domenica 9 ottobre 2011

La Cina comunista celebra il centenario della Rivoluzione di Sun Yat -sen

Corriere della sera

Il partito al gran completo per la ricorrenza. E ricompare Jiang Zemin, per smentire le voci sulla sua scomparsa


La Cina festeggia la rivoluzione del 1911 con i ranghi del Partito comunista al gran completo. La rivoluzione che segnò la nascita della Cina contemporanea, quando Sun Yat Sen rovesciò l'ultimo imperatore per gettare le basi della Repubblica. Personaggio idolatrato anche dal regime comunista, Sun, considerato il padre della Patria.

LA RICOMPARSA DI JIANG ZEMIN- Ma le celebrazioni sono servite anche per smentire le voci sulla scomparsa di Jiang Zemin, l'ex segretario del Pcc. L'anziano leader, 85 anni, è ricomparso in pubblico, ha preso posto a fianco di altre figure del vertice del Partito comunista nel corso della cerimonia presieduta dall'attuale presidente, Hu Jintao. A luglio si erano fatte insistenti le voci sulla morte di Jiang, soprattutto a causa della sua assenza al 90mo compleanno del partito. L'agenzia Xinhua si era trovata addirittura in obbligo di smentirle facendo parlare «fonti autorevoli» del regime.


RIUNIFICAZIONE CON TAIWAN - Ricordando la Rivoluzione, Hu Jintao, ha approfittato dell'occasione per invocare, di nuovo, la riunificazione di Taiwan. Per Hu non si deve neppure parlare di indipendenza dell'isola. «Raggiungere la riunificazione attraverso mezzi pacifici», ha detto Hu, «è nell'interesse del popolo cinese e anche dei compatrioti di Taiwan. Dobbiamo rafforzare la nostra contrarietà all'indipendenza e promuovere la cooperazione tra i compatrioti di entrambe le parti».

Redazione Online
09 ottobre 2011 16:43

Nel Ghetto , volantini per ricordare l'attentato terrorista del 1982

Corriere della sera

Sui muri intorno alla Sinagoga manifesti degli studenti ebrei: «Strage nata mentre i politici flirtavano con Arafat; non dimentichiamo il bimbo di 2 anni ucciso»



Fiori sul luogo in cui morì il bambino il giorno dopo l'attentato dell'82
Fiori sul luogo in cui morì il bambino il giorno dopo l'attentato dell'82
ROMA - Volantini in ricordo di Stefano Gay Tachè sono comparsi domenica mattina appesi ai muri dell'ex Ghetto di Roma. I manifesti ricordano l'unica vittima - oltre ai 40 feriti - che perse la vita nell'attentato del 9 ottobre 1982 alla sinagoga della Capitale: Stefano era un bambino di due anni, il suo corpo venne dilaniato da una pioggia di proiettili e schegge di granata.
L'azione venne poi rivendicata da un gruppo di Abu Nidal: un uomo, Abdel Al Zomar, venne condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana, ma per trent'anni ha vissuto indisturbato nella Libia di Gheddafi, dopo essere stato consegnato ai libici dalla Grecia a metà anni Ottanta. Ora la comunità ebraica romana chiede formalmente al ministro Frattini di rivolgersi al nuovo governo di Tripoli per ottenere l'estradizione di Al Zomar e degli altri componenti del commando che ancora vivono in Libia.

La folla intorno alla Sinagoga dopo la strage del 9 ottobre 1982
La folla intorno alla Sinagoga dopo la strage del 9 ottobre 1982
RISVEGLIARE LE COSCIENZE - Fa sua la richiesta di giustizia anche Gadiel Taché, 33 anni, fratello della piccola vittima e anche lui ferito nell'attentato dell'82, chein un'intervista al Corriere della Seraaccusa le autorità italiane di aver dimenticato quel morto e i feriti alla Sinagoga.
I volantini, firmati dal Movimento culturale studenti ebrei, sono stati affissi su diversi muri del quartiere: «9 ottobre 1982 noi non dimentichiamo - hanno scritto gli studenti - il terrorismo palestinese alle ore 11.55 colpisce la comunità ebraica di Roma. Un commando fa fuoco con mitra e bombe a mano ferendo gravemente 40 persone (donne, vecchi e bambini) ed uccidendo un bambino di appena due anni. È giusto ricordarlo perchè solo in ricorrenze come queste ad alcuni si risvegliano le coscienze».

I POLITICI E ARAFAT - «Grazie ai politici che flirtavano con Arafat - continua il volantino - grazie a diversi quotidiani dove fioccavano paragoni tra nazismo e sionismo. Grazie agli autonomi romani che avevano affisso lo striscione 'Bruceremo i covi sionistì davanti la sinagoga in via Garfagnana. Grazie ai sindacati che qualche settimana prima avevano deposto una bara vuota davanti la sinagoga. Che il ricordo del nostro piccolo Gay Tachè sia una benedizione. Noi non dimenticheremo».


Redazione online
09 ottobre 2011 18:13


«Il mio fratellino ucciso e dimenticato nella strage alla Sinagoga del 1982»


Corriere della sera


Stefano Gay Taché aveva 2 anni: morì nell'assalto ad opera di terroristi nel Ghetto. «Salviamolo dall'oblio»



Gadiel Taché, fratello del bimbo ucciso,  con i genitori nell'83
Gadiel Taché, fratello del bimbo ucciso, con i genitori nell'83
ROMA - «Mio fratello si chiamava Stefano. Stefano Gay Taché. Il 9 ottobre del 1982 aveva appena due anni quando fu ammazzato da un commando di terroristi mentre usciva dalla Sinagoga Maggiore di Roma, al termine della festa di Sukkot, assieme alla sua famiglia. Mio fratello aveva due anni meno di me, che mi chiamo Gadiel. Oggi, a ventinove anni da quel massacro su cui l'Italia ha steso un velo di ambiguo e imbarazzato silenzio, ho deciso di impegnarmi perché sia conservato il ricordo di un bambino ucciso nel cuore di Roma».

«Nel Ghetto che aveva già conosciuto la vergogna della deportazione degli ebrei portati ad Auschwitz il 16 ottobre del '43. In uno slargo tra via del Tempio e via Catalana che la giunta di Veltroni, accogliendo la richiesta della comunità ebraica romana, decise di intestare a Stefano Gay Taché, bambino romano, italiano, ebreo».

Gadiel Taché oggi ha trentatré anni, si è laureato in Lettere, lavora come broker assicurativo, fa il musicista e per onorare la memoria del suo fratellino strappato via dalla pioggia di granate e mitragliate degli assassini antisemiti di ventinove anni fa ha composto una canzone intitolata «Little Angel». Per anni si è difeso dietro una corazza di riserbo, di timidezza, di silenzio. Per anni lo hanno invitato a parlare alle commemorazioni: «Ma io non ho mai voluto salire su un palco e ogni volta, finita la celebrazione, tornavo a casa più triste e desolato». Anche quando, nel gennaio del 2010, papa Benedetto XVI, prima di fare il suo ingresso nella Sinagoga romana, venne a stringere la mano a lui e ai suoi genitori nei pressi della targa commemorativa dedicata a Stefano, il suo «silenzio» non si spezzò.


La visita di Benedetto XVI in Sinagoga nel 2010
La visita di Benedetto XVI in Sinagoga nel 2010
«Il dolore me lo sono sempre portato dentro, sempre, sempre», dice Gadi: «dolore morale, ma anche fisico. Io ero accanto a Stefano quando scoppiò la bomba a frammentazione che uccise mio fratello ma devastò, oltre a me, mia madre e mio padre che insieme a tante altre famiglie, avevano portato i loro figli a celebrare una festa ebraica. Quel giorno, subito dopo l'attentato, i soccorritori mi trasportarono in elicottero al San Camillo. L'unico vago ricordo che ho di quelle ore terribili: un elicottero, e il suo rumore assordante. Dopo fui sottoposto a trenta interventi chirurgici nel corso di un anno e mezzo, alla testa, all'occhio, all'arteria femorale che doveva essere riallacciata, dappertutto. Poi, mica è finita, un'altra ventina di interventi negli anni successivi».

«Non sono mai guarito. Ancora adesso mi fa male sempre qualcosa. I medici mi dicono che dalle radiografie appare l'interno del mio corpo che sembra un cielo stellato, dove le stelle però non sono proprio una poesia, ma le schegge infinite che si sono conficcate dentro di me e non andranno mai via». Oggi però c'è qualcosa di nuovo che ha scosso sotterraneamente la routine dolorosa della vita di Gadiel: «È come se mi fossi risvegliato da un lungo sonno, da uno stato di torpore che mi ha sempre impedito di afferrare il significato profondo dello strazio che ha distrutto la mia famiglia con la morte di Stefano. Oggi voglio capire, informarmi, spiegarmi quello che è successo, gli eventi che lo hanno preceduto, la giustizia che non è ancora arrivata».

La folla intorno alla Sinagoga dopo la strage del 9 ottobre 1982
La folla intorno alla Sinagoga dopo la strage del 9 ottobre 1982
Con il «risveglio», una voglia febbrile di informarsi, di ricostruire l'atmosfera intossicata di odio antiebraico di quel tempo, di chiarire i dettagli ancora in ombra di quella tragedia. Ora Gadiel legge con avidità i giornali dell'82, anche quelli precedenti al 9 ottobre. Legge che in Europa, da Parigi ad Anversa a Vienna, il nuovo antisemitismo, eccitato dalle proteste per l'intervento israeliano in Libano, aveva preso di mira i cimiteri e le scuole israelitiche, i luoghi di culto degli ebrei.
Legge che sul muro della piccola sinagoga romana di Via Garfagnana era stato affisso nell'82 uno striscione con su scritto «Bruceremo i covi sionisti». Legge che l'antisionismo stava diventando, nell'indifferenza generale, nuovo odio per gli ebrei, anche per i bambini ebrei, come Stefano, che uscivano dal Tempio dopo aver celebrato una festa della comunità. Legge che proprio a Roma, nel mezzo di un corteo sindacale, si staccò un gruppo che depose vicino alla Sinagoga una bara in segno di oltraggio e di disprezzo e che il comunicato con cui la Cgil chiese scusa alla comunità ebraica per quell'efferatezza antisemita fu imbarazzato e reticente.

