sabato 1 ottobre 2011

Il segreto di Dracula, una figlia a Napoli La rivelazione: in fuga dai turchi fu adottata da Ferdinando d'Aragona

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - La figlia del conte Dracula avrebbe trascorso la sua giovinezza a Napoli accolta e adottata, nel 1479, da Ferdinando D’Aragona: lo dimostrerebbe uno studio effettuato dal ricercatore lucano Raffaello Glinni che ha lavorato in collaborazione con l’università di Tallin. La ricerca è partita da una cronaca antica di Napoli nella quale si racconta dell’arrivo in città di una giovane principessa slava, Maria Balsa, messa in salvo dalla persecuzione dei turchi.



La principessina era avvolta da un alone di mistero: si sapeva che era erede a un trono ma nessuno conosceva il nome del padre. È stata tradita, centinaia di anni dopo, dallo stemma del blasone della sua famiglia, che l’aveva accompagnata, e che venne «fuso» con quello della famiglia napoletana dei Ferrillo quando la principessa, divenuta donna, sposò il primogenito Giacomo Alfonso. Lo stemma era quello del drago, simbolo di Vlad III Basrad, passato alla storia come Dracula.


Per difendersi dall’onta di un nome impronunciabile, la donna ha sempre tenuto il segreto ma, in vecchiaia, avrebbe deciso di rendere palese la sua parentela con Dracula. Trasferitasi in Lucania al seguito del marito, fece realizzare, nella cattedrale di Acerenza, una serie di opere d’arte in cui viene raffigurata la sua storia: un affresco mostra Maria, in veste di santa, che schiaccia un drago che ha nel volto le fattezze del terribile padre. Per rendere più chiaro il segnale, Maria Balsa fece eseguire una raffigurazione di Dracula nella stessa cappella.

È partita anche una campagna per verificare il contenuto delle tombe dell cattedrale di Acerenza, bellissimo paesino a poche decine di chilometri da Potenza. Le ricerche, però, stanno per estendersi anche alla città di Napoli. Gli studiosi sostengono di avere recuperato documenti rarissimi secondo i quali anche lo stesso Dracula avrebbe trovato rifugio presso gli Aragona.


Vlad III Basrad (noto come «l’impalatore» per la crudeltà con cui uccideva i nemici) aveva stretto rapporti con il re d’Albania e il re di Napoli per difendersi dall’invasione dei turchi. Avevano fondato una alleanza chiamata «del Dragone», proprio dal simbolo che campeggiava sul blasone del feroce re, e che aveva portato alla denominazione più famosa: Dracula, appunto, da dragone. Secondo i documenti allo studio, dopo aver messo in salvo la figlia, anche Dracula avrebbe chiesto, e ottenuto, asilo presso il re Ferdinando D’Aragona e avrebbe concluso i suoi giorni sotto mentite spoglie presso la corte di Napoli. C’è un filone dello studio secondo il quale il violento despota potrebbe essere stato sepolto proprio a Napoli, in una delle tombe che accolgono anche i regnanti d’Aragona. Ma per adesso è solo una ipotesi.

Mercoledì 04 Gennaio 2012 - 12:57    Ultimo aggiornamento: 17:07




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Non sai come lasciare il partner? 10 dollari e lo lascerà un altro per te

Il Mattino


NEW YORK - Come dire alla persona (un tempo) amata «Ti lascio»? Anche se la fantasia degli uomini (e delle donne, si intende) non ha limiti, è molto probabile che per uscire da una relazione non più desiderata ci si avvarrà di una di quelle frasi logore ma sempre efficaci, del tipo «Non ti merito. Sei troppo per me. E' giusto che tu trovi una persona alla tua altezza», o, in alternativa si farà ricorso alla sempre gettonatissima pausa di riflessione: «Mi spiace, ma è meglio se ci prendiamo un po’ di tempo per pensare» (sottintendendo, perfidamente, «magari 10 lustri possono essere sufficienti...»).


I più originali, potranno elaborare forme di comunicazione decisamente più fantasiose: «Sono davvero spiacente, ma il dottore ha detto che sono allergico alla tua pelle»; «Devo comunicarti una grande notizia: ho deciso di prendere i voti»; «Mi spiace, ma non sono chi pensi tu. In realtà sono l'unità X314gamma del pianeta Spars. Ho temporaneamente assunto sembianze umane, ma ora sono costretto a ritornare nello spazio».

Per chi rifugge dall'uso delle parole banali o manca di fantasia, c'è un'altra soluzione: la «procura a lasciare». Il soggetto che vuole «rompere» delega e autorizza un altro soggetto a farlo per proprio conto. Se non si dispone di un buon amico che voglia assumere questa patata bollente, allora ecco che il web ci viene in soccorso: ci sono siti che si offrono di annunciare la fine di un rapporto con una telefonata, ma anche con un servizio «di persona».

È il caso, ad esempio, di iDump4you sito internet che si offre di scaricare la tua fidanzata o il tuo compagno in modo onesto e veritiero, grazie (si fa per dire) all'assenza di qualsiasi legame emotivo con la persona coinvolta. I prezzi sono accessibili: si parte da una tariffa di 10 dollari, che garantisce un breakup di base, ossia consente di scaricare senza troppe complicazioni chi magari si è conosciuto una sera in discoteca e non si vuole più rivedere.

C'è poi la tariffa da 25 dollari per la rottura di un fidanzamento, decisamente un affare più complesso da gestire. Infine per 50 dollari si può acquistare la Divorce Call, la chiamata per far sapere a chi hai portato all'altare che è ormai ora di avviare le pratiche di divorzio.

Anche i cinesi si sono accorti di questa opportunità di business e, come riporta il Telegraph, il sito Taobao, una sorta di versione cinese di Ebay, mette a disposizione di chi vuole rompere con il proprio partner, ma da solo non trova il coraggio o le parole giuste, una quarantina di agenti speciali che svolgeranno il servizio con la garanzia «soddisfatti o rimborsati".

Gli spacca-relazioni di professione offrono servizi differenziati: l'approccio più soft, offerto al prezzo di circa 300 yuan, prevede un contatto telefonico o via e-mail; la modalità «platinum», decisamente più avanzata, comporta la visita personale dell'agente spacca-cuori, che, magari, potrà attutire il colpo portando con sé un regalino per la «vittima» del servizio (nel prezzo è inclusa la copertura assicurativa a tutela dell'agente che potrebbe anche prenderle per conto terzi). Il servizio è pubblicizzato con slogan efficaci: «Sbarazzati di un partner difficile» e «Minimizza i danni».

Certo che è difficile immaginare quali potranno essere le reazioni del povero malcapitato di turno, che naturalmente crederà di essere vittima di uno scherzo e faticherà a credere alle proprie orecchie. Il vantaggio è che si renderà subito conto, di fronte alla codardia della persona -una volta - amata, di meritare davvero qualcosa di meglio.



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Padania e secessione Napolitano minaccia di far arrestare Bossi

di

Attacco alla Lega sulla secessione: "Il popolo padano non esiste". I falchi della Lega accettano la sfida: pronti alla prigione



Roma

Non è la prima volta che difende l’unità nazionale dalle impennate secessioniste della Lega. Ma forse mai Giorgio Napolitano era stato così reciso e bellicoso, né mai così duro il suo attacco al principale alleato di governo di Berlusconi: «Il popolo padano? Non esiste», e non esiste spazio alcuno per «una via democratica alla secessione» nell’ambito delle leggi italiane e della Costituzione.

E chi ne vuole impugnare la bandiera stia attento, perché può essere chiamato a pagarne il fio, spiega il capo dello Stato da Napoli, dove ieri ha dialogato con gli studenti ed i docenti della facoltà di Giurisprudenza. Ricordando, per dare forza al suo avvertimento, le vicende dell’indipendentismo siciliano durante la Seconda guerra mondiale: «Nel 1943-44 - dice - quando ci fu un tentativo di organizzazione armata e agitazione separatista, anche quell’appena rinato Stato italiano non esitò a intervenire, anche pesantemente, con l’arresto e la detenzione di un capo importante di quel movimento, Andrea Finocchiaro Aprile».

