sabato 8 ottobre 2011

Cuba, ricoverata in ospedale la leader delle "dame in bianco"

La Stampa



Laura Pollán è da venerdì in un ospedale dell'Avana per un'infezione ai polmoni. Le sue condizioni sono gravi

Gordiano Lupi

La leader delle Damas de Blanco, Laura Pollán, 63 anni, è ricoverata in gravi condizioni di salute nel reparto terapia intensiva dell'ospedale Calixto García dell'Avana. Il marito Héctor Maseda, ex prigioniero politico, ha detto che la moglie è stata trasportata venerdì al centro medico dopo aver presentato un'infezione virale ai polmoni.

La Dama de Blanco Berta Soler, ha dichiarato a Radio Martí: "Laura Pollán è entrata in ospedale in gravissime condizioni. I medici hanno dovuto intubarla per farla respirare. Si pensa a un problema batterico. I medici la stanno sottoponendo a un trattamento a base di antibiotici che per il momento non ha dato esiti positivi".

Laura Pollán è una delle fondatrici del gruppo dissidente Damas de Blanco, nato per chiedere la liberazione dei prigionieri politici cubani e caratterizzato da una marcata presa di posizione in favore del rispetto dei diritti umani. Il governo cubano accusa le Damas de Blanco di essere "la punta di diamante di una finta opposizione finanziata dagli Stati Uniti".

Lo scorso 24 settembre Laura Pollán è stata percossa dalla polizia castrista davanti al portone di casa sua, sede del movimento Damas de Blanco, per impedirle di partecipare a una funzione religiosa e alla marcia domenicale durante le quale le donne cubane vestono di bianco e impugnano un gladiolo. Il mondo dei blogger alternativi e dell'opposizione cubana è in apprensione per la salute di Laura Pollán. Intanto giunge la buona notizia che sono stati liberati Sara Marta Fonseca e Julio León Pérez.




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Il bar del tramonto di Vanna Marchi

La Stampa

Milano, l’ex teleimbonitrice ottiene la semi-libertà e torna sotto i riflettori. Ma non può parlare



Wanna Marchi dietro al bancone: ieri ha servito per la prima volta cappuccini e brioches nel bar del genero

MICHELE BRAMBILLA
MILANO

Le troupe televisive che ieri mattina s’accalcavano all’ingresso del bar Malmaison di via Napo Torriani a Milano ricordavano le troupe cinematografiche accalcate all’ingresso della villa di Gloria Swanson-Norma Desmond nel film «Viale del tramonto» di Billy Wilder. Sia quelle troupe di Hollywood sia quelle di ieri mattina erano alla caccia di una ex diva improvvisamente tornata alla ribalta per un fatto di cronaca nera. Diva del cinema Norma Desmond, che aveva appena accoppato e buttato il piscina il suo giovane amante, un «modesto cronista di un giornale di provincia» interpretato da William Holden; e più modestamente diva del piccolo schermo la donna cui davano la caccia ieri le telecamere: Vanna Marchi, passata dalla gloria delle televendite (è stata ahimè gloria anche quella, nell’Italia degli Anni Ottanta) alla cronaca nera e giudiziaria. Ieri Vanna Marchi era lì, nel bar Malmaison di Milano, dietro il bancone, perché ha avuto il permesso di uscire dal carcere di Bollate, dov’è detenuta per truffa e bancarotta, per lavorare; con l’obbligo però di tornare poi in cella a passare la notte.

Sia nel film che ieri mattina c’era poi qualcuno a dirigere gli operatori. Nel film è il marito (Erich von Stroheim) dell’ex diva di Hollywood, un ex regista anch’egli caduto nel dimenticatoio che, per assecondare la follia della moglie, da anni si fingeva maggiordomo; quando vede arrivare le troupe, immagina d’essere tornati, lui e la moglie, sul set, e si mette a dirigere le riprese gridando «luci!», «si gira!». Ieri mattina, a smistare e indirizzare le troupe c’era Davide Lacerenza, titolare del bar e compagno di Stefania Nobile, la figlia di Vanna Marchi. Un uomo gentile che ha sopportato la ressa senza mai perdere la calma.

Ma mentre nel film l’ormai impazzita ex diva di Hollywood scende felice le scale della villa per l’ultima recita, Vanna Marchi ha fatto di tutto per sfuggire alla telecamere. S’è fatta riprendere mentre lavorava. Ma non uno sguardo compiacente, non un sorriso, non un saluto e soprattutto non una parola perché il giudice è stato chiaro: se rilascia interviste, le viene revocato il permesso e rientra subito in galera.

Avrà sofferto, per non esser potuta tornare sulla scena? Avrà fatto fatica a mantenere il silenzio? «Ma no, vi assicuro che ha voglia solo di stare tranquilla», dice Davide Lacerenza. Lei si aggira nel bar con il viso contratto. È vestita di nero, ha i capelli rossi e lisci. Mentre i giornalisti fanno ressa davanti al bancone una sola frase a un certo punto le scappa: «Lasciatemi vivere».

Chi non capisce nulla di tutto ‘sto caos sono i clienti del bar. Il Malmaison è vicino alla stazione centrale: nei dintorni, una quarantina di alberghi pieni di gente che viene e gente che va. Così i clienti sono quasi tutti stranieri, non sanno nulla di Vanna Marchi né tanto meno riescono a capire un Paese dove uno diventa un personaggio prima perché grida in tv, poi perché viene arrestato, infine perché esce di galera. Tedeschi giapponesi inglesi e americani sono lì per mangiare, i cartelli all’ingresso dicono «Pizza spaghetti lasagne», il menù del giorno offre penne all’arrabbiata, spaghetti alla carbonara, penne al salmone.

Vanna Marchi serve ai tavoli (sei, all’interno del locale), è molto discreta e gentile, parla con i clienti a bassa voce. Non pare proprio che utilizzi i vecchi sistemi per convincere della bontà dei prodotti. La donna che s’aggira in questo bar con pareti e tende viola, fra arredi un po’ kitsch da finto Settecento francese, non sembra neppure lontana parente di quella che urlava «d’accordooo?» per piazzare la crema scioglipancia.

Eppure fece fortuna proprio così: urlando «d’accordooo?» s’era fatta, oltre che innumerevoli clienti, un popolo di fedeli. Lei trattava tutti malissimo, alla televisione. Per convincere chi la guardava a comperare i suoi miracolosi unguenti e le sue miracolose pastiglie, doveva prima convincerli che facevano schifo. «La vostra carne è grassosa e lardosa!». «Avete dei peli lunghi così! Avete presente il mostro delle nevi? Lo yeti? Ricordatevi che le donne pelose non piacciono a nessuno. Scimmie! Ecco cosa siete: scimmie!».