Legge che, per i funerali di suo fratello Stefano, il rabbino Toaff, per evitare incidenti e contestazioni, supplicò il presidente Pertini di non presenziare alla cerimonia dopo che il Quirinale aveva accolto come un eroe dell'umanità Arafat, applaudito pochi giorni prima dell'attentato da tutte le istituzioni italiane, tranne che dall'allora presidente del Consiglio Spadolini, dai Repubblicani e dal Partito radicale di Pannella. Si chiede che cos'è quel cosiddetto «Lodo Moro» di cui parlava Cossiga: un patto con i terroristi palestinesi perché potessero agire indisturbati in Italia in cambio dell'«immunità» italiana. Legge che quel 9 ottobre, incredibilmente, nessuna camionetta, tra polizia e carabinieri, era lì a difendere la Sinagoga e gli ebrei romani.

Legge tutto questo e si chiede se, «sebbene nessuna sentenza terrena mi possa ridare indietro mio fratello Stefano, sia stata fatta giustizia con la punizione di chi faceva parte del commando di assassini». E a questa domanda Gadiel Taché si risponde: «No, non è stata fatta». L'assassino Abdel Al Zomar, condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana, ha vissuto indisturbato nella Libia di Gheddafi dopo essere stato consegnato ai libici dalla Grecia a metà degli anni Ottanta: «So che in tutti questi anni l'Italia è stata molto blanda nel chiedere l'estradizione di Al Zomar. Adesso si trincerano dietro cavilli formali. Con Gheddafi al potere, fino all'ultimo nessuno ha preteso che gli assassini di mio fratello fossero assicurati all'Italia».

«Ma ora so che la comunità ebraica romana chiede formalmente al ministro Frattini di rivolgersi al nuovo governo di Tripoli per ottenere l'estradizione di Al Zomar e degli altri componenti del commando che stanno in Libia. Ovviamente faccio mia questa richiesta». E chiede qualcos'altro, Gadiel Taché: che abbia termine la «rimozione psicologica e storica» di quell'attentato terroristico da parte dell'Italia.


«So per esempio», dice Gadi, «che il presidente Napolitano non è insensibile alle proteste degli ebrei romani affinché il nome di Stefano sia incluso nel triste elenco delle vittime del terrorismo in Italia che ogni anno, il 9 di maggio, vengono solennemente ricordate al Quirinale. Credo che qualcosa si stia muovendo. Voglio sperare che questa ferita della memoria italiana possa essere sanata». Ed effettivamente non si comprende perché un bambino romano, italiano ed ebreo ucciso dai terroristi non sia considerato e onorato come «vittima» del terrorismo che ha insanguinato l'Italia.

Non si capisce perché debba essere solo la comunità ebraica a Roma, guidata da Riccardo Pacifici, figlio di un uomo che in quell'attentato del 9 ottobre fu ferito e riportato in vita quasi per miracolo, a intestare vie, fondazioni, scuole, premi, sinagoghe con il nome di Stefano Gay Taché. «Oggi tocca a me salvare Stefano dall'oblio collettivo, tocca a me impedire che quella tragedia sia rimossa e considerata un episodio minore della violenza che ha insanguinato il nostro Paese», promette il fratello. Per questo ha deciso di rompere il silenzio. Dopo ventinove anni. Con dentro un dolore immenso e un «cielo stellato» di schegge assassine.


PIERLUIGI BATTISTA
09 ottobre 2011 18:06






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Trapianti, spot con medici ballerini Ma il web protesta: ecco i vostri errori

Corriere della sera

Duri i commenti su YouTube: «Mentre voi ballate i familiari sono costretti a cambiare i pannoloni»




MILANO - Uno spot per la sensibilizzazione ai trapianti, realizzato dal reparto Urologia dell'Azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, ha scatenato la reazione indignata degli internauti dopo la pubblicazione su YouTube. Il videoclip, che ha una durata di quattro minuti ed è intitolato «Trapiantiamo la felicità», si apre con la sala operatoria prima di un intervento e si sviluppa con una serie di immagini del reparto fino all'esplosione di un happening danzante, con trenino guidato dal neotrapiantato e che trascina gioiosamente tutto l'ospedale. Duri i commenti su YouTube. «Mentre voi ballate - si legge - i familiari sono costretti a cambiare i pannoloni, a svuotare i pappagalli dei congiunti ricoverati. Mentre nello spot si intravedono lucidissimi corridoi, nella realtà nella maggior parte dei reparti la polvere, le schifezze regnano». Ma altri internauti vanno anche più sullo specifico, enumerando errori e manchevolezze della struttura ospedaliera.


IL PD - Alla protesta si è unita anche il vicesegretario regionale del Pd, Francesca Barracciu, che ha chiesto all'assessore della Sanità l'immediata revoca del commissario del Brotzu, Antonio Garau. «Non è solo deprimente constatare l'effetto dilagante dell'evidentemente inarrestabile esibizionismo mediatico, ma è oltremodo vergognoso e inaccettabile che l'Azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, con in testa il commissario Antonio Garau - denuncia Barracciu - realizzi e diffonda, coinvolgendo medici, personale e malati, uno spot tarato sulla spazzatura televisiva e di certo indegno per la più prestigiosa struttura sanitaria della Regione Sardegna».

IL COSTO - È costato 312 euro, «regolarmente fatturati» ha puntualizzato il direttore del dipartimento Patologia renale e trapianto di rene dell'ospedale Brotzu di Cagliari, Mauro Frongia, dopo le polemiche seguite alla pubblicazione su YouTube dello spot, realizzato nell'ambito dell'organizzazione di un congresso internazionale sui trapianti di rene che si era svolto a Cagliari il 30 settembre scorso, con la sponsorizzazione di alcune ditte farmaceutiche. «L'idea era di trasmettere un poco di allegria al termine del congresso - continua Frongia - e allo stesso tempo ricordare il percorso fatto dal 1987-1988, quando per la prima volta in Sardegna fu effettuato un trapianto d'organi. Da allora abbiamo eseguito 772 trapianti di rene. Il nostro ospedale, grazie alla generosità dei sardi, sensibili al tema della donazione d'organi, ha permesso alla Regione Sardegna di avere in ambito nazionale una altissima percentuale di donatori per milione di abitanti».
Redazione Online

08 ottobre 2011 17:13

Compilare il censimento online? Magari, ho fatto molto prima su carta»

Corriere della sera

Un giornalista del Corriere racconta il tentativo (fallito) di tentare la via tecnologica: si è bloccato tutto, due volte


Stamattina mi sono messo con un certo entusiasmo al computer: mi piaceva l'idea di compilare il censimento Istat on line, mi ricordo che 10 anni fa non era possibile. Bene, accendo, mi collego al sito, digito il codice fiscale e la password indicata nel primo foglio del modulo di carta che ci hanno consegnato a casa. Mi collego senza problemi, sono le 11.15.

Mi sembra tutto facile. Compilo la prima schermata, si apre la seconda, ma mentre scrivo mi viene un ripensamento sulla prima: voglio controllare una cosa che ho scritto e allora clicco indietro. Non l'avessi mai fatto, la schermata non torna indietro, la pagina è «scaduta» dice il mio schermo. Allora ricomincio, ma questa volta non si entra, la clessidra diventa permanente. Dopo 5 minuti, durante i quali ho navigato tranquillamente su altri siti e ho visto la mia posta, riapro la finestra Istat ma non c'è niente da fare, la clessidra sta sempre là. Allora chiudo e ricomincio, ma non riesco più a entrare: la barra di caricamento non avanza oppure arriva dopo infiniti minuti alla fine per aprire una schermata che dice: «Service temporarily unable. The server is temporarily unable to service your reques due to maintenance downtime or capacity problems. Please try again later». Capacity problems, provare più tardi.

Vabbè, il modulo di carta è lì, sul tavolo, vicino al portatile. Sembra massiccio, lo apro e comincio a compilarlo con la mia vecchia cara biro blu. È semplicissimo, in trenta secondi sono già al secondo foglio. Eppure vorrei farlo on line questo benedetto censimento del 2011. Provo a rientrare sul sito. Qualche minuto e ancora la scritta di prima. Vado avanti con la penna. In cinque minuti ho scritto tutto, per me, mia moglie e mio figlio: facilissimo, senza problemi. Riprovo ancora sul computer per vedere se adesso si entra. Sì, mezz'ora dopo ci riesco. Ricomincio la compilazione on line, a un certo punto devo tornare indietro di nuovo perché ho un dubbio: è normale, mica sto sulla carta che basta un'occhiata al foglio di sinistra e ho risolto. Ma indietro non si torna, o meglio: si torna nel tunnel di prima, pagina scauduta, capacity problems, riprova più tardi.

Ma io ormai ho perso la pazienza. Il modulo l'ho compilato. Domani lo porto alla posta, come 10 anni fa. Il mio computer funziona alla perfezione, mando per email queste righe a Corriere.it e, vista la bella giornata, esco con la mia famiglia, appena censita. Ci chiedono di essere moderni: ma se queste linee non le adeguano, come facciamo?


Enrico Marro
09 ottobre 2011 14:43




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SuperVaclav, l'eroe che combatte il malcostume sui marciapiedi

Corriere della sera

Punisce con azioni spettacolari i proprietari di cani poco attenti ai loro «bisogni» e i fumatori maleducati



SuperVaclav
SuperVaclav
Crisi finanziaria, crisi economica, crisi di fiducia. Il mondo ha bisogno di supereroi, e questi uomini non sopportano le mezze misure. In America e Gran Bretagna i giustizieri mascherati escono sempre più spesso dai fumetti e dalle pellicole ed invadono le città. Vanno in aiuto di chiunque abbia bisogno. Per hobby, per senso del dovere. Cittadini comuni che s'infilano costumini colorati e scendono in strada per ripristinare l'ordine e la legalità. A Praga è comparso da poco SuperVaclav. Non usa superpoteri, ma secchi d'acqua e una telecamerina. I suoi nemici? Fumatori che gettano i mozziconi per terra, automobilisti maleducati e proprietari di cani che non raccolgono le deiezioni del proprio quattrozampe.