Il riferimento alle recenti sortite degli uomini del Carroccio e ai loro raduni di Pontida, anche se proprio non diretto, è quanto mai esplicito: «Ho avuto modo di dire che la secessione è fuori dalla storia, e ho aggiunto fuori dalla realtà del mondo di oggi - dice Napolitano - Perché se si guarda al mondo d’oggi appare grottesco semplicemente il proporsi di creare che cosa? Uno Stato Lombardo-Veneto? Che quindi calchi la scena mondiale competendo poi con la Cina, con l’India, con il Brasile, con gli Stati Uniti, con la Russia... Mi pare che il livello di grottesco sia tale che dovrebbe bastare questo richiamo a far capire che si può strillare in un prato ma non si può cambiare il corso della storia».

«Nessuno nega la rilevanza politica e sociale di questo movimento», continua il presidente della Repubblica parlando dei leghisti, e riconoscendo che il partito di Umberto Bossi ora «ha scelto la strada del federalismo fiscale». Cosa che, sottolinea però, «pare una stranezza», perché «il federalismo rappresenta una corrente di pensiero da cui sono nati Stati autenticamente federali». Quindi il «federalismo fiscale dovrebbe essere la conseguenza di uno spicchio di evoluzione in senso federale dello Stato italiano».

In ogni caso, dice il capo dello Stato, «io ritengo che questa parziale conversione» dei leghisti «sia stata positiva». Un ravvedimento messo però a rischio dalle «nuove grida» bossiane che invocano la separazione del Nord, grida «già sentite anni fa» e che ora, teme Napolitano, sembrano tornare in auge. E il presidente ricorda l’articolo 5 della Carta: «Lì si dice che la Repubblica è una e indivisibile ed è lo stesso articolo in cui si dice che la Repubblica riconosce e valorizza le autonomie». Due binari paralleli, da rispettare entrambi.

Napolitano ha anche affrontato altri capitoli, primo fra tutti il sistema elettorale. E anche qui non ha girato attorno all’argomento: «Non tocca a me fare le leggi, ma credo che la necessità di un nuovo sistema elettorale sia innegabile», ha affermato reciso. Accusando l’attuale «Porcellum» di aver «rotto la fiducia tra elettore ed eletto» e prodotto, in sostanza, un Parlamento di nominati, in cui gli eletti cercano solo di «mantenere buoni rapporti» con chi ha il potere di nomina.

Non a caso, proprio ieri il comitato promotore del referendum (che plaude entusiasta alle parole del presidente, e - secondo le parole di un suo esponente - conta sul fatto che «il sostegno di Napolitano non potrà non avere un peso nelle decisioni della Consulta sull’ammissibilità») ha depositato in Cassazione più di un milione di firme sul quesito che vuole abrogare la legge attuale e reintrodurre, in base al principio della «reviviscenza», il vecchio «Mattarellum». Di cui ieri Napolitano ha tessuto le lodi: «In passato il sistema maggioritario creava un vincolo forte tra eletto ed elettore». Mentre, con le attuali liste bloccate, l’eletto «non ha più la necessità di mostrare competenza, attività e capacità di rappresentare il suo elettorato».



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Deportò 128.500 ebrei, ma la Germania lo "coprì"

Quotidiano.net

Scoop di Spiegel: distrutto il dossier sull'ex Ss Alois Brunner



Da documenti declassificati la prova che i servizi tedeschi mentirono a polizia federale e magistratura di Francoforte, dicendo di non conoscere l'ex Ss riparato in Siria. Su di lui c'era un dossier di 581 pagine, scientemente distrutte


Alois Brunner: a sinistra in divisa da SS, a destra durante la latitanza in Siria
Alois Brunner: a sinistra in divisa da SS, a destra durante la latitanza in Siria

Berlino, 1 ottobre 2011 - La pagine della Shoah non si chiudono mai, specie in Germania. Uno scoop del settimanale amburghese Spiegel, oggi in edicola col nuovo numero,  rivela che i servizi segreti tedeschi (Bnd) ingannarono le autorità sul caso del criminale di guerra nazista Alois Brunner. Citando documenti declassificati, emerge che il deportatore di 128.500 ebrei verso i campi di sterminio dell'Est Europa, nel dopoguerra fu protetto e coperto dal Bnd, il servizio segreto della Germania.

INDAGINE DEPISTATA -  In particolare, secondo l'autorevole settimanale anseatico, il Bnd depistò il Bundestag, la polizia criminale e la procura di Francoforte  fibno al 1997,  quando in risposta ad una richiesta della procura che voleva sapere cosa il Bnd sapesse su Brunner, i servizi segreti mentirono  sostenendo di "non avere dati". Peccato che, secondo quanto riscontrato e pubblicato lo scorso luglio dalle stesso Spiegel, fra il 1994 e il 1997 il Bnd distrusse scientemente le 581 pagine del dossier sull'ex ufficiale delle Ss. Chi cancellò il dossier?

COMPLICITA' E COPERTURE - Responsabile della deportazione di circa 128.500 ebrei, Alois Brunner visse dagli anni '50 in Siria dove occasionalmente incontrava giornalisti. I pochi documenti rimasti negli archivi del Bnd in cui il criminale è menzionato, risultano infatti contraddittori, in particolare riguardo alla questione centrale: ovvero se l'ex ufficiale della SS abbia o meno lavorato per il Bnd. Non c'è la conferma ufficiale, sebbene il fatto possa apparire probabile viste le determinanti coperture di cui Brunner ha goduto e la provata doppiezza con cui il Bnd ha ingannato la magistratura.

IDENTIKIT DI UN MOSTRO - Chi era Alois Brunner? Nato nel l'8 aprile 1912 a Rohrbrunn nel Brugenland, a 19 anni si iscrisse al Partito Nazionalsocialista austriaco a Furtsenfeld in Stiria. Ammico di  Kaltenbrunner ed Eichmann, fuggì in Germania quando il Partito nazional socialista fu messo fuorilegge, ma vi rientrò a seguito dell'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania nel 1938. Totalmente antisemita, imparò i metodi di Eichmanna alla centrale per l'emigrazione ebraica di Vienna

Fu efferato e spietato. Curò personamemnte lo sterminio degli ebrei haskenaziti in Boemia e degli ebrei sefarditi di Salonicco, devastando l'antico cimitero ebraico tessalonicese e riutilizzando le lapidi con la stella di David per le piscine dei gerarchi. Agì con la stessa perfidia e violenza in Francia e Slovacchia. Alla fine della guerra si salvò cambiando identità e mescolandosi ai tedeschi di Boemia lavorando come camionista con il falso nome di Alois Schmaldienst.

Lasciò l'Europa subito dopo il 1954 e, assunta l'identità di Georg Fischer, ottenne un visto per l'Egitto. Di qui si recò in Siria dove trovò ospitalità e con ogni probabilità copertura. In Siria era noto persino il suo indirizzo: a Damasco ricevette una infatti una lettera bomba che lo mutilò delle dita di una mano.

Condannato all'ergastolo in contumacia dalla Francia, non è mai stato catturato nonostante una taglia di 350.000 dollari. La figlia Irena Ratheimer, moglie di un deputato austriaco, annunciò pubblicamente la sua morte nel 1992, ma ancora nel 1999 fu emesso un ordine di cattura internazionale contro lo spietato organizzatore dei treni piombati, l'uomo che nel 1943, a pochi giorni dall'arrivo degli alleati a Parigi, mandò a morire ad Auschwitz 300 bambini francesi.

Nessuno ha mai visto il corpo di Brunner, ma lo stesso Centro Simon Wiesenthal, specializzato nella caccia agli ex nazisti, non ha dubbi che sia morto. Lo scoop di Spiegel riapre una ferita nelle piaghe d'Europa e, soprattutto, nella storia recente della Germania.


di boemia e dei 



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Spezzò un rametto di oleandro, rischia il rinvio a giudizio

Corriere della sera

L'uomo, un etiope di 39 anni, colse fiori per la fidanzata: «Vicenda assurda, voglio tornare in Etiopia»


ROMA - «Tornerò in Etiopia, è assurdo che in Italia si possa essere processati penalmente per aver spezzato due rametti di una pianta» El Israel, cittadino etiope 39enne, non riesce a mandar giù l’idea che la Procura di Roma voglia processarlo per aver colto da un oleandro alcuni fiori da regalare alla sua fidanzata. La pena per il reato contestato, danneggiamento aggravato, è da sei mesi a tre anni di reclusione.