Abbiamo detto che i suoi, da clienti, diventarono fedeli. Solo così si spiega come in tanti siano poi potuti passare dai cosmetici all’esoterismo. A un certo punto Vanna Marchi si mise a piazzare in tv talismani, amuleti, kit contro le influenze maligne. S’inventò un suo rito del sale, agitò rametti d’edera, promise di rivelare i numeri vincenti del lotto. Le credevano.

Sembra preistoria, ma è roba di pochi anni fa. Ieri pomeriggio, quando la ressa s’era ormai sciolta, siamo rientrati e le abbiamo chiesto un caffè. «Mi scusi», ci ha detto, e pareva il ritratto della mansuetudine. Ci scusi lei, abbiamo risposto: siamo noi giornalisti che rompiamo le scatole. E lei: «Oggi è stato davvero stancante. Non capisco perché tanta attenzione». È il prezzo della popolarità, abbiamo eccepito. E c’è sembrato di cogliere un certo rimpianto, una certa malinconia nella risposta di lei: «Ma quale popolarità? Quella ce l’avevo una volta».

«Una volta» Vanna Marchi era una teleimbonitrice. È stata una delle protagoniste della cosiddetta tv spazzatura. Condannata a 11 anni e mezzo, ha già scontato in carcere metà della pena. È colpevole. Ma forse con la televisione fiorita nell’Italia di quegli Anni Ottanta c’è qualcuno che ha fatto più danni di lei.




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Sul web la rivolta dei Wiki-ultrà

Il Tempo


Dopo l'auto-bavaglio del sito italiano, critiche e insulti su blog e social network.



La home page di Wikipedia. Il sito si è autosospeso per protesta contro il ddl intercettazioni Ma quale Wikipedia, meglio tornare alla Treccani. Soprattutto se l'«enciclopedia» virtuale si mette a fare politica. La nostra provocazione, lanciata ieri sul Tempo, e seguita all'auto-oscuramento di Wikipedia, che paventa addirittura il rischio di chiudere a causa della legge sulle intercettazioni, è diventata un tormentone sul web. Gli wiki-ultrà ci hanno sommerso di commenti e proteste (alcune non proprio adeguate al livello di curatori di voci enciclopediche). «Se per voi la Treccani è meglio di Wikipedia allora non avete capito il mondo in cui vivete» scrive un utente. «Wikipedia è un servizio sicuro e gratuito e soprattutto aggiornato in tempo reale» gli fa eco un altro commentatore. «La trecani??? ma dove vivete nel medioevo??? ci manca solo che rimettiamo su la santa inquisizione. vergognatevi!!!» tuona un altro internauta. «Wikipedia è sotto l'occhio di tutti e controllata da tutti. Chi è che ci conferma la veridicità di quello scritto sulla Treccani e soprattutto chi l'aggiorna? Nessuno» ragiona un lettore. «Complimenti per l'ottusità e l'arretratezza, degne della Santa Inquisizione» va diretto un altro.

C'è poi chi è convinto che si tratti di una battaglia ideologica: «È evidente che questa sia un'ennesima legge ad personam di Mr B.». C'è poi chi lancia la sfida: «Invito il signor Di Majo a riportare uno strafalcione di Wikipedia.com». Di commenti ce ne sarebbero ancora centinaia ma il senso è chiaro. Meno, evidentemente, le ragioni della nostra provocazione. Se è vero, come spiega bene Andrew Keen in «The cult of the amateur», che Wikipedia è «la più grande cattedrale della conoscenza su internet» (e nessuno vuole chiuderla), è altrettanto evidente che «i curatori definiscono, precisano, riprecisano la verità anche centinaia di volte in un giorno». Il punto, secondo Keen, è che «Wikipedia suggerisce una teoria della verità differente» da quella a cui siamo abituati: è la comunità che decide che due più due fa quattro così come decide cos'è una mela».

Dunque in Wikipedia la parola magica diventa «consenso». Significa, spiega ancora Keen, che «se la comunità decide che due più due fa cinque allora due più due farà cinque». Insomma, precisa, «benché la comunità difficilmente deciderà una cosa così assurda» tuttavia ne avrebbe «l'abilità». Invece per scrivere vere enciclopedie ci vuole «competenza» (e non «consenso»). Ma i wiki-ultrà vanno dritti per la loro strada ed evitano qualsiasi argomento che pure sembrerebbe ragionevole. Innanzitutto il ddl sulle intercettazioni è allo studio del Parlamento. Quando Wikipedia si auto-imbavaglia perché c'è un emendamento che prevede che anche i siti internet devono pubblicare rettifiche di notizie false entro 48 ore, la sua protesta non è comprensibile.

È giusto scrivere quello che si vuole, ci mancherebbe, ma altrettanto giusto è che ci sia la possibilità per chi eventualmente si ritenesse diffamato di richiedere una rettifica. Succede così in democrazia. Nel caso di controversie toccherà alla magistratura decidere. Cosa c'è di strano? Ma poi perché auto-imbavagliarsi ancora prima che cominci la discussione sul ddl intercettazioni? Altro tema: l'attendibilità di Wikipedia. Molti sostenitori dell'«enciclopedia» on line sostengono che noi de Il Tempo siamo «vecchi», anche che avremmo nostalgia per la santa inquisizione. Ma la questione è un'altra. Che autorevolezza ha Wikipedia se le voci vengono compilate da chiunque e se i controlli spesso non riescono a evitare strafalcioni?

Il problema, a cui gli utenti dell'«enciclopedia» virtuale non pensano, se l'è posto tempo fa il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, che ha deciso di richiedere la registrazione degli utenti prima di permettere loro di scrivere, aggiornare o cambiare voci dell'enciclopedia. Una decisione presa dopo le proteste di John Seigenthaler, ex assistente di Robert Kennedy, che ha trovato il proprio nome citato su Wikipedia in una voce che lo implicava falsamente nell'assassinio del presidente Kennedy e di suo fratello Bob. Per 132 giorni, alla voce «John Seigenthaler», i lettori hanno appreso che «per un breve periodo si pensava fosse coinvolto direttamente negli assassini dei fratelli Kennedy: John e Bobby». Ma questo è niente.