BUONI E CATTIVI - Indossa un costume rosso e blu, i colori della bandiera ceca. Sul petto sfoggia una vistosa «V» rossa. In testa ha un casco da marziano con videocamera incorporata. È SuperVaclav, l'ignoto uomo mascherato che da fine settembre s’aggira per la capitale ceca per combattere contro i concittadini incivili. «Sono determinato ad agire contro l'indifferenza e l'ipocrisia della società», si legge sulla pagina web del sedicente supereroe che vuole imitare Superman. Lui, sia chiaro, non è in grado di volare, allungarsi a dismisura o diventare invisibile. SuperVaclav, tuttavia, ha qualche dote che lo rende unico. La sua Metropolis è Praga, il suo superpotere si chiama internet. Già, perché è sulla Rete che documenta con numerosi (e a volte spassosi) video le sue azioni. In Repubblica Ceca è diventato nel frattempo una sorta di idolo e la sua storia ha già varcato i confini nazionali.

I NEMICI - «Penso che in questo Paese qualcosa stia andando storto», ha raccontato SuperVaclav in un’intervista al portale ceco Novinky. «Ciò che mi infastidisce di più è che nessuno fa nulla per cambiare le cose. Perciò non avevo altra scelta che mettermi un costume da supereroe, perché credo che il Paese abbia bisogno di un supereroe». La lista dei «mostri» contro i quali SuperVaclav deve combattere è lunga: i marciapiedi sporchi di cacche di cane; i cocci di vetro e i mozziconi di sigaretta nascosti tra la sabbia dei parchi giochi per bambini; i graffitari; gli spacciatori; i borseggiatori e pure quelle persone che, senza troppi scrupoli, orinano in pubblico o telefonano ad alta voce. E ancora: portalettere scortesi; automobilisti maleducati e chi non separa i rifiuti. Nell’elenco non potevano mancare i politici corrotti e i fannulloni. Anche se il giustiziere mascherato sta ancora studiando un modo per combattere questi ultimi, promette che «presto la sua vendetta si abbatterà pure contro di loro».


VENDICATORE - Nella sua missione forse più emblematica si scaglia contro un padrone di cane che trascura di raccattare gli escrementi dell'animale in un parco. Nel video postato su YouTube si vede SuperVaclav raccogliere la cacca del cane e spalmarla letteralmente addosso al trasgressore. Per alcuni giovani che nel centro di Praga eludono il divieto di fumo alle fermate degli autobus il supereroe ha pronte vere e proprie secchiate d’acqua in testa. A differenza dei suoi idoli dei fumetti e del grande schermo, SuperVaclav non blocca i colpevoli (visibilmente in collera), ma scappa a gambe levate. «Non perché sia un codardo - si  giustifica sul suo blog - ma perché in certe situazioni è l'opzione migliore».

SEGUACI - SuperVaclav sottolinea di essere appena all’inizio e che il suo scopo è «mutare i comportamenti della gente». Chiarisce poi che l’azione del secchio d’acqua gettato in testa ai fumatori «è da intendersi come uno scherzo e non come un atto di violenza». Se alcuni partiti politici lo vorrebbero addirittura reclutare tra le proprie fila, altri, invece, lo bollano semplicemente come un pazzo. La cosa, tuttavia, non lo irrita affatto. Al contrario: invita i suoi lettori a fare lo stesso. «Perché oggi la Repubblica Ceca ha bisogno di molti più supereroi».

Elmar Burchia
09 ottobre 2011 16:18

Per 9 anni mantiene il presunto figlio, poi scopre di essere sterile: risarcito

Corriere della sera

La corte federale ha stabilito che la madre del bambino restituisca la somma all'uomo: «Lo ha ingannato»


Per nove anni ha pensato di essere il padre di un bambino nato da una relazione durata una sola notte, e ogni due settimane ha pagato gli alimenti alla donna che lo aveva partorito. Peccato che recentemente quest'uomo australiano, di cui non sono state diffuse le generalità, abbia scoperto di essere sterile: dunque, quel ragazzino non poteva in nessun modo essere suo figlio. Adesso la magistratura federale ha stabilito che l'uomo sia risarcito: la mamma del bambino dovrà sborsare 3.730 dollari australiani (circa 2.700 euro), versati indebitamente per il mantenimento del figlio di un altro.


CONOSCENZA IN CHAT - La coppia si conosce in chat nel 2000: vivono in due Stati australiani diversi e iniziano una relazione virtuale che va avanti per alcuni mesi. Poi, nel 2001, i due s'incontrano e passano una notte insieme. Qualche tempo dopo lei lo chiama: è incinta. «Il figlio è tuo», gli assicura, affermando di non aver avuto altre relazioni. L'uomo si fida. Firma una dichiarazione sostitutiva nella quale conferma di essere il padre del pargolo e permette alla donna di ricevere i benefici fiscali offerti alle famiglie dallo Stato. Per un brevissimo periodo, dopo la nascita del bambino, la coppia cerca di vivere assieme, ma la convivenza dura appena qualche settimana. Da allora in poi i due decidono di comune accordo di vivere separati e l'uomo, sebbene abbia scarsi contatti con il figlio, continua ad aiutare la donna economicamente per il mantenimento del bambino, con 15 dollari australiani (circa 11 euro) ogni due settimane.
LA SCOPERTA - Soltanto nel 2010 - nel frattempo il ragazzino ha quasi 10 anni - arriva la scoperta. L'uomo desidera un figlio dalla nuova compagna, fa le analisi e scopre di essere «fisiologicamente incapace di concepire un bambino». Immediatamente fa un test del Dna: le analisi escludono la paternità, e l'uomo fa causa alla donna. Lei cade dalle nuvole, poi confessa: ripensandoci, proprio nel periodo in cui si sono conosciuti aveva avuto anche un'altra relazione di una sola notte, ma se n'era dimenticata. Alla Corte Federale spiega che, all'epoca, soffriva di forte depressione e stress a causa di una relazione affettiva finita male, e ciò le ha procurato perdite di memoria. La Corte non le ha creduto, e nei giorni scorsi ha pubblicato la sentenza di condanna che censura la condotta negligente e ingannevole della donna: «Penso che sia davvero improbabile che abbia dimenticato la relazione avuta con la persona che ora dichiara essere il padre di suo figlio», ha dichiarato all'Herald Sun il giudice federale Stewart Brown. «Nella migliore delle ipotesi ha avuto una condotta lassista. Nella peggiore, invece, si è dimostrata una persona disonesta».


Francesco Tortora
09 ottobre 2011 13:26



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La promessa del Fatto: disobbediamo al bavaglio Ma se parli di Travaglio...

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Travaglio attacca Giornale e Corsera per aver scritto del suo rinvio a giudizio per diffamazione. Il Fatto contrario alla legge bavaglio. E magari qualcuno proporrà una legge Travaglio per vietare che i giornali parlino di lui?




Che spasso il Fatto Quotidiano! Nella stessa prima pagina di oggi promette disobbedienza civile contro il bavaglio e se la prende a morte se i principali quotidiani italiani danno notizia che Marco Travaglio è stato rinviato a giudizio, insieme a Peter Gomez, Marco Lillo e Claudio Pappaianni con l'accusa di diffamazione. Due pesi e due misure. Come al solito, ca va sans dire

Ieri pomeriggio, alla kermesse organizzata da Gustavo Zagrebelsky all'Arco della pace di Milano, Marco Travaglio e Lirio Abbate avevano sfilato sul palco per invitare il popolo degli anti Cav ad abbonarsi al Fatto Quotidiano per contrastare la legge sulle intercettazioni. "Il governo vuole ammazzarci con lepene pecuniarie - ha spiegato Travaglio tra gli applausi dei manifestanti - per questo dovete abbonarvi al nostro quotidiano e a quelli che dicono la verità". Stesso discorso per Michele Santoro, un'altro che, a detta di Travaglio, dice la verità: "Contribuite economicamente alla nuova trasmissione Comizi d'amore perché Santoro è stato cacciato dalla Rai". Al di là del fatto che l'ex conduttore di Annozero non è mai stato cacciato da viale Mazzini, il piangere miseria di Travaglio stride, e non poco.

Perché deve aver paura delle pene pecuniarie se dice sempre la verità? Un giusto processo per diffamazione, se ha detto il vero, non dovrebbe certo temerlo. Eppure il vicedirettore del Fatto si innervosisce se il Giornale, il Corriere della Sera e Libero hanno dato la notizia che è stato rinviato a giudizio per diffamazione. In un editoriale di fuoco dal titolo Le vergine violate, Travaglio accusa ora il quotidiano di via Solferino ("Attendiamo con ansia dal sito del Corriere l'elenco completo dei processi per diffamazione al direttore e ai cronisti del Corriere"), ora il Giornale per aver pubblicato le intercettazioni tra il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il pm Gabriella Nuzzi.


Insomma, il Fatto pubblica tonnellate di fango per attaccare Silvio Berlusconi, ma se gli altri quotidiani si limitano a riportare una notizia di giudiziaria riportata anche dalle agenzie, allora apriti cielo. Non solo. L'invettiva di Travaglio arriva nel giorno in cui il Fatto mette in pagina la promessa di Bruno Tinti di disobbedire alla legge sulle intercettazioni: "Come questo giornale ha detto molte volte, non obbediremo alla legge bavaglio. I nostri lettori leggeranno le informazioni derivanti da un processo penale quando sarà caduto il segreto investigativo e quindi quando saranno pubbliche per legge". Niente legge bavaglio. Magari qualcuno arriverà a proporre una legge Travaglio: multe salate e carcere duro per tutti quei giornalisti e direttori che mettono in pagina una notizia che riguarda Marco Travaglio.