PERMESSO DI SOGGIORNO - Nonostante un lavoro regolare e il permesso di soggiorno, l’uomo sta pensando seriamente di rientrare nel suo Paese. La vicenda che vede protagonista lo straniero risale alla mattina del 4 giugno scorso quando il 39enne si trova in via Lanza, vicino alla fermata della metropolitana Cavour, ed inizia a cogliere alcuni fiori da un oleandro. Nel fare ciò spezza involontariamente alcuni rami, due secondo la sua versione, della pianta. Intervengono quindi due agenti poco distanti che, dopo averlo identificato, le denunciano a piede libero. Nei confronti dell’etiope ora il pm Maria Letizia Golfieri chiuso le indagini nei suoi confronti, atto questo che di norma prelude ad una richiesta di rinvio a giudizio. «Siamo di fronte ad una delle anomalie giudiziarie del nostro ordinamento - ha detto il legale dell’uomo, avvocato Gianluca Arrighi - nel quale il mancato riconoscimento legislativo del principio di necessaria lesività e l’obbligatorietà dell’azione penale possono condurre a simili situazioni processuali».



01 ottobre 2011 16:34



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Autonomia o monnezza

Il Tempo


Rifiuti a Napoli Dei rifiuti di Napoli l’Europa non ne può più. Ed ha tutte le ragioni. Solo che il bersaglio della sua minaccia di sanzioni, lo Stato italiano, quello nato centocinquant’anni fa, poteri di intervento non ne ha più nessuno. Glieli ha tolti tutti il cosiddetto sistema delle autonomie. Eravamo alla soglia del duemila. La legge Bassanini e la riforma costituzionale in arrivo si preoccupavano di celebrare le irresponsabilità delle nostre autonomie (regionali, provinciali, comunali).

In Campania super-globalizzati camorristi-imprenditori si accorgevano che la "monnezza" era oro, meglio della droga. Mentre alla metà dell’Ottocento in Campania la camorra si era accontentata di spolpare i poveri carcerati («facimmo caccià l’oro dai piducchi»), ora che le autonomie locali si accingevano a sradicare il ruolo dello Stato le si dischiudeva una via dell’oro assai più redditizia. Di questa storia infinita la decisione della Commissione Europea ripropone l’inglorioso sentiero. Nel 1997 ci fu un direttore generale del ministero dell’ambiente che ebbe a notare come in Italia solo un unico soggetto pubblico, responsabile dell’intero ciclo di gestione dei rifiuti, avrebbe potuto creare le condizioni per la estromissione della criminalità organizzata. Non lo si volle ascoltare. Sicché nel 2000 Antonio Bassolino, divenuto presidente della Campania nonché commissario governativo all’emergenza, firmò quel fatidico contratto di smaltimento, sottopostogli dai suoi esperti che egli poi, in considerazione della benemerita separazione fra politica e amministrazione, avrebbe dichiarato di non aver mai letto.

Il fatto che il "governatore" di una regione più vasta e popolata di molti Stati europei fosse solito non leggere atti che firmava (a titolo di vertice di un organo amministrativo e non politico) era abbastanza singolare. Ma i costituzionalisti italiani a quei tempi erano piuttosto distratti. Nel 2008 alle elezioni Napoli e la Campania investirono Berlusconi di un autentico mandato di commissario nazional-popolare all’immondizia. Ed egli lo svolse negli ambiti e nei limiti entro i quali la Costituzione ed il suo titolo quinto (pensato, scritto, votato solo dalla sinistra nel 2000) glielo avrebbero consentito. All’indomani del trionfo elettorale da un consiglio dei ministri tenutosi, appunto, a Napoli fu varato un decreto legge che sul fronte della guerra all’immondizia fece storia. Per i suoi ricorrenti giochetti di interdizione e per le sue contiguità alla sinistra venne quasi commissariata la magistratura. Non però il sistema delle autonomie. Sarebbe parsa lesa maestà della Costituzione. Si arrivò per forza di cose alla fine del 2009, cioè al non poter più prorogare i poteri di Bertolaso. Si imposero le magnifiche sorti e regressive delle autonomie, De Magistris compreso.

Adesso, grazie all’Europa, sappiamo che l’onere del disonore sarà imputato tutto quanto allo Stato. Insomma, un po’ come la monnezza, in Europa il nostro sistema delle autonomie è guardato con qualche insofferenza.

Luigi Compagna
01/10/2011

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Germania, l'Ovest pensò di comprare l'Est

Quotidiano.net

Con 100 miliardi di marchi in 10 rate all’Urss di Nikita Khruciov

L'idea venne al cancelliere di allora, il cristiano-democratico Ludwig Erhard. Il piano prevedeva l'aiuto degli Usa e il pagamento di "due miliardi di dollari all’anno per dieci anni". Bocciato perché ritenuto “irrealistico" da Washington


Berlino, 1 ottobre 2011 - Negli anni ‘60 la Germania occidentale pensò di “comprare” la riunificazione dall’Urss a colpi di miliardi di marchi: lo scrive lo Spiegel nell’edizione in edicola oggi in cui cita dei documenti declassificati della Cia.

Fu il cancelliere della Repubblica federale dell’epoca, il cristiano-democratico Ludwig Erhard (1963-1966), a ideare un piano che prende il suo nome. Erhard era pronto ad ottenere la riunificazione del Paese dietro il pagamento di “due miliardi di dollari all’anno per dieci anni” pari a 100 miliardi di marchi, secondo un membro della cancelleria dell’epoca.

Il “piano Erhard”, che doveva essere perorato dagli Stati Uniti presso l’Urss di Nikita Khruciov (1953-1964) figura in dei documenti della Cia declassificati, secondo l’autorevole settimanale.

Ritenuto “immaturo e irrealistico” dai diplomatici americani per i quali aveva poche possibilità di successo, il piano non fu mai adottato.

Divisa in quattro zone di occupazione al termine della Seconda guerra mondiale, poi dal 1949 in due Stati, Brd e Ddr, la Germania ha ritrovato l’unità politica e territoriale solo il 3 ottobre 1990 di cui il Paese celebra lunedì i 21 anni.

La riunificazione tedesca avvenne al termine di una rivoluzione pacifica nella Ddr che portò alla caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989.




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La sibilla precaria con una laurea in tasca

Corriere della sera

Laureata in Filosofia, vende epigrammi in strada



Zena Rotundi, 32 anni, originaria di Lecce
Zena Rotundi, 32 anni, originaria di Lecce
MILANO - «Zelante esperta negli aforismi»: è la réclame fai-da-te di Zena Rotundi. Leccese, 32 anni, gira l'Italia con una valigia di cartone raccolta nella spazzatura. Dentro, gli arnesi del mestiere: un bloc-notes di fogli verde chiaro, penna d'oca, tappeto «magico», abiti di scena. La vestizione in strada è parte dello spettacolo: via jeans e maglietta, per indossare un lungo abito nero con ampia scollatura. «Così mi trasformo in una creatura dai superpoteri», ironizza l'artista di strada dal multiforme ingegno: statua vivente, suonatrice di flauto traverso e arpa celtica, velista.

LA SIBILLA PRECARIA - Precaria dopo la laurea in filosofia (con una tesi sul teatro di Carmelo Bene), si è ritrovata precaria a Napoli: «La città ideale – sorride – per chi non ha un lavoro fisso». È qui, tra miseria e nobiltà, che si è specializzata in «nientart» (arte del nulla). «Ho imparato a comporre versi dal poeta Silvestro Sentiero – racconta – . Ci siamo conosciuti a Otranto dieci anni fa». Da un lustro, Zena si cimenta da sola nel creare aforismi personalizzati: un po' esercizio maieutico, un po' intrattenimento. Nel suo cerchio magico riesce a calamitare decine di persone: a San Vito Lo Capo, quest'estate, facevano la fila.