Nel corso degli anni sono stati dati per morti i senatori Robert Byrd e Edward Kennedy o, nella versione italiana, il cantante Amedeo Minghi. Il 29 aprile del 2011 è toccato al giornalista Lamberto Sposini. Un falso anche questo. Nel 2008 Wikipedia riportava un presunto outing di Riccardo Scamarcio, in cui l'attore dichiarava di essere gay: fu semplicemente uno scherzo di un ragazzo. L'anno precedente l'«enciclopedia» scrisse che i missionari gesuiti avrebbero supportato economicamente la ribellione Shimabara del XVII secolo in Giappone. Ma questi sono solo alcuni strafalcioni.

In ogni caso se l'«enciclopedia» si trasforma pure in partito, allora ridateci la Treccani o la Britannica. E pure in fretta. Anche perché sull'emendamento «scandalo» (l'obbligo di rettifica entro 48 ore) maggioranza e opposizione hanno trovato l'intesa: varrà soltanto per i siti giornalistici on line. Cioè non per Wikipedia. A questo punto, si tolga il bavaglio immaginario e faccia più attenzione.


Alberto Di Majo
06/10/2011




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Travaglio a giuduzio per Papi Vittima del suo stesso sistema

Libero




Marco Travaglio è stato rinviato a giudizio per diffamazione (ieri) e tutto sommato resta incredibile che la cosa possa interessare tanto: il web era alluvionato da lanci della notizia - tutti identici, egualmente superficiali, perché internet tende a spalmare senza approfondire - e l’impressione è che Travaglio nel tempo sia divenuto vittima di un meccanismo che lui stesso ha alimentato. Un processo per diffamazione a un giornalista non parrebbe una gran notizia neppure se riguarda un giornalista che fa notizia: già scrivemmo che i grandi vecchi del giornalismo hanno sul groppone centinaia di condanne (son tutte medaglie, si diceva un tempo) ma che adesso le cose sono cambiate, perché questo imbarbarimento, questo sostituire la fedina penale alla carta d’identità, questo far credere che un giornalista condannato per diffamazione sia un fatto clamoroso, questa roba, insomma, è un’eredità culturale che Travaglio ha contribuito a edificare in anni di professione.

Ma vediamo il caso: Travaglio e i sodali Peter Gomez e Marco Lillo e Claudio Pappaianni (quest’ultimi trattati come figure di secondo piano, chissà perché) sono stati rinviati a giudizio per alcuni passaggi del loro libro «Papi, uno scandalo politico» edito dalla casa editrice Chiarelettere e stampato a Bergamo, luogo dove il 16 dicembre comincerà il processo. Berlusconi non c’entra niente: la querela riguarda Lucia e Domenico Rossini, definiti rispettivamente «donna d’onore legata a un clan malavitoso barese» e «spacciatore di droga e pusher di fiducia di Gian Paolo Tarantini». Di entrare nel merito della questione non ci sogniamo neanche: di Lucia Rossini sappiamo che è stata inquadrata come «Papi girl» e che molti l’hanno vista in un video girato da lei e Patrizia D’Addario in un sontuoso bagno di Palazzo Grazioli; Giampaolo Tarantini ha raccontato di averla accompagnata dal Premier insieme a Barbara Montereale ma ha pure aggiunto che lei non avrebbe preso soldi, tanto che il pubblico ministero della Procura di Bergamo ha stigmatizzato una definizione di «escort» che sarebbe stata data, dai quattro autori, «solo sulla base di una sua presenza casuale e non retribuita a Palazzo Grazioli». Segno dei tempi è che la successiva accusa di essere una sostanziale mafiosa sia quasi passato in secondo piano.

Verrebbe da dire che il libro di Travaglio e company ha avuto la qualità di querela che meritava: il tentativo di nobilitarlo, titolandolo a suo tempo «Papi, uno scandalo politico»,  non l’ha salvato da una clientela da ombrellone e da querele che di politico ora hanno poco. Il gossip - scriveva persino Travaglio - rischia di coprire le notizie vere: poi il cedimento a un’avventura editoriale cui mancavano solo le tette in copertina, arrabattato in tre settimane per battere il ferro sinché era caldo, anzi hot. Tuttavia «Il caso Berlusconi non è una faccenda personale» scrivevano gli autori prima di regalare 331 pagine di rassegnona stampa e poco altro: vecchie storie dei tempi di Drive In, il solito riassunto delle attricette di Agostino Saccà, e poi, ancora, il resoconto di vecchie «sentenze piene di buchi» laddove non corrispondevano ai loro desideri. Per il resto, pochi verbali  e copia & incolla: anche perché Berlusconi non era neppure indagato.

Ma questo non ci interessa. Ci interessa che la diffamazione è il reato a mezzo stampa per eccellenza, e che spesso è fisiologico a chi scrive di cose giudiziarie: nel caso di Travaglio, tuttavia, ora rischiano di trasformarlo in un classico bersaglio del suo stesso metodo. Anzi, probabilmente è già così da tempo: Travaglio rischia di diventare uno che si possa soavemente querelare (quasi fosse un trend) anche perché l’abitudine a querelare ce l’ha anche lui. Il presunto collega vanta diverse condanne (civili) ma  formalmente è incensurato, particolare a cui tiene molto: forse è per questo - per mantenere questo sciocco primato destinato a cadere - che nel febbraio scorso si trasformò in un diffamatore salvato dalla prescrizione, la stessa contro la quale si era scagliato un sacco di volte: ma alla quale, al momento buono, si è guardato bene dal rinunciare nonostante la legge glielo consentisse.


di Filippo Facci

08/10/2011




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Libero




Il marito c’è ma non si vede, ha scritto qualcuno a proposito di donne famose come Anna Finocchiaro. In effetti, il consorte del capogruppo Pd al Senato, tale Melchiorre Fidelbo, a parte qualche rara apparizione in eventi ufficiali romani, è più noto nella natìa Catania, che nel resto del Continente. Noto anche alla Finanza e alla procura, visto che risulta iscritto nel registro degli indagati. Di professione fa il ginecologo, però è anche amministratore della Solsamb srl, società creata ad hoc per produrre software nel settore sanitario. E qui sta il problema. Perché la Solsamb, secondo i pm, ha ottenuto in modo illegittimo un appalto milionario, poi revocato, per realizzare il progetto di Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre, una ex “Casa della Salute”, come si chiamavano con Totò Cuffaro.