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Quando Fini per sua moglie invocava l’uso della censura

di

Fini attacca l’ex alleato Berlusconi sparando a zero sulla proposta di legge che a metà settimana arriverà nell’Aula di Montecitorio. Una posizione che stride con le dichiarazioni sull’argomento fatte in passato dal presidente della Camera. Nel 2006, in piena Vallettopoli, la furia quasi censoria di Gianfry era giustificata da "evidenti ragioni di tipo familiare": l’allora signora Fini, Daniela Di Sotto, era finita intercettata



Roma

La legge sulle intercettazioni? «Non è la migliore legge per l’interesse nazionale, ma forse per l’interesse personale di qualcuno». A Palermo, Gianfranco Fini attacca l’ex alleato Silvio Berlusconi sparando a zero sulla proposta di legge che a metà settimana arriverà nell’Aula di Montecitorio. Una posizione che di certo stride, e non poco, con le dichiarazioni sull’argomento fatte in passato dal presidente della Camera. Mai, almeno fino a qualche tempo fa, troppo indulgente col «grande orecchio» giudiziario. Soprattutto quando le intercettazioni «colpivano» ambienti vicini, o cari, al leader di Fli.

A fine luglio del 2008, per esempio, il capo dello Stato Giorgio Napolitano entra nel dibattito sul ddl intercettazioni con un «no al voyeurismo», e trova subito un’eco entusiasta nel primo inquilino di Montecitorio: «Era ora che venissero dette cose del genere». O meglio, era ora che cose del genere venissero dette da altri, perché Fini, già da tempo, non lesinava critiche e frecciate al veleno contro le indagini fatte spiando le conversazioni telefoniche.

Nel mirino dell’allora erede di Almirante era finito pure Woodcock, quando il pm anglopartenopeo era ancora in servizio a Potenza. L’inchiesta «incriminata» era Vallettopoli, che coinvolse l’ex portavoce di Fini alla Farnesina, Salvo Sottile. Difeso a spada tratta dall’ex ministro degli Esteri, ospite di Vespa a «Porta a porta», nel giugno 2006, e agguerritissimo. «Sono indignato», ringhiava Fini, criticando la «fantasia investigativa» di Woodcock e soprattutto attaccando «questo linciaggio mediatico che deriva dalle intercettazioni e che colpisce persone del tutto estranee e che non hanno alcun nesso con le vicende in corso». Un fenomeno, concludeva Fini, che «deve far scattare un grido sdegnato di allarme».

Sempre negli altri, perché lui quanto a sdegno e grida non si tirava indietro. Appena il giorno dopo, eccolo ancora stigmatizzare l’abuso «disdicevole e immorale» delle intercettazioni telefoniche «sbattute in prima pagina». Il fenomeno per il Fini del 2006 era «patologico», «sfuggito di mano alle autorità preposte», ed era auspicabile un intervento del garante della Privacy. La furia quasi censoria di Gianfry, spiegava lui stesso, era giustificata anche dall’interesse personale, pardon, da «evidenti ragioni di tipo familiare»: anche l’allora signora Fini, Daniela Di Sotto, era finita intercettata.

Un dettaglio che il leader di An commentò così: «Non penso che essere mia moglie significhi meritare gogne mediatiche». All’epoca, dunque, per Fini evitare la propalazione di intercettazioni di persone «estranee alle indagini» era una «questione che riguarda la civiltà di un Paese». Insomma, spiare le altrui telefonate restava per Fini uno «strumento di indagine fondamentale», ma «il vero problema è che ci sono troppi abusi».

Un anno dopo, nell’estate 2007, Fini non aveva ancora cambiato idea. Tanto da punzecchiare Massimo D’Alema, irritato per il «facci sognare» rivolto a Consorte e finito sui giornali. «Indignarsi a intermittenza è sbagliato - lo bacchetta Fini - quando D’Alema parla di magistrati distratti, che vanno puniti, dimentica che questo andava detto anche nei confronti di altri magistrati che non sono stati mai puniti». Finita? Macché. Un altro giro di stagioni, e rieccoci a luglio del 2008. «In Europa il nostro Paese - dichiara Fini alla presentazione della relazione del garante della privacy, Pizzetti - è quello dove il ricorso alle intercettazioni ha numeri così elevati da assumere carattere di anormalità», perché evidentemente «per catturare grandi prede fa più comodo utilizzare reti a maglie strette invece che larghe». In modo, continuava il Fini pregiustizialista, da rendere «difficile garantire riservatezza e dignità della persona».

Quella che adesso per Fini è una legge ad personam, all’epoca appariva allo stesso presidente della Camera un provvedimento necessario. I sistemi di intercettazione telefonica secondo Fini aprivano infatti «complesse questioni che governo e Parlamento sono chiamati a risolvere». Da leader di Fli, e sull’onda del nuovo feeling con la magistratura, il presidente della Camera negli ultimissimi anni sembra aver cambiato idea. Chissà se lo ha fatto nell’interesse nazionale.



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Gianfry: i leghisti danno il meglio vestiti da unni La replica: noi abbiamo Pontida, lui Montecarlo

di


Ennesimo attacco di Fini al Carroccio: "Quelli della Lega danno il meglio di sé quando a Pontida si vestono come gli Unni e i barbari di una volta". La replica della Padania: "Noi abbiamo Pontida, lui ha Montecarlo". Il Pdl a Gianfry: "Non può offendere un partito"




Tra futuristi e lumbard non è mai corso buon sangue. Nemmeno tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi: diametralmente diversi, caratterialmente inavvicinabili. "Col Senatùr non siamo disposti più neanche a prendere un caffè insieme", diceva il 21 dicembre del 1994 l'allora leader di Alleanza nazionale. Da allora non è che hanno fatto dei passi avanti. Anzi. Da quando Gianfry ha puntato il ditaccio contro Silvio Berlusconi, i futuristi hanno letteralmente dichiarato guerra al Carroccio. E, in questi giorni, va in scena l'ennesimo scontro.

Tutto scaturisce da una battutaccia di Fini durante il suo tour per provare a rilanciare Futuro e Libertà. "Quelli della Lega - ha detto ieri il presidente della Camera nel comizio a Palermo - danno il meglio di sé quando a Pontida si vestono come gli Unni e i barbari di una volta". Apriti cielo. La reazione del Carroccio è stata immediata e durissima. Il quotidiano la Padania ha denunciato l'ennesimo attacco di Fini e ha replicato: "Noi abbiamo Pontida, lui ha Montecarlo".

Non solo. "Meglio Unni e barbari che federale rinnegato - ha tuonato il senatore Armando Valli - noi abbiamo una storia, abbiamo un popolo che ci segue e una classe dirigente limpida, preparata e onesta, cosa che Fini e l’ectoplasma formatosi intorno a lui se la sognano". Non sono solo i lumbard a prendersela con il leader del Fli, tutto il centrodestra ha subito rispedito al mittente le accuse. "Non si può offendere un partito - ha detto Maurizio Gasparri, capogruppo dei senatori del Pdl - il presidente della Camera è anche il presidente anche dei parlamentari della Lega, che sono stati eletti dai cittadini". Purtroppo Fini si dimentica, sempre più spesso del ruolo che ricopre.




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Sosia di Saddam Hussein si rifiuta di girare film porno: sequestrato e picchiato

Il Mattino


IL CAIRO - Un cittadino egiziano sosia di Saddam Hussein è stato selvaggiamente picchiato da una banda armata di uomini iracheni che lo ha rapito e che voleva costringerlo a recitare nel ruolo dell'ex dittatore in film pornografici. È lo stesso Mohamed Bishr a raccontarlo al portale in lingua araba di Ahram, dicendo che domenica scorsa è stato avvicinato da tre uomini vestiti di nero mentre si dirigeva verso un bar di Alessandria d'Egitto ed è stato costretto a salire su un furgone. «I tre uomini avevano pistole alle loro cinture, mi hanno costretto a scendere dall'auto e a salire dul furgone, colpendomi alla testa», ha detto Bishr, che al-Ahram descrive come un musulmano devoto.

Il figlio di Bishr, Mahmoud, ha detto che il padre era già stato avvicinato da un gruppo di persone, che parlavano arabo in dialetto iracheno o siriano, e che gli avevano offerto l'equivalente di 333mila dollari per recitare nel ruolo di Saddam Hussein in un film pornografico. Bishr ha rifiutato e per questo ha ricevuto una serie di telefonate minatorie, che lo minacciavano di rapimento se non avesse cambiato idea. A queste, è seguito il breve sequestro, le percosse e il rilascio scaricato dal furgone. Bishr ha spiegato che l'ultima cosa che ricorda erano gli uomini che urlavano l'uno con l'altro e che poi lo hanno gettato giù dal furgone, lasciandolo a faccia a terra sul marciapiede. I passanti sono subito accorsi per soccorrerlo, ma non hanno fermato gli assalitori. Non è la prima volta che Bishr viene aggredito per la sua straordinaria somiglianza con Saddam Hussein, come denunciano i suoi figli.

Sabato 08 Ottobre 2011 - 16:10




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Carte Sim prepagate, no alla disattivazione in assenza di ricarica» Sentenza del Giudice di Pace di Napoli

Il Mattino


NAPOLI - Il Giudice di Pace di Napoli ha dichiarato «vessatorie e nulle» le clausole rescissorie della «Carta Servizi TIM», nella parte in cui prevedono limiti e vincoli di durata del traffico o del servizio telefonico, e ha condannato il gestore di telefonia mobile al risarcimento del danno causato dall'interruzione sim card e dell'utenza telefonica.
Ne dà notizia una nota dell'associazione di consumatori Aidacon.it. «Le compagnie telefoniche - spiega l'avvocato Carlo Claps, segretario di Aidacon Consumatori (www.aidacon.it), che ha curato il caso con il collega Luciano Del Giudice - dovranno rivedere tutti i contratti di telefonia mobile prepagata, non potranno più interrompere un'utenza in caso di mancata ricarica nei dodici mesi e, nei casi di avvenuta interruzione dovranno restituire tutti i crediti non riscossi dai proprietari delle schede Sim».



La sentenza, definita dagli avvocati innovativa, è destinata a stravolgere tutti i contratti esistenti: sono infatti vessatorie e nulle le clausole che prevedono la disattivazione della Sim dopo 12 mesi dall'ultima ricarica, con illegittima ritenzione del credito residuo.