Chi timido, chi spavaldo in attesa dell'oracolo: già, perché la sibilla degli anni Duemila ti scruta, strizza l'occhio e annota il responso. I suoi, più che sentenze, sono ritratti estemporanei: «Studio la fisionomia, l'abbigliamento, come le persone mi fissano e se sostengono lo sguardo». La sua funzione è simile a quella di uno specchio vivente: «Dopo tanti anni – parola di “miss aforisma” – ho sviluppato un certo spirito di osservazione. In molti prevale la componente narcisistica, vogliono sentirsi al centro dell'attenzione. Altri sono spinti dalla curiosità e dalla voglia di giocare». Alcuni si riconoscono: <Ci hai azzeccato in pieno», le dicono entusiasti. Le anziane signore, spesso, si commuovono: «Non sono più abituate ai complimenti, alle belle parole. Mi chiedono il numero di telefono per rimanere in contatto e, ogni tanto, le chiamo».
MAGRI GUADAGNI - Gli introiti della serata dipendono dall'affluenza e dalla generosità: «A volte racimolo anche un centinaio di euro, nei giorni no pochi spiccioli». La frase su misura intriga per il meccanismo: il medium è caldo, umano, a differenza dei frasari enciclopedici a portata di mouse. La spigolatura su blog e social network, ora nichilista ora melensa, trabocca di pensieri quotati da bignami digitali. Quelli di Zena nascono sul momento, dall'interazione occhi negli occhi: «La sintonia non è sempre immediata. Mi capita di essere pungente se, dall'altra parte, avverto scetticismo».

Nel tempo, le possibilità di poetare in piazze e corsi cittadini vanno scemando: «I primi due anni sono stati i più creativi – ammette la sibilla di strada – , dopo un po' si rischia di diventare ripetitivi». Non solo: a mettersi di traverso sono le multe per occupazione abusiva di suolo pubblico. «Avevo un permesso temporaneo – si rammarica Zena – ma è scaduto e non si può rinnovare». Motivo per cui pensa di rispolverare la laurea in filosofia: «Ho presentato domanda di insegnamento a Genova». Al Nord, come mai? «Per amore, ma non solo...». Il suo nome, a quanto pare, sarebbe legato all'ex repubblica marinara: «Mia madre lo ha scelto pensando che significasse “donna” in ebraico. In realtà, deriva dal greco zào (vivere ndr) e ho scoperto che vuol dire anche "genovese"».



Maria Egizia Fiaschetti
01 ottobre 2011 12:01



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In prima pagina il pentimento del boss, il clan fa sparire il giornale dalle edicole

Corriere del Mezzogiorno

Blitz nella redazione di «Metropolis» e nelle edicole. Le notizie su Salvatore Belviso, scatenano l'ira del clan


Salvatore Belviso
Salvatore Belviso
NAPOLI - La prima pagine del giornale rende conto delle nozze del boss definendolo «pentito»? Il clan entra in redazione, pretende il ritiro delle copie e poi fa sparire il giornale dalle edicole. Succede a Castellammare, dove al direttore del quotidiano Metropolis, Giuseppe Del Gaudio, non è rimasto che denunciare ai carabinieri il «grave atto di intimidazione» subìto dopo aver pubblicato le ultime notizie sulla detenzione di Salvatore Belviso, arrestato nel 2009 per l'efferato omicidio del consigliere Pd di Castellammare, Luigi Tommasino.

L'IRRUZIONE AL GIORNALE - Intorno alle 6.30 alcuni familiari di Belviso, boss del clan D'Alessandro attualmente detenuto, si sarebbero recati presso la sede della redazione chiedendo di ritirare il giornale e bloccare la messa in onda della prima pagina dell'edizione Sud, diffusa a Napoli e Salerno, nel corso della rassegna stampa del mattino di Metropolis Tv. Contemporaneamente, secondo la denuncia presentata dalla direzione del quotidiano ai carabinieri, alcune persone avrebbero fatto il giro delle edicole della città strappando le locandine ed esortando i giornalai a non vendere Metropolis.

Un operatore di camera
Un operatore di camera
LE INDAGINI DEI CARABINIERI - A non essere gradita alla camorra sia la notizia del matrimonio in carcere che, soprattutto, quella del pentimento di Belviso. Dopo la denuncia degli episodi di intimidazione del direttore responsabile, i carabinieri del comando di Torre Annunziata hanno aperto un'inchiesta sul caso mentre a Del Gaudio e i suoi giornalisti arriva la solidarietà dell'Ordine dei giornalisti campano. «È un episodio gravissimo - dichiara il direttore di Metropolis - è una vera e propria intimidazione che mira a limitare la libertà di stampa. Questo gesto non fermerà il nostro lavoro di cronisti che hanno sempre raccontato i fatti del nostro territorio».





Redazione online
01 ottobre 2011




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Se critichi il pm Woodcock paghi 1000 euro di multa

Libero




I giornali pubblicano fiumi di intercettazioni irrilevanti, il cui unico obiettivo è infangare Silvio Berlusconi. Su tantissime di quelle intercettazioni negli ultimi anni aleggia lo spettro del pm prezzemolino, quell'Henry John Woodcock impegnato nella sua personalissima crociata contro il Cavaliere. Ma la violazione sistematica della privacy, sacrificata sull'altare di inchieste che conducono a poco o nulla - sul conto di Woodcock c'è ormai materiale per vergarci un'enciclopedia - non è ovviamente un problema. Il problema, semmai, sorge quando il pm napoletano si sente offeso. Woodcock ha la querela facile. L'ultima vittima è il presidente dei Senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, condannato a pagare mille euro di multa per "diffamazione aggravata" nei confronti della toga partenopea.

"Irresponsabile" - La faccenda affonda le sue radice indietro negli anni. Si torna al 2004, quando Gasparri era ministro delle Comunicazioni e commentò l'archiviazione di un'inchiesta messa in piedi da Woodcock, che al tempo era di stanza a Potenza. Inchiesta mediatica, inchieta archiviata: Woodcock accusava Gasparri di favoreggiamento per aver suggerito a un imprenditore che il suo telefono fosse sotto controllo. Secondo il gip, però, il quadro tratteggiato da John Henry non stava in piedi. Così, dopo la richiesta d'archiviazione, l'allora ministro si permise di dire la sua. Nel corso di una telefonata in diretta alla Rai spiegò che "era stata spazzata via la farneticante accusa di un giudice irresponsabile di Potenza". Poi Gasparri aggiunse che il Guardasigilli e il Csm "avrebbero messo fine all'azione dissennata di persone che calunniano". Apriti cielo. Woodcock querelò. E a distanza di sette anni si è arrivati a sentenza. Al pm non si può dire "irresponsabile". A Gasparri è costato mille euro.

01/10/2011




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Muore l'invalido accampato in auto dopo lo sfratto

La Stampa

Ha vissuto tre mesi sdraiato sul sedile di guida


MARCO ACCOSSATO
TORINO

Per tre mesi ha vissuto accampato in auto, dopo lo sfratto, in un parcheggio coperto della Gtt, con la moglie e la figlia rimaste senza lavoro e senza soldi. Lui invalido, niente più forze, allungato sul sedile di guida di un’auto diventata casa.
Vittorio Delli Carri, 74 anni, non ce l’ha fatta. E’ morto all’ospedale San Giovanni Bosco, prima ancora che arrivasse l’assegno di accompagnamento che la famiglia aveva chiesto, e dopo che il Comune era intervenuto in loro aiuto a seguito alla denuncia del caso sulle colonne de La Stampa.

Delli Carri se n’è andato tre giorni fa. Troppo gravi le sue condizioni per riuscire a salvarlo: le tante ore, i giorni, le settimane passate in auto allungato sul sedile, sono state letali. Gli hanno provocato piaghe da decubito che hanno fatto infezione. Così la sua situazione, già critica, si è aggravata sempre più, mentre da luglio a settembre i Delli Carri hanno vissuto come disperati tra il viavai di chi lasciava e riprendeva l’auto in quel posteggio di via Lera, grazie alla solidarietà di alcuni negozianti e residenti della zona che hanno portato loro acqua e cibo.

«Il giorno prima di morire - racconta disperata la figlia Angela - i medici ci avevano detto che la situazione si era stabilizzata, che avrebbero presto dimesso papà. Ma nel cuore della notte ci hanno telefonato per dirci che la situazione era precipitata. Siamo corse in ospedale, ma papà era già morto...».

E’ la seconda vittima, quest’anno, di uno sfratto finito in un’auto. E poi in tragedia. A fine agosto un altro uomo, Silvio Garino, 63 anni, è stato stroncato da infarto, accampato anche lui con la moglie sulla sua vettura in un piazzale di Lanzo, nel Canavese.

Fino a luglio, i Delli Carri vivevano in affitto, 420 euro al mese. Poi la moglie di Vittorio - custode in una palazzina signorile della Crocetta - è andata in pensione, e anche la figlia - custode come la madre di un altro palazzo signorile di Torino - ha dovuto smettere di lavorare in seguito a un infortunio.