Un finanziamento pubblico di 1,7 milioni di euro senza alcuna gara. Ragione per cui la Finanza ha voluto vederci chiaro e ora, chiuse le indagini, Fidelbo è indagato per abuso d’ufficio con altri tre: il direttore amministrativo dell’Asp, Giovanni Puglisi, l’ex direttore dell’Azienda sanitaria provinciale di Catania, Giuseppe Calaciura, militante Mpa, e la responsabile del procedimento, Elisabetta Caponetto. Gli avvisi di chiusura delle indagini sono stati firmati dal procuratore reggente, Michelangelo Patanè, e dal sostituto Alessandro La Rosa, e notificati dalla Finanza del capoluogo etneo.

Pesante l’accusa nei confronti del marito della lady di ferro del Pd. Il ginecologo-imprenditore avrebbe «concorso nella qualità di istigatore o determinatore» con Calaciura, «predisponendo l’atto di convenzione dell’appalto» allegato alla delibera n. 1719 del luglio 2010 al centro dell’inchiesta. Un atto che avrebbe procurato «un ingiusto vantaggio patrimoniale» alla società del consorte, consistito nell’affidamento diretto dei lavori (sempre senza gara) e al pagamento di una prima tranche di 175mila euro, proveniente dalla quota del co-finanziamento Stato-Regione, previsto dalla Finanziaria del 2007, quando al governo c’era Prodi e ministro della Salute era la diesse Livia Turco.

I tempi, in questa vicenda, sono importanti. E anche le alleanze, con l’Mpa di Raffaele Lombardo che si ritrova in giunta il Pd della Finocchiaro (sconfitta alle Regionali del 2008 dallo stesso Lombardo). Pure Il Fatto di Padellaro e compagni affonda la lama sulle strane coincidenze dell’affare di Giarre. Nel 2007, appena pubblicato in Gazzetta il Piano sanitario nazionale, il Consorzio sanità digitale (di cui la Solsamb detiene il 50% delle quote) ha presentato la bozza per la Casa della Salute. Allora il costo dell’opera si aggirava sul milione, poi con Lombardo il prezzo è lievitato del 17% e il Cda del Consorzio ha stabilito che tutti i proventi saranno incamerati dalla stessa Solsamb. Ma di gare d’appalto, in tre anni, neanche l’ombra. La giustificazione di Fidelbo è che il progetto non aveva bisogno di gare perché «opera dell’ingegno», e comunque non vi era alcuna connessione tra il suo incarico di amministratore e il ruolo della moglie, estranea all’inchiesta. Però, all’inaugurazione in pompa magna nel novembre 2010, l’inflessibile senatrice era presente, con l’assessore Massimo Russo, che poi ha mandato gli ispettori. E ai cittadini di Giarre che le gridavano: «Finocchiaro vergogna», rispondeva secca: «Vergogna di che?». In Sicilia se lo ricordano ancora bene.

di Brunella Bolloli

08/10/2011




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Napoli, sotto un pavimento dei Girolamini, caccia alla salma di G.B.Vico

Il Mattino

di Paolo Barbuto



NAPOLI - Dove sono le spoglie di Giovan Battista Vico? Gli appassionati di storia della città e gli studiosi di filosofia se lo chiedono da sempre. La domanda assillava anche Benedetto Croce che tentò, senza fortuna, di avviare una campagna di ricerca. Per rispondere a questa domanda don Sandro Marsano, rettore dei Girolamini giovane, agguerrito, estremamente colto e intriso di quella curiosità che solo le grandi figure riescono ad avere, s’è messo a studiare. Ha lavorato a lungo: giorni e notti nell’antica biblioteca del complesso di via Tribunali; e, forse, ha trovato una soluzione al mistero.

I resti si troverebbero all’interno della struttura dei Girolamini, ben nascosti al di sotto del pavimento di una delle cappelle, forse per proteggere le spoglie del filosofo dalle morbose attenzioni, a scopo di studio, riservate in passato alle spoglie delle personalità più eccelse. Dopo aver studiato, don Sandro s’è trovato di fronte a un bivio: come procedere? È bastato porre semplicemente la domanda a voce alta, e intorno al rettore, nel chiostro dei Girolamini si è radunata una squadra di esperti pronti a mettersi a disposizione della ricerca.

Il progetto ha preso il via ieri mattina. Nel complesso dei Girolamini, assieme a Rosario Martusciello che è di casa, si sono ritrovati in tre: Fabio Sansivero, tecnologo del laboratorio di Geomatica e Cartografia (retto da Giuseppe Vilardo) dell’Osservatorio Vesuviano-Ingv; Gianluca Minin, geologo e inventore del percorso «Tunnel Borbonico»; Luca Cuttitta, presidente dell’associazione speleologica «La macchina del tempo».

La ricerca è partita con l’utilizzo di una speciale videocamera che rileva le variazioni di temperatura: si tratta di uno strumento in dotazione all’Osservatorio Vesuviano per la sorveglianza di aree vulcaniche, in particolare per monitorare le temperature di fumarole ai Campi Flegrei e al Vesuvio.

Ieri la termocamera è stata utilizzata per scoprire se al di sotto del pavimento della cappella ci fosse una cavità, segno della sepoltura del filosofo. La prima operazione che ha coinvolto tutto il pool di lavoro è stata una imponente pulizia del pavimento: ramazze e olio di gomito per rendere pura la superficie e quindi più sensibile alle variazioni di temperatura.

Quando Sansiviero ha iniziato a «esplorare» il sottosuolo con la termocamera, sull’intero complesso dei Girolamini è calato un silenzio irreale. Il primo sopralluogo ha dato esiti negativi provocando scoramento e delusione. Al secondo «passaggio», però, la speciale videocamera usata con maestrìa da Fabio Sansiviero, ha rivelato un importante indizio: sotto una porzione del pavimento, a una profondità indefinita, sono stati identificati quattro grossi tondi, presumibilmente metallici, disposti in forma di croce.

Si è ipotizzato che potesse trattarsi di perni, come quelli utilizzati per bloccare le coperture di marmo delle sepolture. Il gruppo in quel momento ha avuto un sussulto. La ricerca s’è trovata di fronte a un problema: si cercava una cavità, s’è individuato un altro indizio, come procedere?.

Si è deciso di effettuare un saggio. Con meticolosità sono stati individuati, sul pavimento, i quattro punti segnalati in profondità dalla termocamera, poi con attrezzi di fortuna si è proceduto a rimuovere la parte superiore del pavimento della cappella e, man mano, gli strati di terreno sottostanti. A turno i protagonisti di questa incredibile ricerca si sono alternati a dare colpi sul pavimento, prima per superare le mattonelle, poi per scivolare sempre più verso il basso. Ma, stavolta, l’impresa si è rivelata più ardua del previsto: senza gli attrezzi adeguati è impossibile avere ragione di una struttura complessa e antica.