Stabilito anche il principio secondo il quale il gestore telefonico, prima di interrompere un'utenza sim per mancata ricarica nei dodici mesi, non potrà avvisare l'utente con un semplice sms ma dovrà inviare un avviso formale, come per esempio una raccomandata. «La sentenza - secondo l'avvocato Claps - interessa i possessori di schede sim prepagate ma anche quelli di impianti satellitari per auto ed impianti di antifurto, utilizzati nelle abitazioni, che integrano un commutatore che invia telefonate all'esterno in caso di allarme e che utilizzano schede sim».

La sentenza giunge proprio al termine di una causa intentata da un consumatore che si era rivolto all'associazione dopo la disattivazione della sim installata sul suo antifurto satellitare per auto a causa della mancata ricarica. Se l'auto fosse stata rubata, infatti, a rimborsare il proprietario sarebbe stata proprio la Tim. Le compagnie assicurative, fra l'altro, non concedono l'indennizzo in caso di furto determinato dal malfunzionamento del sistema satellitare.

Sabato 08 Ottobre 2011 - 18:41    Ultimo aggiornamento: 18:42




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C'è un virus nei computer dei droni Usa

Quotidiano.net

Per ora nessun incidente o stop alle missioni aeree


E' stato scoperto due settimane fa, ma i tecnici della sicurezza non riescono a rimuoverlo, e neppure a capire quanto sia diffuso. No comment dell'Air Force


Un drone Predator in una base Usa del  Nevada (Reuters)
Un drone Predator in una base Usa del Nevada (Reuters)



ROMA, 8 OTTOBRE 2011 - C'è un virus nei sistemi di controllo dei droni Predator e Reaper, utilizzati dall'esercito americano nelle missioni come quella in Afghanistan, un virus che si innesta ogni volta che i piloti battono sulla tastiera dalla loro cabina di controllo della base di Creech, in Nevada. A rivelarlo è il sito della rivista Wired.com, la Bibbia dell'hi-tech.

Il virus è stato scoperto due settimane fa dai tecnici della sicurezza Usa: finora non ha prodotto conseguenze negative e le missioni vengono svolte regolarmente. Ma gli specialisti non riescono a debellarlo: "Continuiamo a toglierlo, e ritorna continuamente - confida una fonte ai giornalisti di Wired - Pensiamo che non sia maligno, ma in realtà non ne sappiamo abbastanza".

E gli esperti non riescono neppure quanto si sia diffuso all'interno della rete che governa i droni, e se sia stato introdotto volontariamente o se sia 'solo' un codice maligno che ha superato i controlli antivirus, come potrebbe accadere in qualsiasi rete aziendale. Quello che sanno è che ha infettato anche computer con dati sensibili nella base di Creech, il che rende plausibile l'ipotesi che dati militari segreti possano essere stati trafugati attraverso internet.

No comment dell'Air Force Usa: "In generale, non discutiamo vulnerabilità specifiche o minacce informatiche, perché potremmo dare informazioni utili a chi vuole attaccare i nostri sistemi" spiega Tadd Sholtis, il portavoce dell'Air Combat Controll.

Finora, i tentativi dei tecnici di rimuovere il virus non hanno prodotto risultati apprezzabili. Non è la prima volta: nei computer della Difesa americana ogni tanto riaffiora un worm maligno del 2008, chiamato agent.btz, che era stato infiltrato non attraverso internet ma collegando hard drive (dischi memoria) esterni. Da allora, la procedura di utilizzo di drive esterni è stata rigidamente controllata e limitata, ma una delle poche eccezioni ancora concesse è proprio quella della base dei droni a Creech.

Dopo i primi inutili sforzi, per rimouvere il 'virus dei droni', gli specialisti sono passati a misure drastiche: cancellare e ricostruire tutte le memorie di server e stazioni di controllo di Creech. "L'attenzione è molto alta - conclude la fonte di Wired - ma non siamo al panico. Non ancora".

I droni sono diventati uno strumento fondamentale per l'esercito americano in tutti i tipi di operazioni americane. Sotto la presidenza Obama, i 30 droni sotto il comando della Cia hanno portato a termine più di 230 missioni solo in Pakistan, mentre altri 150 fra Predator e Reaper vengono utilizzati dall'aeronautica Usa in Afghanistan e in Iraq; fra metà aprile e fine agosto, le missioni in Libia sono state 92, e a settembre è stato un drone americano ad uccidere Anwar al-Awlaki, uno dei terroristi di Al Qaeda più ricercati.

Operativamente, vengono guidati da un pilota dalla base di Creech, nel deserto del Nevada, 20 miglia a nord di una prigione e poco lontano da un casinò. In un edificio anonimo, i piloti operano da cabine di comando gestite dai computer, guardando sui monitor il campo d'azione operativo in Afghanistan, Iraq o in altri teatri di guerra.

Nonostante il loro largo utilizzo, i droni hanno notevoli falle nei sistemi di sicurezza: ad esempio in molti casi non criptano i dati dei video prima di trasmetterli a terra. Nel 2009 fece scalpore il ritrovamento di video delle missioni dei droni sui computer dei ribelli iracheni, video 'catturat' con un semplice software che costava poche decine di dollari.


di Franca Ferri




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Luigi De Filippo direttore del "Parioli" di Roma «Dedico il teatro a mio padre Peppino A Napoli non l'ho potuto fare»

Il Mattino


di Francesca Bellini

ROMA - «Dedico il teatro Parioli a mio padre Peppino». Dopo aver desiderato a lungo la gestione e la direzione artistica di un teatro, Luigi De Filippo realizza il suo sogno a 81 anni, dopo 60 anni di carriera come attore e regista teatrale, e il 6 dicembre inaugurerà la nuova stagione del Parioli di Roma, archiviata l’era Maurizio Costanzo, durata 24 anni.

Con Laura Tibaldi, che si occuperà dell’amministrazione, Luigi accetta coraggiosamente questa sfida: «Rappresenta solo l’inizio della realizzazione di molti sogni. Primo fra tutti dar vita a un teatro semistabile napoletano, con tre mesi di proposte legate a Napoli, con commedie di mio nonno Eduardo Scapetta, di mio padre Peppino e mie, e altri tre mesi con la migliore prosa nazionale» spiega.


«Per esigenze di tempo non sono riuscito a realizzare l’idea quest’anno, ma ce la farò la prossima stagione. Nel mio dna non c’è solo il teatro, ma c’è anche Napoli. Avrei volentieri gestito e dedicato un teatro a mio padre a Napoli, ma non è capitata l’occasione. Peccato, io sono un artista partenopeo che ama la sua città e la frequenta. Vivo tra Roma e Napoli e a gennaio sarò in scena al Mercadante con ”A che servono questi quattrini”».

La vita di Luigi De Filippo è sempre stata sospesa tra le due città e anche il suo legame con il Parioli è antico. Si è trasferito nella capitale a 10 anni, durante la guerra, e proprio sul palcoscenico del Parioli si è esibito sin da giovanissimo con il padre. Sempre sullo stesso palcoscenico la moglie Laura lo ha visto per la prima volta prima di innamorarsene e diventare sua compagna di vita: «Porteremo qui la nostra identità, omaggiando non solo il teatro di tradizione che non ha nulla di vecchio, ma anzi è un trampolino per l’innovazione, e celebrando anche la cultura napoletana a partire dal marchio del teatro che ora è una maschera di Pulcinella e, naturalmente, il lavoro della nostra famiglia che diverte e fa riflettere il pubblico da tre generazioni e che a Roma ha consacrato il suo successo».

Luigi ha già avviato i lavori di ristrutturazione dello stabile, «finora più adatto alla televisione che al teatro. Stiamo togliendo i cavi elettrici che servivano per la diretta televisiva di Costanzo, rifaremo le poltrone in bordeaux, insomma renderemo l’ambiente più teatrale, ma non solo con lo sguardo al passato: accoglieremo anche compagnie di sperimentazione, purché non propongano opere noiose, banali, superficiali».

Il programma della stagione del nuovo Parioli/Peppino De Filippo, il cui flyer è contraddistinto dall’immagine di una tradizionale macchinetta napoletana del caffè, è molto vario, va dal concerto gospel «Africa Grace» che aprirà il 6 dicembre, a spettacoli come il vivianeo «Napoli: chi resta e chi parte» diretto da Armando Pugliese con Sal Da Vinci protagonista. Poi, tra gli altri, «Il burbero benefico» di Carlo Goldoni diretto da Matteo Trarasco, «Appuntamento a Londra» di Mario Vargas Llosa per la regia di Maurizio Panici, «Che ora è», adattamento teatrale di Paola e Silvia Scola del film di Ettore Scola, diretto da Pino Quartullo, «Il giorno della civetta» di Leonardo Sciascia nell’adattamento di Gaetano Aronica, «Stasera non escort» per la regia di Marco Rampoldi.

La stagione sarà chiusa dallo stesso Luigi De Filippo con la commedia «Storia strana su una terrazza napoletana» da lui diretta e interpretata (2-13 maggio), uno spettacolo già andato in scena al Parioli nel 1973, quando Luigi aveva 38 anni e recitava con il padre prima di fondare la sua compagnia e seguire la propria strada.

Sabato 08 Ottobre 2011 - 18:09    Ultimo aggiornamento: 18:58




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Quando Berlusconi era democristiano

Il Tempo


A 9 anni il Cavaliere attacchinava a Milano manifesti dello scudo crociato. Lo stesso Silvio Berlusconi ha raccontato più volte, non certo vergognandosene.



Silvio Berlusconi Lo stesso Silvio Berlusconi ha raccontato più volte, non certo vergognandosene, che a nove anni neppure compiuti già militava a modo suo nella Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e Attilio Piccioni. In particolare, egli partecipò nella sua Milano alle squadre degli attacchini dei manifesti del partito scudocrociato nella più storica e decisiva campagna elettorale della storia della Repubblica italiana: quella che permise alla Dc e ai suoi alleati di centro di sconfiggere il 18 aprile del 1948 il "fronte popolare" formato da comunisti e socialisti. Una sconfitta peraltro che per i socialisti, allora guidati da Pietro Nenni, fu duplice perché essi persero a sinistra anche il vantaggio sul Pci di Palmiro Togliatti conseguito nelle precedenti elezioni per l'Assemblea Costituente e per le amministrazioni locali. E non sarebbero più riusciti a recuperarlo.