Rifugiarsi in auto è stata l’unica soluzione per non vivere all’aperto. Una bacinella bianca per lavandino, bottiglie d’acqua per lavarsi, scatole di fortuna come gabinetto: «Poi buttiamo tutto nel cassonetto», hanno raccontato.

Dopo che la loro storia è finita sulle colonne de La Stampa il Comune ha dato ad Angela e a Maria Delli Carri una sistemazione provvisoria, in attesa di una casa popolare. Viste le condizioni di salute, papà Vittorio è stato invece portato in ospedale, al San Giovanni Bosco, dov’è stato visitato e ricoverato.

Oggi come allora la famiglia Delli Carri è in difficoltà economiche. Il Comune pagherà il funerale del padre. «L’ultima volta che l’ho visto - piange la moglie - gli avevo promesso che l’avrei portato molto presto a casa. “Quale casa?”, mi ha chiesto. “Vedrai che ne avremo una”, gli ho promesso».

In quell’auto nel posteggio di via Lera, Vittorio Delli Carri respirava a fatica, con i pantaloni del pigiama azzurri sempre addosso. In ospedale era stato reidratato, ma il suo fisico era compromesso. «Non aveva più forze - ricorda la figlia - né per stare in piedi né per stare seduto con la schiena dritta».




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Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

La Stampa



Don Turturro dopo la condanna in primo grado è diventato rettore alla Madonna del Ponticello


Palermo: il caso di don Turturro, in appello il pg chiede la conferma della condanna


RICCARDO ARENA
PALERMO

«Esci dal sospetto. Io apro le pagine dell’infanzia. Le pagine della coscienza ancora invincibilmente immacolate. Io uccido la sfiducia in me stesso e persino nella morte». Lo scrive su un giornale online diretto da Vincenzo Noto, un sacerdote suo amico, padre Paolo Turturro, ex parroco palermitano condannato a sei anni e sei mesi per pedofilia, in tribunale, ma mai sospeso dal suo incarico ecclesiastico. Il processo è andato avanti molto lentamente: era iniziato nel 2004 e dopo la sentenza di primo grado (luglio 2009) ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare l’appello.

Adesso il procuratore generale Carmelo Carrara ha chiesto la conferma della pena per il presunto pedofilo. Non ha dubbi, il rappresentante dell’accusa: Turturro, prete un tempo impegnato nell’antimafia militante, è «un ministro del culto in cui albergava il mostro della pedofilia». Eppure per lui nessuna sospensione, nemmeno un intervento della chiesa sulla sua vicenda, né un provvedimento cautelare delle autorità ecclesiastiche: mentre in Austria, Canada, Baviera, Stati Uniti, ma anche in Italia, le sospensioni scattano a decine, per semplici sospetti e per indagini appena avviate, mentre il Papa chiede perdono alle vittime della pedofilia, Turturro, lontano parente dell’attore americano John, è sempre rimasto ad amministrare i sacramenti.

Per tre anni i giudici penali lo avevano «esiliato» da Palermo, obbligandolo a risiedere fuori provincia, e lui si era stabilito a Messina. Poi la misura cautelare è venuta meno e l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia è tornato nel capoluogo dell’Isola. Non guida più la parrocchia che sta di fronte al carcere dell’Ucciardone, nei pressi del porto, e dove aveva dato vita a una serie di talvolta controverse iniziative antimafia, ma si è trasferito come rettore alla Madonna del Ponticello, nel centro storico.

«È un cittadino come tutti gli altri - sostiene il vescovo ausiliare di Palermo, monsignor Carmelo Cuttitta - e per tutti i cittadini si presuppone l’innocenza fino alla sentenza definitiva. Le situazioni vanno valutate caso per caso». Ma la cautela e la severità della chiesa per gli scandali della pedofilia? «I giudici stanno facendo il loro lavoro e Turturro ha la possibilità di difendersi, finché non verrà accertata la sua responsabilità».

L'imputato ha seguito di persona tutto il processo in tribunale e ora in appello anche la requisitoria e l’arringa dell’avvocato di parte civile, Paola Rubino. La difesa ha più volte puntato sulla tesi dell’accordo per fare fuori il prete antimafia che nel popolare quartiere del Borgo avrebbe dato fastidio: «Nessuna congiura», ribatte il pg Carrara, anzi tutto il contrario, con le famiglie che in alcuni casi non denunciarono e si chiusero a riccio. Molti dei 67 testi ascoltati in tribunale ritrattarono. Il magistrato chiede anche la conferma dell’interdizione dai pubblici uffici. Il quartiere si era diviso: nella scuola in cui il sacerdote insegnava e in cui venne fuori, per caso, uno dei due episodi di violenza (le vittime avevano 10 anni a testa), qualcuno ancora difende l’imputato. Ma il Borgo in generale ha girato le spalle al suo ex parroco. E pure la chiesa attende la sentenza, prevista per il 13 ottobre.

«Padre Paolo si comporta da persona molto corretta - dice don Vincenzo Noto, già direttore del mensile cattolico Novica e oggi alla guida di un sito che porta il suo nome - continua le opere di carità e raccoglie alimenti per i poveri. Va ai mercati e glieli regalano perché conoscono lui e gli attivisti della sua associazione, “Dipingi la pace”. Il processo? Non lo so come finirà. Va avanti da tanto tempo». «Sono indignato - scrive don Turturro in un’altra riflessione scritta per www.vincenzonoto.it - su come si possa fare informazione sul dolore degli altri. Sono indignato della privacy spiaccicata su tutti i giornali. Non posso divorziare dalla parola. Non posso divorziare dall’indignazione».




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Il buttafuori picchia per primo: non è legittima difesa

La Stampa


Condannato per lesioni personali un buttafuori per aver malmenato due sorelle che volevano accedere al privè di una discoteca: non è applicabile l'esimente della legittima difesa. Lo afferma la Cassazione, con la sentenza 18551/11.

Il Caso

Il Tribunale condanna per lesioni personali un buttafuori per aver malmenato due sorelle che volevano accedere al privè di una discoteca umbra. L'uomo aveva strattonato violentemente per un braccio una delle due sorelle, facendola accasciare al suolo, poi aveva colpito l'altra con un pugno.
Il buttafuori invoca la legittima difesa, lamentando l'aggressione subita ad opera delle sorelle, entrambe in stato di alterazione alcoolica, e della conseguente necessità di difendersi; linea difensiva, questa, che non incontra il favore della Suprema Corte.
La Cassazione, invece, secondo quanto emerso dalla valutazione delle prove, reputa che l'imputato innescò una progressione di violenza fisica, strattonando dapprima per un braccio una sorella e colpendo poi con un pugno l'altra, nell'intento di esercitare con la forza il proprio compito di controllo sul movimento degli utenti all'interno del locale nel quale prestava le mansioni di "buttafuori"; e solo dopo l'attivarsi di tale progressione, e nell'ambito di questa, fu egli stesso raggiunto da un colpo sferratogli da una delle sorelle al basso ventre.

Pertanto, conclude la Corte, il Tribunale ha correttamente escluso che l'uomo si fosse trovato nella necessità di ledere l'incolumità altrui a protezione della propria. Non solo. Nel caso in esame, sarebbe comunque carente il requisito della proporzionalità tra il pericolo dell'offesa e l'azione pretesamente difensiva. Così non può essere invocata la legittima difesa.



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Mazzette e fondi rubati ecco i nuovi manager rossi

La Stampa



YOANI SANCHEZ*

Lavora in una corporazione di nuovo tipo, di quelle che occupano una lussuosa dimora nel quartiere di Miramar e importano merci dall’estero. Per ottenere un simile impiego, è stato sufficiente ricorrere all’ascendente di un padre tenente colonnello e far valere il suo albero genealogico. Appartiene a una nuova generazione di impresari senza ideologia, anche se per conservare il posto ogni tanto grida uno slogan e finge fedeltà a qualche leader. Questo scaltro «uomo nuovo» cerca le offerte più economiche - e di peggior qualità - che ci sono sul mercato internazionale spacciandole come scelte d’acquisto imposte dai capi. In questo modo lucra sulla differenza di valore e si mette in tasca migliaia di dollari all’anno. Non è il solo. Molti giovani figli di potenti, avidi di denaro, defraudano le imprese cubane e cercano di costruirsi una posizione economica per il cambiamento che verrà.