Così il gruppo di lavoro s’è concesso un po’ di pausa. Per approfondire la ricerca senza essere troppo invasivi verrà utilizzato un georadar, strumento che consente di fare una «radiografia» del terreno e di procedere in modo mirato. La ricerca dei resti di Vico è partita, sul percorso tracciato da Benedetto Croce, trascinata dalla passione di un gruppo che ha saputo rispondere presente quando ha ascoltato il richiamo della cultura e della storia.

Questa è la cronaca costruttiva e avvincente che ci piace raccontare.

Mercoledì 05 Ottobre 2011 - 15:28    Ultimo aggiornamento: Giovedì 06 Ottobre - 10:06






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Chavez nazionalizza Los Roques

Corriere della sera


L’intenzione del presidente è quella di riconvertire le case dei ricchi in ostelli «per la povera gente»



MILANO - Con le sue spiagge di sabbia color borotalco e il mare di un azzurro che più azzurro non si può, Los Roques, l'arcipelago corallino situato a 160 chilometri da Caracas, è giustamente considerato un autentico paradiso terrestre, nonché uno dei segreti meglio custoditi dei Caraibi. Questo almeno fino a che il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, non ha deciso di farne il prossimo bersaglio «della sua sedicente rivoluzione socialista» (come scrive il Times). Intervenendo infatti via telefono alla tv nazionale (un espediente usato spesso da quando si è sottoposto alla chemio per sconfiggere un tumore), il 57enne leader venezuelano ha annunciato l’espropriazione coatta delle proprietà.

LA POPOLARITÀ - «Avevo sempre detto che avrei nazionalizzato Los Roques – ha spiegato - e perciò ora passeremo a requisire le lussuose ville costruite illegalmente dalla ricca borghesia sia venezuelana che straniera, che ha compiuto una sorta di “privatizzazione” dell’arcipelago». L’intenzione di Chavez è quella di riconvertire le case dei ricchi in ostelli «per la povera gente», che verrà trasportata sulle isole a bordo degli yacht confiscati ai miliardari in fuga dalla crisi economica internazionale.

Con le sue 50 isole coralline sparse su una superficie di oltre 40 km quadrati e le sue idilliache spiagge che attraggono ogni anno almeno 50 mila turisti da tutto il mondo, l’arcipelago è stato dichiarato parco nazionale nel 1972: uno status di area protetta che però non ha fermato la speculazione edilizia, visto il gran numero di seconde case che sono cominciate a spuntare come funghi un po’ ovunque a Los Roques. Da qui la decisione di Chavez di requisirle per darle al popolo. Una mossa che sempre il Times legge come una pura e semplice strategia elettorale in vista delle elezioni del 2012, che si annunciano particolarmente combattute, perché per la prima volta dal 1999 (anno in cui prese il potere) il presidente venezuelano «deve fare i conti con una rovinosa caduta nei sondaggi, causata dalla crescente insoddisfazione popolare per la sua cosiddetta rivoluzione socialista». Dati alla mano, secondo quanto riporta invece The Independent, Chavez manterrebbe una forte presa sui poveri, ma la sua popolarità sarebbe ora scesa del 30% rispetto ai periodi d’oro del suo mandato.

Simona Marchetti
08 ottobre 2011 12:22




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Faida Amish e per vendetta taglio della barba agli uomini e capelli alle donne

Corriere della sera

La battaglia vede contrapposte 18 famiglie. Le vittime hanno chiesto protezione ma non fanno denuncia




WASHINGTON – La vendetta delle barbe tra gli Amish, la comunità americana che si tiene lontana dalla normalità. Un gruppo scissionista è passato all’attacco in diverse contee dell’Ohio: gli assalitori hanno fatto irruzione nelle case dei rivali, quindi hanno tagliato le barbe agli uomini e i capelli alle donne. Un gesto di dissacrazione e di offesa che ha provocato proteste così come un’indagine dello Sceriffo.

SPEDIZIONI PUNITIVE - La religione della comunità proibisce, infatti, agli uomini di rasarsi e alle donne di accorciarsi la capigliatura. Secondo le autorità la faida è esplosa in seguito alla “scomunica” nei confronti di Sam Mullett, un Amish da tempo in rotta con gli altri. Il ribelle ha allora deciso di vendicarsi e spalleggiato dai suoi seguaci, tutti residenti nella piccola località di Bergholz, ha organizzato una serie di spedizioni punitive. Nell’arco di tre settimane gli scissionisti hanno colpito in almeno quattro contee dell’Ohio, uno degli stati americani dove vivono gli Amish.

LUPO SOLITARIO - La battaglia vede contrapposte 18 famiglie in gran parte legate da vincoli familiari. Un gruppo non troppo pacifico rispetto alla tradizione Amish. L’ufficio dello Sceriffo ha rivelato che alcuni dei protagonisti erano già “segnalati” alle autorità per minacce e abusi su un minore. Le vittime degli attacchi hanno chiesto protezione ma si sono rifiutate di presentare una denuncia e questo rende più difficile l’intervento. Intanto si sono mossi anche alcuni anziani della comunità nel tentativo di mettere fine alla faida. I contatti avviati con Mullett, però, non hanno portato a risultati: «È un lupo solitario e non vuole cedere», ha spiegato una fonte. Oggi negli Usa vivono circa 250 mila Amish, discendenti di un gruppo protestante arrivato dall’Europa nel Diciottesimo secolo. Non usano – tranne casi particolari – l’elettricità, non hanno vetture ma si spostano con carretti trainati da cavalli. Le loro principali attività economiche sono l’agricoltura e l’artigianato.



Guido Olimpio
07 ottobre 2011 22:15



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Jobs, funerali a sorpresa

Corriere della sera

Omagio dei fan davanti a casa


Dal nostro inviato -CUPERTINO (California) - Senza contare i cinque alberi di mele verdi: l'uomo che ha venduto 315 milioni di iPod, 129 milioni di iPhone, 113 milioni di computer Macintosh e 29 milioni di iPad aveva anche questo piccolo frutteto davanti a casa, un piccolo spiazzo tappezzato di margherite arancioni cinto da una staccionata di legno. Un piccolo giardino sul retro, balle di fieno all'esterno, un paio di grandi conifere, silenzio. Sul marciapiede in una bellissima mattina di sole ci sono mazzi di fiori e mele con il morso, messaggi in giapponese e brasiliano, una scritta con il gessetto «al miglior boss di sempre», una ventina di fan in pellegrinaggio, una ragazzina di nome Rachel che legge un biglietto alla mamma: «Promesso, resteremo affamati e folli». Sulla stradina cordonata da un paio di agenti poche auto. Un gruppetto di persone tra cui alcuni bambini vengono lasciate entrare dal cancello laterale. Parenti? No comment delle guardie private in abiti borghesi. C'è aria di commiato.