Di anni, il Cavaliere non ne aveva nove scarsi ma cinquantatre quando mi parlò alla vigilia delle elezioni politiche del 1992, le ultime alle quali la Dc, allora guidata da Arnaldo Forlani, si sarebbe presentata con il suo nome e il suo simbolo. Per quanto fosse notoriamente di simpatie craxiane, da me condivise, ricordo bene quanto Berlusconi tenesse anche ad un buon risultato della Dc. Tanto che - vi confesso - ricavai l'impressione che egli fosse orientato a votare dopo qualche giorno per il Psi alla Camera, giusto per non far mancare a Craxi il suo voto di preferenza, che c'era ancora, ma per lo scudo crociato al Senato.

Della Dc non gli piacevano le correnti, soprattutto quella di sinistra capeggiata da Ciriaco De Mita, della quale egli aveva provato sulla sua pelle di editore televisivo una ostilità persino feroce, tutta finalizzata a difendere il più a lungo possibile il pur antistorico monopolio pubblico della Rai, ma apprezzava la capacità di sintesi che quel partito sapeva alla fine sempre esprimere all'insegna della tolleranza.

D'altronde, da solo Craxi, per quanto fosse convinto e combattivo, nei suoi anni a Palazzo Chigi e in quelli successivi, senza la collaborazione e l'aiuto della Dc non avrebbe potuto garantire la nascita e la sopravvivenza della Tv commerciale, cioè privata, dagli assalti combinati, già allora, della sinistra comunista e dei magistrati. Ai cui ordini di oscuramento le televisioni di Berlusconi erano state sottratte negli anni Ottanta con due decreti legge disposti dal governo Craxi-Forlani ed emanati senza un attimo di dubbio dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini: un socialista che non si faceva certamente dare ordini da Craxi, ma neppure intimidire dai comunisti. Quando il cataclisma giudiziario, mediatico e politico di Tangentopoli travolse il quadro politico, e i suoi equilibri, fu proprio alla Dc, o a quel che ne rimaneva, che Berlusconi si rivolse per scongiurare il pericolo che il Paese finisse nelle mani di un partito comunista arroccato nella sua presunta "diversità". Che era contraddetta da una partecipazione per niente marginale alla pratica del finanziamento illegale della politica e da una continuità di classe dirigente di per sé espressiva della natura strumentale del cambiamento di nome e di simbolo disposto dal Pci sotto le macerie del muro di Berlino, dopo il crollo cioè del comunismo.

Fu in particolare a Mario Segni e a Mino Martinazzoli, subentrato a Forlani alla guida della Dc, e destinato a liquidarla, che Berlusconi si rivolse nel 1993 perché organizzassero un cartello elettorale di centrodestra contro la sinistra cosiddetta post-comunista. E fu dopo la risposta negativa di Martinazzoli, peraltro convinto di poter liquidare il problema postogli da Berlusconi offrendogli una candidatura da indipendente al Senato nelle liste democristiane, che il Cavaliere si decise ad organizzare lui il cartello elettorale e politico che poi sconfisse la fintamente «giocosa macchina da guerra» allestita dall'ultimo segretario del Pci, e primo del Pds , Achille Occhetto.

L'elettorato democristiano, al pari di quello socialista e degli altri vecchi partiti di governo spazzati dalle Procure e dalle loro gazzette, non esitò a scegliere Berlusconi nelle urne. Né esitarono a passare nel partito berlusconiano - Forza Italia - i due terzi dei quadri della ormai ex Dc, destinata attraverso le sigle e i nomi del Partito Popolare e della Margherita a confluire nell'ultima versione del Pci chiamata Partito Democratico.

Questa storia accomuna in un doveroso rispetto, e in un solo popolo, le vicende di Berlusconi e della Dc. Sì, anche quella della Dc, per quanto ciò possa apparire paradossale o semplicemente scomodo ad altri che si ritengono eredi più legittimi o diretti dello scudo crociato, oggi oppositori o nemici del Cavaliere: da Pier Ferdinando Casini e Rocco Buttiglione, già alleati di Berlusconi, ai Franco Marini, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Giuseppe Fioroni e altri ex democristiani accasatisi con Massimo D'Alema, Pier Luigi Bersani e compagni.

A compromettere questa storia, e a consentire su un versante che si presume moderato, o di centro destra, la riproposizione di tutta intera la Dc come di un partito dalla memoria dannata, fatto solo di voltagabbana, quasi una galleria infinita di Bruti, plurale di quello che pugnalò Cesare, non possono essere di certo le pur legittime disapprovazioni - per carità - degli ex ministri Claudio Scajola e Giuseppe Pisanu. E di altri provenienti dalla Dc che nel Pdl da qualche tempo soffrono, con o senza apostrofo, per le oggettive difficoltà della maggioranza e del governo. E fanno sognare le opposizioni. Al massimo, con gli Scajola e i Pisanu di oggi, se dovessero veramente far precipitare la situazione verso una cris

i di governo, potrebbe allungarsi la Galleria dei Bruti, già affollata di politici di ogni provenienza, o matrice ideologica, ma non potrebbe risorgere la Dc. Né si potrebbe trasformarne il ricordo in ciò che non è stata: una scuola di opportunisti e traditori. Questo non è né vero né giusto. Il primo ad avere il diritto, e il dovere, di sentirsene offeso è proprio Berlusconi, e non solo per quei manifesti elettorali che attaccava, o aiutava ad attaccare, quando aveva i calzoni corti.


Francesco Damato
09/10/2011




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Disco orario e strisce blu: valida comunque la multa per il parcheggio irregolare

La Stampa


Tempi duri per il parcheggio selvaggio: con la sentenza 20308/11 la Cassazione precisa che l’art. 157, comma 6, del Codice della strada, sanziona sia l’ipotesi di sosta limitata, qualora non venga rispettato l’obbligo di usare il disco orario, che quella di parcheggio nelle aree a pagamento, ad esempio le famose strisce blu, senza attivazione del parchimetro o acquisto del ticket.

Il Caso
Un’automobilista si oppone al verbale di accertamento della Polizia municipale, sostenendo che è stata applicata la norma relativa a parcheggio con limite orario, invece di quella, corretta, relativa al parcheggio nelle apposite aree a pagamento senza il necessario ticket. Il Giudice di pace accoglie l’opposizione e il Comune di competenza impugna la sentenza per cassazione. La norma contestata è l’art. 157, comma 6, del Codice della strada. Secondo l’automobilista essa sanziona la sosta oltre il tempo consentito, in tutti quei casi in cui è richiesta l’apposizione del c.d. disco orario, mentre nell’ipotesi di parcheggio nelle aree a pagamento senza il previo pagamento del ticket la norma applicabile sarebbe quella di cui all’art. 7 Cds.

Il parere della Cassazione, contrariamente a quanto affermato dal Giudice di pace è che la norma prevede due distinte ipotesi. La prima è quella, pacificamente riconosciuta dall’automobilista, della sosta permessa per un determinato periodo di tempo: in questi casi è obbligatorio esporre in modo visibile l’orario di inizio del parcheggio, mediante il disco orario. Il secondo alinea del comma 6, tuttavia, prevede anche l’ipotesi di sosta regolamentata, disponendo che qualora esista «un dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione». Rientrano in questa ipotesi i parcheggi a pagamento, sia che prevedano un parchimetro, sia che prevedano strisce blu o apposito ticket da acquistare ed esporre sul parabrezza. Niente da fare per l’automobilista, insomma: l’art 157 comma 6 sanziona tanto il mancato utilizzo del disco orario quanto la mancata attivazione del parchimetro.

L’altro articolo richiamato dall’automobilista, invece, sanziona delle condotte diverse, ovvero il prolungarsi della sosta oltre i limiti consentiti, che sussiste sia nell’ipotesi di parcheggio oltre il limite indicato dal disco orario, che nel caso di parcheggio oltre al termine rispetto al quale è stato pagato il ticket nelle aree a pagamento. Si tratta, come è evidente, di fattispecie diverse: l’art. 157 sanziona il mancato utilizzo degli strumenti richiesti (disco orario o parchimetro o ticket), l’art. 7 sanziona il protrarsi della sosta, una reiterazione della condotta oltre i termini consentiti. Il ricorso, in conclusione, è accolto: la multa era legittima.




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Che c'importa di Jobs E' meglio un bigliettino che spedire una mail

di


I libri di carta, un film al cinema, una bella stilografica sono piaceri che non hanno prezzo. Al contrario di Pc e iPad...




Caro Direttore, vedo che anche Il Giornale ha salutato con commozione la scomparsa di Steve Jobs e quindi sono sicuramente dalla parte del torto, ma un po' perché ci sono abituato e un po’ perché ormai ho un'età, mi permetti di dire, che, salvo restando il rispetto per il talento, per il dolore, per la morte etcetera etcetera, a me di Steve Jobs non è mai importato nulla.

L'altro ieri ho visto sul Corriere un «Addio Steve» a firma di Beppe Severgnini, con tanto di Jackson Browne usato come dedica poetica. Severgnini è uno specialista in epitaffi: tempo fa ne fece uno di Indro Montanelli con tanto di quadro a olio, lui e Indro insieme nella stessa tela, riprodotta sul quotidiano di via Solferino immagino per gentile concessione del diretto interessato vivente. Sarò irrispettoso, ma allora mi venne da ridere.