Il più recente episodio di povertà morale nel settore imprenditoriale riguarda il pubblicizzato cavo di fibra ottica che ci collega con il Venezuela. Annunciato dal 2008, è approdato sulle nostre coste solo nel febbraio di quest’anno, sotto lo sguardo ansioso di undici milioni di cittadini che sognano di potersi connettere in massa a Internet. La messa in funzione del nuovo collegamento aveva subito diversi rinvii, ma finalmente era stato indicato lo scorso mese di luglio come data di partenza. Tra voci di strada, comunicati di agenzie straniere e testimonianze di lavoratori della sola impresa telefonica consentita nel Paese, abbiamo saputo che questo cavo è un fallimento. Una cattiva scelta del materiale di fabbricazione, l’assenza di una corretta protezione per non farlo mordere dagli squali che popolano in gran numero le acque del Caribe e persino la sottrazione di fondi destinati all’attivazione, sembrano aver reso impossibile il suo utilizzo, fino a nuovo ordine.

Ma a parte i dettagli quasi comici del cavo che non funziona, richiama l’attenzione l’alto livello gerarchico delle persone coinvolte in questo nuovo episodio di corruzione. Non sono funzionari di seconda categoria, ma integerrimi servitori di un Partito comunista che in passato avevano ricoperto incarichi di grande responsabilità. Come mai questi fedeli impiegati di ministeri, imprese miste e ditte straniere, si sono trasformati in delinquenti dal «colletto verde», in ladri con la tessera rossa? Forse è stato il fiuto tipico degli opportunisti a far capire loro che il futuro era vicino e che dovevano costruirsi una solida base economica per diventare gli imprenditori del domani. Per uno che viene scoperto, decine continuano a tramare nell’ombra, gridando slogan, giurando lealtà a un leader, mentre di nascosto calcolano l’ammontare della loro fortuna personale, il volume degli introiti che sono riusciti a sottrarre a uno Stato che li riteneva funzionari fidati.

* Yoani Sánchez, 36 anni, scrive dall’Avana il blog Generación Y che ha 14 milioni di lettori. La rivista Time ha inserito la blogger-dissidente nella lista delle «100 persone più influenti al mondo». Yoani Sánchez in Italia è pubblicata da La Stampa.

Traduzione di Gordiano Lupi leggi il blog di Yoani Sanchéz
www.lastampa.it/generaciony





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La Lega replica al Colle: "Io esisto e sono Padano"

Quotidiano.net

Il Carroccio insiste: "Autodeterminazione dei popoli"

Con un titolone a tutta pagina il quotidiano del Senatùr replica alle critiche del capo dello Stato




La risposta della Padania a Napolitano: "Io esisto e sono padano"


Milano, 1 ottobre 2011 - C'era da aspettarsi una risposta 'forte' della Lega dopo le parole di Napolitano, che ieri ha metaforicamente schiaffeggiato i leghisti rigettando ogni ipotesi di secessione e scandendo: "Il popolo padano non esiste".

 La Padania, quotidiano della Lega nord, replica a trombe spiegate alle parole pronunciate dall'inquilino del Colle: "Io esisto e sono padano, recita il titolo di prima pagina. E nell’occhiello si legge: ‘Napolitano dimentica l’autodeterminazione dei popoli’. Più o meno quanto aveva replicato ieri a caldo il ministro Calderoli dopo le parole di Napolitano (Che tra l'altro aveva definito "grottesco parlare di uno Stato Lombardo-Veneto").
Secondo Roberto Schena, che firma il commento del giornale del Carroccio, “Napolitano si è scatenato contro il diritto dei popoli a scegliersi l’indipendenza, il loro diritto a non mettersi una corda al collo con la classica, grossa pietra legata all’altro polo. Invece di invitare a meditare, minaccia”.




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Il patrimonio venduto (a parole)

Corriere della sera

Venticinque anni di promesse, non è stata ceduta neppure una caserma




ROMA - Gli avessero dato retta, quella volta, ad Attilio Bastianini... «Per ridurre il debito pubblico diminuendo il peso degli interessi dobbiamo mettere in vendita parte del nostro patrimonio pubblico», andava ripetendo a tutti il deputato del fu Partito liberale. Ma i suoi colleghi della maggioranza, c'era il pentapartito e il Pli partecipava al governo, facevano orecchie da mercante. Il presidente del Consiglio Giovanni Goria liquidò la proposta, come fosse una mezza sciocchezza, con il consueto garbo. Per dargli un contentino sarebbe stato successivamente messo in piedi l'ennesimo comitato interministeriale che avrebbe dovuto esaminare le eventuali procedure da seguire per la vendita degli immobili pubblici. Tecnica collaudatissima: quando in Italia non si vuole fare una cosa si crea una commissione. E la faccenda morì lì.

Correva l'anno 1987. Durante i quattro anni del governo di Bettino Craxi il debito pubblico italiano era letteralmente esploso, arrivando a superare di slancio il 93% del Prodotto interno lordo. Il doppio rispetto a Francia e Germania, e già allora ben oltre il 60% che tre anni dopo sarebbe stato fissato a Maastricht come limite invalicabile per aderire alla futura moneta unica. Inutile aggiungere che gli interessi, spinti da tassi stratosferici, galoppavano. Nel 1988 pagammo l'equivalente attuale di 90 miliardi di euro. Più di quanto ci costano oggi (ma ancora per poco, se non ci si mette subito una pezza bella grossa).

Qualche conto, i liberali se l'erano già fatto. A dire il vero i conti precisi li stava facendo una commissione presieduta dal costituzionalista Sabino Cassese, che calcolò in 651.044 miliardi di lire il valore del patrimonio pubblico. Rapportato ai valori di oggi, 702 miliardi di euro: 141 miliardi in più rispetto allo stock del debito pubblico, che allora toccava l'equivalente attuale di 561 miliardi.
Un quarto di secolo dopo la situazione si è capovolta. E se ancora nel 2008 il procuratore generale della Corte dei conti regalava una suggestione al Cavaliere appena tornato al governo, spiegando che vendendo i beni di famiglia, valutati in circa 1.800 miliardi di euro, si sarebbe potuto «azzerare» la tremenda esposizione dello Stato italiano, oggi non è più nemmeno vero. Perché se quella valutazione può essere considerata ancora attendibile, il debito pubblico, è l'amara realtà, l'ha invece ormai superato di quasi un centinaio di miliardi.

Certo, vendere i beni pubblici «non è facile», come un giorno ha ammonito il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Il suo predecessore Vincenzo Visco confessò a Orazio Carabini, allora al «Sole 24ore», tutta la propria frustrazione per non essere riuscito a vendere le caserme inutilizzate dell'esercito per colpa del ministero della Difesa che gli metteva i bastoni fra le ruote. Le caserme...Quante volte, a parole, sono state vendute?

Nel 2002 Tremonti disse che era stato «incivile» non aver pensato di valorizzare adeguatamente un patrimonio «che impaurirebbe perfino Paperon de' Paperoni». Due anni prima, annunciando di aver trovato un «buco» nei conti pubblici lasciati dal centrosinistra, aveva snocciolato la sua ricetta: «Bisogna operare dentro il patrimonio dello Stato con valorizzazione del patrimonio stesso, estrazione di dividendi, smobilizzo di risorse, accelerazione di privatizzazioni». Come si poteva dargli torto? Se nel 1988 il rendimento dei beni demaniali era stato dello 0,05%, quindici anni più tardi avrebbe raggiunto una vetta dello 0,72%.

Ma se le intenzioni erano ottime, lo stesso non si potè dire per i risultati. Fra annunci, dichiarazioni e pubblicazione di sterminati e dettagliatissimi elenchi di beni demaniali decretati «cedibili», con l'inevitabile strascico di polemiche, quell'epoca sarà ricordata soprattutto per la cessione degli immobili degli enti previdenziali attraverso le famose cartolarizzazioni, sulle quali pende un giudizio poco lusinghiero della Corte dei conti. Pasqualucci ha tirato queste somme: «L'operazione, a fronte di un portafoglio di 129 miliardi, ha fruttato ricavi per 57,8 miliardi, con un rapporto ricavi/cessioni pari al 44,7%». E sarebbe meglio non ricordare, per carità di patria, il clamoroso fallimento dell'operazione Patrimonio spa, ovvero la società che era stata creata dal Tremonti, il quale l'aveva affidata a Massimo Ponzellini, proprio allo scopo di valorizzare e cedere i beni dello Stato, come ad esempio le vecchie carceri nel centro delle città. Missione penosamente fallita.

