapevano tutto, o quasi: gli orari preferiti nei quali inseriva bancomat e carte di credito per ripulire i conti correnti di ignari risparmiatori; le zone preferite, i quartieri Vomero, Arenella e Chiaia.
Lo avevano persino visto, grazie ai filmati registrati dalle telecamere a circuito chiuso che ormai sono sistemati su ogni sportello degli istituti bancari.

È una buona notizia per tutti, l’arresto dell’uomo che per mesi ha fatto piangere lacrime amare a migliaia di titolari di carte di credito clonate e alle principali società dei circuiti bancari che emettono le tessere magnetiche: Mastercard, Visa, American Express, Maestro.

>>> FRODI INFORMATICHE, TUTTI I CONSIGLI DEGLI ESPERTI PER NON CADERE NELLA TRAPPOLA

A mettere sulle giuste tracce del «terrore dei bancomat» gli uomini del compartimento regionale della Polizia postale, guidato dal primo dirigente Domenico Foglia, è stata la voglia di strafare di S.M., 43enne napoletano pregiudicato con precedenti specifici. Il suo «impegno» a prosciugare i conti correnti altrui era giunto a livelli iperbolici: quasi 60mila euro erano finiti nelle sue tasche in soli sette giorni. Più di 50 prelievi in sette giorni. Non a caso, quando è finito in manette aveva nelle tasche ben 8000 euro in contanti.

Le indagini sono giunte ad una svolta sabato scorso: quando gli specialisti della Polposta hanno concentrato le loro ricerche in tre zone, quelle a più alta vocazione comemerciale di Napoli. È così scattato il piano dei poliziotti: presidiare a tappeto, in borghese e tenendosi a debita distanza dagli sportelli «atm», tutti i bancomat di ogni singolo quartiere. Un lavoraccio che ha prodotto però i frutti sperati.
E arriviamo così a lunedì mattina...



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Se mangiare un ghiacciolo (o una banana) diventa una « molestia sessuale»

Corriere della sera

La provocazione di un'associazione di avvocati di fronte a nuovi (lacunosi?) interventi legislativi


MILANO - A volte un ghiacciolo non è «soltanto» un ghiacciolo. Stesso discorso per una banana o una carota. Le signore sono avvisate. Infatti, mangiare una salsiccia, un cetriolo o un lecca lecca - insomma tutti gli alimenti che in qualche modo evocano un atto sessuale - potrebbe integrare il reato di «molestia sessuale». In questo caso nei confronti dei colleghi maschi. Uno scherzo? Più una provocazione, assai bizzarra ma ben escogitata, che arriva da un gruppo di avvocati finlandesi. I legali vogliono aprire un dibattito sull'introduzione in Finlandia di nuovi interventi legislativi in questa materia, a quanto sembra lacunosa, complessa e con molte zone grigie. I provvedimenti potrebbero includere anche le donne che mangiano «in modo troppo provocante» in pubblico? La discussione è aperta. Per rendere comprensibile la problematica c'è anche un video, un breve e surreale spot che non necessita di molte spiegazioni.


DIBATTITO -Il video è stato pubblicato in Rete qualche giorno fa dall'Associazione che riunisce gli avvocati ed esperti legali del Paese, il Finlands Juristförbund.  La notizia è stata ripresa anche dall'autorevole quotidiano britannico Times che ha titolato: «Careful with that banana, please» (Attenzione alla banana, per favore). Il filmato, per i promotori dell'iniziativa, vuole innanzitutto stimolare il dibattito. «L'intento è quello di sollevare una questione molto difficile: tutti possiamo subire molestie sessuali sul luogo di lavoro, donne e uomini», hanno spiegato gli avvocati, convinti che le molestie non siano un prerogativa esclusivamente maschile. A stimolare gli utenti ci ha però pensato più di tutti la provocante impiegata protagonista della breve clip. Mentre la giovane è seduta dietro la scrivania e assapora un ghiacciolo, i colleghi maschi la stanno a guardare, con visibile imbarazzo. In coda appare il seguente messaggio: «E’ molestia sessuale? Noi conosciamo la risposta».