Adesso mi viene da ridere leggendo Severgnini che verga il suo omaggio commosso non nella Cremona natia, ma «nella luce lattiginosa di Sa Pa, Vietnam settentrionale, la Cina oltre un fiume, wi-fi che funziona, Mac Book Air sulle ginocchia». E mi viene da ridere leggendo Jovanotti che sulla Stampa saluta Steve Jobs come «l'eroe di chi crede che la vita finisce solo quando finisce, neanche un attimo prima». Non mi sembra una grande novità, ma non «penso positivo», non scrivo canzoni dove madre Teresa di Calcutta abbraccia Che Guevara, non vado da Fabio Fazio. E va da sé che darei tutti i reportage, di Severgnini e no, scritti con un Mac Book per uno solo di Montanelli o di Malaparte battuto a macchina, dettato ai dimafoni, telefonato, inviato per posta...

Per quel che poco che so, dobbiamo a Jobs i personal computer e i cellulari, schematizzo e volgarizzo, ma credo di rendere l'idea. Sommessamente dico che ne avrei fatto volentieri a meno, ma che comunque non mi hanno cambiato la vita più di tanto. Continuo a usare il computer come una macchina per scrivere che mi evita la brutta copia, continuo a maledire il cellulare, di cui ignoro ogni altra funzione, perché lo devo tenere aperto qualora dal giornale qualcuno mi cerchi per farmi lavorare (a volte succede).

È curioso che gli amanti dello slow food e della qualità della vita, gli spregiatori della globalizzazione e i difensori della privacy, gli adepti della bicicletta nelle metropoli e della lentezza del vivere, siano al tempo stesso i corifei della rete, dell’email, della connessione in tempo reale. Sarà anche vero che non è più l'epoca dell'aut-aut, del sì sì, no no, ma mai come adesso si vuole tenere insieme tutto, il sogno e la sugna, per intenderci.

Il bello è che, tornati dalle vacanze, senti quegli stessi dirti: «Che pace, ho spento il telefonino, staccato il computer, nessuno che mi rompesse le palle...» ma se è questo quello che vogliono, perché rendersi schiavi di un meccanismo che li sovrasta?

Mi dirai che la modernità ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Sono sufficientemente intelligente (non molto, ma sufficientemente sì) per capire che macchine e aerei, radio e televisioni fanno parte del nostro vivere quotidiano, ma il loro trasformarli in feticci non mi sembra un traguardo. Saremo anche al dominio della tecnica profetizzato da Spengler, ma non vedo che piacere ci sia nell'essere dominati.
Ieri la figlia di una mia amica mi ha detto che andava «in manifestazione perché vogliono chiudere Wikipedia. Si imparano un sacco di cose su Wikipedia» mi ha detto seria. «Per esempio il significato di una parola, come se fosse un’enciclopedia...». Il bello è che lei, in casa, le enciclopedie ce l'ha, più documentate, ovviamente, di Wikipedia, ma non le usa. Non sono alla moda ed è più faticoso cercare su un libro che cliccare. Solo che la vita, culturale e no, non dovrebbe avere come criterio principe la comodità. Se così sarà, non mi aspetto un grande futuro per le prossime generazioni.

«È il solito antimoderno», sento già le obiezioni. Ma ti confesso che gli innamorati tout court del progresso li trovo insopportabili. Facci caso, le cose più intelligenti e più profetiche sulla modernità le hanno dette e scritte i non moderni e sono loro ad aver lasciato un'impronta, un segno di diversità. E certo, indietro non si torna, ma bisognerebbe però chiedersi in nome di che cosa si debba andare avanti.

Leggo in Jovanotti che grazie a Jobs siamo passati «dall’analogico al digitale»: non so bene che cosa significhi, ma a me l'analogico, qualsiasi cosa sia stato, mi andava bene e non vedo perché mi debba riposizionare come digitale e in quanto tal andarne fiero. Continuo a leggere libri di carta e a sfogliare giornali di carta, penso che il bello di un film sia il vederlo al cinema, posseggo un cellulare ma solo perché sono un vile e non ho il coraggio di quel mio amico professore di scienza politiche che ha minacciato di denunciare la sua università al Tribunale dell’Aja per i diritti umani se si ostinava a volergliene imporre l’uso. E ancora, se devo ringraziare qualcuno gli scrivo un biglietto e sai benissimo che questo articolo è stato scritto con la stilografica e poi ricopiato al computer. Mi sono perso qualcosa? Sicuramente. Mi sono perso l’essenziale? Non credo proprio.



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Comprano la carta dalle coop E la pagano quasi il doppio

di

L’ultimo folle spreco pubblico. Per quale motivo bisognerebbe gridare allo scandalo se il Comune di Bologna paga per una gomma per cancellare 30 centesimi di euro invece che 29? Perché da quel singolo centesimo di differenza il Pdl ha scovato sprechi per 80mila, per la precisione, buttati ogni anno per l’acquisto di carta e cancelleria varia



A un occhio disattento sembrano differenze di pochi, ininfluenti centesimi. Per quale motivo, allora, bisognerebbe gridare allo scandalo se il Comune di Bologna paga per una gomma per cancellare 30 centesimi di euro invece che 29? Perché da quel singolo centesimo di differenza il consigliere comunale del Pdl Lorenzo Tomassini ha scovato sprechi per decine di migliaia di euro: oltre 80mila, per la precisione, buttati ogni anno per l’acquisto di carta e cancelleria varia. Ma potrebbero essere molti di più. «Tanto che ho fatto richiesta delle fatture presentate da Altercoop a tutti i settori del Comune di Bologna negli ultimi tre anni», incalza il consigliere.

Tutto ha inizio quando Tomassini fa richiesta al Comune per l’acquisto di materiale di cancelleria per il proprio gruppo politico. Succede così che il consigliere si trova di fronte alla sfilza di quasi 7mila articoli di cancelleria che la società Altercoop fornisce al comune di Bologna con un contatto in esclusiva che viene reiterato da tempo: l’ultimo rinnovo risale all’inizio del 2010 e scadrà il prossimo dicembre. Tomassini si accorge che qualcosa non quadra, prende carta e penna e inizia a fare di conto. Come un previdente padre di famiglia che per arrivare alla fine del mese lima euro dopo euro ogni singola spesa fino alla quadratura dei conti, il consigliere inizia a fare lo stesso con i bilanci della città. E di cosa si accorge? Che il Comune di Bologna tutto può essere fuorché virtuoso. Al massimo, molto generoso con l’azienda dalla quale si rifornisce di matite, penne, gomme, cucitrici e - persino - dvd.

Prendiamo l’esempio di una colla stick. La cooperativa la fa pagare a Palazzo D’Accursio 4,15 euro che diventano 2,25 applicando lo sconto del 45,8% previsto nel contratto tra il Comune e la società. Peccato che la stessa colla che il Comune paga 2,25 euro viene venduta a qualsiasi privato si presenti alla porta di Altercoop a 1,94 euro. Ma non solo: «Navigando su internet - spiega Tomassini - ho trovato lo stesso prodotto a 1,69 euro. E in questi giorni ho ricevuto telefonate di persone che lavorano nel settore da oltre 50 anni che mi hanno presentato preventivi ancora inferiori». E lo strano «giochino» si ripresenta a ogni singola voce, fino ad arrivare al caso più eclatante: per una confezione da cinque Dvd Blue Ray vergini, il Comune spende 89,19 euro (partendo da un primo prezzo di 164 euro). Peccato che ai privati la stessa identica confezione costi meno della metà - soltanto 32 euro - e sul web addirittura un terzo: 25,38 euro. «Questo la dice lunga sull’attenzione che i dirigenti del Comune mettono sulla gestione amministrativa», attacca il consigliere.

D’altronde i conti di Tomassini parlano chiaro: se Altercoop facesse al comune gli stessi prezzi che propone ai privati, il risparmio sarebbe del 10%. Dal bilancio consuntivo del 2010, alla voce «Carta e cancelleria» il Comune di Bologna ha speso 241mila euro: il risparmio sarebbe dunque di circa 24mila euro. Se invece i consiglieri comunali si armassero di calcolatrice e di una buona dose di pazienza e andassero - click dopo click - alla ricerca e all’acquisto dei diversi articoli tramite internet, il risparmio si aggirerebbe tra il 33 e il 35%. Tradotto in denaro sonante l’amministrazione Merola si troverebbe a poter gestire in un colpo solo all’incirca 85mila euro in più. «Per mesi la giunta se l’è presa con i tagli del governo, spaventando i cittadini, parlando di tagliare i servizi. Piuttosto, Merola guardi bene all’interno del Comune e scelga bene i suoi dirigenti», conclude Tomassini. Dati alla mano, non ha tutti i torti...



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Piangono miseria e poi buttano i soldi

di Claudio Borghi

Ogni volta che si cerca di mette­re qualche minimo tappo al cola­brodo delle spese statali la fila di quelli che si stracciano le vesti è sempre più lunga


Ogni volta che si cerca di mette­re qualche minimo tappo al cola­brodo delle spese statali la fila di quelli che si stracciano le vesti è sempre più lunga. Le trovate che riscuotono più successo fra i la­mentatori di professione so­no, di solito, quelle che coin­volgono i bambini o i mala­ti: «Manca la benzina per le ambulanze dei bambini» è perfetto, così non si rischia di sbagliare. File di sindaci, governatori, consiglieri locali che spesso sfilano composti per protestare contro lo Stato affama­tore.

Intanto però basta prendersi la briga di guardare fra le spese dei nostri enti pubblici per trova­re, come nell’esempio della «fortunata» coope­rativa documentato in questa pagina, sprechi difficilmente giustificabili. Visto che il Comune arriva a pagare fino a cinque volte per la cancelleria. Sembra quindi evidente che qualcosa non torni. Il denaro non ha una destinazione prefissata, la stessa banconota può essere usata per comprare la famosa benzina per l’ambulanza oppure per strapagare una fornitura di cucitrici. Il denaro che non si trova per assumere un cancelliere in più per sveltire le pratiche in tribunale, non è differente da quello che il magistrato spende per commissionare perizie, forse non sempre necessarie, a qualche consulente (spesso amico).

Il bonifico con cui si pagherebbero più mezzi per le forze dell’ordine sarebbe lo stesso con cui si pagano le spese del Quirinale, quadruple rispetto a quelle di Buckingham Palace secondo un divertente calcolo dei giornalisti Stella e Rizzo. Proprio partendo da queste banali considerazioni sull’equivalenza del denaro, fino a quando non si sarà dimostrato in modo indubitabile che ogni tipo di spreco non sarà stato del tutto debellato, non si dovrebbe nemmeno pensare di protestare per i tagli o, peggio, di proporre nuove tasse.