Per non parlare di quello che è accaduto talvolta in periferia, quando gli enti locali hanno deciso di vendere. Per tutte valga la vicenda delle cessioni dei beni dell'Arsial, agenzia della Regione Lazio che un paio d'anni fa ha deciso di dismettere alcuni importanti cespiti. Fra questi una tenuta di 37 ettari con due casali di 400 metri quadrati nell'oasi naturalistica di Capocotta, a due passi dalla residenza presidenziale di Castelporziano: finita per la modica cifra di 483 mila euro, prezzo appena sufficiente per acquistare un appartamento decente nella periferia romana, a una società nella quale compare l'azionista di una ditta appaltatrice della stessa Regione.

Ma non basta. Perché lo Stato che avrebbe dovuto dimagrire vendendo i propri immobili, invece ingrassava comprando a rotta di collo, indifferente al nostro debito che si gonfiava sempre di più. Comprava Fintecna, società pubblica erede dell'Iri che si è trovata in pancia di tutto: dai palazzi delle Finanze a un ex ospedale di Genova, e ora non sa più a chi dare tutta quella roba. Compravano gli enti locali. Comprava Palazzo Chigi, comprava il Senato, comprava la Camera. Nel quinquennio dei due precedenti governi Berlusconi non si badò certamente a spese. E mentre i palazzi della politica si moltiplicavano allagando il centro di Roma, dove le sedi della presidenza del Consiglio e delle due Camere sono ormai 52, si privatizzava soprattutto a parole.
Pochi giorni prima delle Politiche del 2008, Berlusconi dichiarò a «Porta a Porta»: «Dalla vendita del patrimonio dello Stato avremo a disposizione un punto di Pil l'anno per la riduzione del debito pubblico del nostro Paese entro i limiti richiesti dall'Europa». Qualche mese prima il suo futuro avversario, Walter Veltroni, l'aveva anticipato: «Esiste la necessità di vendere il patrimonio immobiliare pubblico attraverso processi più efficaci e veloci di quelli finora messi in campo al fine di dare un contributo immediato alla riduzione dello stock del debito».

Vinte le elezioni, il Cavaliere tornò alla carica a Santa Margherita ligure, davanti alla platea dei giovani imprenditori: «Abbiamo ereditato un debito che è al 105% del Pil, c'è un solo modo di operare, cioè mettere sul mercato parte del patrimonio pubblico. Per esempio le caserme nei centri città che non servono più a nulla». Applausi.
Tre anni dopo il debito pubblico è al 120% del Pil e le caserme sono sempre lì, come le aveva lasciate Visco masticando amaro. E adesso? Adesso è arrivato finalmente il momento di fare «l'inventario». Proprio così. Ha detto Tremonti giovedì al Tesoro, aprendo la riunione sul patrimonio pubblico: «Oggi facciamo l'inventario».




01 ottobre 2011 08:44



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Della Valle compra pagine di giornali per criticare i politici

Corriere della sera

L'imprenditore: «Da molti di voi spettacolo indecente, vergognatevi»


MILANO - «Alla parte migliore della politica e della società civile che si impegnerà a lavorare in questa direzione diremo grazie. A quei politici che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza e di amor proprio per le sorti del Paese saremo sicuramente in molti a voler dire "vergognatevi"». Si conclude così il duro j'accuse alla politica (guarda) che l'imprenditore Diego Della Valle ha lanciato sabato dalle pagine dei principali quotidiani italiani, come anticipato dal Tg La7.


TUTTI GLI SCHIERAMENTI - «Lo spettacolo indecente - si legge nelle pagine originariamente destinate alla pubblicità dei modelli di scarpe Tod's - che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda tutti gli schieramenti politici. Il vostro agire attento solo agli interessi personali e di partito trascurando quelli del paese ci sta portando al disastro e sta danneggiando la reputazione dell'Italia». Secondo Della Valle, «la classe politica si è allontanata dalla realtà , la crisi economica impone serietà competenze e reputazione che gli attuali politici non hanno, salvo rare eccezioni». Le componenti responsabili della società civile che hanno a cuore le sorti del Paese lavorino per affrontare con la competenza e la serietà necessaria questo difficile momento. (fonte: Ansa)

30 settembre 2011(ultima modifica: 01 ottobre 2011 09:21)



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Questa lingua è la mia patria

La Stampa



Illustrazione di Alberto Ruggieri

Fin dalle Origini, è nella letteratura che è nato e si è rafforzato il senso dell’unità nazionale



GIAN LUIGI BECCARIA

In Italia prima della nazione è venuta la lingua: la lingua della letteratura, la cui validità e tenuta hanno prefigurato sin dalle Origini un’unità nazionale immaginata e inseguita nei secoli come un desiderio. Era toccato a un poeta, a Dante, segnare la data d’inizio di quest’unità ideale, quando nel De vulgari eloquentia vide l’Italia come lo spazio geografico su cui la lingua del sì avrebbe dovuto diffondersi. La parola poetica comincia a distendersi su un’unità geografica e culturale prima che essa esista realmente. L’idea e la fondazione di quest’unità linguistica sarà ancora più a fondo acquisita nel Cinquecento, sulla base dei concetti della pedagogia umanistica, che aveva fissato il canone dei buoni autori da prendere a modello per scrivere latino; per l’italiano identica decisione fu presa sin dai primi del Cinquecento, quando un veneto, Pietro Bembo, additò anche per il volgare i buoni libri degni di imitazione, i classici fiorentini dell’«aureo» Trecento, le «tre corone», Dante, Petrarca, Boccaccio. A noi mancava allora una nazione, ma la cultura umanistica, già all’avanguardia in Europa in fatto di latino, precedeva gli altri paesi quanto alla prima codificazione di una lingua volgare, tracciando in ambito culturale i confini di una normativa unitaria.

Nel corso del tempo abbiamo faticato non poco a costruirci non solo una nazione ma anche una lingua comune. La storia della nostra patria (la parola stessa) ha conosciuto le tormentate e alterne vicende che conosciamo. Oggi è soggetta addirittura a proposte di cancellazione. Sentiamo con disappunto parlare di tanto in tanto di secessione di una parte di pianura che un tempo, dicono, fu dei Celti! Oggi, a 150 anni dall’Unità raggiunta, ci sono italiani che ancora sentono di appartenere più alla «piccola» che alla «grande patria», assecondando uno spirito di fazione che in Italia ha radici antiche, ed è durato nei tempi, strettamente legato alla frammentazione politica della Penisola. Da tanta e lunga divisione dipende l’allentato sentimento patriottico-identitario di noi italiani, così diverso da quello degli altri.
Non abbiamo mai avuto il senso profondo di una comunità nazionale, la solidità di un’appartenenza pari a quella di paesi vicini. Nel nostro però ci ha pensato la lingua della letteratura a indicare, sin dalle Origini, la forza di una perseveranza, quel desiderio o sensazione di unità che si protende nel tempo con singolare evidenza tra le pieghe delle scritture. Mi piace tra tante coglierla, fra i contemporanei, in una splendida annotazione di Raffaele La Capria: «Ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia».

Quest’unità, più umilmente sotto forma di aria di famiglia, noi rifacciamo ogni giorno anche nel parlare quotidiano. Penso a certi modi correnti tratti di peso dalle patrie lettere come echi di un riconoscimento, quei modi che affondano le radici nei classici letti a scuola. Osservo che proprio Dante padre della lingua ha fornito più di altri materia al parlare e allo scrivere mediamente colto: il «natio loco», «le dolenti note», il «discendere per li rami», «perdere il ben dell’intelletto», «senza infamia e senza lode», «ma guarda e passa», «mi fa tremare le vene e i polsi», «nel mezzo del cammino di...», il «gran rifiuto», l’«uscire a riveder le stelle», il «lasciate ogni speranza o voi ch’entrate», «Galeotto fu ...» ecc. Riusciamo quotidianamente, consapevolmente o no, il patrimonio patrio della letteratura.