Tutti si chiedevano quando si sarebbero svolti i funerali. Venerdì, quando era mezzogiorno in California, un amico di famiglia ha rivelato al Wall Street Journal che i funerali erano in corso, senza dire dove: una piccola cerimonia privata, in linea con il credo buddhista e minimalista dell'uomo. Il saluto più intimo certo si è svolto dietro i mattoncini rossi di questa casa di campagna a Palo Alto.
 
Scordatevi per un giorno Cupertino, l'anonima cittadina conosciuta in tutto il mondo perché il suo nome è stampato su ogni scatola Apple. All'«Infinite Loop», il quartier generale dell'azienda, sembra un giorno come un altro. Un cerchio di palazzine, un po' campus un po' clinica, con le persiane abbassate in molte tonalità di verde che il pignolissimo Jobs deve aver scelto di persona. È a pochi chilometri di distanza, sotto i tetti spioventi di pietra lungo questo viale alberato, che Steve Jobs ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita. A febbraio, i medici gli avevano detto che non gli restava molto da vivere. Agli amici aveva confidato di avere ancora una speranza, un'ultima terapia per ritardare il duello finale con il tumore al pancreas che lo aveva colpito a 49 anni. «Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e il vostro intuito». Negli ultimi mesi Jobs ha seguito soprattutto la via del cuore, come avrebbe fatto qualunque padre e marito nelle sue condizioni. Fino a quando è andato in ufficio, la cosa più attesa della giornata è stata tornare per la cena con la moglie Laurene e i figli (due femmine e un maschio).

Steve Jobs e le sue creazioni

A un amico dottore, Dean Ornish, che un giorno gli chiese se fosse felice di aver avuto figli, Jobs rispose: «È la cosa diecimila volte migliore di quel che ho fatto in vita mia». Un miliardario zen che ha vissuto in una casa tutto sommato modesta per le sue possibilità, e che da quando era tornato a dirigere la Apple nel '97 percepiva uno stipendio simbolico di un dollaro. A gestire il patrimonio di famiglia sarà la moglie, Laurene, che Steve sposò nel '91 quando ancora lei studiava alla Graduate School of Business di Harward. Un'economista che ha lasciato la carriera in una banca d'affari per fondare un'azienda di cibi organici. E per poi buttarsi nell'attività filantropica con College Track, un programma che aiuta ragazzi svantaggiati a raggiungere la laurea.

C'è il tocco di Laurene e lo stile minimalista di Jobs in questo piccolo frutteto dall'aspetto po' selvatico da cui negli ultimi mesi sono passati gli amici per un saluto. Quasi sempre rifiutato, come le cene d'addio e le numerose offerte di premi. Il New York Times racconta che è stata Lauren a fare da filtro. È vero che lui certi giorni era così debole da non riuscire a fare le scale per salire in camera. Però gli amici amici li ha salutati: il capo della Disney Robert Iger, il finanziere John Doerr. Ha invitato il dottor Ornish a mangiare sushi da «Jon Sho», uno dei ristoranti preferiti non lontano da casa. Chissà se avranno parlato un'altra volta di «come ci si sente a spegnersi». Era un pallino di Jobs: «Guardare le cose nel modo giusto, esserne curioso anche quando quel che ti capita è negativo».

Michele Farina
07 ottobre 2011(ultima modifica: 08 ottobre 2011 13:06)

Il pm sbagliò su Tarantini. E lui avvisò il premier»

Corriere della sera

Il procuratore Laudati al Csm: non andava perquisito


ROMA - Silvio Berlusconi fu informato oltre un mese prima dell'intervista a Patrizia D'Addario che Gianpaolo Tarantini era sotto inchiesta a Bari. Fu lo stesso imprenditore pugliese ad avvisarlo con un sms l'11 maggio 2009, pochi minuti dopo l'inizio di una perquisizione nella sua abitazione e nei suoi uffici disposta dal pubblico ministero Giuseppe Scelsi. «Un errore gravissimo che bruciò l'intercettazione del secolo», sostiene il procuratore Antonio Laudati, riferendosi ai contatti tra lo stesso Tarantini e il premier. L'ha detto davanti al Consiglio superiore della magistratura il 22 settembre scorso. Il verbale di quell'audizione conferma le tensioni interne all'ufficio giudiziario pugliese nella gestione dell'indagine sulle ragazze reclutate e pagate per partecipare alle feste del presidente del Consiglio. E i documenti acquisiti dallo stesso Csm rivelano come già dal novembre 2010 i pubblici ministeri pugliesi avessero scoperto che la «contropartita» per Tarantini erano gli appalti e le consulenze di Finmeccanica, ma quel capitolo non è stato ancora esplorato.

È un duro atto d'accusa quello che Laudati pronuncia a Palazzo dei Marescialli, soprattutto quando si riferisce alla perquisizione nella casa dell'imprenditore. E aggiunge: «È come se avessi l'indagine sul narcotraffico più importante al mondo, sto per prendere 400 tonnellate di cocaina e vado a fare a casa del narcotrafficante intercettato una perquisizione per acquisire il riscontro della contravvenzione stradale perché è passato con il semaforo rosso». Il procuratore non nasconde la sua avversione per Scelsi, che con la sua denuncia ha provocato un'indagine a carico di Laudati da parte della Procura di Lecce, per abuso d'ufficio, favoreggiamento e violenza privata. E nega in maniera decisa di aver detto durante una riunione avvenuta a luglio 2009 e cioè due mesi prima del suo insediamento, di essere «arrivato a Bari su mandato di Alfano», come invece sostengono lo stesso Scelsi e l'ufficiale della Guardia di finanza Salvatore Paglino. «Sono accuse false e calunniose - sostiene - che mi rendono vittima di un'operazione dietrologica. E se un giorno la Procura di Lecce o chiunque dimostrerà che veramente la riunione è andata come dicono loro, per favore nel mio interesse mandatemi in manicomio perché evidentemente ho perso il senno».