È stato calcolato che le spese delle regioni sono aumentate in dieci anni di ben 90 miliardi, senza contare i primati delle solite regioni a statuto speciale che vanno dai 20mila dipendenti della Sicilia più altri 80mila che vengono retribuiti dalla cascata di società controllate o partecipate dalla regione, per arrivare, percorrendo l’intera penisola, al mitico presidente della provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, assurto agli onori della cronaca per il megastipendio vicino ai 26mila euro mensili. Sulla carta nell’ultima manovra sono stati varati provvedimenti importanti: spending review , costi standard, acquisti centralizzati.

Sta però ai cittadini non cadere vittime del grande imbroglio che viene perpetrato ai loro danni: ogni volta che qualsiasi ente, dal Comune alla regione fino allo Stato, intende aumentare una qualsiasi tassa o gabella, magari con il trucco di puntare il dito contro i «ricchi», oppure piange miseria per un taglio di spesa, è probabile che il bene della popolazione sia una semplice scusa, il vero interesse è spesso solo il poter continuare a sfruttare il piccolo potere pro tempore che gli amministratori hanno per continuare a regalare incarichi, consulenze e commesse a pioggia, magari a prezzi stragonfiati. A Napoli, dove se ne intendono, si dice «chiagne e fotte».

E adesso anche Santoro si sente un martire arabo

di

Scocca la primavera italiana sulle reti locali. Mohamed Santoro Bouazizi, come quel tunisino che si è dato fuoco e ha fatto partire la primavera araba, chiede 10 euro di contributo per i Comizi d'amore

Mohamed Santoro Bouazizi, come quel tunisino che si è dato fuoco e ha fatto partire la primavera araba, così lui, Michele Le Mokò, si sente addosso un fremito rivoluzionario e chiama il popolo a seguirlo. Basta dargli un euro a testa, chi può anche dieci, e si accende, non se stesso, come l’eroe Buoazizi, la sua tv, ma è già qualcosa e comunque solo l’anteprima. Scocca la primavera italiana sulle reti locali e un po’ anche SkyTg24, casella interattiva, premi il bottone e si apre Santoro, il nostro tunisino per adesso ancora spento. Non lo ferma più nessuno, una volta si paragonava a Enzo Biagi, poi a Celentano, ora ai martiri del nord Africa liberato dai tiranni. Zeroproduction, ego a mille.

Si è tenuto basso anche col nome del suo esperimento rivoluzionario (aspira ad una voce nell’Enciclopedia Britannica), Comizi d’amore, cioè Pier Paolo Pasolini, grande scrittore, mentre di Santoro le biblioteche conoscono solo l’opera prima e sinora ultima, naturalmente un’autobiografia (Michele chi?). Michele Le Mokò ha preso sul serio la mission del giornalismo partecipativo, nel senso che chiede alla gente di partecipare alla spesa, cacciando gli euro, ma non agli utili, perché il suo è Servizio pubblico, come il pronto soccorso, come il 113. Prossimo passo è il cinque per mille a Santoro nella dichiarazioni dei redditi. La causa effettivamente è storica: la primavera araba, solo un po’ più a nord, ma comunque sempre di regime mediorientale si tratta.

È così temuto dai governi, i quali faranno sicuramente «pressioni per limitarci o impedirci di andare in onda», che ha l’appoggio solo di una dozzina di tv locali importanti, un quotidiano (Il Fatto, partner) e Sky, colosso mondiale. Un reietto proprio. «Anche noi, come quel tunisino ribelle, siamo col carrettino a cercare di vendere la nostra frutta e la nostra verdura», si spera non bufale, come quelle che ancora si ricordano in Veneto, dove trasmetterà su ben due frequenze (TeleNuovo e

Antennatre Nordest). Certi blogger di Verona hanno ben presente il sui Sciuscià di dieci anni fa, quando raccontò una città «razzista e antisemita» per la vicenda del professor Luigi Marsiglia, pestato per le sue origini ebraiche. Sì, ma solo nella sua fantasia. Si scoprì dopo che questo Marsiglia si era inventato tutto per evitare un trasferimento in un altro liceo. Ma Santoro ci fece una puntata intera. E i veronesi non se lo sono scordato: «Santoro porta con ti anca el professor Marsiglia che ghe femo far na rimpatriada..» dice uno dei molti sul sito del Tg di Telenuovo.

Migliore l’accoglienza a Capri, che è già più vicina a Tunisia e Libia, e comunque lui è più o meno di casa, visto che ne ha una ad Amalfi. Tra «Il Miracolo di San Gennaro», «Cafo-night» con il comico Oscar Di Maio e Mimì Palmiero, vocalist della tradizione napoletana, su TeleCapri arriva Santoro. Nel frattempo il conduttore prova il suo numero preferito, aizzarsi contro una qualche censura così per travestirsi da ribelle tunisino con la verdura. Solo che per adesso fa arrabbiare solo il Pd, che non gradisce l’abuso del termine «Servizio pubblico», che spetterebbe alla Rai. Invece Di Pietro offre tutta la sua banda (internet) per dare spazio ai comizi dell’amico, mentre gli ex sindacalisti Rai pretendono che sia la Rai a rimborsare i dieci euro. Vecchio copione che non tradisce mai, non serve si dia fuoco.



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Catania, il Gip scrive la sentenza in ritardo: nove condannati per mafia tornano in libertà

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Una giustizia tutta da riformare. A Catania dopo un anno e mezzo il giudice non ha scritto la sentenza. E i presunti affiliati ai boss vanno a casa. Il magistrato che fa anche l'autore teatrale: "Ho avuto troppo lavoro". Il ministro di Giustizia Palma ha già avviato l'iter per l'ispezione: si va verso la sanzione




Non sono i tempi biblici di Edi Pinatto, il giudice-lumaca per antonomasia che per scrivere una sentenza ha impiegato ben otto anni, e infatti, unicum nel panorama delle toghe che di solito si salvano a vicenda, è stato condannato (otto mesi, pena sospesa) e radiato dall’ordine giudiziario. Lui, Alfredo Gari, presidente aggiunto dei Gip di Catania, non ha depositato le motivazioni del verdetto di condanna di nove presunti affiliati a una potente cosca mafiosa etnea, quella dei Laudani, dopo un anno e quattro mesi. Un tempo relativamente breve vista la lentezza cronica della giustizia italiana, ma troppo lungo per chi, nel frattempo aspettava in carcere. E infatti i nove, accusati a vario titolo di mafia, detenzione di armi e estorsione, sono stati scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare. Con buona pace di una giustizia che sa essere velocissima in alcune occasioni - vedi l’accelerazione impressa a Milano ai processi che riguardano il Cavaliere - ma che poi non sta attenta a tenere in cella i delinquenti.

Un brutto episodio, fotografia di un sistema giudiziario che proprio non va. L’ennesimo brutto episodio perché non sono pochi, in tutta Italia, i casi di omissioni e ritardi di magistrati che vanificano la fatica di inquirenti e forze dell’ordine, e che in definitiva mettono a repentaglio la sicurezza, quando poi mafiosi e delinquenti tornano in libertà, come nel caso Pinatto e come in questo caso. Di solito la giustificazione - generalmente accolta anche dal Csm che infatti quasi mai sanziona in modo severo i ritardatari - è quella delle carenze di organico degli uffici, che finiscono col comportare per il giudice un carico di lavoro eccessivo. E anche questo caso non fa eccezione. «La scarcerazione di questi imputati – ammette il giudice Gari – è da addebitare a una mia mancanza e mi brucia moltissimo. Ma c’è un problema di sostenibilità di lavoro, miracoli non ne possiamo fare. È stata una defaillance, ma la prima in 40 anni di carriera. Ho quasi 70 anni e non riesco più a fare sempre nottate come un tempo, l’organico dei gip e all’osso. La mole di lavoro è enorme, e il tempo corre».

Il solito refrain. Secondo il magistrato, comunque, la sua negligenza non ha causato danni irreparabili, visto che i nove scarcerati, condannati in primo grado proprio da lui, col rito abbreviato, il 21 giugno del 2010 a pene comprese tra i tre anni e quattro mesi e otto anni e otto mesi, resteranno comunque in libertà vigilata: «Sono stato travolto – spiega il giudice a Repubblica Palermo – da altri fascicoli a cui ho dovuto dare la precedenza, ma credo che nonostante la scarcerazione di questi soggetti, la situazione sia sotto controllo, ho firmato provvedimenti di libertà vigilata su richiesta della Procura». Una toppa per limitare i danni che però non basta a scongiurare eventuali procedimenti disciplinari. Il ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, ha avviato la procedura per un’ispezione. Un’iniziativa, spiega una nota del dicastero di via Arenula, che «si è resa necessaria per verificare i motivi che hanno portato alla scarcerazione dei nove imputati, per i quali il ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza ha provocato la decorrenza dei termini di custodia cautelare».

Annus horribilis, il 2011, per il giudice Gari, magistrato di lungo corso con una passione per il teatro che lo vede anche autore (con la moglie Rita) e regista col nome di Edo Gari. Segnato dalle polemiche per un altro delicatissimo caso approdato nel suo ufficio, la famosa inchiesta Iblis che, prima dello stralcio con derubricazione del reato a voto di scambio, vedeva indagati anche il governatore siciliano Raffaele Lombardo e il fratello deputato Mpa, Angelo Lombardo. Un’associazione, presieduta dall’avvocato di uno degli indagati di «Iblis», si è rivolta al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e al Csm, per segnalare che era inopportuno che Gari si occupasse del caso che coinvolgeva il governatore Lombardo visto che la moglie, Rita Cinquegrani, sovrintendente del Teatro Bellini di Catania, era stata designata proprio dal presidente della Regione indagato. Lo stesso avvocato poi a giugno, in sede di udienza preliminare, ha fatto richiesta di ricusazione del Gip. Adesso per Gari questa nuova tegola.



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