Ma ci sono ben altre testimonianze di tenuta e continuità. Penso a come la nostra letteratura nazionale abbia contribuito a che la lingua rimanesse nei secoli vicina, strutturalmente, alla lingua delle Origini. Cosa che negli altri paesi europei non è capitato. L’italiano non è una di quelle lingue ad aver subìto nel lungo periodo cambiamenti importanti o radicali. Certi brani di Machiavelli sono scritti in un italiano che sembra ancora fresco di giornata. Rispetto all’italiano antico, l’italiano moderno è cambiato sì in modo apprezzabile nell’ordine delle parole, ma nel complesso, sulla mobilità vistosa tutto sommato sono prevalsi gli elementi di continuità e persistenza. Tant’è che, nel complesso, Dante è relativamente «facile da leggere» (Thomas S. Eliot). Non lo è al contrario Chaucer per un inglese, il Cid per uno spagnolo, la Chanson de Roland per un francese, che vanno tradotti perché oggi li si possa capire. Ha osservato De Mauro che dei settemila vocaboli diversi usati nella Commedia «l’86% è ancora oggi vivo e usuale e non solo nell’uso più raffinato e colto». Per questo Dante non è linguisticamente difficile. È linguisticamente molto vicino.




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QRpedia, Wikipedia davvero a portata di smartphone

La Stampa

Il sistema riconosce la lingua impostata sul cellulare ed è già in uso in alcuni musei
STEFANO RIZZATO
TORINO


Dritti al QR del sapere. Wikipedia ha lanciato oggi un nuovo servizio, QRpedia, che permette, nel sito dedicato, di generare un codice QR a partire da qualunque pagina di Wikipedia. Una novità che consente alla Web enciclopedia open-source di essere ancora più a portata di smartphone e tablet. Vediamo come.

Il sistema QR (sta per Quick Response, risposta rapida) sfrutta un complesso codice a barre quadrato per rendere rapidamente disponibili sugli smartphone una quantità di informazioni relativamente grande (come testi fino a 4.296 caratteri o 2.953 bytes). È un protocollo che viene dall’industria automobilistica – era stato creato nel 1994 dalla Toyota, per la tracciatura delle auto in produzione – e da quando è stato applicato agli smartphone si vede regolarmente su giornali e cartelli pubblicitari.

Ormai gran parte degli smartphone e dei tablet hanno un lettore QR integrato: passandolo sopra il codice, si visualizzano sul display i dati contenuti, ad esempio un indirizzo Web, o un breve testo. Con QRpedia, il meccanismo viene applicato a Wikipedia ed è – come detto – a portata di tutti. Ma è soprattutto un sistema globale: i QR di Wikipedia riconoscono infatti la lingua impostata sul cellulare e consentono di visualizzare la pagina corrispondente nel proprio idioma.

Nonostante siano di recente comparsi, a fini pubblicitari, sul lato B delle atlete inglesi di beach volley, negli ultimi tempi i Qr code erano un po’ caduti in disgrazia. Con la nuova trovata, Jimmy Wales promette invece di riportarli in auge. E prova a rivoluzionare anche il mondo dei musei. Basterà applicare i codici tra teche e cartellini per consentire ai visitatori di vedere tutte le informazioni sul cellulare e nella loro lingua, ovviamente a patto che la pagina su Wikipedia esista. Il servizio viene già sperimentato in alcuni musei, come quello di Indianapolis dedicato ai bambini, e in un’esposizione itinerante di opere del pittore Joan Miró.




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A Roma il cimitero per i bambini mai nati

Corriere della sera


È il camposanto per i feti vittime di interruzione di gravidanza



È stato inaugurato oggi a Roma un cimitero per i bambini mai nati. All'interno del camposanto del Laurentino è nato il «Giardino degli angeli», un'area di 600 metri quadri dedicata alla sepoltura di chi non è mai venuto alla luce a causa di un'interruzione di gravidanza.

RIFIUTI - Il vicesindaco della Capitale, Sveva Belviso, ha piantato nel giardino una pianta di camelie, accanto a due statue di angeli. «Questo progetto - ha spiegato Belviso - risponde alle richieste di chi vuole assicurare al proprio bambino non nato un luogo di sepoltura». In mancanza di richieste esplicite, infatti, il feto viene smaltito come un normale «rifiuto ospedaliero».

L. 194 - Le lapidi, tutte bianche, potranno anche essere anonime. «L'iniziativa - ha spiegato il vicesindaco - non vuole intaccare assolutamente i principi sanciti dalla legge 194 sull'aborto, ma vuole dare una risposta alle richieste di coloro che intendono seppellire il loro figlio mai nato». Il Cimitero degli Angeli sorge proprio di fronte all'area del cimitero dei bambini.


Redazione Online4 gennaio 2012 | 15:05



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L’ospedale dice al malato quanto costa

Corriere della sera

LA DECISIONE DELLA LOMBARDIA



La spesa pubblica verrà indicata nella lettera di dimissione accanto a ogni prestazione dal 1˚marzo. I medici: umiliante



MILANO — Ogni malato saprà il suo prezzo. Dal primo marzo i cittadini della Lombardia conosceranno per ogni esame, visita medica e ricovero quanto il servizio sanitario spende per curarli. Lo ha appena deciso il Pirellone di Roberto Formigoni, che ha introdotto l’obbligo per tutti i medici e gli ospedali di esporre nei referti, nelle lettere di dimissione e in ogni tipo di comunicazione ai pazienti il prezzo sostenuto dalle casse pubbliche per ciascuna prestazione. Un malato d’appendicite saprà che per operarlo sono stati spesi quasi 1.700 euro; uno colpito da polmonite scoprirà che per ricoverarlo ci sono voluti 3.300 euro; chi si è sottoposto a un bypass coronarico sarà informato che per sistemare il suo cuore sono stati necessari 22.380 euro.

La novità è stata comunicata con l’ultima circolare prima di Natale. Immediatamente si è posto un dilemma: è giusto sapere quanto costiamo allo Stato e alla Regione? È etica della responsabilità o inutile colpevolizzazione? L’Ordine dei medici è critico: «Per essere curato con il servizio sanitario, il cittadino paga già le tasse — dice il presidente Roberto Carlo Rossi —. Informarlo con il referto medico della cifra spesa per lui è umiliante. L’obiettivo è indurlo a risparmiare». L’assessorato della Sanità difende la scelta: «In Italia non è mai stata presa una decisione simile. Ma responsabilizzare, soprattutto chi si sottopone a esami costosi, è nell’interesse di tutti—spiega il supermanager Carlo Lucchina —. Le risorse non sono illimitate».

Nel bilancio 2012 della Lombardia i fondi per la Sanità sono di 17 miliardi e 450 milioni di euro. Rispetto all’anno scorso sono solo 260 milioni di euro in più. È una crescita dell’ 1,5%, decisamente al di sotto del tasso d’inflazione, mentre l’invecchiamento della popolazione fa lievitare in modo esponenziale le uscite. Così i cittadini sono chiamati a pagare ticket di compartecipazione sulla spesa sanitaria sempre più alti. Di qui la scelta di Regione Lombardia di fare esporre in modo separato nei referti e nelle lettere di dimissione la quota a carico delle casse pubbliche e quella a carico del cittadino.

La speranza è che di fronte ai 500 euro e più spesi dal Pirellone per una tac, i 66 euro sborsati di tasca propria per il ticket diventino accettabili. «I costi della salute si sono moltiplicati, il cittadino deve capirlo», è il leitmotiv degli uomini di Roberto Formigoni. «Ma costringere il medico a diventare un contabile è controproducente — insiste il presidente dell’Ordine Roberto Carlo Rossi. Il rischio è di spingerlo a risparmiare sulla pelle dei pazienti».

Ma la sanità pubblica può sopravvivere senza l’etica della responsabilità? In Lombardia, già lo scorso agosto, il superticket di 10 euro introdotto dalla Finanziaria Tremonti è stato rimodulato in base ai costi delle prestazioni e può arrivare, per gli esami con le tariffe più alte, a 30 euro in più. Così per una tac si spendono 66 euro (contro i 51 dell’Emilia Romagna e i 46 del Veneto). Per le prestazioni meno care, invece, il ticket è al di sotto delle altre Regioni. Il significato del provvedimento è sempre lo stesso: il paziente va responsabilizzato. Sia con i costi delle prestazioni esposti sulla cartella clinica sia mettendogli pesantemente le mani in tasca per prestazioni che il Pirellone considera troppo spesso richieste inutilmente. Il dibattito è aperto.


Simona Ravizza
4 gennaio 2012 | 16:13



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