Nega Laudati di aver avuto a disposizione una «struttura che faceva controlli sui sostituti, che faceva pedinamenti, che faceva intercettazioni abusive». Poi attacca il giudice Vito Fanizzi che concesse a Tarantini, fermato nel settembre 2009 per spaccio di cocaina proprio per ordine di Laudati, gli arresti domiciliari: «Mi sembrano come quelli di Panariello, nella pubblicità della Wind con i domestici. Era un provvedimento che non avevo mai letto prima in vita mia perché non erano a casa sua e poi c'era scritto: "Con facoltà di frequentazione della casa, degli ospiti, dei domestici e dei sanitari" perché lui era un cocainomane e poteva avere crisi di astinenza».

Laudati sostiene di aver «cercato di raddrizzare una barca che affondava e di portarla gloriosamente in porto» e di aver «sacrificato me stesso per tutelare la qualità delle indagini e il nome della Procura di Bari e adesso lo sto pagando». Il procuratore sa bene che gli accertamenti di Lecce riguardano l'intera gestione dell'inchiesta sulle escort, compreso quello che Berlusconi concesse a Tarantini per cercare di fargli ottenere lavori e consulenze. Negli atti all'esame del Csm ci sono i resoconti delle riunioni svolte alla Procura di Bari nell'ultimo anno. Durante un incontro del 30 novembre 2010 era stato «valutato di prendere contatti con altre Procure che indagano su Finmeccanica» e il 17 gennaio 2011 dopo aver evidenziato come «Finmeccanica è una delle utilità ottenute da Tarantini», si decide di prendere contatto con i colleghi di Roma e di interrogare l'imprenditore, invece Tarantini non è mai più stato convocato e adesso bisognerà scoprire per quale motivo.

L'ultima stoccata di Laudati di fronte al Csm è per quei «pubblici ministeri i quali fanno una vagonata di intercettazioni telefoniche, provvedimenti raffazzonati, divulgazione di atti, processi che non si sa se, come, quando...». Secondo i presenti il riferimento era alle indagini avviate a Napoli. Il procuratore Giovandomenico Lepore lo esclude «perché sa come lavoriamo, se invece intendeva proprio riferirsi a noi, ha sbagliato».

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it
07 ottobre 2011(ultima modifica: 08 ottobre 2011 14:30)

Il sindaco schiaffeggiatore conquista la Francia

Corriere della sera

Trascinato in tribunale per aver schiaffeggiato un ragazzo di 17 anni, reo di aver scavalcato una recinzione comunale per riprendere un pallone da calcio


MILANO - Per i fan del politicamente corretto è il simbolo dell'arroganza del potere, ma per la maggior parte dei suoi concittadini è un esempio da seguire. Maurice Boisart, da cinque anni sindaco del centro rurale di Cousolre, cittadina di appena 2600 anime al confine con il Belgio, ha conquistato l'attenzione dei media francesi dopo essere stato trascinato in tribunale lo scorso 4 ottobre per aver schiaffeggiato un ragazzo di 17 anni, reo di aver scavalcato una recinzione comunale per riprendere un pallone da calcio.

LO SCONTRO - La diatriba tra il sindaco e l'adolescente risale al 24 agosto del 2010. Secondo la versione di Boisart, quel giorno egli avrebbe invitato il minorenne a prendere le chiavi e a superare la recinzione passando per una porta. Il ragazzo invece di seguire i consigli del sindaco, l’ha prima aggredito verbalmente e in seguito l’ha minacciato di morte. A questo punto il primo cittadino si è avvicinato al minorenne e lo ha schiaffeggiato davanti a diversi testimoni. Durante l'udienza preliminare del processo, Boisart non ha negato di aver colpito il ragazzo, ma ha aggiunto: «L'ho schiaffeggiato come farebbe un buon padre di famiglia. Glielo avevo spiegato che non doveva scavalcare quella recinzione, costata al comune 10.000 euro e che proteggeva una scuola materna. Inoltre bastava che superasse una porta, percorresse 10 metri e avrebbe recuperato il pallone». Da parte loro i genitori dell'adolescente, rifiutano questa versione e affermano che il ragazzo ha aggredito verbalmente il sindaco solo dopo essere stato picchiato.

OFFERTA E SOSTEGNO - Il procuratore generale ha offerto al sindaco la possibilità di pagare 600 euro per evitare il processo, ma Boisart ha rifiutato sdegnosamente. Presentatosi in procura con il tricolore e sostenuto nell'aula dai consiglieri comunali e da diversi sindaci della zona non ha voluto fare nessun passo indietro: al magistrato ha spiegato che il ragazzo, assieme ad altri coetanei, è stato in passato protagonista di altri atti di vandalismo e se egli avesse accettato di pagare, avrebbe dato un colpo mortale all'immagine del Comune: «Voglio che questo processo si celebri pubblicamente - ha dichiarato all'emittente transalpina Radio Montecarlo il primo cittadino -. Lo voglio perché è il simbolo dell'inciviltà contro la quale noi sindaci ci scontriamo quotidianamente. Non lo faccio per difendermi, ma per il bene della Francia». La prossima udienza si terrà il 3 febbraio del 2012, ma in pochi giorni il sindaco ha già conquistato i cuori dei francesi: centinaia di lettere di sostegno sono arrivate da ogni cittadina dell'Esagono e oltre 80 sindaci hanno confermato che si presenteranno in tribunale l'anno prossimo per appoggiare il primo cittadino di Cousolre.



Francesco Tortora
08 ottobre 2011 13:04




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In nove liberi per scadenza dei termini Il gip ammette: «È una mia mancanza»

Corriere della sera

Il giudice etneo:«Mole lavoro enorme, prima defaillance in 40 anni»



CATANIA - Nove presunti affiliati alla cosca mafiosa Scalisi di Adrano, collegata al clan catanese Laudani, sono stati scarcerati per decorrenza dei termini: condannati in primo grado il 21 giugno 2010 a pene comprese tra 3 anni e 4 mesi e 8 anni e otto mesi, per mafia, un'estorsione e detenzione di armi, il Gup Edoardo Gari, che li ha giudicati con il rito abbreviato, non ha depositato le motivazioni della sentenza. Nei confronti dei nove, su richiesta della Procura, lo stesso Gip ha disposto l'obbligo di dimora a Adrano e per alcuni anche quello di firma due volte al giorno in uffici di polizia giudiziaria. Intanto il ministro della Giustizia, Nitto Francesco Palma, ha disposto accertamenti.