Elmar Burchia
11 ottobre 2011 17:45

Il padre di Jobs: da lui solo un'email

Corriere della sera

«Scoprii che era mio figlio nel 2005 Mi ha risposto prima di morire»




Il padre di Steve Jobs
Il padre di Steve Jobs
PALO ALTO (CALIFORNIA) - Di suo figlio gli rimane un'email, e forse neanche quella. Non gli ha mai parlato, non l'ha mai incontrato. La telefonata che sperava non è arrivata: Steve Jobs è morto a casa mercoledì scorso alle 3 del pomeriggio per arresto respiratorio dovuto al tumore che dal pancreas si era diffuso ad altri organi (così recita il certificato di morte reso noto l'altra sera). Era circondato dai suoi cari. Ma neppure all'ultimo ha voluto accanto il padre naturale che lo diede in adozione nel 1955 perché, a suo dire, i genitori della madre Joanne non volevano che sposasse uno studente siriano come lui. Abdulfattah Jandali l'ha saputo da uno che l'ha chiamato per fargli le condoglianze. Seduto nel suo ufficio di manager del Boomtown Casinò di Reno, in Nevada, con l'iPhone 4 in mano, l'80enne Jandali ha telefonato alla figlia Mona, sorella di Steve. Che non gli ha risposto. Mona Simpson, la scrittrice. Il padre ha un suo ritratto sulla scrivania, vicino all'iPad. Era piccola quando Abdulfattah e Joanne divorziarono (si erano sposati alla morte del padre di lei). Si erano trasferiti in Siria, ma Joanne tornò presto in California dove nacque Mona. Abdulfattah rimase a Damasco a gestire una raffineria. Rientrato negli Usa non si fece più vivo. Joanne si risposò con il signor Simpson.

Jandali fece l'assistente all'università, si risposò, comprò un ristorante in Nevada. Di recente ha riallacciato un filo di relazione con Mona. Con Steve no. Per lui Paul e Clara Jobs (morti negli anni 80) erano i suoi genitori punto e basta. Jandali era il tizio che - dopo aver appreso per caso nel 2005 di essere padre di cotanto figlio - cominciò a scrivergli qualche timida email: «Buon compleanno», «spero tu stia meglio». Una volta gli mandò la genealogia della famiglia siriana con le cause di morte, caso mai potesse servire a una cura. «Non so perché ho cominciato a scrivergli - ha raccontato Jandali al Wall Street Journal -. Credo per il fatto che mi dispiaceva che fosse malato. Se ci fossimo parlati, non so cosa gli avrei detto».
Ma Jobs è morto. Sul certificato c'è scritto «imprenditore». Sepolto venerdì in un cimitero della Silicon Valley. Per celebrarlo, il successore Tim Cook ha annunciato con un'email commossa («Come molti di voi ho pianto molto, sono stati i giorni più tristi della mia vita») che il 19 ottobre si terrà una cerimonia aperta ai dipendenti Apple nell'anfiteatro del campus Infinite Loop a Cupertino. La sua seconda famiglia. Jandali in confronto era solo genetica, come Zanna Bianca e la madre Kiche che diventano estranei nel capolavoro di Jack London. Un incontro? Il vecchio siriano l'aveva pubblicamente chiesto a fine agosto, quando Steve si era ritirato dalla guida di Apple. Jandali dice di aver ricevuto un'email, sei settimane prima che morisse. Due parole: «Thank you», grazie. Persone vicine ai Jobs sostengono che non c'è stato alcun contatto. I rapporti con la vecchia famiglia si fermavano alla madre Joanne e alla sorella Mona.

C'erano anche loro accanto a Steve morente, con la moglie Laurene (47 anni) e i tre figli: Reed (20), Erin Siena (16) e Eve (13). C'era Lisa, la figlia che Jobs ebbe dalla fidanzata Chrisanne nel '78. Prima che la riconoscesse passarono due anni: perché non subito? Anche lui «degenere» come Jandali? Certo gli assomigliava nei lineamenti. Scorrendo su Internet le foto di Steve a 20-30 anni il padre ripete: «Io ero così». Il genio che ha rivoluzionato la cultura e il vecchio che ha fatto rinascere il casinò Boomtown proponendo un buffet di aragosta. «Tutti dicevano che avremmo perso soldi, e invece abbiamo attirato clienti». Aragosta al popolo delle slot machines, come dare iPhone al popolo dei telefonini. Il paragone traballa. Ma per un padre che non ha mai visto il figlio è un grumo di somiglianza, una magra consolazione.


Michele Farina
12 ottobre 2011 10:11



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