L'ORGANICO - «La scarcerazione di questi imputati - ammette Gari, 70 anni, presidente aggiunto dei Gip di Catania in un'intervista all'edizione palermitana del quotidiano la Repubblica - è da addebitare a una mia mancanza. E mi brucia moltissimo. Ma c'è un problema di sostenibilità di lavoro, miracoli non ne possiamo fare e io alterno disperazione a serenità assoluta. È stata una defaillance, ma la prima in quarant'anni di carriera». «L'organico dei gip è all'osso - aggiunge Gari, che è il Gip dell'inchiesta Iblis - stasera c'è il saluto di tre cancellieri che vanno in pensione e non saranno sostituiti. La mole di lavoro è enorme, siamo pochi e il tempo corre. Ho quasi 70 anni e non riesco più a fare sempre nottate come un tempo, ma la mia carriera è sotto gli occhi di tutti e sono sempre stato una garanzia di terzietà. L'unico timore che ho - sottolinea il Gip - è che questo incidente possa delegittimare la sezione, per me non ho alcunché da temere».


(fonte: Ansa)

08 ottobre 2011 12:44



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Il crepuscolo degli idoli? La stampa tedesca stronca Umberto Eco

di

La stampa tedesca, e per giunta di sinistra, boccia senza appello "Il cimitero di Praga" l'ultimo romanzo di Umberto Eco appena pubblicato in Germania: "Un fallimento"



La stampa tedesca, per giunta di sinistra, non ha pprezzato l'ultima fatica di Umberto Eco. A pochi giorni dalla Buchmesse, che aprirà i battenti il 12 ottobre, i quotidiani di Berlino bocciano "Il cimitero di Praga", appena uscito nelle librerie tedesche. La progressista "Sueddeutsche Zeitung", il maggiore quotidiano nazionale, scrive che "come romanzo il libro è nel caso migliore un fiasco di alto livello, un noioso ammasso di inverosimiglianze grottesche".

Una stroncatura netta e senza appello: "non appena ci si addentra nella storia reale, il romanzo smette di interessare. Come testo letterario non è nè particolarmente avvincente, nè divertente. Come opera storica risente di un errore strutturale". Poi un giudizio lapidario: "voleva sempre essere uno scrittore illuminista, questa

Feroce anche il giudizio del "Frankfurter Allgemeine Zeitung" che definisce l'opera "un romanzo fallito" perché "dopo trecento pagine non si tratta più di un romanzo, ma di uno schedario di persone, mappe stradali e bibliografia, un enorme apparato di note che è scivolato nel testo". Il crepuscolo degli idoli? Almeno in Germania sì.




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Ancora polemiche sul "Generale della Rovere" Solo una copia o un omaggio a Indro?

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Dopo le critiche portate al progetto da Manuel De Sica, sull'opportunità o meno di rifare il capolavoro di Rossellini, continua la girandola delle polemiche. Produttore, regista e interprete della fiction ispirata a un racconto di Montanelli la difendono dalle accuse




«Mi dispiace che Manuel De Sica esca dalle sue competenze musicali per toccare un terreno non suo». «Prima di parlare, bisognerebbe aver visto le cose. E poi nessuno ha il diritto di venire a sindacare le mie scelte». Secche repliche a dure accuse. Se le aspettavano, ed erano pronti a ribattere; ma certo le aspre critiche che Manuel De Sica ha mosso dalle pagine del Giornale a Il generale Della Rovere - temerario rifacimento dell’omonimo capolavoro del ’59 diretto da Roberto Rossellini e interpretato da Vittorio De Sica - hanno visibilmente urtato Angelo Rizzoli e Carlo Carlei, produttore e regista della fiction che (come l’originale tratto da un articolo di Indro Montanelli) affida a Pierfrancesco Favino, domani e lunedì su Raiuno, la stessa storia del truffatore che si finge eroe fino a diventarlo davvero. «Mai pensato di competere con De Sica: sarei un suicida - mette le mani avanti Favino - solo che De Sica fa parte del Dna di qualsiasi attore italiano e interpretare un suo personaggio lo ritengo un privilegio». Dallo scomodo paragone il direttore di Rai Fiction, Del Noce, tenta di smarcarsi con un depistaggio letterario: «Questa fiction non è un semplice remake. Ma un omaggio al romanzo di Montanelli. Ed essendo più lunga del film contiene tanti fatti che nella pellicola originale non c’erano».

«Da Guerra e pace o Anna Karenina è stato tratto un solo film?», insiste Rizzoli. Ma è una difesa generica: non solo perché Il generale Della Rovere è celebre come film, e non come romanzo. Ma soprattutto perché non è il romanzo di Montanelli ad aver generato il film di Rossellini, bensì il contrario: «Il soggetto fu ispirato da un articolo di Montanelli, pubblicato sul Corriere - testimonia Sergio Amidei, sceneggiatore della pellicola - e solo dopo Montanelli pubblicò il romanzo, riprendendolo pari pari dalla sceneggiatura». E difatti agli autori della discussa fiction il precedente si ripresenta di continuo, ingombrante e inesorabile: «L’ho visto e rivisto - sospira Favino -, ma non l’ho copiato. Certo: in qualcosa l’ho citato. Ma se avessi saputo di commettere un delitto di lesa maestà, non avrei mai accettato di rifarlo. E poi, sia detto con rispetto: forse la memoria dei padri bisognerebbe anche scrollarsela di dosso. Aumenterebbe la creatività dei figli».

«Il pubblico che ha visto al cinema Il generale Della Rovere nel 1959 ormai si è esaurito» fa notare Rizzoli. «L’originale purtroppo appartiene al paradiso dei cinefili - decreta Carlei -, la nostra fiction, invece, si rivolge al pubblico della prima serata di Raiuno. Quello è del ’59, in bianco e nero, girato in cinque settimane, tutto in studio. Il nostro è del 2011, a colori, girato in molte location. Insomma: ha un linguaggio più moderno». E che le differenze tra le due opere saltino agli occhi, non è in dubbio. L’originale segue lo stile secco e quasi gelido del padre del Neorealismo; il rifacimento ha una voluta, insistita enfasi melodrammatica. Come nell’interminabile sequenza della fucilazione, che alterna continui rallenty a effettoni macabri (gli schizzi di sangue del protagonista sull’obbiettivo) concludendo con una bimba in lacrime che depone una rosa bianca sulla bara. «Beh, sì - ammette Carlei - quella scena Rossellini la risolve con una sola panoramica. Noi con 73 tagli di montaggio. Ma il cinema si evolve. E poi questo è il mio stile. E solo su questo, non su quello degli altri, voglio essere giudicato».



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